Diario in coronavirus

Diario in coronavirus con grani di scrittura – 9°

Indice

9° Domenica di Lettura – 10 maggio 2020

Federazione Unitaria Italiana Scrittori
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Diario in
coronavirus
con grani di scrittura

9°
Domenica di Lettura –
10 maggio 2020

Proponente FUIS – Natale Antonio Rossi
 9° testo proponente FUIS

1. La festa dell’Europa

La festa della Mamma il 9 maggio, precede quella dell’Europa la cui Comunità sembra essere, a molti europei, matrigna. La data del 10 maggio è stata scelta quale anniversario della celebre dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Robert Schuman. In essa il Ministro proponeva una nuova forma di cooperazione politica, tale da rendere non possibile una guerra tra nazioni europee. Oggi, nel 2020, la celebriamo auspicando la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
Gli scrittori non hanno mai avuto dubbi sul riconoscimento dei valori universali, a cominciare dai diritti naturali per continuare con quelli sociali, civili, di libertà e di solidarietà. Già da tempo, con le loro opere si ritenpono cittadini del mondo pur condividendo i criteri che vogliono costruire una comunità europea.
Il pensiero degli scrittori, per questa occasione, fu ben espresso da Umberto Eco quando dichiarò: “Quello dell’identità europea è un problema antico. Ma il dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali esiste da tempo. E su di esso si fonda una comunità che resiste alla più grande barriera: quella linguistica”

Alla costruzione dell’unità europea sono dedicati i due interventi di apertura di quest’antologia:

a. Mino La Franca in nome degli scrittori italiani ha ideato una barca (bella) – vd. qui appresso – con le bandiere dei Paesi europei, e con l’epigrafe “We’re all in the same boat” “siamo tutti sulla stessa barca”-

E’ proprio la frase che fu scritta alla FUIS (il 10.3.2020) dal Direttore Generale di China Writers, signor Zhang Tao 

b. Francesco Gui  ha rivolto la sua attenzione all’attualità dei problemi in cui l’Europa si troval confortato dall’idea che tutti gli scrittori condividono e cioè che “l’Europa mostra il suo lato migliore quando dà prova di vicinanza e solidarietà”.

E se è vero che l’Europa non potrà farsi in una sola volta, adesso che di opportunità ne sono state mancate tante, sarà bene che finiscano i contrasti tra un paese e l’altro, e che si proceda verso una vera Comunità Europea anche politica.

2.  La volontà degli scrittori italiani di appartenere alla comunità dei valori umani, senza distinzione di razza, genere, lingua e cultura, è documentata dalle loro opere, spesso con contenuti internazionali.
Sono scritture che da sempre esibiscono forme di universalismo (che le qualificano come opere dell’ingegno), a cui si aggiungono  dichiarazioni di uomini che hanno avuto e hanno influenza sulle altrui opinioni.
Per esempio, a prescindere da ogni credenza e volontà di ognuno di riconoscersi o meno in qualsiasi religione, piace richiamre l’attenzione su una delle dichiarazioni autorevoli diffuse in questi anni, quella di Papa Francesco perché sembra quanto mai appropriata alle qualità degli scrittori:
La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guierra più terribile che si ricordi, è sorta con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace”.

3. L’interesse  della FUIS per gli scrittori di tutto il mondo.

L’antologia della 9° DOMENICA DI LETTURA ribadisce, con i testi che propone, che gli scrittori italiani non hanno esclusive visioni e limitati interessi domestici, ma guardano all’Europa e anche oltre.
I testi dei poeti cinesi, quelli di scrittori di altri Paesi e continenti, documentano come la FUIS abbia avviato una consuetudine di relazionmi culturali e pratichi la collaborazione sia con le organizzazioni degli scrittori, che con singoli scrittori, di tutti i continenti.
Non a caso, si spera che si confermi la presenza di un rappresentante FUIS, in occasione del rinnovo del Consiglio Direttivo di I.A.F. (International Authors Forum).

4.  Da più organizzazioni estere, da singoli cultori stranieri della letteratura italiana contemporanea, siamo stati richiesti di fornire un panoramo complessivo, con esempi di opere da noi ritenute di qualità, della produzione di narrativa, poesia e saggistica edite in Italia nel 2019.
La FUIS lo farà. Infatti sono state gia avviato le opportune ricognizioni e tra non molto saremo in grado di fornire tali informazioni. E ne daremo notizia agli scrittori associati FUIS e agli aderenti a Federintermedia.

Gli Scrittori Italiani agli Scrittori Europei
Italian Writers to European Writers

“Siamo tutti sulla stessa barca”
We’re all in the same boat

Elaborazione grafica di Mino la Franca

Gli Scrittori Italiani agli scrittori del Mondo
Italian Writers to the Writers of the World

“Siamo tutti sulla stessa barca”
We’re all in the same boat

Elaborazione grafica di Mino la Franca

Francesco Gui*
Sulla stessa barca!

Sulla stessa barca! Più realistico e concreto di così! Sicuramente il modo migliore per pilotare l’intero equipaggio fuori dai pericoli di naufragio, evitando a qualcuno di affogare per conto suo o magari di venir gettato direttamente in mare dai compagni di sventura.

Precisamente quello che sta succedendo in questi giorni al veliero migrante Europa, sottoposto alle ondate tremende di un Corona virus presumibilmente incaricato da madre natura di mettere in guardia il Sapiens (specie se occidentale) da tutti quei fumi, polveri e veleni sparsi a profusion sul globo intero. Fatto sta che proprio il 9 maggio di quest’anno, ricorrenza della dichiarazione Schuman, che diede il via nel ’50 alle Comunità europee, poi Unione, a ritrovarsi tutti assieme sulla stessa zattera, ovvero a lanciare urbi (Ue) et orbi suggestivi pronunciamenti comuni di solidarietà e di impegno per un’Europa più sana e giusta, sono state le seguenti assai significative persone:

1) Primo gruppo, davvero notevole: il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, assieme al presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ed anche a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sia pure poco elegantemente messa per ultima per ragioni alfabetiche.

2) Di impatto anche questo quartetto: Roberto Fico, Wolfgang Schäuble, Richard Ferrand e Meritxell Batet, ovvero i presidenti delle Camere dei deputati (detto un po’ genericamente) di Italia, Germania, Francia e Spagna, tutti lì, fianco a fianco.

Ebbene, uno e ciascuno degli autorevoli velisti or ora citati, in linea di massima piuttosto resistenti di carattere (specie Schäuble, assertore della dignità anche a costo della morte), ebbene tutti costoro sono scesi in campo mano nella mano per propugnare la “questione tutta pragmatica di come rendere l’Unione a Ventisette migliore e più forte il prima possibile e con una più efficace capacità di azione”. Ma non solo, perché Ursula, David e Michel hanno proclamato che “l’Europa mostra il suo lato migliore quando dà prova di vicinanza e solidarietà”. E dunque si “deve fare tutto ciò che serve per proteggere la vita degli europei”.

Una discesa in campo davvero determinata quanto inusuale, almeno in tempi recenti, e oltretutto accompagnata da altre prese di posizione assai autorevoli.

Tant’è che in questo incedere di primavera 2020 senza dubbio molto è stato fatto, anche a suon di miliardi, anzi, soprattutto a fiotti di miliardi di euro, per rendere parecchio più unita l’Unione Europea rispetto a quella di soltanto pochi mesi addietro. All’epoca, cioè, qualora ancora la si ricordi, in cui taluno prometteva al popolo di uscire presto dalla moneta comune.   
Oppure minacciava di deporre il Presidente della Repubblica italiana per aver assunto decisioni non abbastanza sovraniste. O magari accorreva invece ad applaudire tale Steve Bannon, in quanto altoparlante del fantastico conduttore di popoli statunitense di nome Donald Trump, che tanto lui i virus, qualunque fossero, li sapeva affrontare come Dio in terra, o pressappoco.

E dunque, siamo sinceri, volendo attenersi ai fatti, quelli veri, la valutazione più preveggente e incoraggiante sulla motonave Europa, e su come dovesse comportarsi per far fronte alle tempeste ricorrenti, l’aveva già enunciata allora, in quel 9 maggio del ’50, sempre lui: il tedesco-lussemburghese-francese di religione cattolico-romana Robert Schuman, all’epoca ministro degli Esteri della IV Repubblica con capitale Parigi. “L’Europa – proclamò infatti – non potrà farsi in un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Un giudizio realistico, insomma, piuttosto analogo alle considerazioni dell’altro “padre”, Jean Monnet, convinto che l’Europa si sarebbe costruita uscendo di volta in volta sempre più forti dalle crisi. Per non dire che quello di Schuman era stato anche un giudizio preveggente, oltre che etico, tanto da farci festeggiare appunto ogni anno “San Schuman”. A suo dire, infatti, ciò che si stava edificando era “il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”.

Federazione europea. Detto con chiarezza, senza reticenze. Questo il messaggio di settant’anni or sono, a solo un lustro di distanza dal massacro della seconda guerra mondiale. Perché gli europei, poco da fare, per quanto assolutamente interdipendenti l’uno dall’altro, la tentazione di risolvere le controversie sul campo di battaglia ce l’hanno sempre avuta. Specie quelli mentalmente più deficienti. Con la fortuna, tuttavia, di venir regolarmente avvicendati da grandi personalità, di tutti i paesi, per le quali la pax christiana, purché realmente tale, ovvero quella federalista, si è sempre identificata con un più alto livello di civiltà, di solidarietà e di grandezza umana, diremmo anche spirituale, da perseguire e raggiungere tutti insieme. Al quale “compito essenziale” il visionario Schuman aggiunse anche, quasi fosse oggi, quello di promuovere “lo sviluppo del continente africano”.

Tutti sulla stessa barca, insomma, compresi i migranti sui barconi che annegano per davvero, di cui d’ora in poi il veliero della parte di qua dovrà farsi carico con la stessa serietà e con lo stesso impegno con cui ha combattuto e sta combattendo il Covid 19. Più Europa, cioè, sia per chi sta di qua, ma anche per quelli che soffrono di là. Praticamente come previsto all’esordio della Dichiarazione epocale di 70 anni fa: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Allora il pericolo era il cannone, con bombe accluse. Da cui la decisione di mettere insieme, e controllare, carbone e acciaio. Oggi la paura viene dal virus, insieme ai danni ecologici, più le rivalità commerciali, di livello mondiale.

E quali saranno dunque, per concludere, i modi, la dedizione con cui ogni persona responsabile, amante del progresso civile, pronta ad impegnarsi per sé e per gli altri, dovrà dimostrare d’ora in poi di aver recepito la lezione del 9 maggio ’50, ma anche quella del ‘9 maggio ’20? Ecco una risposta seria: 

“Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa: …un saldo stato federale… gli Stati Uniti d’Europa” (dal Manifesto di Ventotene, isola pontina, 1941).

 * Francesco Gui è professore ordinario di Storia moderna, Dipartimento di Storia moderna e contemporanea, Università di Roma “La Sapienza”.
Ha fondato il sito l’Università per l’Europa ed è direttore della rivista on-line Eurostudium

Wang Zhengke (dalla Cina*)

Four Sisters on the Frontline

On the 12th day of the first month of Lunar year,
I went to visit them on the frontline.
Goggles and heavy protective clothing they are wearing
cover their beauty.

You went out from our hospital
To help in the most frontline of anti-epidemic.

You are
Xiao Bo born after 1970s, Xiao Hui and Xiao Ling born after 1980s, and Xiao Yu born after 1990s, a bride who married one month ago.

In the infectious hospital in the west suburb, fearing no danger
Four sisters care for the sick day and night, fighting against COVID-19

Ambulances scream, bringing newly confirmed patients from the other end of the city. You move quickly into another battle.

Preying

Angles in white,
please bring a quick halt to the death evil, whose steps are
closer and closer
The goddess of lantern,
please save the granny inflected with the nasty virus

She doesn’t want to die,
even if she could live for another three or five years.
Her playful husband acts one mad, and
seems not grown up yet
Her alcohol addicted son gets drunken day and night, and
Never cares about
Her naughty grandson is always hilarious, and
still a preschool boy
She hasn’t finished sewing big-head shoes, cloth tiger and doll yet.

*I contributi dei poeti cinesi Wang Zhengke, Su Rencong e Liu Dawei ci pervengono per la cortesia del M. Zhang Tao, Director General International Liaison Department, China Writers Association

Morando Morandini jr.
STORIA D’AMORE SENZA BACI E SENZA BICI

LUNEDÌ 4 MAGGIO 2020 Oggi in Italia finisce la quarantena e io finisco di scrivere il serial fotoromanzo in 12 puntate che ho iniziato a sceneggiare il 12 marzo, giorno in cui è entrato in vigore il decreto “io resto a casa”. Per me sono stati 54 giorni di traversata nel deserto, volati via con una fretta disdicevole, a tratti ansiogena ma più spesso inebriante. La sensazione di correre a scapicollo pur essendo fermi, di spaziare e fluttuare per il mondo senza potersi allontanare più di qualche isolato dalla propria abitazione. Quarantena e isolamento fisico, ma con tanti canali di comunicazione, tante finestre aperte e balconi affacciati sulla realtà. Si scoprono cose nuove, si esplorano pensieri inediti, si affina lo spirito critico, si impara a convivere meglio con le preoccupazioni e con il prossimo, ad addomesticare le paure e l’aggressività. Generalmente si ama un po’ di più. Settimane di isolamento terapeutiche per chi ha avuto la fortuna di rimanere in buona salute; hanno svegliato e vivificato tante coscienze, hanno fatto riscoprire il valore della comunità, della condivisione, della libertà di tutti. Ci hanno resi più maturi. Ma qui voglio parlare del lavoro che ho svolto e portato a termine in queste “brevi” e galoppanti settimane, perché è stata un’esperienza unica, anche se apparentemente non molto diversa dalle precedenti. Io ogni anno scrivo quattro serial fotoromanzi da 12 puntate, uno per ogni stagione e quando sceneggio mi chiudo in casa, esco solo per fare la spesa e per camminare. Insomma per me vivere un paio di mesi di seguito in volontaria quarantena è routine. Qui però la routine è diventata ozio come lo intendevano i greci e il latini, cioè cura di sé e della propria saggezza attraverso la contemplazione e lo studio: e la scrittura, aggiungo io. Un ozio fecondo e creativo che ha contribuito a rendere più brevi le mie giornate di lavoro. L’idea narrativa per il serial che ho finito di scrivere stamattina mi è venuta a metà gennaio, quando si parlava dell’epidemia Coronavirus in Cina ma in Italia e nel resto del mondo si stava ancora tranquilli. Un serial da girare a fine maggio, con ambientazione estiva. Come scenario prevalente ho pensato a un hotel di charme ricavato in una bella dimora antica, dato ché c’era la possibilità di girare nel magnifico castello di Santa Severa affacciato sul mare. La storia che mi è venuta in mente aveva un andamento corale da commedia leggera, anche se una delle linee narrative era drammatica e poco vacanziera. Ho scritto il soggetto e la scaletta delle dodici puntate e li ho messi da parte per occuparmi di lavori più incombenti. C’era tempo per iniziare a scrivere il serial. Un mese dopo, quando ho ripreso in mano la scaletta, eravamo in piena emergenza nazionale per il contagio e si stava delineando a breve la chiusura totale di ogni attività produttiva, ludica e sociale, la drastica limitazione dei contatti fisici tra le persone e tutto il resto.

Ricordo la mia ultima sortita in produzione: l’11 marzo, prima che si bloccasse tutto, con la troupe che girava in giardino l’ultima scena dell’ultimo fotoromanzo completo per Grand Hotel prima del blocco totale. Stavano tutti con le mascherine, tranne me e gli attori. Atmosfera tesa e plumbea, la preoccupazione sui volti, il futuro avvolto nella nebbia. Il giorno dopo, a casa mia cominciavo a sceneggiare una storia di gente in vacanza da girare l’ultima settimana di maggio, sperando che per quella data saremmo stati tutti vivi e si potesse girare. Oltretutto per esigenze narrativa non poteva essere una favola atemporale: era una vicenda realistica ambientata dichiaratamente tra la fine di maggio e i primi di giugno dell’anno in corso. Dovevo quindi ipotizzare un hotel di charme in una provincia non definita ma collocata tra centro e sud Italia, con la sua clientela stagionale di italiani e stranieri, verso la fine (speravo) di un’epidemia che nel momento in cui cominciavo a scrivere doveva ancora raggiungere il massimo della virulenza e non si sapeva quanto sarebbe durata. Mi accingevo a scrivere una storia distopica proiettata in un futuro estremamente prossimo (3 mesi dopo) ma assai incerto e per molti versi assolutamente imprevedibile. Un azzardo da far tremare le vene e i polsi. Oltretutto, le mie capacità previsionali e vaticinanti circa le conseguenze a medio lungo termine del contagio mi imponeva di attenermi in ogni caso a una serie di nuove regolette quanto mai scomode e penose, ma indispensabili, nella scrittura di questo serial. Partiamo dalle più critiche, che sembrano antitetiche con la natura stessa del fotoromanzo: niente contatti fisici. Ossia niente baci, niente abbracci e mai vedere due personaggi a letto insieme… DOPO CHE HANNO FATTO L’AMORE: CAROLA ESCE DAL BAGNO SCALZA E IN ACCAPPATOIO E SORRIDE A FEDERICO CHE STA SEDUTO SUL LETTO SFATTO; SI È PARZIALMENTE RIVESTITO E STA SCRIVENDO SU UN PORTATILE CHE TIENE SULLE GINOCCHIA. CAROLA: Ancora non ti sei vestito, amo’? Dobbiamo andare. FEDERICO: Non chiamarmi amo’, ha un suono cheap. (faccio dire questa cosa sgradevole a Federico perché Carola non sia invogliata a sedersi teneramente vicina a lui) CAROLA SI È AVVICINATA A FEDERICO MA RIMANE IN PIEDI, STACCATA DA LUI E SBIRCIA DALL’ALTO QUELLO CHE STA SCRIVENDO. LUI LA GUARDA E SORRIDE. CAROLA: Amore tutto intero ti suona bene, criticone? E tu smettila di chiamarmi piccola o bambina, ché ha un suono pedofilo. FEDERICO: Giusto, però concedimi almeno di chiamarti stellina ogni tanto… Ma che sbirci? In una storia il cui l’amore è tema centrale, capirete quanto sia arduo attenersi alla regola del distanziamento. È necessario ricorrere ad alcuni stilemi classici da tempo in disuso ma drammaturgicamente sempre efficaci, tipo iniziare una scena subito dopo che l’atto è stato compiuto. O interrompere la scena sul più bello un attimo prima di vedere l’atto in azione … 

NICOLA E VALENTINA SI SONO FERMATI SOTTO UNA GRANDE QUERCIA SVETTANTE; LEI GLI LANCIA UNO SGUARDO LANGUIDO E SEDUTTIVO. NICOLA: Ecco la regina del bosco. VALENTINA: Meravigliosa… Ho un desiderio che non so se esprimere a voce o semplicemente manifestare. VALENTINA SI È SEDUTA AI PIEDI DELL’ALBERO, HA POSATO A TERRA LA FOTOCAMERA E CON UN SORRISO INVITANTE TENDE LE BRACCIA A NICOLA CHE SA IN PIEDI DI FRONTE A LEI E LA GUARDA CON DESIDERIO. VALENTINA: Se provi a ridurre le distanze te lo sussurro in un orecchio… E prima che lui le si getti addosso con passione e libidine arriva il cambio scena. È autocensura di tipo andreottiano anni 50, lo so. Un ritorno forzato al puritanesimo? Che ce tocca fa’. Ma poi scopri che se ci metti un pizzico di ironia è un sacrificio che se po’ fa’. Infine dovevo attenermi anche al divieto di “assembramento”; quindi pochi personaggi, scene a due o a tre, qualche scena con quattro personaggi al massimo, in situazioni in cui appare normale e spontaneo che stiano ben distanziati. NICOLA, CAROLA, ANTONIO E GIADA SONO SEDUTI INTORNO A UN GRANDE TAVOLO. NICOLA È AL CENTRO DELL’ATTENZIONE. ANTONIO: Le ragazze hanno insistito per partecipare al nostro colloquio. Ci tengono a dire la loro su un progetto che potrebbe unire le nostre famiglie. NICOLA: Mi dispiace deludere le vostre aspettative ma è bene che chiarisca subito una cosa… Non sono qui per discutere la tua proposta di acquisto, che per me rimane irricevibile anche se hai portato mio fratello dalla tua parte. Così il mio hotel di charme per vacanzieri esigenti e raffinati, diventa al tempo del coronavirus un hotel tristemente vuoto di clientela, con il suo nobile proprietario, rude e fascinoso, che lotta valorosamente su vari fronti per rimanere a galla e con pochi ospiti occasionali che arrivano a sorpresa, ognuno con il proprio segreto e il proprio scopo non dichiarato. La presenza immanente del virus nella prima parte della storia diventa una cartina di tornasole che mette in luce lati dei caratteri dei personaggi e svela aspetti delle loro relazioni reciproche. NICOLA: Sei preoccupato per la salute, Rolando? VOCE ROLANDO DAL TEL: Quanto basta, ma senza paranoie. È molto più preoccupata mia moglie che s’è beccata il coronavirus. NICOLA: E che aspettavi a dirmelo?… Come sta Isadora? VOCE ROLANDO DAL TEL: Il nostro medico dice che le ha giovato la terapia antivirale e ora ha più o meno i sintomi di un forte raffreddore. L’ha preso in forma lieve. ROLANDO SOGGHIGNA E AZZARDA UN TONO PERFIDAMENTE SCHERZOSO.  

ROLANDO: Detto tra noi, avrei tollerato anche una forma letale, pagando il prezzo di un’inconsolabile vedovanza… Ma qui torniamo all’erba cattiva che non muore mai: riferito in questo caso alla mia dolce sposa. VOCE NICOLA DAL TEL: Anche il tuo cinico sarcasmo è immortale e immune a tutto. Hai fatto anche tu il tampone? ROLANDO: Due volte e sempre negativo. Nel mio caso si potrebbe dire che l’erba cattiva non si ammala mai… Comunque io e Isadora siamo in quarantena separatamente, il ché non è male. Così le dodici puntate de La Casa del Pastore, quasi animate da un moto proprio hanno preso tutta un’altra direzione rispetto alla scaletta preparata a metà gennaio e si sono fuse in una storia drammatica niente affatto turistica, che si dipana coi suoi misteri all’ombra di una tragedia, ravvivata da un filo costante di ironia e da qualche lampo di commedia. MENTRE NICOLA FISSA TRUCEMENTE FEDERICO E LA MOGLIE VALENTINA CHE PASSEGGIANO, ZIO GIACOMO GUARDA LUI CON UN SORRISETTO IRONICO. GIACOMO: Sai che quando metti su quello sguardo feroce somigli a tuo padre? NICOLA: Sono incazzato con quel fintone ipocrita e lo prenderei volentieri a calci in culo… GIACOMO: Io eviterei di farlo e anche di farglielo capire, considerando che è un cliente: merce rara e preziosa in questi tempi grami… Per cui lascia perdere le occhiatacce e torna ai sorrisoni. NICOLA TORNA A GUARDARE LO ZIO E SORRIDE RABBONITO. NICOLA: Hai ragione. Farò il bravo albergatore e sarò finto e ipocrita imitando te, zio. Alla fine di questo imprevisto percorso narrativo i conti tornano, come sempre. Il lieto fine della storia è assicurato, chi deve pagare paga e il vero amore l’ha vinta sugli amori fasulli e ingannevoli, come in ogni fotoromanzo che si rispetti. Mi affaccio alla Fase 2 con un certo ottimismo e ho già voglia di pensare a un’altra storia. Qualcuno più attento tra i pazienti lettori a questo punto si interrogherà sul titolo di questo scritto: la storia d’amore senza baci risulta chiara, ma la bici che c’entra? L’ho messa solo perché mi piaceva il suono del gioco di parole e poi rendeva il titolo più intrigante.

Hilda Twongyeirwe (dall’Uganda)
What I will miss most

What I will miss most after covid Lockdown/up is a quiet                  
                                                           neighourhood

The no music from coughing machines like they are sick
                                                           from some strange disease

The no loud prayers as if God is deaf (forgive me Lord
                        but you know the ones I am talking about)

The no hooting of vehicles racing through the village

The no bodaboda boys arguing at the boda stage in front
                                                           of my home

Eeh! Mama nyabo.

But please

Law-enforcement officers

Stop harassing citizens

My sister Joyce is nursing burns from one of you

He kicked a pan of hot oil on her chest because it was seven

Yet Mr Museveni stated clearly

No violence
No beating anyone

What is wrong with power-hungry hooligans?

Do we call for public lashing?

No, we can do better.

COVID 19 NO COVID 19.

Donatella Bisutti*
QUALCHE NOTA IN MARGINE AL VIRUS

    Molti sono gli aspetti oscuri e le contraddizioni che circondano questo virus di cui finora sembra che nessuno abbia capito esattamente l’origine e gli effetti, tante sono le diverse versioni e affermazioni di eminenti virologi di tutto il mondo. Si è parlato di complotti e di profezie, si è ingigantita o minimizzata la sua pericolosità. In certi momenti si è addirittura ipotizzato che esistessero virus diversi. Anche sulla sua durata sono state espresse valutazioni assai differenti . C’è  chi dice che sparirà  in breve da solo. È l’ipotesi che preferisco. Se sarà cosi,  sarà come se gli alieni fossero discesi sulla terra  e poi ripartiti a bordo del loro UFO rimanendo a noi sconosciuti.

     Il virus passerà comunque prima o poi, ma purtroppo non passeranno le sue conseguenze , che stiamo appena cominciando a intravvedere e che temo saranno ancora peggiori. Al di là di una facile retorica ispirata al patriottismo e alla solidarietà, si sono aperti abissi nell’ inconscio collettivo. La paura è penetrata, virus ancora  più letale, negli animi. Non c’è cosa più pericolosa della paura, che svuota il cervello, paralizza le reazioni, rende le persone schiave  e succubi,  pronte a tutto sopportare e subire. Pensiamo alla mafia. Su cosa si regge da sempre la mafia se non sulla paura?

     Morire di virus o morire di fame? Per molte persone purtroppo nei prossimi mesi sarà impossibile scegliere. Già si intravvede una crisi economica che potrebbe riportarci ai tempi del dopoguerra, ed evocare lo spettro, almeno per l’Italia, ma forse anche per l’Europa, della Grande Depressione del 1929, più o meno un secolo fa.

  Il virus ci sta abituando alle regole imposte e indiscutibili. Siamo tutti diventati inermi come bambini di altri tempi, minacciati di castigo.

    Il virus ha cancellato le più elementari e antiche pratiche di pietà, quell’onorare i morti per cui Antigone sacrificò la vita.

     È stato perfino negato il conforto di una preghiera collettiva.

Ridateci una di quelle tante epidemie del passato con le donne vestite a lutto e le processioni dietro gli stendardi, la gente inginocchiata davanti alle statue dei Santi nella luce di una speranza! Il Papa è stato costretto a una processione solitaria.

       Il virus ha spezzato i legami e gli affetti famigliari, ha negato qualsiasi conforto di una presenza amorosa. Ha scavato abissi di vuoto e di separazione, ogni rapporto è diventato virtuale e quindi immaginario.

Il virus ci ha disumanizzato. Quanto tempo ci occorrerà per ridiventare umani? E poi, lo ridiventeremo?

     La prova generale del Silenzio, che qualcuno magari auspicava all’inizio, non c’è stata. L’improvviso silenzio delle nostre città, rigato tuttavia, come dallo stridore di un gesso su una lavagna, dalle sirene delle autoambulanze, non ha portato pace ai nostri cuori né alle nostre notti, assediate da sogni convulsi. Cosi come le persone sedute qua e là sui balconi di condomini, sempre vuoti negli anni fino ad allora, a riscaldarsi al tepore del sole, lontane e ignote una all’altra, impossibilitate e anche incapaci di farsi segno e gridarsi da lontano un saluto, abbozzare una conversazione, queste persone sedute su improvvisate sedie e poltroncine,  con il viso proteso ai raggi, sembravano  malate, e infatti erano malate nell’animo.

     Il silenzio che secondo alcuni avrebbe dovuto portare alla meditazione, alla scoperta e alla frequentazione di quel luogo per lo più nascosto e ignorato che si chiama “se stessi”, si è rivelato un clamoroso fallimento, risolvendosi in un frenetico conversare per ore al telefono per ore surriscaldando le linee, che cadevano in continuazione, oppure in un invio altrettanto frenetico di messaggini corredati da video musicali e parlati di ogni tipo e di mail, che facevano collassare le connessioni internet. Nessuno ha retto il Silenzio, e ha desiderato approfondirlo per cercare di capire che cosa potesse voler dire.

     Il ritorno alla natura è stato nei primi giorni di quarantena un must. Tutti si scambiavano tenere foto di uccellini , agnellini, caprioli e anatroccoli, che si riappropriavano degli spazi sottratti loro dall’Uomo. Finche con il passare dei giorni si è cominciato a trovare inquietante lo spettacolo di città vuote, con il loro inutile e desolato aspetto avveniristico e tecnologico, invase da improbabili animali selvaggi – iguane rinoceronti scimmie e coccodrilli: uno spettacolo insieme grottesco e terrificante che ci ha ricordato che la Natura é feroce e sempre in agguato per annientare l’uomo.

   Niente di buono dunque da questo virus?  Qualcosa di buono c’è, almeno secondo la mia percezione: forse ci siamo accorti, dovendone fare a meno, di quante cose inutili è infarcita la nostra vita, e di come, nella nostra attività frenetica di tutti i giorni non vediamo più le cose che ci circondano. Ed ecco che invece ritroviamo la meraviglia e l’attenzione per come sboccia una gemma nel vaso del nostro balcone, per il volo di un’ape  cittadina (ma dove sarà il suo alveare?), per il cielo notturno dove, sì, ci sono ancora le stelle! chi le aveva più viste, da tanto, tanto tempo fa?, per un profilo lontano di montagne che appare in lontananza, guardando da una finestra dell’ultimo piano, oltre i grattacieli, e ci viene un tuffo al cuore, ci si inumidiscono gli occhi: le montagne! come una promessa di innocenza, di salvezza, una presenza di Dio? E quella è la risposta che inconsapevolmente attendevamo: le montagne! Ci sono , non sono un miraggio, non ci ingannano: noi siamo chiusi casa , costretti a misurare avanti e indietro avari passi sull’impiantito fra il salotto e la cucina, ma loro sono là, in tutta la loro magnificenza, con le cime ancora spruzzate di neve!

 L’importante sarà ricordarsene quando, prima o poi, tutto questo sarà finito e la giostra, dapprima lentamente poi sempre più accelerando, riprenderà a girare.

*Donatella Bisutti è  nel comitato di redazione della rivista Poesia di  Crocetti per cui cura la rubrica Poesia Italiana nel Mondo.
Dirige la rivista “Poesia e Conioscenza”.

Santino Spartà
Guarito dalla epidemia

Vieni, Signore, in una di quelle comete,

dimenticate dagli astronomi,

dove non impazza il coronavirus.

Quando ritorneremo sulla terra,

mi nasconderò con Te in quella mimosa,

non più coinvolto dalla epidemia

e così ti abbraccerò per tutta la stagione

senza il sars-cover 2

e ti potrò baciare non più spalmato 

dalla pandemia,

da peccatore innamorato.

Ti stringerò talmente, 

da trasformarmi, purificato

da questo terribile contagio, 

in un solo essere con Te

e vivere in tua compagnia perenne,

definitivamente guarito dalla tua grazia 

dal COVID-19.

Silvana Cirillo*
A CASA DI ZA

Caro Tonino,
sono un po’stanca questa settimana in verità, ma parlare di Zavattini, come avevo preannunciato nel Diario n.8, e di cari amici conosciuti grazie a lui, mi fa da ricarica e allora eccomi qui a continuare nell’impresa…Impresa, mi farai osservare tu, non ti sembra un po’troppo? Be,’rapportato a questi tempi dolorosi, forse può sembrare  un termine improprio… E però, concedimelo, a modo suo, pure questa è un’ impresa! Ma sai quanto mondo si muoveva attorno a Zavattini? Quante figure di rilievo giravano nella sua casa? Quanti incontri, quanta fantasia e realtà, quante idee e progetti hanno visto crescere e ribollire quelle pareti, quello studio, quel salotto?  Tra giorno e notte. Ricordare  tutti quegli anni, sarebbe eccitante, ma troppo impegnativo, e poi travalicherei gli spazi previsti: solo qualche incontro e qualche aneddoto? Proviamo. Cesare era insonne; il giorno non gli bastava a  partorire e poi gestire tutte le idee e i progetti che gli bulinavano nella testa, e bussavano per essere lanciati in giro per il mondo… ( …e quanti gliene hanno rubati, tu non sai!). La notte si riduceva a poche ore di sonno, che si ritagliava tra letture, appunti sparsi ovunque, bozze di libri, soggetti, lettere, rapporti incontri condivisioni, eventi. Aggiungi che quando era ispirato si chiudeva nel suo studiolo di pochi metri quadri e dipingeva…E si imbrattava gioiosamente tutto. Dipingere era come fare l’amore, mi diceva, ci metteva dentro la passione e le mani…Gli ultimi anni, infatti, quando ormai non stava più bene ha dipinto pochissimo: poche pennellate scure su polistirolo ( amava sperimentare i più diversi materiali …), senza quasi tracce di colore al difuori di nero, grigio, bianco. Gli ultimi e unici tre pezzi di questo genere li regalò al giornalista Gaetano Afeltra, amico dai tempi di Milano, direttore del Giorno,*al regista Paolo Nuzzi, e a me. Tre cabine aguzze su un mare da immaginare, nel mio, tutto nero e poche linee bianche. Una sola breve strisciata di rosso a dire: ancora la vita scorre…Chi è abituato a vedere i suoi stupendi faccioni materici, o le cocomere rubizze e i  pretini  giovanili, fatica a riconoscerlo come suo, se non sa della oscurità che stava calando a quel tempo sulla sua mano e sulla sua memoria…e che quella pittura ne era testimone. Dunque, anche la pittura gli prendeva spesso molto  tempo, così che per incontrare gli amici e gli intellettuali con cui discutere o condividere progetti e proposte e  tra cui stanare talenti…( quanti ne ha battezzati, da De Sica ad Antonioni, a Citto Maselli…da Carlo Bernari a Enzo Biagi…), doveva convocarli tutti la sera nel suo salotto-studio di via Sant’Angela Merici 40. Quel salotto per decenni ha gareggiato coi caffè Rosati e Canova di piazza del Popolo o con la trattoria La penna d’oca di via dell’Oca, dove si radunavano intellettuali e artisti giunti a Roma da ogniddove. Ci si approdava, da Cesare, al vespro – mi hanno raccontato in tanti – e se ne ripartiva in piena notte. Cesare parlava, parlava per ore e li stendeva tutti: come tanti birilli cadevano addormentati, chi qua chi là, finché non crollava anche l’ultimo e allora la compagnia si svegliava e se ne tornava a casa. Ma quante iniziative, nel cinema soprattutto, e quante associazioni sono nate da quelle nottate!

