Diario in coronavirus

Diario in coronavirus con grani di scrittura – 5°

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Diario in
coronavirus
con grani di scrittura

5°
Domenica di Lettura
12 aprile 2020

Indice

Proponente FUIS – Natale Antonio Rossi
5° testo Proponente FUIS
Gli italiani sono patrimonio artistico culturale dell’umanità.

La realtà del coronavirus non è soltanto quella drammatica legata ai defunti, a coloro che muoiono DA SOLI, agli infetti, a chi è in terapia intensiva, ai portatori sani o meno, alle mascherine, ai guanti, ma anche all’ineludibile rapporto e differente violento intendere tra cultura e cultura, tra paese e paese, tra continente e continente.

Si è capito che il coronavirus minaccia l’essere umano a prescindere dalla razza, dalla religione, dal territorio in cui vive, dal suo essere e dal suo fare. E meraviglia delle meraviglie, in un mondo a denaro, non distingue tra ricco e povero, anche se quest’ultimo resta soggetto socialmente debole. Stanno emergendo le differenze di cultura, di economia, di struttura politica, di governabilità tra un paese e l’altro. E soprattutto di modo di intendere l’essere umano. .
E l’Italia è in grande vantaggio, a partire dal modo di considerare il malato come uno di noi, come uno da curare. In Italia, nonostante l’effetto sorpresa e di necessità (inimmaginabile), si è provveduto assistendo tutti quelli che avevano bisogno. E’ entrato in gioco il modo italiano di intendere l’essere umano.
Ed è per questo, oltre che per la loro arte e cultura, che è legittimo parlare degli italiani come patrimonio per l’umanità.

Gli ITALIA BOND
E’ da questa considerazione che devono partire tutte le altre. A cominciare dalla valutazione che la Comunità Europea ha fatto dello stato epidemico che l’ha invasa e da come ha considerato il fare dell’Italia. Dapprima mal ritenuto e poi “modello Italia”.
Gli scrittori non sono tenuti a fare proposte di economia, né di governo, ma di fronte alla intransigenza di alcuni Paesi (membri anche secondari dell’Europa) perché non proporre, anziché gli EUROBOND, gli ITALIA BOND che, quale fondo di mutuo soccorso, senza pensare a forme nazionalistiche, o sovranistiche, siano orientati a tutelare le forme di salvaguardia dell’essere umano secondo le sue caratteristiche naturali e universali.
I diritti naturali, i diritti morali, quelli sociali e civili sono un retaggio che il coronavirus ha evidenziato: se si trascurano (compresi i nuovi diritti) al prossimo virus gli uomini saranno costretti non solo a stare ognuno per sé, ma al buio della mente e della vista.
Il REDDITO DI BASE
E’ una società ingiusta, quella che l’epidemia ha rilevato. E’ più iniqua in altre culture, di più in altri Paesi, di più in altri continenti. In Italia il coronavirus ha evidenziato quanto forti siano le disuguaglianze e le differenze di trattamento che la società “capitalistica” riserva ai propri cittadini,
Alcuni strati sociali o a-sociali si sono evidenziati come afflitti da problemi di sopravvivenza. Se ne aggiungeranno altri, a cominciare da coloro che perderanno il lavoro.
Non ci sembra imprudente suggerire di introdurre un reddito di base da conferire a tutti coloro che ne hanno bisogno, sulla base delle personali dichiarazioni verbali (a rischio di senza escludere i furbi, che forse ne hanno bisogno più degli altri).

Stefania Severi
L’ansia da numero ovverosia ho perso il conto.
Ballata in endecasillabi dedicata alla FUIS

Avanti nell’età mi son trovata

a interrogarmi sul Coronavirus,

ritrovandomi in selva spaventosa

di numeri tendenti all’infinito.

Ogni dì mi perseguitan le cifre.

L’angoscia blocca il cuore e più non sento

il numero dei battiti nel petto.

Il numero dei morti sta per primo.

Seguono i malati e i contagiati,

i guariti e i totali vanno dietro.

E poi ci sono i numeri locali,

quelli delle regioni e dei comuni.

E i numeri di tutto questo in Cina,

seguono Spagna, Francia ed altri siti

fino in Giappone, Africa ed Australia.

I numeri di multe e di permessi.

E dei permessi avrò l’ultimo tipo?

Seguon respiratori e mascherine

insieme a tute, guanti ed altri annessi.

Il numero di quelli che fan fila

per un supermercato o farmacia.

Numeri di proposte del governo

o governo dei numeri: domanda?!

I numeri per chiedere soccorso.

Scrivi il numero che il medico detta

per ritirare, senza la ricetta,

il farmaco che non ti può mancare.

Telegiornali a iosa: quanti sono?

Per non parlar dei servizi speciali.

E dei WhatsApp? Per oggi a quanto stiamo?

L’ultimo numero voglio proprio darlo

anche se non so bene se sia giusto:

è quello delle pagine del libro

che la FUIS sta facendo circolare

e aumenta e aumenta ogni settimana.

Grazie al computer ho ricostruito

il numero totale del “malloppo”:

siamo arrivati a settecento trenta

più cinque, se il conteggio è fatto bene.

Altro che quarantena! E mi domando:

Ce la farò a legger tutto quanto!

Plinio Perilli
Qualsiasi Speranza (se ancora c’è)

… Cominciano gli amici, stamattina

che è uguale, eppure tutto sembra

diverso… A nessuno saprei dirlo,

ma quel vecchio, ridicolo telefono,

somiglia a ciò che chiamo il mio cuore:

lento, usurato, cocciuto d’entusiasmo.

Due squilletti, un messaggio; ecco

Paolo già desto, come la sua angoscia

educata a porsi, dialogare: “Buone palme

virtuali”… Ma oggi che tutto aleggia vero,

la fiction dell’irrealtà sembra inventata.

Domenica delle Palme, snudata senza

palme né ulivi – eppure gli uccellini

cantano, svolano creature con maggior

lena, miglior gioia nel raggiare le note

in dono al vento: acuti, trepidi inchini

al sole… La Natura prosegue, si fa fiera.

È il Consorzio Umano, inebetito, in-

credulo, perfino all’Alleluja! Benedizioni

concesse solo in streaming, crismi virtuali…

Virtuali per i virtuosi – non c’è confine.

Maureen Duffy
In Time of Plague

We are the virus corvine 2020,
Spread over the face of the earth,
Silencing the cities, hushing town and village,
Colonising space and time as if
The planet wasn’t enough for our millions
To despoil, denude of leaf and butterfly wing
Until we can no longer look each other in the eye,
Take another in our arms, all bound together
By a lonely death, locked down in our dens by fear
In a half life no longer hardly worth enduring,
And even time has contracted to our prison walls
Let out once a day like a dog on a leash
Freed shortly to walk under the sky,
Then in again to solitude. I think of those nuns
Immured by choice and how they were allowed
to make pleasing gestures through a window slot’.
We have no such freedom, can’t refuse our prison,
Shut up in this night like chickens caged safe
From our fox who’s a many headed hydra
With sharp claws to pull us down for all
Our squawks, and attempts at flight, until
We suck it in to colonise our spongy lungs
Giving it safe harbour while it gobbles us up.

March 26th 2020.

(trad.)
Siamo il virus Corvine 2020,
Sparsi sulla faccia della terra,
Mettere a tacere le città, mettere a tacere città e villaggi,
Colonizzare spazio e tempo come se
Il pianeta non era abbastanza per i nostri milioni
Per saccheggiare, denudare di foglie e ali di farfalla
Finché non potremo più guardarci negli occhi,
Prendine un altro tra le braccia, tutti legati insieme
Da una morte solitaria, rinchiusa nelle nostre tane dalla paura
In una mezza vita non vale più la pena di sopportare,
E anche il tempo si è contratto alle nostre mura della prigione
Uscire una volta al giorno come un cane al guinzaglio
Liberati a breve di camminare sotto il cielo,
Poi di nuovo in solitudine. Penso a quelle suore
Immersi per scelta e come sono stati ammessi
per fare gesti gradevoli attraverso una fessura della finestra”.
Non abbiamo questa libertà, non possiamo rifiutare la nostra prigione,
Stai zitto in questa notte come galline in gabbia al sicuro
Dalla nostra volpe che è un’idra dalle molte teste
Con artigli affilati per tirarci giù per tutti
I nostri squawks, e i tentativi di volo, fino a quando
Lo risucchiamo per colonizzare i nostri polmoni spugnosi
Dandogli un porto sicuro mentre ci divora.

Michele Arcangelo Firinu

Giorno fitto in casa

recepito obbligo stare in casa fin da primi marzo io mia moglie trasferiti Campagnano casa campagna trenta chilometri da roma mai stati qui così a lungo solitamente tre quattro giorni i fine settimana ora felicemente dopo colazione in giardino saluto al ciliegio alzabandiera occhio ravvicinato al fusto liscio rosso striato di grinzosi grigi boccioli schiudono fiori bianchi offerti all’ape pollini gialli su pistilli tenui l’arbusto melograno tarda stecchi grigio-marrone scuri screziati di licheni solo puntini rossi stenteresti chiamarli foglie o boccioli però dopo un giorno raddoppiati promessa di nuvola rossa prato puntinato in bianco da margheritine sontuoso rosa svettante albero lagerstroemia ginnastica estirpando erbacce zappettando intorno al mirto di sardegna al giuggiolo sottile pigro al ciliegio grande nato spontaneo al bordo aggredito da rovi da edera assassina mai stato così attento alla natura in cucina postazione mio pc giardino delle mie poesie neglette poto rami secchi riordino catalogo produzione raccogliere sezioni mani tese al fuoco poemetto famiglia scritto con scintille braci figlie piccine grandi il mondo è qui sul palmo ora senza aeroplani si dilata roma francia un po’ più in là coi nipotini benedetta whatsapp emilio elefante tigre leone lupo darietto pedina zoo-fratello chiacchieriamo telelavoro ricette per lenticchie al sugo corro allo studio di gramigne del pandemico globo la corona nuova imperatrice viscida da pipistrelli a tavola su salive acrobatiche da particolato a strangolamento di polmoni cina-corea-germania-italia-spagna-francia-usa-su-planisfero-di-polveri-sottili-carbon-petrolio deforestazioni calura friggitrice di iceberg con amici teleconferenza ogni tre giorni apriamo le viscere puzzolenti della pandemia mettiamo sottocartelle ambiente antropologia biologia economia europa filosofia letteratura politica niente sarà più poltrone e sofà tutti vogliamo far di conto tambureggiare pentole nelle strade puntare dita sulle purulenze medicare amputare cacciare perturbatori dal globo la politica sarà madonna bellissima diremo pubblica acqua acquedotti fogne linee telefoniche elettriche strade ferrovie continuità territoriale sanità statale diffusa preventiva energia rinnovabile bus elettrici tram corsie preferenziali telelavoro ripopolare il sud smagrire metropoli lavorare meno lavorare tutti piantare piante tutti pagare tutti tasse santamente progressive basta privilegi caste cementi plastiche grandi opere svelenire industrie mortifere curare montagne pianure lavare acque fiumi mari europa patria comune nessuna terra privilegiata potere ai popoli confederati europa pacifica come una svizzera molto più seria legge elettorale proporzionale senza sbarramenti premi in costituzione anche europea poeti sgrammaticheremo il pensiero comune sbeffeggeremo burocrati passeggeremo coi megafoni poseremo libri sull’asfalto che tutti ci possano inciampare diranno utopie ma noi siamo matti pretendiamo utopie riapriamo il futuro.

Guido Barlozzetti
Le mie piazze

Piazze, aveva dipinto per tutta la vita piazze. Per esempio, con grandi portici, alti, altissimi, bianchi e con interni rossi, da una parte e dall’altra, e al centro della prospettiva un tempietto, circolare, anch’esso con le colonne bianche e l’edificio rosso, con un altro uguale, più piccolo, che gli spuntava sopra, come i piani di una torta nuziale, su un cielo che dal giallo passava al verde con una nuvoletta che sembrava sul punto di dissolversi. E gli era piaciuto distenderci una matrona di marmo, l’abbondanza delle forme, le braccia maggiorate, le gambe prosperose sotto la leggerezza della tunica, e poi un cubo – sì, aveva sentito di doverlo mettere lì – e non c’era nessuno, la piazza era vuota a parte un paio di signori che si stringevano la mano. Un sole potente e invisibile dava una luce in diagonale, forte quanto il marrone scuro e tagliente delle ombre.

Quell’impianto lo attraeva così tanto che lo aveva replicato, con tutte le variazioni possibili, un portico solo e una canna fumaria, che in altri casi potevano diventare due, e un tempietto basso e frontale al posto di quello circolare, e invece della matrona una statua maschile, di spalle e su un piedistallo, e ai due omini che continuavano a stringersi la mano si aggiungeva un tizio con una cartellina di cuoio in mano che sembrava turbato al cospetto del monumento. E il cielo passava da un sottile strato giallo a un blu scurissimo che da un momento all’altro avrebbe potuto venire giù, come un sipario. Altre volte si era accontentato di un portico lunghissimo in piena luce, l’altro invece nell’oscurità e in primo piano, in mezzo una bambina che correva con il cerchio. E poi, era successo, fra le quinte dei portici, la torre, rosa, un tronco di cono o un cilindro tozzo, a fronte delle minute costruzioni alla base, senza porte e al massimo con una finestra e con un bel monumento equestre davanti… Una volta, in fondo aveva messo un castello che ricordava quello di una Signoria e gli amati fumaioli, e il piano della piazza era fatto di assi di legno, come fosse un palcoscenico, e davanti.. davanti una figura che iniziava con il tronco della colonna di un tempio, proseguiva con un busto in parte coperto da una tunica e finiva con la testa di un manichino, rosso-arancione come il castello. Accanto, un’altra, seduta su una scatola blu, con l’abito che scendeva giù a formare delle pieghe simili a quelle della colonna accanto, e più che un corpo sembrava il modello di un sarto, e invece della testa, che era appoggiata sul pavimento, c’era il pomello del manichino. E, come di consueto, ombre, secche, affilate a contrastare con la potenza della luce.

Gli era diventata la domanda della vita, ma perché tutte quelle piazze?! Giuseppe Maria Alberto era un uomo di poche parole e dai pensieri acuti. Un’immensa stanza dei giochi, ecco cosa lo attraeva delle sue piazze, un vuoto siderale dove non era importante quello che si vedeva, quanto piuttosto il nulla che poteva essere il tutto che poteva essere il nulla, che restava invisibile e però congelava ogni cosa. Libero di metterci una canna fumaria o una colonna dorica, una statua o un manichino, mica come là fuori, le piazze sepolte sotto reggimenti di auto, invase dalle insegne delle pubblicità che si arrampicavano sulle pareti dei palazzi, dai chioschi degli abusivi, dagli sciami di turisti che inseguivano una bandierina, dai tavolini dei bar e dei ristoranti, dagli scippatori, dai vigili e pure da cavalli schiantati dai calessi e dalla fatica, non certo quei puledri olimpici, bianchi e scalpitanti che tanto lo affascinavano…

Se una cosa detestava, era quella normalità caotica e frastornante, i selci fuori posto, le gomme appiccicate, i cestini sfondati, le cicche dappertutto, i piccioni dappertutto, le lattine buttate là, i panini smozzicati, e soprattutto la gente, tanta, troppa, che camminava e aveva fretta, chissà cosa avesse da fare, oppure si perdeva nella chiacchiera.

Per questo restava chiuso in casa. Solo un’uscita era prevista, nel primo pomeriggio, per un caffè che come lo facevano in quel locale storico tra la Piazza di Spagna e Via Condotti non lo faceva nessuno.

Giuseppe Maria Alberto scese, aprì con circospezione il portoncino e si avviò.

Ma sentì subito qualcosa che non andava.
Silenzio, ma proprio silenzio, allora alzò la testa – quando usciva la abbassava per non dover incontrare sguardi e evitare qualunque occasione di contatto – e vide quello che non aveva mai visto. Le macchine erano scomparse, le insegne erano spente, e soprattutto non c’era nessuno, le facciate dei palazzi erano così nitide da assurgere all’essenzialità e la colonna con in cima la Madonna s’imponeva con l’assolutezza di un’astrazione e così la Barcaccia davanti alla scalinata che saliva verso Trinità dei Monti. C’era un ordine che s’imponeva a tutto e diceva di una recondita armonia o di un mistero che tutto metteva in distanza.

Avvertì una vertigine, il senso di una deriva che però pian piano si mutava nella sensazione di un godimento.

Un attimo e capì, aveva inseguito per tutta la vita una visione che gli annunciasse il senso più riposto e forse irraggiungibile delle cose, si era affaticato ogni giorno ad afferrarlo in quelle piazze che aveva dipinto ossessivamente, stupito lui stesso di come gli venivano, quasi che un’altra mano si sovrapponesse alla sua e la guidasse.

E adesso, per chissà quale artifizio su cui non aveva risposte, quella piazza infernale e volgare, sulla quale scappava via come un transfuga, era diventata la Piazza, lì, appena fuori dal portoncino di casa sua e poteva godere di quella solitudine che lo immergeva nella profondità del mondo. Quale che fosse. Forse aveva sprecato la vita, la realtà aveva sconfitto l’arte.

Deluso e euforico al tempo stesso, era rimasto immobile, come tutto ciò che lo circondava, solo volgeva lo sguardo un po’ di qua e un po’ di la. E a un certo punto aveva visto un paio di figure in lontananza, anch’esse irrigidite su se stesse in una postura statuaria. Gli era venuto da pensare subito ai prediletti manichini inquietanti e già sentiva il piacere di una scoperta che fosse anche una conferma.

Poi, aveva guardato meglio, erano due soldati, eretti sulla gambe divaricate e con il mitra spianato.

La Zona Rossa

Il compagno Vladimiro Carnazza da Cavriago, Bassa Padana, militante per mandato generazionale, aveva avuto per tutta la vita una sola bussola, il Sol dell’Avvenire.

Da tanti anni, divideva la giornata tra il lavoro e il Sogno, con la maiuscola, perché riguardava la Rivoluzione che prima o poi si sarebbe realizzata, tra la casa e un’officina in cui trascorreva le ore del turno davanti a una macchina filettatrice che ripeteva la stessa operazione, filettava, nemmeno fosse l’invariabile potenza di un destino. Lui controllava e l’unica luce gli veniva dal soffio della speranza rivoluzionaria che custodiva nel cuore.

Questa scissione aveva fatto sì che la testa di Vladimiro funzionasse come i compartimenti stagni dei transatlantici di una volta. Divideva e separava. Non che non facesse collegamenti fra le parti della sua vita e le notizie che gli arrivavano, solo che le collegava a modo suo, secondo una linea di ragionamento che lo portava a diffidare della prima apparenza e a ritrovarvi sempre un dietro le quinte manovrato da qualcuno che si nascondeva nell’oscurità. Complotti, vedeva complotti dappertutto, e questa idea della macchinazione comunque e sempre gli era diventata un riflesso condizionato e un occhiale con cui guardava le cose.

Anche la storia dell’epidemia aveva messo in moto la testa che aveva cominciato subito a dubitare e a cercare spiegazioni che andassero oltre l’ovvietà del virus. Troppo banale e beati quei semplici di spirito che ci credevano. No, la verità stava da un’altra parte, lui non l’avrebbero fregato con una favoletta.

Aveva subito pensato a una diavolerìa confezionata dai Cinesi, una montatura per fare casino e gettare il resto del mondo nello scompiglio. Era sempre rimasto ammirato della loro maestrìa nel creare i fuochi artificiali, quei giochi di luci colorate che esplodevano nel buio e lo affascinavano, e quindi aveva concluso che il virus funzionasse allo spesso modo, un marchingegno invadente creato per destabilizzare la psicologia dei nemici del popolo.

Però, non gli era bastato. Non poteva accontentarsi della prima impressione che ti frulla per la testa.

Si concentrò, come era solito quando affrontava i Massimi Sistemi che stavano dietro a quella che tutte le anime alienate e manipolate ritenevano l’evidenza della verità. In quei casi, Vladimiro poteva raggiungere una profondità di pensieri che a volte finiva per stupire anche lui.

Quel nome! Come non averlo capito, un virus che si fregiava di una corona, non poteva che nascondere un progetto controrivoluzionario di restaurazione monarchica, tanto più insidioso perché fondato su un’occulta associazione tra biologia e potere. Un virus, quindi, che faceva tornare il mondo indietro, a prima della Grande Rivoluzione, e faceva risorgere re e regine, una corte di nobili privilegiati, con la benedizione di Dio che scendeva dal cielo. Insomma, il trono e l’altare, una funesta regressione e il popolo fuori della reggia che avrebbe dovuto accontentarsi delle brioches.

Vladimiro al solo pensiero si agitò parecchio, la pressione cominciò a salire e diventò tutto rosso. Era il suo colore preferito, ma in quella particolare circostanza segnalava un cortocircuito della circolazione che avrebbe potuto compromettere qualunque sogno rivoluzionario.

E comunque la tensione che lo prese dovette essere così forte che a un certo punto perse la coscienza e si abbandonò davanti a una specie di altarino che aveva tirato su in casa e si accendeva del colore della sua vita. Al centro, sullo sfondo di una bandiera rossa, il busto il busto bronzeo di Karl Marx, con attorno al collo un foulard rosso, accanto una falce vera e un martello vero, e allo stelo di una rosa anch’essa inevitabilmente rossa che diceva di una devozione e di un sentimento. Nemmeno la scuderia di Maranello al completo, i quadri di Guttuso e la mantilla del torero avrebbero potuto essere più intensi.

Non si sa quanto sia rimasto in quello stato, tanto meno come stesse la testa dopo lo sforzo e lo shock regal-monarchico a cui era stata sottoposta. Né si sa come riemerse da un intervallo che assomigliava tanto a quello del televisore quando le trasmissioni si interrompono e il video sprofonda nel nero. Tanto meno, se i sensi li riprese tutti insieme, uno per volta o alla rinfusa.

Di sicuro, a un certo punto, anche l’orecchio dovette riattivarsi e accadde proprio nel momento in cui alla radio qualcuno stava parlando di… Zona Rossa! Proprio così, Zona Rossa! Aveva sentito bene.

Un attimo e ne concluse che il Sol dell’Avvenire era finalmente sorto. Non era più una speranza e tanto meno l’utopia che qualche volta difronte all’andazzo delle cose aveva ritenuto impossibile, ma il presente realizzato, qui e ora, in terra, anzi a due passi da casa sua.

E riconobbe anche la voce, era quella del Presidente del Consiglio che stava annunciando a tutto il popolo proprio l’istituzione della Zona Rossa.

L’entusiasmo fu tale da travolgere qualunque altra considerazione e, per una volta, anche il dubbio e i retropensieri che tanto lo appassionavano.

Era la quadratura del cerchio, la terra che toccava il cielo, la Fine che diventava l’Inizio. E nella gioia s’infilò anche il sentimento della colpevolezza, ma come? nasce la Zona Rossa e lui stava chiuso in casa, lontano da dove la Storia si stava compiendo e pure in una confusione della mente e del corpo rispetto alla quale non riusciva a raccapezzarsi.

Intontito ma rinfrancato, si tirò su, batte i piedi per terra, prese la bandiera, aprì la porta di casa e scese in strada. Come avrebbe fatto un rivoluzionario.

Non si accorse nemmeno che era vuota.

E cominciò a cantare l’Internazionale.

Corrado Calabrò
20 marzo

Tepori inattesi pre-sentono
le lunghe giornate di maggio.

Ma l’ultimo giorno d’inverno
s’aggrappa ai tuoi occhi smarriti.

Chiudimi gli occhi, mamma!
Io non te li ho chiusi

e per questo li tieni ancora aperti.
_____

Poiché non potevo fermarmi per la morte
Lei gentilmente si fermò per me”
(Emily Dickinson)

 Se mai un giorno morrò

Se mai un giorno morrò
accadrà se avrò tempo.

E in quel caso e in quel giorno
sarò io stesso a morire.

Se non l’ho fatto fin oggi
è stato per vari incombenti.

M’è toccato farmi sostituire :
da parenti, amici, conoscenti.

Se mai un giorno morrò,
vedrete, avverrà se avrò tempo.

Self sense

Scrosciare ipnotico di pioggia
tutta la notte;
e adesso inonda il cielo, limpidissima
et lux fuit!- l’alba.

Oh quant’è bella e improvvisa la vita!

 

Gerasimos Zoras*

LE PREGHIERE SONO SEMPRE SIMILI

DI FRONTE ALLE GRANDI CATASTROFI

In questi giorni che ci troviamo tutti confinati in casa, sia in Grecia che Italia, giusto per distrarmi un po’, ho ricercato nella rete situazioni passate simili all’odierna. Mi è capitato di trovare un sito della rivista «Avvenire» che cita «un antico canto francescano a Vergine Maria contro la peste e le epidemie».

«Stella coeli extirpavit, quae lactavit Dominum,

mortis pestem quam plantavit primus parens hominum.

Ipsa stella nunc dignetur sidera compescere,

quorum bella plebem caedunt dirae mortis ulcere.

O piissima stella maris, a peste succurre nobis.

Audi nos Domina, nam Filius tuus nihil negans te honorat.

Salva nos Jesu, pro quibus Virgo mater te orat».

Questo testo della Chiesa Cattolica che invoca l’intervento della Vergine Maria per porre fine ad una epidemia del XV secolo, mi ha rammentato un testo analogo della Chiesa Ortodossa, appena un po’ più vecchio, che è contenuto nell’ «Eucologion sive Rituale Graecorum» (Parigi 1647, p.793). Il titolo (tradotto in latino da Jac. Goar) è il seguente: «Canon in sanctam & consubstantialem & individuam Trinitatem, & in omnes Sanctos: in pestilentialis morbi periculo». Riportiamo qui un breve brano di supplica rivolto alla Vergine Maria per ottenere la protezione ai fedeli afflitti dall’epidemia: «Servitoris, omnium contitoris, & Domini dolores nostros portantis, immaculata genetrix, ipsum nunc deprecare, ut gravi infirmitate famuli tui liberantur, sola hominum auxiliatrix» [cioè: «Oh Vergine che hai tenuto e concepito il Signore, Redentore ed Onnipotente, dunque supplicalo, per liberaci della malattia profonda e dalla nostra infermità, oh unico aiuto degli uomini»].

 

*Gerasimos Zoras
Prof. Ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Atene
Presidente dell’Associazione Nazionale degli Scrittori Greci

Rappresentante FUIS per la Grecia

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Mario La Carruba, Resurrezione, olio su tela

Francesco GUI
“pronto alla morte, l’Italia chiamò”.

Poco da fare, evviva!, la questione delle bandiere è di attualità. Chissà se sollecitato proprio dalle presenti provocazioni europeistiche targate FUIS, fatto sta che addì 9 aprile il maggior giornale italiano, ovvero il Corriere della Sera, ha compiuto un atto di generosità patriottica precisamente all’insegna dello stendardo che sventola alto e forte. Quello di chi, ovvio, è “pronto alla morte, l’Italia chiamò”. L’Italia, certo, non il virus.
In sostanza, qualunque compatriota abbia avuto il coraggio l’altro ieri di presentarsi all’edicola sotto casa adeguatamente mascherinato e inguantato, ebbene costui si è visto regalare, dicesi regalare, accanto al Corsera (regolarmente pagato) un che cosa? Eccolo: un cartoncino plastificato patriottico bello largo, impreziosito da tre strisciate a tutto campo con i colori d’ordinanza: il bianco, il rosso e pure il verde. Tutti e tre lì, parecchio luccicanti ma seri, alquanto imponenti, pronti a risollevare il morale del popolo di Di Maio, Meloni, Casellati, Fico, Brunetta, Giacjhetti,,, e si Salvini chi può. Il tricolore, appunto.

Cioè, buon Dio, ma alla redazione del Corriere le innovative provocazioni della FUIS le avevano viste bene, o invece no? O magari gli si è addirittura arricciato il naso. Fatto sta che sul tricolore meneghino le epocali 12 stelle, quelle dell’Europa, quelle che ti rallegrano come fossero tanti occhietti (specie se disegnate da Mino La Franca), quelle proposte dal sottoscritto d’intesa col Presidente Rossi, non comparivano proprio. Ma neanche per sogno. Eccole lì, infatti, soltanto le tre strisciate, brillanti quanto vuoi, ma sempliciotte e solitarie anzichenò.

Eh no, no, attenzione! non va bene neanche così! Perché lì a Milàn, con quella brutta aria che tira, volevano darsi anche un po’ di forza, di fiducia, di allegria e voglia di rivincita. Eh sì, no se po’ propi minga tirar avanti così! E allora sai cos’hanno fatto a via Solferino, quella che evoca la guerra d’Indipendenza, con tutti quei morti, che poi ci è nata la Croce Rossa? Eh beh, hanno deciso di non accontentarsi dei tre colori a fasce regolari e basta, bensì di disegnarci sopra, lì in mezzo, su quel bianco (un po’ grigietto), ma no, anzi, dappertutto, tante faccette come disegnate a matita, tipo cartoni animati. Tutte che sorridono, chi tonda, chi a triangolo, chi a pentagono, con i nasi, le bocche, gli occhi seghettati, stortignaccoli, tutti a pezzetti.

Ecco, appunto, è così che si ridà l’anima all’Italia. E’ così che si riparte con rinnovato vigore, con serietà e determinazione per uscire fuori dalla crisi migliori di prima. Ovvero, parole del direttore in persona, proprio così si intende “Tributare un omaggio all’impegno quotidiano che l’Italia e gli italiani stanno profondendo nella lotta contro l’emergenza coronavirus”. E va bene, concesso, cioè sarà anche vero che accanto all’opera d’arte, “unica”, cioè il cartoncino disegnato da Ugo Nespolo, il Corsera ha spalancato sul retro, ad ali aperte e in campo azzurro, una grande colomba bianca con mascherina e cuore rosso sul becco. In più sulla destra l’hashtag multicolore #CELAFAREMO e poi un GRAZIE “a tutti i medici, agli infermieri, al personale degli ospedali, ai volontari, alle forze dell’ordine, a quanti si sacrificano ogni giorno per la vita di noi italiani”.

D’accordo, commovente, opera di Armando Milani, anch’egli definito “grande artista contemporaneo” dal direttore. Senza dimenticare l’imponente arcobaleno tricolore sempre sul retro. E però, direttore, fare appello ai simboli che richiamano alle “spade nel pugno” e agli “allori alle chiome”, ai “martiri nostri tutti risorti”, alla patria che, come suona l’inno di Garibaldi, “ancor di Legnano sa i ferri brandir”, e poi metterci vicino le capuzzelle sorridenti di Nespolo, non è che ci dia una grande motivazione. Non è che a “noi italiani” ci metta proprio sulla strada giusta. Caso mai ci riporta sui soliti percorsi, un po’ fricchettoni, ridacchioni, e diciamolo, va, checcozzaloni.

E sarà pur vero che la sortita non voleva risultare aggressiva, anzi, piuttosto bonaria, nonché sinceramente commossa e partecipe nei confronti di coloro, veri eroi, che si sacrificano tutti i giorni per i malati, i sofferenti, i soffocati dal virus. Però poi, al dunque, ma che ci stanno a fare allora tutte quelle faccette parecchio fessacchiotte? Non è che sotto sotto quello che a noi ci manca è sempre il trillo della Littizzetto? Non dico Grillo, ma magari Brignano? O forse Arbore, quello del celebre cacao meravigliao…

Vabbene, non facciamola lunga. Ma chi se lo ricorda però che l’Italia, purché “non doma” dal “bastone tedesco”, quell’Italia lì, “l’antica signora”, “la Senna e il Tamigi saluta ed onora”? E chi se lo ricorda che sempre lui, Giuseppe, non Giuseppi, la metteva giù proprio così:

Per esempio, supponiamo una cosa: Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato. Chi mai penserebbe a disturbarlo in casa sua? Chi mai si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo?

Sovrana del mondo magari è troppo. Se lo sapesse Trump… Però insomma ricordiamocelo con quali obiettivi, con che traguardi è nato il tricolore. E allora facciamolo questo piacere ad Anita, che anche lei ci ha rimesso la vita! Completiamolo il percorso del Risorgimento, facciamola la federazione europea! Per l’intanto, direttore del Corriere, ascolti la FUIS, non ci metta le faccette sul tricolore. Ci metta le 12 stelle! E dunque ben venga su queste pagine, una volta ancora, la garbata provocazione visiva di Mino La Franca. La prossima puntata magari ci faremo aiutare anche da Altiero Spinelli.

Silvana Cirillo
10 aprile 2020: AMARCORD. A trenta giorni dall’inizio quarantena

Caro Tonino,
siamo al 10 aprile, un mese esatto da che ci siamo rinchiusi tutti in casa…Oddio, proprio tutti no. Da due/tre giorni, la strada dove abito – via Po – di nuovo mi catapulta rumori di macchine e motorini in casa – V piano eh! – e di nuovo sento vociare e vedo passeggiare molti senza mascherine né guanti: appunto, passeggiano! E se non devono andare al supermercato o in tabaccheria o in farmacia, perché indossare tutto l’armamentario? “Sto alle dovute distanze!”, ribadiranno, proprio come rispondeva tre sere fa Borrelli ai giornalisti sconcertati durante la consueta conferenza stampa…Se non li indossa lui, che ha mille contatti, perché dovremmo noi – penseranno – che camminiamo solitari per la strada?