L’8 MARZO E LA MIMOSA

Da lui incontrai proprio Teresa Mattei, nome di battaglia Chicchi, partigiana di ferro, di famiglia convintamente antifascista. Mi riconobbe ad un convegno dalla descrizione fattale da Za, mi venne vicino e disse: “tu devi essere  Silvana, ”. Allibii…. “ Cesare mi ha parlato di te e ti ha descritta così bene, che mi sembrava di conoscerti. Sono Teresa Mattei” Ancora ho netto il ricordo di questa donna, semplice, gentile, generosa: il suo spirito battagliero e appassionato, l’amore per i giovani, la dedizione alla causa della donna e dell’uguaglianza in ogni ambito, la modestia e il garbo, la stima e l’amore per Zavattini me la resero subito vicina e poi amica schietta, nonostante i suoi molti anni più di me e gli incontri rari, vivendo noi in due regioni diverse…Teresita, che aveva mostrato subito la tempra da combattente, facendosi addirittura espellere in seconda liceo da tutte le scuole italiane per aver contestato le leggi razziali (e  come ne andava ancora orgogliosa quando i rigurgiti antirazzisti rinascevano evidenti a cavallo del 2000! ), e organizzando a Firenze la prima manifestazione contro la guerra, ebbe un ruolo importante nell’uccisione di Giovanni Gentile, già suo prof. di Filosofia. Me lo raccontò solo  tanti anni dopo i nostri primi incontri, un giorno che mi telefonò e mi mise in guardia: “attenzione, il fascismo si annida ovunque, non ti fare ingannare, si accampa attraverso politici  non sospetti, televisione, strategie comunicative, modelli di vita insani : bisogna combatterlo! Sempre, con forza” E mi stupì, difendendo risoluta le sue azioni antifasciste estreme.. D’altro canto c’è da dire che  la lotta in fondo non la abbandonò mai e così fu che  molti anni dopo, nel 1996,  lanciò la raccolta di firme, “L’obbedienza non è più una virtù” per chiedere al Presidente Scalfaro un nuovo processo al criminale nazista Erich Priebke, responsabile della strage delle fosse Ardeatine, ma anche della morte di decine di resistenti nel carcere di via Tasso a Roma. Teresa funse anche da testimone come sorella di quel Gianfranco Mattei, che, orribilmente torturato 50 anni prima, si era  suicidato in carcere per non soccombere alle torture e denunciare i compagni. Basta con la guerra, sennò mi riviene in mente quella quotidiana, la nostra, contro il coronavirus e la stanchezza scade in depressione. Anzi,  ora ti racconto una cosa più piacevole: quando nel 1946, appena finita la guerra appunto,  si festeggiò l’8 marzo per la prima volta in maniera più o meno “ufficiale”, sai chi scelse la mimosa come simbolo della donna? Lei, Teresita, che insieme ad altre due amiche comuniste, la propose al posto della violetta, fiore costoso e di vita breve, ma che piaceva perfino a Luigi Longo. La mimosa, mi spiegò, era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette.  Le ricordava la lotta sulle montagne, aggiungeva, e  si poteva  raccogliere a mazzi gratuitamente.

E sai chi propose l’articolo 3 della Costituzione, sulla uguaglianza, quello che recita Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…?Sempre lei, la più giovane costituente, appena 25enne!

Teresa aveva chiesto a Zavattini di aiutarla a rialzarsi dopo una tragedia familiare che la stava devastando e Cesare la indusse a dedicarsi a progetti che esaltassero libertà creatività amore e etica della pace in  bambini e giovani…Teresa si fece promotrice della Treccia della Pace per i bimbi del mondo, promosse film fatti da bimbi perfino a Venezia, propose i bimbi di Sarajevo come premio Nobel per la pace…Su questa scia mi aveva coinvolta in  un  progetto su Za da realizzare insieme al figlio Arturo, noto direttore di fotografia, e  ad  Attilio Bertolucci, il giovane allievo che Za aveva lanciato alla poesia negli anni ‘30 ed era suo caro amico; la cosa non si concluse, non ricordo perché, e mi spiacque perché si attagliava bene al nostro Za! Il titolo era Zavattini, bambino permanente ( il titolo, inutile dirlo, si rifaceva ai saggi di Hillmann sul Puer aeternus, che in quegli anni occupavano molti dei miei studi…)

REMIGIO, IL PAZZERELLO DI PIAZZA BARBERINI

Mi stai obiettando che invece che di Za ho parlato di Teresa: vero, ma ho reso merito ad una gran donna. E ad una preziosa amica. Anche a Za resi più volte merito, organizzando su di lui e le sue tante arti, più di un convegno, con mostra di quadri inediti, rassegne dei suoi film alla Sala Sordi, con messa in scena di suoi testi all’Ambra Iovinelli e con uno spettacolo a più voci al Teatro Argentina. Era il centenario della nascita. Non ricordo più quanti attori registi scrittori salirono sul palcoscenico a ricordare lo scrittore, lo  sceneggiatore, il maestro del neorealismo, il talent scout…Se ci fosse stato avrebbe detto “ E’ troppo, è troppo…”. Certo che il giorno dopo alcuni quotidiani ne parlarono, ma sai su cosa si soffermarono ? Soprattutto sull’apertura della serata,  sulla  figura monologante, cioè, che nei panni di un povero matto in bicicletta( I poveri sono matti, lo hai letto?, fu il suo splendido secondo libro, che fece impazzire perfino gli psicanalisti del tempo!) recitava un monologo mezzo autentico e mezzo inventato e  somigliava perfettamente a Remigio, il pazzerello di piazza Barberini che si sentiva radio e girava con le antenne sulla testa.. Ma quella non era una imitazione, come scrisse qualche cronista incredulo: in palcoscenico e sulla  bicicletta c’era Remigio in carne ed ossa, su cui avevamo scommesso fiduciosi: chi meglio di lui avrebbe potuto rappresentare quel mondo fra il surreale e il realistico di poveri  baraccati, di operai, di matti? Ci è voluto poco a persuaderlo: si è fatto dare in anticipo il suo gruzzoletto, poi non ha saltato una prova, ha imparato a memoria il copione, ci ha aggiunto di suo perché era entrato nel personaggio, e perché sentiva vicino lo spirito di  Zavattini. Remigio era colto.

Gli concessi per tutto il periodo di chiamarmi Claudia, come la Cardinale: l’aveva incontrata ed era la sua attrice preferita!

Anche Benigni incontravo spesso da Za. Io uscivo e lui entrava: studiavano insieme il copione de La Veritàaaa: Il matto, in camicia di forza sarebbe stato Benigni, il Papa era il destinatario del monologo…Quando poi uscì il film Il Pap’occhio, di Arbore ( 1980)con  Benigni e molti altri attori,  sebbene assai diverso, Zavattini la prese male e decise di fare lui per la prima volta, non solo il regista, ma anche l’attore.

*Afeltra, di origini amalfitane, viveva a Milano; sposatissimo, preferiva starsene al Principe di Savoia, aveva uno splendido ufficio pieno di corrispondenza al Palazzo dei giornali, ma poi passava gran tempo nella casa di viale Manzoni tappezzata di quadri di Dino Buzzati, di cui era stato mentore  e soprattutto amico per la vita. Il cane che visto Dio lo vidi per la prima volta proprio a casa sua, con una emozione indicibile: la mia tesi di laurea e il primo libricino erano proprio sulla sua narrativa. Gaetano scendeva a Roma spesso al Grand Hotel di v. Veneto e ci si vedeva quasi sempre per una oretta. Chiacchiere e progetti!  Za era morto ormai da diversi anni. Così pensammo al libro per Licei e Università, Dal giornalismo alla letteratura, quando ancora non era stato inaugurato il tema di maturità sull’articolo di giornale e per “Il Paginone” di Radio1 a delle bellissime trasmissioni sulle Grandi firme del giornalismo italiano.

* Silvana Cirillo è docente di Letteratura italiana contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma, Dipartimento di Lettere e Culture moderne.

Su Rencong  (dalla Cina)
The Anti-coronavirus Diary

1.

Door closed for one day, snow covered the empty mountain.

The virus at first was king of cities, now

it rules the world—countryside

as evil emperor. The seventh day

of the war—the streets are deserted.

2.

We sit around the fire, reading The Public Notice

for our illiterate grandma, and teach her how to wear a mask,

make her porridge and read the news,

analyze the rising numbers…

Wrenching numbers. It’s sleeting.

3.

The fourth day after the Spring Festival, old man Xu begins  
                      selling paper at the garbage collection station,

He wears a smeared white mask,

picked up from somewhere else. His ninety-year-old father,

sitting in a dark room, knows nothing about the changing
                        world.

4.

The committee loudspeakers broadcast from morning
                        to evening.

Old man Xu, who could not understand mandarin, repeats asking me, “Where are people dying again?”

5.

We didn’t visit our grandpa. Since last year, he sat in the dust,

foreseeing his life in the next three years. His TV

changed the subject – his sight and hearing.

The first black flower blooms in his world, by the river,

in the mountains, the wasteland he reclaimed returns

                        to desolation.

6.

Quarantining at home, for the first time I look at it carefully.

Grey-haired dad, his teeth has fallen out.

Mom’s leg ailment. The amulet hangs over the bed.

For the first time, I listen to her sing folk songs carefully.

7.

The ninth day. It snows once again. Fathers go back

to hometown, to avoid the cold, to avoid the virus,

to clean up the wild grass on ancestral graves, to take
                        care of the roses

planted years ago, to take care of sparrows and owls.

8.

I want to go to the sea. The train are shut down.

9.

I want to go to the frontline to fight against virus. I am
                        not a doctor,

Just nobody, in fear of death, breathing discreetly
                        behind the mask.

10.

Now, our world is white and gloomy

“Holy sky full of music”

Another day, door is still closed.

Franco Ferrini
MISERY NON DEVE MORIRE

Silver Creek (Colorado), marzo 2020. Paul Sheldon, scrittore di romanzi rosa di successo, deve lasciare l’albergo, in cui ha appena finito di scrivere la sua nuova opera, perché chiude. C’è il coronavirus. Forse se l’è beccato anche lui. Ha la febbre, stanchezza, tosse secca. Ciò nonostante –che ci sta a fare in quel posto sperduto tra le montagne?-  decide di tornare alla sua New York lo stesso –in macchina. Ma non va molto lontano. La febbre e la tosse aumentano. Gli manca il fiato. Nevica forte per di più. Esce di strada e cade in un dirupo sbattendo la testa. Schermata nera di cinque secondi.

Si risveglia, trafitto dal dolore, steso su un letto, con tutte e due le gambe spezzate, in casa della donna –robusta, taglia forte- che lo ha trovato svenuto e lo ha portato sino lì –una fattoria sperduta in cui vive sola. Paul vorrebbe andare in ospedale, ma la sua salvatrice, Annie Wilkes, gli dice –risoluta- che non c’è bisogno dato che faceva l’infermiera. Ci penserà lei a curarlo e ad accudirlo. Perché è il suo idolo e lei la sua “fan numero uno”. Avida lettrice dei suoi romanzi, ne possiede l’intera collezione, di cui è protagonista Misery Chastain, romantica eroina nell’Inghilterra del 1600. Annie ha persino una scrofa che ha chiamato Misery. Paul, immobilizzato com’è, non può far altro che acconsentire. Soltanto, le chiede di chiamare la sua agente per avvertirla dell’incidente.

“Certo. Provvedo subito”.

“Ma… il mio manoscritto che fine ha fatto? Era in macchina…”

“Tranquillo, Paul, ho salvato anche quello. E non vedo l’ora di leggerlo… in anteprima mondiale. Che fortuna!”

Nei giorni seguenti, come promesso, Annie lo cura e lo accudisce. Gli svuota la padella e il pappagallo. Perché lui non le trasmetta il coronavirus –ormai dichiarato- indossa una mascherina chirurgica e dei sacchi di plastica tenuti insieme con lo scotch –proprio come nelle RSA e negli ospedali nei primi giorni della pandemia in Lombardia.

New York. Marcia, l’agente di Paul, priva di sue notizie,  chiama lo sceriffo di Silver Creek e ne denuncia la scomparsa. Lo sceriffo –anziano, baffoni bianchi, cappello da cowboy- le promette di fare ricerche.

Annie finisce di leggere il nuovo romanzo di Paul, in cui c’è la Grande Peste di Londra e Misery si prodiga come infermiera per salvare vite umane, ma contrae il morbo e alla fine muore. Apriti cielo! Annie non può accettare che la sua adorata eroina muoia e se la prende con Paul, fuori dai gangheri. Come ha potuto? Lui le spiega che voleva farla finita con Misery per scrivere qualcosa di più serio. Vuole diventare uno scrittore vero -mainstream. Annie non sente ragioni. Getta il manoscritto nel fuoco del camino e- SPLUT!- gli sputa. Poi, calmatasi, gli dice che c’è rimedio:  dovrebbe cambiare il finale, o riscrivere tutto. L’importante è che Misery non muoia, così la saga può continuare. Ma Paul non ne ha nessuna voglia. E’ sfibrato dal virus, imbottito di farmaci. Anche volendo, non ne avrebbe la forza. Annie allora gli getta la verità in faccia: non ha chiamato la sua agente. Affatto. Non lo sa nessuno che lui si trova in casa sua. Paul si rende conto che è pazza e di essere suo prigioniero. Lei gliene dà ulteriore dimostrazione brandendo un coltellaccio: se non si mette subito a scrivere, gli amputerà due dita. OK. Paul acconsente –tanto per prendere tempo. Poi si vedrà. Annie va a Silver Creek a comprargli la carta e riesuma una vecchia macchina per scrivere, mancante della lettera d. Paul comincia a battere sui tasti:

MISERY RETURN by  Paul Shel on

Nei giorni seguenti, scrive furiosamente, a letto. Per facilitargli il compito, Annie ritorna in paese e gli compra una sedia a rotelle, così può scrivere seduto al tavolo. Mentre la carica in macchina, fuori dal negozio di sanitari –uno dei pochi aperti- passa lo sceriffo e lei lo saluta esibendo la sua facciata migliore –diurna-, affabile e sorridente…

Lo sceriffo va a controllare l’emergenza sanitaria girando in macchina –di servizio- e in fondo a un dirupo ne scorge un’altra mezza sepolta dalla neve. Si ferma e la ispeziona: è intestata a Paul Sheldon.

In ufficio, lo sceriffo ne parla con sua moglie, che gli fa da assistente, dicendo che Paul Sheldon dopo l’incidente deve essere andato in cerca di soccorsi ed è morto assiderato o in bocca a un grizzly. La moglie dice che ha letto avidamente tutti i suoi romanzi e che ha visto una sua intervista alla tv in cui diceva che “quando finisce un romanzo compie un rito: si concede un’unica sigaretta e brinda a champagne, Dom Pérignon”.


Sulla sedia a rotelle, Paul ha maggiore libertà di manovra e ne approfitta -quando Annie va nella stalla a dar da mangiare a Misery o in paese per fare provviste- cercando una via di fuga. Niente da fare. Ogni volta la sua carceriera sbarra porte e finestre con i catenacci –il lockdown perfetto. Ma almeno su un punto lui riesce a fregarla: invece di inghiottire le pasticche antidolorifiche le nasconde sotto il materasso…


Letti i primi capitoli del nuovo libro, trovandoli soddisfacenti,  Annie lo premia preparando una cena coi fiocchi durante la quale si lascia andare e gli dice: “Ti amo”. Paul le dà corda e le versa di nascosto la polverina soporifera ricavata dagli antidolorifici nel bicchiere del vino. Purtroppo, Annie lo rovescia per sbaglio sulla tovaglia e il piano salta. Paul si rifà trafugando un coltello, ma lei lo scopre e lo punisce spezzandogli entrambe le caviglie con un mazzuolo. Quindi lo seda per il dolore immane e quando si risveglia lo inchioda alla macchina da scrivere. Paul è Shahrazad, la protagonista delle “Mille e una notte”. O racconti una storia o muori.

Annie esce di nuovo, lasciandolo solo. Girando per casa come una mosca dalle ali spezzate sotto il bicchiere, Paul trova un album pieno di ritagli di giornale da cui risulta che Annie ha un passato di serial killer! Nel reparto maternità dell’ospedale in cui faceva l’infermiera, in un altro stato, morirono undici bambini in circostanze misteriose. Molti indizi portavano a lei –l’Angelo della Morte- ma al processo venne assolta per insufficienza di prove. Annie sta rientrando. Paul rimette l’album al suo posto. Lei gli annuncia la decisione presa: vuole suicidarsi. Ma prima lo ucciderà. Sarà un omicidio-suicidio, come in certe grandi storie d’amore. Paul accetta. Soltanto, le chiede la grazia, la supplica, di lasciargli finire il libro. Perché privarne i lettori, la posterità? Mancano solo poche pagine. Solleticata nel suo punto debole, Annie si lascia convincere e va addirittura a comprargli –al supermercato- le sigarette e la bottiglia di Dom Pérignon per festeggiare il nuovo Misery.

Lo sceriffo va a controllare l’emergenza sanitaria nello stesso  supermercato e sente un commesso che dice a un collega:

“Lo champagne è finito, bisogna ordinarlo. L’ultima bottiglia di Dom Pérignon l’ha comprata Annie Wilkes”.

Lo sceriffo salta su. Una buzzurra come Annie Wilkes che compra Dom Pérignon? Si rammenta le parole di sua moglie a proposito del rituale di Paul Sheldon. E di aver visto Annie Wilkes caricare in macchina una sedia a rotelle. Per chi? Vive sola –scrofa a parte. Insospettito, monta in macchina e va a farle una visitina. Annie lo vede arrivare dalla finestra. Che ci fa qui lo sceriffo? Allarmata, addormenta Paul all’istante con un’iniezione di sedativo e va ad aprirgli, in vestaglia pesante.

“Sceriffo, non entri. Stia lontano, sono in quarantena, ho il Covid-19” lei mente, facendo un po’ di scena da malata.

“Perché non va in ospedale?”

“Sono infermiera diplomata. Mi curo da sola”.

“Come? Col Dom Pérignon? Dov’è Paul Sheldon?”

Annie tira fuori da sotto la vestaglia un fucile e CRACK! CRACK! lo fa secco. Chiude tutto, carica il cadavere sulla macchina dello sceriffo, si mimetizza con il suo cappello e parte portandola via da lì per poi farla cadere in un burrone.

Nel frattempo Paul riacquista conoscenza e s’impossessa di una tanichetta di liquido infiammabile per il barbecue, che tiene nascosta fino alla fine del libro –felice stavolta: Misery sopravvive. A questo punto, compie il solito rito, che stavolta coincide con l’addio alla vita, come concordato, prima che Annie gli dia la morte –col fucile. E poi toccherà a lei. E’ tutto pronto. Paul si mette la sigaretta tra le labbra, accende il fiammifero, estrae la tanichetta, spruzza il carburante sul manoscritto e gli dà fuoco. Annie, come lui prevedeva, si getta sulle pagine in fiamme per salvarle e lui le fracassa la bottiglia di Dom Pérignon in testa. Annie crolla giù, trascinandolo nella caduta. Lotta selvaggia. Lei gli spara, mancandolo. Lui le sbatte la macchina da scrivere in testa. Uccidendola.

La tragica odissea di una celebrità come Paul Sheldon rimbalza nei media, e gli animalisti si preoccupano del destino di Misery, la scrofa rimasta sola e abbandonata. I complottasti invece chiedono che venga abbattuta, accusandola di essere il trasmettitore iniziale del Covid-19, sulla falsariga del film profetico “Contagion” di Steven Soderbergh in cui a infettare il paziente zero (Gwyneth Paltrow), a Hong Kong, è un suino. Gli animalisti si manifestano, di contro, con i cartelli MISERY NON DEVE MORIRE!

New York. Al ristorante con la sua agente –e le stampelle- Paul le confida che non si rimetterà mai mentalmente dalle sevizie di quella pazza. Se la sogna la notte e… dicendolo, mette a fuoco la rivista New York Times Magazine lì da una parte. In copertina c’è Annie Wilkes vestita da infermiera!

Paul si passa la mano sugli occhi. La copertina ritorna normale. C’è la nostra Monica Falocchi, la caposala bresciana (dato reale), fulgido esempio di coraggio e altruismo, con la cuffia in testa e la mascherina bianca sollevata sulla fronte.

Luciana Vasile
Un buon rapporto

RAPPORTO : ogni forma di relazione esistente fra due o più persone, gruppi, istituzioni, organizzazioni, Stati. (definizione dal Dizionario)

In questo mondo di lotta conosciamo bene il cattivo rapporto dell’uno contro l’altro.

Molte volte mi sono invece chiesta: dove e quando esiste un buon rapporto?

Considero importante rispondere a questa domanda. Ho voglia di  capire. La conoscenza apre nuovi mondi. Anni che ci rifletto. Lo faccio oggi più che mai partendo dai legami stretti nella vita privata dove, causa Covid-19, si è forzati a condividere H24 spazi al chiuso di pochi metri quadrati. Altro che focolare domestico, gabbia dorata rifugio dal mondo avverso! Proprio fra quelle quattro mura del Mulino Bianco sembra si stia consumando la resa dei conti di relazioni problematiche, ora portate all’esasperazione. Sono anche aumentati i femminicidi. Fra genitori e figli si acuiscono i conflitti.

Per non parlare di ciò che succede nel mondo sociale, politico, economico,  nel rapporto fra i Paesi all’interno della Comunità Europea, di interi continenti fra loro.

Prendendo in considerazione le singole persone, una relazione può assumere diversi significati a seconda con chi la s’intrattiene. Oltre a quelli familiari esistono  rapporti di amicizia, di lavoro, sentimentali. Quelli che creiamo con gli altri rimarranno con noi per sempre, perciò è molto importante che siano solidi, duraturi e positivi.

Allora normalmente cosa si può dire? Ho un buon rapporto con qualcuno quando ci vogliamo bene, quando andiamo d’accordo, quando c’è reciproca sincerità fiducia rispetto, quando affrontiamo insieme gioie e sofferenze, etc. etc. Non mi accontento, troppe troppe parole.

Ci deve essere una definizione, una sintesi che contenga tutto ciò e anche di più.

Non c’è dubbio che  ciascuno di noi possieda pregi e non sia immune da difetti, senza distinzioni o discriminazioni. In questa parità potrei azzardare una definizione e affermare che:

Si ha un buon rapporto dove e quando ciascuno tira fuori il meglio di sé.

Perché, in fin dei conti,  nessuno si piace quando prova rabbia ostilità  invidia gelosia … 

sentimenti negativi.

Gratifica  invece nutrire affetto comprensione disponibilità solidarietà …

sentimenti positivi.

E allora come posso stabilire un buon rapporto con il coronavirus, in modo da non soffrire troppo? Accettando la sua presenza, senza prendermela, nella consapevolezza che con Lui dovrò convivere per diverso tempo. A poco a poco anche Lui si sentirà soddisfatto dell’accoglienza, avrà sviluppato il meglio di se stesso e, liquefatto da quel calore, se ne andrà felice. 

Antonio Filippetti
Il sogno per il dopo coronavirus

E  più che logico chiedersi  come sarà l’esistenza di noi tutti dopo che avremo vinto la battaglia contro il coronavirus.  Due sono   i sentimenti  che al momento sembrano prevalere   per il dopo. Da una parte  riscontriamo il desiderio di voler  tornare alla normalità e dall’altra fa capolino la sensazione che nulla sarà più come prima.   Queste due aspirazioni/certezze inducono a qualche riflessione. Tornare alla normalità, l’auspicio  prepotente  di gente e popoli diversi, presuppone  il poter riprendere la propria esistenza come al tempo  pre-covid,  vivere cioè  la propria vita ripristinando regole, atteggiamenti, contatti, funzioni esattamente come facevamo prima di essere colpiti dall’epidemia. Si tratta  di  un desiderio ovviamente legittimo che si riscontra nell’umanità ogni volta che è stata colpita da un evento eccezionale e tragico. Ma  nel caso specifico cosa significa in realtà? E in specie per quanto riguarda il nostro paese? La normalità ante coronavirus vuol dire vivere  in una società dominata dall’egoismo  e dalla disuguaglianza,  che ignora il merito e le qualità dei singoli; essere confinati in città invase da  veleni e  costretti a svolgere lavori in fabbriche tossiche; essere governati  da una classe dirigente  ignorante  e  presuntuosa, da istituzioni burocratizzate e incapaci di  svolgere anche pratiche elementari; essere in balìa di gruppi malavitosi senza scrupolo, con i giovani costretti, nel migliore dei casi, ad un precariato senza fine, e con una popolazione che decresce  costantemente anche senza l’epidemia per l’evidente impossibilità di creare nuove famiglie. Se davvero questa deve essere l’auspicata normalità c’è da dubitare  che questa sia anche una prospettiva   da  desiderare ardentemente.

 Certo vivere è meglio che  morire ma l’occasione della pandemia dovrebbe anche aprire spiragli diversi, suggerire nuovi orizzonti. Gli orizzonti che possono nascere proprio quando si sostiene (o soltanto si auspica) che nulla sarà più come prima. Ma qui forse s’innesca  la  suggestione  più caratterizzante, proprio perché, se tutto deve cambiare, sono proprie le “prerogative” prima richiamate a dover sparire, cedere il passo ad un nuovo “destino”.

 Ovviamente si sogna sempre in grande, ma in questo caso  si potrebbe anche auspicare una “piccola” rivoluzione civile:  smettere di raccontare frottole socio-politiche ed avere il coraggio di dire la verità anche  mostrando, quando occorre, i propri limiti; abbandonare i  teatrini televisivi dove  immarcescibili truppe perennemente assoldate  dai soliti “tycoon” se  la suonano e cantano come si fa al bar dello sport. Vorremmo vedere cioè e sentire anche gli “altri” che sono davvero tanti e che hanno storia e storie da raccontare; vorremmo che i giovani tornassero  ad animare una scuola di vita vera, dove la cultura la faccia finalmente  da padrona al di là di  sterili, usuali  proclami  e slogan privi di fondamento;  ameremmo veder  proteggere davvero le fasce più deboli  e bisognose con spirito solidale e non dover più leggere  lettere d’addio  alla vita come quella dell’avvocato “sepolto” nella RSA dove “gli addetti nemmeno ti salutano”; essere destinatari  di  una giustizia  equa per tutti; vivere in una democrazia non “imposta” dai decreti di urgenza ma fondata  sul primato legislativo del parlamento. E’ questo forse un sogno irrealizzabile ma può (deve)  anche rappresentare   la sfida più affascinante. In un romanzo che  è stato richiamato più volte nei giorni dell’epidemia, il capolavoro di Albert Camus, La peste, il protagonista ci lancia  un monito da cui dovremmo trarre  conforto e saggezza: “Mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazioni per l’eroismo e la santità. Essere un uomo, questo mi interessa”.

Guido Barlozzetti
Un carattere chiuso

C’era nato con un carattere chiuso. Neanche al momento della prima uscita aveva emesso qualcosa, non un vagito, non un rumore che dicesse almeno della sorpresa o della rabbia per essere uscito dal calore materno, e neanche  un guaito, niente. L’avevano chiamato Orso Maria e qui le versioni sono diverse, chi parla dell’ammirazione naturalistica del padre per il grizzly, chi della devozione della madre, chi sottolinea il compromesso che ne derivò.

Pare certo che i genitori avessero percepito da subito l’indole scontrosa del neonato e che cercassero in ogni modo di divagarlo e incuriosirlo, senza apprezzabili risultati.

Orso Maria crebbe e consolidò la sua chiusura. Come tutti aveva a disposizione il dizionario della lingua, non dico che dovesse avere la facondia e i ghiribizzi lessicali di un poeta secentesco o di uno di quegli charletans che vendevano l’elisir di lunga vita, però, fosse stato per lui, sarebbe rimasto sullo scaffale, solo mezze frasi, mugugni o un borbottìo, tutti significativi di un’insoddisfazione e di un fastidio congenito.

A un certo punto, i genitori si preoccuparono seriamente e lo mandarono da un analista.

Ne uscì una situazione paradossale. L’analista, seduto alle spalle del divano, invisibile, non parlava, come da regola del mestiere che prevede sia il paziente a lasciarsi andare al discorso, il più fluente e libero possibile.

Orso, secondo natura,  si guardò bene dall’aprire bocca, per cui passò la prima seduta, d’accordo era la prima, doveva abituarsi, passò la seconda, è ancora intimidito, alla terza l’analista si alzò dalla postazione, gli andò di fianco e senza proferire parola gli indicò la porta. Orso Maria uscì, indifferente come era sempre stato.

Quando uno ha un carattere chiuso come il suo è un’impresa condannata al fallimento tentare di aprirlo. Il mutismo che appare  introverso e sprezzante deprime qualunque voglia di avvicinarsi e cercare di aprire una breccia.

In che modo vivesse questa chiusura non è dato sapere anche perché si guardò bene dal raccontarlo. Sarebbe affascinante assumere il suo punto di vista e scoprire come fosse il mondo visto da chi aveva escluso dalla sua vita la comunicazione con gli altri. Certe barriere non si possono oltrepassare nemmeno con l’immaginazione.

Provò un padre predicatore abile con le anime e nascosto dietro la grata bisunta di un confessionale. Gli chiese di aprirsi alla voce del Signore, che in quel caso era la sua, fece leva sull’affetto dei genitori per smuovere un sentimento di riconoscenza. Orso non si aprì, neanche quando  il confessore cercò di scuoterlo con il nome che gli aveva dato la madre. Neppure con Maria gli venne voglia di raccontare di sé. Deluso e anche un poco seccato per l’insuccesso, il padre predicatore lo lasciò con tre ave tre pater e tre gloria e che Il signore sia con te..

Fu, poi, la volta di un commissario di polizia, un antico compagno di scuola del padre, particolarmente a suo agio negli interrogatori, bravo a far rilassare l’interrogato e a prenderlo in contropiede, con la pazienza di chi sapeva aspettare e non trasmetteva ansia.

Anche lui dopo reiterati tentativi dovette constatare che la cittadella restava inespugnabile. La pazienza la perse e passò dalle parole ai fatti, anzi alle botte, al punto che dovettero levarglielo dalle mani, che Orso si chiuse ancora di più e che l’amicizia con il padre finì lì.

Da ultimo, fu chiamato un allenatore di tartarughe, mestiere di cui pochissimi conoscevano e conoscono l’arte. Non deve stupire, la tartaruga è solita rinserrarsi all’interno del carapace ed è assai difficile convincerla a tirare fuori la testa.  L’allenatore, nel tempo, aveva elaborato una tecnica che gli permetteva di aggirare quella naturale ritrosia, in particolare un codice che sosteneva gli permettesse di entrare in contatto, se non di dialogare. Rumori minimali fatti con la bocca, sospesi tra il sussurro e il pernacchio, che a sentirli dall’esterno avrebbero fatto sorridere e invece, con tanto di testimoni, penetravano nel cuore della tartaruga e ne scioglievano la diffidenza.

Ebbene, neanche l’Uomo delle Testuggini riuscì ad aprire il carattere chiuso di Orso Maria.

E’ assai probabile che, nel frattempo, di fronte a tanta e così varia insistenza, lui si sia chiesto perché mai avrebbe dovuto aprire quel carattere che veniva tacciato di essere chiuso e sigillato. Per lui non era né chiuso né aperto, era il suo carattere.

La sua ostinazione è una risposta ed è altrettanto probabile che una buona parte in quella chiusura l’avesse l’uscita all’aria aperta nel momento in cui era stato espulso dalla madre. Vogliamo dire un trauma che, se avesse potuto, avrebbe subito risolto con una precipitosa marcia indietro.

Vecchie storie che a qualcuno avevano ricordato certe vicende di un tebano dai piedi gonfi a cui l’oracolo aveva predetto che avrebbe ucciso il padre e si sarebbe giaciuto con la madre.

In ogni caso, sappiamo come la sua storia andò a finire.

Terribile fu ciò che accade al padre. La sua ammirazione per il grizzly era pari se non addirittura superiore a quella del presidente Teddy Roosevelt che in quella creatura vedeva l’essenza del carattere americano. Per cui si comprende il desiderio di incontrarlo e di guardarlo negli occhi, convinto che in quel momento gli si sarebbe svelato il segreto profondo della vita. C’è chi lo cerca in un cane, chi in un gatto, chi in un orso grizzly.

Così, andò sulle Montagne Rocciose dove attese che si manifestasse.

Purtroppo per lui, il grizzly, un esemplare di grandezza spropositata,  non aveva  infatuazioni esoteriche. Gli agenti federali ricostruirono che era appena uscito dal letargo, quando si vide davanti quell’estraneo nel suo territorio gli corse incontro, gli orsi nonostante la mole sono particolarmente veloci,  e il padre lo prese come una dimostrazione di affettuoso riconoscimento. Era al colmo della felicità per questo, ma non fece neanche in tempo a guardarlo negli occhi.

La moglie che poi era la madre di Orso Maria di questa storia del grizzly ne aveva avuto fin sopra i capelli e si addolorò senza esagerare.

Dopo di che si dedicò ancor più a quel figlio dal carattere chiuso. Lo aiutò ad aprire un motel, una strana palazzina goticheggiante in cima a una collinetta, nella quale andò a vivere con lui.

Orso accoglieva alla reception e più di un cliente ebbe a notarne le parole che raramente superavano i monosillabi, un sorriso a mezzaluna  e gli occhi che si perdevano nel nero. Neanche quel minimo di conversazione con cui si accoglie un cliente e un concierge cerca di farlo sentire a suo agio.

A parte questo, tutti erano concordi sul fatto che fosse un tipo tranquillo, solerte e gentile. Si ricordavano solo di una stranezza, sentivano la voce di una donna che lo riprendeva aspramente, come fa una madre  con un bambino quando ne ha combinata qualcuna, e colpiva il silenzio di lui che non accennava a una reazione e neanche a un tentativo di difesa. Mah..

Le cronache di quel periodo riportano  che nella zona, a distanza di qualche mese l’una dall’altra, scomparvero alcune donne. Sparite nel nulla, senza lasciare traccia.

Fu interrogato anche il titolare di un motel, senza insistere più che tanto, nel paese tutti sapevano che era un tipo introverso che si faceva gli affari suoi. Uno col carattere chiuso.

Pronto?

La solitudine claustrale può diventare un incubo oppure, negli spiriti più aperti e attraversati da una pulsione alla conoscenza di se stessi, un’irripetibile occasione di meditazione e filosofica applicazione.

Apparteneva a quest’ultima specie Tommaso Anselmo, che – per evitare  equivoci  – di nome faceva Tommaso e di cognome Anselmo.

Quando seppe che per settimane, forse mesi, la sua vita si sarebbe svolta fra le quattro mura della casa, che in verità erano di più considerando i tramezzi interni tra una stanza e l’altra, gonfiò i polmoni e fu tanta l’aria che li riempì quanto il piacere che pregustò di avere tutto quel tempo per concentrarsi in se stesso in una condizione mai esperita, una sorta di reclusione domestica a tempo pieno in cui la mente avrebbe avuto il tempo per scandagliare circonvoluzione per circonvoluzione, sinapsi per sinapsi e così via da un neurone all’altro.

Si rifornì di quanto ritenne potesse assicurare la riproduzione materiale della vita con il minimo intervento dalle parti della cucina, che per lui era un ambiente familiare come il deserto del Sahara per un’eschimese o il pack per un Touareg.

Doveva ridurre al minimo pause e interferenze. E per questo avrebbe dovuto chiudere le porte e le finestre, come le monadi di certi filosofi, e anche il telefonino, in modo da evitare disturbi e intromissioni.

Semplice no? No, non era affatto semplice perché Tommaso Anselmo si trovava in un regime di libertà che si dice vigilata perché qualcuno ti controlla. Il che non deve far pensare a un soggetto con la propensione  a delinquere e a macchiarsi di reati gravi contro le cose e i suoi simili. La vita è imprevedibile.