Stamane, Tonino caro, mi sveglio per la prima volta con l’ansia : mi aveva abbandonato in queste settimane, forse perché godermi la mia casa mi rasserenava e regalava addirittura una certa euforia… Restare qui, senza orari né obblighi di lavoro e concentrazione impellenti, leggere a caso spiluccando qua e là, scrivere e sentire la radio mi placava e, finalmente, mi scioglieva da una vita frenetica di cui mi sono caricata con le mie stesse mani. Sono in pensione da due anni ormai, ma mi invento di tutto per non stare a casa e per sentirmi impegnata “ a mille”. E ora, invece, farmi coccolare dalla mia casa, mi piace… “ Normale, certo, tu sei una privilegiata …” mi ricorda qualcuno : mica è una colpa se ho una casa luminosa, colorata e allegra. Rispecchierà la mia gioia di vivere e il mio carattere giocoso e un po’ infantile? Forse, una casa giocattolo cioè… Piena di tappeti e tappetini fiorati, di oggetti, vecchie tazze e tazzine colorate (una perfino comprata a Invercargill, il paese più lontano da Roma, Nuova Zelanda), bicchierini da rosolio, statuine di porcellana ammiccanti, boccali disegnati da artigiani di tutto il mondo, libri con mille copertine di varii colori, quadri di ogni tipo e provenienza, importanti e anonimi, ma belli , vivi, parlanti su quelle pareti alte… O rispecchierà, piuttosto, un horror vacui che mi porto dietro sin dall’adolescenza con il rifiuto netto del buio vuoto e incomprensibile della morte? (Ah il mio Zavattini, che in un raccontino si stendeva e fingeva di esser morto davanti allo specchio: così – diceva – si abituava piano piano all’idea della morte..!) “Hai le terrazze, vuoi mettere?” Vero, quella a livello già piena di fiori e erbe aromatiche, e limoni pieni di pidocchi che non sappiamo come togliere (mi sa che telefono al giardiniere di Todi e chiedo aiuto! Già ma dove trovo l’insetticida giusto? I vivai sono tutti chiusi…) e gelsomini gialli e penduli; l’altra grande per fare i 2500 passi necessari a mantenersi in forma, allietata dall’amore quotidiano dei due gabbiani alloggiati nel comignolo di fronte, di cui già ti ho raccontato . Sei invidiosa eh!? Mi dice, qualcun altro un poco antipaticamente… Certo che lo sono! Della loro libertà, dei canti gioiosi d’amore e del loro delicatissimo amplesso quotidiano… “ Bè ma l’amore non ha età”, insinua sempre l’antipatico “ e certo gli rispondo, un po’ provocatoria.., ma loro ora non pensano e noi, afflitti dalla paura, siamo castrati anche nelle pulsioni! E pensare che quando la comprammo la terrazza alta ci sembrava di buttare i soldi : “ Sennò, la compra qualche altro inquilino voglioso di aria e vi fa le feste sulla testa o vi allaga con litri di annaffiamenti su cumuli di piante…”, ci dissero e noi di malavoglia convenimmo del pericolo. Ora benediciamo quell’acquisto, e chi avrebbe mai pensato di doverci passare varie ore tutte le mattine per salvaguardare addirittura la salute? Bene, privilegiata o meno, comincio a scalpitare e a non vedere la famosa luce… Quando finirà? Ne usciremo indenni? E il paese che va a picco chi lo riprenderà al volo per rilanciarlo in alto, senza dover ridisegnare le prospettive europee che mi stanno tanto a cuore? E quel nonno solo, che si è suicidato “ perché senza vedere i nipoti non era più vita?” Quanti nonni morti solo in Lombardia in queste settimane! Questi i pensieri ricorrenti di stamane…( sono nonna anche io…). Allora decido di sentire qualcuno a telefono e poi di lavorare di nuovo con il ritmo giusto, ho un libro da costruire insieme a una amica che stimo molto, romanzi da far tradurre in francese, due pezzi da scrivere su due scrittori che amo molto, il 12 libri dello Strega da leggere… Ma finisco per prendere un faldone di fotografie, che non vedo da anni e da anni mi propongo di sistemare…E comincia il giro del mondo e pure una sorta di reverie, ci mancava solo quella!, che mi riempie di nostalgia, di desideri e di ricordi mischiati, mentre pure l’immaginazione comincia il galoppo… Capita anche a te di avere nostalgia per quello che non hai visto o vissuto, ma hai sognato tante volte? Ho nostalgia di paesi mai visti, che mi aggroviglio nella testa con la sensazione netta che non li vedrò mai più…Le Principesse baltiche come Gerusalemme e Singapore e Bangkok che visitai di corsa venti anni fa, con l’idea di tornarci presto e sta ancora là, lontana, oggi quasi irraggiungibile. La prossima volta vengo con te, dicevo a gennaio a Mino, l’amico fotografo che ci va sovente per lavoro e per gli splendidi nipoti che abitano lì; così annunciavo pure a Federico, l’amico geniale di mio figlio e mio pupillo ai tempi del loro “Giulio Cesare”, che vive a Singapore da anni: “ Vi vengo a trovare una volta, questa città perfettina e ordinata mi incuriosisce proprio, e poi ci siete voi…” Invece mi sento paralizzata anche nei progetti, come se la vita mi avesse messa davanti agli anni, alle insidie degli anni, alle fragilità degli anni… Insomma in questi giorni mi sta regalando a piene mani insicurezza! E le foto aggiungono ricordi trasognati: noi amici, trentenni, pieni di figli piccoli, spensierati e nudi nelle spiagge della Grecia e della Corsica, fra i pescatori croati e i surf sardi. Poi i grandi viaggi : quando andai a fare conferenze a Sidney ( ottobre ’98), così lontana, che mi portarono a girare Australia e Nuova Zelanda, il monte Cook e le pecore in mezzo alle strade con i canguri saltellanti e la barriera corallina più grande del mondo… La seconda volta, l’anno dopo, era settembre, feci un regalo a mio figlio: dai , salta un esame e vieni con me. Quando mai ti capiterà l’occasione? Lui, giovane viaggiatore già incallito, innamorato delle genti, abituato a viaggiare con le Avventure del mondo , era emozionato: “ mamma è la prima volta che vado in alberghi così..”, mi disse contento a Port Douglas, vicino Cairns . Le foto di noi due sott’acqua in mezzo a pesci colorati e coralli : si era per l’occasione comprata una macchinetta fotografica subacquea. Chi avrebbe mai immaginato che, presa la laurea in giurisprudenza, la avrebbe chiusa in un cassetto e si sarebbe dedicato professionalmente alla fotografia? e avrebbe girato, lui sì davvero, il mondo? C’era da immaginarselo, invece, a ripensarci, date le premesse… *

A Cuba era andato invece prima lui di me, ancora giovanissimo, e solo, ed era rimasto ospite per dieci giorni da un pescatore del villaggio di Cojmar, a 7 km da L’Havana, quello dove Hemingway scendeva dalla sua casa in collina al mare e dove nacque l’idea, appunto, del meraviglioso Il vecchio e il mare ( la sua casa invece, inerpicata su una collinetta in periferia della città, conservata con grane cura e intatta, con quella prua di nave barca che spunta tra il verde e una musica d’epoca nel grammofono, a vederla, la sua casa, ti dà veramente i brividi…). Provammo in tutti i modi, mi ricordo, a far venire il figlio del generoso ospite qui in Italia per qualche mese, e dimostrargli così la nostra riconoscenza, ma non riuscimmo : allora , più di una ventina di anni fa, i confini cubani erano serrati e i giovani controllati a vista – e a visto! Proprio quello, il visto, non gli fu concesso mai. Dunque Piergiorgio mi diceva continuamente: “mamma vacci, è un ‘isola stupenda e poi la gente..!!!”. Capitò l’occasione e andai, per un convegno di Italianistica, poi fra i rappresentanti della Sapienza, poi per organizzare una mostra con filmati inediti su Zavattini, padre riconosciuto del neorealismo cubano, poi con un libro a più mani su Calvino pensato e tradotto in spagnolo per festeggiare i 90 anni dalla nascita, e poi e poi… Insomma ci sono tornata almeno 5/6 volte… E ti confesso che vedere arrivare oggi dall’isola medici e infermieri cubani amici per curare noi Italiani, mi ha fatto particolarmente piacere. E’ un bel popolo, povero e generoso, lieto sempre, serio nelle attività che intraprende…La sanità, si sa, lì è proprio una eccellenza! Anche la ricerca, naturalmente. Una volta portai in una ghiacciaia termica il veleno di serpente elaborato, che aiuta a curare certi tumori, purché non ancora allo stadio ultimo: il tumore della mia amica, purtroppo, lo era e quella era davvero l’ultima speranza, ma nulla poté contro l’uomo nero in agguato che le aveva rubato già il respiro… Ecco invece le foto di Berlino! Andammo in 4 colleghi – due ormai non ci sono più! – in uno studio vicino ad Alexanderplatz, Berlino est, per due settimane di studio e lezioni presso la Von Humboldt Universitat. Nella foto noi, radiosi, il direttore del dipartimento di letteratura e lingua italiana invece( mi pare si chiamasse così) un po’ di meno, davanti alla casa / caffè di Bertold Brecht : era dicembre 1991, poco più di un anno dalla caduta del muro! Ancora tanto sconcerto, timori, domande; povertà evidente; epurazioni sofferte, pure nella Università: i giovani ci chiedevano di parlare per ore di noi e del nostro vivere e delle rigide ideologie marxiste che sfumavano… Come era possibile, si chiedevano, e come adattarsi al capitalismo occidentale e come convivere, loro così poveri ed essenziali, col lusso e l’abbondanza della Berlino ovest, che li avrebbe fagocitati e già aveva mandato le sue ruspe per trasformare i quartieri e le loro case?

Non ci crederai, ma da me vollero solo due conferenze su Letteratura e Cinema neorealisti, che conoscevano bene, e sui film Zavattini-De Sica, che sentivano vicini al loro spirito e nostalgicamente ripercorrevano assieme a me… Era Natale : ad AlexanderPlatz, un villaggio preistorico ricostruito perfettamente, bello, ma in fondo cupo, i negozi ancora semivuoti, nelle strade di Berlino ovest luccichii di mercatini, palle colorate di tutte le forme e decori, nani gnomi e folletti per gli enormi alberi affastellati, nastri, stelle, renne dorate, babbi Natale mascherati…Anche queste foto parlano, caro Tonino.

Ma mi fermo qui, sono stanca di ricordare; finisco di leggere un libro in Pdf, anche esso pieno di ricordi, un romanzo di formazione pieno di silenzi e di parole, bello, poetico, che mi fa venir voglia di raccontarmi ancora, e di riprendere i giri lontani e poco tortuosi della mia adolescenza e del dopo, quello sì fitto fitto di persone e cose… Chissà che questo Diario non mi abbia aperto una nuova strada, intrigantissima, quella del racconto..!? A proposito, l’altra sera ho visto un film sulla scrittura che mi mancava, interpretato da Dio: Martin Eden. Mi è piaciuto… Ma ora chiudo qui, sennò- chiacchierona nota e in vena di nostalgie come sono – rischio di coprirti di un’altra valanga di “ Come eravamo”. Avremo tempo, avremo tempo. Purtroppo. Ecco di nuovo il batticuore!

* Fra poco uscirà un suo libro con i ritratti degli aborigeni della Valle dell’Omo , in Etiopia, a dir poco commovente: quei semplici tutti nudi dipinti e “monilati”, in posa per lui e con gli occhi fervidi di orgoglio.., sono davvero unici.

Vincenzo Ruggero
Mascherata


– Enzino! Vieni qui! Non andare! I fuochi…le bòtte…attento! è pericoloso…- mi risuona ancora in testa la voce di mia madre, ora in cielo, nel suo tormento del carnevale. Sì, perché la baldoria in quel periodo che anticipava la Quaresima nel paesino umbro di Papigno, dai tetti grigi e le stradine impolverate per la cianammide dello stabilimento del Carburo, per me era irresistibile. Tra i sei-sette anni, prima di sera a casa stanco dai giochi e con le gambette sporche e arrossate all’inguine per il prurito della strana polvere, invece di farmi lavare scappavo di nuovo in paese per godermi la festa, disperazione davvero di mia madre che non riusciva a tenermi, presto già confuso fra la gente festosa in paese.

Lo spettacolo vario dei visi da uomo truccati da donna, con tanto di rossetto e cipria su parrucche fluenti, come quello delle orribili figure di maschere, viste da me chissà dove, con lo sfondo di suonatori di tromba o mandolino, mi incantavano indicibilmente.

Un lato della piazzetta centrale, con un basso muretto, si affacciava sul ripido dirupo verso il campo sportivo, passando con dislivello di qualche metro per un piccolo pianerottolo sterrato, ex ingresso al rifugio dell’ultima guerra. Bene, là sotto dei baldi giovinotti vi sistemavano della grandi pietre piatte, coperte da una polverina di pasticche appositamente triturate, poi da sopra lanciavano sul bersaglio dei pesanti massi: dall’impatto seguiva una fortissima esplosione, illuminante nuvole di minuscoli sassi in aria tra le grida di gioia degli astanti. Inutile dire del pericolo di tale rito, che poi continuava fino a tarda sera e con ricariche continue, però le urla liberatorie di vecchi e fanciulli la dicevano lunga sulla percezione del rischio…

Poco più in là, sul versante della vicina campagna, c’erano i focaracci di fascine e legni rimediati, le cui fiamme come lingue animali proiettavano alte ombre d’intorno. Ognuno si sentiva autorizzato ad alimentare il fuoco, non dispiacendo un po’ di calore al fresco serale nel calare dell’inverno. Il paese sullo sfondo sapeva di irreale…cominciava a farmi paura, era ora di ritornare a casa, mamma aveva già l’acqua calda per lavarmi: che dolore sopportare l’umido in mezzo alle gambe e uccidere le mie colorate fantasie!

Quel mito del carnevale me lo sarei portato nel cuore, vieppiù il mito della maschera – letteralmente un discreto compagno per la vita intera, sin da quando, bontà sua!, la insegnante di Lettere al quarto anno delle Superiori, spiegando Luigi Pirandello, me ne corroborò i contorni.

°°°°°°°

Mi considero solo un poeta della domenica, in quanto il destino mi ha riservato strade anche belle, ma diverse dalle mie passioni umanistiche, cosìcché tutte le modeste liriche sono nate nei ritagli di tempo, al netto di gravosi impegni professionali. La costante dei miei versi è stata il sentimento dell’amore – cercandolo con la “a maiuscola” – e la maschera che pervade la quasi totalità degli atteggiamenti umani.

Se da un lato il beneamato Luigi Pirandello asseriva che “c’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai da solo, resti nessuno”, dall’altro Friedrich Nietzsche sentenziava che “tutto ciò che è profondo ama la maschera”. Inoltre qualche secolo addietro Tommaso Campanella cantava:

Alfin questa è commedia universale;

e chi filosofando a Dio si unisce,

vede con lui ch’ogni bruttezza e male

maschere belle son, ride e gioisce.

°°°°°°°

Fino ad un tempo che non sembra prossimo, la drammatica esperienza del virus ci lascerà un mondo diversissimo da ieri, una società impaurita, fragile psicologicamente, attenta alla distanza dall’altro e munita di mascherina, inseparabile come una sciarpa per il freddo o gli occhiali da sole.

Se intimamente cercassi l’ispirazione o il piacere che solo un volto anonimo sanno darti – espressione di bellezza o di semplice sentimento – avvertirei tristemente un profilo alterato, artificiale, un’ inevitabile mortificazione estetica.

Ritroverò mai gli stessi via Condotti e via Del Corso, o la Galleria Alberto Sordi e via Del Babbuino ? No! Vi scorrevano migliaia di romani e turisti chiacchierini e illuminati in viso, ma ora c’è una fiumana di volti maldestramente velati, un brutto e interminabile carnevale di mascherine, direi “un’ immensa mascherata.

Caratteristica di uno speciale cortocircuito, allora, mi colpiranno al cuore le linee astratte del mito della maschera materializzarsi in uno strumento di difesa sanitaria d’uso quotidiano. Poesia, se ci sei, addio….!

casa mia, oggi 8 aprile 2020

 

Luciana Vasile
Dove ha dimora la felicità?

Come architetto che offre il suo aiuto volontario nel Terzo Mondo mi sono più volte chiesta:
Dove ha dimora la felicità? -.

Sicuramente non in quel mondo a sud senza Giustizia, dove la privazione di tutto toglie a troppi ogni volontà di reazione per il proprio riscatto. Immersi in una povertà culturale che li disimpegna, forse è così che qualcuno li vuole. Ma il mondo a nord è ugualmente infelice, nell’anima come nel corpo. Lamentoso, sempre scontento e insoddisfatto, annoiato e con la pancia piena, circondato e ricoperto di beni materiali alla richiesta dei quali non c‘è mai fine.
Mai, come in questo momento di epidemia da coronavirus, mi risuona dentro la stessa domanda:
Dove ha dimora la felicità? -.

Ma questa volta è tutta l’umanità a soffrire senza distinzioni, anche se gli ultimi godono della palma di essere primi.

La missione con il sacrificio a volte anche della vita, la dedizione agli ammalati, vede in questi drammatici giorni in prima fila medici, infermieri, operatori sanitari.

Non posso non ricordare e non paragonare tutto ciò a quello che ho vissuto in Nicaragua.
Devo solo riandare con la mente a quel pomeriggio:

Li avevo avuti davanti e non li avrei dimenticati.
Si facevano largo, nella distesa dell’infelicità che avvolge la terra, sguardi luminosi proiettati fuori dal proprio egoismo, accoglienti, non timorosi dell’Altro. Appartenevano a coloro che, anch’essi bisognosi di aiuto, aiutavano chi si era attardato nel cammino della Speranza. “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Voltaire).
Avevano organizzato una festa per bambini nel barrio El Pantanal, in occasione dell’inaugurazione della donazione di uno spazio sociale.
Canti e balli folcloristici. Musica e giochi. Avevano raccolto con una colletta fra poveri, quanto necessario per offrire un fresco e una tortilla a tutti.

Sparito il cupo silenzio, allegro il ridere e il vociare.
Mi si aprivano nuovi orizzonti sui quali di distendeva un nuovo raggio di luce.
Le emozioni che arrivavano dagli spazi più riposti dell’IO suggerivano e mettevano a fuoco un rivoluzionario e provocatorio punto di vista che mi avrebbe accompagnata per la vita.
Durante la festa mi ero immersa, mi ero lasciata contagiare da quel mondo collettivo: dal calore dell’avvicinarsi, dai valori della semplicità e della generosità, dalla capacità di condividere e comunicare che circolava come spirito vivo.

Non potevo sbagliare .… lì stava la felicità.

Roma, 27 marzo 2020

Bruno Brundisini
Riflessioni sulla Pasqua oggi.

Oggi è Pasqua, la seconda più importante festa della cristianità, il mistero immenso della resurrezione di Cristo dalla morte. E’ pertanto una festa di vita, di speranza, di sconfitta della morte, con un significato escatologico di negazione del nulla. Gesù, vero Dio e vero Uomo, muore sulla croce. Muore come Uomo, perché come Dio non poteva morire. Il terzo giorno, oggi, egli risorge. Tutto questo mentre le strade delle nostre città sono abitate dalla paura di qualcosa che non si vede, che è simile al nulla per una cultura che ci ha insegnato la tangibilità del male. E invece questo qualcosa è invisibile come un fantasma e colpisce in modo casuale, come in una roulette russa. Due giorni orsono, il Venerdì Santo, sul palcoscenico vuoto, in quel monumentale abbraccio marmoreo che è piazza San Pietro, 14 personaggi sono in piedi davanti alla croce, a raccontare le loro storie, i loro drammi. Vi sono uomini detenuti nel carcere di Padova, vi è la figlia di un ergastolano, vi è un sacerdote accusato di delitti mai commessi, vi sono dei genitori a cui hanno ucciso la propria bambina. E poi una guardia carceraria, un giudice di sorveglianza, dei medici. Parlano, pregano, uno alla volta, davanti ad un’immensa platea invisibile, nascosta nelle proprie case, in tutto il mondo. Il pensiero va subito ai personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello che irrompono sulla scena di un teatro col sipario aperto, ma senza spettatori, mentre si fanno le prove di un’altra commedia ben strutturata. E forse anche qui avviene la stessa cosa. Anche qui un piccolo gruppo di uomini e donne sembra infrangere il rituale della Via Crucis, i ritmi di una liturgia consacrata nel tempo, che si ripeteva da anni. Irrompe sul teatro vuoto con la propria rappresentazione scenica del dolore, del male, del peccato, dell’omicidio. Il messaggio potente, quasi dissacrante, è in realtà studiato. Nulla è lasciato all’improvvisazione. E infatti un uomo e una donna in camice bianco ci ricordano la ragione di quel vuoto, di quel silenzio inedito. E’ il recupero di una scenografia che dall’assurdo e dal surreale ci restituisce il suo significato reale, il suo perché. E così oggi ci troviamo a vivere una Pasqua diversa, più intima, essenziale, apparentemente meno collettiva, soli tra le pareti della nostra casa. Ci troviamo a riflettere sul significato della vita e della morte, sul reale significato della Pasqua, non solo per chi è cristiano e credente.

Antonio Filippetti
Vieni avanti, infettivo!


Tra le numerose cose che l’epidemia di coronavirus ci consente di scoprire e capire, ce ne sono anche alcune che rimandano a luoghi comuni acclarati come quello che esisterebbero nel nostro paese circa sessanta milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio: come dire che ciascuno ha o pensa di avere in saccoccia la ricetta giusta per vincere sempre tutto quello che c’è da vincere. Questo accade ovviamente perché l’argomento in questione, cioè il gioco del calcio, è talmente popolare che coinvolge più o meno tutti gli abitanti dell’amato stivale. Ora nel momento in cui un episodio come l’infezione da coronavirus ha interessato e interessa la vita di tutti, si sta ripetendo in qualche modo quello che accade proprio per il gioco del pallone. A ben riflettere, infatti, dobbiamo prendere atto che nel nostro paese è attivo uno spaventoso esercito di esperti di malattie infettive come mai avremmo immaginato ma che finora era stato stranamente silente.

Non avremmo mai pensato che da noi i virologi, gli epidemiologi, gli infettivologi, i sedicenti tali, ecc. fossero così numerosi. Sui giornali, alla radio, in televisione non si contano gli specialisti che si “proiettano” alla ribalta per esternare il proprio pensiero e dirci come stanno le cose, come dobbiamo comportarci, cosa ci attende per il futuro e via di questo passo. E questo indipendentemente da una certificazione di conclamata autorità che pure dovrebbero possedere.

Il cittadino medio (quando non s’inventa a sua volta d’essere esperto, magari solo per sentito dire) è inevitabilmente disorientato, poiché come accade per il calcio, le ricette sono tutte o quasi soggettive, nel senso che ognuno ha il suo “vangelo” con tutte le varianti di ottimismo e pessimismo. Anche le istituzioni che dovrebbero tener conto delle dotte argomentazioni non sanno che pesci prendere, tanto è vero che in molti casi marciano in ordine sparso senza una direttiva comune. E’ vero: anche la scienza ha incontrato spesso scogli insormontabili prima di affermarsi (Galilei docet), ma in questo caso lo sbigottimento è legittimo poiché si ha a che fare con la vita delle persone, per di più a livello planetario.

C’è poi anche un’altra domanda che sorge spontanea: perché mai, malgrado tutto questo “accumulo” di scienza, non siamo in grado di conoscere esattamente i dati della catastrofe (quante sono davvero le persone contagiate e decedute)? E, in subordine, quali sono i tempi ragionevoli con cui dobbiamo fare i conti per uscire dal tunnel? La scienza dovrebbe anche fornire delle risposte, non limitarsi a sbandierare pareri ammantati di incondizionata autorevolezza che poi si sciolgono puntualmente come neve al sole. Non dimentichiamo che molte “profezie” si sono puntualmente rivelate fasulle anche se provviste di un nobile “marchio di fabbrica”. Nel frattempo, come insegna il proverbio, “mentre il medico studia” con quel che segue. Solo che in questo caso la realtà è ben più amara perché il medico in questione, come abbiamo visto, muore insieme col “suo” malato. E allora a mo’ di consolazione tiriamo in ballo l’immancabile retorica dei sanitari eroi: cosa vera, purtroppo, ma come sappiamo, proprio a proposito di Galilei, Bertolt Brecht ebbe ad ammonire saggiamente che è “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

E poi pullulano altre banalità di sempre, tipo “nulla sarà più come prima”, “tutto sarà diverso”, e così via; in pratica si rispolvera quel repertorio già usato e abusato in occasione di altri cataclismi, ovvero in caso di guerre, terremoti, attacchi terroristici, devastazioni ambientali, ecc., salvo ritornare poi tutti o meglio continuare ad essere quello che siamo, a seconda delle circostanze e convenienze: un po’ veri e un po’ artefatti, un po’ reali e un po’ astratti ma anche egoisti e generosi, creduloni e fatalisti, bacchettoni e miscredenti con in comune, ci piace credere, almeno il desiderio di vivere.

Enrico Bernard
Tre pasquinate sulla quarantena

L’amore ai tempi del Corona Virus

Oggi me so’ svejato co’ ‘a tosse,

ho mollato ‘n paro de starnuti

più forti de’ rutti de Minosse

che nell’Ade riceve i deceduti.

Avoja a dì ch’è solo ‘na febbretta,

passa presto, nun abbiate fretta,

tutti scappeno senza damme retta

manco avessi sparato ‘na loffetta.

Mi moje nun me sfiora co’ un dito,

me la devo fà da solo la pugnetta:

“niente da fà finché nun sei guarito,

nun me toccà co’ sta mano ‘nfetta.”

Ahò, sto virus è proprio ‘na disdetta,

come te soffi er naso sei tu l’untore

e nissuno te se fila più pe’ fa l’amore:

nun te resta che gonfià ‘a bamboletta.

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A ‘n metro de distanza, please!

Sto virus è proprio ‘na merdaccia

Io je sputerebbi dritto ‘n faccia,

O je direbbi qualche parolaccia

Ché m’ha fatto fa ‘na figuraccia.

 

N’anamichetta mia alquanto bona,

Nun pe’ gnente è nata qui a Roma,

Me chiede timida ssi sono “positivo”

Ed io a lei: come no?, tutto giulivo.

 

Intendevo se capisce che me piace

Magná pesce e carne sulla brace,

Bere vino rosso e bianco dei Castelli

Cantá a fine pasto allegro li stornelli.

 

Lei invece de rilassasse e venì vicino

Tanto pe’ fà a due quarche giochino,

Me guarda come ssi fossi ‘n’appestato

Che s’appropinqua troppo all’abbitato.

 

Sbianca come ‘n cero che se spegne,

Mortacci tui, che cerchi da le fregne?

Fa schizzando a ‘n metro de distanza

Manco ce fosse ‘a rogna nella stanza.

 

Resto de sasso, m’aspetto ‘n bel ceffone,

Ma quella s’alza, me dá solo der cojone:

Vai ad appestá qualch’altra zozzoncella

Ch’io nun so’ vaccinata pe’ sta varicella.

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Basta ‘no sternuto?

Prima diceveno ch’er Corona

ce lo si beccava da lo sputo,

poi n’è girata n’antra bona:

basta solamante ‘no starnuto

‘n colpo de tosse – sei fottuto.

Io nun vorrei che ‘sto cornuto

s’attaccasse pure quanno fiuto

er profumo d’una scureggiona

che pare ‘r concerto de ‘a Nona.

Mettemose l’animaccia ‘n pace

anche chi ammolla coll’antrace

dal bucio del cul troppo vivace

è come ssi soffiasse su’ a brace

provocanno er pneumotorace.

Per gentile concessione dell’Autore

Nicola Bottiglieri

Il Papa a Piazza San Pietro

“Ci siamo trovati impauriti e smarriti, siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa, ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca tutti fragili e disorientati ma allo stesso tempo importanti e necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti, tutti. Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

Alle ore 18 del giorno 27 marzo 2020, Papa Francesco in piazza San Pietro deserta ha iniziato una cerimonia religiosa spartana, inquietante, trasmessa in tutto il mondo. Dopo la recitazione cantata di un passo del Vangelo di san Marco, dopo la lettura di un testo scritto, a metà strada fra preghiera, predica e “documento politico” il papa si è seduto su una poltrona ed ha fissato in silenzio, per più di cinque, sei, forse dieci minuti l’ostia consacrata contenuta in un ostensorio con dei raggi d’oro fitti e pungenti. Durante quei minuti l’ostia è sembrata un grande occhio bianco, senza pupilla, con palpebre e ciglia d’oro che guardava il mondo intero. Non è stato difficile, in quei momenti, vedere le ombre della morte sfiorare la punta delle nostre dita. Poi la camera ha fatto una zumata sull’ostensorio, ed ha interpretato tutti gli sguardi del mondo che dicevano: “Signore, le nostre anime sono nude, le parole si sono svuotate di senso, il mondo può diventare un cimitero”.. In quel momento, se un astronauta avesse guardato in basso, sulla Terra avrebbe visto una sorgente di nera luce gorgogliare in mezzo al colonnato di Piazza San Pietro .

Durante quel brusio di palpebre e silenzi ho capito che il Papa non era solo il capo della Chiesa di Roma, ma stava diventando il leader morale del mondo, la guida di una umanità sofferente. La benedizione al mondo intero ha stemperato l’angoscia e noi siamo tornati alle nostre paure chiedendoci passerà l’epidemia dopo quella cerimonia? Saranno state giuste le preghiere? Ma davvero non sappiamo come uscirne? Gesù farà il miracolo?

Se quella di Piazza San Pietro è stata una cerimonia religiosa, i “laici sacerdoti” della medicina ci indicano tutti i giorni un altro cammino verso la speranza: quarantena rigorosa per tre, quattro mesi e vaccinazione di massa quando la “pozione magica” sarà pronta, rendendoci invisibili al nemico. Nel frattempo, lunghe “litanie” recitate in televisione, grandi fotografie dei laboratori di ricerca sui giornali, immensi passaparola su facebook ed altri social, catene di sant’Antonio di filmati, clip e fotografie su whatsApp. Il giorno in cui uno di questi “cardinali di Esculapio” ci comunicherà che il vaccino è disponibile, dimenticheremo le suggestioni della cerimonia di Piazza San Pietro e guarderemo al “farmaco” risolutore come all’ennesimo miracolo della scienza che è più potente e veloce dell’occhio di pane e sangue che nasconde il corpo di Gesù.

Se questo è lo scenario, ossia che il miracolo della scienza sconfiggerà il miracolo della fede, perchè abbiamo seguito con commozione quella cerimonia a Piazza San Pietro? Ha avuto senso farla? Non bastava restare rinchiusi nelle case in attesa della pozione magica?

Per rispondere a queste domande, per non trasformare due percorsi diversi e paralleli in un conflitto fra scienza e fede, bisogna rileggere le parole del Papa. Il quale si chiede se questa pandemia sia uno dei tanti terremoti che sono avvenuti nella storia dell’Occidente, oppure che il virus ha fatto la radiografia alla società globalizzata e ci ha fatto scoprire la sua fragilità.

Quando dice che “Abbracciare la croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare” egli sa che è in atto una corsa spasmodica da parte di 20 laboratori sparsi nel mondo che stanno studiando come produrre il vaccino e che il paese che lo produrrà per primo, lo metterà sotto brevetto e acquisterà una potenza politica ed economica formidabile, mentre iil Presidente di quel paese diventerà il croupier di questa immensa roulette russa che è diventato il mondo moderno.

Quando dice che bisogna “ trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà” egli sa che le società ricche si chiuderanno ancora di più nel loro benessere, creando due forme di umanità nella quale alcuni popoli compreranno la loro vita dagli altri, come fanno i contadini che ogni anno devono comprare le sementi geneticamente modificate dalle Multinazionali se vogliono produrre raccolti abbondanti.

Insomma ha parlato da “cattolico” ossia da uomo universale che guarda al mondo nella sua globalità e non da politico che vuole allearsi con il paese che prima di ogni altro sarà capace di produrre il vaccino risolutore.

Naturalmente nessuno ha in mano le chiavi per aprire le porte alla società del futuro e per questo egli si”è messo in cammino” ossia è uscito dalla fortezza del Vaticano ed ha camminato per la città con ogni bassi e passi incerti il 16 marzo. La cerimonia di Piazza San Pietro è il naturale prosieguo della passeggiata fatta in Via delCorso undici giorni prima. E la benedizione con l’ostensorio ha voluto essere l’inizio di un percorso che si aprirà su molte strade quando davvero avremo il vaccino.

Se nel frattempo Gesù vuol darci una mano, scioglieremo le campane di Pasqua con più allegria!

Miracoli del vaccino e dell’ ostensorio.

Su queste macerie circolerà un vaccino salvatore. E, conseguenza inevitabile, il paese che per primo lo produce, dopo averlo brevettato, avrà una situazione di privilegio in tutto il mondo. Un privilegio che si tradurrà in potenza economica e politica. Uno schema che ripete in chiave apocalittica quello che succede con le sementi geneticamente modificate. I semi producono più raccolti, ma i contadini devono comprarli ogni anno dalle grandi organizzazioni internazionali quei semi preziosi. Soluzione che rispecchia lo spirito del capitalismo selvaggio e globalizzato che oggi domina nel nostro mondo.

Cosa c’entra questa riflessione con la cerimonia di Piazza San Pietro? E’ che sono due modi diversi di vedere la soluzione alla crisi mondiale innescata dal coronavirus. Da un lato fare una riflessione profonda su quello che ha portato a questa situazione, dall’altro accelerare ancora di più lo spirito competitivo che anima il nostro mondo ed alla fine vinca il più forte.

Da questa immagine bisogna ripartire. Ovunque c’è il vuoto, il fallimento dell’umanità. Ritroviamoci di fronte al Papa, da uomini falliti e persi senza Dio

Dunque, se un paese è capace di produrre un vaccino efficace, come lo distribuirà al resto del mondo?

Ascoltare le dichiarazioni dei vari epidemiologia facendosi questa domanda, aiuta a capire non tanto la confusione delle loro teorie, quanto il rapporto che essi hanno in campo con i laboratori che stanno lavorando al progetto, che a quanto sappiamo sono circa venti sparsi in tutto il mondo.

All’occultarsi perdevano di senso, gli uomini si sentivano nudi, il proprio coraggio, e la natura la sua idendità. Si sono chiusi i vocabolari,

Solo gli occhi parlavano, fissando ipnotizzati

PIAZZA SAN PIETRO 27 MARZO 2020 ORE 18

Piazza deserta, silenzio spettrale, il papa inizia la funzione con guarda la nostra dolorosa condizione vangelo cantato da Marco passate all’altra riva le parole cammino nel vuoto assoluto maestro siamo perduti salvaci perchè avete paura

Silenzio assordante vuoto desolante siamo sulla stessa barca non possiamo andare avanti da soli Gesù dorme sereno sulla barca

Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami….è pensando di rimanere sani in un mondo malato

separare ciò che è necessario da ciò che non lo è

La preghiera è un servizio silenzioso abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle…in queste ore tutto sembra naufragare…abbiamo un ancora la croce…abbracciare la croce significa abbracciare tutte le contraddizioni del mondo moderno…aprire spazi. Alle spalle il crocifisso di san Marcello …non lasciarci in balia della tempesta

Il linguaggio dei muti simula il suono dell’organo muovendo le dita come una tastiera

Questa cerimonia è la fede che si muove in prima ersona per sconfiggere il male

Il papa bacia il vecchio crocifisso

Nel 500 a scienza era debole e la fede molto forte oggi la scienza è forte ma la fede è debole

Cultura umanistica cultura scientifica fede religiosa

Nel più completo silenzio una zumata sulla ostensorio

I medici hanno responsabilità medica il papa si è assunto un brutto compito responsabile della fede e della medicina. La fede medicina dell’uomo

La preghiera più intensa di questa cerimonia è il silenzio totale, il papa da solo seduto che guarda l’ostensorio e noi che guardiamo il dialogo fra il papa e Gesù

Il silenzio più terribile nel quale si può udire il dolore del mondo:

Dall’orgoglio e presunzione di poter fare a meno di te liberaci
o Signore

Salla paura del fratello salvaci o signore

Dalla cattiva informazione salvaci o signore

Il crocifisso del 500 per ricollocarsi nella storia da un lato il vaccino dall’altro la benedizione

La fede il vaccino dell’anima

Dopo la benedizione con l’ostensorio

Eccoci qui -avrà detto il Papa- in questo momento io rappresento il mondo intero, l’umanità sofferente, ci affidiamo a te, noi non abbiamo paura ma solo tu puoi salvarci…

inquadra l’occhio bianco, essa rappresenta i nostri sguardi, fa una zumata potente che ci affratella tutti dicendo come a dire ora tocca te, prenditi le tue responsabilità, noi abbiamo fatto il possibile.

La tensione di quei minuti mi ha fatto venire in mente la scena di un film di guerra nella quale si vedevano gruppi di prigionieri russi laceri, stanchi, che intonano il canto dell’internazionale a labbra muta nei campi di prigionia tedeschi. Tutti parlavamo con gli occhi, un brusio di palpebre Quel canto muto è da brividi come lo è stato quel surreale silenzio.

Lucia Marchi
Al di là

Nell’universo
Esiste una scala
A colori
Che ad ogni gradino
Regala
Un’emozione diversa
E si sale
Senza sapere
Che al di là
C’è l’infinito
Ove perdersi è un istante
Prima di scomparire.

Consuetudine

Senza dubbio
Sappiamo essere attivi
Nel cercare le nostre agiatezze
Ma poi restiamo muti
A guardare i fratelli morire
Senza lasciarsi sfiorare
Dal senso comune
E troviamo banalità
A giustificare la nostra indifferenza.

Messaggio

Uomo
Va
Lascia le tue pene frantumare
Come cristalli in terra
E va
Dove solo la tua forza ti spinge avanti
Dove tu resti
Terribilmente solo ma ancora vivo
Fortemente attaccato
A un lembo materno
Che ti nutre di se stesso.

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La Biblioteca Casanatense

Alfonso Carotenuto
QUANDO TUTTO SARA’ FINITO

Nella devastante furia della tempesta,

dall’alto della montagna, precipitano

pietre e massi, che con essi

travolgono ogni cosa: gli alberi,

i nidi degli uccelli e le margheritine,

appena spuntate in una primavera,

giunta nell’incubo di una notte nera.

E poi quando tutto sarà finito,

dal fondo dello specchio rotto

spunteranno gli occhi del mondo

e respireremo così all’unisono

coi battiti di un grande cuore.

Roma, 28 marzo 2020

 

Mariù Safier
Giornate in ordine sparso 3

L’unico suono di Roma, sono le sue fontane. Affacciata al balcone, riesco a sentire il nasone all’angolo della via, tendendo l’orecchio, anche quello oltre il viale. Entrambi, vicini a chioschi di fiori. Chiusi da settimane. Mentre l’acqua continua a scorrere, viva e zampillante. Penso alle azalee ai ciclamini, ai cestini con le rose e le orchidee, gerbere e calle. Steli recisi per la nostra gioia, appassiti senza senso e senza scampo. Il vento porta via qualche petalo, con voce lamentosa, l’acqua bisbiglia e disfa il silenzio avvolgente, con il suo sussurro.

Roma era una città aperta, ora la mancanza di movimento la rende un’isola. Galleggia in un anello di protezione, una barriera contro il pericolo invisibile.

Credo di averle sentite, ma ancora non le ho viste svettare nel cielo: le rondini mi mettono allegria, suscitano tenerezza e buonumore, una saetta aggraziata che grida: sono qui, è primavera.

Non mi ero sbagliata! Eccole, sono tornare a garrire alte nel cielo. È la Domenica delle Palme, bentornate rondinelle. In un Salmo è scritto: “Anche il passero trova la casa, la rondine il nido dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi Altari, o Signore!”

È un segno di speranza.

In queste giornate di sole, tenere in casa i bambini è un sacrificio doppio: qualche scappatoia c’è. Affacciandomi sul cortile interno, ho visto il papà di un bimbo nato da pochi mesi, che faceva su e giù nello spiazzo dove i cespugli sono già verdi. Un altro ritorno alla normalità: nella cassetta delle lettere, sono spuntate tre buste. E non erano bollette da pagare …

Le piantine di rose sul balcone si sono ricoperte di foglie, preparandosi alla fioritura. I ciclamini resistono spavaldi e colorati, sull’azalea sono spuntati tre boccioli. Penso con struggente rimpianto alla Scalinata di Trinità dei Monti, guarnita da vasi rigogliosi. Anche quella gioia per gli occhi ci sarà impedita o faremo in tempo a contemplarla?
C:\Users\Rossi\Desktop\MARZO 2020\FOTO di scrittori\Fiori M. Safié .jpg

Intanto, ha riaperto l’officina di moto e la portiera è tornata dalle ferie, prudenzialmente prese.

Stamattina ho sentito il sociologo Domenico De Masi su Radiouno, che auspicava, quando si tornerà alla normalità, una continuità nell’applicazione del telelavoro, dove possibile, coinvolgendo il maggior numero di persone. Si risolverebbero molte problematiche, osservava, legate agli spostamenti dei pendolari e non solo: inquinamento, traffico, tempo sprecato nei trasferimenti.

Ottimo, si può concordare con questa prospettiva, però … è una vera rivoluzione nei rapporti umani. Quanti scambi di opinioni – o battute, idee – tra caffè e mensa condivisi, si perdono! Poco male forse, in parecchi casi, ma gli spazi casalinghi diventerebbero luoghi chiusi, dove tutto o quasi avviene. Nasce il problema non da poco, di ridisegnarli, attrezzarli, dilatarli. In ogni modo, una diversa geografia fisica delle persone.

L’individuo torna in primo piano, la massa si scompone in molecole, frantumando il mondo come lo conosciamo. Dobbiamo prepararci a un diverso domani.

Alla Piazza San Pietro vuota della preghiera del papa, del 27 marzo, con il selciato lustro di pioggia, si sovrappone la Via Crucis del Venerdì Santo, in una serata di radiosa bellezza primaverile, cornice superba e straziante. Non c’è consolazione che tenga, l’insofferenza è sofferenza allo stato puro. La settimana di passione, per alcuni si srotola in una vita intera, come raccontano le storie raccolte dai penitenziari, lette durante le 14 Stazioni. Personalmente, non credo che alla fine, saremo migliori.

Marisa Papa Ruggiero
Haiku

Assediati dall’invisibile

nutriamo ogni giorno la paura

in condivisa attesa

Gianguido Baldi*
Attori in Emergenza

In questa situazione di emergenza, in cui si è chiuso tutto, prima di ogni altra attività il mondo dello spettacolo è andato in ferie, gli attori che rappresentano l’unico esempio di lavoro precario per contratto, vanno in pausa senza nessuna tutela da parte dello Stato. Qualche debole intervento è stato approvato, con un bonus di 600 euro, da parte dell’Inps, e volendo si potrebbe chiedere la disoccupazione, ma siamo sempre alle solite, per richiedere la disoccupazione bisogna avere un minimo di 30 giornate lavorative e 30 giornate lavorative sono per un attore l’equivalente di 2 film da protagonista, oggigiorno con 15 pose (giorni lavorativi) potresti essere protagonista di un film a basso costo, quindi tornando a noi, le tutele coprono sempre chi il lavoro ce l’ha già!

Manca da parte dello Stato l’attenzione a chi lavora poco, o a chi il lavoro non lo trova, l’attore purtroppo è un lavoro, che è sempre e sempre sarà precario, perché non esistono forme di assunzione a tempo indeterminato, allora questa situazione emergenziale dovrebbe accendere i riflettori, su una situazione mai presa in considerazione prima, attori giovani, attori anziani, attori di mezza età, ovvero quelli più in pericolo perché rappresentano quel momento di transizione, dove c’è spesso assenza nella scrittura delle pièce o nelle sceneggiature dei film, pensiamo alle donne, alle attrici, che crisi di ruoli hanno al raggiungimento della mezza età, ecco allora dovremmo pensare, noi Stato, a tutelare il mondo del Bello, il mondo delle Arti e dello Spettacolo, a poter continuare o a poter iniziare, per quanto riguarda i giovani, un cammino lavorativo che non sia quello della mendicanza.

Se non altro, questa emergenza, che ha colpito tutti, dall’alto in basso, dal povero al ricco, ci ha reso tutti eguali, in questa vicinanza sento che il problema degli attori è un problemi di tutti e viceversa, questo potrebbe essere un buon inizio, per cercare di migliorare gli errori del passato e finalmente avere una prospettiva che guardi al futuro, portando la politica a disoccuparsi solo dell’imminente per avere uno sguardo più illuminato e finalmente tornare a creare futuro.

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Comunicato per NuovoImaie
Dal 23 Marzo fino al 23 Aprile 2020 il Nuovoimaie ha indetto un Bando per gli Artisti Interpreti Esecutori, appartenenti all’area Musicale ed Audiovisiva, per Soci e Mandanti Diretti, che abbiano i requisiti fondamentali, ovvero essere residenti in Italia ed essere iscritti prima del 2 Marzo 2020.

Una cifra tra i 5 e i 7,5 milioni di Euro, verranno stanziati per coprire gli eventi che nell’emergenza Coronavirus sono stati cancellati: concerti, spettacoli teatrali, produzioni cinematografiche, fiction, doppiaggio. La misura è un sostegno per tutti gli artisti danneggiati nella professione a causa dell’emergenza Coronavirus.

Per maggiori informazioni visitate il sito: www.nuovoimaie.it.

*Delegato per il Settore Audiovisivo del Nuovo Imaie

Valentí Gómez – Oliver
“in tempo di coronavirus, una riflessione sull’Europa
che deve essere all’altezza”

Europa (in catalano)
per a Rossend Domènech

Planeja pau als camps de blat intactes

on cristians i moros i jueus

tranquil·lament conreen els seus feus

i amb agnòstics mantenen uns bons tractes.

La llavor principal, per ser exactes,

l’aigua ens l’acreixerà des de les neus,

riuades de cultura un xic lleus

ciment d’imaginaris ben compactes.

Després, per tot arreu i amb tothom

serà arribada l’hora del col·loqui,

diner, treball, la fam, el què i el com

hauran de defugir tot sol·liloqui.

Europa i Occident si volen pau

mai més han de tractar el món com esclau.

Europa (in castigliano, tradotto dall’autore)
a Rossend Domènech

Reina la paz por los campos intactos

donde cristianos, moros y judíos

cultivan tranquilos sus señoríos

y con todos negocian buenos pactos.

El germen vital, para ser exactos,

lo hará crecer el agua de las nieves,

riadas de cultura más bien leves

pilar de imaginarios muy compactos.

Después, por todas partes y con todos

llegará el momento del coloquio,

dinero, trabajo, el hambre, y los modos

tendrán que rehuir los soliloquios,

si Europa y Occidente quieren paz

nadie de hacer esclavos será capaz.

Europa (in italiano, tradotto dall’autore)

per Rossend Domènech

Si estende la pace sui campi di grano intatti

dove cristiani ebrei e musulmani

coltivano i loro feudi senza riottosi piani

e mantengono con gli agnostici buoni contatti.

Il seme principale, per essere esatti,

lo farà crescere per noi l’acqua delle nevi,

fiumi di cultura un poco lievi,

cemento d’immaginari ben compatti.

Poi, con tutti e in ogni dove,

arrivata che sarà l’ora del colloquio

denaro, lavoro, la fame, il che e il come

dovrà sfuggire il soliloquio.

Se vogliono la pace Europa ed Occidente

mai più devono trattare il mondo come un niente.

Antonio Spagnuolo

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“Segregazione”

Il pianeta piomba nel silenzio, nell’azzardo.

Tutto in penombra scompare

nel giro di minuti fuori spina di vita:

clamorosa granata ciò che resta.

Una veloce occhiata controtempo

precipita la sera, e morde scogli la rabbia

al limitare della voce clandestina.

Ironica onda di figure allo sbaraglio

discopre cadenze da un calice,

angustia che ferisce mura.

Forse accade di spezzare il passo

nel tempo immoto,

mentre gli amanti interrompono gli incastri

al sospetto indiscreto.

Affidammo l’incantesimo all’apparire

della negata vertigine.

“Ancora tu”
Ancora tu riduci all’impotenza

vertiginosamente dilagando

tra le fauci affamate dell’inferno.

Dove c’è dato aprire una parola?

Dove portare il corpo che si estranea

nel lucore di morte, se non conosce sussulti?

Potesse adagiarsi l’illusione candida

fra gli alberi e gli uccelli, fra le strade deserte,

il respiro del vento sospingerebbe

il cervello che dorme nel torpore

a nuovi insulti, a leghe inaspettate

in cerca di vecchie musiche tra i versi.

Ora possiedi le metropoli stranite

a rinnovar l’infamia dell’insulto,

le lacrime che ripetono paure,

lo stupore di segrete solitudini,

trascinando galassie nei viali.

Lucio Castagneri

Caro Tonino,

qualche giorno fa abbiamo conversato, credo utilmente,  su ben noti argomenti- tormentoni di pittura, scrittura etc. che mi riportano a tempi migliori e a ricordi e inevitabili nostalgie degli amici e del tempo di Via Margutta. Come dimenticare quei fantastici incontri alla Galleria Arc en Ciel e a Carte Segrete? C’è anche il rimpianto degli amici che abbiamo perduto, non ci sono più o ne abbiamo smarrito le tracce. Restano gli aneddoti. E credo che in questi giorni il nostro stato d’animo non possa sfuggire al rinnovarsi della meditazione, soprattutto adesso che le foglie tornano a spuntare sugli alberi, e stiamo segregati come bestie nelle nostre tane, ciascuno a rigirarsi, come si diceva una volta, avanti e indietro come la Lupa del Campidoglio . Chi ce la fa, scrive, o dipinge … o suona se sa suonare uno strumento!… Ma il nemico in agguato sta lì pronto, celato negli angoli dove come diceva De Chirico si annida la  dimensione Metafisica,  e si accumula la polvere, ad azzannare se per un istante abbassi l’attenzione. A parte qualche lettera con mia cugina e col dottor Cerasari, e naturalmente con te e Massimiliano, mi sento di rado con altri, anche gli attori della mia compagnia teatrale.

Evidentemente è un tempo che ha sapore biblico: credo che sia straniante al punto che mentre durante la guerra non c’era tempo di pensare se non a sopravvivere (io sono del 47, ma i ricordi di famiglia e i racconti mi sono ancora vivi di quegli anni della mia infanzia con due zii tornati da poco dalla prigionia di guerra, mio padre e mia madre separati dalla Linea Gotica) adesso c’è tempo per assaporare la sofferenza ognuno a seconda della sua condizione familiare, sociale, spirituale

ed economica. C’è tutto, insomma. Compreso il risuonare che si fa più vicino ed inquietante, sui sampietrini delle nostre strade romane, dei pesanti ottusi stivali teutonici.

Non sono finora riuscito a scrivere qualcosa di organico al diario se non appunto quel poco che riesco a  brandelli epistolari, come ti ho inviato. Mi hai detto di apprezzarli, stimolandomi su questa via. Bene. Permettimi dunque di allegare a queste righe la foto del quadro che  – al momento – mi pare finito. E’ frutto consapevole del mio esserci di queste ultime settimane,  E non aggiungo di più.

Per dipingere un quadro si richiede più tempo di quel che occorre a scrivere, si sa,  e vedrei un’iniziativa utile del nostro Sindacato di lanciare tra i pittori iscritti (ricordiamoci del Diritto di Seguito..) una proposta di lavori in parallelo a quello degli scrittori, naturalmente di opere magari semplici da trasportare (per esempio su carta)  sul tema di quel che stiamo vivendo.

Speriamo che questo strazio si risolva presto.

Un caro abbraccio, Lucio:

Antonio Fresa
La morte solitaria

Tra gli esseri che muoiono, gli uomini sono le uniche creature per le quali la morte costituisce un problema.
(
Norbert Elias La solitudine del morente)

Lo confesso e lo condivido: in questi giorni ho difficoltà a concentrarmi; mi sento inquieto e spesso attraversato da un’ansia senza nome.

Il tempo scorre in me, e io scorro nel tempo, con anomalie che non mi aiutano a stare fermo ad osservare.

Il mutamento repentino delle abitudini di vita richiede un adattamento fisico, psicologico, sociale e anche filosofico.

La nostra attenzione deve modularsi su nuove esigenze e percezioni.

Non so se riesco a seguire il filo di un qualche pensiero che si possa dire filosofico se è questo il compito che ci è stato assegnato.

Il pensiero corre, prima di tutto, ai morti e a quelli che non hanno potuto vivere gli ultimi istanti dei loro cari.

Domani, superata questa pandemia, non si potrà dimenticare come sono morte la maggior parte delle vittime: una solitudine tremenda che ha avvolto il morente e i suoi cari; l’impossibilità al legame e alla presenza che, sul baratro estremo della vita, congiungono ancora una volta chi va via con chi resta.

I congiunti, in questa tremenda esperienza, non si possono congiungere e non possono, quindi, sottolineare la natura estrema di un legame che, nell’attimo in cui si coglie fragile e sottile, si dice a noi in tutta la sua potenza.

Nell’istante in cui ti perdo, scopro che in realtà non ti perderò mai, perché appunto noi siamo congiunti, cioè legati, cioè essenziali, cioè l’uno all’altro stretti.

Pronunciando, nell’attimo estremo della vita di chi va via, ancora una volta il suo nome, lo congiungiamo al nostro restare e portiamo noi stessi nel comune orizzonte della perdita e della possibilità. Ricordando la natura del legame che ci stringeva, diciamo anche che quel legame resta ancora.

Tu sei mio padre, e mio padre resterai; tu sei mia madre, e mia madre resterai. E così via, e così sempre e per sempre.

Una catena, plastica e ruvida a un tempo, che ci consegna all’essere persone tra le persone; umani come congiunti agli umani.

Nei racconti di questi giorni, nella drammatica sequenza dei camion militari, nella devastante distanza delle case di cura, si muore e basta: si diventa senza nome; senza luogo; senza tempo.

Per preservare i congiunti e i prossimi, bisogna separarli dal malato e dal morente: una sorta d’internamento necessario a salvare gli altri, cioè i congiunti che sono disgiunti e il prossimo che è allontanato.

Separazione, quarantena, stare a casa: anche in questa catena di parole scopriamo l’anomalia paradossale di questa maledetta malattia che ci costringe ad aver cura di noi stessi e degli altri isolandoci e non essendo lì al capezzale.

In molti s’interrogano sulla qualità dei legami sociali che ci saranno dopo questa pandemia. Il tema va ovviamente approfondito e discusso. Abbiamo bisogno di tempo per riflettere. Eppure una vaga traccia ci dice che, in realtà e paradossalmente, in quest’occasione abbiamo davvero sperimentato la forza dei legami sociali e la necessità di essere congiunti separandoci, o di separarci per essere davvero congiunti.

Insomma, nella perdita e nell’assenza, partendo dall’esperienza drammatica che tanti hanno dovuto affrontare, potremo, forse, ritrovare la voglia di ripensare i nostri legami sentimentali, politici e sociali e capire davvero la loro forza e necessità.

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Angelo Zito
DE CHE SCRIVO STASERA?

De che scrivo stasera?
parole nove che nun ho pensato
parole antiche ferme ner cassetto
a la finestra vedo solo nebbia.
La penna ne la mano cià la febbre
vorebbe lascià un segno su la carta
ma scrivo solamente scarabocchi
e l’accenti so’ tutti scombinati.
Ho parlato cor muro tutto er giorno
e quello, ‘n ce crederai, nun m’ha risposto
m’ha fatto véde un firme in bianco e nero
er passato e er presente tutt’assieme.
Rivedo le strade dove ho camminato
li scuri a le finestre e le cannele,
l’arivo de l’americani a Porta Pia,
la bomba all’ambasciata d’Inghirtera.
Er cestino e la merenna pe l’asilo
a du passi dar Comanno dei nazisti,
via Tevere a la scola elementare
piagnevo pe’ paura d’esse solo.
Cardarelli d’estate cor cappotto
seduto ar caffè de corso Italia
me fissava mentre annavo a scola
anni appresso seppi ch’era un poeta.
E mó dovrei scrive quattro versi
ma er dolore de oggi nun cià storia
ce lo sentimo attaccato ne la carne
e l’occhi me so’ rimasti sopra er muro.
Er tempo passa e er fojo resta intatto
così sarà pe’ stasera oggi domani
le parole troveranno un senso
quanno che sortiremo dar presente.

E IN QUELA FISSURA TRA ER GUASI E ER TUTTO
Si t’arzi mezzo assonnato la matina
co’ la chicchera de caffè callo ne la mano
t’avvicini a li vetri e guardi fora
pensi a quanto te pô capità ne la giornata
nun sai che appena sorti da la porta
er distino ha già guasi tutto scritto
…guasi tutto
e in quela fissura tra er guasi e er tutto
te devi dà da fà c’è tanta robba.
Cammina omo cammina.

MÓ CHE STAMO PE’ CASA TUTTO ER GIORNO
Quanno che Adamo mozzicò la mela
er tonfo nun l’ha fatto solo lui
pure Eva ha sbattuto er grugno a tera,
da lì so’ cominciati li dolori.
Tanto che ancora oggi semo strani
si dico bianco tu risponni nero
e si ‘n sia mai annassimo d’accordo
sarebbe finito er tiratira.
Si er padre Adamo quanno vidde er verme
l’avesse buttato co’ la mela
oggi nun staremmo a quistionà su tutto
a fà l’amore quasi pe’ dispetto.
Mó che stamo pe’ casa tutto er giorno
provamo a tornà a prima der peccato
levamo er sale da sopra a la ferita
tu tiette pure er bianco io tengo er nero
famo a capisse…ma nun se capimo.

Katie Webb (U.K.)
Hedge Laying in Wormsley

Living in the countryside for this period I had the opportunity to learn about hedge-laying, a part of traditional farming in the UK and Ireland which nourishes and conserves the land, uses only natural materials and encourages animal habitats. A time-consuming method but a valuable skill for which there is still a demand, Richard Mills, who farms the land, chose to work in this way because of the extra time available now. I was lucky to be here to witness it. It also became a point of cultural exchange, enriched by my recent experiences in rural Italy with the cultural association Alberi Di Maggio, founded by musician and researcher Massimiliano Di Carlo, with whom FUIS collaborates. At a time when humans are physically distanced from one another, it was a chance to explore a human relationship with the physical world.

The hedge was originally laid by Richard’s father in 1958. Richard took the opportunity to repair, or re-lay it. I joined him. He used the traditional technique he had learned by watching and listening to his father and grandfather, but above all by doing it himself. Although not an easy hedge to salvage after years of attention only with machines, he managed it. The exercise was a testament to nature’s capacity to endure. Richard shared his knowledge of the land, local history, his memories and observations of how it had changed. He talked of the dwindling country arts he still knows that were practised with an understanding of the importance of nature and how our immediate environment can be utilised so that nothing is wasted, without overuse or unnecessary destruction of habitats.

The hedge consisted mainly of blackthorn and hazel. The stems of the plants are cut but not detached from their roots – a technique called ‘pleachering’ – and laid horizontally, to build the hedge. Stakes are made from pieces of wood removed from the old hedge, cut into a wedge and hammered into the ground. The recommended length between each one is the distance between the elbow and fingertips of the person laying. Woven over the top are longer, thinner, more flexible parts of the hedge, wound tightly around the stakes to lock everything in place. As the sap dries, they will become more rigid and provide a strong structure. Because the bottom layers are still alive, over the next few weeks the hedge will become green and flourish.

Spring is an ideal time of year for hedge laying. The hedge will provide a wildlife corridor, in which birds can nest in the crooks of the branches. We removed the smaller stones we found – the naturally rounded ones are ice-age, and would have been used to make cobbled streets in the past, which can still be found buried under the tarmac in the local village of Weobley. But we left the larger stones in the hedge, as they are homes for worms and beetles, important to protect for their own survival, and for that of our whole ecosystem, just like the bumble bees, which we were glad to spot as they started coming out of hibernation – they had survived the winter! The hedge would provide shelter and a safe place for voles or other rodents to run along unexposed. When berries grow and drop from the hedge, they can self-seed, meaning the hedge is bolstered and nourished by new growth and shoots which will come up from the ground and eventually strengthen so that in future, they can be used when the hedge is laid again – even if that is as many decades from 2020 as 2020 is from 1958.

Some pieces of hazel have forked ends, which were used as clothes props to hold up washing lines in the past and, being in great demand in local villages, could provide another small stream of income for farmers. Likewise the wood and brash we had cut away can be used for firewood, and, in more recent times, made into wood chips used in heating systems. Nothing wasted, and only minimal fossil fuel consumption is required.

In the past everything was done by hand with an axe and hacker, or billhook, a short broad knife. Richard remembered the skill with which his grandfather used the hacker, always in his hand, adept at balancing the weight between handle and blade, turning it around for its different functions of cutting, raking and distinguishing between live and dead wood by the sound it made against the back of the blade.

Sharing the photos of this tool with a friend in Italy, he sent me pictures of what he told me is called a ‘ronca’, or ‘roncola’, used to cut tree branches. The end more hooked than the hacker, Richard told me he thought the more heavy duty Italian version would have cut through branches with less effort. I had seen similar ones used in Spelonga, in the Marche in Italy last summer, at the Festa Bella, an ancient ritual in which a tree is cut down and brought from the mountain to the village of Spelonga, then used as the mast for a life-sized replica boat erected in the piazza, commemorating the Battle of Lepanto. The festival has taken place every three years since 1571, the year of the Battle. This is part of my work and research with Alberi Di Maggio, a cultural association in Italy which FUIS has also collaborated with. Alberi Di Maggio researches and shares the oral traditions, crafts, forms of expression and ways of working with the land particular to the area in which it originated, the border between Marche and Abruzzo. Here in England, I am in a region called the Marches, that translates as ‘Le Marche’ – the border region between Wales and England.

At the moment of course, I can’t return to Italy, but the work of Alberi Di Maggio has been preparation to explore anywhere – the border between two countries (England and Wales), two regions (Marche and Abruzzo), or two pieces of land divided by a hedge, which, of course, upon closer inspection, doesn’t divide at all, but, in its beautiful diversity, only binds us more closely. While working we talked about pruning olive trees and wine making, in which I’ve participated in the Marche, and wondered if useful knowledge could be shared about farming methods, such as the old skill of grafting fruit trees, now known only by a few, where several varieties of fruit can be cultivated from one tree. In any case, we agreed on the value of continual learning as a good thing in itself. I learned new words and perhaps would not have made this connection with the place I grew up had it not been for my curiosity about a small part of Italy and this period of stillness.

English hacker or billhook

English hacker or billhook


Italian roncola

Italian roncola in use at the Festa Bella in Italy

Giovanni Antonucci
La solitudine

Solitudine solitudine

Da molti rifiutata

Da pochi sperata

Oggi il virus a tutti

l’ha negata.

Prigionieri siamo

in anguste case

dove siamo soli

insieme a tutti gli altri.

Solitudine solitudine

dove sei tu?

La invoca  oggi

chi la rifiutava

Non la sopporta più

chi la cercava.

Virus perfido

hai vinto tu.

        Roma 7 aprile 2020

       Ah la scienza!

Ah la scienza!
Siamo sempre prigionieri
ma la memoria del
passato felice
non ce la possono sottrarre
finti e veri scienziati.
Vogliono avere  ragione
su di noi  ma  negano  ciò
che uno dice dell’altro.
Il maligno virus infetta
i corpi, non le anime.
Liberi siamo di volare con
i ricordi ,
gli amori lontani,
i giochi di ragazzi,
le speranze.
Liberi siamo
vogliamo esserlo
contro  chi ci vuole
schiavi  dei dogmi
della scienza.

 

Salvatore Rondello
P A N D E M I A

Panico nel mondo

Attaccato da ignoti

Nemici invisibili:

Dovunque, fatti

Epidemici inducono

Malesseri letali

Infranti nella

Ascetica solitudine.

Roma, 27 marzo 2020

PASQUA IN QUARANTENA

Passo la festa

Aspettando nuova

Speranza di vita,

Quando la morte

Unge l’umanità

Attonita al destino.

Isolato in casa,

Nascono i pensieri.

Quando sogno,

Un’idea di libertà

Anima la mente.

Reso il tempo

Arte creativa,

Navigo immaginando

Tempi migliori,

Esaminando aspetti

Non previsti

Alla conoscenza.

Roma, 12 aprile 2020

Italo Pignatelli

Il Regno d’Italia nel 2020

Siamo tutti re e regine. Non siamo nati nobili ma da qualche settimana noi contadini operai commercianti professionisti politici casalinghe studenti camerieri ladri abbiamo la corona. Nessuno è nato Re. Agamennone Menelao erano pastori. Altri re erano ricchi proprietari terrieri non sempre dotati di umanità ma spietati malvagi violenti verso i propri sudditi. La nostra corona non è d’oro ma di pesante ferro che incute terrore a noi stessi e ad altri. Essa incute rispetto solo da medici infermieri portatori di ambulanze Protezione Civile Croce Rossa dai Medici senza Frontiera da associazioni di volontari laici dai Vigili del Fuoco. Non si parla di come è sorta la pandemia. Non è guerra tra uomo e virus ma difesa come dal colera peste malaria terremoti o altre calamità. Le guerre sono di paesi fortemente razzisti per esportare falsa democrazia in zone ricche di giacimenti di petrolio uranio oro altro. Oppure sono sofisticate guerre commerciali con uso anche di armi chimiche di cui non si prevede il danno all’uomo e alla Natura usate in alcuni paesi. Ricordiamo le atomiche in Giappone.

Strano è che alcuni si siano ritenuti immuni dal virus che, malefico, ha fatto il giro del globo.

Torna alla mente la tragica dominazione dei Savoia. Il Sud torna ad essere povero senza Ospedali attrezzature tecniche per medici infermieri privi di mascherine guanti medicine. Al Nord ritorna la volgare prepotenza e l’odio per i meridionali voluto dalla Lega col primo governo di Berlusconi. Anche ora, in questa immane tragedia, la politica si mostra squallida. Insensibili al dolore di centinaia di migliaia si prodiga come sciacalli alla caccia di voti. Torna Bertolaso come salvatore della Lombardia dimenticando non solo le sue incapacità anche nel 2009 nel terremoto negli Abruzzi. Gli italiani applaudono con un grosso grazie alla crisi di governo dello scorso agosto. Matteo Salvini ha salvato l’Italia. La sua uscita dal Governo ha dato nuovo massimo rispetto all’Italia culla della Democrazia Fraternità Ospitalità di chi fugge da guerre povertà dittature alla ricerca di un futuro dignitoso che ognuno cerca per sé e per i propri figli. Fallita la sua insana volontà di capo del Governo, ha permesso grossi aiuti e stima dalla Comunità Europea, arrivo di esperti medici apparecchi sanitari da Cina Russia Polonia Albania da secoli legati culturalmente a noi e poi da altri paesi non europei.

Dal 1994 vige la moda di ritenere Eroi chiunque anche chi muore mentre beve il suo caffè. Giustamente medici infermieri ed altri che compiono il proprio dovere nella professione nel proprio lavoro si rifiutano di essere definiti tali. Chi lavora con passione è solo un cittadino.

In Lombardia alcuni industriali hanno dato denari per costruire un ospedale da campo. Il più ricco ha dato poco rispetto ai milioni regalati a ragazze anche per non testimoniargli contro. A Napoli i poveri aiutano chi ha meno. Al caffè sospeso si è sostituito il paniere sospeso con piatti caldi bevande cibi. Esempio si è diffuso in altre regioni con aiuti da supermercati negozianti pasticcieri da abitanti dei quartieri più disagiati di varie città. Tutti a casa. Chi non ha casa trova ospitalità da associazioni culturali laiche. La pandemia non è come la Fortuna cieca sempre verso i bisognosi. L’epidemia è la Morte falcia tutti. Evitare i contatti. Molto strano è chi non è ancora guarito, viene dimesso, torna in famiglia, va a fare la spesa. Chi detta leggi agli esperti e polemizza su ogni legge dello Stato non ha requisito alberghi. Molto felice è il cane nel portare spesso il suo padrone fuori casa con la museruola e guanti.

Si stupisce nel vedere altri simili al suo amico a due zampe tristi con la museruola mentre lui giulivo senza con la coda alzata va a spasso con il suo padrone nel ruolo di gentile servitore.

Chi soffre più di chi è in pericolo di morte è il tifoso della propria squadra. Non vede i suoi idoli giocare allenarsi nudi sotto la doccia. Non ha più argomenti di cui parlare fantasticare. Non ha ancora capito che il calcio è solo un gioco gestito dalla malavita. Il calcio non è uno spettacolo o uno sport. Il musicista non sbaglia note, ballerini cantanti seguono il ritmo. L’atleta non salta sotto l’asta, non lancia il peso dove vuole, non calcia picchia l’avversario. Le società, gestite da miliardari chiedono denaro allo Stato i calciatori rifiutano decurtazioni agli stipendi per non vivere come giocolieri cantanti ballerini attori musicisti artisti di strada.

Infelici o felici i giovanissimi studenti. I primi per non sorridere parlare baciare i loro timidi primi amori. Altri contenti non studiano, evitano esami, hanno la promozione non meritata.

Nel prossimo gennaio febbraio nasceranno milioni di italiani. La convivenza forzata in casa aumenterà violenze sessuali separazioni divorzi. Primavera estate elimineranno lo stress di chi opera negli ospedali. Si vivrà per mesi con la pandemia e con la crisi economica nelle famiglie industrie commerci artigianato turismo ristorazione alberghi. Forse nel prossimo Natale si giocherà a tombola da soli senza sciare cenoni concerti in piazza fuochi d’artificio. Incredibile! I napoletani rispettano le leggi. Sono in casa, in fila alle pescherie, salumerie, supermercati, panifici. Chiusi negozi pizzerie ristoranti trattorie bar. Non si sentono clacson grida canti musiche neomelodiche stridenti voci di ambulanti. Strade deserte già al tramonto. Nessuno gioca più al lotto. Napoli non è più la stessa Napoli. Eppure da secoli i napoletani hanno sostato nelle piazze, correre dietro una palla in strada, fuori al proprio basso lavorare cucire friggere cucinare commerciare parlare giocare a tombola o a carte. Nel ‘700 un frate ideò i tabernacoli illuminati con lampade a olio fiori e immagini di Santi. Noto è un film di Totò ciabattino e portiere. L’idea era per illuminare i vicoli, permettere di frequentare osterie e teatri evitando scippi e omicidi. Nel 1835, Napoli è la prima città in Italia ad avere illuminazione a gas in tutte le strade. Mark Twain, giunto a Napoli nel 1868, scrive “In tutta la grande città le luci si incrociavano e si intersecavano in infinite linee e curve luminose. Vedere Napoli come noi la vedemmo nella prima alba del Vesuvio, significa vedere un quadro di straordinaria bellezza. “Vedi Napoli e poi muori”. Non ritengo che si debba necessariamente morire dopo aver visto questa città, ma forse tentare di viverci”.