Tutti lo conoscevano come un individuo mansueto e a suo agio nel consorzio umano.  Era finito davanti a un giudice inflessibile accusato di falsa testimonianza e resistenza a pubblico ufficiale: per un orgoglio reso ancora più puntiglioso dall’insofferenza per l’autorità, si era rifiutato di declinare le proprie generalità a una pattuglia di Carabinieri poco inclini all’ironia e forse anche alla maieutica,  e alla fine aveva detto di chiamarsi Socrate, nato ad Atene tra il 470/469 avanti Cristo e ivi residente.., cosa che aveva ripetuto pari pari al giudice che, già maldisposto del suo nei confronti del genere umano, gli aveva propinato il massimo della pena con la consolazione di poterla scontare ai domiciliari. Un obbligo che si aggiungeva a un obbligo. Restasse in casa e che si facesse trovare, a qualunque ora e sul telefonino.

Il giudice non avrebbe mai pensato che la condanna per Tommaso Anselmo fosse la condizione per raggiungere la libertà attraverso un esperimento che nessuno prima di lui aveva mai tentato. Si mise nella posizione della meditazione, almeno di quella che nel tempo dopo svariate prove aveva concluso fosse la più favorevole,  piegato in due, in tre non era possibile, in modo che il sangue affluisse alla testa e ne potenziasse tutte le facoltà.

Astrarre doveva, dalla contingenza, dalla cucina, dal soggiorno e anche dal bagno, dal giudice malevolo che prima o poi un morbo rognoso e tignoso l’avrebbe beccato, dalla libertà vigilata e dai vigilanti. Sospendere l’assenso, il suo vecchio prof di  filosofia Edmondo, a tutte quelle parvenze di realtà, la casa, la strada, la gente, le chiacchiere di tutti i giorni.., perché la realtà stava prima e non sarebbe stato un esercizio semplice raggiungerla. Doveva liberare la cipolla della testa, strato dopo stato, fino a quando nulla sarebbe rimasto e si sarebbe manifestato il fondo, la carta fotografica non ancora impressionata, il pensiero nudo e puro… che però era ancora era parecchio lontano dall’essere nudo e puro quando il telefonino suonò.

Bisogna subito ricordare che Tommaso Anselmo aveva amici che si occupavano delle cose più diverse, tutti che lo avevano eletto a confidente/confessore, un ruolo che lui si era ritrovato addosso, subito per inerzia e devozione amicale.

Per esempio, Totonno Melanzo che continuava a chiamarlo, come in quel momento, per perorare la causa di una rivoluzione del food, secondo il gergo internazionale che lui ci aveva messo il tempo che ci voleva per capire che si trattava di cibo. Ogni volta gli faceva una lezione di marketing, e dai!,  che lui  ascoltava, perché quello era il ruolo in cui Totonno lo relegava, ascoltare e ogni tanto confermare.

Che lui avesse capito non era affatto sicuro, un avvenire in cui la gente avrebbe ricevuto a casa box con gli ingredienti di base per creare piatti di qualità che neanche Robuchon e Guy Savoy, tali da schiantare anche la più agguerrita giuria di quei reality in cui chef agguerriti e sadici cucinavano i concorrenti. Totonno era implacabile, il food, l’odore del tartufo al posto del tartufo, destrutturare il raviolo, il neoburger.., lui non capiva niente e intanto la meditazione gli svaniva nel forno a microonde.

Riaversi non era stato facile, l’epoché, quella sospensione decisiva per riprendere il filo a ritroso del pensiero, non si raggiungeva a comando ed era difficile liberarsi dall’estratto del sugo e dal box in cui Totonno avrebbe voluto recapitare a domicilio gli ingredienti.

Riassunse la postura e ricominciò in quell’opera ardua e fragile, ancor più dell’equilibrista che cammina sul filo e dell’artificiere che maneggia un detonatore, in cui era necessaria una concentrazione a rovescio, ossia svuotare, mollare ogni ormeggio, persino a un certo punto sollevare i piedi da terra, che sarebbe stato il segno dell’avvenuta lievitazione del pensiero, con Tommaso Anselmo svolazzante sul tetto, a dispetto dei vigilanti, come una creatura di Chagall.

Ed era lì, oscillante su quel bordo, quando il jingle del telefonino crudele come la katana di un samurai lo ricondusse ancora una volta alla realtà.

Tommaso amava la poesia, che non era poi un esercizio così lontano da quello che tentava di condurre lui. Ma la versione apocalittica che stava per rovesciargli addosso Tanato Nihilo, un poeta stabilmente piazzato sul day after, aveva il potere di scatenare tutti i peggiori e imprevedibili riflessi somatici della depressione che lo prendeva mentre il vate menagramo parlava di temperature da altoforno, nuvole di virus inarrestabili, mari sempre più su, speranze sempre più giu..

Tanato tuonava allo stesso modo di un padre predicatore issato su un pulpito della Controriforma e il Capitano Achab sul cassero e non c’era una volta che non finisse sulla dissoluzione, il Finimondo e la punizione delle anime macchiate dal peccato. Lui cercava invano di infilarsi e doveva aspettare che la curva lirico-orgasmica di Nihilo si esaurisse, per naturale consumo del combustibile.

Tommaso ne usciva prostrato, con la sensazione appiccicata addosso della vanità di tutte le cose e il tremore di fronte alla dismisura dell’eterno che gli ricordava la sua infinitesimale nullità.

A quel punto era parecchio complicato ritrovare lo stato d’animo per riprendere la meditazione. Vagava tra lo scetticismo assoluto e il pessimismo sulla possibilità di convivere con l’estraneità di un mondo condannato al disfacimento e dominato da forze irrazionali. 

Ci voleva tempo per riprendersi e purtroppo il telefonino era sempre lì. E infatti proprio quando stava risorgendo come Lazzaro dalla coazione mortifera, plin, plon, plan era arrivata la chiamata di Algida. Non era un gelato, i genitori le avevano dato quel nome perché era nata fredda e questo gelo si era trasferito nel carattere, una donna incapace di provare dei sentimenti, maestra nell’adeguarsi alle situazioni  in funzione del risultato. Ciò spiega anche la sfilza di matrimoni, convivenze e weekend infuocati che riempivano il curriculum, uno anche con lui, quanto era bastato perché lei gli raccontasse le tende che aveva comprato, il viaggio programmato per tutti i seimila chilometri di lunghezza de Cile, le innumerabili puntate delle stagioni di Soprano e Lost, tutti gli acquisti effettuati su Amazon, dai libri alla gabbia per il canarino, ai surgelati per i prossimi sei mesi, perché lei non usciva di casa e non voleva vedere nessuno.

Algida aveva il potere di mandarlo fuori dai gangheri, soprattutto quando a giustificazione delle sue abitudini gli diceva che lui era esattamente come lei! E lì misurava tutta la frustrazione di chi si sentiva da un’altra parte della vita, mentre Algida lo metteva nel posto in cui stavano tutti gli altri. faceva un respiro e annuiva, in attesa che passasse la piena.

Non era un giorno fortunato per l’avventura nel pensiero di Tommaso Anselmo, quell’intenzione continuamente interrotta e frustrata gli aveva fatto percepire quanto il flusso invadente  rischiasse di comprometterlo, anche perché a seguire si erano manifestati un amico dermatologo che non trovava il verso a una psoriasi che lo martoriava e doveva raccontarlo, una nipote che continuava a cambiare la foro sua foto su whatsapp e voleva sapere quale era quella in cui funzionava di più, sorridente? In primo piano? Meglio questa più seducente?, un altro, Ginepro Lisso, che aveva semplicemente voglia di parlare, parlare, parlare e non c’era verso che lasciasse una pausa per respirare in cui infilarsi per staccare la presa…

A quel punto era teso come la corda del violoncello, carico come la grosse Berthe con cui i tedeschi sparavano su Parigi, pieno di bile da far scoppiare la cistifellea. 

Quando, perciò, si fecero vivi i Carabinieri per controllare se si trovasse nel suo domicilio, non gli dette il tempo neanche di annunciarsi e proruppe in un’invettiva che neanche uno scaricatore di porto investito dal carico sul piede.

Agli antipodi della rarefazione della mente, il furore di Tommaso Anselmo si rovesciò nell’orecchio dell’appuntato che trascrisse puntualmente le imprecazioni e gli insulti, e fece leggere al Maresciallo-comandante.

Tommaso Anselmo venne arrestato per reiterata offesa a pubblico ufficiale e associato al carcere.

Gli venne tolto il cellulare e non si sa se lì, nel silenzio di una cella singola, abbia finalmente trovato la pace per raggiungere la purezza del pensiero.

Nei quadri di Chagall ci sono delle creature che svolazzano sui tetti, qualcuna anche delle prigioni.

Liu Dawei (dalla Cina)

Note of Abashment (from A Note of Abashment)

Watching epidemic news, it’s always heart-broken
Besides tiding bookcase up, all these days
the only thing I can do is turning on cellphone repeatedly
to read the information from everywhere

Each piece of information made me feel my tininess
my feebleness, my uselessness, my emptiness
I cannot complete a decent sentence
I fear it might be unbalanced, affectedly unconventional,
                        totally insignificant
it might block the only channel that sunshine can stream

Look, in the photo of WeChat Moments
another exhausted doctor almost in prostration
I dare not shout “Hang in there” for him due to my abashment

Go to Wuhan

Going against the current, talking about neither spring, hot dry noodles
nor Wuhan University’s cherry blossom, Donghu Lake’s scenery

Even no time to speak your name
A protective gown, separating two dimensions
You shut down all sources of the disturbance
to search in the depth of silent roaring and complex forests
for the roots through exploration
—eliminate all small pieces of ice at the river bend
—raise from the curse of virus a miraculous legend

Finally a trace of a weary smile shows on your face 
A storm lantern on earth, protecting lives against the death—-
And it can only be you
that takes the whole city on your own shoulders with tenacity and bravery
struggling to move forward, in the cold of spring

Tiziana Colusso*
CONGIUNTI

Di tutte le acrobazie da azzeccagarbugli di tutti gli estensori di decreti dell’universo mondo, l’ultima trovata dei congiunti (sostantivo maschile) del decreto di inizio maggio è senz’altro la peggiore. I correlati “spiegoni” su cosa si intenda per “congiunti” non hanno fatto che peggiorare le cose, trasformando le acrobazie in vertiginose arrampicate sugli specchi lisci dei “cugini del coniuge “ et similia, e rendendo ancora più farsesca la questione, che nemmeno il “marziano a Roma” di Flaiano riuscirebbe ad includere gli estensori di cotanta norma tra i  “sacerdoti della realtà quotidiana”.         

E’ bastato un piccolo decreto – partorito da chissà quali penne – e la società italiana è balzata indietro di molti decenni, tornando a un’atmosfera di provincia anni Cinquanta, quando le ragazze uscivano solo con i “congiunti”, sub species di padri o fratelli, i ragazzi scoprivano il sesso con una congiunta (stile “Grazie zia”) e le tavolate dei matrimoni di paese erano piene di “congiunti” che nessuno aveva mai visto prima, e forse erano i mitici “cugini del coniuge” di cui si parla nel decreto datato Anno di Grazia 2020.

Noi apprezziamo le farse uscite dalla penna arguta degli scrittori, ma se è di realtà che si parla allora il sorriso ci si gela in una smorfia. Abbiamo lottato decenni per uscire dal familismo italiota, maschilista e corrotto, abbiamo inventato “congiunti” e “congiunte” nuovi, nuove costellazioni affettive e sociali, nuovi modi di vivere e perfino di morire. In un film di Ozpetek, esploratore delle nuove costellazioni affettive, il gruppo degli amici-congiunti è al capezzale di uno di loro, morente, e quando i medici chiedono chi sono i familiari, gli amici rispondono senza esitare “siamo noi!”.

Noi amiamo essere congiunte e congiunti (aggettivo femminile o maschile, all’occorrenza), ovvero uniti, a contatto come due mani giunte, congiunti e quasi con-fusi con gli affetti che abbiamo trovato lungo la strada, riconoscendoli dallo sguardo stanco e fiero di chi non si arrende, di chi si aggiunge congiungendosi per non lasciarsi più. Da parte mia, ho fatto quello che potevo per cambiare terminologie esistenziali. A lungo ho esplorato, nel progetto “Atlante delle Residenze Creative”, nuove forme di vita e di aggregazione, sondando eco-villaggi, case per artisti, co-housing, e ogni altra forma di comunità intenzionale. Nel nord Europa sono molto diffuse, il familismo là non attecchisce e le dinamiche sociali sono più fluide e veloci.
Ma anche nella nostrana terra sembrava che le cose piano piano si stessero muovendo, le unioni civili riconosciute sia pure a macchia di leopardo, il testamento biologico, il testamento tout cort in favore di chi veramente con noi si è congiunto anima e corpo.

Chi immaginava che in questa strana contagiosa congiuntura tornassero in auge i congiunti, sostantivi poco sostanziosi?

*E’ direttrice di
 
FORMAFLUENS – International Literary Magazine 
–  la rivista internazionale degli scrittori edita dalla FUIS
info@formafluens.net

Ida Baucia
Che cosa è la felicità?

Ho sempre pensato che la felicità fosse un momento di perfezione, un attimo di godimento totale da assaporare consapevolmente. Un lasso di tempo più o meno lungo in cui tutto si ferma e si ha la sensazione di sentirsi appagati….di sentirsi felici.

Io ho provato momenti di felicità  più volte nella mia vita ed ho cercato sempre di soffermarmi su questi stati di grazia cercando di prolungare le sensazioni positive che mi provocava.

Quando è stato l’ultima volta in cui sono stata felice? Proprio oggi.

Sono stata rinchiusa in casa per  due mesi per evitare il contagio attivo e passivo da coronavirus. Ho affrontato questo periodo di costrizione con calma e con fiducia, nella consapevolezza che fosse la cosa giusta da fare, a prescindere dai divieti imposti dalle autorità governative. Ho cercato di costruirmi una nicchia all’interno della mia casa in cui svolgere attività quotidiane che dessero un senso alle mie giornate, e ci sono riuscita abbastanza bene.

Ho interloquito  quotidianamente con i miei figli, nipoti, parenti ed amici attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, mai tanto apprezzati  come in questo periodo di tempo. Non posso proprio lamentarmi. Nonostante il disastro ritengo di essere una persona fortunata. Comunque, sono ancora viva e, rispetto all’età a rischio, non è poca cosa.

Ebbene oggi, è successo qualcosa che mi ha compensato abbondantemente per la segregazione che, seppur sopportata con atteggiamento positivo, pur sempre di segregazione si è trattato.

Oggi per la prima volta sono uscita a fare  una bella passeggiata insieme a  mio marito, nei bei prati che circondano il mio quartiere, avventurandomi per il sentiero che attraversa un lembo della campagna romana e collega il mio al quartiere vicino. Un percorso di poco più di due chilometri.

A metà strada circa, avevamo fissato un appuntamento con mio figlio e la sua famigliola che abitano proprio nel quartiere limitrofo, così vicino ma mai stato tanto lontano come in questo periodo di costrizione.

Il solo pensiero di rivedere i miei cari mi aveva già suscitato forte emozione, ma nulla a confronto del momento in cui ho intravisto le loro sagome  stagliarsi all’orizzonte.

I miei nipotini di 3 e 6 anni hanno cominciato a sbracciarsi nei saluti e ci sono venuti incontro raggianti, correndo all’impazzata  e gridando di gioia.

Ecco il momento di felicità assoluta,  irrefrenabile, impagabile, insuperabile.

Avremmo voluto abbracciarci, baciarci. Invece, appena arrivati ad un passo l’uno dall’altro ci siamo toccati col braccio e con la schiena ridendo di questo gioco.

Poi ci siamo avviati tutti insieme per il sentiero mano nella mano,  chiacchierando di tante cose da bambini e commentando lo  scenario che ci circondava:  la luna che ci guardava col suo faccione tondo, le nuvole che sembravano montagne di panna montata, i fiori che abbellivano i prati circostanti, la torre del castelletto all’orizzonte che sembrava inabissarsi nella terra, man mano che ci si spostava lungo la collina.

Ecco il mio momento di appagamento, di benessere, di amore, da assaporare e da ricordare per sempre. Ecco la felicità.

Poi ci siamo salutati facendo fatica a distaccarci ma dandoci appuntamento per il giorno successivo. Stesso posto, stessa ora.

Presto torneremo alla normalità.

Mariù Safier
L’attesa di Mariù Safier

Le strade sono ancora semivuote, il tanto temuto assalto allo spazio aperto, non c’è stato. Anche perché i limiti sono ancora tanti. Finita la prima fase della quarantena, la nuova sembra timorosa di espandersi. La gente cammina svaporata, spaesata sulle carreggiate, i marciapiedi restano ostaggio delle file per le farmacie, i tabaccai, i negozi di alimentari. Si esce schermati da mascherina e guanti, ci si interroga su chi andare a trovare, tra i propri congiunti. Nel dubbio si torna a casa, i fiori freschi in mano, il cane che scodinzola felice. A proposito, io amo indistintamente ogni animale, ma riaprire i negozi per le loro esigenze e non i parrucchieri, mi sembra più che una follia, una cattiveria gratuita. Finirà che non riconosceranno la padrona …

Tra la gente serpeggia la voglia di confronto, si torna al mercato, contingentati, dove davanti ai banchi di frutta e verdura si capisce meglio in quale stagione siamo stati catapultati. Nespole, agretti, asparagi, fragole.  Dunque “L’inverno del nostro scontento” citando Steinbeck, (Gli uomini si abituano a tutto, ma ci vuole tempo) è alle nostre spalle.

Si programma il distanziamento obbligatorio per gli studenti, ma quanto dovranno ancora sopportare i ragazzi? Non sarà possibile copiare, va bene, ma neanche scambiarsi una confidenza, una battuta, uno sberleffo al prof. Come fiorirà la nuova generazione, già provata dall’isolamento tecnologico? Li abbiamo privati di una fetta importante di vita. E la lotta alla plastica, combattuta in nome di un ambiente sostenibile per il futuro dei giovani, subirà un’inevitabile battuta d’arresto: continueremo a usarla per difenderci dal virus, in che modo la smaltiremo? Domani è un altro giorno, sarà simile a questo e la prospettiva di tornare a ritrovarsi, in un mondo accogliente, sembra irraggiungibile.

Squilla il telefono: “Ci sei, scendi un attimo, se passo a portarti un libro?”

“Certo, sono a casa. Tana libera tutti, non mi ha raggiunto.”

Ridiamo, da mesi non ci incontriamo, anche una sosta al cancello, un saluto sul passo carrabile, è il benvenuto.

“Eravamo felici e non lo sapevamo!” ha rilevato Fiorello, in una delle sue incursioni televisive.

Le sette di sera passate da poco. È l’ora che preferisco, quando il sole, dopo il suo giro, torna ad affacciarsi sul mio balcone a salutare piante e fiori, a dorare le cime dei lecci, riverbera sull’Osservatorio astronomico, prima di scomparire dietro la collina di Monte Mario. Le rondini si radunano in giri vorticosi, stridendo a distanza, planano a volo radente sui tetti, per raggiungere il loro nido, il richiamo è distinto, non lo interrompe il traffico irrilevante, riempie il cielo; fanno eco in sottofondo i merli e i pappagallini, da poco diventati presenza costante. La bandiera tricolore dondola fiacca dall’asta: decido di toglierla. Non ha alcun senso, non c’è vittoria, solo la consapevolezza che ieri è passato e non tornerà mai uguale a prima.

Fotografia di Mariù Safier

Salvatore Rondello
INDICE DI CONTAGIO (acrostico)

Incerti  dati

                   Nascondono verità

                   Dimenticate nel tempo

                   Implacabile della realtà.

                   Contaminazioni  ignote

                   Eludono l’onesta

                   Dimensione  dell’essere:

                   Immagine del mondo

                   Corrotto  dall’ignavia

                   Oltraggiosa della  vita.

                   Nocumento finale

                   Tormenta  l’anima

                   Addolorata  da  tristi 

                   Gesta,  falsamente

                   Istoriate nella

                   Oscura miseria.

Roma, 05 maggio 2020

Bice Privitera
Parlano gli occhi


 “[…] Dica pure che son vecchio.

Di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.

È un orecchio bambino, mi serve per capire

le cose che i grandi non stanno mai a sentire:

ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,

le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,

capisco anche i bambini quando dicono cose

che a un orecchio maturo sembrano misteriose…”

[…]”

Gianni Rodari

Un signore maturo con un orecchio acerbo

“[…]

Uomo dei dolori che ben conosce il patire […]. Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori […]. È stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

[…]”


La Sacra Bibbia, Libro del Profeta Isaia (Is 53,3.4-5)


Il dolore negli occhi è un grido acuto,

se soltanto li guardi da vicino.

Ha un nome ciascun volto e chiede aiuto,

appellandosi al cuore di bambino,

quando l’ascolto è ancora aperto e puro.

Forse, allora, di fronte a un senza tetto,

un gesto porgerai per il futuro,

forte l’amore che arde dentro al petto.

Prendi a esempio la scelta del Signore         

–  a tal fine venuto in questo mondo –

di morire per darci la salvezza:

se è buia, fredda e vuota senza amore,

la vita va vissuta fino in fondo,

con Dio speranza e luce, la certezza.

12 aprile 2020, Pasqua di Resurrezione

Riferimenti:

. Veglia pasquale presieduta da Papa Francesco la sera dell’11 aprile 2020, nella Basilica di San Pietro.

. Ostensione straordinaria della Sacra Sindone, in occasione del Sabato Santo, il pomeriggio dell’11 aprile 2020, con celebrazione nella cappella ove è custodita a Torino.

. Lettera del Santo Padre Francesco in occasione dell’ostensione straordinaria della Sindone [Torino, Sabato Santo, 11 aprile 2020] all’Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa Mons. Cesare Nosiglia (Roma, San Giovanni in Laterano, 9 aprile 2020). http://www.vatican.va/content/francesco/it/letters /2020, _lettera-ostensione-sindone.html

. Rai Radio Tre, Le meraviglie, 11 aprile 2020: Bosco di Manziana raccontato da Daniele Aristarco (puntata registrata, andata in onda il 29.06.2019).

https://www.raiplayradio.it/programmi/lemeraviglie/archivio/puntate/2019-

. Gianni Rodari: Un signore maturo con un orecchio acerbo.

https://www.orecchioacerbo.com/editore/images/orecchioacerbo/interventi.

. Docu-film Al di qua, di  Corrado Franco, un viaggio fra i senza fissa dimora, trasmesso su Rai Uno, la notte dell’11 aprile 2020.

https://www.lastampa.it/torino/2020/04/11/news/stasera-su-rai1-il-film-torinese-amato-da-papa-francesco-1.38707229 https://www.famigliacristiana.it /

. La Sacra Bibbia, Libro del Profeta Isaia (Is 53,3.4-5)

http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Citazione=Is%2053.

Alessandra Jannotta
2 maggio 2020: Dodicesimo piano


Sono troppo felice, con la mia mascherina, ho
fatto una passeggiata fantastica.
Fuori si respira gioia!
Tutti sorridono e mi sembrano anche più buoni.
Caro Virus, sarà per merito tuo se accade tutto ciò?
Non lo so e non voglio neanche saperlo.

Al dodicesimo piano della mia fabbrica, i bambini troveranno centinaia di radioline teletrasmittenti per comunicare con i loro amici, anche con quelli di altri pianeti!

Ho deciso che farò delle lunghissime chiacchierate con i bambini che vivono sul pianeta più lontano dalla nostra terra: il Pianeta delle risposte.

Sono certa che loro mi sapranno dire perché sei arrivato…

Ti lascio come sempre una poesia della mia poetessa preferita, scoprine il messaggio e potrai salire al tredicesimo piano:

La risposta

Ho chiesto ai papaveri rossi
perché siete nati?
Non mi è giunta risposta
in parole.

Ho guardato quel campo, punteggiato di rosso,
era bello, era luce nel grigio della strada asfaltata, ho sorriso.

Ho chiesto alla brina perché accarezzi quel prato?
Non mi è giunta risposta
in parole.

Ho guardato quel prato di città,
magia nel cemento, ho sorriso.

Ho chiesto all’azzurro del cielo,
intenso, brillante, perché risplendi così?
Non mi è giunta risposta
in parole.

Ho guardato quaggiù, tutto, adesso, vita, forza, energia,
ho sorriso.

Ho incontrato, il dolore del corpo, dello spirito,
la sofferenza strisciante, la solitudine di uomini e di donne.

Non ho chiesto perché.

Ho aperto loro mio cuore,
ho sorriso.

Mi è giunta risposta
in amore.”

3 maggio 2020: Tredicesimo piano

Oggi nonno Enrico mi ha raccontato di come si svolgeva la vita nel suo piccolo paese del Sud. E’ stato un racconto davvero stupendo.

Al tredicesimo piano della mia fabbrica, ho, quindi, deciso di dipingere su tutte le pareti un grandissimo quadro in cui proverò a rappresentare la storia che ho ascoltato.

I bambini, seduti di fronte al quadro, potranno chiacchierare con i disegni che, per un’intera giornata, prenderanno vita.

Non ci crederai, ma la mia poetessa preferita ha scritto una poesia che mi sarà di grande aiuto per realizzare il quadro.

Regina di Cuori

Colline argentate,
sono mille ulivi uguali e diversi,
annodano i loro tronchi robusti,
disegnando abbracci tortuosi.
Zolle di terra bruna, grassa, rimossa.

Odore a me noto,
di erba, di lievito, di pane,
di caldo, di casa.
Verde, rosso, marrone, giallo.

Una quercia impenetrabile domina la vallata, ha una
                                    forza antica,
il vento parla tra le sue fronde e racconta,
devi ascoltare nel silenzio muto, rumoroso, lontano.

Racconta di una donna curva, con un fazzoletto annodato tra i capelli neri, lucidi,

un gran seno, ansante, stretto.

Non ha fretta.
Nel grembiule sgualcito manciate di ulive
appiccicose, schiacciate, umide,
appena raccolte.

E racconta di un volto rugoso, rosso di vino, di una barba mal fatta,
di un vecchio berretto appoggiato tra riccioli ormai spenti.
Ha grandi mani che corrono veloci su una fisarmonica unta,
senza alcuna scuola.
Lì, seduto all’ombra di un castagno
immobile, nel tempo che non cambia.

Odori che stordiscono,
sanno di menta,
di pulito, di fuoco, di fumo, di cenere, di patate e cipolla.

Grilli, cicale, cicale, grilli, ranocchie,
lucciole,
e quella grande luna, sempre uguale e regina.”

Regalerò la poesia come ricordo della giornata a tutti i bambini.
Tu, caro Virus, ne riceverai una copia solo se continuerai a fare il bravo.

4 maggio 2020. Quattordicesimo piano

Caro Virus, hai mai indossato un paio di scarpe?

Penso proprio di no, tutto tondo e peloso come sei, non puoi neppure lontanamente immaginare cosa significhi avere i piedi costretti nelle scarpe.

Come vedi, quindi, invece di lamentarti sempre, dovresti anche tu iniziare a ringraziare…

Ho deciso che al quattordicesimo piano della mia fabbrica a tutti i bambini verranno consegnate delle meravigliose calze colorate.

I bambini, indossate le calze, saranno capaci di volare e potranno viaggiare, leggeri e felici, in ogni piano della fabbrica.

I bambini più fortunati saranno quelli che avranno deciso di indossare le calze con i disegni di fatine alate e di maghi barbuti.

Con le calze magiche, infatti, i miei piccoli amici potranno volare in tutto il mondo, viaggiando, tra mari e monti, in una natura incontaminata e spettacolare.

Ora devo proprio andare, ma prima, come sempre, ti lascio, a guardia del tesoro, una poesia della mia poetessa preferita:

Trucchi e collane

Forza invisibile trattiene gli elettroni in orbita.

Spazio solo apparentemente vuoto.

L’Energia è.

Non appare.

Qui terra.

Riusciremo a liberarci da inutili orpelli?”

5 maggio 2020: Quindicesimo piano

Oggi sono felicissima. 

Sento il mare nel cuore e sono sicura che presto potrò andare in spiaggia.

A guardia del tesoro metterò, quindi, una poesia con cui mi sembrerà di essere già in viaggio.

Il quindicesimo piano della mia fabbrica sarà pieno di morbidissimi peluche. 

I bambini sceglieranno il loro pupazzo e quando lo abbracceranno il peluche inizierà a parlare e a raccontare tutte le avventure e le peripezie che ha dovuto superare per arrivare nella mia fabbrica. 

I bambini più gentili, quelli che daranno un bacio al loro amico di stoffa, riceveranno un premio perché potranno viaggiare insieme a lui nel mondo fatato dei pupazzi e diventare per un’intera giornata il Re o la Regina dei peluche. 

Caro Virus, se non cambierai e non diventerai più bravo, nella tua vita non riceverai mai un bacio e così non diventerai mai Re.

“Palermo / Cefalù

Fiori selvatici tra binari arrugginiti 

Il sole acceca 

Una canzone in testa 

Case di cemento scorrono 

Il mio cuore corre al ritmo del treno

verso quel respiro di vita chiamato mare.”

Vincent D Nomae* (da isole Salomon)
Effects of Coronavirus on my life – 06 May 2020

Since its breakout and continued waves of grim onslaught globally, the coronavirus has not managed to land its foot on the Solomon Islands shore, thanks be to God. Solomon Islands, always nicknamed as the Happy Isles, is indeed still a happy and coronavirus-free nation, thanks to the successfully imposed and compliant anti-coronavirus programs by the government. Really it would be unfair to quickly claim that Solomon Islands is absolutely immune against the pandemic, but it appears that the collective prayers and faith of the country has complemented the government’s restraint exercise to help defend if not fend off this ruthless plague from us to this day.

The government’s successfully imposed social isolation program, however, has brought along with it some negative effects on a huge multitude of local residents, especially those residing in urban centres, particularly Honiara, the Capital. I’m no exception! The first immediate effect is that my job (a part time lecturer) has gone off my grips as my employer, the Solomon Islands National University, has temporarily suspended classes till August. A lost job and gone gone! Losing a major income source for my family is, to me, more menacing than the fear of perils borne by the coronavirus pandemic. This is especially when one is the only family breadwinner and has more than ten mouths to feed daily. (Apart from my nuclear family of four, there are nephews and nieces residing with me in the city for education purposes.) These residing student relatives have been repatriated to their respective villages in the provinces, but even then basic family needs and commitments will still be an enormous challenge for those of us remaining. The loss of a job has frantically impelled me towards pursuing a few means through which some meagre income and food for life sustenance could be temporarily fetched. Yet such endeavours are always short-lived, very volatile and unsustainable in the long run. The stress remains burdensome and the vulnerability still lies ahead. This is all a new encounter my life has crashed into.

Secondly, the easy spread of, the frenzies and the spiking casualties claimed by the pandemic have caused me unnecessary and profound panic and anxiety never experienced before. These fears are only exacerbated by noting the strong persistence of the plague against the high-tech and top medical gears and expertise wielded against it by the developed countries in the world. How much more if it (COVID-19) finally enters my country and pounds its fangs around. The thought of a loved one being hospitalized without the presence of a family member for proper care and consolation and if worse, the burial without farewell at the grave site, remains a formidable and daunting imagination. I have never before so engulfed in such panic from any form of catastrophes in my life.  

On the positive front, however, the imposed social isolation exercise has provided me a grand opportunity to concentrate on a variety of tasks at home such as minor house repairs, brushing the lawns and assisting with the laundry and kitchen chores. These are responsibilities I hardly laid my hands on in the past. Now they are fascinating engagements to get preoccupied by for fun and pay time.

Furthermore, with vegetable produce running scarcer in the nearby vegetable markets and money reserves fast dwindling, my wife and I have embarked on producing our own vegetables around our home, using all forms of materials available at hand for gardening. The seeds are now sprouting giving huge delight and hope for an abundant harvest in the near future. Again without the COVID-19 pandemic, such an incentive would not have easily emerged as a necessity in mind.

It is true that the above negative effects of the COVID-19 on my life are hardly near to what others have experienced especially in those counties hard hit by this rare, unmatched and fatal plague. Nevertheless, despite the difference in weight and number of the adverse effects, those I bear are immense enough and have the potential to ruin a life if they persist for a longer period. To be honest, the extent to which these negative impacts may have on my life cannot be exactly calculated yet as the threats of this pandemic are still there rife on the horizon despite the zero-recorded cases in the country. In the meantime, it is my utmost prayer that the COVID-19 pandemic will never gain entry into Solomon Islands. 

……………………………

* Vincent Damua Nomae (Mr.) is a Solomon Islands local writer, who takes passion in writing short stories and particularly poems. He is also a Gospel song composer particularly in English, but also in the Solomon Islands Pidgin and his own mother dialect, Kwaio. Pieces of Mr. Nomae’s story work (short story and poetry) have been published in the local high school magazines, local newspapers, secondary school curriculum text books and in books and magazines produced by the Solomon Islands Creative Writers Association (SICWA) of which he has been an active member since early 1990s.

Pietro De Santis
Roma quattro maggio lunedì, ritorno al lavoro

In realtà non è vero; non sono tornato al lavoro perché in studio ci sono sempre andato, essendo la mia categoria una di quelle che non ha subito interruzioni. Però è vero che, viste le lunghe attese per i tanti altri, anche a me oggi è sembrato proprio un ritorno al lavoro.

Allora: siamo usciti al mattino io e mia moglie, a debita distanza– cosa che in genere i coniugi fanno, salvo rare eccezioni –; uno avanti, l’altro dietro: innanzitutto a gettare i rifiuti, poi a comperare un regalo di compleanno nei negozi consentiti; che sono pochi e gioiscono per quanto sia possibile. Prima di recarmi in studio rigorosamente a piedi – ma anche questa è prassi consolidata da anni –, abbiamo deciso di prenotare la cena dal nostro amico Sisto, bravissimo ristoratore il cui ristorante ha riaperto oggi solo per asporto; sta in via Tolemaide, vicino ai Musei Vaticani luogo di sogno e di realtà, almeno per me.

Abbiamo trovato Sisto, insieme alle due figlie e aiutanti Silvia e Sara, dietro ad un tavolo messo a bella posta per sbarrare l’ingresso ma consentire il dialogo: noi con le mascherine, loro con le mascherine. Abbiamo prenotato alici fritte, gnocchi al tartufo e costolette d’abbacchio; le nostre tradizioni. Sono poi andato in studio. Per inciso Sisto fa i migliori bucatini all’amatriciana della città di Roma

Anche in studio c’era un po’ l’aria del disgelo, come nei film russi degli anni ’70 quando la musica piacevole e le immagini dei fiumi con le lastre di ghiaccio, che scorrono via, fornivano quegli elementi simbolici. A dispetto dell’assenza di quasi tutti i componenti lo staff, rigorosamente presi dallo smart working – beati loro, e lo dico con ironia – i pochi presenti, che godevano della disponibilità di circa 100mq a individuo, hanno incominciato a progettare i prossimi passi: primo l’igienizzazione; secondo, la definizione dei flussi in ingresso e in uscita; terzo, l’acquisto di un congruo numero di gel per le mani.

Tutti felici e contenti, o quasi, abbiamo lavorato pensando sia al presente sia al futuro.

Intorno alle diciannove e trenta ho preso “le mie povere cose” e mi sono avviato verso casa, con l’impegno di andare a ritirare la cena preparata da Sisto, Silvia e Sara.

Il ritorno è stato meno sereno dell’andata. Tante persone camminavano per i marciapiedi mano nella mano, a coppie o intere famiglie – i più intraprendenti sono gli stranieri perché pare circoli la voce, nei loro paesi, che il virus italiano non aggredisca chi parla altre lingue –; molti senza mascherina, tenuta in mano come un amuleto, lo dico raccogliendo una felice espressione letta su di un quotidiano; moltissimi incuranti della presenza altrui. Pare che il distanziamento sia inteso, da molti, come equivalente al disinteresse.