Pasqua, “Vita nova” secondo Dante, sarà il prossimo anno con pastiera e colomba in tavola. Speriamo anche nella Colomba della Pace sulla Terra. Essa esiste? Non è stata vista mai dai tempi di Abele e Caino o dalla guerra di Troia. Questa Pasqua non apre le porte “alla bella stagione”, all’estate, viaggi, stabilimenti balneari, ai picnic tra fiori e profumi di campo. Questa estate tutti al mare a mostrare le chiappe chiare? Proprio NO. Niente tuffi pedalò castelli di sabbia. Non ci fermeremo a vedere panorami di bikini palestrati super abbronzati. Sentiremo la mancanza di vedere seni all’ombelico e pance alle ginocchia divorare come cani frittate di maccheroni gnocchi al forno parmigiana polpette polpettoni sfilatini anguria. Il nostro futuro è incerto. Tutto non sarà come prima come ogni giorno non è mai uguale al suo precedente. Molto dipenderà dalla nostra politica e da quella della Comunità Europea. Si porrà fine allo strapotere dei paesi dell’Europa del Nord verso i popoli più poveri del Sud? Il mutamento richiede una attenta nostra riflessione chiusi nelle cabine elettorali. Se si vuole un altro domani si deve essere sordi a chi parla di razzismo porti chiusi uso smodato di armi. Africani asiatici hanno combattuto e sono morti per liberarci dai Savoia e fascismo. Molti di noi hanno cercato trovato lavoro una vita dignitosa fuggendo dai paesi del Nord e Sud. La nostra cultura arte cucina, ammirate nel mondo, si sono sviluppate ospitando stranieri. E’ utile chiudere in casa per sempre rozzi incapaci politici presenti in ogni partito.

Siamo in casa se vogliamo viaggiare andare a teatro cinema bar discoteca. Salviamo noi e l’Italia. Il nome è nato in Calabria abitata dagli Itali il cui dio era un bue chiamato Italo.

Massimiliano Kornmuller
Sto scrivendo con le mani impolverate

Sto scrivendo con le mani impolverate, alternando la penna alle penne di struzzo del mio piumino,scendendo e salendo dalla scaletta di olmo per i varii scaffali delle mie due librerie, con lesene e cornici di ordine corinzio: sulla fascia la scritta bilingue, greca e latina,” la fonte della sapienza scorre nei libri” (al contrario di quello che pensava il Dottor Faust..!).

Anche qui, proprio come in un frutteto, e’ necessario effettuare lavori di potatura nel corso dell’ anno:  infatti, si accumulano libri acquistati in varii luoghi (per lo più a Porta Portese, ma anche  ordinati a mezzo posta..) che, una volta letti, o leggiucchiati, per pigrizia fisica, ma soprattutto mentale, non vengono riposti altrove, e  permangono nel limbo della seconda fila degli scaffali , in attesa di un quid…

Adesso e’ tempo di potare … ! Come il potatore conosce il punto del ramo ove far cadere le lame della cesoia, così io sto facendo sui varii libri di cui la mia biblioteca e’ composta.

Parlo, chiaramente,  della mia biblioteca ammiraglia: ché altre due ne seguono,  come la Nina e la Pinta,  per veleggiare in sicurezza verso un futuro incognito:  mi riferisco  alla biblioteca del mio studio legale, ove son custodite le opere giuridiche (monografie su specifici argomenti, nonché i Massimarii della Suprema Corte di Cassazione,..), oltre ai libri di psicologia, antropologia, sociologia e retorica, ed alla biblioteca del mio studio d’ arte, che custodisce tutti i miei manuali tecnico- teorici di arti figurative, ed e’ anche il “cimitero degli elefanti ” di tutti  miei libri e riviste  d’ arte (alcuni, in realtà rari e preziosi, ma troppo ingombranti..).

Talvolta scopro con piacere libri che non mi ricordavo più di possedere ed e’ come se ritrovassi con gioia un vecchio amico (ché i libri, dopo i cani, sono i migliori amici dell’ uomo, ed invecchiano con lui silenziosamente e discretamente);  talaltra mi meraviglio di come certi libri possano trovarsi in quello scaffale ( e, per di più, col titolo di costa  rovesciato…!).

Ma io una teoria ce l’ avrei :nel corso dell’anno la biblioteca viene spolverata da altre mani… Ed e’allora che avvengono le situazioni più strane, che i Surrealisti avrebbero senz’altro apprezzato:un libro del filosofo neoplatonico Porfirio vicino ad un testo di scenografia barocca, l’ opera omnia di Maxfield Parrish (un grande , ma dimenticato, artista americano della prima metà del secolo scorso) accanto ad un manuale di cucina del ‘500, l’ Epulario di Messer Bartolomeo Scappi! In questi frangenti uno si sente veramente tradito: cerca il testo e non lo trova più al suo posto , ed ignora dove sia finito…! Vibrazionalita’ negative si scagliano sulla presunta responsabile!

Adesso , però, é tempo di portare tutti i libri ai propri scaffali per argomento, e di selezionarli , spesso con sofferenza: perché esiliarli dalla mia libreria principale vuol dire non averli sempre a mia immediata disposizione.

Ma le biblioteche sono anche navi da guerra:debbo posizionare i pezzi d’ artiglieria dove mi possono servire, non dove, per rilegatura ed edizione, farebbero una bella figura…!

Faccio un’ unica eccezione per i libri antichi, che ho sempre davanti a me, odorosi di polvere e di pergamena, ma soprattutto di polvere, di tanta polvere che con cura cerco di eliminare dalle secolari pagine col pennello di tasso (non il poeta, l’ animale…!).

HOMO HUMUS

FAMA FUMUS

FINIS CINIS

Questo mi dicono i miei cari libri antichi (in fondo anche noi siamo composti di polvere..):chi legge adesso le RIME di Francesco Melosio (Bologna 1676), ove ci sono sonetti che rimano con la “x” (E quando , ahimé!, da la palude Stix/ Giungesti sul Nilo in su la fox/ Gracidante instancabile cornix…Ecc..) oppure le BIZZARIE ACCADEMICHE di Giovanfrancesco Loredano (Venezia, 1634) con questioni di questo genere :”se la donna che ha un solo amante può chiamarsi casta e pudica” ovvero “che cosa sia un bacio alla fiorentina e da che abbia avuto origine”.

Penso anche al RIMARIO di Gerolamo Ruscelli (Venezia, 1587), che addirittura se la prende con Dante…!

Vale la pena di sentirlo :

“ORA per importantissimo ricordo nel finir di ragionare di questa misura de’ versi, et di questi raffronti di vocali fra loro, ho da soggiungere, che ovunque due vocali si raffrontano per entro il verso,  et che non si facciano nella misura restringere nel tempo d’ una sola sillaba, ma se ne facciano due sillabe, et tempi, il verso viene ad essere debolissimo et bruttissimo, onde dai buoni letterati si vede fuggito,  come le cose sconce, et dannose, si fuggono…(omissis) In Dante per certo si trovano moltissimi di cotai versi, ch’io non dico, et veramente,  per non darne colpa al giudicio d’ un huomo si’ eccellente, e’ da riconoscerla come da una immensa trascuraggine che egli mostra a bello studio, o per essere tutto intento al soggetto..(omissis)

…Et ancora “quivi é la città e l’ alto seggio “nello stesso notabilissimo vitio, et voto di luogo di un’ altra sillaba, si’ come si può vedere dicendo

“Quivi la sua cittade e l’ alto seggio”

Et molti altri casi si troveranno in Dante che sconcissimamente peccano in questo vitio di convenir che due vocali , una vicino all’altra, si sostengano con due accenti, et si misurino con due sillabe, ch’ e’ cosa da sfuggirsi con ogni industria…”

Queste idee, così diverse da quelle contemporanee, mi fanno ancora oggi sorridere quando le leggo: il buon Ruscelli, ignorava, che Dante, quando versificava, aveva sotto gli occhi il troubar clou dei provenzali, e non i versi dell’ Ariosto …

Eppure custodendo le opere (quasi dimenticate) contenute nei miei libri antichi mi fa nascere l’illusione che qualcuno in futuro possa collezionare i miei numerosi libretti che ho scritto sui pù curiosi ed inutili argomenti (dai poeti latini della decadenza, alla divinazione etrusca, alla magia cerimoniale romana..) e quindi spolverarli e rileggerli con lo stesso affetto che sto facendo ora con questi..

Io ho sempre amato i libri: mi ricordo quando, da fanciullo, il sabato pomeriggio mi recavo col mio nonno paterno presso varie librerie, e come questi, quasi con premura,  m’ invitava ad acquistare tutti i libri che volevo, perché diceva lui, “sui libri non bisogna mai risparmiare”..

Cosi nacque il primo nucleo della mia biblioteca: conservo ancora le dediche affettuose scritte sulle prime pagine di quei libri, vergate con la sua minuta calligrafia ingegneresca…

Purtroppo i libri possono diventare pessimi padroni: ne sa qualcosa il Magliabechi (sec.XVII) che, a furia di collezionare libri, s’era ridotto ad abitare in pochi metri quadrati nella sua abitazione..

Forse aveva ragione Seneca che ne “La tranquillità dell’ anima”(IX,9) saggiamente sentenziava: “Nessuna spesa e’ più nobile di quella che si fa per l’ acquisto dei libri, ma nessuna spesa e’ meno giudiziosa di quella fatta per l’ acquisto di troppi libri. A che serve una enorme quantità di volumi , dei quali, nella brevità della vita, si abbia appena il tempo di leggerne i titoli?”

E ancora, nelle Lettere A Lucilio, raccomanda all’ amico:

“Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere”

E’ quello che farò in questo periodo di coronavirus, dopo lo spolveramento…

Helene Paraskeva
Il racconto della nonna

“Era bella la mia città

Prima della Catastrofe.

“Sul lungomare viali illuminati

E al porto ormeggiavano

Bastimenti con tessuti damascati,

Velluto, pizzo, seta.

Porcellane, mobili intarsiati.

E tappeti orientali.

Fiera di prosperità e lusso

Fiera di bellezze in fiore

Era la mia città.”

“Un giorno svanì la luce

E la città di colpo si vuotò.

Sgombrarono le vie del centro

Al porto ormeggiava solitaria

La nave del Terrore.

Bruciate, lacerate violentate le Grazie.

Ogni cartolina carta straccia.

Era quella Sciagura

Che la nonna chiamava “Catastrofe”.


10.04.2020

Vincenzo Ariete

Garofani

8 marzo – 3 aprile 2020

La mimosa l’ho raccolta nel giardino sotto casa. Quel rametto, tagliato da un albero dai rami bassi, sembrava poca cosa per la festa.

Dal fioraio ho quindi acquistato un mazzo di garofani che ho unito alla mimosa tagliata da me. L’insieme è sembrato più gradevole. La mimosa è avvizzita dopo qualche giorno, forse era già stanca quando l’ho raccolta, i garofani invece resistevano. Dagli steli ho tagliato un bel po’ di getti che ho messi in un piantinaio.

Ogni due giorni ho cambiato l’acqua per dargli nuove energie. Erano i tempi in cui si poteva uscire e il mondo non si aspettava la batosta che gli stava capitando fra poli e equatore.

Al rientro dalle nostre uscite per la spesa, trovavo il mazzo di fiori al suo posto, ogni giorno con qualche ”ruga” in più, ma sempre bello, forse più bello perché si sa che i tratti della maturità sono spesso più interessanti di quelli della gioventù. Lo radevo per bene. Gli toglievo i fiori superflui, gli mettevo addirittura una “lozione” che gli rendeva le chiome soffici e luminose. Mentre gli facevo toletta gli parlavo, gli dicevo parole carine per farlo stare bene anche di spirito: sembrava gradire, vista la sua resistenza record.

I giorni passavano in fretta, ma poi si sono allungati a dismisura perché siamo stati reclusi per combattere la nostra guerra individuale dentro le mura sicure di casa. Per i garofani non è cambiato nulla, tanto non sono interessati al virus assassino. Soprattutto l’unica cosa che non mi è venuta in mente è stata quella di portarli a fare due passi in pieno sole sul balcone sul lato sud dell’appartamento. A loro il Coronavirus ha giovato, perché stando in casa tutto il giorno ho potuto accudirli con maggiore assiduità.

Finché vivranno avranno il posto d’onore del centro tavola in salone. Hanno scalzato i fiori finti senza protervia, ma con la superiorità dei grandi che possono permettersi di essere buoni.

Mentre mangiamo, nei rari momenti di silenzio -con mia moglie parlo molto e di tutto- gli lancio di continuo rapidi sguardi.

Meno considerati delle rose o delle orchidee hanno il fascino della purezza e della semplicità. Essi mostrano i loro colori e i loro petali sfrangiati e increspati che mettono allegria. Non hanno la compostezza dei petali delle rose o la pomposità delle forme stravaganti delle orchidee. Forse le rose non amano essere accomunate in unico mazzo con dei “volgari” garofani, mentre le orchidee nella loro supponenza non sopportano proprio nessuno a fianco, preferiscono starsene in splendido isolamento. Figurarsi se possano accettare gli spumeggianti garofani.

Mentre la mente viene catturata da pensieri che ruotano intorno ai fiori, che resistono da ventiquattro giorni, non mi accorgo di avere finito il pranzo.

Stasera sarà l’ultima in cui potrò ancora trattarli: sono rimasti solo due steli con due unici garofani, uno rosso sangue e uno rosa screziato.

Domani dovrò dire addio agli ultimi due eroici simulacri della lotta per la vita.

Il vaso con i fiori finti prenderà il loro posto. Lo sguardo presto si abituerà al nuovo colpo d’occhio, ma il ricordo della longevità di questo mazzo di fiori ogni tanto ci ritornerà alla mente… ma intanto i getti, meno due, piantati all’inizio stanno crescendo: sono già raddoppiati e comincia ad intravvedersi qualche minuscolo accenno di bocciolo qua e là.

Carla Gagliardi Desaur – da Londra
Una semplice giornata: Martedi 7 aprile:

Mentre da stamattina i telegiornali si dibattono su notizie varie e vaghe riguardanti la terapia intensiva a cui pare sia sottoposto da ieri sera Boris Jonshon io sono soddisfatta della mia capacità di essere riuscita a non rispondere al gruppo what-app della scuola dove ieri erroneamente una insegnante, peraltro nota a tutti per la falsità….tanto da essere soprannominata “cimice”, ha scritto di pregare affinché questo politico, figlio di una ignobile mancata politica, riesca a salvarsi. Il problema non e’ che lo ha scritto, il dramma e’ che non ha ricevuto risposte “fuori dal finto coro”.

A parte il disinteresse per il destino personale di colui che ha distrutto fin dai tempi del Brexit e in maniera pressoché irrimediabile messo in ginocchio un sistema sanitario barcollante… sarà bene tenere sotto il mirino della nostra attenzione cosa significhi sanità negli UK.

Si purtroppo è molto peggio di quello che filtrano… prima di chiudere le scuole hanno chiuso gli ambulatori dei medici della mutua (qui chiamati GP) e ogni comunicazione con loro può ormai essere solamente telefonica.

Per la prescrizione dei medicinali ora mandano tutto in farmacia ed hanno messo in prima linea le farmacie che non sono, neppure quelle, come le nostre…non solo da un punto di vista dei professionisti che ci lavorano, ma anche dell’igiene negli spazi ( sono supermercatini…). I miei cognati in Piemonte hanno la farmacia… oserei dire plastificata, organizzata per indicazioni ministeriali in una notte, e lavorano con l’ulteriore aggiunta di guanti e mascherina.

Una scena da film…impensabile fino al 2019.

Qui le mascherine se le sognano perché costano e non vengono, sempre e d’ufficio, distribuite al personale. Fino a qualche giorno fa nella maggioranza dei casi venivano addirittura  invitati a non usarle, da qualche giorno assodato il blocco totale dei clienti, costretti a casa, hanno potuto mascherarsi e finalmente proteggersi.

In generale se le vuoi le ordinano, te le fanno arrivare e te le compri: 10 pezzi 60£, prezzi prima dell’allarme. A quel tempo, prima dell’ultima settimana in asilo, io le avevo preparate personalizzandole con le immagine di Frozen  per aiutare le insegnanti ad usarle con maggiore disinvoltura. Ma comunque nelle case di cura, ancora settimana scorsa…inizio aprile, le infermiere non potevano ancora indossarle “perché spaventano gli anziani”, ordini dei manager che peraltro aggiungevano non vi fosse certezza della protezione fornita dall’uso dei “dispositivi di protezione”.

Eppure dovrebbero essere in vigore dal 2009, dai tempi della Sars.

Inoltre le surgery, gli ambulatori dei medici, hanno sempre avuto personale infermieristico che si occupava settimanalmente degli esami del sangue di routine che è stato, completamente sospeso anche per i casi “gravi “ come il mio… per cui ora non posso fare i miei controlli perché per un banale prelievo non posso presentarmi, e per questo sono stata vivamente sconsigliata proprio dal medico, negli ospedali dove affrontano solamente le urgenze!

In tutto questo dalla prima settimana di marzo ho avuto diverse amiche che ammalandosi si sono assentate sul posto di lavoro e sono state “rinchiuse” in casa con il consiglio di assumere paracetamolo qualunque fosse la patologia: una breve intervista telefonica del medico della mutua o del centro 111 per le urgenze del coronavirus, invito a stare chiusi in casa e comunicare solamente dopo qualche giorno se la tosse e la febbre fossero persistite. A chi è andato di persona in questi centri per le emergenze è stato detto di tornare a casa ed aspettare: non distribuivano ne tamponi ne termometri!!!… “visitati” a distanza da personale infermieristico si sentivano dire che non vi erano abbastanza medici.

Io ho speso 60£ di taxi per portare un termometro ad una amica che era stata chiusa in casa senza strumenti per valutare la malattia, vive sola e comunque le farmacie di due quartieri nei dintorni erano sprovviste di termometri (Zona due e tre).

Poi ho prescritto antibiotico per una tonsillite dopo essermi fatta mandare foto ed aver, nuovamente consegnato di persona, dell’amoxicillina che avevo in casa…

Ho convinto le mie amiche a ricontattare i medici dei loro paesi (dalla Spagna al Venezuela, dalla Lituania alla Romania) per avere un parere medico affidabile…

In questo caos capite che non mi interessa nulla del primo ministro.

Ieri ad una uscita dell’Hyde park ho visto con stupore che un signore, distinto a modo suo, era uscito a fare una passeggiata con il pigiama …ancora il pigiama dell’ospedale con una maglia infilata rapidamente: gli ospedali sono tutti abbastanza lontani, sicuramente la persona abita nei dintorni della Royal Albert Hall e dopo una probabile degenza collegata al virus e’ stata dimessa e dimessamente ha raggiunto il parco…. in pieno centro.

Io tutti i giorni mantengo il mio esercizio fisico ed esco per camminare all’aperto, nel verde, lungo i sentieri che un tempo erano tracciati dai soli cani: ora il verde sta scomparendo, seccandosi ed intristendosi nel terriccio per l’uso, e i grandi viali del Kensighton Garden restano vuoti o con qualche persona sparutamente ai lati. Tutti riempiono gli spazi nel verde tra gli alberi, evitandosi all’unisono…

Impazzisco tra occhiali e mascherina perché non solo, a causa del virus, non posso indossare le lenti a contatto ma il caldo ha iniziato a farsi primaverile e il fiato imbrigliato nella mascherina finisce inevitabilmente ad offuscare le lenti degli occhiali… e non possiamo, assolutamente, strofinarci gli occhi.

Eppure la nostra vista sta forse finalmente affinandosi ed anche i miopi potranno vedere lontano, forse riusciremo tutti..o una buona maggioranza a svelare gli inganni, guardare oltre le nebbie delle bugie televisive, osservare la vita quando l’etica e la morale erano abbandonate in un angolo, ed infine scrutare dove abbiamo permesso a dei furbanti e ladri di appropriarsi delle nostre vite. Solamente cosi potremo recuperarle, tornare ad essere sani – mens sana in corpore sano – indipendentemente dal virus.

Riccardo Tordoni
Ho voluto che accadesse tutto questo


Neanche il tempo di realizzare. Di rendere reale quello che accade. Mi sento terribilmente in ritardo rispetto agli eventi. Non ci sto dietro. È successo qualcosa che mi precede. Di molto. Lo rincorrono la mia mente, i mio pensieri, le mie improbabili analisi e ancor più improbabili previsioni, lo rincorrono i miei sentimenti. Ogni tanto riesco a sfiorarne un frammento, ma è questione di un attimo.

La sensazione di massima è che sia irreale, che in qualche modo non stia accadendo veramente. Ed una parte di me, effettivamente, non vuole che stia accadendo. Una grande parte di me non lo vuole. La stessa che detesta i cambiamenti. La mia parte sedentaria. La mia parte costruttiva. La mia parte addizionata. Quella parte che da anni lotta con i denti per assicurarsi qualcosa. Un tetto, qualcosa da mangiare, un lavoro. Quella parte che non vuole che cambi niente. Mai. Quella parte che si era dolcemente messa ad aspettare la morte, ma senza nessuna rassegnazione o tristezza.
Dolcemente, come si aspetta un amico che arriverà, prima o poi arriverà. E nel frattempo si prepara al meglio la casa per poterlo ospitare.

Poi l’altra parte. Quella mai doma. Quella che ha sempre tirato brutti scherzi all’altra parte. Quella che mi ha messo a rischio anche quando non ce n’era bisogno. Quella che scalpita. Il cavallo che non si fa cavalcare. La bestia che non si fa addomesticare. Inopportuna, folle, irragionevole, incontrollabile. Quella parte che da un lato mi ha salvato e dall’altro rovina sempre tutto. Quella che fa del male a me e agli altri. Soprattutto a chi mi è più vicino. Ecco, lei, quella parte, non aspettava altro che quello che sta accadendo. Da sempre. Anzi, lo sapeva già.

Ricordo un bar di Bologna, più di vent’anni fa. Ricordo che mi guardai attorno. Vedevo. Non guardavo, non osservavo, non pensavo: vedevo. Uno sguardo che era mio ma che non era mio. Lontano da me ma vicinissimo alle cose. Talmente vicino da vederne il futuro. Questo significa profezia: entrare nel presente. E una volta che lo vedi non ci vuole un granché a vedere dove va. Vedevo. Poi un pensiero. Non pensato, non formulato. Direi “arrivato”. Un pensiero non pensato arrivò. Disse: “Tutto questo non può restare in piedi, crollerà”.

Il sentimento che provai fu di sollievo. Perché la verità, quella né mia né tua né di nessuno ma di tutti e di tutto, è riposante. Mette a tacere la mente. Da un nome a quello che non riesci a nominare. Ti dice quello che sai senza sapere di saperlo.

Quello che sta accadendo io lo sapevo già. In ogni mia fibra, in ogni mia cellula. Una parte di me era, anzi, già qui. Io stesso mi sono preceduto. Da qualche mese ormai stavo lavorando ad uno spettacolo. In scena sarebbero andate una sessantina di persone. Età: dai 15 agli 85 anni. Tema: l’apocalisse. Ricordo all’inizio del progetto questo pensiero ossessivo riguardo l’apocalisse. Che poi non significa altro che “togliere il velo” e dunque “vedere”. Soprattutto ricordo le resistenze. Perché non essendoci testi teatrali adeguati (neanche la Peste di Camus), avrei dovuto costruire una drammaturgia originale. Quanto ho resistito! Ho ipotizzato di tutto pur di non affrontare quel tema. Ma è stato letteralmente più forte di me. Non voleva star giù. Non voleva andarsene. E allora mi sono arreso. Non potevo fare altro.

Da mesi io, i miei collaboratori, giovani, adulti e anziani parlavamo di quello che sta accadendo. Per la precisione, lo stavamo mettendo in atto. In parte, seppure in uno spazio e in un temo delimitati, abbiamo vissuto in anticipo quello che sta accadendo.

Ci sono forze che agiscono. Non parlo di fede, di energia cosmica, né di altro. Non perché abbia un pensiero in merito, semplicemente perché sono cose fuori dalla mia portata. Io sono come il bambino che riceve lo schiaffo. Al bambino non interessa il motivo dello schiaffo. Anzitutto constata l’evento. E così io constato l’evento.

L’evento era già qui. Da tanto, tanto tempo. L’evento ora mostra la sua zampata finale, ma era già qui. Lo abbiamo preparato, forse lo abbiamo voluto. L’evento non è un evento ma l’insieme delle nostre azioni e relazioni. L’evento non è caduto dal cielo ma è salito dalla terra. L’evento siamo noi. Noi con le nostre azioni passate, noi con le nostre azioni presenti.

E allora mi viene da porre una domanda: “Perché abbiamo voluto tutto questo? Perché?” Onestamente non vedo domanda più responsabile di questa. Non “perché è avvenuto?” o “di chi è la colpa?”, no, davvero. Fuggire da qualcosa che abbiamo creato sarebbe, appunto, irresponsabile.

Conosco già l’obiezione e la capisco benissimo:

“Ma chi l’ha voluto?! Pensa per te! Io non l’ho voluto!”

 

Ok, va bene.
Capisco, davvero.
E lo dico senza nessuna ironia perché anche in me qualcosa protesta allo stesso modo.

Ma ora, oggi, stamattina, non voglio ascoltare quella parte, voglio sentire cosa ha da dire l’altra.

E dunque.
Perché io ho voluto che accadesse tutto questo?

 

Frammenti.
L’ho voluto perché non credo ad una vita sicura. Mi sembra un ossimoro. Perché nulla è sicuro e piazzare una cosa sicura in mezzo ad un oceano d’insicurezza mi sembra poco ragionevole. L’ho voluto perché avevo bisogno di un limite. A tutto. Perché avevo bisogno di essere limitato. Perché vivere senza limiti non è cosa di questa terra. Quello forse accadrà dopo la morte. Forse. Mentre la vita su questa terra è un limite dietro l’altro. Non posso scavalcare una montagna, non posso bere il mare, non posso toccare la luna. E giù giù fino ai più piccoli limiti: non posso vivere senza respirare, senza mangiare, senza bere, senza dormire. Ho voluto che accadesse tutto questo perché da anni e anni e anni mi dico che questa vita non è la vita ma una sua brutta copia. Per me vita è sentire tutto, innamorarsi da farti esplodere le vene, amare da farti sbullonare l’anima, piangere urlando come un lupo, ridere da aver bisogno di un catino per versarci tutte le lacrime, gioire per il solo fatto di esistere; vivere è ringraziare e lodare e innalzare inni, e a volte perfino farsi del male. È soffrire senza difenderti. È quel minuscolo istante in cui ti andrebbe bene di morire perché stai provando una gioia che è dolore che è piacere che è male che è felicità distillata che è qualcosa che non sai cos’è ma ti collega a tutto il benedetto sistema solare. Vivere è amare la morte perché è la presenza della morte che garantisce l’esistenza della vita. Volevo che accadesse tutto questo perché avevo smesso da molto di credere nella nostra società. Cos’è? Non so, un mostro mitologico? Cosa diavolo è? Cos’è tutta questa sofferenza sparsa per il mondo? Cosa ci fanno i ricchissimi con tutti quei soldi? Cosa ci fanno? Che poi sono tristi, si ammalano, si deprimono, si suicidano. Non stanno bene, non stanno per niente bene. E allora se i soldi non gli servono manco a quello, cosa diavolo stanno facendo? E, dall’altra parte, cos’è tutta questa miseria? Io non riesco più a sopportarla. È ovunque. È terribile è tremenda è terrificante. “Stai male? Beh, dai, c’è chi sta peggio!” Sai cosa, caro contabile dell’esistenza, ho smesso di sentirmi meglio se qualcuno si sente peggio ed ora se so che qualcuno che sta peggio… sto peggio. Ho voluto che accadesse tutto questo perché non posso neanche più pensare alla natura. Quante immagini ho messo via! Stavo per scoppiare! Manco i server di google contengono tutte le immagini stipate nella mia mente. Foreste in fiamme o devastate, acque plastificate, animali letteralmente torturati. La natura, la natura tutta. Crudele a volte, certo, ma fondamentalmente docile. Come un cucciolo, come un bambino che ti guarda incredulo mentre lo stai facendo a pezzi.

 

Potei andare avanti per molto.
Ma, ecco, io ho voluto che accadesse tutto questo.
Dolorosamente l’ho voluto. Molto dolorosamente.
E quando, in questi giorni, leggo di persone morte o dei loro cari che non possono stargli vicino, piango. Ma non per loro. Su questo non posso proprio a fingere: io non riesco a piangere per chi non conosco. No, piango per me. Per la mia miseria. Per la mia debolezza. Per il mio essere stato incapace di evitare tutto questo. Per non aver evitato tutte queste morti e tutto questo dolore. Piango per averlo voluto. Disperatamente. Come fossi un attacco di panico. Io ho sofferto di attacchi di panico. Li ho odiati come non mai! Poi mi sono fermato. Li ho ascoltati. Con una certa dose di rabbia ho chiesto loro “cosa diavolo volete da me?!” Nessuna risposta. Ancora dolore, ancora paura. Finché non sono stato fiaccato del tutto. A quel punto, quando ero talmente a terra da essere praticamente sotto terra, mi hanno risposto. “Vogliamo che ti fermi. Vogliamo solo che ti fermi. E che scendi da una vita che non è la tua vita ma quella che altri o i tuoi fantasmi o le tue paure e preoccupazioni o il tuo io ipertrofico vogliono per te. Fermati. E ditti chi sei.”

Ho voluto tutto questo perché ci fermassimo. E ancora non lo siamo, fermi. Siamo in casa, non possiamo usciere, ma ancora non siamo fermi. “Dobbiamo ripartire in fretta!” No, dobbiamo fermarci in fretta. Poi ripartiremo. Poi. Non ora. Ora metteremmo in piedi una brutta copia del passato. Un’orrenda copia del passato. Perché se ripartiamo come prima i deboli diventeranno più deboli, i potenti più potenti, i poveri più poveri, i ricchi più ricchi.

Siamo scesi dal treno in corsa. Ma stiamo ancora correndo. Cerchiamo di risalire al volo, come nei film. Io dico: fermiamoci. Lasciamo che il terno corra via. Perché quel treno non è la nostra vita ma qualcosa che ci è sfuggito di mano e ci precede. Lasciamolo andare via. Con tutta la paura che ciò comporta. Con il terrore di ritrovarci in un deserto, vicino ad un binario vuoto, senza più nulla.

Fosse per me farei una cosa molto semplice e molto chiara: azzererei i calendari. Questo farei. Non siamo nel 2020, no, siamo in un nuovo anno 0. Con tutta la paura e l’eccitazione che questo comporta. La storia ora non va avanti, si ferma. E riparte oggi. Oggi, 6 Aprile dell’anno 0.

In questi giorni le uniche musiche che riesco ad ascoltare sono quelle cantate da cori di donne e uomini. Nessun protagonista, nessun antagonista, nessun attore principale, nessuna comparsa. Cori, solo cori. Cori di voci, accordi tra esseri umani, cori di persone fuori dal coro ma nel cuore esatto della vita. Di una vita che, questa volta, si è fermata. E ci sta aspettando.

Antonio Ferrante

Resta a casa

Tu resta a casa e andrà tutto bene.

Lava le mani non toccare gli occhi.

Dita nel naso non si metton mai.

La testa è piena, tante informazioni.

Scende la morte sulla Lombardia.                    Su tante città Piacenza, Pavia Covid 19 tu maledetto…                                 .                    Fantasma imprendibile mostra il volto.

Se proprio vuoi colpire noi mortali.

Risparmia il popolo e tutti gli animali

Comincia dai 100 più ricchi italiani.

E quelli nascosti nei palazzi vaticani.

Siamo in crisi lasciaci lavorare.

Ci son bollette e tasse da pagare

Molti non hanno cassa integrazione.

Vai a fanculo siamo in recessione.

Hai capito che siamo gente ospitale!

Vorresti venire a soggiornare qui.

Vai dal dottore Ascierto al Pascale.

Vallo a trovare fatti curare lì.

Sbrigati debbo andare a Roma

Svelto muori.

Vedi, sei già in coma!

Bisogna che riparano i teatri.

Che finiscano questi giorni tetri.

È in atto una totale sanificazione.

Speriamo che avvenga un repulisti.

Di questo batterio rompicoglione.

E di tutti gli imbroglioni e camorristi.

Francesca Lo Bue
La maschera

E Dio disse

Profetizza al vento, al vento solo perché il vento solo darà ascolto…

T.S. Eliot “Mercoledì delle Ceneri”

Ruggine sgoccia e non si vede,

si disfà il riverbero delle maschere al vento,

gridano il suo incubo senza memoria.

La maschera sogna la sua faccia di carne e lacrime,

nell’aria vana del fuoco che s’estingue,

aria vana di una pena profonda che cerca un viso.

Così il dolore se ne va,

stanco della sua maschera puntuta,

stanco della sua pianura di carne e dei fiumi come specchi.

Il dolore se ne va incalzato dalla nube esangue dell’oblio,

verso le contrade delle vittime del vento.

Se ne va, nella pianura dell’aria,

nella nube slavata del vento forte di specchi.

Salmastra acqua che cade nei tuffi del trascorrere,

carne senza qualità,

strappi di voci.

Stefano Morabito
Lettera ai posteri
Era l’alba del 2020.

Il mondo si risvegliava dopo una lunga sbornia di capodanno, con un forte mal di testa, tanti bei propositi e il Coronavirus. Un mese appena per rendersi conto di ciò che stava succedendo e cominciò a diffondersi il contagio. Partì dalla Cina: i primi di gennaio la commissione sanitaria confermò di aver identificato un nuovo tipo di virus, Covid-19. A fine mese l’OMS dichiarò l’emergenza globale e tutti i Paesi si adoperarono per far rientrare in patria i propri cittadini.

Si aprì così un corridoio che portò il virus in Europa. A febbraio fu il turno delle grandi Potenze: Italia, Francia, Spagna, Germania, Portogallo…Nessuna fu risparmiata dalla pandemia. Neanche un mese dopo, il contagio si diffuse al resto del mondo.
Furono tempi veramente difficili. I governi, a loro modo, cercarono di fare il possibile, ma lottavano contro un nemico invisibile e di un vaccino o una cura nemmeno l’ombra. Le misure che andarono per la maggiore furono l’isolamento sociale e la quarantena. Ci fu anche chi volle azzardare, primo tra tutti il Regno Unito che all’inizio propose di non intraprendere misure preventive particolari, ma dopo un primo periodo di esuberanza, destino volle che proprio il primo ministro Johnson, colui il quale aveva preso l’imbarazzante decisione, si ammalò di coronavirus. Ci furono Paesi senza reali mezzi di prevenzione, come l’India, che misero i gendarmi per le strade a bastonare i cittadini trasgressori.