Un signore era così tanto incurante degli altri da tirar fuori i gioielli dai pantaloni per far pipì contro un cassone dell’immondizia. Per non sembrare imbarazzato l’ho guardato con la coda dell’occhio, convinto che fosse un “anziano”: si sa che gli anziani hanno problemi di prostata e di incontinenza urinaria e celebrale. Dopo essere passato oltre mi sono girato a guardare, recitando l’intenzione di dover attraversare la strada e… non era un signore anziano – viva gli anziani! – ma piuttosto un “bel giovane” aitante e maleducato e sprezzante come, pare, debbano essere i giovani ora.

Mi era venuta voglia di denunciarlo come untore… avrei fatto ridere.

Una volta mi è capitato di aver fatto ridere: tornavo in macchia a casa, di sera, in una bellissima strada tra porta San Pancrazio e piazza San Pietro: via delle Fornaci. C’era un posto di blocco, era il periodo degli attentati in Europa. Un’automobile mi sorpassò a gran velocità ma, visto il posto di blocco, imboccò una strada contromano e scomparve. Il mio senso civico – o di spia che non è figlia di Maria e non è figlia di Gesù – mi indusse a fermarmi per denunciare il fatto: il poliziotto municipale mi guardò, con l’aria di chi la sa lunga, e mi disse vada, vada… perciò, memore della questione, ho lascito correre; sentendomi in colpa anche in questo caso.

Insomma, piuttosto deluso di me e dei miei simili sono arrivato al ristorante per prelevare i miei pacchetti: e c’era Sisto, Silvia e Sara tutti affaccendati, dietro al tavolino a sigillare i cibi caldi della mia cena. Quest’immagine era bella: come il tavolinetto di Lucy che fa la psicologa o la chiromante e di Charlie Brown che vende un bicchiere di limonata per un cent. Grazie a loro mi son sentito di nuovo ragazzino o adolescente; cioè speranzoso della vita.

Carla Gagliardi Desaur (da Londra)
Aspettando lo scadere del lock down

Aspettando lo scadere del lock down come per stappare la bottiglia di champagne a Capodanno: aspettiamo mentre il Primo ministro pare non avere la minima idea di cosa stia accadendo…
   Un caro amico di Cambridge con la moglie casualmente GP del sistema NHS ama i numeri, ci tiene aggiornati con un giornaletto email per amici e mentre tiene sotto controlle le borse ci centellina gocce di follia in una pioggia equatoriale: degli ospedalizzati 1 su 3 muore. Dati alla mano che scorrono come acqua travasata da un canale televisivo all’altro: negli ospedali dove ci sono i reparti di intensive care 1 medico/infermiere su 3 non dispone dei presidi PPE {guanti, grembiule e mascherina}.
   Allora cerchiamo di analizzare con feroce obiettivita’ la realta’: sono una malata cronica e dovrei sottopormi a dei controlli dell’emocromo ogni 2-3 settimane. Di solito andavo alla surgery, l’ambulatorio del mio medico [GP] della mutua, confermavo con uno sbrigativo w app ad una amica infermiera che mi sarei recata volentieri a fare un prelievo. Lei con altrettanta disinvoltura mi rispondeva a che ora e a che giorno fosse meglio andarci per non intralciare il loro lavoro: in tal modo evitavo di dover prendere un appuntamento con il medico, disturbare nei giorni seguenti il GP che peraltro non mi ha mai potuto dedicare piu tempo dei 10 minuti permessi dai rules and regulations, ottenere il foglietto della prescizione medica con il quale sarei dovuta tornare nei giorni seguenti per farmi fare il prelievo da una infermiera dispensata a questo compito all’interno dello stesso edificio.
   Tutto questo significava passare minimo tre volte dal desk, da quei caronti delle receptioniste: notoriamente proprio nel sistema NHS vi e’ una falda nel personale di questo tipo …non vorrei scivolare in giudizi etnici in un contesto multiculturale ma in UK vi e’ un evidente problema di maleducazione nella sanita’, perlopiu’ evidente nel reparto amministrativo dove lo scambiarsi documenti che sono fogli di carta assicura quella distanza disumana dai pazienti. Verifico con soddisfazione che il virus prediliga superficie come la carta…

Talvolta quando mi serviva ripassare dopo 3-5 giorni dallo stesso ufficio della surgery per finalmente ottenere i risultati del prelievo sanguigno dotavo mio marito di una delega affinche’ se la vedesse lui, con la sua pazienza indiana e l’accento puro inglese, di attraversare quel salto ad ostacoli tra le due belve della reception. Sono stata per anni molto gentile ed accondiscendente, ho tentato diverse strade che non fossero la semplice segnalazione ai loro superiori perche’ ho visto i medici stessi temere le incontrollabili reazioni dei caronti traghettatori: alla fine da qualche anno ho desistito perche’ nonostante i ripetuti tentativi di ingraziarmele con biscotti e cioccolatini, cards per Natale e Pasqua, ad ogni passaggio sembrano resettare le menti come un pc e paiono dimenticarsi del paziente che conoscono da anni e ripartono coi maltrattamenti iniziali. Scortesie a parte il sistema comunque non funziona nonostante ci siano ottimi medici e infermieri professionali arrivati dal tutto il mondo.

Dunque il mio rapporto con la sanita’ in UK si e’ ridotto al minimo, e non e’ questa la sede per spiegarne ne’ l’origine ne’ la palestra di vita su cui mi sono confrontata, ma questa introduzione e’ necessaria per capire dove sono oggi.

La mia canonica procedura si e’ interrotta a marzo quando venni avvisata d’urgenza che la surgery stava chiudendo: non avrebbero ricevuto persone dal vivo, ammettendole fisicamente negli ambulatori, ma solamente in video chiamata. La qual cosa si e’ risolta in semplice telefonate da un numero generico che non si puo’ ricontattare, se non offrendoti al passaggio dei caronti… i quali rifisseranno un nuovo appuntamento telefonico con il tuo GP a data da destinarsi.

Dunque io corsi a fare l’ultimo prelievo di controllo a marzo quando ancora la nostra scuola era regolarmente aperta: in surgery vi era un clima di terrore e trovai solamente un altro paziente prima di me. Niente code …e dopo qualche ora la GP al telefono mi chiamo’ per dirmi che qualsiasi analisi avessi volute affrontare sarebbe stato necessario posticiparla, comunicandomi che per il classico prelievo avrei dovuto recarmi all’ospedale di zona e mi sconsiglio’ vivamente di andarci.

Allora tutti pensavano che il servizio dell’111 funzionasse… .

Ora e’ trascorso il mese di aprile, passata la Pasqua sto facendo i conti coi voli aerei spostati, i biglietti dei viaggi in treno modificati, un futuro incerto ed un presente immobile: al momento non mi conviene partire perche’ pur avendo cittadinanza italiana me ne sto diligentemente in lock down qui a Londra.

Pero’ dovrei fare un controllo dell’ematocrito: tento diverse strade, avrei preferito un infermiere privato qualificato che venisse a casa. Non si puo’, procedura scorretta. Allora da sabato ci siamo intestarditi a cercare di trovare una soluzione logica, qualora anche fosse dispendiosa. Nella zona a confine tra zona 1 e zona 2, nell’elegante centro citta’, a pochi metri da casa nostra si trova un ospedale privato molto rinomato.

Chiamiamo al telefono perche’ quando siamo passati nei dintorni durante le nostre passeggiate verso l’Hyde park abbiamo notato che e’ asserragliato e pressoche’ chiuso da giganteschi banner con indicazioni che urlano, nei colori e nei caratteri cubitali,… se si ha anche solamente un sintomo del corona virus non si puo’ entrare.

Tra sabato e domenica l’efficiente telefonista cerca di dissuaderci dal valicare l’entrata: ci spiega che in quanto ospedale privato hanno chiuso le porte e restano aperti solamente per i loro pazienti degenti da tempo. So con precisione che sono pressoche’ vuoti perche’ la maggioranza delle camere con affaccio sul nostro condominio sono sempre buie e soprattutto il 75% dell’edificio dove abitiamo si e’ svuotato in queste settimane perche’ tutti gli arabi danarosi che accompagnavano il famigliare in ospedale, soggiornando mesi ed anni a Londra, sono fuggiti.

Di questo turismo alternativo scomparso in un fine settimana me ne sono accorta il giovedi sera quando usciamo sui balconi ad applaudire lo staff dell’NHS: tre quarti del nostro edificio, rivolto verso tranquille mews dalle piccole cassette unifamigliari, mostra una altra faccia di Londra, il viso dell’elitaria immigrazione sanitaria. A me che scappo mensilmente o quasi in Italia per il giro dei miei medici e delle mie terapie pare un paradosso ma in verita’ e’ la realta’: un mondo parallelo.

E infatti in questo ospadale privatissimo anche le receptionist sono ammirevolmente educate, esageratamente condiscendenti anche quando ci comunicano che se proprio desideriamo sottoporci ad un prelievo del sangue dovro’ fare prima una visita medica, in call, che costera’ circa 500£, o meglio 450+VAT, e per la modalita’ del prelievo non sanno, sara’ il medico a spiegarmi. Quando capicono che sappiamo come funziona l’IVA e che abbiamo un master in questioni mediche, conseguito con le interminabili sfortune dei miei suoceri, realizzano che non abbiamo nessuna intenzione a desidetere dalla nostra richiesta e mi assicurano che non potranno mai mandare un loro infermiere per il prelievo e domicilio. Neppure a pagamento!

Durante il week end ci siamo presi un momento di pausa per riflettere: ho chiesto a mio marito di prepararsi ad iniziare una telefonata per fissare il mio appuntamento nel tentativo che non finissi troppo presto la mia dose gentilezza perdendo la pazienza. Ieri era lunedi ed abbiamo evitato personale scortese al rientro dal week end, ma stamattina gli ho ricordato che era il momento di chiamare.

Compongo il numero telefonico, gli passo l’apparecchio e di nuovo ha dovuto tra le mille frasi di falsi convenevoli far capire all’interlocutore che ci saremmo dovuti recare in ospedale per il prelievo del sangue. In realta’ abbiamo dovuto fissare la visita medica telefonica, al prezzo di 150£, con la spada di Damocle pronta a colpire: il medico specialista mi avrebbe richiamata alle 15 e avrebbe potuto negarmi le analisi del sangue perche’ in ospedale non si puo’ recarvicisi.

Infatti pare una parodia teatrale: qualche giorno fa ho ricevuto un bellissimo video per bambini dove un topino si ruppe il piedino e l’autoambulanza tento’ di portarlo in un pronto soccorso ma le porte dell’ospedale erano tutte chiuse, l’ospedale era chiuso ed al povero topino  sdraiato sulla barella nell’ambulanza non resto’ che recarsi in farmacia per essere medicato con un cerotto. Fantastica parodia che qui diventa realta’: dimenticavo infatti di dire a onor del vero che la segreteria telefonica che risponde prima delle receptionist, in un ospedale privato costoso e pressoche’ vuoto, ripete che qualora un eventuale malato  avesse uno degli elencati sintomi del coronavirus si dovra’ far riferimento solamente al servizio 111 e al sistema sanitaria nazionale, l’NHS.

Le loro porte sono chiuse, sbarrate, sprangate: un salto ad ostacoli.

Oggi sono entrata in quell’universo mettendo in secondo piano la ragione delle analisi del sangue: il controllo dell’emocromo era ormai diventato secondario al mio desiderio di verificare le condizioni in cui lavorano in un ospedale privato di questo livello.

Alle 15 in punto ho ricevuto la telefonata: direttamente dal cellulare privato di un medico gentilissimo, una signora con un fantastico accento francese che ci ha fatto entrare immediatamente in empatia.

Allora le racconto in due parole il mio caso, mi ripete tre volte che per farmi entrare a fare le analisi deve essere sicura che io non abbia nessuno dei sintomi del virus. Le spiego dove mi curano, Pavia, e cosi capisce perche’ non sono seguita privatamente da loro pur essendo a venti metri da casa. Non solo mi prescrive il controllo dell’emocromo ma si offre di prescrivermi anche i medicinali di cui faccio uso. Mi dice di avere w app e mi chiede di mandarle una foto per essere sicura di dosaggio e tipologia del farmaco.

Allibita realizzo che mi ha comunicato il numero di cellulare privato: una sorta di miracolo per quest’isola UK del taetro dell’assurdo dove anche pazienti terminali non hanno diritto a comunicare direttamente coi medici che li hanno operati e seguiti per anni….

Mi segue passo a passo con i messaggi preoccupata dal fatto che prima di tutto sarei dovuta passare dalla hall dove misurano la febbre. La avviso del mio arrivo, lascio mio marito nel cortile esterno a prendere il sole e passo tra le porte scorrevoli. Cinque persone sono in mia attesa: seguo un percorso segnalato per terra ed indicatomi da tutto questo personale schierato…prima di tutto mi ricacciano tra le prime porte scorrevoli per prendere il disinfettante sulle mani. La seconda persona si assicura che io stia andando in visita medica e mi sistema un adesivo sul braccio: SCREENING COMPLETED. Io ad ogni passaggio mostro il nome del medico che mi sta aspettando: non toccano il mio cellulare ma io appaio loro come un astronauta. Indosso la mascherina chirurgica azzurra ed ho una visiera trasparente che mi copre tutto il viso. Tutti loro non hanno nulla, forse solamente la prima infermiera che mi ha redarguito per lo spruzzo di disinfettante aveva i guanti blu come la divisa. Gli altri tre receptionist perfettamente in giacca e cravatta, le donne bionde con capelli al vento mi invitano ad accomodarmi in una sala d’aspetto vuota su cui si affacciano altre 5 postazioni. Da due di quest’ultime si affacciano ad altezza del torace due donne senza mascherina, gli altri 3 nascosti dietro i loro monitor sono anch’essi senza protezione.

La receptionist che finalmente mi chiama scandendo il cognome verifica con disappunto che non ho ancora visto il mio medico … o meglio che nessuno dei loro medici mi ha ancora visitata. Sottolinea che con lei dovrei solamente pagare, ma non sa quanto! A questo punto vista la confusione generale decido di non voler accennare al controllo della mia temperatura corporea: non e’ stato verificato. Mostro alla burocrate che il medico mi ha appena scritto di uscire di nuovo in cortile dove mi aspetta con i documenti da consegnarmi: la recepsionista non cede. Mi invita a rispondere al medico scrivendole di recarsi all’interno, davanti a lei e alla sua lucida scrivania, coi fogli necessari. Non capisco cosa stia succedendo  ma aspetto qualche secondo e vista la portata della rabbia di questa ragazza, che e’ diventata tutt’uno con la sua poltrona, sciolgo l’inghippo. Le chiedo scusa e le dico che sarei tornata al piu’ presto, che mi aspettasse alla sua postazione per pochi minuti.

Mi alzo e mentre ben tre persone del personale vagante a far nulla e senza dispositivo PPE tentano di fermarmi io abbasso la mascherina chirurgica, chiedo scusa e mi avvio all’uscita con tanti sorrisi  spiegando loro di aver dimenticato qualcosa. Temevano di aver perso un cliente e rassicurati tornano alle distanze di sicurezza: prima vittoria.

All’esterno in cortile, dove scruto mio marito ridente e sonnacchioso, mi aspetta al freddo del vento gelido di oggi quella dolce creatura del medico che rapidamente mi spiega di non poter ripassare dalla porta principale…per una questione di pass. Mi trascina nel retro dicendo che e’ piu comodo passare dal suo ufficio: apre portoni dove risalta a caratteri cubitaly ONLY STAFF ed io la seguo lungo i corridoi.

Non ho tempo di chiarirle che nessuno mi ha controllato la temperatura; peraltro noto con gioia e soddisfazione la sua delicatezza orientale nell’aprire con un piccolissimo fazzolettino bianco tutte le porte che tocca, sfiora solamente con quella mano i diversi macchinari dove le viene richiesto il codice di accesso. Con una non chalance ed una naturalezza fuori dalla norma mi riporta alla stessa scrivania dove stava incastrata la giovane burocrate, le chiede per conferma se le analisi del sangue vengono svolte fino alle 18, mi consegna tutti i suoi fogli e si scusa per non avermi potuta visitare nel suo studio.

Prima durante la nostra conversazione telefonica mi aveva spiegato sommariamente di poter ricevere i pazienti solamente in video call ma mi aveva confessato che temeva le possibili reazioni del personale qualora io fossi entrata senza la sua custodia ed aveva preferito venire a presenziare la mia documentazione.

Documentazione che peraltro avrebbe potuto lasciare direttamente in reception dove avrebbero dovuto segnalare il mio cognome e la sua prescrizione essendo un super ospedale privato dove quell pomeriggio  c’erano 5 persone inattive: questo passaggio, neppure difronte ad una spesa totale di 224£,risultava  essere troppo rischioso!

In attesa del prelievo, dove sono stata condotta dalla scocciatissima bionda burocrate senza che mantenesse le distanze di sicurezza, noto che vi e’ una altra reception dove ci sono due giovani ragazze con il velo, personale arabo per un ospedale che vede la maggioranza dei suoi clienti in quel mondo. Le due sono perfettamente truccate, parlano tra loro a pochi centimetri di distanza e in un contesto surreale non idossano ne mascherine ne guanti. Difronte a me che non mi siedo per non toccare le poltroncine e che continuo ad indossare la mia duplice maschera protettiva mi sembra, mi racconto nella mente che tutto questo e’ un mio carnevale: tutti loro mi guardano con curiosita’ ed interesse come fossi io scesa dalla luna. Altre donne con il velo mi squadrano, loro sono pazienti. Altre bionde inglesi siedono giocando coi loro cellulari e la divisa da infermieri le identifica: ancora una volta senza mascherine, assolutamente senza guanti.

Sul lato di questa piazza interna che sembra ferma al 2019 un angolo e’ dominato dalla farmacia interna dell’ospedale: due dipendenti si parlano a meno di 50 cm senza alcun tipo di mascherine.

Mi chiamano per nome, la cordialita’ e la finzione vogliono che in UK anche il direttore di banca sconosciuto ti chiami, al primo appuntamento per un mutuo, con il tuo nome di battesimo: mi ci ero abituata ma ora questa modalita’ mi disturba.

L’infermiera della Namibia che mi riceve indossa come me la doppia mascherina, le leggo nella testa senza capelli e in altri piccolo dettagli che sta uscendo o e’ appena uscita dalla chemioterapia: lei e’ li a lavorare per me, e’ a rischio e mi sorride.

Nasce subito una intesa perche’ mi guarda negli occhi, ci siamo dette in silenzio che ci siamo capite, lei attacca con la scusa del mio accento e mi confessa che aspettava giugno per un viaggio a Napoli e che teme di doverlo cancellare. Mi chiede con la solita frase di cortesia se oggi sto bene, la ringrazio e gliela rimando perche’ ho sentito che e’ sincera. Mi guarda con profondita’ e mi risponde solamente come possono rispondere le persone che subiscono gli alti e bassi della chemioterapia: oggi, si sto bene! E mi sorride. La ringrazio ancora della delicatezza e lei si assicura di farmi avere i risultati via email tramite il medico.

Mi pare nulla e tutto per gli oltre 200£ che mi sono costati questi dieci minuti: la speranza del suo sguardo e l’ottimismo in quello del medico mi hanno allietato la giornata, perche’ questa e’ Londra nonostante i politici UK e, soprattutto, nonostante il Brexit.

Antonio Spagnuolo
“Spiaggia”

Il segno sugli scogli è nell’immenso dondolio

che raccoglie i ricordi ad uno ad uno,

sbiadite tracce dei frammenti dell’inconscio,

pugnalato al biancore delle onde.

Per completare il dubbio, le arterie

ad ogni spazio hanno le note dello sciacquio,

che ritorna da quando tu sei andata via,

tra le agili pareti di legno nell’antifona azzurra.

Questo è l’andare stretto del tempo che a deriva

è ancora spinto per cesellare scritture nel vuoto,

lasciando precipitare l’orlo della mente

controllando le ore, per coniare la giusta scultura

delle nuove illusioni.

Spettacolo illusorio la realtà

con tentacoli ardenti dell’errore,

contorcendo il virus imbestialito

ad angoli più bui di pulsazioni.

Annamaria Bianchi Grippa
Ali d’angelo

La mia solitudine era già una realtà prima del lock down poiché sono vedova con figli e nipoti lontani.
Questo nascondiglio come ora e diventato la mia casa,mi protegge dalla pandemia e mi difende da questa moderna “guerra”.
Sono disciplinata,consapevole di appartenere alla categoria delle persone immunodepressi,poiché un “alieno” così battezzato da Oriana Fallaci,si era impossessato di me.
Ho vissuto quella brutta sensazione di avere nel tuo amato corpo ,protetto tutta la vita,un ospite indesiderato.La “cosa” che si insinua in te silente può essere paragonata al Covid 19.
Any whay, comunque,non mi faccio travolgere e prendere dalla depressione anzi cerco risollevare il morale a qualche amica che,avendo vissuto più serenamente di me,non ha rafforzato la “corazza” come la chiamo io .Quindi suggerisco quotidianamente cosa si può fare in casa di utile,cose sospese perché vivevamo in modo frenetico.
Certo, una 70 enne come me cerca di non perdere occasioni,cerca di vivere intensamente perché non sa quanto gli è dato ancora da vivere.specie dopo una malattia.vuole recuperare il tempo perso.
AL 40 esimo giorno di clausura( non sono uscita neppure per la spesa perché e stata ordinata da mia figlia in.line.) comincio ad avvertire un po di dolore.la serena rassegnazione che mi ha accompagnato per tutto questo tempo comincia a vacillare.Ogni affetto mi è proibito sento un po’ di vuoto attorno a me e non mi basta più fare di tutto.Sono stata una grande amante degli animali fin da piccola era una assidua spettatrice della famosa trasmissione di Angelo Lombardi che apriva la sua trasmissione con la frase “Amici dei miei amici buonasera” prima di mostrarci le meravigliose bestiole spesso sconosciute ai più.
Amavo tantissimo i piccoli gorilla che lui presentava vestiti come bambini,non per mancanza di rispetto,ma per sottolinearne la somiglianza con il genere umano.Chi della mia generazione non avrà desiderato un animaletto? Io sono stata accontentata in tutto.ho avuto conigluetti,pappagallini,canarini,tartarughe,persino una scimmietta abbandonata a casa nostra da un’amica di mio fratello.Poi cani di varie razze fino alla amatissima Bassett hound morta quasi in concomitanza di mio marito ed infine l’ultima piccola AMELIE una bolognese che ha dato solo amore senza dare nessun problema,però mi ha lasciato 2 anni fa.
Ecco cosa mi occorre un qualcosa che si movimenti intorno a me.Sono come Tom Hanks, naufrago sull’isola deserta, che cerca un alter ego in un pallone trasformato in umano con occhi, naso , bocca e capelli realuzzati con un residuo di noce di cocco è Wilson .
Esco per la prima volta dopo tanto ,se escludiamo quelle sporadiche ” botte di vita” per l’happy hour al cassonetto dell’AMA ( come ironizzato da divertenti video virali)
Vado a comprare dei pesciolini ,ho deciso di utilizzare una vecchia vaschetta abbandonata in cantina,la pulisco con buona lena, carica di entusiasmo e preparo un luogo più accogliente possibile per un pesciolino rosso sfrangiato che chiamo Ali d’Angelo e lo affratello con tre pesciolini gialli che ricordano quelli tropicali, il massimo sogno per me.
Comunque sono carini e cerco qualcosa per “l’arredamento” dai vasi sul balconcino trovo sassi bianchi e qualche piantina decorativa di plastica perché mi hanno sconsigliato quelle vere,idonee solo per i pesci tropicali.
Da 4 mattine mi sveglio con la responsabilità di curare qualcun’altro oltre me e forse ciò mi servirà per proseguire l’ulteriore lock down,consigliato agli anziani.

Giovanni Antonucci
Il ritornello

                                        E’ un ritornello

                                        Nulla sarà come prima

                                        Il futuro  sarà più radioso

                                        libero dal maligno virus.

                                        Ritorneremo  a 

                                       parlare fra di noi 

                                       a incontrarci 

                                       ad amarci .

                                       Che illusione

                                       Saranno  le

                                       magnifiche tecmologie

                                       a richiuderci ancor più.

                                       Lavoreremo da casa

                                       acquisteremo da casa

                                      ameremo da casa.

                                      Solo qualche eroe

                                      romperà la clausura

                                      e sarà segnato a dito

                                      multato e condannato

        Roma 7 aprile 2020

Eugenia Serafini
1 Maggio 2020

1 Maggio 1886 Chicago

New York 1908

Ricordo di povere donne

New York 1911

Triangle Shirtwaist

Arse nell’incendio il sogno

del lavoro

OGGI 1 MAGGIO 2020 FESTA DEL LAVORO

Festa che festa NON È

Scorrono nuvole nel cielo incerto

Il sole a chiazze sull’asfalto

Il morbo covid19 in agguato

Festa del lavoro

Che non c’è

Saracinesche abbassate

Lucchetti e mascherine

PAURA

Nella metropoli dove tacciono

Ormai

Anche i Flas Mob

Pure…

Sono arrivati i rondoni

In volo

LIBERI

Stridono appena

ATTESA SENZA PAUSE

8 Maggio 2020 Covid19

Per questa Festa della MAMMA che
sembra caduta da un mondo lontano in
epoca smarrita su foto grafie sbiadite dai
 ricordi dai baci di una lunga assenza di
una presenza così antica come il vento
che si leva improvviso e viene da chissà
 dove senza preavviso

Per questa Festa della MAMMA
ormai festa di face book

Whatsapp SMS cuori e fiori

Lontani i figli e gli abbracci la tavola
apparecchiata allungata con altri tavoli perché
bastasse per tutti

nel prato verde già d’erbe e ginestre

il vaso di fiori freschi nel centro e nei piatti il
profumo della pasta al ragù

Appare nel divenire del pomeriggio
Silenzioso solitario un SOGNO
lontano intriso di grida di bimbi di
baci biglietti su carta a quadretti

AUGURI MAMMA!

Smarrito il mio tempo

Non so

Forse

Non sono

Francesco Paolo Tanzj
Risveglio

Si era risvegliato quasi all’improvviso dopo una strana notte dove agli incubi e ai pensieri dubbiosi si alternavano momenti di sonno profondo in una sorta di giostra pericolosa e altalenante che lo avevano fatto entrare in uno stato di ansia fuori controllo di cui non riusciva neanche a rendersi conto. Ma così era e doveva farsene una ragione.

Marco si strappò letteralmente le coperte di dosso e restò steso ancora un po’ guardando il soffitto rischiarato dalle prime luci del mattino mentre con la mano tremante si asciugava il sudore sul volto stropicciandosi gli occhi e tastando con le mani il petto ansimante.

Era il 4 maggio e a sentire le notizie del telegiornale, compresi decreti ministeriali, avvisi della protezione civile e quant’altro, era il giorno in cui sarebbe cominciata la tanto attesa fase 2 con tutto quel che ne conseguiva. Tutti all’erta dunque, si ricomincia a vivere, a fare qualche passeggiata, a rivedere negozi aperti e a cogliere i primi sintomi di un certo ritorno alla normalità. Ma con la dovuta attenzione, mi raccomando – dicevano dal governo e dagli organi di stampa – perché altrimenti ci vuol poco per tornare a nuovi, drammatici picchi di contagio. Forza con guanti e mascherine, allora, e niente assembramenti pericolosi e fondamentalmente stupidi e autolesionisti!

Nei giorni – o mesi? – precedenti aveva vissuto, come tutti, chiuso in casa come un recluso di un penitenziario, uscendo soltanto per fare la spesa o portare a spasso il cagnolino e guardando con fare sospettoso le rare persone che incontrava qua e là, sentendosi tra l’altro in colpa di non essere abbastanza concentrato sui fatti e soprattutto sui doveri.

Solo come un cane, in casa si era pian piano adattato alla situazione cercando motivazioni e stimoli per andare da una camera all’altra alla ricerca di qualcosa da fare per non cedere alla noia e ancor peggio per non cadere in fastidiosi momenti di depressione. Cosa non difficile quando non c’è nessuno con cui condividere ansie e punti interrogativi su questa assurda storia capitata così all’improvviso quando nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Sì, certo, ne aveva sentito di storie più o meno banali e ripetitive di chi sperimentava nuove torte al mango o usciva a cantare sui balconi o rimbiancava gli infissi o seguiva lezioni di fitness collegandosi al tablet o addirittura reinventandosi improbabili giochi solitari o di gruppo – rigorosamente on line – per dare un senso alle giornate che non passavano mai. Per non parlare dei gruppi facebook o whatsapp – che lui aveva sempre visceralmente odiato – dove la gente si scambiava opinioni o lamentele o critiche a questo e a quello quasi soltanto per sfuggire alla disperazione della solitudine.

In realtà Marco di cose da fare ce ne aveva a bizzeffe. Il problema era non saperle gestire nello spazio e nel tempo. Poi pian piano aveva ricominciato a muoversi con un ordine tutto suo utilizzando i frammenti di tempo necessari a passare dalle azioni fisiche più o meno dovute a ritorsioni mentali fatte di pensieri e conseguenti ticchettii sulla tastiera del pc per dar vita a nuove, minime scritture da tempo lasciate andare nei cassetti del suo animo annichilito dai soliti, eterni dubbi esistenziali che lo avevano sempre destabilizzato. Come fare a muoversi ordinatamente tra rimorsi e rancori, ricordi di occasioni perse per non aver saputo agire nell’attimo e delusioni trasformate in laissez-faire di dubbia consistenza, lancinanti confusioni sentimentali e troppo facili gesti incontrollati?

Ora però era giunto il momento di decidersi e di uscire dall’empasse, strano a dirsi, proprio adesso che il tempo della reclusione era giunto al suo culmine. O, come si dice, al picco. Ma questa era un’altra storia.

Aveva appena finito di rimettere ordine tra un mucchio indescrivibile di vecchie foto ingiallite dal tempo sistemandole momentaneamente in sequenza temporale dentro un cassetto del soggiorno, tirò un sospiro di sollievo e si diresse in cucina per andarsi a fare un caffè. Tutto bene, ma mancava qualcosa.

Si sentiva solo, troppo solo. Doveva ammettere che proprio questo era il problema.

Cristo, da quanto tempo non vedeva più Rossana?

Questa storia assurda del coronavirus li aveva dolorosamente allontanati e non bastava telefonarsi chissà quante volte al giorno o stare attaccati per ore allo smartphone con le videochiamate per compensare l’insostenibile voglia di toccarsi, stare vicini fisicamente e non come si diceva in quei giorni solo “virtualmente”.

Quella notte poi era stata diversa da tutte le altre, almeno di quel maledetto periodo di quarantena.

Dopo un primo momento – non riuscì a ricordare quanto lungo – di sonno profondo, e chissà cosa si era mosso nel suo subconscio latente, si svegliò di soprassalto e cominciò a macinare pensieri di ogni tipo che lo fecero quanto più agitare senza tuttavia venirne a capo in nessun modo. Problemi insoluti lasciati andare a causa anche di quella maledetta quarantena che in fondo non era mai riuscito a digerire del tutto e che adesso, nel cuore della notte, gli apparivano ancora più grandi e irrisolvibili. Ma non era certo adesso il momento di affrontarli! Cercò di scacciarli via girandosi da una parte all’altra del letto come invaso da una torbida mania. Non riusciva nemmeno a guardare la sveglia sul comodino per capire almeno che ora fosse, ma dopo un po’ – quanto? – ripiombò nuovamente in un sonno agitato e angosciante.

La bicicletta senza freni saltellava sotto il suo peso di bambino un po’ grassoccio mentre lui girava senza sosta intorno alla palazzina dei suoi, incurante dei richiami della madre che lo invitava a salire su perché il pranzo era pronto. La bambina del piano di sopra che rideva, rideva. Poi d’improvviso il mare che travolgeva tutto nonostante gli amici e i fuochi sulla spiaggia per bere e cantare canzoni come se morissero senza lasciare ilo tempo per capire come e perché. Quella volta, ancora, che non era riuscito a capire perché lei se n’era andata e lui sempre lì che non riusciva a capire che il giorno dopo sarebbe stata possibile una semplice telefonata. Le follie, le incomprensioni, le avventatezze in una ridda di sensazioni accumulate sotto una vera e propria cascata del Niagara che tutto travolgeva senza possibilità di scampo. E il lancinante dolore al braccio, alla gamba incastrata dentro l’ingranaggio del Velosolex come ogni volta gli ricordava il vecchio Snaporaz nelle sue elucubrazione senza capo ne’ coda ma sempre assolutamente veritiere come i messaggi dell’aldilà, anche adesso che sta sprofondando in un baratro senza fine, senza alcuna speranza di salvezza e tantomeno di una possibile redenzione. Buio totale, clangore di lamiere contorte, cosa fare, cosa fare, cosa fare?

Bum, bum, bum, il rimbombo ossessivo di una sorta di musica ancestrale proveniente dall’Ade di un’antichità probabilmente mai esistita se non nella fantasia di chi ci crede per perdersi nella storia fatta di storie di un inconsapevole rigurgito psicanalitico di essere e non. Ma questo frastuono non gli dava pace  e così era perdio e non c’era ormai più niente da fare. Perché i giochi erano fatti  e ormai nulla lasciava presagire un pur moderato ritorno allo stato di pace.

Perché poi tornare al fatidico appuntamento delle sei di sera con tutti quei numeri e avvisi disperati, ora che è notte e a nessuno gliene frega niente di questa assurda, fantascientifica fine dell’umanità? Apre gli occhi per un istante per poi ripiombare nel nulla scarnificato di un’onda che tutto travolge coi suoi detriti di plastica e di idrossicloridichina come fosse la scrittura automatica del buon vecchio Jack quando cercava di inabissarsi nell’inconsistente Dharma senza peraltro potersi nemmeno immaginare quale fosse l’unico, vero pernio di questo infinito, improbabile gioco virtuale.

Mentre continuavano a susseguirsi immagini riflesse di un passato rimosso accompagnate di volta in volta – fortunatamente –  da scampoli di un futuro tenacemente desiderato che adesso, nel sogno, sembravano così reali da non permettere dubbio alcuno. La fine della pandemia, il viso e le mani di Rossana che si stringevano a lui in un abbraccio caldo e sensuale, la parola fine all’ultimo racconto visto e rivisto e mai completato fino al giorno prima, le acque del Tevere quasi trasparenti e l’aria fine come non accadeva da tempo immemorabile,

Bene e male sembravano sostituirsi a vicenda di volta in volta tra sonno e veglia, tra veglia e sonno così che sembrava difficile distinguere il vero dal falso in quest’unico, irrefrenabile carosello di sensazioni e visioni e deja vu e catartiche illuminazioni che tuttavia non conducevano ad alcun risultato plausibile con una sola, palpabile conseguenza: la paura.

Ma adesso finalmente era sveglio e gli incubi notturni sembravano ormai svaniti nel dimenticatoio, pur lasciando qualche lieve traccia nella sua fragile psiche.

Era il quattro di maggio e tutti, anche i più pessimisti, speravano proprio che le cose potessero finalmente volgere al meglio per concedere almeno un po’ di speranza al pianeta deluso e terrorizzato, alla faccia dei politici e dei brokers di Wall Street, degli immunologi e dei tanti diffusori di ogni tipo di notizia scientifica, dei giornalisti assatanati dal gossip e dei propagatori di fake news, e di tutti quelli che in un modo o nell’altro se la cantavano e se la suonavano per proprio conto fregandosene di questa assurda, immane tragedia.

Marco si sentiva moderatamente sollevato e decise di telefonare a qualche amico, così come aveva fatto nei giorni precedenti per supplire in qualche modo alla mancanza di veri e propri contatti umani.

«Ciao, Carlo, come te la passi?».

«Che vuoi che ti dica? Tutto sommato sono ancora vivo».

«Anch’io, ma non ce la faccio più a star chiuso in casa senza vedere nessuno. Questa notte poi è stata orrenda. Pensieri e sogni allucinanti».

«Be’, lo so. Ogni tanto è capitato anche a me… Non è facile dormire in questo casino».

«Ok, però adesso pare proprio che il peggio sia passato… Io voglio essere sempre ottimista e… vediamo ora che succede».

«Dai, sì, sono d’accordo con te. Andiamo avanti!».

«E già… Almeno siamo vivi e vegeti!».

«E sì, cavolo, e speriamo che pian piano tutto ritorni a vivere».

«E’ ancora presto per fare riunioni, ma prima o poi ci rivedremo».

«Salutami tue moglie e i bambini».

«Ok, ciao bello!».

«Ciao».

Questa chiacchierata – e poi altre tre o quattro – lo rilassò definitivamente e si trovò pronto ad affrontare al meglio questa mattina di questo nuovo giorno di questa benedetta fase due con tutto quel che avrebbe comportato.

Per prima cosa si fece un buon caffè e una bella fetta di pane bruscato con burro e marmellata. Si vestì con calma, si mise la mascherina, prese il guinzaglio e si avviò giù per le scale col cane che scodinzolava tutto contento.

«Ciao, amore, sto qui fuori per andare a fare la passeggiata con Trick – disse rispondendo alla chiamata di lei mentre stava appena uscendo da portone – Hai visto bene il dcpm per capire se anche a noi è possibile vederci? Ne ho una voglia matta!».

«Sì, sì! Vengo io da te tra un’oretta, quando sarai tornato a casa».

C’è poco da fare, le donne in questi casi hanno sempre una marcia in più!

Lara Di Carlo
San Valentino in maschera

4 maggio: grottesco
San Valentino in maschera,    
in cerca di un rifugio
tra la folla delle anime
impazzite, leggere,
incuranti del tempo trascorso

Roberto Croce
Puoi anche alzarti molto presto, ma il tuo destino s’è alzato un’ora prima.
(Anonimo)

Er destino

L’avevi già scontata la condanna 
de sta’ da solo ‘n casa
doppo che lei se n’era annata,
e a quela vita sciapa
te c’eri davero rassegnato,
e te piaceva puro
come ‘n cono senza panna
sopra ar gelato,
ma poi 
t’eri sentito un po’ aranca’
come pe ‘na córza su in salita
e allora, finarmente,
eri uscito da la tana 
pe riscopri’ la vita. 

Ma er Giudice che decide
ogni destino t’aveva visto troppo libbero 
e impazziente
d’ariprenne quer cammino
e allora t’ha fregato
sur principio
propio quanno avevi preso
quell’ambito appuntamento,
e t’ha rinchiuso ‘n casa
così come a tutto er monno
pe paura der contaggio,
e mo, pe nun morì de fora,
te stai a morì de drento.

La verità, in fonno in fonno,
è che nun ce stanno santi:
tu potrai sognà l’amore 
come ne li film de li divi
e tanti viaggi, e tanti sòrdi, 
e che gnisempre ce sta er sole, 
come famo tutti quanti
pe senticce un po’ più vivi,
ma la morale, amico mio,
è che er destino lo fa Iddio. 

Angelo Zito
Smarrimenti


Me vojo perde

a ciancicà le gomme americane

le caramelle cor buco, er cioccolato

li dodge dar galoppatore ar Pincio.

Er grembiule er cestino e la merenna

cor sapore der fumo de la stufa

er freddo a le ginocchia scorticate

er cappotto de l’artr’anno rivortato.

Me vojo perde

la sirena er ricovero l’allarme

“Si ‘n sia mai sta bomba ce vié addosso

famo la fine der topo giù in cantina”.

Tutti li firmi visti ar pidocchietto

Amedeo Nazzari e la Sansonne

e li fazzoletti fracichi de pianto.

Me vojo perde a ripéte “rosa rosae”

tutto er bello e er brutto de quei giorni

li cuscinetti a sfera che invenzione.

Le sere d’estate ar Bersajere

Lisetta che s’aggiustava già la vesta

lo schiaffo der sordato er sottomuro.                                                                      

Me vojo perde

Papa Pacelli l’anno der 50

tutto de bianco ce pareva un santo

nun c’era più la guera famo pace.

Me vojo perde…ormai ho perso tutto

poche foto so’ rimaste ner tiretto

quer tempo in bianco e nero s’è appannato

se l’è magnato er sorcio che ciò in mano

fo un cricche “che ce vôle? Co’n momento

cambia l’icona, er programma s’è aggiornato.”

LA FONTANELLA

A quela fontanella so’ tornato

l’acqua era l’istessa m’aricordo,

e ar cantone lo stesso bibbitaro

che sfregnava er ghiaccio ner bicchiere

insieme ar tamarinno co’ l’orzata.

Me so’ girato, un battito dell’occhi,

e m’è parso t’avette vista come allora

la gonna che s’arza appena, c’era vento,

e la bocca cor soriso malandrino.

A st’ora der giorno er sole gioca            

a smove ne le nuvole i colori

come fa er bibbitaro ner bicchiere

e l’occhio vede e nun vede, se confonne.

Eppure stavi lí come quer giorno

quanno che me lanciasti quela rosa

“Er massimo che te concedo è questa”

così intesi quer gesto e nu’ la presi.

Oggi, e so’ mill’anni da quer giorno,

me la terebbe impunturata ar petto.

Famme fà ‘na bevuta, va’, ciò l’arsura,

l’acqua dà ‘na smorzata a li ricordi.

Me chino sur nasone a la fontana

e l’occhio core a ‘na macchia rossa

su la strada.                                                                   

Pô esse’ e nun pô esse’, nun ce credo.

Sto firme che ciò in testa nu’ lo fermi

nu’ riesco più a trovà l’interuttore,

mejo si me fo ‘n’antra sorsata.

Ar cantone er bibbitaro come allora

impasta li colori in mezzo ar ghiaccio

e nun c’è cristiano che passi pe’ la strada.

Il NASONE è la fontanella romana così chiamata popolarmente
per la forma del rubinetto.

GIULIA FARNESE “LA BELLA”

Se l’era fatta dipinge sopra er muro

la vedeva giorno e notte tra li Santi

la Madonna der maestro Pinturicchio

co  la faccia de Giulia viterbese.

Solo a lei era devoto er Papa Borgia

che a la visione de quell’occhi maliziosi

piú infocati der carbone quanno coce

era rimasto sconvorto dar mistero,

la fede è er presupposto der Papato.

E fu amore passione gelosia

sbavava più d’un pupo ancora in fasce

er potere davanti a la bellezza

se sfragne è cieco certe vorte piagne.

L’orgia che è scritta ner nome de li Borgia

je arzava la pressione e li carzoni,

la bella Giulia l’aveva messa in banca

pijava l’interesse e er capitale

mó je la dava e mó s’annisconneva

attizzava er Papa come un seminarista:

mó er feudo Bassanello per marito

poi er cardinalato per fratello Sandro

che fece cariera dentro ar Vaticano

tanto da diventà Papa Fregnese.

Si pe’ natura la donna inganna l’omo

da quanno Adamo mozzicò la mela

nissun’artra appetto a Giulia arivò a tanto

ha giocato, come er topo fa cor gatto,

cor Vicario de Cristo sceso in tera.

Francesca Lo Bue
La fortezza

Sentinella di una fortezza nera

nel crepuscolo dei giorni,

un vento gelido colpiva le rocce dello strapiombo.

I maghi invisibili porgevano messaggi infidi di pena.

Strariparono i venti quando un angelo invisibile

tese le mani verso la pietra malata.

Il vento nero usciva dal villaggio corroso e non si fermava,

cercava un sedile per spogliarsi del suo turbine vanesio

e appuntava, appuntava verso loschi quaderni fuggenti.

Siede l’angelo annerito nella solitudine della pietra,

aspetta il fascio argentato dall’altezza impalpabile.

Vinto l’oblio del villaggio,

l’incantata rosa di angustie frantumava

e franava l’acqua aggrumata di sale e silenzio.

Istante

C’è un luogo dove non vi sia il sosia della pena,

senza aneliti di fragranze già appassite?

Ti vedo fra le brume del tempo

e guardandoti mi guardo.

Scivoli nel muro rovente del meriggio

e con la tua anima sfuggi e aspetti.

Stai vicino a un presente d’oblio

mentre l’universo è cieco

e i camosci bramano le vie della foresta.

Mi imprigioni con la cima dei monti

e il lumeggiare calante dei fiori.

Si può avere ancora la Patria, la salute, la vita,

l’attimo che trascende l’abbandono.

Le parole strisciano nel silenzio

quando la vita volteggia come nube nel cielo.

Giuseppe Cerasari – Lucio Castagneri
Costruire il futuro: speranza e consapevolezza.

Ci risiamo. Inizia la fase 2. La ripresa. E di nuovo pareri contrastanti. Gli anziani a casa, me compreso.

Ma andiamo per ordine. Nel mondo siamo circa 7,79 miliardi di persone e la popolazione cresce di 70 milioni l’anno. Di queste fino ad oggi 4 su dieci sono state chiuse in casa o sottoposte a misure restrittive della libertà. E la domanda da porsi oggi non è come riprendere la normalità ma come sarà il dopo Covid-19? Quale il destino dell’uomo?  Quale il destino della cultura? Siamo stati sordi ad ogni avvertimento. Sì, siamo stati avvertiti. Certo per me medico infettivologo lo scenario era evidente. Ma anche per i non addetti ai lavori era sotto gli occhi. E gli ammonimenti sono stati lanciati da anni. Anche per la gente comune c’era la possibilità d’informazione. Ma purtroppo l’informazione non sempre è obiettiva e utilizza i canali giusti. Bisognava prepararsi ad una pandemia virale di proporzioni catastrofiche con urgenza: così ammoniva David Quammen nel 2012 nel suo libro “Spillover” dal sottotitolo oggi di sapore profetico ”Le infezioni animali e la prossima pandemia umana”. Anche numerosi virologi hanno fatto sentire la loro preoccupazione, ma invano. Non è bastata l’epidemia Asiatica nel 1957, L’H5N1 Hong Kong nel 1997, la Sars nel 2002, iI virus epidemico influenzale A/H1N1 un nuovo sottotipo di virus di influenza umana contenente geni di origine aviaria ed umana in una combinazione che non era mai stata osservata prima. Nè la dichiarazione  seguita a tale evento il 25 aprile 2009 dal Direttore generale dell’Oms Margaret Chan che aveva dichiarato questo evento una “emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale” a cui era seguita la formulazione e preparazione, in  tutti gli Stati membri dell’Ue, di Piani pandemici nazionali.

L’impatto dell’attuale pandemia è difficile da prevedere anche se le previsioni non sono affatto rassicuranti. Ignoriamo in parte anche la biologia del virus e incerta è l’immunità acquisita in seguito al contagio. Questo virus appartiene ai betacoronavirus, virus a RNA che hanno un ritmo di mutazioni genetiche 1000 volte superiore ai virus a DNA. Il Covid-19 è 30 volte quello degli altri coronavirus. E’ probabilmente per questo che assistiamo a quadri clinici differenti. Infatti l’80% delle persone infette ha un quadro clinico lieve, il 15 % una forma grave (dispnea, tachicardia) e solo il 5 % un quadro clinico critico (insufficienza respiratoria grave) che causa la morte anche persone giovani e senza comorbilità. E’ evidente che la crescita della popolazione, che occupa ogni angolo della terra con il conseguente sconvolgimento ambientale e di ecosistemi millenari possa aver attivato virus altrimenti silenti e confinati al regno animale. Ed allora diamo la colpa ai pipistrelli. Se non avverrà ora e non ci sarà un cambiamento del comportamento dell’uomo la catastrofe sarà rimandata alla prossima volta e non per colpa del pipistrello o del pangolino.

Già Lucrezio nel De rerum natura descrivendo l’epidemia di peste ad Atene denunciava le nefaste conseguenze: la peste condannava a morte anche i sopravvissuti. E veniamo a noi, ad oggi e all’imminente “dopo”. E’ il dopo l’angoscioso enigma. Non è il dopo temporale. Non è la ripresa della “normalità”. Non è chronos. Dobbiamo pensare al “dopo” sulla base dell’opportunità offerta da questa occasione di solitudine, di arresto della nostra corsa sfrenata e del tempo, tempo come kairos inatteso, irripetibile. Non è legato alla parola “speranza”. Dipende da noi. Non da un Dio. La crisi così come ci viene prospettata ci deve far riflettere. Il declinare scenari possibili di catastrofi economiche non ci deve coinvolgere. Il silenzio di questi giorni ci deve aiutare a sviluppare un pensiero creativo, ad operare un cambiamento, ad affrontare nuove sfide. Ad essere consapevoli. Il mondo che abbiamo fino ad oggi realizzato si basa su un movimento globale di beni e merci altamente controllato e monitorato. Sarà ancora così? Come ripensare il mondo e far sì che siano i modelli etici e di equità a prevalere e non di dominio globale? La non univocità e talvolta contraddizioni delle affermazioni dei cosiddetti esperti ci deve costringere alla riflessione sulla faziosità e manipolazione dell’informazione.

Riflessione su chi è esperto e competente. Su chi opera in prima linea e chi dietro le quinte. Ma soprattutto riflessione sul destino della nostra cultura.  Platone disse che amiamo ciò che già conosciamo. Il mio maestro all’università mi disse che noi diagnostichiamo solo le malattie che conosciamo.

Caro Giuseppe,

rispondo alle tue considerazioni , almeno mi provo a glossare secondo il mio sentire  due punti ai quali  tu stesso attribuisci importanza enorme.  E li ho  evidenziati in grassetto.

Sul primo punto credo di averti in varie occasioni espresso il mio pensiero che per quanto disturbante si basa su considerazioni elementari, in fondo coincidenti con la chiusa del tuo scritto citando Platone e il tuo maestro all’università. E mi astengo dal rinnovare i miei voti per un’umanità che superando il cretinismo barbarico infantile cominci a prender gusto a sentirsi umana, ovvero capace di riconoscersi nell’altro e non farsene padrone e aguzzino. Ma questi sono i temi dell’utopia, mentre dobbiamo misurarci oggi più che mai con il distopico : che orrendo termine, entrato nell’uso come molti altri di provenienza anglofila- pseudo latina. Mah… Forse dovremo trovare in futuro – temo prossimo – termini più aderenti e specifici che sostituiscano repubblica e democrazia, che per il loro etimo non hanno più rispondenza di contenuto e scopo di quando furono concepiti pur tra travagli e contraddizioni terribili in Grecia e Roma.   Siamo da molto tempo , almeno dagli anni trenta del secolo scorso dentro la fantascienza che si va plasmando giorno per giorno assumendo valenze proteiformi, assimilando la nostra visione del mondo sempre più ad una favola.

Prova ne sia l’eccitante sviluppo sul piano della ragione scientifica, degli sviluppi sempre più veloci da togliere il fiato sul piano applicativo e da toglierlo ancor più per la vastità dello spazio mancante agli sviluppi cognitivi in termini di adattabilità quantomeno della ragione alla coscienza identitaria dell’Io Pensante. Ma mi fermo qui, come le nostre capacità d’indagine nel cosmo ormai debbono arrestarsi ai confini di dove è partito il raggio di luce che si registra nel nostro telescopio di Hubble.  Oltre quel punto, come sai,  c’è solo nero.

Dunque ti domanderai perché vado vagolando in questa maniera. Ecco, perché questi mesi di segregazione mi hanno imposto riflessioni severe, talora spietate, e che al di là del Ormai il mondo non sarò più lo stesso mi impongono qualche considerazione riguardo all’essere umano che  le grandi rivoluzioni socialiste del secolo scorso contavano di plasmare per ridisegnare il paradiso in terra. Ultime eresie cristiane?… Ahimé… stiamo di fronte ad un panorama  inquietante del quale siamo tutti consapevoli, e il famoso Coronavirus ha il merito di farci sbattere il muso insieme alle crisi e alle manipolazioni ben note d’ogni natura. La letteratura catastrofistica  può intingere nei bassifondi delle tante  speculazioni di queste settimane: in questi giorni ho letto non so dove che il massimo livello etico fu a suo tempo  nei finalini delle Favole di Esopo, il che mi trova abbastanza concorde. Ricordi?… Superior stabat lupus. Dunque come vedi, e coerentemente con lo spirito di questo nostro epistolario destinato all’antologia diaristica degli  scrittori durante il Coronavirus, ti accludo due riferimenti che anche di segno opposto concorrono entrambi a disegnare lo stato delle cose : il primo è che ho ripreso in mano, ma non credo per rileggerlo, ma per tenerlo accanto come presenza amicale avendomelo donato tu , il libro Spillover di David Quammen ampiamente esplicativo di Ebola e Hiv, e densamente profetico. E l’altro è i due ultimi capitoli del mio ultimo libro inedito L’Isola delle Ombre dove sotto metafora, avendoli terminati pochi giorni fa sono intrisi inevitabilmente di stato d’animo e polisemie del momento, come è giusto che sia, badando per non infierire, a tenere i piedi per terra, almeno letterariamente parlando.

Un abbraccio, Lucio

PS:

Ovviamente, fai conto che ciò che non si capisce è perché  questo finale è a pag. 570…. Ma a me piace giocare in termini di fantasia  poetica dove in fondo l’evocare, il sentire prevalgono nel flusso  di espressioni che neppure le menti più brillanti del nostro tempo riescono a comprendere e contenere in nuove formule esplicative della condizione umana. Malraux se ne fece un titolo. Ti sarò grato se mi vorrai scrivere un tuo pensiero in proposito, quello che ti pare,  tutto mi arricchisce e mi aiuta a sopravvivere.

ECCO QUI: XXXIII IL DIARIO DI WOLF

Dopo tutte le vicissitudini dell’Osservatorio – che si trovano scritte per esteso nel libro Wolf e le Sorelle,  nel sequel  Il Giornale del Mattino, e poi con le ultimissime di Alma e Pepa in trasferta nell’Isola delle Ombre, sarebbe da immaginare che quel disco volante sia una sorta di ipostasi dell’Osservatorio, dove Wolf, ormai abbandonato dalle due sorelle che hanno preferito il mondo più interessante e avventuroso di Ermogene e Georghis, stia in vedetta per non perdere d’occhio le ragazze e tutta la storia nel suo insieme. Un po’ per interesse scientifico, un po’ perché non c’è altro modo di ammazzare il tempo, Wolf si dedica da qualche kalpa – 4,32 miliardi di anni per l’esattezza – ad approfondire la questione dell’Ombra. E siccome ormai aveva trovato il modo di far parlare la propria Ombra, così per chiacchierare con qualcuno aveva intavolato una conversazione interessantissima con lui a commentario della famosa quanto spaventosa novella di Andersen, tenendo però la sua ombra sempre per il collo, s’intende. E tra l’altro confrontando la propria posizione con quella di Peter Schlemihl.

    In qualche modo è pervenuto il diario di Wolf, lungo migliaia di pagine, di cui va riportata la parte centrale:

    Mentre quella compagnia di artisti girovaghi si trova sull’Isola delle Bisce – da qua sopra li scorgo tutti, uno per uno, con il mio potentissimo  Gran Telescopio  –  apro una  bottiglia  di champagne,

brindo al loro scampato naufragio, e augurando loro di proseguire il viaggio, e tornare da dove sono venuti, mi accingo a  scrivere queste memorie delimitate all’argomento dei rapporti tra me e Fritz.

    “Ore 3: 00 del mattino. L’insonnia di Sardanapalo mi si trasmette fino quassù, e lo capisco perfettamente. Mi sono talora domandato se quest’uomo sia più idiota, imbecille o stupido. Secondo Fritz e Cometa è solo un ragazzone ingenuo, infantile, imbroglioncello quando ci riesce, ma in realtà non riesce mai nei suo intenti nascosti, e bisogna ogni tanto farglielo credere. Come fu per il matrimonio con Cometa.  Secondo Fritz era una buona azione, ma Fritz è un angelo, e capisce poco di certe cose. Ma chi è dunque questo Fritz che mi entra ed esce come gli pare come se fosse casa sua? Una risposta precisa non la possiedo e devo ammettere che lo tollero nonostante che avrei ogni buon diritto di buttarlo fuori. Tuttavia per buoni rapporti in senso generale io non butto fuori nessuno perché a me interessa tenere, studiandoli, i fili di un gioco complesso. E Fritz mi sembra che frequenti  l’Osservatorio per qualche motivo  similare. In effetti quali interessi ha mostrato finora di tipo personale? Non ha fatto avances alle ragazze, non ha interferito nei nostri jeux interdicts, né al momento mi viene da fare altre osservazioni, anzi mi pare un gentiluomo tutto sommato che sa stare al suo posto. E poi scrive appunti, un paio di volte l’ho colto a suggerire frasi intere alle ragazze, come se dovessero dire quel che pensa lui: Il che mi da un certo fastidio, lo ammetto. Ora è nel mio stile cercare la forma più asciutta di esprimere il mio pensiero su Fritz e non vorrei per questo sminuirlo, dato che tutto sommato ci rispettiamo.  E questo è una cosa di valore, anche se nutro qualche sospetto sulle persone che stanno mute a scribacchiare appunti mentre altri parlano o fanno delle cose. Non è un guardone, questo è sicuro. Non credo agli angeli come tante volte ho spiegato a Pepa che gli angeli non esistono,  ma per buona  educazione,  e quantomeno per non mettermi di traverso, il che impedirebbe sviluppi creativi della faccenda, ho già una volta finto di crederci. Non so cos’altro potrebbe esistere se io non ci credessi. A cominciare dalle Ombre di questa stanza che già una volta ho dovuto bastonare duramente e che da qualche tremolio mi pare che vogliano rialzare la testa. Mi fermo qui per ora perché ce ne sono un paio sul muro che mi stanno osservando”.

   Le mie ombre sopportano bene le bastonate, ma non –noblesse oblige –  lo schiaccino per le mosche, e questo è un mio punto di vantaggio.  Mi basta dire a mezzavoce: “Schiacciiinooo…!” che si rintanano paralizzate. Ma io non lo faccio volentieri perché appunto sono le mie ombre, mi appartengono e non ne posso fare a meno. Oltretutto la nostra convivenza non è condizionata da patti mefistofelici, né da fiabeschi mondi danesi, ma solo dalla piena coscienza che ci siamo, io e Loro, ma devono  portare  rispetto all’Ombra Eroe di Prima Classe che è quella mia personale che mi sta attaccata sotto la pianta dei piedi, e lì resta. Vorrei proprio sapere dal signor Schlemihl se valeva la pena di vendersi l’ombra, con tutti i guai che questa improvvida idea gli ha occasionato.

    La mia Ombra mi accompagna da quando esiste il mondo, ha goduto e sofferto con me delle mie gioie e dei miei dolori, non ha chiesto mai privilegi, né ha avanzato giustificazioni del suo comportamento in situazioni limite, tipo quando è buio e tende a rintanarsi lasciando scoperte le mie ansie senza il suo scudo protettivo. Che se poi si allunga o si accorcia a seconda del cammino del sole a me non interessa perché qui nell’Osservatorio questo fenomeno in assenza di sole non si verifica e non mi riguarda. Continuo a sostenere la spiegazione del Sole Nero in quanto luce interiore, ma da quando non viene più nessuno a trovarmi e nemmeno c’è Sardanapalo a tenere in ordine l’Osservatorio, mi sento un po’ solo e ho paura di andar fuori di testa. Questa è la verità. Chi poi sia il signor Fritz non è poi così importante saperlo. Probabilmente non lo sa neppure lui”.

 XXXIV      L’ISOLA DELLE BISCE

Era ormai mattina, gli uccelletti cantavano tra le mangrovie, qualche lucertolone si muoveva lento tra le piante e la riva sabbiosa, e dei simpatici pesciolini saltavano sulla superficie del mare. 

    “Ehi, ehi, Pietro, finalmente!”. Tutti gli stavano intorno a vedere che c’era nel canestro, con la fame che avevano da due giorni senza mangiare. Pietro stava tirando giù dalla barca le provviste, che erano pesci, banane e gallette da marinaio. Roba da gente dei Caraibi, probabili discendenti di schiavi negri, pirati e bucanieri francesi. E qualche puttana venuta dalla Spagna. Questa è l’atmosfera del tropico, che non è poi tanto diversa dalle parti del Madagascar o della Malesia. Una noia infinita, una musica di sbadigli e danze di tamburi e sonagli e a volte una chitarra. Senza progetti di vita che vadano oltre il domani, che è già tanto. Mañana señor. Che suona meglio in spagnolo, e poi in giro per l’Equatore lo capiscono tutti, meglio che l’inglese dannato. Mentre Pietro finiva di arrostire i pesci sulla brace – ormai erano tutti pieni di banane da scoppiare –  Ermogene che si sentiva responsabile della comitiva e che non era sicuro della tappa nell’atelier del pittore Philippe – anche perché di quel dannato quadro di Afrodite non gliene importava più un bel niente – , si alzò in piedi e fece un breve discorso:

    “Ascoltatemi bene: mentre stavamo dentro il naufragio, dico, nel gorgo, vi dissi  di pensare  intensamente  all’isola di Merda perché mi pareva il posto più vicino, ma anche questa volta abbiamo preso una rotta per un’altra.  Ho studiato le carte ed evidentemente c’è  una sovrapposizione di universi, perché non c’è stato alcun errore del timoniere Georghis. Stavamo andando tranquilli e invece siamo finiti in un gorgo che non se n’é mai visto uno uguale, e ci troviamo su questo buco  del … Beh, non sta a me dirlo tanto lo pensate tutti, un’isola di venti metri per dieci non è sufficiente a mantenere la nostra compagnia  cantante, ma in fondo siamo salvi”.

    “Ermogene… – fece Elvira che ormai stava riprendendo l’animo e lo spirito di Akillia -, ci riporti ad Alicarnasso… sento nostalgia di casa. Questa è un’isola che non c’è”.

    “Avete visto, ma forse non ve lo ricordate quello che è successo quando siamo tornati ad Alicarnasso, durante il terremoto… Vogliamo rischiare ancora?”.E Pimpinella che stava tornando nell’identità di Amazon gli rispose:

    “Senti un po’, ma tu che cosa hai imparato dal Mago Caldeo, solo il trucchetto del fuoco a schiocco delle dita? Forza, scienziato, fai qualcosa, prega gli dèi, ma non ci tenere qui per qualche altro milione di anni!!”.

    Pietro non diceva nulla e cominciò a servire in giro i pesci belli arrostiti messi su foglie grandi di banano insieme a spicchi di lime dei Caraibi, che è una cosa così buona che è unica al mondo. Poi si decise:

    “Potrei venire con voi?”.

    Al che Akillia, per istintiva solidarietà femminile fece: “E la fidanzata te la porti dietro?”.

    “Ma chi sarà mai quella lì?” disse  piano Amazon che era sempre in guardia a non farsi fregare.

    “No, è fidanzata con un altro e si sta per sposare”.

    “Meglio mi sento” fa Georghis che stava già pensando come tornare da Alicarnasso ad Atene, ma al tempo esatto per ritrovare la sua Andouille. E diede un’occhiata a Ermogene che gli leggeva nel pensiero:

    “Guarda che se Andouille è quella giusta per te, allora te la ritrovi pure ad Alicarnasso, guarda che di certe femmine [tra un reincarnazione e l’altra] non ci si libera facilmente”. E aggiunse: “Vedete che è l’ora di fare tutti insieme questo bel pensiero”, e guardò Kritos, come a dire, anche stavolta guidaci tu che sei benvoluto dal dio. E Kritos, pieno di grazia, presi tutti per mano guidandoli sulla riva, entrando con i piedi nell’acqua con gli occhi affissi nel sole nascente fece un grande respiro e come fossero leggeri al vento tutti insieme si levarono, compreso Fritz e Sardanapalo e Pietro in direzione di Alicarnasso, mentre Wolf, che controllava tutto dall’alto si fregava le mani, spegneva i macchinari e si preparava a scendere anche lui, perché con il suo lavoro nell’Osservatorio aveva completato tutto quel che c’era da fare             .
Fine del Settimo ed Ultimo Volume de’ I RACCONTI DI ALICARNASSO                                                     
Roma, 3 maggio 2020, primavera della maledetta pestilenza

Sangiuliano
Si tengono a distanza anche le parole

Si tengono a distanza anche le parole

in sospetto fra loro di poter dire

cose inadatte al panico prescritto

dall’istinto onde appare qualunque vita

meglio che morte, salvo quel dolore

che stronca la speranza quando il destino

ti fa suo complice a desiderare

la residua bellezza di un imprevisto

gesto anomalo in proprio. La peste passa

sempre da sola, fino alla prossima volta,

salvando l’essenziale, per noi l’amore,

e i poeti, studiosi di ritrovare

                               le ragioni del canto.

Riccardo Tordoni
Oggi piango

Oggi, con un po’ di vergogna, piango.
Per tutto.
Per tutti.

Piango per il dolore, per l’umanità calpestata, per la natura devastata, piango per le vittime e per i carnefici, piango per questa sete inestinguibile di giustizia e di pace. Piango per le persone sole, piango per il sole, per i pianeti e per le stelle, piango per me e per te, piango per le persone alle quali hanno impedito di accompagnare chi amavano. Perché della morte non si sa niente ma della paura di morire e dell’orrore di morire soli si può impazzire. Piango per la violenza, per tutta la violenza, quella fisica, quella verbale, quella sociale, piango per le creature innocenti e per i loro occhi puntati su chi dovrebbe salvarle e invece le uccide, piango per chi uccide perché non sa più dov’è, né chi è, né se esista al mondo qualcosa per cui valga la pena vivere, e non uccidere. Piango per gli scontri, per i conflitti, piango per gli avvoltoi che volteggiano sulle tragedie, piango per gli sciacalli che si litigano brandelli di dignità umana. Piango. Per tutto. Per tutti. Per questo bisogno ormai allo spasmo di una classe politica buona, sì, buona, nient’altro che questo: buona. Piango per chi sa la verità e nessuno lo ascolta e lo fa fuori. Piango per l’eterna dittatura dell’opinione pubblica che, allegramente distratta, mette la museruola a chi per la verità e per la giustizia ci si gioca la vita. Piango per l’ignoranza, per quella di chi sa di non sapere, per quella di chi non sa di non sapere e soprattutto per quella di chi è convinto di sapere. Piango per tutta la miseria del mondo, per tutto l’abbandono del mondo, per tutta la dignità frantumata a colpi di denaro e ricchezza e potere. Piango per i piccoli e per i grandi, per gli eternamente invisibili e per gli instancabilmente visibili. Piango perché ho una convinzione e mi sento stupido, stupido, molto stupido. Piango per la mia convinzione che se ognuno ricevesse attenzione e amore quest’inferno finirebbe in un istante. Piango per la mia ingenuità che non riesce a vedere il male. Vedo dolore, vedo sofferenza, vedo ferite e vedo tutto questo trasformarsi in rabbia e odio. Piango perché non sono fatto per questo mondo. Piango per il mondo che ci porta sulla schiena, a capo chino, e aspetta, aspetta, aspetta che ci risvegliamo. Piango per la terra che ci porta in grembo, a testa alta, e piange, piange, piange. Perché uccidere una madre è così tremendo che non piange per lei ma per noi, perché non sappiamo più quello che stiamo facendo. Piango perché niente sembra bastare. Neanche una pandemia. Neanche tutti questi morti. Niente basta a fermare tutto. E non parlo di uscire o non uscire, di lavorare o non lavorare. Parlo di un adulto che ci ha schiaffeggiati così forte che siamo finiti a terra con le ossa in frantumi. E quell’adulto chiamalo come vuoi: Natura, Vita, Dio.
Ci ha schiaffeggiati tutti. E ha detto “basta così! vi state uccidendo!” Ci ha schiaffeggiati per amore. E noi non apriamo gli occhi. Ancora non apriamo gli occhi. Piango perché io so una cosa senza saperla dimostrare: so che quello che sta accadendo accade perché dobbiamo rivedere tutto. Tutto. Piango perché speriamo che il mondo di prima si aggiusti. Piango perché spero che il mondo di prima si aggiusti. Piango perché non vogliamo svegliarci. Piango perché non voglio svegliarmi. Piango perché vogliamo vivere come fantasmi. Piango perché voglio vivere come un fantasma. Piango perché non vogliamo vivere. Piango perché non voglio vivere. Piango per me. Per la mia miseria. Per il dolore che ho inferto. Per le volte in cui non mi sono accorto di una ferita ma, anzi, ci ho infilato la lama. Piango per la mia stupidità. Per il mio egoismo. Per la mia ingratitudine.

Dicono che manca il lavoro.
Non è vero.
Quello che manca è la retribuzione per chi lavora.
Di lavoro invece ce n’è fin troppo.
C’è da rivedere tutto.

Come questa lacrima che oggi è scivolata giù.
La vedo come fosse un’ampolla.
Vedo, o forse sogno.
E sogno che venga considerato lavoro tutto ciò che contribuisce alla vita.
Di tutti.
Di tutto

Edoardo Ferrini
Tu resta a casa ma io gioco per te

Italia, Cina, Germania, Stati Uniti, Australia… in tutti i paesi del mondo appare, tradotta anche nelle lingue africane più remote, una scritta che sa di imperativo, risuona di autoconvincimento, rinuncia, e anche di ferrea decisione: “Io resto a casa”. E’ il grande capolavoro della globalizzazione, alcuni pensavano che il kebab e il sushi fossero i segni più tangibili dell’allargamento dei confini. I sociologhi e i mangioni delle kebabberie aperte fino all’alba, così come  i taciturni divoratori di sushi (nei ristoranti giapponesi di solito si sta composti) si sono dovuti ricredere. Anche gli studiosi dei media dicono che oggi la globalizzazione è diventata endemica, o pandemica.

La scritta spesso è traslata nel plurale inclusivo del Noi: “Noi restiamo a casa”, il che ingloba solidarietà, senso di Comunità, l’idea che per quanto chiusi nella propria stanza a fantasticare sull’incerto futuro, la Casa si possa condividere, anche con un semplice buongiorno diretto verso il terrazzo dei vicini. Il motivo è chiaro, la pandemia generata dal virus Covid- 19.

In tutti i paesi del mondo lo slogan prezioso e necessario è quello che conosciamo, lo stesso che hai impalato nel muro di fronte casa tua quando ti svegli le mattina e apri le persiane. Aprile e lo leggerai meglio, oggi c’è più luce, mentre scrivo è Pasqua.

In tutti i paesi la scritta è uguale  tranne in Brasile. Perché? “E poi cosa diamine ha a che fare il Brasile con il racconto che sto per leggere (ti chiederai, spero e immagino)? “E poi, ho capito la globalizzazione, io leggo, sì, na laurea ce l’ho pure alla fine… però io so italiano, sto a cucina l’agnello con le patate… scriverai pure bene, ma io c’ho fame e non me va de sta a sentì il giorno di Pasqua na storia che parla del Brasile”. Dice a se stesso il ruspante italiano medio che si scuote dentro di noi.

Sì il Brasile. Chia ama la sua visione e versione carioca ricorda le forme sinuose e sontuose delle creature uniche ed irripetibili del carnevale di Rio. Oppure l’elastico di Ronaldinho, che ha fatto sognare milioni di bambini e adolescenti nelle spiagge, spensierati, sotto il sole, felici con un semplice pallone, nonostante la società del consumo e dell’eccesso. A tanti il Brasile ricorda la giovialità sincera e gentile di Ayrton Senna (io poco, l’ho visto in televisione tanti anni dopo l’incidente, ero troppo piccolo, e poi pur’io so italiano, mi piace più il calcio). Altri ricordano ancora il sorriso spontaneo, con tanto di denti storti, del Fenomeno, Ronaldo. Luca Marchegiani ancora lo sogna la notte, quel dribling ubriacante e irrefrenabile che ha subito durante la finale di coppa Uefa contro la Lazio. Un dribling a suon di samba, veloce e allo stesso tempo armonico. Quelli della Nike saranno pure ghiotti capitalisti, ma mica so scemi… chi crede nella globalizzazione non è mica sempre scemo o filo americano. Infatti in procinto dei mondiali del 1998 disputati in Francia hanno creato lo spot pubblicitario più bello del mondo, la partita di calcio all’ aeroporto con la squadra del Brasile, sì quello in cui alla fine Ronaldo prende il palo dopo una giravolta su se stesso, indimenticabile. Il tutto accompagnato dalla famosa musica energica.