Il caos più totale abbracciò il globo. Risse e file ai supermercati. Recezione sbagliata dei decreti. Strafottenza. Il solito strano popolo americano in coda davanti ai negozi di armi. All’inizio la confusione eguagliò veramente la paura. Poi cominciarono a farsi sentire i morti, quelli reali: un vicino, un conoscente, un amico. Bare anonime che affollavano chiese isolate. Una triste processione di camion militari, colmi di cadaveri, che si dirigeva verso i forni crematori. Fu allora che si iniziò a prender coscienza della potenza devastante che ci stava investendo.

I potenti mandarono avanti il Paese emanando decreti su decreti, promettendo soldi e aiuti, continuamente smentiti e contrastati dall’opposizione. Neanche in tempi di Covid-19 la politica perdeva il proprio carattere infausto e viscido.

Passammo tutto marzo richiusi in casa, quelli che seguimmo alla lettera le direttive. Imparammo a riscoprire noi stessi e i nostri cari. Ricominciammo a percepire la vita alla giusta velocità. La vita che negli ultimi anni si era riempita di ritmi frenetici e obiettivi improrogabili. Riacquistammo la capacità di rilassarci ed ascoltare i suoni del mondo. Il cinguettio degli uccelli sugli alberi non appariva più tanto banale. Un bambino che girava con la bici nel cortile, guardato dal padre, poteva infondere serenità. Un uomo che correva lungo la strada infischiandosi delle regole, ci faceva capire quanta ignoranza regnava ancora sovrana. Per non parlare delle automobili, ogni giorno dalla finestra ne vedevo a centinaia. Possibile che tutti i lavoratori della città passavano davanti casa mia?

Adesso siamo alle soglie della Pasqua. Da come si prospetta l’evolversi degli eventi, ne avremo ancora per un altro mese. L’isolamento è diventato logorante. Stare il giorno dentro casa è uno strazio. Non passeremo la Santa festività insieme ai nostri cari. Il migliore augurio che possa fare è sperare che finisca presto tutto questo. Dobbiamo mettere in conto, però, che anche a pandemia cessata non si potrà uscire di colpo e ballare felici per le strade. Servirà altro tempo, tutto andrà affrontato in maniera graduale. Il solo pensarci mette ansia.

Buona Pasqua a tutti!

Paola Cimmino
La mia amica del cuore

Cara Amica,

ti scrivo, come direbbe Dalla, non per distrarmi un po’ ma per trascorrere qualche minuto insieme a te, seppure al chiuso, in una stanza. Oggi, come domani e domani l’altro ancora… Non so se tutto ciò finirà, come e se ne uscirò.

E allora eccomi qua, a raccontarti di me.
Sono al quarantena bis, ti direi per strapparti un sorriso, quello che più volentieri mi arriva, di te.
Tranquilla, non ho fatto una strage, non ho ucciso nessuno. Almeno è quello che spero… Una vittima la farei volentieri, ma si tratta di un virus, amica mia, uno di quelli che si fa beffe di tutti. Con un nome (Covid-19) che è tutto un programma e un numero che, nonostante la Smorfia (‘a resata), induce apprensione. L’ennesimo di una lunga serie?

No. Quel 19 si riferisce soltanto all’anno in cui il mostro è comparso.
E così sono giorni, per meglio dire già un paio di settimane, che sono agli arresti domiciliari. Non in un carcere vero, o in un bunker. Una comoda casa, nella città eterna che mai come in questo momento verrebbe voglia di visitare e abbracciare. Saluti e baci li rimanderemo a tempi migliori, come tante altre cose.

Un sacrificio dovuto e accettabile. In questa trincea, sono infatti una privilegiata. Perciò “zitta e muta!” me lo ripeto da sola.

La mia dunque non è esattamente una detenzione, ma di sicuro di massima sicurezza, stanti le conoscenze attuali. L’unico modo che il nuovo nemico avrebbe di raggirarmi è filtrare attraverso finestre tappate per starnutirmi direttamente sul volto, o spiaccicarsi sulle mie mani. Già me la immagino la tua espressione schifata.
Odio le armi lo sai, ma i detergenti sono una cosa santa: armi bianche, non più al Laim dei Caraibi, come voleva un antico spot che certamente i più avranno dimenticato.

Sembrerà strano, ma è un virus che, pur sfidando armi sofisticate e tute simil-spaziali, impallidisce davanti a una saponetta (dicono più efficace dell’alcool).

Per farla breve, siamo costretti ad aspettare che un morbo sconosciuto e imprevedibile dispieghi in toto la sua furia, prima di ritirarsi come farebbero un uragano o uno tsunami; pare inconcepibile che questo terremoto (esteriore come interiore) strappi via tutto ciò che davamo per scontato (forse non sempre conquistato).E allora tutti rinchiusi in casa, come quando c’era il colera o il morbillo, ricordi?

No, non lo puoi ricordare. Quello che colpì te era ben altro virus. Anche se i risultati sono in fondo sempre gli stessi.

Chi l’avrebbe mai detto? Una guerra mondiale, la temutissima terza! E stavolta non solo le leve al fronte, ma in prima linea nonni e bisnonni, suoceri e zii, più adusi al Monopoli e al Risico che a joystick e tastiere; pronti a immolarsi per dare manforte a giovani cui la Guerra è sembrata da sempre parola astratta.

Eppure era nell’aria.
L’hai vissuta anche tu l’ansia per quell’uragano che, oscuro, cambiò il volto del mondo; che ancora a distanza di anni induce apprensione e genera fatalità. Perché ci dicono, da che mondo è mondo, che così vanno le cose.

So che mi capisci, amica cara. Anche tu avrai provato, come e più di me, la sensazione che il peggio non era ancora arrivato, quell’incertezza che non si attenua nei sommessi sorrisi di chi ci è accanto, nella sequela di numeri e percentuali volti a intravedere la parola fine.

La conosci anche tu l’oscillazione di un cuore che non conosce tregua, che si impenna ma ruggisce muto, costretto di necessità al silenzio.

Quale scala si applica allo sconvolgimento che un evento traumatico produce?

In questi giorni mi sono accorta che anche i miei sogni sono cambiati, che il mio immaginario, come si dice, è positivo al virus.
“Ma la televisione ha detto che il nuovo anno…”

No, voglio sperare che sia questione di settimane, al massimo mesi.
Quel che è certo è che “porterà una trasformazione”.

E allora, provo a trovare un senso opposto al noto proverbio Aspetta e spera, perché stavolta è solo così che potremo difenderci, ed esserci. Domani.

Dipenderà da noi

Non mi chiamo Cassandra, né sono scaramantica. Ma che quest’anno dovesse succedere qualcosa di eccezionale, direi che lo avvertivo. Per questo avevo scelto un’agenda verde. Verde acido, o elettrico, se preferite.

Anche l’anno precedente la mia agenda era stata verde, un verde bosco con delicate foglie a rilievo, uno di quei piccoli capolavori in tessuto che solo i Giapponesi s’ingegnano ancora a realizzare… Pochi popoli al pari loro sanno apprezzare e omaggiare la Bellezza della Natura negli oggetti di uso quotidiano. Quella dello scorso anno, però, mi era arrivata in dono.

La mia quarantena ha preceduto l’ingresso trionfale di questo morbo. È cominciata mesi prima, nell’ottobre 2019. E non in vista del virus, che certo non potevo prevedere, ma di una nuova organizzazione della mia vita, sia interiore che esteriore. Non mi aspettavo allora che l’auto-isolamento programmato potesse fornirmi un’arma utile a fronteggiare il Covid-19. Un nemico subdolo, che agguata alle spalle, disarma e infierisce senza pietà. E senza conoscere l’onore delle armi.

Quando è arrivato in Italia, il virus aveva già stretto nella morsa un’intera zona della Cina. Non si può dire che non fossimo informati. Eravamo presi però da altro tipo di febbri. Sanremesi.

Non ha senso addossare colpe a un’area singola del mondo, o sbraitare contro presunti untori. Tantomeno prendersela con la Natura, ipotizzando assurde forme di vendetta che la distinguano da noi. Semmai tutto ciò avviene per via di pratiche tipicamente umane, volte a stravolgere equilibri che andrebbero invece rispettati.

In sostanza, quel virus, lo abbiamo – senza rendercene conto, o peggio ancora pur rendendocene conto – armato contro noi stessi, rendendolo quasi invincibile, a fronte di una Sanità e una Ricerca non proporzionalmente equipaggiate. Perché, come spesso si sente dire, altre sono le priorità di spesa; e dunque i tagli.

Se l’intento era quello di falcidiare il mondo evidenziandone le pecche, beh, bisogna ammettere che almeno in parte il virus ci è riuscito; e per questo entrerà certo nel Guinness dei Primati negativi. Un numero così elevato di decessi – brutta parola trattandosi di morti – nessuno lo poteva figurare… Un virus che si pensava esser poco più di una banale influenza, e che a dispetto dei presidi messi in campo, ancora avvolge – a Pasqua 2020 – il destino del pianeta in una bolla d’incertezza, saccheggiando le nostre risorse umane, facendo vacillare le più salde (in apparenza) economie; distribuendo ansie e malumori in egual misura di contro alla speranza di venirne fuori.

E così eccoci da qualche settimana a registrare in un Diario collettivo per i posteri quel che è già stato e che sarà di noi, se arriveremo in fondo a questo tunnel.

Sarà l’evoluzione a decidere chi di noi ce la farà? Le regole spietate della sopravvivenza, che danno spazio agli egoismi individuali? O una strenua lotta in nome dei principi di uguaglianza e solidarietà, come succede quando pensiamo al mondo come a un unico vascello?

Non saprei. So solo che ho adottato, già da tempo, un modo nuovo di pensare e di reagire, che va oltre l’emergenza: festina lente innanzitutto; osservare la giusta distanza (dalle persone e dagli eventi) e non solo in ottemperanza ai decreti; rimandare a tempi migliori ciò che al momento non si può fare; seguire il consiglio dei saggi e degli esperti; pensare che come sempre tutto finirà e seguirà una ricostruzione. Una rinascita che giocoforza dovrà tener conto di quello che fino ad ora nessuno, o pochi, avevano davvero presagito. Che prevenire è sempre meglio che curare. Che qualche volta è necessario fermare la corsa frenetica che è diventata la nostra vita, per ripensare e rimodellare le esistenze in una dimensione ancora inedita. Realmente umana. Col beneplacito della Natura. Solo poi della Finanza.

Alina Monica Turlea
Esercizi Spirituali

Oggi scrivo i silenzi. Conservo la traduzione: il bandolo dei pensieri di un “quaranteno” come me. Troverò la strada maestra? Le mie mani profumano di pane.
Sono un evaso, forse.

Un angelo bianco è arrivato in cima, sulla Golgota. La mia mamma viaggia da sola nel Settimo cerchio, in camicia bianca. Nella passione di Cristo, la croce e consolatrice. “Ciel! Sommes-nous assez de damnés ici-bas !” [“Cielo! In quanti siamo dannati qua giù!”] ( A. Rimbaud).
La scienza si è dichiarata, è lenta. Nella paura, gli uomini non hanno età. Sui letti degli ospedali, le lenzuola bianche sono impregnate della sofferenza di molti corpi che sono passati da lì. Quanti singhiozzi di dolori! Quanti brutti sogni! Quanti Pater Noster!
I loro occhi sono stanchi in questo inferno. Eppure un canto si sente nei cieli. Le (loro) anime non saranno giudicate.

*

Per le strade, la voce del silenzio ti stringe il cuore agghiacciato. I primi giorni di quarantena mi sentivo smarrita ai miei proprio occhi. Tutte quelle persone che non erano che numeri, numeri. Buona fortuna, cari!
Quando lavoravo all’ospedale, mi chiedevo sempre, vedendo una salma, se quella povera persona abbia avuto il tempo di chiedere perdono o di perdonare. Per-donare! Che bella parola! Perdonando si dona – l’amore. Non chiudere gli occhi davanti al perdono, all’amore, alla luce.

*

La Madre Terra ha seppellito i corpi nel suo ventre; anche i più giovani…in delle barre premature.
“Mais l’horloge ne sera pas arrivé à ne plus sonner que l’heure de la pure douleur!” [“Ma l’orologio non sarà riuscito a far suonare solo l’ora del puro dolore!”] (A. Rimbaud).
I polmoni ardono; l’orologio della vita si è fermato. Qualcuno è felice di non soffrire più. E io innalzo una litania muta.

*

Nessuno parla più del “concerto di inferni” nel Levante.
L’umanità non guarda più le sue deformità. Ha dimenticato la miseria in cui è caduta. Come Noè, aspettiamo la colomba che faccia ritorno con una fronde d’ulivo, non senza essersi abbeverata all’acqua della vita.

*

Oggi assisto allo sbocciare della primavera nel mio giardinetto: la guardo e l’ascolto.
Il silenzio dell’alba è diverso da ogni altro. È così innocente e pieno di promesse di cui non puoi che innamorartene. Contiene tutti i suoni e le parole che verranno insieme alla luce. È un silenzio che pulisce, rinnova…

Amo i libri antichi, i fiori di campo, il profumo di gelsomino, e dipinti semplici, i ritmi ingenui, le storie vere e i canti nelle abbazie, le pianure candide, le emozioni scatenate da una semplice poesia; amo il riverbero del sole, la luna, le stelle, i tramonti, il mare e le montagne. Amo i frutteti, i vicoli, le ninfee di Monet, amo gli incantesimi, i silenzi, l’inesprimibile, la quiete, gli impressionisti, i colori di Van Gogh. Amo lo spirito visionario di Rimbaud e la musica dei corpi.

*

Oggi, il poeta e in preda alle visioni. Il tuffo rimbaldiano nell’aldilà esige contenuti nuovi – è qui che si annida l’inconnu [l’ignoto].
Nella maglia delle parole solidamente intessuta ritornano la musica delle immagini, gli effluvi della primavera e una soave letizia.

*

Eppure toccherà inoltrarsi negli angoli bui della nostra mente; toccherà accettare e far pace con quel silenzio assordante… quasi estraneo per alcuni; toccherà imparare di nuovo a fidarsi dello sconosciuto.
Aspetto un vento leggero e fiotti di luce. Orchestro silenzi. Un enigma, tutta da scoprire.

*

Su una via deserta della Città Eterna, una colomba becca un pezzetto di pane inzuppato di pioggia. Il mendicante la guarda geloso. L’umanità attende un nuovo momento, una nuova ora della modernità.

La splendida città è ora deserta. Il Grande Maestro guarda i suoi figli. Tiene una bella lezione: qualcuno nega, un altro ride, un altro ancora piange… quest’ultimo, però, ha ricevuto il Viatico.
In ognuno di noi è un Adamo, che si nasconde davanti a Dio. L’uomo scivola sempre più nella falsità. Dio gli chiede: “dove sei?”. L’uomo ha soffocato questa domanda, poiché egli non ha intrapreso il suo vero cammino. Dov’è l’uomo oggi? Dov’è arrivato? Perché si nasconde?
Non c’è modello di ricalcare.
Ogni singolo uomo sulla Terra è unico e ogni singolo uomo è chiamato a dare corpo e voce a questa sua unicità e non seguire il cammino di un altro, ma il proprio. Poiché alla fine dei suoi giorni, egli non dovrà chiedersi: “perché ho vissuto come un altro?” Bisogna conoscere l’essenza che c’è in ognuno di noi. Per farlo bisogna andare al di là della farragine di cianfrusaglie che intasa la nostra vita, riducendo la possibilità di raggiungere il sé profondo.
Ecco un punto di partenza per conoscersi. La vita della conoscenza ci porta ad un incontro con la nostra anima, senza arrivare all’egocentrismo, senza pensare solamente a noi stessi.

*

Oggi, le mie mani profumano di rose… di Provence, mentre leggo Rimbaud: “Si Dieu m’accordait le calme céleste…” [ “Se Dio mi concedesse la quiete celeste…”].
Il silenzio si fa sempre più profondo; sento solo il fruscio del vento e l’ululato di un cane in lontananza.

Vado a dormire, è mezzanotte. I soli da tempo sono dormienti.

Lorenza Rocco
Anno bisesto, anno funesto.

Il dilagare del coronavirus lo ha drammaticamente confermato, creando un’emergenza sanitaria senza precedenti, che ha sconvolto il nostro stile di vita, relegandoci in casa, impedendo ogni contatto sociale, emarginando gli anziani maggiormente a rischio, bloccando progressivamente gran parte delle attività del paese, decretando la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Didattica a distanza dalle primarie all’università. “Salus publica, maxima lex”.

Un nemico invisibile, subdolo, democratico che non ha risparmiato nessuno: principi, capi di Stato, divi, sportivi, manager, imprenditori, come l’uomo qualunque.

Si diceva che la letteratura non teme il contagio, anzi se ne nutre. Da Tucidide a Lucrezio, da Boccaccio a Manzoni, da Camus a Saramago, infatti, ha offerto chiavi di lettura per resistere alla paura, facendo del morbo una metafora, ad uso dei contemporanei e dei posteri. Esemplare l’epidemia in Morte a Venezia, come simbolo di decadenza, o L’amore al tempo del colera di Gabriel Garcia Marques.

Ma quanto è accaduto a Louis Sepùlveda non è una metafora. Il coronavirus ha contagiato l’autore della Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Best seller mondiale, che anche i bimbi delle scuole elementari conoscono. Mi auguro che la pandemia ispiri a qualcuno: “La vita, al tempo del Coronavirus”.

Un romanzo sociale, globale che evidenzi come nei momenti di crisi l’uomo tiri fuori il meglio ed il peggio di sé: lo sciacallaggio come discesa agli inferi e altezza di sacrificio, di eroismo, di abnegazione, di solidarietà, di generosità. Il lavoro costante della Protezione civile e un elevato numero di vittime tra i medici, infermieri, il personale sanitario in corsia, senza dimenticare, tra i martiri, i medici di famiglia. Gli eroi dal camice bianco falciati in numero incredibile per mancanza di presidi, per superficialità, impreparazione, disattenzione, fatalità.

In un primo tempo si era minimizzato: semplice influenza, addirittura negato per esorcizzare, quindi con incredibile cinismo si vociferava: “Muoiono solo i vecchi”. È giusto preoccuparsi dei giovani, il futuro del presente, ma in una società civile il valore della vita è incommensurabile, prescindendo dall’anagrafe.

Quando scompare una persona, scompare una parte del mondo, quando scompare un anziano, scompare tutto un mondo di storie, di esperienze, di saggezza, di insegnamenti.

Ernest Hemingway intitolò un suo famoso romanzo Per chi suona la campana. Il mesto rintocco segnala che l’irrimediabile è accaduto e ahimè! può coinvolgere tutti.

Quando Enea fugge da Troia in fiamme, “i miti non sono mai esistiti, ma esistono sempre” (Sallustio), per mano tiene il figlioletto Ascanio, sulle spalle sostiene il vecchio padre Anchise. Con lui guarda all’Oltre, a lui dona amore e conforto, da lui riceve grani di saggezza e la forza di ricominciare.

Per Neruda nascere non basta. Siamo nati per rinascere ogni giorno. La rinascita come ripartenza, come metamorfosi di un percorso, riacquistando il senso più autentico dell’esistenza e la consapevolezza dell’essenziale. Dal dolore, la rinascita. Immagini strazianti della nostra Bergamo, capitale della sofferenza fisica e morale.

Una lunga fila di carri funebri davanti al cancello del cimitero: esistenze scivolate via senza il conforto di una carezza, di uno sguardo, senza un funerale, che stentano ora a trovare un posto… Lo struggimento, il rimpianto inenarrabile di chi resta.

Ex malo bonum. Che un sentimento di fratellanza si diffonda di fronte alla precarietà della condizione umana, spazzando via l’egoismo che Giacomo Leopardi, l’eterno contemporaneo, definiva “la vera peste della società”.

Ex malo bonum: la creatività del Sud stimolata dalla pandemia. I nostri scienziati, dal Cotugno al Pascale, allo Spallanzani alla ricerca dell’antitodo, in sinergia con i ricercatori in Italia e all’estero, con la mobilitazione e il sostegno dei singoli, di imprenditori, di stilisti, della rete generosa delle associazioni di volontariato. Che la vita trionfi sempre sulla morte testimoniamo le nascite numerose in tutto lo stivale. L’auspicio alla salvezza dall’innocenza, dalla purezza, dalla grâce, che sconfigga la pesanteur, in cui l’homo sapiens ridicolmente si crogiolava. Il mondo salvato dai ragazzini: utopia? Non è forse l’utopia il motore del mondo? La letteratura non vacanza dello spirito, ma forma privilegiata di conoscenza, profezia e palingenesi per uscire dal tunnel e stringerci in un abbraccio non virtuale.

Un’ulteriore riflessione, in prossimità del settimo centenario della morte di Dante (2021) è stato istituito il Dantedì. Quale messaggio più attuale del progetto uomo che ci lascia il padre della lingua italiana? Dalla selva oscura al riveder le stelle.

Bernardina Moriconi
Appunti sparsi di tempo perso

“Si vis pacem, para bellum” dicevano i romani. Adattando questa locuzione all’oggi si potrebbe dire: se volete uscire, restatevene a casa. Solo così sarà possibile limitare il danno che già è devastante. Scoprite il piacere delle pareti domestiche. Leggete libri, se già lettori, diventate lettori accaniti almeno pro tempore, guardate film, serie televisive, recuperate spettacoli teatrali su Rai replay o YouTube. Giocate a costruire mondi immaginari coi vostri figli cui solitamente regalate tempi ristretti e distratti. Dedicatevi con leggero anticipo alle pulizie primaverili o con notevole ritardo a quelle invernali. Inventariate ricordi sparsi e fotografie disperse. Recuperate spazi interiori in attesa di riappropriarvi di quelli esterni. È il momento di fermarsi. E assaporare la vita a cucchiaini di caffè.

Un tempo era il colore viola a portar male al teatro. Il perché è noto a tutti, credo: in epoca medievale, durante il periodo di quaresima, quando i paramenti sacri erano di questa tinta che corrisponde a quella del lutto per la Chiesa, le rappresentazioni teatrali erano categoricamente vietate, il che voleva dire la fame per le compagnie spesso girovaghe e che già faticavano a sbarcare il lunario. Mutatis mutandis, oggi invece del COLOREVIOLA è il CORONAVIRUS a creare preoccupazioni più che motivate ad attori e maestranze dello spettacolo per l’ordinanza di chiusura dei teatri. Nulla si può fare se non auspicare che passi anche questa nottata. Almeno però lo spettatore può trovare un surrogato in quello strumento prezioso che sono le Teche Rai, dove c’è una ricca e svariata scelta di testi teatrali da seguire. E magari potrebbe anche diventare un’occasione per far avvicinare al teatro di prosa chi poco lo conosce e pochissimo lo frequenta. Magari questo momento viola di oggi può essere ripagato con il roseo futuro di un accrescersi di numero di spettatori paganti domani. Un domani che speriamo molto prossimo.

INTERMEZZI POETCI

Il mio contributo al Dantedí (25marzo)

Nel mezzo del riposo in quarantena

mi ritrovai con l’ansia e la paura

che la porta di casa era sbarrata.

Ahi quanto a dir ch’è stata cosa amena

scoprire una giornata meno ingrata

ché tutta al Vate Dante è intitolata.

RELATIVISMO POETICO

Ungaretti, Natale (Napoli, 1916) Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade /… /

Io, Pasqua (Napoli, 2020) Ho voglia di rituffarmi in un gomitolo di strade…

Incipit pascoliano riadattato ai tempi:

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

e non d’antico: io sto laddove

ci ha chiusi dentro il covid diciannove.

Alessandra Cesselon
Raffaello e il Coronavirus

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Sì, sono stata fortunata. Sono una delle poche che ha visto la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale di Roma. Mostra che, a causa del virus, è stata aperta meno di una settimana

Ma anche quell’avventura, datata 3 aprile 2020 si tinge di giallo. Eravamo tanti, tutti giornalisti e redattori di tante testate italiane e internazionali, tutti in fila a serpentina fuori del monumento, ad aspettare il turno d’ingresso all’anteprima per la stampa. Eravamo eccitati e allegri di essere lì e assolutamente poco preoccupati.

Io, cedendo alle insistenze di un amico preveggente, che già paventava il contagio in periodo non sospetto, non sono andata in autobus. Dopo un tratto in macchina sulla via Nomentana, ho scelto di fare qualche chilometro a piedi godendo delle gradevoli immagini della Roma umbertina e barocca.

Erano mesi che si aspettava questo evento eccezionale in occasione dei cinquecento anni dalla morte del grande artista. Da tempo su tutti i giornali d’arte, e non solo, non si parlava d’altro.

Però, già appena entrata, la mostra mi ha fatto un effetto strano. Cosa si vede? Quadri famosi? Immagini suggestive? No. La ricostruzione della tomba dell’artista che si trova al Pantheon, con tanto di statue e colonne.

L’esposizione non inizia con la nascita del maestro, anzi, curiosamente, proprio dalla sua morte! Questa scelta dei curatori risulta, a posteriori, assai misteriosa e anche di cattivo auspicio. Raffaello morì il 6 aprile 1520, a 37 anni, nel giorno di Venerdì Santo. Vasari ricorda che la morte sopraggiunse “dopo quindici giorni di malattia, causata forse da eccessi amorosi, e curata con ripetuti salassi”. Secondo altri invece, pare che l’artista sia morto a causa di una polmonite fulminante. Sì! Proprio una polmonite.

Si studia oggi su questo tema, tanto che si pensa di riesumare i resti del grande urbinate per saperne di più! “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.” recita il noto epitaffio, di Pietro Bembo o forse dell’artista Antonio Tebaldeo.

Davvero appare inquietante il parallelo tra la scottante drammaticità di questi giorni di Covid e questo grande evento di Roma la cui apertura, sin dalla scorsa estate, si presentava come il clou della stagione espositiva romana e aveva registrando quasi il tutto esaurito dei biglietti in prevendita. Invece, vanità delle vanità , questo non è stato possibile!

La mostra – ca va sans dire – viene chiusa poco dopo, come tutti i musei e gallerie italiane. Il tutto avviene quasi in primavera, proprio nel periodo in cui morì il grande maestro e – guarda caso – a causa di questa epidemia di coronavirus che provoca proprio la polmonite!

Ma, per sollevare lo spirito a chi è costretto al domicilio coatto o che, in ogni modo, affronta una drammatica emergenza, sono state attivate visite virtuali della mostra.

La riapertura, ovviamente, si rimanda a data da stabilire. Con l’auspicio che si possa quanto prima godere dal vivo di queste opere d’incomparabile grazie e armonia

La solitudine e la malasorte vengono vinte dalla bellezza e dalla cultura? Forse sì. Per ora, pensiamo positivo!

Antonio Scatamacchia
Tutti i morti hanno un nome

Dobbiamo imparare a parlare con gli occhi, perché la bocca è coperta dalla mascherina e la voce esce distorta, offuscata, segnata dalla malinconia; d’altra parte quante volte abbiamo rafforzato con lo sguardo i nostri sentimenti, mentre dalle labbra uscivano raccomandazioni, grida di gioia o di rancore, solleciti di amore e rabbuiamenti di umore, appuntando con l’espressione dello sguardo le nostre parole. Siamo distanti ma comunque vicini così da vederci e colloquiare e in questo incalzare di numeri e previsioni ci accorgiamo che non è tutto così e sarà ancora lunga l’attesa anche per quello che si presume debba essere la fase due della vita in Corona virus. Sarà ancora tutto diverso per i nostri vecchi che abbiamo rinchiuso negli ospizi e nelle case di riposo che nel settentrione d’Italia chiamano in molti il Piccolo Spedale. Ed in effetti gli anziani che vi dimorano sono assistiti da infermieri e operatori sanitari. È notizia di questi giorni quello che sta succedendo alla casa di riposo Trivulzio di Milano, dove non sono emersi alla cronaca i casi di morte probabilmente dovuti all’infezione da Covid 19, per una gestione sanitaria e politica non affatto limpida e trasparente. E noi che viviamo rinchiusi nelle nostre case a Roma e che vediamo attraverso alcuni reportage la nostra città vuota con le piazze le strade i monumenti le chiese completamente vuoti, che specchiano in se stessi una atmosfera di irrealtà, noi veniamo a sapere in questi giorni che notizie preoccupanti dello stesso tipo sono presenti in alcuni istituti di riabilitazione di Roma, tra cui il Nomentana Hospital e il Don Gnocchi a Ponte Milvio. Abbiamo la sola facoltà di sentire i nostri anziani, gli ammalati, i ricoverati solo attraverso i nostri telefonini. E certamente questo per loro e per noi non è sufficiente, appare un legame di affetto rallentato, che va sciogliendosi nelle poche parole che con emozione siamo capaci di sussurrare. Veniamo a conoscere, riportate nei telegiornali, situazioni veramente deprecabili di sporcizia e mal curanza di alcuni ospizi, dove gli anziani vivono completamente abbandonati alle loro miserie, se non vengono anche malmenati da inservienti che hanno perso completamente l’umanità. I parenti che possono constatare queste situazioni come riescono a sostenere queste situazioni e non pentirsi, sempre che abbiano potuto, di aver operato quella scelta. Conosco il ricovero di Pieve Tesino nel Trentino, è una casa di cura ben attrezzata, gli anziani hanno la possibilità di distanziarsi, vivono in camere di due o tre letti, in tempi diversi si raccoglievano in saloni o all’aperto per quella poca di chiacchiera che riuscivano a tenere o soltanto guardandosi e accennando qualche commento scherzoso o iroso o ascoltare qualche parola da parte di chi veniva a trovarli. Ora è presente solo il personale sanitario e gli inservienti, ora la minaccia del virus serpeggia tra quelle pareti e per molti sentiamo che la nostra scelta di tenerli rinchiusi in quelle strutture, anche se ben organizzate, non sia stata ben ponderata e forse dovuta a una forma di egoismo verso chi ci ha generato o che è stato sempre vicino, finché era auto sufficiente, e che ad un certo momento della nostra e loro vita abbiamo considerato di peso.

Ci sono alcune considerazioni che vengono in mente. Dopo questo pandemonio, perché io sono convinto che ci sarà un dopo, come saremo? Sempre gli stessi o si rinnoverà il nostro spirito in considerazione della nostra fragilità, perché la pandemia non si esaurirà completamente rimarrà latente la possibilità di una ripresa anche se in maniera più lieve, molti avranno sviluppato gli anticorpi, probabilmente saranno disponibili i vaccini, sarà quindi una convivenza come per altre epidemie occorse nei tempi. In questi giorni sto cercando di dar forza ad una persona molto giovane che pensavo ne avesse da vendere, ed invece si trova in una cupa profonda depressione. Le dico che cosa le rimarrà nella memoria se non conserva la speranza e la sprono a tirare fuori tutte quelle virtù di farsi valere che prima dimostrava, per salvare soprattutto se stessa, e le dico di rivolgere il pensiero agli altri, a chi dedica il proprio tempo e le proprie capacità al prossimo a rischio della propria vita. Questo è un segno di forza di cui dovremmo essere fieri e dà la possibilità di conservarci per il futuro sia che lo avremo sia se lo perdiamo.

Altra considerazione ho espresso in una mia poesia che ho pubblicato nel numero di marzo nella rivista “Dialettica tra Culture” e che riporto qui e cioè quello che ho ascoltato ieri sera nel documentario di Purgatori “Un mondo contro”. Questo virus è risuscitato, dopo che da millenni era rimasto sotterrato da chilometri di ghiaccio e terra, per la nostra incuria e distruzione della natura, che non solo sta portando allo scioglimento dei ghiacciai, all’abbattimento delle barriere contro l’inquinamento, alla distruzione di intere foreste, allo distorsione della vita animale, a rendere l’aria sempre più infetta e irrespirabile. Ci accorgiamo ora come dopo un mese dello stare a casa, l’aria si presenta più tersa e un maggior profumo entra nei nostri polmoni.

L’incontro fantasioso

Nel tempo percorro a ritroso la mia via

e al bivio m’imbatto nel Pipistrello

che vendica all’uomo l’esser cieco

costretto nel buio della grotta

appeso a testa in giù

e gli innocula il Corona virus

da cui il mondo trema con terrore.

L’uomo che si sente padrone assoluto della Terra

la dipinge tutta di nero,

così l’animale che era una bianca Araba

volata sulle cime del mondo

a contemplare le sfaccettature del cristallo

nelle primizie delle ere

ora è cosparsa di pece nel nero ch’acceca

e trasfigura il bianco nel grigiore del tempo

umiliato pasdaran velato e oscuro

della coscienza più nebulosa.

01/02/2020

Anna Maria Petrova – Ghiuselev
SEMPRE SCOPRIRE

Ogni tanto scopro che la vita è bella.

Sembra quasi che scoprissi il mondo …

Ma è bella lo stesso e me ne rallegro!

 

E’ bella per i tuoi occhi scherzosi,

per il sorriso di lei che mi fa risorgere,

per la mano che mi accarezza la guancia,

per la luce del giorno che mi fa andare avanti,

per l’amore che mi contagia

e mi fa sentire invincibile …

 

E’ bella pure quando mi dispero,

quando soffro e vedo nero.

E’ bella pure quando è cosi

minacciata a morte come ora

da un’arma minuscola, subdola, insofferente

agli affetti del cuore impreparato…

E’ bella perché mi fa scordare tutto,

mi fa sorridere, ricominciare!

E’ bella perché è amore,

è bella perché è speranza,

è bella perché mi nutro di loro

ed io vivo!… La vita!

Annabelle

LA MIA COLOMBA DI PASQUA

A mia madre

Dove sei mia Colomba dolce,

dove sei anima mia?

Tu – che illumini il mio cammino

e rassereni il mio cuore ferito!

No – la luce non c’è più –

se n’è andata!

Il sole non splende più –

la mia anima gemella

è volata via!

La Colomba della mia sorte,

non si ferma più da me.

Sono sola – senza te !

Ed è buio freddo!

Senza la luce, senza la tua carezza –

senza di te, Mamma!

Annabelle

Angelino Stella
Virus Co. 19 e inquinamento.

Questa mattina, 13/04/2020, dalla TV ho appreso che la virulenza del virus sta scemando ovunque con l’eccezione della Lombardia, guarda caso la regione più inquinata d’Italia.

Tra le tante discussioni in corso nella comunità scientifica al tempo della quarantena, quella più inquietante mette in relazione la possibilità concreta, che lo sviluppo estremo del virus in alcune aree geografiche rispetto ad altre, sia dovuto alla presenza massiccia delle infidi polveri sottili nell’aria che respiriamo e che sono già la causa principale di gravi neoplasie polmonari devastanti.

Nell’area urbana di Frosinone dove vivo,(la 3^ Provincia più inquinata d’Italia, dopo Torino e Milano nel 2019) , e la 2^ Provincia del Lazio dopo Roma, per il numero di contagiati in queste settimane, ho lottato a lungo nel cercare di contrastare il fenomeno delle Pm10 e 2.5, ma invano.

Manca ancora la cultura collettiva ambientale nel nostro DNA, per poter dare una svolta decisiva al nostro futuro. Osserviamo al riguardo solo i cigli stradali colmi di rifiuti di ogni genere per avere una risposta immediata.

Missiva immaginaria, inviatami dalla regina delle polveri sottili e delle nano polveri, Miss “Biossid Azotin”.

Sig. disfattista, ripetitivo, idealista perdente, a nome della mia categoria lavorativa le esprimo il più completo disagio per le sue battaglie ambientali. Lei a differenza di altri ci attacca sempre e non solo in prossimità delle scadenze elettorali.

Noi siamo solo polvere invisibile, non puzziamo, per non dare fastidio a nessuno, agiamo nell’ombra da quando avete inventato quelle parole meravigliose chiamate, “crescita economica e PIL”, e in nome di esse vi create l’alibi che vi consente di fare le cose più efferate contro il Pianeta. Noi prosperiamo con l’aumento delle ciminiere, del traffico, dei voli aerei, delle navi, con le coltivazioni e con gli allevamenti intensivi al posto di terrificanti foreste piene di ossigeno, il nostro nemico. Il nostro lavoro certosino consiste nell’attaccare la cellula umana, con particolare attenzione a quella polmonare. Alle cellule più resistenti, concediamo infiammazioni croniche quali: l’asma, le bronchiti e polmoniti con annesse malattie cardiovascolari e tiroidee, condite da allergie di ogni tipo. Quindi la smetta di attaccarci. La sua è una battaglia persa in partenza. Siamo forti in ogni parte del mondo. Soprattutto in quelle aree, in alcuni luoghi del pianeta, dove i controlli non esistono proprio. “Che delizia del palato”!

Un grandissimo risultato, mi creda. Mentre i Sindaci, si limitano e propongono il solo blocco del traffico, un inutile palliativo che ci fa sorridere, noi prosperiamo impunemente.

Li ringraziamo vivamente di ciò. Così come ringraziamo la comunità elettiva di tutto il pianeta, troppo indaffarata nell’inseguire l’effimera ricchezza materiale fine a se stessa, per accorgersi di noi, e che, con il loro voto, eleggono questi fantastici governanti Europei e Mondiali, che ci consentono di fare il bello e cattivo tempo contro l’ossigeno, il nostro nemico mortale.”

Firmato: “Biossid Azotin”.

PS: ora abbiamo, grazie alla vostra stoltezza, anche un alleato formidabile invisibile come noi.

 

1 ) Dramma nel mio orto durante la quarantena. 11/04/2020
A causa del cambiamento climatico dovuto al riscaldamento globale, quest’anno per la prima volta ho colto segnali disastrosi nel ciclo vitale delle piante, che ho messo a dimora con i semi nel terreno lo scorso novembre. Già dalla metà di febbraio notavo che qualcosa non quadrava. Le fave, i piselli, i broccoletti mostravano i segni di una fioritura precoce mai vista in precedenza.

2) La tragedia delle api.
Nel corso della mia vita a contatto con la terra, con l’orto, ho fatto sempre tesoro di una frase premonitrice enunciata da Albert Einstein:” quando le api scompariranno del tutto dal pianeta, con esse scomparirà anche l’uomo”. Come tutti sappiamo, dobbiamo la nostra salvezza o quasi, a questa creatura meravigliosa, che consente con l’impollinazione delle piante, l’arrivo sulle nostre tavole di ogni alimento vitale per la nostra esistenza. Lavoro che inizia dalla primavera fino all’autunno inoltrato.

3 ) Cosa abbiamo combinato!
Nel mese di marzo durante la quarantena, le piante crescevano, ma dei fiori impollinati e dei successivi baccelli pieni di piselli e fave, dai sapori pazzeschi, neanche l’ombra. Il pecorino doveva ancora aspettare. Solo qualche fiore di tanto in tanto ma delle api bottinatrici ancora nessuna traccia. Ho colto con mano i danni provocati da un pericoloso pesticida ancora non bandito da governanti inetti e miopi, caro alle multinazionali agricole e alimentari. Pesticida, che fa perdere l’orientamento alle api non consentendo così il loro ritorno negli alveari.

4) Lo sconforto di mio padre. 13/04/2020
I miei genitori entrambi hanno superato i 90 anni. In questi giorni terribili per la 4^ età, falcidiata da questo virus maledetto, me li coccolo come non mai, cercando di preservarli da contatti o uscite di casa. Mio padre,ha svolto tanti mestieri nella sua vita, ma quello che amava di più era fare il contadino. Amore per la terra trasmesso in pieno allo scrivente. Esce di rado di casa per osservare le dolci colline adiacenti la nostra casa. Questa mattina, si sentiva un po’ meglio e claudicante ha raggiunto l’orto. Quando ha notato tutte le piante spoglie o quasi di fiori e di frutti, dopo ore di sudore e fatica con zappa e vanga,(altro che palestra!), ha imprecato a voce alta alzando il bastone verso il cielo. I versi che seguono, rispettano in pieno il suo essere semplice, pulito e gentile, figlio di una generazione forte e forse irripetibile:

“ Padre”

Tu che arrossisci con tanto candore,

Tu che rispetti senza fiatare

i servitori della morale,

preti, gendarmi, camici bianchi

ed osservi senza capire

le nefandezze del genere umano.

Semplice essenza dallo sguardo perduto

stringi la terra nel pugno tremante

madre benigna per braccia ormai stanche,

solo il Tuo campo è un verde sorriso,

eterno giaciglio per un vecchio bambino.

Eugenia Serafini

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Erminia Gerini Tricarico
Ho tante cose che vi debbo dire (1)
Poveri fiori



Il giorno dopo il lock down ero a Piazza Santa Emerenziana davanti alla farmacia, per fare una scorta di antidepressivi. La distanza di precetto mi aveva fatto arretrare vicino al negozio di fiori, il più caro del quartiere (ma ogni volta che chiedevo uno sconto ammettevo che le sue orchidee rifiorivano anche l’anno dopo e i suoi tulipani duravano qualche settimana). Sulla vetrina il cartello “Da oggi questo negozio rimarrà chiuso. Metto i miei poveri fiori a disposizione di chi vorrà prenderli”. Sul marciapiede un secchio di latta con un mazzo di rose rosse: sulla strada, senza più il vaso di cristallo che le ospitava in posizione strategica rispetto alle altre piante, avevano perso l’allure di regine dei fiori. Sembravano spaesate, impaurite, orfane delle cure che ogni giorno venivano loro date. L’aggettivo scritto sul cartello mi ha richiamato Adriana Lecouvreur con il suo: “Poveri fiori, gemme dei prati, oggi morenti, quai giuramenti d’infido cor”. Dunque il fioraio, preoccupato della loro sorte, che la loro bellezza andasse perduta, aveva dato l’ultima chance di essere portate a casa da un’anima gentile. Nessuno faceva un passo avanti, temendo il giudizio degli altri, ma un uomo è uscito dalla fila. Subito il suo posto è stato occupato per punirlo di aver osato quello che ognuno aveva in mente di fare. La parola sfacciato è stata la più gentile del mormorio. Tirato fuori il coltellino svizzero ha tagliato il laccio del mazzo e sorridendo ha cominciato distribuire una rosa a ognuno di noi, chiedendo al primo della fila di offrire le altre ai clienti che uscivano e alle farmaciste. Nessuno, sono certa, aveva pensato a questa soluzione. L’atmosfera è cambiata. Pure le rose. Il signor Antonio, così si chiama, è stato fatto passare per primo anche se forse avrebbe preferito rimanere ancora fuori, a respirare luce e quotidianità. Quando il negozio riaprirà, continuerò come sempre a chiedere lo sconto, dopo aver ammesso che le sue orchidee fioriscono anche l’anno dopo, che i tulipani resistono settimane. Le sue rose poi… quelle non le batte nessuno.

Fortuna Della Porta
Risveglio

Uscì dalla doccia senza accappatoio e si gettò sul letto con un sorriso sempre più ampio. Percepiva le vibrazioni del corpo tanto da mancarle il fiato. Primo giorno della nuova vita, pensò. Ce l’ho fatta.

Si crogiolò nella luce che le indorò la peluria sulle braccia. Con lei erano rinati colori, i suoni della natura: il mondo era sempre al suo posto, ma da riscoprire. Sara non aveva mai fatto caso, per esempio, a quanto potesse essere vivido un azzurro o il verde di un filo d’erba. Emanavano suoni, diffondevano una sinfonia.

Le toccava ricominciare da capo.

Il primario di oncologia glielo aveva assicurato: -Una blanda terapia adiuvante, giusto per stare al sicuro, e tra qualche anno la disavventura sarà sbiadita.

La specializzanda al suo fianco aveva aggiunto:
– Un caso fortunato, mi creda. Poche donne scoprono un cancro in una fase tanto precoce.

Lei aveva fatto senza lamentarsi quello che andava fatto, felice di non aver perso i capelli perché il medicinale con cui era stata curata non esplicava quell’effetto collaterale. Concentrata su se stessa, la storia del virus non l’aveva spaventata più di tanto. Certo si dispiaceva per i numeri gonfi di tragedie che le giungevano da ogni parte, ma anche lei aveva la sua battaglia e non poteva distrarsi. Bastava che esercitasse la prudenza, per non infettarsi. Del resto accedeva alle sale della chemio attraverso un percorso dedicato.

Comunque aveva finito con le infusioni; la tipica fiacchezza le tagliava ancora le gambe, ma le parole scherzose dell’oncologo, poche ore prima, erano state inequivocabili: -Lei è guarita. Che ci fa ancora qua? Per favore, se ne vada.

L’eccitazione la invadeva. Si vestì e si truccò con cura. Si ricordò del suo lavoro che aveva lasciato da mesi e sperò che qualcuno nel frattempo si fosse occupato della sua piantina sulla scrivania. Ora, pensò, me ne sto rintanata fino a che non finisce il finimondo e poi prendo il volo. Si immaginò nuda a prendere il sole su un arenile tropicale perché ogni anfratto del suo corpo meritava quella carezza.

Infilò un disco di musica classica nel lettore e si accinse a una serie di telefonate. Voleva condividere il suo stato d’animo. A qualcuno fece delle videochiamate. L’ultima era per Paolo, oramai in pausa per il pranzo. Si erano sentiti a lungo anche nel pomeriggio precedente e avevano schioccato bacetti al dispositivo come due adolescenti. -Lascia che venga da te, l’aveva implorata ma senza sperarci. Metto tre mascherine e due paia di guanti. Sara aveva taciuto.

Lo aveva conosciuto alla presentazione di un libro e aveva scoperto che abitavano a due caseggiati di distanza. Si era stabilita un’alchimia repentina tra di loro e dopo appena un mese Paolo le aveva proposto la convivenza. Reduce da una recente delusione, lei si era mostrata sin troppo cauta. Poi, appena dopo la diagnosi, Paolo era tornato alla carica e ci aveva riprovato alle prime avvisaglie di un decreto di quarantena. –Inizieremo la nostra vita insieme quando sarò libera di progettare il futuro.

Ora che il miracolo era accaduto, aprì la conversazione dicendo: -Paolo, preferisci dormire verso la porta o verso la finestra?

Si accorse che era emozionato perché reagì dopo qualche istante con un leggero affanno: -Anche sul divano, purché si sia nella stessa casa.

Non era una sognatrice, lavorava coi numeri, ma lo stesso vide distintamente uno sciame di farfalle percorrere il salotto appena sopra il lampadario. -Non sapevo, commentò ad alta voce, che il cancro potesse dare alla testa fino a questo punto.

Allo squillo del telefono indugiò in attimo nella beatitudine che la invadeva. Poi rispose: -Sara Belloni? È convocata per domattina alle 8 per il tampone. Anche nel nostro reparto si è trovato il virus.

Francesco Ulivello

Arcobaleni sbiaditi

S’affacciano alle finestre
Mentre da un foglio teso
Da mani di bimbi
Un sorriso grida
Che andrà tutto bene
Ma oramai
Non sanno di nulla
Gli inni ai balconi
O i canti fra vie vuote.
Spento lo spirito
Di chi per forza
O in qualche modo
Voleva uscire ancora.
Le ultime briciole
sono state sbranate
dalla noia banale
mentre fuori
Infuria un silenzio grigio
Ed a noi con noi
Ci tocca stare
Pensando che forse
Non é che un Pesce d’Aprile

Gabriella Belviso
Cronache del coronavirus: il gabbiano e io

Vivo a Roma, quartiere Prati, zona piazza Mazzini. Abito in un palazzo, dove sono nata, di quasi cento anni, con un bellissimo e vasto terrazzo condominiale da cui si gode un panorama splendido: da una parte Monte Mario, con l’Osservatorio e l’Hilton, e dall’altro la cupola di San Pietro e tutte le cupole delle chiese più importanti di Roma. Vi sono stati girati, tra l’altro, numerosi film, tra cui il più famoso è “La banda degli onesti” con Totò e Peppino De Filippo.
Ogni mattina, di questi giorni di coronavirus, dato che non c’è mai nessuno, verso le 10,30 – 11 salgo a camminare per circa un’ora.
Cinque giorni fa, all’improvviso è planato un gabbiano e si è appollaiato ad un paio di metri da me. Mi sono spaventata, tanto più che non ne avevo mai visto uno così da vicino. E’ un animale
, con occhi molto vivaci e un becco in grado di staccare un dito in un battibaleno.
Molto guardinga, ho fatto la mia passeggiata e, nel momento di andarmene l’uccello è volato via.
Stessa scena per i successivi tre giorni. Essendo abituata ormai alla sua presenza ho passeggiato con tranquillità.
Questa mattina, invece, è arrivato come al solito e messosi sempre nello stesso posto, l’animale si è accovacciato ed è stato tutto il tempo della mia passeggiata tranquillo ed immobile, guardandomi ogni tanto e, come al solito, è volato via quando me ne sono andata.
Mio dubbio amletico:in questi cinque giorni si tratta di cinque gabbiani diversi che, per caso, si sono fermati sul terrazzo sempre nel medesimo punto, oppure si tratta dello stesso gabbiano che pian pianino sta prendendo confidenza con me?

Non Vincerai

Nostromi naviganti nocchieri numismatici
Operai orientalisti oboisti oculisti orafi
Narratori neopatentati noleggiatori netturbini
neurologi negromanti
Velisti vetrinisti velocisti vocalisti,
Intellettuali insegnanti infermieri illustratori
Novellatori novizi nubili nullafacenti nuotatori
nutrizionisti
Chirurghi camionisti ceramisti calzolai cuochi
circensi costumisti
Estetiste ebanisti elettricisti ecologisti editori
enciclopedisti economisti
Religiosi rappresentanti ricercatori ragionieri
ricamatrici,
Attori artisti, attivisti, astronomi, acrobati,
Imprenditori, incisori imitatori investitori
investigatori
NON
VINCERAI

Ilia Tufano
31 marzo 2020 ore 17.30.

Da un mese circa # sto a casa. In ossequio a quanto raccomandato ovvero prescritto.

La mia detenzione è più rigorosa di altre perché ho avuto un lieve episodio influenzale, con strascico a perdere di tosse; così ho potuto dedicarmi ad un esercizio , che mi piace molto: uscire dalla mia vita, provare una vita non mia, soffrire come se davvero stessi per ammalarmi seriamente, come se fossi, forse, ammalata del male che tutti, oggi, temiamo. Ma, solo un poco, solo da lontano, “per vedere l’effetto che fa”.

Lo so che non è igienico (mentalmente), però mi affascina.

L’espressione che meglio dice questa cosa è: “da lontano”. Dice bene anche questo momento così strano, che tutti viviamo.

Ogni rapporto è vissuto da lontano, anche quelli più ricchi di carica affettiva. Non è forse così?

Da un mese non abbraccio, non bacio i miei figli, i miei nipoti; li sento al telefono o li vedo da lontano e parlo con loro attraverso la mascherina. Non incontro, non abbraccio gli amici, non sento le parole dei poeti, non vedo le opere degli artisti, se non attraverso lo schermo, il telefono ed affini.

“Da lontano” mi infligge una sofferenza non priva di esaltazione, come mi dischiudesse un altro mondo nel momento stesso in cui mi priva del mio.

L’amore, ogni amore, credo, è figlio di Mancanza e di Artificio, così si legge nel Simposio.

In effetti la dimensione “da lontano” non è meno affascinante dell’essere vicini,. Porta il silenzio nell’anima, ne esalta certe attitudini, quali l’immaginazione, la riflessione.

Lo confesso, da tempo o forse da sempre ho vissuto, travolta da occasioni, progetti, doveri, dal devi essere lì, devi fare questo. Il “vivere da vicino” ha divorato le mie giornate, lasciandomi come vuota di desideri. Mi appiattiva, decisamente..

Invece la modalità “da lontano” è la dimensione del profondo. Ho scoperto che posso persino non aver niente da fare, bighellonare senza rimorsi tra memorie e progetti: che importa? Perché affaticarsi?

Per chiudere, poi, mi è venuto in mente Jaufré Rudel. No, non quello della troppo fortunata, un tempo, poesia di Carducci, quello vero, il principe di Blaia, poeta e trovatore in lingua occitanica ( cantò, si dice, Melisenda, contessa di Tripoli, che mai aveva visto, che vide solo in punto di morte). Lui scrisse: “Mai d’amore godrò se non godo / di questo amor lontano”.

Poi, tornerò, torneremo, spero presto ,ad incontrare gli amici.

Lara Di Carlo
Un filo invisibile

Da più di un mese ormai sogniamo un giardino incantato, dove poterci amare su un lago o su questa città splendida e deserta.

Quel giardino esiste oltre le mura che non possiamo varcare, basta chiudere gli occhi e ascoltare il cuore. Tutto acquista un altro colore.

Si può volare oltre il grigio del distacco. Oltre l’interminabile attesa, siamo distanti, non separati.

La lontananza non spezza quel filo invisibile, non riduce in frantumi la tenerezza dei nostri sguardi in cerca di un raggio di luce.

Lucia Ileana Pop
Abbiamo smesso di essere schiavi del tempo e padroni della natura

Per tanto tempo noi, esseri umani, siamo stati gli schiavi del tempo, sempre in una dura lotta per fare quante più cose nel minor tempo possibile, sempre desiderando di essere in più posti nello stesso tempo, lasciando sempre da parte la famiglia e dando priorità al nostro lavoro come se fossimo parti di un macchinario permanentemente in funzione e impossibile da fermare.

Ci sentivamo in cambio padroni della natura che ci siamo permessi di disturbare in tutti i modi, di tagliare gli alberi, i fiori, di sfruttare il sottosuolo, di cacciare e di ammazzare gli animali, di inquinarla e di distruggerla. E anche se lei ci ha mandata ogni tanto qualche disgrazia, non ci siamo fermati e non abbiamo capito che non potevamo andare avanti così per tanto tempo ancora.

E così siamo arrivati oggi a doverci fermare dal nostro frenetico cammino e meditare sulle cose positive e negative della nostra vita, sulle cose più o meno importanti.

Abbiamo capito nella drammatica situazione di oggi che esistono soltanto alcune persone e alcune cose per le quali vale la pena usare il nostro tempo, ma anche il fatto che la natura non è la nostra schiava, che noi dipendiamo da essa più di quanto potremmo immaginare, quindi le nostre azioni contro di lei sono, in effetti, azioni contro noi stessi, perché la nostra vita dipende dalla sua vita.

Siccome noi ci siamo dovuti fermare, la natura ha incominciato a pretendere pian piano ciò che è suo e così, in Italia si sono rivisti i delfini nei luoghi da dove prima erano spariti, vicino alla Sardegna, le lepri, i cinghiali, le papere a venire nelle città, gli uccelli a rifarsi i nidi su uno dei ponti sul Canal Grande di Venezia, le anatre a visitare la fontana della Barcaccia a Roma…

Abbiamo iniziato a respirare aria pulita, a vedere di nuovo le stelle, ma abbiamo cominciato a renderci conto di quanto abbiamo usato male il nostro tempo. Questo è un grande acquisto ottenuto da questa ugualmente grande disavventura che si è abbattuta su di noi. Come diceva il poeta filosofo romeno Lucian Blaga, “soltanto nei laghi col fango, nella profondità, crescono le ninfee”.

Dobbiamo essere consapevoli del fatto che in ogni cosa che accade, non importa quanto sia brutta e triste, esiste anche qualcosa di buono e considerare che è impossibile vedere la parte buona delle cose senza aver visto prima la parte oscura, che il bene, il bello, la luce… non li possiamo identificare se non abbiamo conosciuto prima il male, il brutto, l’oscurità…

Tutto ha una fine, dopo la più forte tempesta sul cielo compare un arcobaleno di una bellezza rara e poi il sole torna su in cielo. Alla fine non è tanto importante non sbagliare, quanto piuttosto essere capaci a imparare dai nostri errori, a condizione che non siano impossibili da correggere. Fintanto che esiste ancora vita, esisterà anche la speranza.

Luigi Alviggi
IL TEMPO AI TEMPI DEL COVID19

Stiamo scoprendo quanto rumore fa il silenzio… il nevrotico e continuo agitarsi contro ogni avversità si schianta contro le robuste pareti domestiche e se da un lato ciò ne accentua il livello già alto, dall’altro dovrebbe indurci a mutare gli abiti solitamente indossati per riscoprire il valore del TEMPO, l’unico bene del quale ci è concessa una parentesi davvero limitata e che spesso viene gettato via nel peggiore dei modi.
Il coronavirus porta paura, disagi, limitazioni, e tanta morte nel pianeta, mettendo in crisi tutte le strutture sanitarie. Una pandemia che forse trova raffronto solo con il caso della “spagnola” che provocò – alla fine della Prima Guerra Mondiale, intorno agli anni ’20 del secolo scorso – alcune decine di milioni di vittime nel mondo. A cospetto del COVID19 ci scopriamo tutti uguali e, a causa dell’isolamento cui siamo costretti, va inevitabilmente in crisi l’intero sistema di valori nel quale ci siamo abituati a vivere. La corsa verso il primato a qualunque costo subisce una pesante battuta d’arresto – rendendoci miseri e avviliti – anche se, per troppi di noi, questo non è bastevole per una riflessione profonda. Così, poco ci poniamo il problema degli ultimi. Di coloro cioè che, già prima precari, si sono trovati senza lavoro e magari senza l’unico sostegno familiare contro l’emergenza di una vera e propria sopravvivenza. O di quelli ancora più sfortunati che, già con pochissimo o nulla precedente, si ritrovano sballottati senza scampo tra i flutti del maremoto in corso.
La terra ci presenta il suo conto? La causa scatenante ha colpito solo la RAZZA UMANA! Non possiamo dunque pensare a una nemesi del mondo in cui viviamo contro la specie che lo sta devastando,

ponendo il proprio primato e rendendolo schiavo e vittima di inarrestabili e tiranniche violenze? L’impoverimento ininterrotto di cui è fatto bersaglio, in ogni modo possibile contro il nostro unico ambiente di vita, ha permesso sinora lo smodato moltiplicarsi e ingigantirsi dell’umano a spese di qualsiasi componente esterna, vivente e no! Ora, per la prima volta nella storia, l’uomo non combatte contro l’altro uomo ma affronta un nemico comune invisibile, la cui potenza viene da una fonte contro la quale nulla possono gli enormi armamenti posseduti da ogni nazione. La smisurata quantità di denaro speso per questi meccanismi di morte avrebbe sicuramente risolto al meglio la povertà mondiale. Una potenza spaventosa e inarrestabile – speriamo di no!, certo – si dispiega sotto i nostri occhi lasciandoti basiti per l’impotenza collettiva. Auguriamoci di uscirne presto e al meglio, senza dimenticare un monito inevitabile per il futuro. Che il Signore ci risparmi, nella Sua misericordia, una possibile futura vendetta nella forma di un incorporeo virus a diffusione aerea – ciò significherebbe la distruzione o la sopravvivenza per pochissimi umani! – contro il nostro irragionevole, smisurato e cieco comportamento predatore!
A esortazione, per superare la presente drammatica fase, ricordiamo che l’isolamento forzato ha dato vita a tanti capolavori nella storia pregressa: letterari (Boccaccio, la peste e il Decamerone, per esempio), artistici, umanitari, dunque in sé non è un male ed effetti benefici possono superare di gran lunga quelli negativi. Certo ogni abuso è un crimine, ma il forzoso non ammette scampo o deroghe!
Ricordiamo la lunga notte insonne dell’Innominato manzoniano che impatta con il suo turpe passato e il suo aprirsi alla speranza di una nuova vita tramite l’incontro con il Cardinale Borromeo. Rivediamo nella mente le toccanti e commoventi immagini di Papa Francesco benedicente una Piazza San Pietro deserta, che ci pone di fronte a una realtà ignota, mai prima vissuta, offrendoci la visione di un tempo estraneo, diverso e inatteso. Convinciamoci della nostra estrema limitatezza, fisica e mentale, e affidiamoci alla potenza dei sentimenti più riposti ma anche più veri e gratificanti. Guardiamo avanti con l’intenzione e il rispetto di comportarci e agire nel migliore dei modi verso tutto quanto ci ospita nel nostro transitorio viaggio. Questo potrà salvarci dall’incendio devastante che ci accerchia, lambendoci con un soffio mortale. Nel fausto domani che tutti attendiamo, e nel quale fermamente crediamo, MAI dimentichiamo(!) l’ieri maligno.

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COVID19 da LE SCIENZE, marzo 2020

Siamo una candela che finirà col consumarsi, dopo aver mutato in fumo tutta la sua fiamma vitale. Che il tempo del contagio venga vinto al più presto dalla scienza, ma ancor più da quello dell’AMORE in ogni sua forma!

E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. (…) Il tempo moriva e lui restava. (Luigi Pirandello?)

“Sed fugit interea fugit irreparabile tempus” (Publio Virgilio Marone, I secolo a.C., Georgiche, III, 284). Il “fugit” ripetuto due volte scandisce e ribadisce l’incessante marcia inarrestabile del Tempo: “Ma intanto fugge, irreparabilmente fugge il tempo”

10.04.20

Maggie van der Toorn

Ninna nanna della speranza

La mia amica Sandra è diventata nonna. Pochi giorni fa mi ha inviato alcune bellissime foto del suo primo nipotino che ho sfogliato con premura come se avessi tra le mani il neonato e non il telefono. Stessa cosa per Catia, la figlia di un’altra mia amica che ha messo al mondo la sua secondogenita e mi ha inviato decine di foto con lei e la bimba in braccio, visibilmente commossa con gli occhi lucidi. Mi scrive che si sente in colpa perché l’ha messa al mondo in questo periodo di grande difficoltà e cambiamento globale e si chiede che futuro potrà mai donare ai suoi figli. Non saprei rispondere a questa domanda. Posso solo rassicurarle che ogni evento terribile ha portato via persone e ne ha messe al mondo nuove. Era così durante le guerre, nella grande depressione del 1929 e durante la pandemia della Spagnola, per citarne solo qualcuno. Penso che anche le mamme di quei periodi hanno avuto la sua stessa preoccupazione, anche se ora il motivo è un altro: il dannato coronavirus e tutte le conseguenze.

Probabilmente il pensiero di un genitore non cambia, nemmeno con il tempo, né con le nuove nascite, ma rimane lì, radicato e pronto per essere trasmesso alle nuove generazioni.

Lo stesso pensiero di Catia l’avranno avuto i miei nonni quando spingevano in avanti il passeggino che conteneva una bimba vispa con tanta voglia di vivere in una città assediata dal crescente fascismo. Mia nonna esprimeva la sua forte preoccupazione verso quelle leggi razziali fasciste che erano l’inizio di qualcosa di atroce. Di sera prendeva la figlia in braccio per cullarla in un sonno sereno e consolarsi con quel profumo di bimba. Fece la stessa cosa con mio zio quando nacque e si dovette tener cura da sola di due bimbi piccoli perché il marito era stato portato via dai nazisti.

Quel pensiero lo ha avuto mia madre l’estate dei giochi Olimpici di Monaco di Baviera, quando un comando di terroristi irruppe negli alloggi destinati agli atleti Israeliani, uccidendo due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele. Un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati. Ero piccola, ma mi ricordo le immagini cruenti del telegiornale e la tristezza negli occhi di mia madre quando mi rimboccava le coperte e mi diceva che sarebbe andato tutto bene.

Quel pensiero l’ho avuto io, quando cantavo la ninna nanna a mia figlia appena nata, e la terra mi tremò sotto i piedi mentre nelle Marche e nell’Umbria crollavano i tetti addosso alle persone. Mai avrei pensato che lei un giorno mi avrebbe cantato le stesse note, ma in maniera così soffice ed angelico per farmi per un attimo dimenticare il brutto periodo che stiamo vivendo.

Quella ninna nanna l’hanno cantata le mamme che ora sono diventate nonne e bisnonne, alcune ci sono ancora, altre no, ma che hanno lasciato il loro insegnamento; quelle mamme che ora sono anziane e come i loro compagni, categoria di maggior rischio del micidiale coronavirus. I nonni, roccaforti delle famiglie, di cui l’ottanta per cento si occupa dei nipoti fino a quando compiono almeno tredici anni. I nonni, punti cardinali, che lasciano le loro tracce nelle anime dei bimbi, simboli di tenerezza e comprensione: gli eroi del nostro passato che hanno avuto le stesse paure e le stesse domande. I nonni che sono esposti a maggior pericolo perché il virus non guarda in faccia nessuno, proprio nessuno, partigiani o no…

Ed ora quel pensiero trafigge le menti dei genitori dei nati del 2020 legando tutte le generazioni allo stesso destino e alla stessa preoccupazione: ce la faremo? Ne usciremo vincitori o sconfitti? Saremo cambiati sicuramente, come ancora non si sa.

Intanto i giorni di quarantena passano, come i cieli colorati di rosso dei meravigliosi tramonti dopo ogni bella giornata di primavera. Importante non mollare, restare a casa, attendere la pioggia che non arriva ed i ghiacciai che si sciolgono. E nell’attesa che arrivi il caldo che dovrebbe spazzare via uno dei nostri più grandi nemici del momento, incorniciamo le foto dei bimbi appena nati con un’energia nuova e con il desiderio di poter abbracciare presto quelle piccole vite per poterle cantare la ninna nanna della speranza.

Roberta Filippi (Artista)
RESPIRO

Ora, in questo tempo sospeso, cerchiamo di non respirare. Il meno possibile. E soprattutto assolutamente non il respiro degli “altri”. L’Aria, quella che ci unisce al cielo, che è lei stessa il cielo, che inizia già da appena dove finisce la Terra. Ora la avvertiamo come un pericolo!

RESPIRO

E mi rivedo bambina, in una spiaggia del litorale tirreno, nelle prime ore del mattino; luce chiara, e l’acqua, vasta, immensa e accarezzata dai riflessi del sole, in mille sfumature d’azzurro. Mi sembrava che tutto danzasse, il pulviscolo dorato, l’aria che si arricciolava con piccoli sospiri. E io che respiravo a pieni polmoni, aria e luce, sentimenti, stupore ed emozioni.

Ora so che quella percezione di bambina era giusta, il mondo danzava davvero una danza cosmica; la sabbia, l’acqua e l’aria nelle loro particelle di molecole radiose di energia, pulsavano e vivevano e io partecipavo vibrando di emozione a quella immensa danza.

Ma ora no. Non ancora, non per ora. Ora è il tempo, per la Terra e per noi, di guarire nello spirito e nel corpo.

RESPIRO.

Abbiamo dentro tutto il sole, il mare, i fiori della primavera che avanza leggera e invincibile, con altri principi, valori e ritmi diversi da quelli di noi umani. Ma non sempre ritroviamo il nostro respiro, profondo e libero, che si nutre del respiro delle cose create.

RESPIRO

Quante voci ha il respiro, quello unito al pianto, che alla nascita ci consente il passaggio di stato e l’ingresso alla vita nel mondo. O quell’ultimo respiro di mia Madre, raccolto mentre moriva tra le mie braccia. Vita e Morte.

RESPIRO

Sottili vortici che si levano dai nostri corpi meravigliosamente ideati e comunque perfetti e si intrecciano con tutti gli altri respiri, fino al di là dei continenti, un immenso unico polmone che disegna arabeschi che si levano oltre la Terra, nello spazio.

Ma ora, è il grande organismo della Terra che ha bisogno di respirare.

Con o senza di noi.

Rosa Simonelli Macchi
“SENZA VEZZI E SENZA BELLETTI”

Anche stamattina, come abitualmente faccio, ho spolverato, in ogni stanza, i vari elementi d’arredo.
Nella mia camera da letto ho poi dedicato, al ripiano di marmo dell’antico “comò”, il solito tempo più lungo e la solita cura più scrupolosa…
Rispettando l’ordine di posizione dei diversi “ammennicoli” che, a mio gusto, fanno al mobile da felice complemento, mi sono improvvisamente accorta di una cosa….
Ho visto che, “distratta”, una mia collana di perle se ne stava ferma lì, allo scoperto, sul velluto lavorato del tappetino rosa… Chissà perché non l’avevo riposta e chissà perché non l’avevo più degnata di una mia attenzione? Il bel monile era proprio accanto ad una piccola ampolla di vetro con il collo sottile e il corpo tondo dove mia madre serbava la sua colonia “Paris”. La coppia di oggetti, casualmente vicini, mi ha riportato alla mente una certa espressione: “SENZA VEZZI E SENZA BELLETTI”.
Era l’epoca in cui studiavo con la mia compagna di banco scambiandoci le nostre “competenze”: io, forte in latino…. lei, forte in matematica…..
Ci si ritrovava a volte a casa mia, a volte presso la sua bella abitazione dove una nonna distinta, colta, all’antica e, sempre con le scarpe anche in casa, ci invitava, tutta sorridente, all’amore per i libri ripetendo garbata: “Brave ragazze… SENZA VEZZI E SENZA BELLETTI”. Io non capivo bene, allora, il senso di quelle parole: forse era un complimento, forse anche un invito a mantenerci nella semplicità…..
Più tardi ho scoperto che, in fondo, una donna può comunque permettersi, in certe occasioni, di unire all’eleganza del porsi e del dire, con lo stile che la deve distinguere, il semplice ornamento di un “VEZZO” al collo insieme ad un delicato “BELLETTO” sul volto….
Ora io ho dimenticato la mia collana, non ho più da giorni fatto ricorso alla magia di bellezza attraverso l’arte della mia domestica cosmesi…..
Le rarissime uscite che faccio in questo tempo di pandemia per il supermercato e per la farmacia non prevedono al collo, alle orecchie, alle mani troppi gioielli. Il mio volto, quasi coperto dal verde chiaro della mia mascherina, non sente bisogno di cipria, rossetto, mascara….
E le dita e i polsi, infilati nei guanti, rifiutano anelli e bracciali importanti… E’ così “genuina” la vita? O forse è soltanto priorità di attenzioni che vuole la STORIA in questo momento? Io penso: se lo studio di un tempo, secondo una nonna saggia e all’antica poteva essere un buon compagno di vita “SENZA VEZZI E SENZA BELLETTI” perché non provare, in questo frattempo, ad amare i libri di più?
Perché non provare ancora a studiare?