Attenzione, alla fine il fenomeno prende il palo, come a dire che la magia dura poco, il tempo di una veronica o di una rabona. D’altronde i campioni brasiliani incarnano in pieno lo slogan Just Do It, l’irripetibilità del Momento.

Può sembrare strano, ma lo giuro, non sono mai stato in Brasile, ma amando il calcio e le prodezze infantili sulla spiaggia, ne subisco il fascino. Tutto è iniziato quando la star della per poco vincente Fiorentina- la squadra che tifo, la quale aveva avuto i brasiliani Socrates e Dunga-  allenata da Trapattoni (anno 1999-2000), Edmundo l’ Animale, nel momento in cui la squadra era prima in classifica, rincorsa di pochi punti dal Milan e colpita dall’infortunio di Batigol, e quindi bisognosa della sua energica animalità, ha lasciato soli tutti i tifosi per andarsi a godere il carnevale di Rio. Alla fine siamo arrivato terzi, e il Milan ha vinto lo scudetto. Da lì in poi Edmundo ha avuto una lenta decadenza, che alla fine l’ha portato al gabbio. Un ritorno alle favelas ancora più amaro. La favela che diventa prigione, dopo che credevi di esserne uscito.

La maledizione del carnevale non finisce qui. L’Imperatore Adriano ha avuto una samba story con una di quelle Creature uniche ed irripetibili, la star del carnevale Viviane Castro. Da lì in poi un’inesorabile caduta, i cui effetti scopriremo a breve.

Però nonostante non ci sia mai stato, qualcuno una volta mi ha raccontato che quando il carnevale di Rio finisce, i più anziani di solito escono solo verso la fine, quando la caciara si è allentata e i balordi rientrano a casa. Allora, in un gesto poetico e allo stesso tempo nostalgico, raccolgono i coriandoli e se li mettono in tasca. Che strano, alcuni degli anziani poi ci soffiano come a farli ricadere nel vento, come a volere ricreare la magia indimenticabile.

Sentimenti che forse un po’ tutti proviamo, ma è affascinante capire quando. Nel mio caso, chiuso in casa (senza lamentarmi, da un lato quello che vivo è il sogno di ogni lettore e studioso), quando guardando i calorosi film-racconti-documentari di Federico Buffa, mi sono immedesimato nei movimenti sognatori dei piedi dei giocatori brasiliani: dalla calma olimpica di Pelè, passando per le tre dita di Roberto Carlos, fino ai dribling di Ronaldo. Pelè con l’aiuto di alcuni cineasti ha reso la magia addirittura salvifica: è il capitano di una squadra di prigionieri in un campo di concentramento e la squadra decide di sfidare le guardie naziste. Loro vincono, e lui segna una rovesciata con tanto di braccio ingessato.

Allora sì, ho sentito la magia in parte perduta, stando sul divano solo, a guardare, però, anche assorto ad immaginare e fantasticare le prodezze dei carioca. Per me, sarò una persona semplice, rivedere la famosa punizione di Roberto Carlos contro la Francia, quella con le tre dita, è come stare a Rio durante il carnevale. Certo, lo dico oggi, obbligato a casa dal virus. Allora quando ripenso a quelle gesta mi sento simile ai vecchi brasiliano che terminato il carnevale raccolgono i coriandoli.

La magia ma anche la sua imminente conclusione. I brasiliani sono maestri in questo, forse è la ragione per cui in Romario, Leonardo, Pelè, sopravvive ancora un bambino, un fanciullo di Pascoli… sanno che il loro gesto può essere unico, talmente magico, ma anche ostacolato e distrutto dalle calamità, da un destino amaro, da un pericoloso ritorno al buio di un’infanzia in qualche baracca o favelas.

Ayrton Senna prima della corsa fatale aveva un presentimento, certo un suo collega ci aveva lasciato le penne, lui era pensieroso, nonostante sul tetto del mondo. Alla fine ha corso… ma sappiamo che il suo presentimento era fondato. Lui è morto ma la magia è rimasta.

L’ Imperatore Adriano è tornato alla terra della povertà dopo avere tirato siluri fino ad allora solo immaginabili sia con la maglietta verde oro che con quella nero azzurra. Ma non lo ha fatto in modo innocente e puro, no, sono apparse foto in cui in mano ha una mitragliatrice.

Ronaldo anche era sul tetto del mondo nel 1998, ma prima della finale contro la Francia si è sentito male, è sceso in campo lo stesso per volere dei medici, dell’allenatore Zagallo, e anche (credono alcuni), di quelli della Nike, ma come dice Federico Buffa, quella finale non l’ha mai giocata, imbottito di farmaci e,  come lui tutta la squadra non è mai scesa in campo.

Perché lo ha fatto? “Tu resti a casa ma io gioco per te” è una frase, un codice etico e comportamentale pronunciato nelle favelas, è un invito a rimanere a casa nei momenti più pericolosi, quando si sente uno sparo, quando crolla una baracca sul fango che faticosamente la sorregge, quando ci si aspetta una retata. I più coraggiosi compiono un rituale, scendono in campo, impugnano e poi calciano il loro pallone pieno di toppe, e giocano, creando la magia, spesso sono i bambini. Gli adulti comprendono il messaggio e restano a casa, guardando la partita dalla finestra, o sentendo i rumori delle movenze dei giocatori (spesso loro figli) o il Rumore, l’urlo per un gol, un segno di speranza, un allontanamento, forse definitivo, del piombo incombente.

Chi ha vissuto lì racconta che anche i peggiori criminali rispettano la partita sulla terra povera, non sparano mai sul campo, anche se a giocare c’è qualche adulto rivale, anzi a volte addirittura, toccato dall’umile spettacolo, cambiano idea, tornano indietro buttano via la pistola o bruciano la droga.

Ronaldo lo sapeva, lui ha messo piede in quel fango umido e vissuto, lo disse ai suoi genitori “Tu resti a casa ma io gioco per te”. Solo per il valore deontologico di questa frase, dato che l’ultima parola era la sua, ha deciso di giocare la maledetta finale (persa tre a zero, con doppietta del rivale per il pallone d’oro, Zizou Zidane), sentendo che doveva qualcosa al popolo che ha fatto segnare e che lo ha consacrato Cristo Redentore, ancora prima dei capitalisti della Pirelli. Per lui il popolo brasiliano era la famiglia, allora doveva giocare. Ma nessuno era così in pericolo durante la finale, credo. Si è vero, ma chi ha messo piede sul fango umido sa che il pericolo è dietro l’angolo e l’orrore deve essere risarcito o riscattato dalla magia.

Tempo dopo accade questo: 24 ore all’inizio del carnevale di Rio. Il covid-19 sembra essersi arreso, ormai da un po’ di tempo, ma la normalità non è tornata del tutto. La paura che il virus possa tornare è ancora viva. Tutti gli appuntamenti sportivi del mondo sono slittati, così i mondiali si sono svolti con ritardo in Brasile, il paese con meno contagiati: l’umile fango abituato a tante disgrazie in parte, forse per il solco di qualche scarpino arrugginito, ha in grande parte attutito il virus. E dato che in Brasile si gioca praticamente sempre. Così la strategia della sicurezza ha voluto che i brasiliani, memori di un qualche loro passato tra le baracche, quando si gioca, stanno a casa. Il governo ha avuto pochi problemi nel fare rispettate le ordinanza, c’hanno pensato i calciatori. “Tu resti a casa ma io gioco per te”. La frase è sempre quella. I turisti ci sono, ma vedendo i brasiliani a casa, non escono neanche loro.

Le coincidenze degli intrecci e impicci globali (qualcuno della Nike muove sempre qualche filo) hanno voluto che l’inizio del carnevale di Rio coincida con la finale dei mondiali tra Brasile e Germania.

Nulla più di più affascinante dei mondi contrapposti, senza offesa, al confronto il muro di Berlino fa ride. Milioni di brasiliani e di turisti occasionali sono in Brasile aspettando tra le tante cose, che per strada si mostrino e svelino le forme sinuose delle Creature verde oro. Certo vorrebbero uscire, ma c’è la Partita. Che fare? Loro ricordano, della frase, non possono destituirla per qualche bikini infuocato. A molti “Tu resti a casa ma io gioco per te” ha salvato la vita.

I più saggi lasciano andare dei coriandoli dalla finestra. I più saggi ancora, finito tutto, li andranno a raccogliere.

Qualche capoccia illuminata ha pensato a tutto: il virus è scomparso da poco, se il Brasile vincesse, in coincidenza con il carnevale, sarebbe una nuova pandemia, tutti per strada. Allora bisogna fare coincidere i due eventi, il carnevale quando tutti guardano la partita e non escono. Ma chi può essere così illuminato nell’era del capitalismo globalizzato? Qualcuno che ha conosciuto il rumore del piombo e l’antidoto magico delle pezze del pallone. Si, lui, Pelè, da poco capo consigliere della Fifa. Pochissimi, tra cui il regista di Fuga per la vittoria (il cui Pelè segna la famosa rovesciata) John Huston, sanno che il campione davvero da bambino ha segnato una rovesciata che ha salvato delle vite. Tutto torna, il campo di concentramento, la favelas, il gesto liberatore.

Nel frattempo. Il principio deontologico si è allargato a tutti i luoghi particolarmente difficili, anche le carceri. Sì, anche lì, quando sta per succedere il peggio, i carcerati con i piedi più sensibili, fanno in modo che tutto si sospenda, e scendono in campo, contro i loro aguzzini. La maggior parte delle volte vincono, ma anche se non vincono salvano delle vite. In questo caso non si resta a casa ma si rimane in cella.

Anche nel Carioca Bunker 127, nella remota periferia di San Paolo (gli esperti sanno che è una città più pericolosa di Rio), i detenuti e le guardie si stanno preparando al peggio. Carlos Buenco Da Lima, famigerato detenuto dai piedi buoni, sta preparando la vendetta, altri come lui impugnano pistole e coltelli. Qualcuno percepisce il clima, e allora, come per magia, tra le celle indurite dal ferro, si comincia a pronunciare la frase: “Tu resti a casa, ma io gioco per te”.

Seguiamo la guardia più sanguinaria, che con il manganello appuntito in mano aspetta il momento della rivolta, lo sta per impugnare e mettersi il giubbotto anti-proiettili, ma la frase arriva fino a lui. E’ un momento epifanico, si commuove, lascia andare il manganello, che casca per terra, ha le mani insanguinate. Quando entra nell’atrio del carcere sente un rumore dal cortile. E’ un pallone, la partita sta iniziando. Carlos Buenco Da Lima, capitano dei detenuti, stringe la mano al capo dipartimento forze dell’ordine del carcere, capitano della squadra delle guardie.

Solo in pochi lo sanno, ma Carlos è il nipote (tenuto nascosto ai media) di Pelè.

Nel frattempo. Berlino, Angela Merkel aspetta la notizia, dato che ci sono dubbi su dove giocare la finale, in quale tipo di campo- cosa che non capisce- credendo che esistano solo i campi in erba sintetica degli stadi-  lei è pragmatica, non capisce cosa significhi la sua attesa, è poco incline al romanticismo del dribling, però aspetta la notizia. In finale ci sono i tedeschi, il contrasto deve esserci. Come insegna Federico Buffa, loro sono razionali, la bellezza gli interessa poco e proprio per questo hanno vinto tanto, proprio contro i maestri della fantasia, l’ Olanda di Cruyff, e l’Ungheria di Idegkuti e Puskas. Ora possono farlo, o rifarlo (ricordate la disfatta del 2014 in cui il Brasile ne ha presi sei in casa?) ancora contro i brasiliani, i maestri indiscussi della magia sul campo verde, o forse marrone come la terra umida e umile del fango.

Però c’è un problema. Lo stadio a porte chiuse, previsto per cautela contro il possibile ritorno del virus, non piace ai giallo verde. Loro senza il calore anche ad una distanza minima, del pubblico, non vogliono giocare allo stadio, scioperano. Il mondo è in attesa, tanti bambini sognano rovesciate.

I giocatori  brasiliani sono fermi a bordo campo, tristi, avviliti, pensierosi. John Huston ha addirittura lasciato la televisione accesa per 24 ore, è scaramantico, ha paura si possa spegnere, allora la lascia accesa per vedere la finale. Aspettano qualcuno che aggiusti la situazione. Dall’entrata del campo entra una figura grassa, si muove lentamente, a fatica, ma appena i suoi piedi incontrano l’erba, sorride, come quando era più giovane e faceva sognare il mondo. E’ Ronaldo il fenomeno. I giocatori si aspettano che dica qualcosa, che gli dia qualche consiglio, lui invece no, sorprende, prende il pallone, fa una giravolta, calcia da centro campo verso l’altra porta. Un tiro formidabile, il ginocchio regge, e la palla dall’altra parte del campo colpisce il palo ma a differenza della famosa pubblicità, questa volta,  entra. I giocatori ora hanno il suo pieno rispetto, non possono che seguirlo.

Si dice che l’allenatore Ernst Happel, appena sbarcato nella panchina del Feyenoord, per conquistarsi il rispetto dei giocatori, abbia messo alcune lattine sulla traversa e le ha colpite con una punizione.

Ronaldo parla: “Dite a tutte le persone più care, tu resti a casa ma io gioco per te”. Ma dove? Chiede l’allenatore. Il fenomeno questa volta compie un gesto, tira fuori dalla tasca dei pantaloni un grumolo di terra umida e la lascia cadere. I giocatori capiscono.

Se Pelè non fosse un pezzo grosso della Fifa non sarebbe possibile, ma ora lo è. Il Brasile, che giocando i  mondiali in casa ha un certo potere, ed è diventato faro globale contro la sicurezza per il corona virus, decide che la finale contro la Germania sarà giocata nel campo di terra umida di San Paolinho (luogo con una densità abitativa bassissima), nelle vicinanze dell’omonima favela, senza pubblico. O apparentemente senza, perché chi gioca in quella terra sa che c’è sempre qualche persona che lo guarda da casa, cara vicino a lui, a cui può salvare la vita.

I tedeschi sono pragmatici, per loro l’importante è avere la possibilità di vincere, e accettano. Angela Merkel si limita a dire: “Va bene”.

Nel frattempo: prima di calciare il calcio di inizio Carlos Buenco, anche lui come rituale, lascia cadere nel campo di cemento del carcere un grumolo di terra umida. Il pallone inizia a scorrere, tocchi, qualche fallo. I giocatori brasiliani sono particolari, prima di un gesto magico sono intorpiditi, giocano male. Allora uno di loro fa un tunnel  e la partita inizia veramente. Tocchi fatati, giravolte, sovrapposizioni, qualche sbaglio sotto porta. Ancora dribling, lanci, e finalmente…. La palla areeggia in prossimità della fine dell’area. Gli occhi di John Huston sono intrepidi, aspettava quel momento non si sa da quanto. Carlos Buenco compie la rovesciata, la magia torna. Risultato finale: detenuti 2, guardie 3. Alcuni aguzzini sono figli di immigrati tedeschi sfuggiti al nazismo, non perché perseguitati. I loro nonni erano parte delle S.S.

E anche di fronte a miliardi di spettatori, nel campo della Finale, Salverido de Sousa si innalza al cielo e butta dentro il pallone dopo una rovesciata. Risultato finale: Germania 3, Brasile 2. Dal fango si alza un polverone, e in aria volteggiano dei coriandoli.

La storia si ripete, i carioca hanno dato spettacolo, ma hanno perso. Però, con il loro “Tu resti a casa, io gioco per te”, milioni, forse miliardi di persone, sono state salvate e  ricondotte alla vitta della loro e nostra Terra.

Erminia Gerini Tricarico
Le strade di notte

Mi sono accorta di non avere con me le chiavi: inutile frugare nei pantaloni della tuta senza tasche e nella felpa senza marsupio. Ero fuori casa alle due di notte. La cosa positiva è che potevo suonare il campanello di mio figlio, che abita al mio stesso piano. La cosa negativa è che avrei dovuto spiegare cosa ci faceva in mezzo alla strada a quell’ora una madre razionale,che con siderava  il lockdown un imperativo categorico.  Mi avevano spinto le parole di Giorgio Gaber: “Le strade di notte mi sembrano più grandi, ed anche un poco più tristi. E’ perché non c’è in giro nessuno”. Dopo quasi due mesi in cui vedevo le strade del mio quartiere di giorno, dal terrazzo condominiale, volevo averle tutte per me, mentre gli altri dormivano e guardarle con occhi nuovi. Ho scelto la mascherina nera con ricamati un arcobaleno e Tutto andrà bene, e ho fatto il giro del palazzo, fermandomi davanti al glicine fiorito su un muro di cinta, a una siepe di gelsomini, sbirciando nei giardini per vedere tutti gli altri fiori. Sentivo passi dietro di me, che in altre circostanze mi avrebbero accelerato i battiti del cuore, mi avrebbero messo paura. Ho rallentato, per sapere chi altro avesse avuto la mia idea. Più di uno e tutti con la mascherina. Rimanendo a distanza di sicurezza l’abbiamo abbassata, a mo’ di saluto, persone in terra straniera. Camminavamo in un silenzio corale, amichevole, complice. La notte era sopra di noi, diversa da quella di qualche mese fa. O forse era la stessa di sempre, ma non avevamo fretta di correre a casa. Era qualcosa da assaporare. Nella sua canzone Gaber continuava: “Anche i miei pensieri di notte mi sembrano più grandi, e forse un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno”. La leggerezza lievitava nella mia anima e mi richiamava alla mente il ricordo di un piccolo quadro naif che avrei voluto comprare in Armenia. Vi erano dipinti due vecchietti appollaiati sul tetto della loro misera casa a contemplare il cielo stellato. Avevo con me poco denaro, non sono stata brava nella trattativa e loro sono rimasti soli nella notte. Ho suonato il campanello e ho aspettato qualche minuto. Francesco era sulla porta del suo appartamento.

– Mamma, è successo qualcosa? Stai bene?

– Da due ore è il quattro maggio e non ho resistito. Sono venuta a fare una breve visita a mio figlio, l’unico congiunto che ho vicino a me. Non potrei stare meglio…

Lucia Ileana Pop
Duminica e-n noi!

În fiecare zi e luni

și cu ochi îngândurați privim

lumea care ne-nconjoară,

pe care la ”distanță” trebuie să o ținem.

Am obosit de-atâta frică

și de-atâta ”nu se poate”

ni s-au făcut așteptările cenușă

și-au fost purtate în larg

de valurile mării albastre

pe care nu o mai putem atinge

decât cu gândul, decât cu visul

unei priviri din vremuri

cu miros de așteptări posibile.

În fiecare zi e luni,

dar dacă știm să căutăm,

Duminica e-n noi!    

La Domenica è dentro di noi!

Ogni giorno è lunedì

e con gli occhi pensierosi guardiamo

il mondo che ci circonda,

che dobbiamo tenere „a distanza”.

Siamo stanchi di tanta paura

e di tanti „non si può”

le aspettative si sono trasformate in cenere

e sono state portate al largo

dalle onde del mare azzurro

che non possiamo più toccare

se non con il pensiero, se non con il sogno

di uno sguardo da stagioni

con odore di aspettative possibili.

Ogni giorno è lunedì,

ma se sappiamo cercare,

la Domenica è dentro di noi!

Abbiamo trovato la luce

Abbiamo trovato tempo

per tante cose ora,

quando le strade ci sono state chiuse,

e abbiamo iniziato a riempire senza stancarci

il nostro cuore con tante cose preziose

che forse ci mancavano.

L’abbiamo riempito con amore

per le persone già care,

con sogni di giorni migliori,

con sete di bontà e di bellezza,

col desiderio di donarci,

con amore per la vita

e per le piccole cose che all’improviso

abbiamo iniziato ad apprezzare di più.

E alla fine… che bello

trovarsi il cuore pieno di luce!

Che bella luce abbiamo trovato

dopo l’esecrabile buio delle nostre vite! 

Am găsit lumina

Am găsit timp

pentru multe lucruri acum,

când străzile ne-au fosrt închise,

și am început să umplem fără să ne obosim

inima noastră cu multe lucruri prețioase

care poate ne lipseau.

Am umplut-o cu dragoste

pentru persoanele care ne erau deja dragi,

cu vise de zile mai bune,

cu sete de bunătate și de frumusețe,

cu dorința de a ne dărui,

cu dragoste de viață

și de lucrurile mărunte pe care dintr-o dată

am început să le prețuim mai mult.

Și la sfârșit…ce frumos

să ne găsim inima plină de lumină!

Ce frumoasă lumină am găsit

după odiosul întuneric din viețile noastre!   

Alessandra Cesselon
Per chi sa a memoria “Il cinque maggio” di Alessandro Manzoni

Un pensiero va, in questo maggio 2020, a questa ode/poesia che fu scritta da Manzoni nel 1821, in occasione della morte di Napoleone Bonaparte.

Generazioni di studenti non possono dimenticare questo canto di dolore e di storia. Chi oggi lo impara a memoria come noi alunni di ieri?

Forse non molti, anche se, come altre poesie memorabili, rappresenta forse l’ultimo brandello di patrimonio orale. La memoria comune di un testo, peraltro di grande valore artistico, ha la valenza di consentire la percezione di una sorta di unitarietà nazionale per tante persone che si fregiano di essere italiane. Chi si è trovato a declamarlo, da solo, insieme in gruppi di amici o addirittura nelle serate Scout, può capire il senso di una didattica unificata in ogni regione e, in virtù di essa, dell’emozione del condividere.

Modernità di Manzoni

L’intento del testo di Manzoni non era di esaltare l’imperatore, ma di sottolineare la sua importanza nella storia passata, non a caso inizia con “Ei fu”, come a prendere le distanze dal contemporaneo.

Il ritmo di questa ode è eccezionale, chi non ricorda il suo incedere incredibilmente ritmico e galoppante, come una cavalcata. Gli ottonari e settenari, sono così! Un inno evocativo ed emozionante, adatto a essere letto, ascoltato con una buona recitazione, ma anche cantato come una ballata musicale e anche, incredibilmente, come con un rap.

(Ascolta versione rap di Zen Remix:  https://youtu.be/x9pwtX_Q8pw)

Ma il “5 maggio” nasceva in un periodo in cui la libertà di un artista/scrittore non era affatto scontata. Il Manzoni, che non era uno sprovveduto, ebbe la prudenza di preparare ben due esemplari del testo, che doveva essere presentato agli austriaci per sottoporlo alla censura. In effetti, uno dei due, fu trattenuto dal censore, mentre l’altro fu fatto circolare in forma manoscritta, anche al di fuori del Regno Lombardo-Veneto. Così testimonia Alberto Chiari:

«È risaputo che il censore Bellisomi in persona, con gesto di gran riguardo si recò dal Manzoni a restituirgli una delle due copie inviate per l’approvazione, pregandolo che ritirasse la sua richiesta, ma che nel frattempo la seconda copia rimasta in ufficio, era uscita ben presto di là, e copiata e ricopiata s’era diffusa tanto largamente che esemplari manoscritti ne pervennero al Soletti in Oderzo, al Vieusseux in Firenze, al Lamartine in Francia, al Goethe a Weimar per ricordare solo i casi più illustri»

Il cinque maggio ebbe vastissima eco; tra gli ammiratori principali vi fu lo scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe, che tradusse l’ode nel 1822 per poi pubblicarla nel 1823 sulla rivista «Ueber Kunst und Alterthum», IV/1, pp. 182-188: Der fünfte May. Ode von Alexander Manzoni.

Antonio Scatamacchia
La Pieve gennaio-aprile 2020

Ho trovato nel notiziario quadrimestrale della parrocchia di Pieve Tesino, piccolo paese della Valle del Tesino, derivazione della Val Sugana, luogo di nascita di Alcide De Gasperi, una mia poesia “Dio è pensiero”, che riporto qui appresso assieme ad una mia ultima. Questo perché, malgrado fosse stata scritta a luglio del 2016 la trovo assonante con questo periodo di meditazione, perché al buio della costrizione possa subentrare rapidamente la volontà di una resurrezione.

Dio è pensiero

Dio è la vastità deserta

affollata da silenzi

l’infinità verde dei prati

che oltrepassano orizzonti

le marosità che soverchiano

gli abissi inesplorati

le montuosità declinate

nell’asprezza delle cime

l’universale che si espande

per sempiterna evoluzione,

ma su tutto è pensiero

del mio essere vivo

e nutrire per te la vita,

tu che sei il diverso e l’uguale

tu il misero e l’immenso

    tu il pensiero

    che vive in me.

Pieve Tesino 8 luglio 2016

Risorgenza

Come vincere l’inedia

la non risolutezza

perché le ore non trascorrano senza traccia

e al buio dell’intelletto

compaia la luce della risorgenza?

Come accalorarci a un’idea

e perseguirla perché costruisca

l’immagine di qualcosa che riempia

dentro la sua cornice

il sogno che c’appassiona

e dia colore alla scoperta?

Insistere perché compaia

e sia compenso all’ora orfana,

la riempia d’interessi

che abbiano sorte

di eterna partecipazione,

perché l’esser soli è vuoto senza respiro,

con gli altri e per gli altri

questo il senso del nostro vivere,

e da quest’ora così sciatta e buia

si torni a riscoprire l’essenza della vita

e s’allacci armonia con le difficoltà

per dare sostanza alla nostra forma.

6 maggio 2020

Rosario Romero
Sabato 18 aprile

Siccome oggi Nicola sta ancora al letto con un gran mal di schiena stamattina prima li faccio la solita puntura di voltaren e poi sono uscita a fare un po’ di spesa, prima di uscire mi sono truccata e profumata. Beh! Mi sembro un’altra. Sono andata in farmacia per lui poi ho preso i giornali e già che c’ero ho fatto un salto fino al supermercato e lì ho preso alcuni alimenti freschi. Tornando a piedi e abbastanza carica di spesa mi veniva da cantare:” Che bella cosa na jurnata ‘e sole” ♪♫♪♫ tanto ero allegra su viale Trastevere. In realtà avevo pensato di prendere il tram ma ho rinunciato perché l’aria condizionata trattiene e rimanda in giro i virus negli ambienti chiusi e questa passeggiata mi ha reso molta allegra. Ci vuole veramente poco basta una puntina di quotidianità riconquistata. E’ un’illusione di normalità ne sono consapevole e sento che il mio animo si accontenta di poco, non è esigente.

Domenica 19 aprile

Oggi è il compleanno di Nicola. Tutto sommato siamo tutti allegri. Riceviamo  messaggi e telefonate di continuo. La mamma non se lo ricordava ma Nicola con i giochetti delle date ha fatto si che ci sia arrivata.

Alle 8 del mattino mi sono messo a cucinare prima una torta pere e cioccolato poi a grande richiesta le polpette al vino e limone, il contorno di zucchine e infine riso a pilaf.

In serata Giacomo mi manda il video che ha fatto per Amandine dove prende un po’ in giro Eric. E’ molto carino.

Lunedì 20 aprile

In mezzo alla notte ho sentito Nicola che si lamentava del dolore alla schiena mi ha chiesto dov’era la borsa dell’acqua calda. Nel sonno gliel’ho detto. Sentivo che andava in cucina, in bagno poi è tornato al letto e ha continuato a girarsi e rigirasi. Io cmq ero in uno stato di sonno profondo. A un certo punto sentivo Nicola che si lamentava del mal di schiena e girava per la camera, apriva e chiudeva le ante dell’armadio. Ho aperto un occhio ero molto addormentata ancora ma ho capito che era successo qualcosa.  Di fatto l’acqua era fuoriuscita dalla borsa dell’ acqua calda e aveva bagnato il coprimaterasso, le lenzuola del letto e anche il pigiama e la sua biancheria. Era molto dispiaciuto; è con grande sforzo che mi sono alzata e la jurnata è cominciata così. Erano le 6.30. Ora sono le 8.30 e  tutto è alle spalle.

Fuori per strada c’è un grande silenzio, forse perché piove? Cmq c’è una grande umidità nell’aria, anch’io ho un po’ di dolori alle ossa.

Oggi almeno Nicola ha fatto iniziare la giornata diversamente. Penso che dovrò ringraziarlo di tutto il trambusto che ha reso questa mattinata meno monotona.

Il problema per lui è la notte, non riesce più a dormire dal dolore. Il suo medico gli prescrive il valium.

Martedì 21 aprile

Un’altra nottata dolorosa per Nicola. Mattinata movimentata: telefonata al medico di famiglia che ha aggiunto un farmaco da inserire nella  solita puntura, spesa in farmacia e super.

Ho comprato i totani e un bello sgombro che ha cucinato Nicola in modo delizioso. Un po’ riesce a muoversi il problema è che non può stare a  lungo in piedi.

Video telefonata con Amandine per il suo compleanno. Anche loro confinati in casa e  li ho visti abbastanza annoiati,  invece Neo sempre in forma e molto allegro.

Abbiamo deciso di fare il letto degli ospiti nello studio. Nicola preferisce che dorma lì e lui si può girarsi e rigirarsi nel letto senza svegliarmi.
Mercoledì 22 aprile

Giornata umida e fredda. Accendo il riscaldamento.

Mi sono svegliata nello studio e mi sento ancora un po’ stanca e addormentata.

Normale nelle ultime notti  e anche questa notte purtroppo sono stata molto irregolare nel dormire. Mi sto trascinando “some” sonno “upon my shoulders”. Intanto mi devo attivare per noi due. Ormai esco tutti giorni per andare in farmacia di nuovo e fare un po’di spese.

Poi cucino. Con Nicola inforniamo dei panini con pancetta e formaggio. Siccome sono tanti faccio un pacchettino per Fede, la nostra amica che abita nel palazzo accanto.

Nicola passa la giornata lavorando al letto col computer portatile. Il pomeriggio si allunga sul divano e vediamo un film registrato.

Silvana mi chiede di mandarle le foto della manifestazione con il distanziamento sociale in Israele, pensava di organizzarne una così in piazza Testaccio per il 25 aprile.

Pomeriggio video chiamata con Elsa. Cantiamo e chiacchieriamo. Lei è in forma io mi sento depressa, forse la stanchezza.

Giovedì 23 aprile

.In mattinata finalmente sono arrivate le mascherine FFP2, sono 8 pacchi da 5. Vado alla posta, mando 2 pacchi uno a Giacomo a Ferrara e un altro a Guido all’EUR. Poi vado sul ponte di Testaccio ci vediamo con Silvana, le do un pacco per lei e un altro per Patrizia. Lei mi racconta del flash mob che stanno  organizzando per il 25 aprile a piazza Testaccio. Saranno in piazza tutti posizionati a un distanza di un metro gli uni dagli altri e poi anche dalle finestre che danno sulla piazza usciranno a cantare. Immagino che sarà bellissimo.

Per quanto riguarda le vendite di mascherine on line negli ultimi giorni si è scritto e si sono visti molti servizi sulle molte truffe che si sono verificate. Ormai ero convinta che anch’io ero stata truffata, invece no. Ora sono soddisfatta, come dice Nicola è come se me le avessero regalate.

Oggi la tanto attesa riunione del consiglio europeo. Un passo avanti che potrebbe essere molto importante, anche se decisioni concrete dovranno ancora essere assunte nei prossimi incontri di maggio e giugno. Però sembra assodato che l’Europa investirà migliaia di miliardi per far fronte al disastro economico che si va profilando.

Venerdì 24 aprile

Ci prepariamo tutti per l’indomani il 25 aprile:alle 15 Ci sarà un flash mob in tutt’Italia. Faccio un dolce pere e cioccolata.

Siccome Nicola dorme più tranquillamente sempre aiutato con il valium, abbiamo deciso che torno a dormire nel nostro letto.

Lasciamo il letto fatto nello studio così lui ci lavora sdraiato con il computer.

Potrebbe essere annunciato questa sera il decreto del governo sulle riaperture: allo studio misure di distanziamento sociale sui mezzi di trasporto e obbligo di mascherine. Oggi si riunisce la cabina di regia

Sabato 25 aprile

Ci siamo: oggi è la festa del 25 aprile. C’è un bel sole allegro che ci accompagna tutto il giorno.

Non mi va di cucinare e ordino per le 13 il pranzo dal Fornaretto: 5 cotolette panate di pollo e 2 patatine fritte un birra e una sprite. Pranziamo fuori in balcone.

Seguiamo sul sito de La Repubblica le interviste al femminile sia alle partigiane, tra cui Marisa Rodano che ha 99 anni, sia a giovane donne . Sono tutte molto stimolanti.

Nella nostra stradina le finestre sono tutte chiuse sembra che ci sia stato un fuggi fuggi generale questi ultimi giorni. Cantiamo anche noi “Bella ciao”♫♪♪♫ con quelli del sito, pensando a quelli della piazza di Testaccio. Bravissime e bravissimi!!!

Domenico Mazzullo
AL TEMPO DEL CORONAVIRUS – 8

La Mascherina al Tempo del Coronavirus
Quanti ricordi legati ad una Mascherina.
Quando ero bambino la mascherina rappresentava l’inizio di un periodo felice e assolutamente particolare, allorchè il ricordo delle vacanze di Natale era già svanito, con la Sua magica atmosfera e i doni che non erano recati da Babbo Natale, ma dalla Befana, che ancora non era stata soppiantata dal più fascinoso vecchio in rosso che si muoveva su una slitta tirata dalle renne e non su una misera scopa.
La mascherina, infatti, rappresentava, sanciva l’inizio del Carnevale, con tutto il clima gioioso che recava con sé, costituito di coriandoli fatti in casa, con la macchinetta per fare i buchi nella carta, di mio padre, utilizzata per questo nobile scopo, le stelle filanti, strisce lunghe di carta colorata arrotolate, che si srotolavano lunghissime soffiandoci dentro, gli scherzi di Carnevale, che si acquistavano in negozi specializzati, ora svaniti, e poi, al di sopra di tutto…le mascherine, simbolo incontrastato di questi giorni di festa che si concludevano con il fatidico Martedì grasso, per dare poi spazio alla Quaresima.
La regina incontrastata, di questo gioioso segmento di vita, che segnava una pausa, nella seria continuità del suo svolgimento, era la sunnominata mascherina, rigorosamente nera, che occultava il nostro viso agli altri, rendendoci, secondo la nostra illusione, irriconoscibili.
Essendo nato in una famiglia non abbiente, essa veniva confezionata in casa, dalle abili e amorevoli mani di mia mamma, utilizzando la foderina nera di quei meravigliosi quaderni con la costola rossa, divenuti oggi oggetto di collezionismo, e sul cui frontespizio era stampato il motto “Amor omnia vincit” dal significato, allora per me, indecifrabile.
Un rapido e abile muoversi delle forbici e in un battibaleno la mascherina era nata, accompagnata dallo stupore e dalla gioia di me bambino, che, indossandola, mi tramutavo improvvisamente in Zorro, eroe dei miei giochi infantili.
Ora che bambino non sono più da tempo, la mascherina ha assunto, ahimè, tutt’altro significato e finalità, non si indossa più nei giorni festosi del Carnevale, per gioco, per renderci apparentemente irriconoscibili agli altri, ma con tutt’altro scopo, molto meno allegro e scherzoso, purtroppo per proteggerci e difenderci da un nemico subdolo e occulto, irriconoscibile, crudelmente invisibile ai nostri occhi, eppure capace anche di ucciderci, a volte, spesso.
Non più la foderina nera dei quaderni con la costola rossa evocanti ricordi da Libro Cuore, ma altri materiali, certo più costosi, ma meno ricchi di fascino e magia e neppure le amorevoli mani delle madri che con il semplice uso delle forbici, confezionavano la felicità dei propri figli.
Ma le mascherine cosiddette chirurgiche, divenute oggi indiscusse protagoniste, introvabili delle nostre vite, molto più serie ed inquietanti e per nulla giocose come le loro progenitrici, hanno un altro grandissimo difetto, per me psichiatra in modo particolare e speciale, oltre agli altri di cui sopra:
Indossate come di regola da me e dai miei pazienti, che siedono avanti a me a distanza di sicurezza, proteggono, ma occultano irrimediabilmente i Loro volti, lasciando liberi solo gli occhi, che se è vero sono lo specchio dell’anima, sono affiancati, nell’esprimere ciò che abbiamo dentro quella stessa anima, aiutati, supportati dai tratti del volto, dalle espressioni di questo, dai mutamenti di questo, apparentemente impercettibili e che invece tantissimo rivelano a chi li osserva con attenzione e da questi desume molto più di quanto trasmettono le parole.
Un improvviso rossore, una smorfia rapidissima del viso, un corrugare la fronte, un sorriso sulle labbra, cui non corrisponde un analogo sorriso con gli occhi, un microscopico tremito della mandibola, o delle labbra, indice di uno stato di imbarazzo e di ansia, mentre a parole si ostenta sicurezza, un pallore innaturale e subitaneo, sono più rivelatori di tante parole e discorsi forbiti.
Tutto questo viene occultato, nascosto, represso dalle odierne mascherine, che ho imparato ad odiare, e che rendono me psichiatra, come un chirurgo che operi con gli occhi bendati, mascherine che rimarranno inalienabili, insostituibili presenze preziose nella nostra vita, ancora per chissà quanto tempo, facendomi rimpiangere le mie mascherine di Zorro, di proustiana memoria.