Piero Antonio Toma
IL FUTURO DEL ROMANZO E IL CORONAVIRUS

Secondo me il romanzo del dopo corona virus, che ora ci costringe a una vita di confine, vivrà una sorte analoga a quella che, nel loro sorgere, produssero il genere giallo e quello fantascientifico. E di quest’ultimo, da Isaac Asimov, in poi, il romanzo post virus sgraffignerà alcuni ingredienti. Che so, le città di giorno deserte immerse in un clima surreale del tutti a casa, mentre a mezz’aria volteggeranno i prossimi discendenti di Icaro, come droni e uomini mascherati. Di notte invece tutti in giro in qualche nuova forma di movida. Ma ci sarà un’altra sostanziale differenza, Che mentre il giallo e la fantascienza sono germogliati nel grembo prevalentemente occidentale, la nuova pandemia letteraria sarà la prima a contagiare tutte le pagine che seguiranno nel mondo. Ed è per questa ragione che vivremo letterariamente una primavera unica. Nemmeno le correnti letterarie e artistiche, anche quelle più riuscite, hanno interessato l’intero pianeta. Ma il dubbio rimane, come quello a cui s’era aggrappato il Lord Jim di Conrad sapendo di aver tradito non solo se stesso. Fino a che punto il romanzo potrà dividersi tra la tradizionale biblioteca di Alessandria trasmutata in Amazon e il libro on line? Di certo, come dicevo, dalla pandemia del virus passeremo e, questa volta, per fortuna, ad una pandemia letteraria. Tutti a parlare del proprio vissuto della paura, della malattia, della morte , della miseria e soprattutto della nuova alba. Sarà un universale tema in classe. Mai l’umanità sarà vicina a se stessa grazie al nuovo esperanto. Infatti per la prima volta nella sua storia il mondo avrà:

– una unica lingua in grado di temperare l’invadenza del Potere, del Mercato, della Tecnologia;

e una nuova stagione che il pianeta sta già assaporando passando per le armi le violenze perpetrate ai danni della vita, dell’aria, della terra e degli oceani.

Così nel nostro inventario ci porteremo dietro l’atlante delle cose perdute e della socialità ritrovata.

Pietro De Santis
Otto aprile, mercoledì

Era giovedì ventisette luglio millenovecento sessantuno; un bambino guardava la luna sorgere dietro i Monti Lepini: era grande, bella e luminosa e si alzava lentamente. Il bambino la fissava dalla finestra: improvvisamente, si mise a piangere e si nascose dietro una poltrona a causa di un terrore improvviso. I genitori, gli zii, tutte le persone che erano in casa ne furono sgomenti. A nulla valsero le tenerezze e le raccomandazioni, neppure le spiegazioni: forse ebbe anche un improvviso sbalzo di temperatura. Lo misero a letto.

Naturalmente tutti erano turbati dall’improvvisa follia del piccolo che, per altro, era un eccellente studente, meritevole ed ubbidiente. Finita l’estate densa di terrori, con l’autunno le cose migliorarono ed il medico di famiglia provò a tranquillizzare gli esterrefatti genitori, parlando loro delle crisi tipiche – tipiche? – dell’infanzia. A distanza di tempo si comprese che, a scatenare quell’improvvisa paura della “morte”, fosse stata una lezione d’astronomia fornita dall’incauto, seppur bravissimo, maestro elementare: la spiegazione della nascita dei pianeti e della loro futura evoluzione in un disastro stellare. Il bambino ricordava le diverse illustrazioni: una sfera dapprima incandescente, poi raffreddata, poi rigogliosa di vita, di nuovo incandescente fino al disastro. Una delle immagini era identica alla luna d’agosto.

Le spiegazioni scientifiche se per un verso rassicurano, per un altro destabilizzano. L’inconscio degli esseri umani è molto più antico della scienza, circa centomila anni, e nonostante la ragione proponga spiegazioni molto forti, esso domina incontrastato per lo meno nelle situazioni d’allarme.

Quello stesso bambino, molti anni dopo, si trovò ad ascoltare l’intervista ad un astronomo, per il transito di una cometa nel sistema solare: alla domanda del giornalista su cosa sarebbe potuto accadere rispose che, con buona probabilità, l’astro sarebbe passato oltre il sole; altrimenti? Incalzò il giornalista; altrimenti il disastro, rispose l’astronomo. Raggelato, il giornalista domandò per chi sarebbe stato un disastro: per la cometa rispose, ridendo, lo scienziato.

Il bambino, a quel punto giovane studente di fisica, bollò con il termine str.… l’astronomo sadico in questione che, alla televisione pubblica in prima serata, si divertiva a spaventare gli ascoltatori: nonostante gli studi in fisica, per un lungo secondo, il giovane si era sentito raggelare il sangue.

Dopo un po’ di anni ancora, ormai al corrente del proprio stressante mondo inconscio, il giovane iniziò a studiare anche psicologia. Ovviamente quello sono: con questo piccolo aneddoto dò conto, semplificando, della duplice e personale scelta teorica.

Questa lunga introduzione mi aiuta a parlare, ormai solo in due frasi, di un argomento attuale riguardante il coronavirus, avendo utilizzato come pretesto la super luna di questa sera che, cinquantanove anni orsono, terrorizzò quel bambino.

L’argomento recentissimo riguarda il dopo virus.

Il “commissario agli allarmismi” Arcuri, tanto voluto dai politici, ha fatto una dichiarazione preventiva sui prossimi disastri possibili, qualora si procedesse ad una troppo precoce ripresa delle attività.

Sono consapevole che egli abbia assolutamente ragione ma so, anche, che il sadismo della scienza non aiuta.

Come affermavo prima, l’inconscio precede di circa centomila anni la nascita della scienza moderna.

Rosella Mancini
10 aprile: Venerdì Santo in un tempo sospeso.

Dove sei

quando le reti del silenzio avvolgono

e il buio invade ogni angolo del cuore

e più forte si ode muto

l’urlo del dolore innocente

perdersi in un deserto

di segni senza senso

tradito in inutili grafemi,

venduto in sensazionali immagini

senz’anima, senza pudore.

Senza te.

Eppure ti ho sentito,

piangevi nel mio cuore

mentre tutto crollava e già

nuove morti, altrove, si preparavano.

E io non sapevo,

non capivo,

ma erano tue le lacrime

che mi bagnavano il viso.

Parvarosa

****

11 aprile

Dimentica l’inverno,

lasciati fiorire.

E’ qui,

la primavera è qui,

ci siamo dentro.

Dall’alto lasciamo cadere i nostri sguardi

sui rami protesi.

Non è un pesco,

un mandorlo forse, o un ciliegio.

Si tuffano tra petali candidi

le nostre anime bambine.

Nuovi nella luce pura,

siamo in questo istante

di ritrovata innocenza,

intuizione di ciò che sarà.

Ti riconoscerò quel giorno.

parvarosa

****

La luce che irrompe nelle stanze non permette obiezioni o pietose formule dubitative.

Bel tempo, cielo cristallino, quell’aria profumata ( avrà sfumature diverse nelle diverse ore del giorno, immagino, come capita in aprile).

Vigilia di Pasqua.
Una giornata primaverile di quelle che ti spingono fuori di casa volente o no…che ti spingerebbero. Eppure.
La clausura proseguirà ancora.

Yvonne Carbonaro
I pensieri che ci affliggono

Il video dei camion militari che portavano le bare al cimitero nel corteo funebre di un inedito allucinato rito funerario è stato raccapricciante. Ha ferito le nostre anime.
Poi la teoria interminabile di tir che arrivavano per consegnare i presidi anti Covid a Napoli all’Ospedale del Mare accolti da un concerto di clacson e da applausi ci ha risollevato il morale. Di recente però le foto delle bare allineate a New York nelle fosse comuni ci ha nuovamente riportati all’orrore di questo terribile momento che il mondo sta vivendo.
È un continuo oscillare tra dolore e speranza e ancora dolore. C’è il dato positivo che l’inquinamento si è ridotto, il mare e l’aria sono più puliti ma il timore del disastro finanziario fa temere per il futuro di tante famiglie. Eppure non sono ancora queste le priorità al momento. Nonostante gli sforzi e i sacrifici dei medici e paramedici che si stanno impegnando a curare e salvare tante persone, finché, in mancanza di vaccini e farmaci di sicuro effetto, il rischio del contagio continua ad incombere, il “distanziamento sociale” resta la sola barriera contro il peggio. E mi è tornata in mente una tagliente amara lunga poesia di Pablo Neruda: “Solo la morte” da “Residencia en la tierra,II (1931-35)”
…A volte vedo/ solo bare a vela/ salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte/….bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido,/ in su con le vele gonfiate dal suono della morte,/ gonfiate dal suono silenzioso della morte…. la morte va per il mondo vestita da scopa, / lecca la terra cercando i morti, / …La morte sta sulle brande;/ sui materassi che affondano, sulle coltri nere/ vive distesa, e all’improvviso soffia:/ soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;/ e ci sono letti che navigano verso un porto/ dove sta in attesa vestita da ammiraglio. Questa terribile emergenza che sì è andata gradualmente espandendo dalla Cina all’Italia e poi via via negli altri paesi, ci ha colti tutti impreparati costringendoci in casa. Per coloro che hanno perduto il lavoro, che hanno dovuto interrompere ogni forma di attività e sono rimasti senza risorse, che non hanno da mangiare, è una tragedia nella tragedia. Personalmente devo considerarmi fortunata; questo isolamento, a cui data l’età non penso di derogare minimamente, non mi pesa troppo se si esclude il senso di angoscia che incombe quando si sentono tante notizie negative. I giorni scorrono tutti uguali, è vero, ma quasi non me ne accorgo: leggo, scrivo, comunico con amici e conoscenti attraverso telefono e social e vedo i film in tv. Mi impongo di essere serena e razionale. Ripeto a me stessa che panico e paranoie non aiutano e non fanno parte del mio carattere. C’è però una grande spina di preoccupazione che perennemente mi punge dentro: mio figlio che è rimasto bloccato all’estero. Non lo vedo dai primi di gennaio. Comunichiamo frequentemente con WathsApp e mi dice che sta bene. Ma si sa, i figli sono il primo pensiero per tutte le mamme!

Rosario Romero

Giovedì 2 aprile

Un’altra mattinata gelida e con un bellissimo cielo limpido.

Oggi Nicola va dalla madre, pranza lì e poi va a studio nel pomeriggio. Io cucino per la cena spaghetti con zucchine e tonno e poi ci mangiamo le puntarelle di Massimo, il fruttivendolo.

Mi telefona Wilma, mi che dice anche lei non è mai uscita di casa dall’inizio della pandemia. Gino esce per fare la spesa. Vede il nipotino solo con whatsapp. Cammina tutti i giorni una mezz’ora avanti e indietro lungo il corridoio dell’appartamento. Poi il pomeriggio giocano tutti e due a burraco, hanno lasciato il panno verde fisso sul tavolo da pranzo. Lei si sta dedicando alla pulizia a fondo della casa e dei cassetti, piano piano. Io le dico che proprio non ci riesco. Gino si dedica principalmente a riordinare i libri della libreria.

Che bravi sono. Io cucino e faccio le pulizie in cucina e in bagno a fondo, e passo la scopa ogni giorno. Ma non riesco a fare le pulizie che dovrei fare dentro gli armadi. Io sono immobilizzata. E’ una sorte di pigrizia mentale che mi paralizza.

Ci dovrò provare e ci devo riuscire. Quando comincio? Ci vuole una data di inizio. Cmq in fondo, ripensandoci, sto evitando i gesti che mi potrebbero fare diventare nevrotica aumentando appunto i gesti della mia attuale quotidianità. Fin ora sono limitati a quelli delle mie abitudini, niente di più. Mi voglio risparmiare delle azioni straordinarie. Preferisco raccontarmi una consuetudine ben organizzata senza aggiungere nessun altro compito. Solo consuetudini ripetute, non gesti nuovi come sarebbe una pulizia degli armadi. Questo per ora, poi …

Bozza Decreto scuola, tutti promossi per legge. Esame di maturità solo orale.

L’esame di terza media può saltare

“Il coprifuoco per 24 ore al giorno a La Mecca e Medina inizia oggi fino a ulteriori comunicazioni”, in Arabia Saudita il numero dei morti è salito a 21.

Un milione di casi nel mondo, metà dell’umanità a casa. 50mila i morti per il virus, la Spagna supera le 10mila vittime. Gli Stati Uniti, con 884 decessi, non invieranno più aiuti sanitari agli alleati (come Nicola aveva previsto).

Van Der Leyen annuncia un piano straordinario: «100 miliardi contro la disoccupazione».

Varato Sure, il fondo Ue destinato a finanziare le Cassa Integrazione nei Paesi in difficoltà.

E’ un primo passo importante, ma non basterà.

Venerdì 3 aprile

Fuori il sole è già alla sua solita posizione mattutina. Luminoso indisturbato. Noi qui in casa con il riscaldamento acceso ci godiamo la sua luce tranquilla e rassicurante. E’ il re buono delle mie giornate. Alle 7 di mattina – ed è un po’ di giorni che succede – sul balcone si sente il strano cinguettio di un uccello, uguale a quello che sentii in una foresta dell’Australia. Forse un picchio.

Il pomeriggio, mentre sto sul balcone della cucina e sistemo le casse di frutta e verdura sento il mio vicino, anche lui sul suo balcone che mi saluta: “Ciao Rosario!” Esce anche la sua compagna. Ci salutiamo. Tutti e due fanno una coppia giovane e molto allegra. Sempre un sorriso divertito sulle labbra. Sono nuovi nel palazzo. Da quando sono arrivati vengono spesso a bussare e mi chiedono cose molte particolari: c’è stata una volta che lei mi ha chiesto il fon, un’altra volta la carta forno, ultimamente le chiavi del terrazzo condominiale e la sera prima un rotolo di carta igienica spiegando che dovevano girare un video … Boh? Con loro ci eravamo scatenati a cantare sui balconi e poi ci siamo visti tutti quanti sul tg1. Era l’inizio della pandemia, quando eravamo tutti un po’ euforici. Abbiamo quel ricordo in comune che ci unisce affettuosamente. Lui mi chiede “ come mai ti chiami Rosario? Sei spagnola ?”io rispondo che sono di Siviglia ma sono vissuta a Parigi .” Oh!” rispondono in coro, molto interessati. Solo allora mi ricordo che avevo già sentito più volte della musica flamenca che veniva dalla loro cucina e capisco il loro interesse e dico. “ A voi piace la Spagna vero?” Comincia una vera e propria illustrazione della loro passione per Granada, lei per Siviglia e lui per Malaga, anche e soprattutto per la musica e il ballo. Mi fa molto piacere tutta l’allegria che viene fuori da questa conversazione. Mi viene da dire che anche in Spagna la situazione è molto drammatica , ma percepisco che loro vogliono sorvolare e lui dice che la loro amica a Granada non aveva grossi problemi. Sono un po’ stupita ma capisco, anche se non condivido, questo approccio. Ci salutiamo e riprendo la sistemazione delle cassette.

Alle 17.30 ci mettiamo in contatto con Elsa con una video telefonata. Cantiamo alcuni cori di Dido e Eneas di Purcell. Come pensavamo non è facile cantare e il suono è più lento del video. C’è sempre un piccolo ritardo per una delle due. Cmq dopo un po’ ci rendiamo conto che era passata un’ora e un quarto a cantare e ci diciamo che tutto sommato non è male , non c’eravamo rese conto del tempo. Prima di interrompere la conversazione mi dice che è molto preoccupata per la ripresa e per questo il giorno prima è rimasta a letto tutto il giorno in balia della depressione. Allora gli ho detto che io un giorno a settimana mi sento così, ho una giornata di sconforto- depressivo. Penso che dovrei chiamarla più spesso.

In serata ricevo un messaggio della dottoressa T. Lei deve mandare all’ospedale Gemelli una richiesta specifica per prenotare la PET-TAC e devo sentirla lunedì.

Nuovo record mondiale 1460 deceduti negli USA. Nello Stato di New York nelle ultime 24 ore sono morte 526 persone. È tsunami sull’economia Usa: a marzo si sono persi 700mila posti di lavoro, 28 milioni sono a rischio entro maggio, si tratta del primo calo dell’occupazione da 10 anni.

Sabato 4 aprile

Quando mi alzo c’è penombra in casa, sono le 6.15. Accendo la luce in cucina. Da domenica scorsa con l’ora legale a quest’ora è così. Alla radio c’è un replay con Renzo Arbore molto piacevole e poi c’è la rassegna stampa. Fra i temi c’è quello delle mascherine: la qualità, molte sono purtroppo indubbiamente imperfette, e la distribuzione, da effettuare su tutto il territorio italiano. Le mascherine nella fase 2 avranno un ruolo molto importante visto che dovremo portarle ancora per molto tempo. E poi c’è il tema dei mercati rionali che sono stati riaperti , gli articoli sottolineano il fatto che la gente non rispetta le distanze, e poi ancora quello dei blocchi di controllo stradali sempre più numerosi che mettono in evidenza il numero crescente di multe, troppe persone ancora poco rispettose delle regole sanitarie, e poi quello degli stipendi dei calciatori scesi del 30% e poi dei rapporti via internet nel futuro, e infine che sicuramente per il mese di maggio cinema e teatri non saranno riaperti. I locali – bar, ristoranti – invece potrebbero riaprire solo se rispettano le distanze di 2 metri fra i tavolini.

Mi telefona Stefania e mi dice che Nicola, in quanto avvocato, nel prossimo futuro avrà tanto lavoro da sbrigare, poiché molte coppie che conosce si stanno spaccando. La convivenza stretta non aiuta a risolvere i problemi, ma al contrario li accentua.

Con l’aiuto di Jaime siamo riuscite a fare una video telefonata con Silvana. Ho visto Silvana con la mascherina e i guanti a casa sua e più in lontananza c’era Jaime anche lui con la mascherina e i guanti, e ci siamo salutati. Ero molto contenta.

Il pomeriggio succede una cosa molto strana. Prima telefona Soraya e poi Teodora. Ognuna di loro vuole sapere se può ritornare a lavorare a casa. A ognuna chiedo come mai? Hanno già ripreso a lavorare? Ma non è proibito ancora uscire? Soraya mi risponde che lei ha ricominciato e per questo si deve organizzare. Teodora no, ma vorrebbe fare qualcosa s’annoia terribilmente a casa per cui vorrebbe tornare a stirare. Mah? Sia a Soraya che aTeodora dico che purtroppo Nicola non vuole assolutamente per il momento che nessuno entri a casa. Mi rispondono che ci sentiamo sabato prossimo.

In Italia 124.632 casi. Calano i pazienti in terapia intensiva, è la prima la volta.

Trump ammette che “ci saranno molti morti nelle prossime settimane”, parla di “medici in guerra” e annuncia l’invio di mille militari a New York per aiutare la città in emergenza Coronavirus. Ma allo stesso tempo torna a insistere: “Dobbiamo riaprire il Paese. Non possiamo stare chiusi per mesi e mesi. Questo Paese non è fatto per questo”. Gli ultimi dati Usa, però, parlano di oltre 8.000 vittime e oltre 300mila casi di contagio.

Il vice presidente dell’Ecuador, Otto Sonnenholzner, si è scusato per le immagini dei morti lasciati nelle strade e nelle case della città di Guayaquil, la più colpita dall’epidemia. La settimana passata, militari e polizia hanno rimosso 150 corpi che erano rimasti nelle abitazioni di Guayaquil, in seguito al rifiuto delle imprese funebri di rimuoverli; molti sono stati lasciati in strada.


domenica 5 aprile 2020

Nel dormi-veglia questa mattina sentivo in sottofondo lontani e leggeri rumori di pentole in cucina. Che bello sentire del movimento in casa! Dopo un po’ mi sono alzata, erano ormai le 9. Avevo dormito quasi 12 ore questa notte. In cucina c’era Nicola che preparava il sugo salsicce e spuntature. Aveva già fatto il caffè.

Abbiamo parlato con Paola, ci rassicura dicendo che Carlo stava meglio, non aveva, come si era creduto il giorno prima, un’ occlusione intestinale. Potrà normalmente cominciare la radioterapia l’8 aprile. Il sole ormai sta girando, è quasi arrivato sul balcone del salotto.

Dopo una conversazione telefonica io e Nicola in viva voce con Margherita decido di fare la PET-TAC in una clinica privata. Troppo rischioso in questo periodo andare al Gemelli. E poi abbiamo toccato il tema delle mascherine. Realizzo che questo tema sarà il tema principale delle conversazioni di questi giorni e addirittura sta diventando la bagarre delle mascherine. Il governo non ha dato ancora l’autorizzazione a nessuna forma di mascherina. E’ un problema reale. C’è da segnalare la FFP2 che tutti dicono sia la migliore perché garantisce una protezione individuale , cioè protegge chi la porta, contro livelli moderati di polveri sottili, batteri e virus. Le mascherine chirurgiche proteggono gli altri non chi la porta dagli agenti esterni.

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Ho telefonato a Giacomo e lui ha fatto l’ordinazione su internet. Le FFP2 arriveranno fra 10 giorni. Poi mi ha detto che aveva composto un pezzo musicale e mi ha chiesto se provavo a scrivere il testo.

Mi sono messa a sentire e risentire il pezzo con molto impegno. Ho buttato giù una piccola bozza.

Pranziamo sul balcone sotto il sole. Ho preparato delle uova al tonno e insalata cappuccina fresca Nicola sparecchia.

La sera: “We will meet again”, dice Elisabetta II in uno storico messaggio televisivo al Regno Unito, nelle stesse ore in cui il premier britannico Boris Johnson viene ricoverato in ospedale per il protrarsi dell’infezione da Covid-19. Le parole della Regina girano intorno ai legami tra Covid-19 e criminalità, sicurezza, economia e ambiente e sottolinea l’orgoglio di essere britannici oggi.


Lunedì 6 aprile

Alle 8 e quarto Nicola va a studio e poi andrà a pranzo della madre. Io ho finito la colazione e mi precipito sul computer. Ho tutto il testo del pezzo musicale di Giacomo in mente, devo assolutamente scriverlo. Con la base musicale lo aggiusto, e lo titolo “Ruoti intorno a me”. Poi lo registro cantando con la base sotto. Mi rendo conto che la tonalità del pezzo è troppo bassa per la mia voce. Giacomo deve alzarla. Cmq il testo scorre bene. Vediamo quello che dice lui… Mi risponde che anche a lui piace. Sono mediamente soddisfatta e molto eccitata anche se onestamente questa prima versione l’ho cantata stonando. Anche Nicola, quando il pomeriggio torna a casa è d’accordo. Bisogna assolutamente aggiustare la tonalità.

Ruoti intorno a me

Ruoti intorno a me ruoto interno a te

E la vita scorre in piena

Ruoti intorno a me ruoto intorno a te

Senza lacrime e senza ruggine

Ruoti intorno a me ruoto interno a te

Nella polvere del deserto in mezzo al campo lasciato a maggese

In caduta saremo dei

Senza armi e senza frecce

Nella guerra quotidiana sospesa

Ruoteremo intorno al mondo

Ruoti intorno a me ruoto interno a te

E la vita scorre in piena

Ruoti intorno a me ruoto intorno a te

Senza lacrime e senza ruggine

Ruoti intorno a me ruoto interno a te

Nella polvere del deserto in mezzo al campo lasciato
a maggese

Morderemo le torri crollanti

Nel grigiore senza colore

dell’odio dell’altro infetto

senza cultura ne ragione

Ruoti intorno a me ruoto interno a te

E la vita scorre in piena

Ruoti intorno a me ruoto intorno a te

Senza lacrime e senza ruggine

In mezzo al campo lasciato a maggese

Un messaggio email del Cima ci annuncia l’inevitabile: il concerto di maggio è stato cancellato.

C’è un’ipotesi di inizio della fase 2: dovrebbe cominciare il 4 maggio. Sarà il comitato scientifico a confermarlo.

Il governo vara il «Decreto imprese»: definita “Una potenza di fuoco mai vista” grazie a dei prestiti automatici, cioè è lo stato che garantisce direttamente e arriva a mobilitare risorse per oltre 750 miliardi; fino a 25 mila euro per negozianti, piccole imprese e professionisti le domande verranno accolte senza particolare istruttoria Intanto Johnson è ricoverato in terapia intensiva. Il Regno Unito è sotto shock. Gli subentra il ministro degli Esteri Dominic Raab.


Martedì 7 aprile

A parte una lavatrice di bianco che ho già messa in azione non so cosa fare oggi. Sento che è una giornata no. Facciamo le grandi “ pulizie di Pasqua “.Ma non apriamo i cassetti oppure gli armadi per fare ordine e buttare le cose inutilizzate. No. Ho sentito alcune amiche su quest’argomento. Alcune hanno già cominciato a riordinare a fondo i cassetti e gli armadi altre no, come noi. E’ come se non ci riuscissimo in questo momento. Nella nostra testa qualcosa frena: no, non vogliamo cambiare niente. No al cambiamento in casa. Cioè rimane tutto al suo posto. E’ come se stessimo sorvolando il dramma collettivo congelando il nostro habitat. Non si toccano gli scheletri nel armadio, così mi suggerisce Silvana. Ci risparmiamo un dolore. Nicola per la prima volta in vita sua passa l’aspirapolvere per tutta casa mentre io pulisco a fondo il bagno, la cucina e i balconi. Poi disossiamo l’’enorme pollo che ci è stato consegnato da Massimo che avevamo tirato fuori dal freezer la sera prima. Lo facciamo a pezzi . Oggi faccio fettine di petto al vino bianco in padella domani la paella con le 2 cosce.

Quest’anno il 7 aprile ricorre la Giornata mondiale della salute. L’edizione 2020 è dedicata al lavoro che i professionisti e le professioniste in ostetricia e infermieristica svolgono ogni giorno, in tutto il mondo, per assicurare la salute della popolazione.

A Milano i morti sono quasi triplicati. Si teme un aprile pesante.

Record di decessi negli Usa, 1150 in 24 ore. Invece per la prima volta nessun morto in Cina.

Mariella De Santis Robbins
CI VUOLE TALENTO

Ci vuole talento. Perderti e stare dentro un’epidemia. Sono passati quasi 15 mesi.

I tuoi libri sul comodino sono come la sera prima che andassi a fare un esame in ospedale senza più tornare a casa. Gli armadi, le scarpe, i vestiti, pure. In questi giorni che sono sempre a casa ci tengo a stare in ordine e allora ho preso un paio delle tue felpe. Belle. Ci sto bene dentro. Faccio la doccia un giorno nel mio bagno e uno nel tuo. La ginnastica nel tuo studio. Ho tolto un quadro e ne ho messi tre più piccoli. Avevo promesso ad Annarita che le avrei regalato quello che ho tolto ma mi sono accorta mentre lo incartavo che dietro c’è una dedica e un ringraziamento a te dell’artista. Quindi forse dovrei dirle che non posso più regalarle l’opera. Mi sento in imbarazzo. Dovrei anche aprire il tuo pc e mettermi a raccogliere i tuoi saggi rimasti in sospeso per pubblicarli. Poi dovrei lavare le tende. E dovrei anche riprendere a lavorare su Und Tabu ma ho paura. Di cosa non lo so. No, non del virus. Peraltro credo di averlo avuto a gennaio quando però si pensava che non ci riguardasse. Che botta che ho preso, mio caro. Prima una leggera congiuntivite, poi mal di gola poi una tosse che temevo mi spaccasse le costole. La nostra dottoressa era preoccupatissima. A volte dico meno male che non stai vivendo questi momenti. Poi mi dico: cretina. Lui avrebbe voluto vivere anche questo. La vita non ti spaventava e ti piaceva. Faccio sempre un po’ fatica a capire quelli che dicono quanto gli piace vivere. Mah, non so per me è solo un dato di fatto e ‘sto fatto bisogna farlo bene, rispettandolo e migliorandolo. Ho cambiato lavoro il giorno prima della serrata. Sono andata nel nuovo ufficio solo un giorno, ho preso dei compiti da fare a casa e via. Non ho capito se era un buono o cattivo presagio. Da quando sei morto tutto è confuso, ciò che è bene e si rivelerà male e il contrario. Chi sa dire e chi non sa ma dice lo stesso. Come in questi giorni col virus. Mi sono data una regola, radiogiornale alle 6.45, 13.45 e 18.45. Qualche giornale on line in giornata. Cancello senza leggere la maggior parte delle cose che mi arrivano su wapp. E arrivano 2,3,4,10, 20 volte le stesse. Perché tu conosci troppe persone, mi dice mia sorella. Pure se non voglio, alla fine devo tornare a me. Con questa colpa per ogni cosa, ma quella è una vecchia conoscenza. A me le giornate volano. Mi ricordo di quando tuo fratello malato diceva: già solo lavarsi occupa tutta la mattina. Mi pare succeda così anche a me. Però lavoro anche eh? Solo che lo faccio in orari svariati. Quelli che sento produttivi. I primi giorni sono caduta in uno stato catatonico. Come se gli ultimi pesantissimi 5 anni mi si fossero stesi addosso col loro carico di piombo che mi si è conformato intorno al cuore, allo stomaco e organi meno nobili. Tutto parla di te. Ho sempre i piedi freddi. Ieri sono uscita da letto alle tre di pomeriggio. Cercavo di convincermi che era qualcosa che mi potevo permettere. Non so quanto mi sia autoconvinta. Assolta mai, ovvio. Ho recuperato passando l’aspirapolvere e innaffiando le piante. Ho scongelato un brodo che mi aveva dato Roberta qualche mese fa. Quanto ci piaceva mangiare bene. Una volta l’anno ci concedevamo un ristorante stellato, ascoltavamo ogni sapore e ne parlavamo. Era bello. Ora mangiare è nutrirsi. Beh, devo dire che stando a casa ho iniziato anche a fare qualcosa che non sia al vapore niente di che eh? Però ho addirittura comperato 2 uova per fare un plumcake. Isola di Miyajima, pieni di salute e felicità siamo al mercatino locale. Un anno prima del disastro. Ti fermi davanti ad una bancarella di suppellettili, prendi un cucchiaio di legno d’acero con un buco a forma di cuore al centro e mi dici: voglio comprartelo così quando cucini mi pensi. Io rido, ti dico che non credevo saresti arrivato ai cuoricini, sottolineo che nel cassetto in cucina ne abbiamo già una decina, poi ti ricordo che quando preparo da mangiare tu mi sei sempre attorno che chiacchieri, ascolti la radio, versi del vino in due calici. Accettai il regalo, divertita e intenerita. Ora prendo in mano il cucchiaio d’acero col buco a forma di cuore al centro e dico: ma come lo sapevi? Come sapevi in un giorno di sole e felicità che quel cucchiaio avrebbe spodestato dalle loro funzioni tutti gli altri? Che sarebbe diventata la tua voce e il tuo sguardo nella luce di Miyajima in giorni in cui dentro me il sole è sempre basso? Mi vergono di cadere nel mio dolore. Penso ai medici, ai paramedici, agli spaventati, a chi ha perso il lavoro, ai figli ai padri. No, non è questione di fare una classifica del dolore è che ti trovi a pensare: se i genitori di Giulio ancora respirano, ancora cercano verità, vuol dire che da qualche parte ci sta la cassetta degli attrezzi che spetta ai salvati. Lo so ci sono anche i sommersi e non sempre sono quelli che muoiono. Si levano i ricordi, nubi rade per chi non ama più pensare al passato. Tranne a quello con te che però non riesce a diventare passato. No, dicevo, i ricordi. Mia madre mi mandava spesso a trovare la signora De Fazio le portavo qualcosa di caldo in inverno e fresco d’estate. Viveva a letto. Malattia misteriosa. Mi raccontava di sua madre morta di spagnola nel 1918 e lei rimase orfana a 16 anni. Mi ricordo i pensieri che non mi azzardavo a condividere con nessuno per paura di sentirmi dire per l’ennesima volta che ero strana. Pensavo che Spagnola era un nome poco serio per una malattia. E che morire per una malattia col nome ridicolo non mi sarebbe piaciuto. Oggi Covid19 fa impressione, sembra un nome che potrebbe stare in un film da the day after. Invece è vera e di oggi 1 aprile 2020. Virus vagabondo e democratico. E anche spudorato, mostra le vergogne di ogni paese, le parti molli e maleolenti. America ragazzo di 17 anni muore perché rifiutato dall’ospedale in quanto senza assicurazione. Africa centinaia di persone usano la stessa latrina e non hanno acqua corrente. Tu sostenevi un programma di costruzione di latrine igieniche per le popolazioni che altrimenti scaricavano nel fiume da cui attingevano l’acqua. Ti prometto che appena chiudo con tutte queste beghe burocratiche tornerò a sostenere tutte le associazioni che supportavi. Io non sapevo nulla. Nulla. Ti piacevano i segreti. Ora il mio pensiero va a chi ha perso nella stessa famiglia una, due, tre persone e dovrà confrontarsi con la burocrazia italiana, coi documenti impossibili, con l’agenzia delle entrate che fa errori in tempo reale e non restituisce i soldi in tempo reale. E penso che anche loro non avranno il tempo d cadere o forse no, forse loro potranno cadere subito come è finalmente capitato a me dopo 15 mesi. I primi giorni solo il senso tiranno del dovere mi faceva lavorare le ore necessarie per portare a termine dei compiti e poi catatonia assoluta. Mi sono spaventata. Mi guardavo dall’esterno e mi chiedevo chi fosse quella tizia seduta in poltrona avvolta in coperta che magari guardava su Netflix le più impensate delle serie TV per ore ore ore. Mi scopro morbosamente attratta da alcune ambientate in comunità chassidiche ultra ortodosse. Non credo sia solo perché distanti da me. Potrei guardare documentari sui popoli incontattati, allora. Invece Shitsel, Unorthodox, One of us. Credo sia per quel mio tormento di capire come si intreccia e nasconde l’intrico di bene e male, diritto e scelta, libertà e soggezione. Come la normalità riesca a custodire e talvolta nascondere l’eccesso. Il tema della mia vita, insomma. Una parte di me diceva è l’effetto marmotta, poi passa. Un’altra era terrorizzata che potessi rimanere sempre così. Quando ero piccola se facevo una smorfia a mia sorella, mia madre diceva: ora passa l’angelo dice amen e rimani così tutta la vita. Non ci credevo davvero ma un po’ sì…. E allora nel silenzio di questi giorni, nell’immobilità sale quel senso di paura che si è infilato da qualche parte già in placenta e sputa siero. E io sono stata titanica ho affrontato inferni e purgatori sostando in paradisi, impavida per tutti ma con quella codina sempre a muoversi nel profondo destra sinistra destra sinistra. Un rumore impercettibile, un fruscio ma nel silenzio di questi giorni si sente con chiarezza. E l’effetto marmotta invece di silenziarlo lo nutre, lo fa sentire sicuro di sé. Poi dico che il mio precetto è: quando non sai da dove iniziare ricomincia dal corpo. E allora meditazione, venti minuti di ginnastica al giorno e obbedirgli. Fare ciò che vuol fare lui. Spesso niente. Come quando sono uscita dal letto alle 15. Un giorno mi chiedo se sono depressa il giorno dopo sono come se fossi nata ieri. Guardo la tua urna. Mi dà stabilità ma tu mi manchi, ti voglio con me o qualcuno deve scrivermi nero su bianco che tu sei da qualche parte felicissimo e allora io smetterò di protestare. Qui non è più silenzioso di prima almeno così mi pare, dura solo più a lungo perché non vado in metro, ufficio, cene con amici. A noi due piaceva tanto stare in casa in silenzio, lanciandoci voce di tanto in tanto come due animaletti del bosco: Sweetiepie! Toad! E ci bastava, sicuri di esserci. Sure of ourselves. Ora se provo a chiamarti la mia voce si accartoccia su se stessa e diventa un rantolo. Scusami. Questo ritiro, questa clausura potrebbe piacermi. La mente dopo un poco comincia a funzionare diversamente i pensieri sono pluridirezionali, frecce partono in uno stesso istante e non se ne seguono le direzioni, poi all’improvviso una centra il bersaglio e arriva un pensiero che si aspettava da tempo. Le zone di ombra si diradano. Viene fuori quasi un candore, un affidarsi agli elementi di base. Per esempio, da un bel pezzo giravo intorno a certe pulsioni per me incomprensibili, come quella, per dire, che attirava un intellettuale come Pasolini, verso le persone semplici, elementari, senza troppe sovrastrutture mentali. Mi sono allora ricordata di alcuni sguardi che ho incontrato nei centri di accoglienza quella fiducia in me, in chi avevano intorno, quell’allegria superstite al deserto, alla traversata, la concretezza di essere vivi e di esserlo oggi. E in questi giorni ho capito: le persone così ci riconnettono con quella medesima parte di noi sepolta, incrostata dall’esperienza, dalla conoscenza. Ci fanno sentire l’eco di noi animaletti del bosco o fiere della giungla che aspiravamo a bere, mangiare, sentirci al sicuro e dentro qualcosa che fosse un branco, un prato, una caccia alla preda. Una parte che non sappiamo più usare perché abbiamo fatto un salto e siamo dall’altra parte del cratere. Possiamo solo guardare in basso e ricordare quel momento in cui eravamo natura e istinto sapendo che tornare indietro vorrebbe dire distruggerci, eliminarci perché non sapremmo più essere come prima. E ho quindi capito che l’effetto marmotta è solo uno sforzo della mente che all’improvviso è esautorata da anni di routine cognitiva, operativa. Deve abdicare a compiti eseguiti coattivamente anche se apparentemente per scelta. Riprogrammare la sequenza azioni bisogni volontà e ci vuole tempo. Il tempo della marmotta. Capita quindi che si guardi la pila di libri che anelavamo leggere senza averne mai tempo e non si accenda il fuoco della passione ma casomai si agiti solo la scintilla dispettosa del corteggiamento. Si fanno ipotesi su come torneremo ad essere dopo Covid 19. Cambieremo, torneremo uguali a prima? La mia idea è che cambierà l’economia e forse le forme della politica, il funzionamento delle istituzioni e per questo, non per altro, cambieremo anche noi. Sono qui, sola mentre fuori si muore, lotta, vive, sopravvive. Oggi ho letto che a Mumbay in uno slum di 2 km quadrati vivono in 1 milione, pare che l’epidemia li stia falcidiando. Li sento uno a uno. A volte quando mi abbracciavi dicevi: tutto il mondo vive in te senza sosta. Ora forse capisco quello che volevi dire. Dovevo davvero essere troppo. Ci sono cose belle nate da questo disastro: la sera faccio meditazione attraverso una piattaforma, in collegamento con 999 persone in tutto il mondo, ci vediamo, leggiamo i nomi e maestri che non avrei mai potuto incontrare sono lì, come stiliti ad offrirsi perché ci si offra. Oggi ho fatto la tinta in casa. È venuta un po’ scura ma a te piaceva così, mi pare. Il taglio avevo appena fatto in tempo a sistemarlo “un giorno prima”. È morta la mamma di Terry. Sono rimaste sole in casa per tre giorni e da sola l’ha accompagnata al cimitero nelle Marche. Me ne ha parlato irradiata da un senso di rito antico, recuperato nel dolore. Non ci resta molto altro che questo nei grandi dolori. Questa quarantena schiude porticine dai cardini arrugginiti, mi pare. Con gli amici del cineforum ci vediamo in Skype o Zoom ed è bello. Poi Luca manda spesso articoli o link molto interessanti. È un altro militante della vita, lui. Fa il suo e lo mette a disposizione. Poi c’è Raffale che con la sua eleganza picchietta alla porta del mio schermo. Brevi attenti messaggi come ha fatto per tutti questi 15 mesi. Quell’uomo è un cristallo di rocca usa con gli altri la delicatezza che desidera per sé. Io ogni mattina dalla mia pagina FB mando un abbraccio e un’opera di De Stael o Blinky Palermo o una clip di un film, di danza di poesia. Impasto un dolcetto per la resistenza. Questo è. Lo metto sul davanzale e se qualcuno lo desidera, lo prende. Tu saresti stato stretto in questa storia. Obbediente ma spesso impaziente. Avresti avuto qualche corrispondenza solo tua perché, come ho già scritto, ti piacevano tanto i segreti. A volte di notte rotolo dal tuo lato del letto sino alla sponda che chiamavi Palestina perché ti piaceva occupare un posto stretto e solo tuo. Forse anche tu come me amavi il limite ma non lo davi a vedere. Nella chat condominiale nata da questa occasione si parla anche dei maledetti piccioni che sporcano i balconi delle case disabitate e siamo irritati. Però i gabbiani sono tornati snelli. Non c’è più tanto pattume in giro. Miracolosamente scomparsi i problemi di uomini e mezzi dell’azienda municipale. Vabbè, meglio così. Poi sempre in chat si organizzano feste di compleanno che vengono salutate da concerti alle ore 18 dai balconi. Prima della malattia ti avrebbe dato fastidio, forse, ma dopo penso che invece ti saresti commosso. Il dolore o rende egoisti o apre a spazi sconfinati. In entrambi i casi il rischio di perdersi è alto.