Roma, 01 maggio 2020

Abitudini al Tempo del Coronavirus
Uno dei luoghi comuni più diffusi e universalmente accettati da tutti, quasi acriticamente, è che le abitudini, una volta instauratesi, siano difficilissime da rimuovere, o mitigare e questa è una opinione che per essere condivisa da tutti, si è trasformata in una verità assiomatica che si avvicina ad un dogma.
La mia innata idiosincrasia per i dogmi, mi ha sempre fatto dubitare di questa verità, opinione suffragata sia da esperienze personali, sia professionali, dedotte dai vissuti dei pazienti.
Mi sono perciò convinto, che questa presunta impossibilità, o estrema difficoltà nel dominare le abitudini, sia piuttosto legata ad una mancanza di volontà di farlo, o meglio al rifiuto di compiere uno sforzo per ottenere il risultato desiderato.
Lo aveva compreso benissimo Seneca, quando, in uno sei Suoi Dialoghi, a proposito di questo argomento così si esprime:
”Nolle in causa est non posse praetenditur” che in italiano suona più o meno così, liberamente da me tradotto : “Quando ci giustifichiamo, dicendo non posso, non riesco, in realtà dovremmo dire non voglio”. E mi sembra che Seneca, così come in  altre faccende umane, si sia di molto avvicinato alla verità.
Ma come funzionano e si instaurano le abitudini? Cerco di semplificare e di spiegarmi con un esempio:
La maggior parte di noi guida l’automobile e in un passato lontano, o vicino, abbiamo appreso dei movimenti, o meglio una sequenza di questi, che ci permettessero di imprimere all’auto la nostra volontà, quali per esempio, la successione di operazioni da compiere per cambiare la marcia.
Questi movimenti innaturali e non spontanei, all’inizio venivano compiuti con la partecipazione di una buona dose di attenzione e di volontà intenzionale, tanto da richiedere una viva concentrazione.
Dopo un certo tempo, variabile da persona a persona, questi stessi movimenti, o sequenza di essi, divenivano automatici, ossia non necessitavano più di uno sforzo attentivo, tanto da permetterci di compierli, senza essere concentrati su essi e quindi compierli contemporaneamente ad altri atti, invece volontari, quali per esempio parlare al telefono, o con un compagno di viaggio.
Tutto ciò era reso possibile dal fatto che, il nostro cervello, aveva acquisito la sequenza sempre uguale di movimenti ripetuti e ne aveva spostato l’esecuzione ad un centro inferiore, dell’automatismo
Immaginiamo che dopo del tempo abbiamo cambiato auto, e ora ne possediamo una con il cambio automatico.
I primi tempi, in cui adoperiamo questa auto nuova, saremo portati, istintivamente a ripetere la successione dei gesti che abbiamo appreso, atti a cambiare la marcia e per evitare questo, dobbiamo di nuovo esercitare la nostra attenzione, per modificare l’abitudine appresa in precedenza e acquisire un nuovo automatismo.
Per far avvenire ciò, il nostro cervello ha dovuto spostare l’automatismo precedentemente acquisito, dalla zona di esso inferiore, ove sono depositati tutti gli automatismi, ai piani più alti della coscienza; qui, disattivare l’automatismo precedentemente appreso e sostituirlo con la nuova successione di gesti (del cambio automatico), trasferendo poi questa nuova successione ai piani inferiori deputati al controllo degli automatismi, costituendo quindi un nuovo automatismo al posto del precedente.
Operazione, che si evince, complessa e impegnativa e che richiede un certo sforzo cosciente.
Questo meccanismo complesso, entra in funzione ogni qual volta in noi si instaura una abitudine, la cui esecuzione diviene, dopo un certo periodo di tempo automatica e quindi compiuta senza la necessità di una volontà cosciente.
Per rimuovere una abitudine, è necessario che si percorra il cammino inverso, che abbiamo illustrato in precedenza.
Immaginiamo che io da bambino abbia acquisito l’abitudine di mettere le dita nel naso, e ora adulto, lo continui a fare automaticamente, senza pensare.
Poi nella vita qualcuno mi faccia notare che è una pratica maleducata.
Per rimuovere questa pessima abitudine io dovrò, ogni volta che spontaneamente sarò portato a mettere le dita nel naso, esercitare un atto di volontà cosciente, per impedirmi questo gesto, fino a che non lo compirò più.
Detto questo Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con le abitudini al Tempo del Coronavirus.
Domanda legittima e naturale.
Lo scoprirete alla prossima puntata, o meglio, pagina del Diario.

Roma, 02 maggio 2020

Abitudini al Tempo del Coronavirus II parte
Riprendiamo il discorso da dove lo abbiamo lasciato ieri, iniziando a scrivere questa nuova pagina del nostro Diario, dedicata alle Abitudini.
Chi ha la malasorte di leggermi, mi perdonerà, spero, quel lungo preambolo su come si formano e strutturano, si consolidano le abitudini, ma era, a mio parere, indispensabile per scendere nel particolare delle abitudini al Tempo del Coronavirus.
Con l’insorgere della epidemia, trasformatasi poi in pandemia, quando l’allarme è divenuto molto serio e generale, abbiamo dovuto rapidamente abbandonare, non senza una certa riluttanza, le nostre care e vecchie abitudini, consolidate e stratificate nel tempo.
Ricordo che guardavamo con un sorriso, a malapena nascosto, i precursori, pochi, che già indossavano le mascherine avanti alla bocca e al naso e pensavamo che fossero degli ipocondriaci timorosi di un inesistente contagio, ma solo dopo pochi giorni, anche noi abbiamo indossato quelle stesse preziose mascherine, divenute introvabili e ricercate ansiosamente.
Questo è stato il primo, repentino, drastico cambiamento di abitudini consolidate da sempre, che abbiamo compiuto di buon grado, accompagnato da una nuova consuetudine, che avrebbe, da bambini, fatto la gioia dei nostri genitori, quando ce lo imponevano d’autorità, ossia il lavaggio frequente delle mani, compiuto correttamente prima, solo dai pazienti ipocondriaci o fobici dello sporco. Fin qui poco male, anzi nulla di male, ma tutto di bene.
Altre abitudini, o consuetudini, ci è costato certo di più, improvvisamente eradicare, con sollecitudine e autoimposizione.
Sono state le abitudini consolidate da sempre e legate alla nostra vita affettiva e di relazione. Pensiamo solamente ai saluti, stringendoci le mani, divenuti improvvisamente proibitissimi veicoli di contagio.
Mi è costato moltissimo reprimermi, nel gesto spontaneo di tendere la mano verso l’altra persona, notando anche in Lei un certo imbarazzo.
Ma rapidissimamente, il gesto familiare e abituale, è stato richiamato in alto, ai livelli cerebrali della coscienza, come abbiamo visto, e disattivato, sostituendolo con un imbarazzato e contenuto sorriso, visto che i saluti romanamente a braccio levato in alto, sono proibiti per legge.
Per non parlare poi degli abbracci, così affettuosi e calorosi, alle nostre latitudini latine, proibitissimi, assieme ai spesso associati baci sulle guance, in quanto assolutamente non rispettosi delle distanze di sicurezza.
Eppure, anche questa bellissima e confortante abitudine è rapidamente, improvvisamente venuta meno, senza colpo ferire, a riprova che quando sussiste una causa superiore, così pregnante e importante, ogni sacrificio diviene facile e naturale.
Ci è stata sottratta, proditoriamente, l’abitudine, la consuetudine del caffè al bar, in tazza o al vetro, nelle varie specialità di “lungo, corto, ristretto, schiumato, corretto, macchiato, con latte freddo, o caldo”, solo per citarne alcune, nelle quali si esprimeva il nostro esasperato individualismo, oppure del cugino di questo, il “cappuccino e cornetto” con eventuale e concessa “zuppetta”.
Per non parlare poi delle cene con gli amici al ristorante o in pizzeria, divenute ormai di nostalgica memoria.
Tutte abitudini consolidate e radicate, cui, in pochissimo tempo e con uno sforzo multiplo abbiamo rinunciato e sacrificato sull’altare della salute, realizzando quel “distanziamento sociale” divenuto ora una parola d’ordine imperativa.
La mia paura, il mio terrore, lo confesso, è che queste abitudini, consolidatissime, alle quali così repentinamente abbiamo dovuto rinunciare, sostituendole con nuove e più frigide abitudini di necessaria lontananza, distacco, distanziamento, chiusura in noi stessi, isolamento, autismo, quando sarà cessato, speriamo presto, il pericolo e quindi la necessità della loro sussistenza, non vengano più rapidamente e con gioia abolite, così come sono state, con dolore, abolite le più affettuose e calorose precedenti, ma per una sorta di pigrizia, di abulia, di passivo adattamento, a ciò che ormai è consolidato, di rinuncia ad uno sforzo di cambiamento, rimangano invece in uso, ormai stabili ed accettate, accolte nel nostro quotidiano, come abitudini ormai radicate ed inamovibili.
Se così fosse, in uno scenario che definirei tragicamente apocalittico, in cui sarebbe scomparsa ogni traccia di Umanità, non fisica, ma morale, si sarebbe realizzata quella profezia pronunciata da Krusciov in tempo di “Guerra fredda” a proposito di una catastrofe nucleare, quando disse: ”I vivi sopravvissuti dovranno invidiare i morti di essere morti”.
Se così tragicamente fosse, io in questo nuovo Mondo asettico e anaffettivo, non vorrei vivere e sarei felice, come ho detto tempo addietro, facendo inorridire un mio carissimo Amico, di essere ormai giunto ai” titoli di coda” del film della mia vita.

Roma, 03 maggio 2020

Fase II La grande incognita al Tempo del Coronavirus
Oggi, quattro Maggio 2020, è una data che verrà segnata in rosso sui Libri di Storia, su cui studieranno gli studenti tra venti anni, e anche io la voglio celebrare adeguatamente sulla pagina di oggi di questo Diario.
Ma perché è tanto importante come data? E’ presto detto. E’ la data in cui si gioca il tutto per tutto, la data che verrà ricordata come l’inizio della Fase II , la Fase della Fiducia, e della Speranza aggiungerei io.
Della Fiducia, perché abbiamo fiducia, noi e chi per noi è demandato a decidere, che il peggio sia passato, almeno in senso sanitario; il drammatico numero dei malati è diminuito e diminuisce progressivamente, il numero dei guariti aumenta, il numero delle morti rallenta, e soprattutto gli ospedali deputati al ricovero dei pazienti da Coronavirus non sono più vicini al collasso, ma possono tirare, metaforicamente, un respiro di sollievo, anche se il numero dei Caduti sul campo di battaglia, tra medici e infermieri è altissimo, a riprova della perfidia del virus e della abnegazione di Chi lo ha combattuto.
Ma non sono morti invano e la Loro memoria rimarrà per sempre.
Ma la Fiducia riguarda anche noi, noi cittadini che siamo chiamati ad una prova ancora più ardua e difficile di quella fino ad ora sostenuta, la prova della disciplina, o meglio della autodisciplina, la declinazione più difficile e ardua del termine, ossia la disciplina che non deriva da una imposizione esterna e autoritaria, che si esercita con disposizioni, decreti, prescrizioni e anche sanzioni, ove le prime non venissero rispettate, ma una disciplina ben più difficile e impegnativa, una disciplina che viene dall’interno di ciascuno di noi, dalla nostra coscienza, unica guida interiore, capace ed autorizzata a fornire le direttive, a premiare, con la ineffabile sensazione di aver compiuto il proprio dovere, ma anche a punire, con la condanna angosciosa dei sensi di colpa, che nessuna confessione può lenire.
Una disciplina, una autodisciplina, che non si ha in dotazione dalla nascita, ma che si costruisce, si acquisisce con un duro lavoro entro di noi, interiore e assolutamente in solitudine.
E’ e sarà quella autodisciplina che ci obbligherà a rispettare le regole, che prima il buon senso e poi le direttive della Sanità pubblica dettano per il nostro bene, per tutelare la nostra salute e quella degli Altri, altrettanto preziosa e da difendere come la nostra.
Solo osservando alla lettera quelle regole, quelle disposizioni possiamo avere il Sentimento appagante di aver compiuto il nostro dovere di cittadini, di aver meritato la fiducia che ci viene accordata, e di poter nutrire la speranza che “andrà tutto bene”, motto che è diventato un po’ il motivo conduttore di questa pandemia.
Ma perché, oltre alla Fiducia, aggiungo io, la Speranza?
Perché la Fiducia che riponiamo, che si ripone in noi stessi, non ci permette di avere la certezza che le cose andranno come noi desideriamo.
Accanto alla Fiducia, anche un altro sentimento, altrettanto importante si associa e si affianca: La Speranza, una parola semplice e magica, che ci indica, ci concede, ci dona una particolare, diversa Fiducia , che non proviene da una nostra azione, ma da una attitudine congenita, unica , speciale a confidare nel futuro.
Non a caso, simbolo universale della Speranza, è l’Ancora, che i marinai da secoli gettano in mare, affidando ad essa la loro vita.
Oltre alla Fiducia, in questo momento particolarmente difficile e complesso abbiamo bisogno quindi anche della Speranza, Speranza che unisce noi cittadini a chi ha preso la decisione, confida che i tempi sono maturi per tentare una prima, necessaria, esitante, inquietante ripresa della vita normale, non certo in toto, ma proporzionale al regredire, si spera appunto, della malattia.
Questa speranza ci aiuta a vivere e a compiere il nostro dovere.

Roma, 04 maggio 2020 

I Sogni al Tempo del Coronavirus
Una Carissima Persona, che per Sua sfortuna, ma con coraggio mi legge, mi ha scritto di dedicare una pagina di questo Diario ai sogni al Tempo del Coronavirus ed io accetto molto volentieri il suggerimento.
Immagino che per sogni intendesse il contenuto onirico delle nostre notti, in questo sciagurato periodo e non, più romanticamente, le nostre aspirazioni, i nostri desideri nascosti e irrivelabili, perché altrimenti non mi sentirei competente.
Prendo quindi per buona la prima ipotesi e mi rivolgo alla attività onirica.
E’ necessario che faccia alcune premesse: In quanto psichiatra direi organicista, sono piuttosto alieno dai voli pindarici della Psicoanalisi, estrinsecantesi in moltissimi campi dello scibile umano, dall’arte al cinema, alla musica alla letteratura, alla pittura e naturalmente anche all’interpretazione, sub specie psicoanalitica, dei sogni.
Ho letto e studiato, naturalmente, quando ero giovane “L’ Interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud, pietra miliare della Sua Opera, ma non mi ha per nulla convinto, come del resto gran parte dei Suoi assunti concettuali, ma bisogna prendere atto che la Sua opera e il Suo impegno, hanno focalizzato l’attenzione su un ambito che era stato ultimamente piuttosto trascurato, a differenza di quanto era accaduto nel passato meno recente.
Io penso che non vi possa essere una interpretazione univoca dei sogni, ma piuttosto che ogni persona trasferisca, nel proprio sogno, quelle che sono le proprie problematiche, le proprie preoccupazioni, i tormenti, i sogni, questa volta nel senso di aspirazioni e desideri, i propri conflitti interiori, i propri crucci e sensi di colpa, il proprio vissuto, soprattutto emotivo.
Ragion per cui, se io sogno, per esempio, un cavallo e altre persone sognano anche esse un cavallo, è plausibile che lo stesso cavallo abbia per ognuno di noi significati del tutto diversi.
Un’altra cosa da tenere ben presente è, che nella vita di veglia, noi pensiamo, ragioniamo, immaginiamo situazioni, utilizzando il linguaggio delle parole, nei sogni invece utilizziamo il linguaggio delle immagini, per cui in una sola immagine, può essere racchiuso un intero concetto che deve essere decodificato ed interpretato.
Premesso questo, come sono cambiati, come si sono modificati i sogni in questo Tempo di Coronavirus? Naturalmente devo riferirmi alla mia esperienza con i Pazienti “sognatori”, e non tutti purtroppo lo sono.
Coerentemente con quanto detto in precedenza, i sogni dei pazienti sono assolutamente personali e rispecchiano il loro vissuto interiore.
Per molti di Loro, la preoccupazione, l’ansia, l’angoscia anche, non è poi tanto rappresentata dalla paura del contagio, dalla paura della malattia, dal timore di finire in ospedale, in terapia intensiva, dalla paura paralizzante della morte e soprattutto in solitudine. Questa è una rara presenza nei sogni, che stranamente non sono popolati da tematiche di questo tipo.
Piuttosto l’angoscia è provocata e sostenuta, da situazioni lasciate in sospeso e non risolte, discorsi aperti e mai conclusi, con noi stessi o con Altri, parole non dette e che non possiamo più pronunciare, scuse non presentate o non accettate.
In ultima analisi tutto ciò che abbiamo lasciato in attesa di soluzione, di chiarificazione, di verifica, ma non è stato fatto, per lo più per nostra inadempienza, trascuratezza, non volontà, pigrizia, malavoglia, soprattutto sul piano morale e nei rapporti con gli Altri.
E’ come se la pandemia da Coronavirus avesse evocato, in sogno, risvegliato la paura, il terrore, forse in ognuno di noi sopito e nascosto, della improvvisa Apocalisse, della Fine di tutto e quindi della impossibilità ormai di sanare, di rimediare, di chiedere perdono, di perdonare, di pacificarci con noi stessi e con gli Altri, pagare i nostri debiti, di chiudere i conti lasciati in sospeso.
Chissà che il Coronavirus, attraverso i sogni, da lui stesso in noi suscitati, non ci induca ad una riflessione su noi stessi, forse da troppo tempo rimandata.
Sarebbe un insperato e inaspettato regalo.
Per quanto riguarda me personalmente, incurante del Coronavirus, continuo a sognare, come sempre, di dover sostenere esami di scuola, o di Università, per i quali non sono preparato.

Roma, 05 maggio 2020

Uno strano, inatteso fenomeno al Tempo del Coronavirus
Uno strano inatteso fenomeno si sta manifestando, con sempre maggiore frequenza ed incidenza in questi giorni, lasciandomi del tutto stupito e sorpreso per la sua entità.
Non perché sia così orgoglioso e sicuro di me, da pretendere di poter prevedere tutto quanto avviene sul piano psichico, ma perché molti anni di frequentazione con i Pazienti e anche i non Pazienti, sforzandomi di comprendere quanto avvenisse nelle Loro menti, mi hanno fornito una seppur minima dimestichezza con i processi psichici, tanto da poter presumere di riuscire a prevedere il loro verificarsi.
Questa volta no, e sono il primo ad essere rimasto colpito e sorpreso nel constatare quanto si stesse verificando, con una rapidità e sollecitudine inimmaginabile.
Per non lasciare insoddisfatta la curiosità di Chi generosamente mi legge, il fenomeno che mi colpisce e mi sconcerta è rappresentato dalla, per me assolutamente imprevedibile, paura, che a volte sfocia nel vero e proprio terrore, di tornare, seppur gradualmente, alla vita di prima della pandemia, ossia alla vita cosiddetta normale, ma che evidentemente tanto normale non doveva pur essere, se il ritorno a questa, suscita in tanti, paura e timore, in alcuni addirittura un senso di panico.
In realtà io credevo ed ero convinto, che Tutti noi soffrissimo tremenda mente dello stato di chiusura e costrizione nel quale eravamo confinati, con manifestazioni fisiche e psichiche facilmente riscontrabili e constatabili, cosa che è regolarmente avvenuto nelle prime fasi di cosiddetta clausura preventiva dei contagi.
Successivamente, passato lo sgomento dei primi giorni, c’è stato, a mio parere, un tacito e silente adagiarsi in questa nuova situazione, così strana ed innaturale e comunque del tutto nuova ed irreale, che credo abbia stupito per primi noi che ne eravamo i protagonisti, ed i succubi.
Come sempre l’essere umano si abitua a tutto e cerca e forse trova, nella nuova condizione, uno stato di comodità, si ritaglia uno spazio di conforto, ove si rifugia, anche in situazioni drammaticamente irreali.
E’ quanto è avvenuto anche in questa circostanza, con una serena, acquiescenza ad una condizione di vita, solo poco tempo prima inimmaginabile.
Nessuna grande protesta, nessuna ribellione, nessuna sollevazione popolare, per quanto temuta, ma non avvenuta, solo qualche singola contravvenzione ai divieti, frutto della cronica opposizione che una parte di noi mostra nei confronti delle regole da rispettare.
Ora che la morsa delle restrizioni si è in qualche modo allentata e alleggerita, con subitaneo e strano tempismo, sono sorte le confessioni e ammissioni di tanti, che provano paura all’idea di tornare a quella normalità precedente, che con riluttanza era stata forzatamente abbandonata.
Dalle ammissioni dei miei Pazienti, ma non solo, traggo l’immagine di persone, che lamentatesi, neppure troppo ,per la limitazione della libertà personale con conseguente clausura in casa, in fondo e con esplicita ammissione, in questa forzata restrizione a casa, non per propria volontà, ma provocata dalle circostanze, dopo un primissimo tempo di disagio, sono state bene e provano nostalgia all’idea di lasciarla.
Di fronte al mio stupore, a stento occultato, la spiegazione più comune e frequente è stata, che questa improvvisa pausa, interruzione della vita frenetica che erano costrette a fare, e soprattutto non per propria volontà, ma con l’assoluzione liberatoria della imposizione dall’alto, aveva giovato al loro equilibrio interiore, permettendo loro di riacquisire una dimensione più umana e consona, una riscoperta dei valori della vita, dei sentimenti genuini, della solidarietà e del piacere di essere utili, dell’attenzione alle piccole cose sostanziali, che senza nemmeno rendersene conto, avevano irrimediabilmente perso.
Con smarrimento mi chiedo e mi interrogo, se fosse necessaria una pandemia, per riscoprire tutto questo.

Roma, 07 maggio 2020

L’Amicizia al Tempo del Coronavirus
Lo spunto, o meglio l’occasione per questa nuova pagina del Diario mi è stata data da una rilettura, per mia conferma, dell’ultimo Decreto emanato dalla Presidenza del Consiglio e che apre un poco le maglie della rete protettiva distesa su ognuno di noi e che ci permette di incontrarci con familiari e congiunti, tra i quali rientrano “I rapporti affettivi consolidati”, ma esplicitamente non con gli Amici. Questa constatazione mi ha dato una grande tristezza e mi ha suggerito una riflessione sull’Amicizia.
Non nascondere
il segreto del tuo cuore
amico mio!
Dillo a me, solo a me
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna
il segreto del tuo cuore.
Rabrindranath Tagore
Non conoscevo questa poesia di Tagore, anzi lo confesso, non conosco molte poesie, oltre quelle faticosamente mandate a memoria ai tempi della scuola, perché non amo la poesia, non la comprendo, non ho mai scritto poesie neppure nel periodo adolescenziale, quando sembra che sia d’obbligo scriverne e leggerle ai malcapitati, obbligati ad ascoltarle, ma questa di Tagore l’ho compresa e mi è subito entrata nel cuore e da lì non esce anche volendo, ma non lo voglio.
Sono rimasto stupito io stesso, attonito e non so darmene ragione, non ne trovo altre che il contenuto e l’argomento della poesia stessa: l’amicizia, una emozione, mi correggo un sentimento a me molto molto caro e che pongo al primo posto in una ideale gerarchia di sentimenti, sempre che sia lecito e consentito, possibile stilarne una, come in una immaginaria gara degli affetti.
Alcuni, molti, porrebbero al primo posto, è naturale, l’amore, il sentimento più nobile, secondo il senso comune, più coinvolgente, più esaltante, più ricercato e sofferto, se non trovato, più descritto, più decantato, più amato, più presente e protagonista rispetto a tutti gli altri, fratelli tutti, ma fratelli minori.
Io invece pongo l’amicizia al primo posto, forse perché sono figlio unico, forse perché la solitudine mi è stata compagna per lungo tempo, forse perché sono abituato a riflettere con me stesso, forse perché per attitudine e ora anche per professione, ricevo le confidenze, i dolori, i patimenti, i turbamenti degli altri, ma li tengo per me, li devo tenere per me, senza a nessuno confidarli, a nessuno comunicarli, perché altrimenti violerei un segreto, forse perché a volte questo fardello di sofferenze si fa un po’ troppo pesante, i dubbi personali e le incertezze divengono un po’ troppo pressanti e si vorrebbe condividerle. Con chi? Ma naturalmente con un amico. Non per avere da lui delle risposte, delle soluzioni, dei chiarimenti, ma semplicemente e modestamente per ricevere da lui un conforto, la comprensione, anche silenziosa che solo un amico può darci.
E l’amore direte Voi? Non può darci anche l’amore tutto questo e ancora tanto di più?
Credo proprio di no. L’amore può darci  tante altre cose preziose ed importanti, desiderabili e desiderate, ma questo no.
L’amore è lotta, è passione, è esaltazione, è sofferenza anche, a volte, spesso, è combattimento, vittoria e resa, rinuncia anche, ma mai, mai amicizia. Non potrebbe, non può, pena la sua fine e la sua distruzione.
“Non ti amo più, ma rimaniamo amici”. “Non ti amo, ma sei il mio migliore amico”.
Quante volte abbiamo ascoltato queste frasi, queste parole, quante volte le abbiamo anche pronunciate, mentendo a noi stessi e all’altro, forse per indorare la pillola amara, forse per addolcire una dura verità subita o propinata.
Quanta ipocrisia in queste parole, quanta falsità, quanto squallore, mi si consenta la parola, nel mettere a confronto due sentimenti, l’amore e l’amicizia, che nulla hanno a che fare, l’uno con l’altro, che brillano ogniuno di luce propria, che vivono autonomi ed indipendenti, che non coesistono nella stessa persona e verso la stessa persona, ma che artatamente ci sforziamo di mettere a confronto, subordinando l’uno all’altro, secondo una gerarchia che ha dell’assurdo e del malvagio.
Non siamo amanti, ma almeno siamo amici. L’amicizia come premio di consolazione per un amore che risulta impossibile, o non voluto per uno dei due.
Ma perché amici? L’amicizia è forse un legame di serie B, più modesto e meno impegnativo, meno coinvolgente ed esigente, più facilmente recidibile o meglio eludibile, sfilacciabile ed allentabile, quando non è più tempo di continuare, quando la stanchezza o la noia si fanno sentire, si insinuano subdolamente nei nostri rapporti?
Io non credo proprio e il solo pensiero mi fa inorridire e provare terrore, perché se questo sentire, questa convinzione si insinua entro di noi e nella nostra società, allora ogni speranza è persa, ogni possibilità di sopravvivenza, non certo fisica, quanto piuttosto morale e spirituale per la nostra umanità è definitivamente persa e distrutta.
Perché penso questo, perché affermo questo con convinzione?
Perché l’amore con la sua violenza, con la sua forza corre veloce, si insinua subitamente entro di noi, ci avvolge e ci avviluppa, ci confonde, ci scuote e ci percuote, ma altrettanto rapidamente a volte ci abbandona, lasciandoci vuoti e attoniti, indifferenti all’altro.
L’amicizia no.
Al contrario procede lentamente, nasce con difficoltà e con difficoltà si sviluppa e si evolve, lentamente ed inesorabilmente, si muove a piccoli passi, lenti ma sicuri, richiede costanza e pazienza, attenzione, dedizione, studio ed equilibrio, volontà e passione.
Ci si conosce e ci si innamora subito, in un battito d’ali, un colpo di fulmine, ma si diventa amici lentamente invece, giorno dopo giorno, pazientemente e con costanza. Ecco perché privilegio l’amicizia sull’amore ecco perché la considero più nobile e preziosa, più indispensabile alla nostra stessa vita.
Posso citare, posso elencare vari esempi a prova e riprova di quanto sostengo e credo fermamente, tratti dalla mia vita privata, dalla mia esperienza di psichiatra, ma forse questi avrebbero il vizio, il difetto della soggettività, della appartenenza e derivazione professionale e allora scelgo di rivolgermi alla letteratura, che nella sua universalità gode di maggior credito e considerazione.
Penso alle parole che Micòl Finzi-Contini, splendida e affascinante protagonista dell’Opera più conosciuta e famosa di Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi Contini” rivolge a Giorgio, rivelandogli di volerlo come amico, ma non come amante: ”Un amante lo voglio di fronte, un amico al mio fianco”.
Non meno pregnanti, chiare ed illuminanti, le parole, il colloquio che si svolge tra la volpe ed il Piccolo Principe, nel capitolo proprio alla amicizia dedicato da Antoine De Saint Exupèry nel Suo “Il Piccolo Principe” e che, ogni qual volta le rileggo, quando ho desiderio di rinnovellarle entro di me, quando ne ho bisogno nei momenti bui, mi consolano e con mia soddisfazione mi evocano commozione e pianto:”Vieni a giocare con me-le propose il piccolo principe-sono così triste…-Non posso giocare con te-disse la volpe-non sono addomesticata.
-Ah! Scusa -fece il piccolo principe….Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?-
E’ cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…
-Creare dei legami?-
-Certo- disse la volpe.-Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure Tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo-….-Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…-Non si conoscono che le cose che si addomesticano -disse la volpe – Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!-
Chiedo scusa per la lunghezza dello scritto ma l’argomento mi ha preso la mano. Per farmi perdonare mi congedo con un pensiero di Aristotele:
“Cos’è un amico? Una singola anima che vive in due corpi.”

Roma, 8 maggio 2020

Carlo Bernardi
Da Enzo Biagi a Lady Hawk

03/05/2020 Domenica – Oggi ho seguito le interviste che fece Enzo Biagi alla Mambro, alla Faranda, a Paci e a Alberto Dalla Chiesa. In passato le avevo già ascoltate ma ora ho potuto apprezzare meglio la bravura di Biagi e la sua capacità di esporre la figura e i sentimenti di chi, da opposte sponde aveva aderito al terrorismo compiendo azioni aberranti e diversi omicidi anche se pentiti come Paci. 

In quegli anni facevo parte del Comitato Cittadino per la difesa dell’Ordine Democratico e Contro il Terrorismo. Questo mi ha permesso di conoscere la situazione e gli eventi che si sono susseguiti in quel periodo. Ho vissuto con interesse e sofferenza il periodo del rapimento e la uccisione di Aldo Moro. Credevo di sapere molto ma solo in seguito ho capito che dietro quella storia c’era di tutto dai servizi segreti italiani e americani e forze estremistiche di destra e sinistra, da associazioni criminali mafiose e camorristiche a forze politiche interne al governo, da esponenti della loggia P2 a altre organizzazioni e servizi e chi più ne ha più ne metta. Io ero convinto che se avessi scoperto qualcosa sarei andato subito a denunciarla ma oggi sono quasi certo che, in tal caso, avrei fatto una brutta fine.

Oggi siamo dentro una pandemia virale ma molti virus sono circolati in passato nel nostro Paese lasciando diversi morti e molti guai. Tra questi possiamo annoverare Dalla Chiesa e poi Falcone e Borsellino e le tante vittime sparse ovunque sulla penisola che non sto qui a elencare ma che ricordo tutte. Enzo Biagi le ha fatte ricordare tutte anche senza averle nominate.

Domani si entra nella seconda fase con la speranza che non venga interpretata come mancanza di attenzione al contagio. Vedrò al risveglio cosa succederà.

È iniziata la fase 2

04/05/2020 Lunedì – Oggi per la prima volta sono uscito con la macchina per misurare la pressione delle gomme e per andare a trovare mia cognata che ha compiuto 85 anni.

Ho notato più autovetture e più gente in giro e questo mi è sembrato normale visto che molti sono andati a lavorare o a trovare i parenti. Quello che mi è apparso meno normale è che non ho visto nessuno a fare controlli. Nessun vigile, nessun poliziotto o carabiniere o uomini della finanza come avevo visto nei giorni precedenti. Per fortuna chele persone sono state, almeno qui a Roma, più responsabili di quanto si sarebbe potuto sperare e forse è stata la paura di dover tornare al domicilio coatto che ha permesso questo risultato. Quest’ultimo aspetto è risultato anche dai comportamenti e dalle numerose interviste che ho fatto alle persone incontrate. La fase due è praticamente iniziata per chi ha ripreso a lavorare ma non si è vista e sentita fra chi deve mettersi in fila fuori dei negozi o per chi non ha trovato, come me, guanti e mascherine per sostituire quelle già usate.

Nel pomeriggio abbiamo letto il Canto 11 del Purgatorio e la sera abbiamo visto il film

Ladyhauke perché, forse, una favola ci voleva per digerire i movimenti che investono l’Europa e l’economia mondiale, Trump e Cina permettendo.


Anniversari del 5 maggio. Ei fu per Napoleone e per Bartali

05/05/2020 Martedì – L’Europa è in subbuglio perché dopo l’approvazione della BCE per quanto riguarda i bond per finanziare la salute e la ricerca di un vaccino, in Germania si è fatto ricorso alla Corte Costituzionale che, non potendo discutere le disposizioni della Banca Centrale, ha rinviato la decisione chiedendo alla BCE una spiegazione sugli effetti della decisione stessa. Questo rinvio è già di per sé problematico perché determina una sospensione in merito all’approvazione finale specialmente per i paesi lasciati nella condizione di non poter decidere o sapere l’effetto che avranno sulla loro economia le loro scelte al riguardo.

Sperando di non dover commemorare la fine dell’Eurozona oggi ricordiamo la fine di Napoleone e commemoriamo il ventennale della morte di Bartali campione umanissimo e partigiano in bicicletta.

Purtroppo abbiamo dovuto sentire le dichiarazioni di Trump che decide di eliminare ogni restrizione anche se provocherà migliaia di morti. Mi è tornato alla mente Enrico Berlinguer e la sua proposta di un governo mondiale dell’economia e delle risorse che è l’esatto contrario di ogni divisione dove ognuno fa per sé, specialmente in un momento in cui siamo di fronte a un nemico che deve essere combattuto stando tutti uniti.

Nel pomeriggio abbiamo visto il film L’uomo fedele di Louis Garrel con Louis Garrel e Letitia Casta. Poi ho seguito un po’ di Carta Bianca e Linea Notte. Sono andato a dormire solo dopo aver finito di leggere le prime 300 pagine del romanzo di Dolores Prato. Alcune di queste pagine parlano dei fiori e dell’odore dei fiori che hanno impresso la sua fanciullezza. Anche io amavo i fiori e le piante e avevo un’aiuola tutta per me dove piantavo e sperimentavo innesti. Quando si usciva per giocare sui prati anche io mi inebriavo del profumo dei fiori come le margherite, il trifoglio, la malva e, oltre che annusare, io le assaggiavo tutte ed erano aspre, dolciastre, o amare.

Con questo salto nella mia infanzia sono andato a dormire.

Il valore della vita sulla nostra tavola

06/05/2020 Mercoledì – Oggi al risveglio ho pensato, specialmente di fronte alla salita di contagi, ai furbetti e agli irresponsabili che ci capita di incontrare tutti i giorni. La percezione di questo mi è arrivata con questi versi:

La vita ha più valore

Quando è in pericolo

In assenza di difese muore

Chi ha il cervello piccolo

Rischia la vita di tutti

Se agisce senza calcolo

Perché non capisce

Che se perisce

 La vita non dà più frutti

Intanto il governo rischia la crisi sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati. Risale alla Bossi-Fini la legge che pensa di bloccare l’immigrazione lasciando molti senza autorizzazione. Ho sempre contestato questo modo di affrontare il problema perché non impedisce l’immigrazione e non è vero che tolgono il lavoro agli italiani. La verità è che non conoscendo nome, cognome e indirizzo di chi si trova fra noi, permettiamo il loro sfruttamento rendendoli schiavi e mettiamo in circolo dei veri e propri fantasmi. Chissà perché, dopo averli schiavizzati, ora pensiamo di assumere gli italiani per raccogliere pomodori e tanto altro che sta rischiando di marcire senza giungere sulla nostra tavola. Invece va abolita la schiavitù e ogni scelta di bandi per assumere i nostri giovani richiederebbe tempo in una situazione in cui tempo non ce n’è. Per rispondere

A quel giornalista che ha detto di aver lavorato nei campi, quando era giovane, senza che fosse compromesso il suo futuro di giornalista vorrei rispondere che anche io ho lavorato nella raccolta di prodotti, olive, uva, frutta, vendemmia scoprendo, che non solo guadagnavo poco ma che il lavoro in agricoltura non è un lavoro idilliaco e molti nostri giovani sono più fragili e meno preparai degli immigrati impiegati nel lavoro nero perché mossi da uno stato di bisogno.

Intanto fa scalpore la detenzione ai domiciliari di alcuni Boss di mafia e camorra che erano carcerati al 41bis. In effetti, anche se la motivazione riguardava questioni di salute e pericoli di contagio, in condizioni di semi libertà, anche se per breve periodo, potrebbe mettere in pericolo molte persone e consentire una riorganizzazione delle attività criminali che poi sarebbe difficile sconfiggere. Vedremo nei prossimi giorni quali provvedimenti saranno presi al riguardo.

Sono passato anche in farmacia per acquistare mascherine e guanti perché, non trovandole, sono due mesi che usiamo sempre le stesse, anche se disinfettate con alcool. Mi è stato detto che non le avevano perché sono andate a ruba. Ora mi chiedo, perché vendere 200 mascherine a un cliente e lasciare gli altri senza? Doveva essere stabilito per legge quante mascherine dovevano essere consegnate a ogni persona e non capisco perché non ci si sia pensato. Questo è successo anche nei supermercati dove un singolo porta via centinaia di prodotti lasciando senza cibo gli altri che arrivano dopo.

Nel pomeriggio abbiamo visto il film Madri e figlie con un cast femminile d’eccezione e di pregnante contenuto psicologico.

Domani il giorno si annuncia pieno di sorprese sperando che almeno qualcuna sia positiva.

Finché si tratta di schiavi va bene

07/05/2020 Giovedì – Ci sono molti contrari alla regolarizzazione dei braccianti clandestini anche nel M5S. Finché si trattava di sfruttamento e schiavitù nessuno si stracciava le vesti e si cerca ora di strappare consensi gridando al lavoro rubato agli italiani. È dal tempo della Bossi-Fini che sostengo vada condotta una battaglia culturale su questi problemi. In quegli anni ero iscritto all’associazione Nero e non solo dove ho conosciuto molti immigrati che hanno anche due o tre laure e, rispetto a me e a tanti italiani, conoscono bene più di due o tre lingue. Ho incontrato gente che ha sofferto ed è fuggita dalle bombe e da guerre a volte provocate dall’occidente. Gente che ha perso tutto, la casa, il lavoro, i beni e spesso anche figli e parenti e a cui è rimasta solo una cosa: la vita. Pensare che basti fermarli per impedire di arrivare in Europa è un grave errore perché in tutta la storia umana le migrazioni sono state sempre inarrestabili, a meno che non si creino le condizioni di vita per restare nei luoghi d’origine. È una storia che ha riguardato tutti, anche noi italiani. C’è forse qualcuno che pensa di faarli morire? Se così fosse sarebbe il peggiore degli uomini.

Domani l’Eurogruppo si pronuncerà sul Mes mentre la Bce ha dichiarato che nessuno può dire alla Banca Centrale come comportarsi visto che è un’istituzione europea al di sopra di Stati e Partiti.

Anche stasera, dopo la visione del film Sweet Virginia non sono andato a riveder le stelle ma sono andato a dormire.

La Fuis e i diari del coronavirus

08/05/2020 Venerdì – Oggi l’Europa ha approvato il Mes senza condizioni e nel governo si discute se usarlo oppure no. In una situazione grave come questa di emergenza sanitaria, che non sembra durare poco anche se si scoprisse un vaccino, nel governo ci sono forze che cercano di condizionarlo facendo sentire il loro scarso peso politico minacciando di togliere parte della maggioranza che lo sostiene. Questo ricorda i tempi di Bertinotti e quelli di Mastella che alla fine hanno portano di nuovo alle elezioni impedendo al governo in carica di portare a termine il programma che si era dato.

Molti, specialmente a destra, sono contrari alla regolarizzazione dei braccianti clandestini. Io credo che non devono essere cercati perché già esistono, sono fra noi e sono sfruttati e trattati come schiavi. Nessuno si è mai preoccupato per questo mentre ora che si cerca di considerarli come esseri umani e come lavoratori possessori di diritti ci si straccia le vesti e si grida: Prima gli italiani. Sono certo che se si lasciano nella condizione di schiavi questo slogan non lo direbbero più. E allora, come chiamare tutto questo?

Oggi, i navigli e Milano sono stati invasi da persone che giravano senza precauzioni come se non ci fosse più pericolo perciò viene da chiedermi che forse questa mancanza di attenzione e relativa sottovalutazione è stata la causa della gravità della condizione sanitaria della Lombardia e del fatto che non sia ancora cessata.

Ho letto che il salone del libro di Torino potrà essere seguito in streaming mentre in Francia Le saloon du livre de Paris è stato spostato all’anno prossimo. Leggo che sono in molti ora che ricorrono a iniziative editoriali per stilare un Diario di lettura in questo periodo di coronavirus, ma devo dichiarare e riconoscere che a mettere in campo questa iniziativa sia stata la Fuis (Federazione Unitaria Italiana Scrittori e editori) il cui presidente Natale Antonio Rossi è stato di gran lunga il più lungimirante.

La mattina odierna è passata facendo la fila dal tabaccaio per giocare al Superenalotto, poi dal giornalaio, poi dal fruttivendolo e poi per entrare al supermercato. Infine, nel pomeriggio, ho preso l’auto per andare a prelevare la mia compagna si era recata a piedi dalla sorella e era stanca per tornare indietro nello steso modo. Ho trovato un po’ di traffico ma niente a che vedere con quello della situazione precedente la quarantena.

Ho visto solo qualcuno fermato dalla polizia ma i controlli erano quasi inesistenti e ho guidato all’andata e al ritorno senza essere fermato.

Dopo cena ho rivisto il film La ruota delle meraviglie di Woody Allen e dopo aver visto il film sono andato a dormire.

Moro e l’Italia perduta

09/05/2020 Sabato – Il 9 maggio 1978 fu scoperto il cadavere di Aldo Moro in Via Caetani. Una morte che ha interrotto un processo di innovazione democratica che avrebbe unito l’Italia, anche se su posizioni diverse. La sua è stata una morte più volte annunciata che in ogni caso ha sconvolto la vita della sua famiglia e quella di milioni di italiani. Ero a Piazza San Giovanni stracolma di gente e per la prima volta sventolavano insieme le bandiere di tutti i partiti, specialmente quelle della DC e del PCI. In quel momento, e solo in quel momento, si rappresentava la politica che, pur restando avversari, era perseguita e sognata da Moro e da Berlinguer. Ero fuori anche perché la basilica era occupata dai rappresentanti di tutte le forze politiche. Ricordo ancora quel cielo plumbeo che ben si addiceva a quella giornata di lutto tragico che si era anticipata dentro ciascuno di noi nei trentadue giorni precedenti. Avvertivo con estremo dolore che quel giorno era anche uno spartiacque fra il vecchio che tornava ammantandosi di nuovo e un’Italia perduta definitivamente. Oggi, mettendo insieme i pezzi e i frantumi di un’epoca, sono convinto che dietro la morte di Aldo Moro si nasconde il peggio della Storia italiana e internazionale. Il peggio delle volontà antidemocratiche, che per motivi diversi, hanno unito componenti e interessi planetari.

Una frattura storica che in qualche modo somiglia al cambiamento epocale determinato dal COVID-19. La differenza è che questa volta non ci sono state riunioni e contatti fra potenze e servizi segreti con una volontà assassina, ora c’è un nemico che colpisce senza fare distinzioni politiche o di interesse.

Il seguito del diario odierno si protrarrà nella prossima settimana. 

Fabriazio Labarile
SCUOLA A DISTANZA  –  un torto dal Coronavirus –

Marco, uno studente liceale, all’inizio di questa pandemia immaginava che seguire le lezioni da casa sarebbe stato un vantaggio,poiché gli avrebbe evitato di viaggiare e   più tempo libero. I primi giorni in effetti, pur studiando più del solito, poteva dedicarsi ai suoi hobby preferiti. Seguiva con molto interesse le lezioni , e quando veniva interrogato  rispondeva sempre con precisione  e con molti dettagli. Tuttavia, dopo queste  lunghe settimane di scuola a distanza, nonostante l’ottimo metodo della maggior parte dei professori  di spiegare , sta deludendo  Marco e, forse, tanti altri studenti. A lui, mancano tutte quelle emozioni che il rapporto diretto con la scuola gli procurava. Ha finanche nostalgia di quell’attesa spasmodica che  gli arrovellava il cervello quando doveva essere interrogato  e, malgrado fosse preparato, non poteva sottrarsi ad un’ingiustificata ansia. Ma, poi, quando era davanti al professore , le nozioni apprese con meticolosità che, in primo istante sembravano scomparse dalla sua mente, improvvisamente le sciorinava con la stessa scioltezza di un navigato oratore. Gli mancano  i discorsi e  le conversazioni  attuali che in classe ,partendo da un argomento storico  filosofico ,si sviluppavano con il contributo di tutti gli studenti. Il  rapporto  con i suoi compagni era sempre improntato sull’amicizia e si protraeva anche nel tempo libero.  Gli mancano gli sfottò propinati ai bidelli e, sia pure con meno entusiasmo, i rimproveri e, a volte, qualche lavata di testa da parte del Preside.  Ora, dopo questi quasi tre mesi d’isolamento ,l’inizio della fase 2 , specialmente per il fatto che si possa uscire e recarsi nei parchi e incontrare gli amici, sia pure osservando le regole restrittive ,è stata apprezzata anche da Marco con grande entusiasmo. E, lui, già il 4 maggio pomeriggio ne approfitta per incontrare il suo amico Giorgio al parco comunale. Come quasi sempre l’amico non è puntuale, e Marco mentre  lo aspetta si siede  su di un panca . E, come se guardasse per  la prima volta quel luogo, prova una grande emozione nell’osservare i giganteschi alberi di quercia che , con i lunghi rami impreziositi da folte foglie,si pavoneggiano forti della consapevolezza che offrono all’uomo ossigeno , e d’estate un salutare refrigerio. Le diverse qualità di fiori ornano le aiuole e, mentre si pavoneggiano credendo che ognuno sia più bello dell’altro,  guardando il vicino parco gioco senza la vivacità e le grida dei bambini, si rattristano e all’unisono chiedono : dove sono i nostri piccoli amici ? Intanto,   Marco  pensa:  Questo parco mi è mancato nelle ultime otto settimane e, seppure lo attraversavo quasi ogni giorno , pur guardando non vedevo ciò che ossevo oggi:” Subito dopo  arriva Giorgio  e , come se lo avesse letto nel pensiero. proclama:” Ah quanto mi è mancata questa aria salubre che soltanto il parco emana. In tutti questi giorni di isolamento che apparentemente sembravano offrirci  tanto tempo  libero, in realtà siamo stati prigionieri. E, Tu  amico mio   condividi questo pensiero?.”  Marco ,in cuor suo non soltanto è d’accordo, ma aggiunge:” noi esseri umani siamo degli egoisti perché non osserviamo la bellezza del creato che il buon Dio  ci ha regalato,senza chiederci nulla in cambio. Anzi esigiamo sempre da lui , come quando siamo ammalati : lo preghiamo di farci guarire !” I due amici si propongono, dopo la tristezza dell’isolamento, di  vivere con un rinnovato  rispetto per la natura e per le persone.

Santeramo 4 Maggio 2020.

LO SCONFORTO DI ERNESTO – L’eredità del Coronavirus
Già negli ultimi anni , a causa di una crisi congiunturale sempre più aggressiva, vendere  gli articoli di maglieria , anche di ottima qualità, era diventato sempre più difficile. Con l’arrivo devastante del Coronavirus, Ernesto, un piccolo imprenditore tessile, sta constatando l’agonia inesorabile della sua attività. Per lui, l’unico sostegno  è stato di ottenere la Cassa integrazione per i suoi dipendenti,ciò che prima non era  contemplato per le piccole aziende,in modo che dopo la prevedibile ripresa possano tornare in azienda e tentare di aiutare la piccola ditta a risalire la china. E’ indubbiamente un aiuto notevole che abbinato anche al contributo per gli autonomi, sia pure di entità minima, permetterà ad Ernesto la sopravvivenza. Tuttavia, il vero problema rimane quando e se ripartire. Il 4 maggio  è iniziata la fase 2 di questa lunga epidemia, ma per la maggior parte delle  piccole aziende , tra cui quelle tessili,per diversi motivi tecnici e logistici la ripresa della produzione è rinviata. Siccome i negozi di abbigliamento quando è scoppiato il Coronavirus  avevano ricevuto appena  gli articoli primaverili , attendono  il 18 maggio per iniziare a venderli. Nel frattempo, però, non hanno neppure guardato la campionatura del prossimo inverno e meno che mai hanno  potuto fare degli ordini. Da considerare che in questo lungo periodo e ancora di più in queste due settimane mancanti per l’apertura, molte famiglie saranno obbligate, in caso di necessità, a comprare on line o presso ambulanti. Inoltre, per sperare in un futuro meno nero del previsto,sarà opportuno che i commerciati vendano, almeno in parte,  la merce in magazzino , per poter ordinare gli articoli per la prossima stagione. Ciò significa che per gli autonomi come Ernesto,dover  vivere nella perenne incertezza per almeno un altro mese. E’ indubbio che questi aspetti sono stati considerati dai nostri governanti, e hanno e stanno provvedendo a venire incontro a queste aziende. In questi giorni  Il Governo , con l’ennesimo decreto, sta studiando il metodo più incisivo per finanziare anche le piccole ditte. Si pensa di offrire dei prestiti agevolati e una certa cifra a fondo perduto;  è necessario essere abbastanza rapidi,affinché  questa forza attiva imprenditoriale  ,rappresentata da tanti piccoli imprenditori,possa riprendere il suo ruolo propulsivo tanto importante per la nostra economia. Tuttavia, ritengo che il mezzo più idoneo per salvaguardare l’esistenza di queste piccole e medie aziende di tutte le branche , sia d’invitare ,anzi spronare i cittadini a comprare articoli esclusivamente italiani.  A dire il vero , questo invito supportato dalle associazioni datoriali sta spopolando sui social ,e la gente sembra condividerlo. Come siamo stati tutti bravi ,e lo siamo ancora, nel rispettare le normative restrittive, così dobbiamo capire che acquistare articoli italiani , e possibilmente locali, non soltanto è conveniente sia per la qualità che per i prezzi , ma è indispensabile per aiutare a salvare le nostre aziende . Questo nostro impegno è indispensabile per rispetto di noi stessi e per preservare il futuro dei nostri giovani .

Santeramo 6.Maggio 2020

TUTTI  ASSISTITI – arriva babbo Coronavirus
In seguito ai Decreti ministeriali degli ultimi giorni concernenti aiuti finanziari alle imprese, si sta scatenando una corsa sfrenata, simile all’assalto nell’Eldorado alla ricerca dell’oro. A tutti è nota la grande difficoltà in cui si trovano la maggior parte delle piccole e medie aziende,poiché a causa della chiusura degli ultimi due mesi hanno perso soldi e, forse, anche parte della clientela. Venire incontro alle loro  esigenze è un dovere imprescindibile soprattutto per salvaguardare la parte più consistente e verace della nostra economia. Il Governo ha già in parte provveduto,ma ancora molto resta da fare. Speriamo che intervenga presto e in modo equo per premiare e dare un aiuto concreto a chi ,in questo momento, sta in trincea a soffrire , per farlo rialzare e ripartire. Tuttavia, elargire soldi a tutti non è possibile ,ma ,forse, sarebbe anche ingiusto. Prendiamo in esame quelle aziende che producono in Italia perché hanno le maestranze e tecnici preparati, ma hanno trasferito la loro residenza all’estero per evitare di pagare le tasse nel Belpaese. E’ da condannare  ( con l’auspicio che il Governo rimedi ) il comportamento di queste aziende ,i cui dipendenti producono anche  con infrastrutture  italiane e, nel momento di difficoltà produttiva, ricevono gli ammortizzatori sociali dall’Inps, di versare nelle casse  dei  Paesi esteri i soldi delle tasse guadagnati con profitti  del lavoro prodotto in Italia. Grande perplessità ha sortito, tra le atre , anche la richiesta di aiuto ,sempre dallo Stato, dei Benetton che, quali gestori di diverse autostrade,pur avendo incamerato per molti anni incassi milionari ,non hanno eseguito le relative manutenzioni. Un capitolo a parte merita l’atteggiamento di alcune associazioni dell’agricoltura che chiedono aiuto al Governo perché non trovano mano d’opera. Senza entrare nel panorama del mondo dell’agricoltura , è opportuno fare alcune precisazioni. Se tante persone italiane non desiderano andare a lavorare in campagna il motivo è da cercare nel basso costo del danaro. Da diversi anni in Italia si scrive e si blatera tanto sul personale dedito all’agricoltura e , nel 2016 si è emanata anche una legge specifica sul famigerato Caporalato, ma nulla è cambiato. Per venire incontro alle esigenze degli agricoltori ,a cui necessità una quantità notevole di operai, la ministra Bellanova sta minacciando le proprie dimissioni se non si provvederà all’assunzione ,ben inteso, con un congruo aiuto del Governo. Queste richieste d’aiuto farebbero impallidire finanche la “ rivoluzione Keysiana “ dell’economista britannico che è stato uno dei primi fondatori dei diritti sociali nel mondo.  A prescindere dalle difficoltà reali causate dal Coronavirus, resta il dogma dell’economia italiana che consiste in una sorta di parodia:  Permettere ai grandi gruppi industriali pubblici e privati  di dividere i “profitti” tra i loro soci; ed esigere finanziamenti a fondo perduto dalla Stato quando producono debiti. Naturalmente questo flusso di denaro arriva dalle enormi tasse a carico delle piccole e medie aziende,nonché di tutti i cittadini.
A quanto un reale cambiamento con regole giuste ed eque per tutti ?? 

Santeramo  8 Maggio 2020        

Carlo Piola Caselli
I baci in soffitta

Ormai il famoso “Bacio” di Francesco Hayez, diventato il simbolo del romanticismo pittorico italiano, va relegato in soffitta o, almeno, al museo, non potendo più essere un modello di comportamento. Così “Il bacio”, bassorilievo di età ellenistica dell’“Ara Grimani”. Lo stesso dicasi per la scultura di Rodin, a Parigi, o per la sua “Eterna Primavera”, a Besançon. Altrettanto per “Amore e Psiche” del Canova (ripreso nel dipinto di Gaspare Landi), nelle varie versioni del Louvre, dell’Hermitage e di Villa Carlotta (definito da Fleubert, il solo «bacio sensuale»), ma anche le molte composizioni “Cupido e Psiche”, che poi è lo stesso tema, a partire da quella capitolina in giù, vanno accantonate. Identica destinazione, per opere meravigliose ma superate dalla dura realtà e dalle prospettive comportamentali del terzo millennio: via “Il canto del guanciale” di Kitagawa Utamaro, “I due amanti” di Giulio Romano, “Ercole e Onfale” di Boucher, le varie versioni di “Romeo e Giulietta”, il “Trionfo di Venere” del Bronzino, “Il momento desiderato” di Fragonard, la scultura di Picasso ed altri suoi dipinti, le tele “Paolo e Francesca” di Ingres, “Il primo bacio” di Salvator Dalì, quello di Klimt, di Depero, la fusione di Munch, “L’anniversaire” di Chagall, quello “Sotto l’ombrellino” di Monet, o in barca di Pilner, l’altro suggellato del “Romeo e Giulietta” di Previati, “Nel letto” di Toulouse-Lautrec, “Pigmalione e Galatea” di Gérome (anche nella versione frontale), “L’idillio” di Annibale Ticinese, l’ardente “Bacio della sfinge” di Franz von Stuck, “L’appuntamento” di Alciati, la versione “art nouveau” di Behrens, o il bacio saffico di Egon Schiele e di molti altri; stessa sorte anche al “Fauno e Baccante” di Pompei, o alle deviazioni di “erastès ed eromenos” della kylix (coppa) del Louvre, fino ai giorni nostri, come sfida sociale.

Possiamo tenere l’“Amore e Psiche” di Bouguereau, per quel minimo di distacco consentito. Dobbiamo fare molta attenzione agli incontri ravvicinati, dall’amicizia all’amore, dando loro una valenza con varie tonalità, potremmo dire “a fisarmonica”. Se ci fosse stato il coronavirus, essendo andato ad appiccare un bacio al Salvatore, come vediamo ben espresso da Giotto, o nell’altorilievo di Saint-Gilles-du-Gard (XII sec.), avrebbero arrestato Giuda e non Gesù!

Il bacio omerico era un addio; nel “Cantico dei Cantici” c’è la sublimazione, «Mi baci con i baci della sua bocca!»; San Paolo raccomandava ai Corinzi, cittadini dai facili costumi, «salutatevi con il santo bacio», “osculum pacis”, il bacio pasquale è ancora in uso nella chiesa ortodossa. Più “moderno” il coro dei vecchi, «vo scoccarti, o vecchia, un bacio» e «vieni da mamma tua, piglia un bacino» di Aristofane (Lisistrata), o «Vien qui, che ti baci, anima mia!» (La Pace). Dal “Nibelungenlied” (13° sec.) traduciamo «baciato secondo il costume». 

Baciare i bambini era anche un modo per immunizzarli, come anche scambiarseli nell’allattamento, sotto la protezione della “Madonna del Latte”. Poi, il bacio di benvenuto, di fidanzamento, quello all’altare, del buongiorno, della buona notte, dell’“aria” sul palmo della mano, con il soffio, da lontano, o quello “fondant” alla francese, detto anche “fiorentino”, o con morsetti affettuosi, fino ai lobi delle orecchie, quello intimissimo nelle zone erogene, o con sfregamento del naso, all’eschimese, il bacio nell’amor cortese (fino all’“assag”, come suprema prova di rispetto); il baciamano come atto di devozione, baciare il piede come devozione assoluta, tra gli amanti.

Leggendo la spedizione che ha diffuso l’ellenismo (L’“Anabasis Alexandri”, scritta da Arriano), ci imbattiamo nel problema della “proskýnesis”, l’atto orientale descritto da Erodoto, di baciarsi sulla bocca tra parigrado, se di poco inferiore veniva baciato sulla guancia, chi invece fosse molto inferiore dovesse flettersi in maniera reverenziale, in maniera più o meno pronunciata, costume che non accettavano i greci, creando imbarazzo, qualcuno ha lasciato cadere un anello facendo finta di raccoglierlo, ma Callistene ha cercato di infischiarsene del protocollo stabilito, per cui non lo ha poi ricevuto in cambio da Alessandro Magno, concludendo assai “sportivamente” «Me ne vado più povero di un bacio». Poi l’usanza è stata assimilata dagli imperatori di Bisanzio e quindi dal Papa (il bacio della sacra pantofola), cui si è prostrato persino Vittorio Alfieri!

Tra quelli ormai proibiti, «E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo» di Neruda, o «Il vero paradiso non è in cielo, ma sulla bocca di una persona amata», di Théophile Gautier. Consentito il “bacio a farfalla”, col battito di ciglia, poiché ad essa paragonabile. Ricordiamo i baci rubati. Baciati dal sole, questo sì, fa bene. Anche Paolo e Francesca, altro che «La bocca mi baciò tutta tremante», marsch! in soffitta, con tutti i quadri, la poesia, la prosa, la musica e le pellicole che vi riguardano. Quelli di Cyranò per Rossana rimangono uno spasmodico desiderio. Che dire di alcuni di Shakespeare: «Come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio», o la dichiarazione «Se per baciarti dovessi poi andare all”inferno, … lo farei. Così potrò poi vantarmi con i diavoli di aver visto il paradiso senza mai entrarvi»! Quelli letterari son più facili da far passare, poiché si possono poi declinare in vario modo. Compresi i cento e i mille di Catullo, poi di Alfredo Panzini, “Il bacio di Lesbia”. L’Ariosto, «ma dolci baci, dolcemente impressi», e poi mille e mille, ereditati da Catullo, e altri, come in un codicillo, «ma baci, che imitavan le colombe […] e mille baci fige nel petto»; al Tasso non solo «baci, sussurri e vezzi», «e dolci baci ella sovente liba or agli occhi», poiché quando gli è andata male, «Ne i vostri dolci baci de l’api è il dolce mele e v’è l’ago de l’api aspro crudele» o «sien muti i baci e muti i miei sospiri». Foscolo, anche se eleva al massimo gli affetti, tutto sommato ne è piuttosto avaro, però finalmente la scena di quello rubato a vicenda tra Jacopo e Teresa, «Dopo quel bacio io son fatto divino»; Keats, «Sì, con quel bacio, entro in una promessa infinita». Matilde Serao ci ricorda quelli di Partenope.

Come non pensare alla canzone «Non ti fidar / di un bacio a mezzanotte» del quartetto Cetra e gli omonimi fumetti “Manga”. Più tenera la canzone «Per un basin d’amor, successer tanti guai». Vada per Gianni Morandi, «bacio la terra, bacio le stelle» ma, al confronto, con “Ventiquattromila baci” cantata da Celentano (disco abbinato a “Patatina”, cantata da Wilma De Angelis) son resi striminziti tutti gli altri. Memorabili quelli teatrali ma, soprattutto, quelli cinematografici. Bloccata la giornata mondiale del bacio del 6 luglio, a meno che non si distribuiscano i “Perugina”, quelli “di dama” ed i torroncini “Borrillo”. Chissà come andrà l’usanza della notte di capodanno, in cui a Parigi si ha licenza di baciare ogni signora che si incontri, anche se accompagnata, alcune veramente belle ed eleganti, mozzafiato, ornate dal plusvalore del discreto compiacimento.

Vada per il carducciano «velo di sposa che s’apre al bacio del promesso amor»; riteniamo salutari quelli di Ippolito Pindemonte, «Ti avea la madre, ed imprimeati, io credo, baci e poi baci: dalle fosche nubi … »; così quelli consolatori del Pascoli «i tuoi baci, già tanto accorati», «più bello il bacio che d’un raggio avviva occhio che piange», mentre “Il bacio della morte” non deve trarre in inganno, riguardando le “febbri” che si ritrovano sul labbro, così dette popolarmente; Ungaretti, «Mi sento diffuso in un bacio che mi consuma e mi calma».  

Tristan Bernard ha scritto «Il primo bacio non è dato con la bocca ma con gli occhi»; se prestiamo fede a Baudelaire, «Quei giuramenti, quei profumi, quei baci infiniti, rinasceranno»; in un modo o nell’altro, anche secondo Trilussa «Er bacio è er più bel fiore che nasce nel giardino dell’amore».

Ricordiamo la ballata livornese, «Non mi mandar più baci per la posta, che per la strada perdono il sapore»; ricordo Antonietta, simpaticissima, che si divertiva a scrivere le cartoline al fidanzato, senza metterci il francobollo, «Saluti e baci, paga la multa e taci!».

Pensiamo ai baci differenziati del “Manuel d’Érotologie Classique” o “Des formes du baiser” di Friedrich Karl Forberg, con paziente lavoro di filologia e lessicografia, nell’edizione del 1882 e poi in un’altra illustrata da Paul Avril (sotto il titolo di “De Figuris Veneris”, con alcune sulla “Vie de Sappho”), il quale le ha fatte anche per i “Sonetti lussuriosi” di Pietro l’Aretino, ispirandosi alle incisioni di Marcantonio Raimondi tratte dai disegni di Giulio Romano (comprendendovi anche gli atti impuri).

Era arte ritenuta libertina. In Italia sino a pochi decenni fa era tollerato ma non consentito il bacio in luoghi pubblici, soltanto al buio delle sale cinematografiche od alla luce del sole o dei lampioni nelle stazioni, per cui si correva sempre il rischio di essere multati, il che accresceva l’adrenalina.

Ora diventa reato solo se una persona fa la ritrosa, magari per vezzo, poiché potrebbe adombrarsi l’abuso, dando la parvenza di baci indesiderati, il che sarebbe in antitesi con l’approccio.

È sempre andato invece sicuro (o sicura) chi sia stato baciato dalla fortuna (dalla dea bendata) o dalla gloria, magari con l’ultimo bacio fraterno del collega in battaglia o consolatorio della crocerossina nell’ospedale. Di palpitante significato il bacio del genio della libertà al soldato morente, gruppo di Leonardo Bistolfi all’“Altare della Patria”.

Con i malgasci ma anche con altre popolazioni quando ci si incontra si scambiano tre baci sulle guance.

Nell’arte la donna è soggetto, non oggetto; è diventata oggetto, nuda o vestita non importa, in certa arte e nella fotografia pubblicitarie, poiché facente da tramite al consumismo; persino in quella erotica indiana ella è soggetto, infatti il “Kāma Sūtra”, del 500 a.C., ingentilito da raffinate miniature del V sec., raccomanda l’equilibrio volto a favore del piacere femminile. I templi di Khajuraho sono un vero e proprio “cantico dei cantici” della sublimazione dell’amore, così le grotte monastiche buddiste di Ajanta (II sec. a.C.) e di Ellora (V e X sec.). Di derivazione dall’arte erotica cinese, dinastie Yuan (1271-1368) e Ming (sino al 1644), abbiamo le stampe “Shunga” od “Immagini della Primavera” (il titolo non tragga però in inganno), multiple di quelle per il palazzo del principe ereditario, dal 1603 al 1867, epoca Edo giapponese, e continuate anche dopo, tra cui si sono distinti Hishikawa Moronobu (1680), Nishikawa Sukenobu (1711), Miyagawa Isshō (1750) Isoda Koryūsai (1767-78), Kitagawa Utamaro (1799), Katsukawa Shunchō, Katsushika Hokusai, Kawanabe Kyōsai, Keisai Eisen (1825), Utagawa Kuniyoshi, Torii Kiyonaga, Suzuki Harunobu, Kikukawa Eizan, Utagawa Kunisada, Yanagawa Shigenobu (m. 1832), Utagawa Hiroshige (1840), ufficiale occidentale con infermiera (di ignoto, piccola croce rossa sul grosso berretto, circa 1890), Terazaki Kōgyō (1899), tra onde marine (ignoto, 1900), un soldato dell’esercito imperiale giapponese con una russa (guerra Russo-Giapponese, ignoto, 1905). Alcuni hanno ispirato Degas, Klimt, Rodin, Toulouse-Lautrec, Beardsley, Picasso, molti sono stati esposti alla mostra al Palazzo Reale di Milano, «Arte ed eros nel Giappone del periodo Edo» del 2009-10. Quello forse più suggestivo è “La rêve de la femme du pêcheur” (“Il sogno della moglie del pescatore”) di Hokusai (1814), con il polipo avanzante che la sta per saziare.

Il malizioso sorriso delle guide turistiche di Pompei trasparirà anche dalle mascherine più corazzate, nel mostrare ai visitatori certe scenette: tanto allora quanto oggigiorno, sia per sopperire ai differenti linguaggi internazionali che per analfabetismo, si usava la vignetta come nei locali in cui i piatti sono disegnati con tanto di contorno ed a latere combinazioni e prezzo.

Il bacio della Vittoria” ha due versioni e storie diverse, il gruppo all’Altare della Patria per la prima Guerra Mondiale e la foto scattata da Albert Eisenstaedt a New York per la fine della seconda nel 1945 con la resa del Giappone.

Nell’arte culinaria, “al bacio” vuol dire con quel gradevole piccantino di peperoncino.

Nel bacio ci sono valenze psicologiche, endocrine, neurologiche, vascolari, eccitazione ed attrazione, ma non dobbiamo peraltro arrivare alle conclusioni troppo parziali, quindi assai discutibili, della principessa Maria Bonaparte, la quale ha fatto un grosso inghippo clitorideo, esageratamente autoinfluenzata dalle teorie di Freud.

Lasciamo perdere quelli della tregenda, avendo preferito considerare questi più romantici e sentimentali. Se dovessimo metter insieme tutti i baci distribuiti nell’arte, nella letteratura (senza parlare di romanzi e romanzetti), nella musica, nella religione, nell’etnologia (anche se non tutte le popolazioni lo praticano), nel cinema, nella politica, altro che soffitta, non basterebbe il pozzo di San Patrizio.

Come abbiamo scorso, i baci possono esser frutto di amor profano ma anche di amor sacro: oltre a quelli devozionali alle icone, al crocifisso, ai testi sacri, alle fotografie o agli scritti dei genitori, dei nonni, delle persone più care, scomparsi, ci sono quelli per le lapidi, per le sacre zolle di terra, per i dispersi, per le urne, a volte potrebbero contener ceneri, come polveri nel vento. I baci dei familiari ai bambini, a quelli che nasceranno tra poco, ma specialmente a quelli sofferenti, privi di speranza; ai malati, ai derelitti, alle piaghe esteriori ed interiori.

Quelli macabri, dello scheletro ghignante della morte, sono ineluttabili. Un po’ od un bel po’ prima ci sono quelli del tramonto, amalgama di pietà: «Il più difficile non è il primo bacio ma l’ultimo» di Paul Géraldy, «baci che arrivano ridendo presto fuggono piangendo» di Miguel de Unamumo, «E lì le chiuse gli occhi, selvaggi e appassionati, con quattro baci» di Keats, «E così con un bacio io muoio» di Shakespeare.

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