La sera arriva presto. Finisco le mie giornate stanca. Anelo il letto per la mia povera schiena. Ascolto Scarlatti. Domenico non Alessandro. Anzi, ora vado, tu, per favore, se puoi, vienimi in sogno.

Roma 28 marzo-1 aprile 2020

(trascurabili esercizi di memoria)

Luciano Scateni
Iesce sole, nun te fa cchiù suspirà” (Esci sole…)

Il sole è uguale a se stesso, da sempre, eppure diversissimo se attraversa l’atmosfera che lo accoglie. Muta in spessore, trasparenza, nebulosità, se offesa dallo smog, o vive di purezza insolita può donare la sua benevolenza alla sfera che indegnamente abitiamo. Ma quanta influenza scaturisce dai raggi se cadono da zenit o da nadir, se ‘piovono’ all’equatore o sulle calotte artiche, su boschi o steppe, deserti, isole, monti e pianori, tetti di paglia e coperture in cemento, se investono di energia erba, piante, alberi, o uccidono bruciandole zolle di terre già brulle di suo per millenni di siccità?

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Il sole prova a contrastare i veleni del nostro respiro inquinante. Catturato da speciali pannelli, restituisce carburante ‘pulito’ per alimentare la tecnologia del presente e del futuro. Chi può permetterselo insegue le stagioni del sole nei cinque continenti, dove l’astro riscalda quote privilegiate del pianeta e disconosce i luoghi stagionali del freddo.

Il sole mi sta addosso come un plaid di cachemire. Alle dieci di questo mattino d’Aprile mi parla di primavera, di opportunità bio-sanificanti. Vero e quanto vero, che sia antagonista planetario della pandemia coronavirale? Sì, no, ni, forse. Comunque, male non fa, e pazienza se per sentirlo sulla pelle rischio il rituale, fastidioso incontro con l’agente infestante, della parietaria, che mi aggredisce distogliendomi dal campionario di rose, gerani, spine di Cristo, bouganville a cui riservo il potenziale del pollice verde. Dall’impianto stereo ‘Iesce sole’ e oltreapassa il vano della finestra spalancata. A volume massimo il canto si fonde con le note di ‘Volare’, ‘Bella ciao’, ‘Il cielo è sempre più blu’, dell’inno di Mameli, che all’ora ics invadono strade e piazze tinte di tricolore. ‘Iesce sole, nun te fa’ cchiù suspirà’: Napoli si connette così al pensiero positivo dell’Italia offesa dall’epidemia, con la prima canzone scritta nella lingua di Eduardo, Viviani, Scarpetta, filastrocca datata 1200. Il , testo attribuito a nientemeno che a Federico II. Grazie sole. Di questo esordio di Aprile fai un giorno normale, un Paese normale, silente, ovattato, intimista, abitato da parole inconsuete: altruismo, solidarietà, pietas, eroismo, tenacia, perfino ottimismo.

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Milos, fratello più che amico, regista televisivo croato, compagno prezioso di un mini docufilm che ho girato sul conflitto fratricida serbo-dalmata, da inviato Rai, nella terra belligerante del post Tito. Senza la sua guida cosa avrei filmato?

“Milos, ti chiamo da Napoli, per sapere che stai bene e se il virus finora ha risparmiato Spalato, la tua fantastica città”.

Per Milos è tutto ok, bene.

“Bruno, finito il lavoro di editing del tuo ultimo libro? Sì? Bene, Spero di leggerlo presto”

“Antonella, sardine in quarantena?”

“Claudio ho letto ‘Fascismo, antifascismo e continuità dello Stato’, storia del generale Mario Roatta, di Davide Conti, saggio edito dall’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti. Mi piacerebbe che diventi un testo adottato dalle scuole”

“Marta, pazienza. La quarantena finirà. Ascolta i cd che ti ho donato prima del Covid-19 e specialmente ‘The Koln Konzert di Keith Jarret. Esplora il canale Ski Arte, mantieni la forma fisica con gli esercizi del metodo ‘Pilates’”

Colleziono risposte “Tutto ok” al “Come va?” rivolto a Diego, Mauro, Roberto, Liliana, Tonino, Maria Pia, Patricia da New York.

E comunico il mio “Anch’io bene, grazie”

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Bene? Ma sì. Scrivo, disegno, dormo quanto basta, tiro via dagli scaffali preziosi libri di celebri fotografi e di arte, di eccelsi pittori d’ogni epoca e cataloghi di artisti napoletani, la monumentale Storia Fotografica di Napoli edita da Intra Moenia, i corsivi di Fortebraccio pubblicati da l’Unità, raccolti in una serie di ‘tascabili’. Ascolto la musica popolare e impegnata degli ‘Zezi’, impegno i venti minuti del dopo primo caffè di giornata per i miei imprescindibili esercizi di ginnastica, dò un’occhiata a la Repubblica, ma oltre le pagine del tormentone ‘coronavirus’, al corsivo quotidiano di Michele Serra, alla cronaca di Napoli.

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Il vento. Oggi è brezza sostenuta, sferzate dell’impeto gelido che ha scavalcato la diga delle Alpi e viene giù a contrastare l’ottimismo per il caldo in fieri che potrebbe infastidire la pandemia e chissà, spegnerla. L’aria agita le foglie lanciformi dell’ulivo, che cresce rigoglioso nel mega vaso di terracotta in un angolo dell’ampio terrazzino. Poche foglie, ingiallite dall’inverno, volano disordinate, la vite americana si sveglia dal sonno della stagione ‘morta’ e chiede nutrimento per sostenere i primi segni di rinascita. L’alimento con la polvere di caffè delle cialde sfruttate, che nonna Angela ha insegnato a usare come fertilizzante. Una piccola colonia di gabbiani, emigrata fin quassù a caccia di prede, insidia colombi e merli e spaventa con il verso gutturale del suo linguaggio aggressivo.

È tempo di mandar via il mix di ansia, timori a tratti di angoscia indotto dalla tragica lotteria di contagi, deceduti e guariti dal Covid-19, che satura l’arcipelago mediatico di news, vere, false, in antitesi o concordanti sullo status del virus. Ma come?

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Provo a selezionare, dall’intrigo di gangli che affollano l’emisfero destro, il nucleo che ha collezionato alla rinfusa milioni di flash, tento di recuperare il possibile fin dove è attivo il serbatoio della memoria. Uno dopo l’altro, tassello dopo tassello, opero l’oscuramento di quanto percepito dal momento del primo allarme coronavirus e lo sostituisco con i mille ricordi di stagioni quiete, dormienti nelle profondità della coscienza: affetti, attimi di serenità, allegria, benessere, amore, spensieratezza, gioco, viaggi, vacanze, successi, emozioni.

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Quella volta della ‘corriera’, che impiegò circa cinque ore per raggiungere la costa del Cilento, che precede la proiezione nel mar Tirreno di Palinuro, leggendario nocchiero di Ulisse. Chilometri di spiaggia ‘vergine’, incontaminata, tutta per noi, a piedi nudi per l’intera estate, il costume di tela grezza confezionato da Marcella, splendida donna e dolcissima madre. Nel tempo sempre lì le vacanze, dalla fine dell’anno scolastico alla ripresa del lezioni in Settembre, il rapporto confidenziale con don Pietro, parroco trentino finito chissà come e perché dalle nostre parti. La sua cabina balneare l’aveva collocata in un tratto remoto di spiaggia, per motivi di giustificato riserbo. Di buon mattino scavammo un fosso profondo all’ingresso della cabina, e lo coprimmo con giornali e sui giornali con la sabbia, fino a renderlo invisibile. Risuonò a tutto volume l’urlo del prete finito nel piccola voragine e anche un sorprendente “cazzo”, imprecazione per nulla ‘pastorale’ che abbiamo minacciato di divulgare alle pie del paese, ma solo per vederlo sbiancare in volto e che pensandoci su ci ha reso umano, simpatico, don Pietro.

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Compiuti i vent’anni tutt’altro da raccontare: spiaggia affollata, nuovi alberghi, nuovo prete e l’arrivo senza un perché di fanciulle della Svizzera italiana. Una delle due era scultrice, bellissima o forse solo bella, ma per me bellissima perché bionda e disinibita. Estate da ricordare per tutta la vita con lei. Notti magiche, euforia, sesso, l’addio-arrivederci di fine estate, un paio di lettere, una ‘impegnativa’, la sua: “Vengo a Napoli e ci sposiamo”. Altro che: the end di una storia da settimanale di gossip, conclusa con il mio ‘vigliacco’ stop a lettere e piacevoli ricordi. Ricordi appunto, da distrazione strategica, per scalzare titolo e capitoli ossessivi del coronavirus. Altre divagazioni: l’‘eravamo quattro amici al bar’, ovvero allegre birbanterie ragazzate di quelli della funicolare di Chiaia, raduno goliardico di giovani vomeresi, l’euforia per il 21 a 3 calcistico inflitto da noi studenti di Architettura ai ‘nemici’ di ‘Lettere’, la vittoria con il Gian Battista Vico nella finale del torneo studentesco di basket, contro ‘quelli della Nunziatella’.

L’età oltre l’adolescenza, due figlie infinitamente belle, il giornalismo, in parte da globetrotter, in giro per il mondo.

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Dal televisore la riconoscibile voce di uno dei conduttori dei TG Rai: “…Bollettino giornaliero. Contagiati…, guariti, deceduti…”. Clicco su ‘off’, video in nero. È l’ora del disegno di una nuova ‘sardina’ parlante, da postare su Facebook.

Fabrizio Labarile

LE DIFFICOLTA’ DELLA SCUOLA – Nell’era del Coronavirus-

Dopo i primi giorni di smarrimento ,sia pure con decisioni provvisorie ma necessarie, per salvaguardare il mondo della scuola; il Ministero della pubblica istruzione ha emesso un decreto ,atto a portare a termine questo anno scolastico. E’ opportuno precisare che le ultime disposizioni governative garantiscono a tutti le lezioni a distanza. Inoltre , se entro il 18 maggio non si tornerà alla normalità gli esami di maturità riguarderanno soltanto una prova orale. Mentre per gli esami di terza media saranno tutti promossi ,ed eventuali debiti saranno ricuperati a settembre. Questa epidemia sta arrecando morti, malattie e disastri economici di entità gigantesche ma , per la scuola e l’Università , si tratta di una vero tsunami.
I disagi che le lezioni mediatiche stanno creando a tutto il mondo della scuola, in particolare a docenti e studenti ,sono enormi. Per gli insegnati dover spiegare è complicato ,perché non sempre gli scolari ricevono una buona immagine. E, molto spesso, quando uno o più studenti non vedono o non sentono bene e sono costretti ad intervenire,senza la volontà di nessuno, si crea confusione. I docenti cercano di mantenere la disciplina ma, a causa di difficoltà di audio o interferenze sulla linea,spesso, non riescono a spiegare la lezione come vorrebbero. A sera, sia i docenti che gli studenti sono provati anche perché le lezioni durano più lunghe del previsto. Se ,a ciò, si aggiunge che quasi tutte le attività pratiche non possono essere esercitate,specialmente nelle scuole professionali e nelle relative facoltà universitarie , ognuno può rendersi conto che quella attuale è una scuola anchilosata.
Auspichiamo che il Ministero, una volta terminato questo periodo, sappia trovare il modo per fare ricuperare le lezioni che ,in questi mesi, sono eseguite in modo approssimativo , o per nulla.
Confidiamo che il Ministro della pubblica istruzione ,dopo questa fase della pandemia, inizi a stendere un nuovo programma di scuola più concreto , che eviti ai nostri giovani laureati di essere costretti a fare i camerieri in giro per il mondo. Non dovrà scervellarsi, basterà attingere il meglio dai programmi scolastici più innovativi dei Paesi del nord Europa. Essi permettono al giovane, in base al suo quoziente intelligente,alla sua inclinazione e alle esigenze del territorio, di percorrere gli studi a lui più congeniti. Ogni ciclo di studi superiore contempla mediamente circa 12-15 ore di teoria e 16 – 25 ore di pratica. Al termine l’esame di maturità sancisce la qualifica e il grado professionale dei giovani. L’obiettivo principale è offrire ad ogni persona una qualifica completa: la parte tecnica, commerciale ed amministrativa. I neo professionisti trovano facilmente occupazione , oppure da soli o insieme ad altri possono creare attività autonome. Un tale programma scolastico genera un meccanismo virtuoso con cui cresce l’economia al rialzo e si moltiplicano i posti di lavoro. Il nostro desiderio è che ,dopo aver superato questi mesi del coronavirus, con una scuola decisa a collaborare in stretta sinergia con il mondo del lavoro, sappiamo creare una società più giusta per tutti.

Santeramo 10. 04.2020

LA VOCE DEI DEFUNTI ( Esperti del Coronavirus )
Nel primo pomeriggio, in cui il sole era il padrone incontrastato del cielo azzurro e terso, per sgranchirmi le gambe, in compagnia della mia solitudine, effettuo una passeggiata. Attraverso tante strade e ,quasi senza rendermi conto, arrivo davanti al cimitero, non lontano da casa mia. Improvvisamente,nonostante il cancello sia chiuso, sento delle voci . Incuriosito ,sbircio attraverso le grate e non vedendo nessuno,ritengo di essermi sbagliato. Però, non appena sto per andarmene diverse voci all’unisono asseriscono:” Anche se tu non ci vedi, noi ti osserviamo; non aver paura ,avvicinati.” Allontano da me qualsiasi timore e ,per sviscerare quel mistero, ritorno davanti al cancello. Immediatamente una voce asserisce:” scusa se ti abbiamo disturbato, ma da diverse settimane non viene nessuno a trovarci e desideravamo parlare con qualcuno.” Un’altra voce dichiara: “ Siamo molto contenti quando vengono i parenti. Specialmente quelli che si presentano con i fiori e s’intrattengono con noi ,raccontandoci i loro problemi e difficoltà, ma anche le gioie e i sogni. Mentre siamo tristi quando alcuni familiari vengono quasi per dovere e, dopo aver recitato un frettoloso Requiem, se ne vanno . “ Pur non vedendo nessuno , decido di dire la mia “ Mi rendo conto che in questo periodo della pandemia voi siete soli e, certamente vi sarebbe piaciuto avere delle visite.” Un’altra voce , mi risponde:” Mi è molto dispiaciuto il giorno delle palme, non aver ricevuto il ramoscello di ulivo. Quando ero in vita, ero molto affezionato a questo gioioso evento: giorno di rinnovata pace tra gli uomini.” E, subito dopo, interviene una voce cupa:” A proposito del Coronavirus,noi che viviamo nell’altro mondo, sappiamo che nulla succede per caso. Questa epidemia terminerà dopo aver lasciato un severo monito a tutte le Nazioni. E’ sufficiente pensare a quando Dio creò il mondo e lo affidò agli uomini, pur riservandosi il diritto di proprietà. Aver in custodia la terra , non significa, come sta avvenendo negli ultimi decenni, fare i comodi propri : sporcare, infettare, distruggere foreste , mari e ghiacciai . Finanche il cielo viene devastato dalle scie chimiche e subisce l’ira dei pianeti,specialmente delle stelle e della luna , incontrastate padrone nelle notti estive.” Resto senza parole e,dentro di me ,devo convenire che è la verità. Quando sto per andarmene, una voce soave femminile afferma “ Mi riallaccio a quanto detto dal mio collega circa l’attuale pandemia. Sono convinta anch’io che questa peste è stata la conseguenza dell’inciviltà degli uomini , che ha causato l’inquinamento della terra e il riscaldamento dell’atmosfera. Dover constatare che la maggior parte dei Governi e della finanza e ,soprattutto, delle persone comuni, sono insensibili a preservare un mondo pulito, è penoso. Inoltre, è umiliante e raccapricciante ma, nello stesso tempo commovente, constatare che l’impegno e la costanza di una ragazzina , Greta Thunberg ,seguita da giovani di tutte le Nazioni che combatte per avere un mondo più pulito, è stato ignorato dai Grandi della terra.” Tutte queste voci hanno innescato nella mia persona una profonda riflessione. Se i più ricchi Governi della terra non inizino a cambiare la loro politica rispettando l’ambiente, arriverà il giorno in cui il mondo diventerà un mondezzaio : tutte le persone ,e gli stessi governanti , affogheranno dentro.”

SANTERAMO , 07.04.2020

TELEFONATA INATTESA

Mentre sto leggendo un libro avvincente,lo squillo del telefono mi obbliga a fermarmi. E’ Nicola, un amico di vecchia data e titolare di un bar. Dal tono della voce, noto con piacere il suo buon umore,e rispondo:” Mi compiaccio constatare che sei abbastanza sereno, quasi allegro.” E, lui immediatamente, aggiunge :” Io, pur non essendo contento di questa sosta forzata, l’ho trasformata in un’opportunità. Dopo i primi giorni di smarrimento ora, tutti noi di famiglia stiamo riscoprendo di avere dei veri sentimenti che ci accumunano. Ti sembrerà strano, ma prima, presi dal lavoro e dagli impegni , non avevamo il tempo da dedicare a noi stessi.” Abbastanza incuriosito lo interrompo “ Scusa, ma tu non sei preoccupato per i mancati guadagni, e le difficoltà per la ripresa che , dopo questo periodo della pandemia, potrai incontrare?” Dopo alcuni secondi, che sembrano infiniti, aggiunge:” Voglio essere sincero con te. Possiedo l’attività del bar da ben 24 anni e, nonostante il lavoro quotidiano mio di circa 14 ore giornaliere , di mia moglie e ,spesso, dei figli, a parte l’acquisto della casa, non ho realizzato altro. D’accordo ho permesso ai miei due figli di arrivare a studiare all’Università; e, sono sicuro che mi daranno la soddisfazione di laurearsi. Tutto ciò non ha permesso a me ,ma neppure ai miei familiari ,di avere il tempo di parlarci ,scambiarci le nostre opinioni, sapere se uno di noi avesse qualche problema,fosse felice ,triste o disperato.” “ Scusami” lo interrompo, e aggiungo:” Appena ho risposto al telefono , ho avuto l’impressione che tu fossi allegro ,ora invece… “ Lui interviene con vivacità:” Intendo precisarti che questa chiusura obbligata, per me non è negativa. Certo , ci sto rimettendo dei soldi,ma ho scoperto tanti vantaggi. Però, prima di elencarli, desidero volgere una preghiera alle vittime di questa epidemia, nonché un pensiero di vicinanza e solidarietà per i medici e il personale della sanità che si stanno prodigando oltremodo in questa emergenza.” Abbastanza incuriosito , lo interrompo:” quali sono questi tuoi vantaggi ? Spiegati meglio.” Immediatamente precisa:” Queste settimane d’isolamento mi hanno insegnato che è opportuno lavorare con criterio per procurare a me e alla famiglia il necessario per una vita dignitosa. Ho deciso, pertanto, che dal prossimo anno , oltre al breve periodo di ferie,chiuderò il bar per un mese nel periodo invernale per dedicarmi alla famiglia. Ciò è necessario per approfondire e consolidare i nostri sentimenti,abbastanza trascurati negli ultimi anni. “ Sono d’accordo con Nicola e sottolineo:” Hai ragione. Sono convinto che tutta la tua famiglia ne trarrà giovamento” Prontamente ,come se temesse un mio ripensamento sull’argomento, afferma:” Scusa amico mio, ora devo lasciarti. Ti abbraccio” Chiude la conversazione dandomi appena il tempo di salutarlo con un affettuoso ciao. Subito dopo,faccio la seguente considerazione. Nicola, come forse tanti altri, ha capito che la vita non è soltanto lavoro ,soldi, vacanze carte di credito, gioielli,abiti firmati e sfilare sulle passerelle tra la gente ricca. Molte persone rampanti sono talmente prese da tanti impegni, spesso effimeri, da trascurare la ricchezza più inestimabile: i sentimenti. Non hanno tempo neppure per ascoltare le sofferenze ,i dispiaceri, le preoccupazioni , ma anche le gioie, le soddisfazioni e i cuori dei loro familiari. E, dopo anni di vita dissipata, quando si guardano allo specchio, forse, asseriscono: a cosa mi servono tanti abiti, una casa ben arredata e mangiare da re, se il mio cuore, ora che sono avanti negli anni, è arido e spento . Chissà se molte di queste persone, dopo questo momento di riflessione forzata, vorranno ravvedersi e riappropriarsi dei valori più nobili della vita .

SANTERAMO 08.04.2020

 

Carlo Piola Caselli
Appunti Coronavirus 4

Una cara amica italiana, da Londra, la quale tra l’altro scrive molto bene, in maniera spontanea, vivace e profonda, mi ha confidato da leggere il suo diario su quest’emergenza, veramente di grande interesse. L’ho incoraggiata a continuarlo.
Poi mi ha riscritto che all’Ospedale dell’Università Pavia stanno trovando una soluzione al flagello.
Torno a ragionare un attimo sul «canto delle Parche»: Luca ha scritto, nel suo «Vangelo», crogiolo di arti, scienza e fede, che Gesù avrebbe affermato, «Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?». La mitologia non si discosta da questa linea di pensiero, poiché Cloto (Kλωτώ), presiedendo alla nascita del soggetto, regge il filo della vita, Làchesi (Λάχεσις) presiede al matrimonio poiché interverrà se formerà la famiglia, stretta o allargata, sarà quel che sarà, od anche se non se la farà, comunque all’eventuale concepimento, stabilendo il dosaggio al concepito, perciò poi alla nascita del pargolo interverrebbe Cloto, poiché esso ha già il suo D.N.A., ad attribuirgli il tesserino sanitario, con tanto di codice fiscale, in quanto cittadino del mondo, quindi contemplante diritti e doveri, essendosi formato il suo bagaglio genetico ed essendo in grado di affrontare la vita, perciò avvolge il filo sul fuso e ne stabilisce le spanne, avendo un ruolo primario, mentre Atropo (Άτρoπος), ne avrebbe, per logica, uno conseguenziale, poiché a lei spetta, prima o poi, l’ineluttabile e l’inesorabile exequatur!

Però poi mi toccherebbe disquisire sulla Grazia, sulla lacrimuccia dantesca, di cui i Giansenisti hanno discusso tantissimo, di conseguenza sulla predestinazione, poiché se il popolo non avesse gridato in favore di Barabba non ci sarebbe stato il Cristianesimo. Non basta, allora devo declinare il ragionamento sul libero arbitrio, sul gravoso destino dell’umanità di dover in continuazione, ad ogni istante, fare delle scelte.

Ma non finisce qui, essendo il nostro patrimonio genetico condizione necessaria ma non sufficiente, con validità in un perenne status di quiete, quindi di vita normale poiché, nel corso degli anni o dei decenni, possono intervenire dei fattori esterni, indipendenti dalla nostra volontà, quali le malattie gravi, ma ancor più gli incidenti in cui si può essere parte attiva oppure passiva, le guerre od altri fattori di rischio.

Ovviamente, il D.N.A. dovrebbe preservarci, permettendoci di caricare le batterie per le difese organiche, vita sana, alimentazione corretta, uso appropriato di eventuali farmaci, di alcolici, tenendo presente il famoso detto della Scuola Salernitana, «è la dose che fa il veleno», infatti la parola farmacia deriva da «φάρμακος», ossia veleno.

Attenzione alle bucce di banana, a non sdrucciolare, a non inciampare e così via. Cautela, per evitare infortuni, quelli domestici ma anche alla guida o al pilotaggio di aeromobili o di natanti. Ma se dobbiamo subirli, investimenti, incidenti automobilistici, ferroviari, aerei o nautici, non so fino a che punto Làkesi, per quando dea, avrebbe potuto prevederli.

Poi ci sono le catastrofi, molte potrebbero essere evitate, poiché a volte sono andati a fare case, campeggi, alberghi, sui greti dei fiumi o a ridosso di valli, di incombenti valanghe o di possibili smottamenti; o dighe perfettamente costruite ma in zona fragile, come nel caso del Vajont; intervengono inoltre a volte dei fattori indipendenti dalla nostra volontà, o dalla nostra cautela, gli tsunami, i terremoti, loro relativa intensità, i vari cataclismi, tutto dipende dal trovarsi o no nell’occhio del ciclone, coinvolti e sconvolti.

Altro fattore importante, le guerre, in cui spesso i soldati devono essere devotissimi non solo alla Madonna ma anche alla dea bendata.
Se la nave affonda, come è stato il caso di tante di esse specialmente nella Seconda Guerra Mondiale, per la sopravvivenza dei marinai c’è stato poco da fare, anche perché alcuni che apparentemente si erano salvati, facendo in tempo a gettarsi in mare prima del rigurgito dell’acqua, poi son stati vittime dei pescecani o dell’assideramento. Non parliamo poi di quelle criminalmente affondate dagli inglesi, partite da Rodi con un carico umano di migliaia di italiani stivati, prigionieri dei tedeschi.

Ma, in caso di bombardamenti, specialmente come ad Hiroshima ed a Nagasaki (ho delle bellissime cartoline, di oltre un centinaio di anni fa, di Nagasaki, con i rigogliosi e coloriti parchi), si arriverebbe a concepire il paradosso del canto lugubre delle Parche. Fino a che punto la divina Làchesi avrebbe potuto prevedere ciò? Là non si sarebbe trattato di un piccolo margine statistico di errore di valutazione.

Invece, riguardo a chi si spara, o s’impicca, o si getta in un dirupo (come in quel punto sulla costa sorrentina od a Gaeta), o si butta in acqua con una pietra al collo, possiamo concludere che si sia sintonizzato e sincronizzato con Atropo, la quale magari lo ha istigato nel subconscio.

Poi ci sono le virtù eroiche, in guerra ed in pace, soldati che corrono in soccorso di colleghi, medici ed infermieri, ma anche i congiunti delle vittime, che hanno attraversato il dramma, curandole con amore fino alla vittoria od alla sconfitta.

«La morte viene inaspettata, come inaspettato giunge ogni ladro», scriveva Giuseppe Antonio Bordoni nei famosi «Esercizi per la buona morte», a metà del ‘700, attingendo dai Vangeli.

Il virus marca il limite della fragilità umana, il nemico invisibile, microscopico, come c’è scritto in una lettera che mi arriva dalla Francia, infatti la vita, la sorte, sono legate ad un filo, sottilissimo. Il tempo è un dono che si riceve ed ogni minuto un regalo da gustare, ci ricorda don Pierre-Alain Lejeune, della diocesi di Bordeaux. Ovviamente, aggiungiamo, per chi stia bene o benino, non per chi sia alla disperazione da invocare la morte assistita. Un virus globale, senza distinzione del pigmento della pelle, della cultura, del livello di vita, della religione professata; che colpisce però maggiormente gli uomini che non le donne, quindi al di fuori dello schema della pari opportunità, fortunatamente meno, quasi per nulla, i giovani, anche se continuano ad avere il privilegio di esser cari agli dei. La culla, la sedia o la poltrona vuota, diverranno il risultato spazio-temporale, dalla vita alla morte, come sempre, nei due misteri. Mentre dalla nascita sappiamo pressoché da dove veniamo, con la morte non sappiamo in quale dimensione metafisica passeremo.

Comunque sia, il messaggio consolatorio del cristianesimo ha portato quella luce, anche nell’arte, che è il sorriso della vita, mentre i sorrisi greci, etruschi, romani, buddisti e di altre civiltà erano semplicemente enigmatici, l’ultimo di essi è stato forse quello della Gioconda, nella sua «profondissima quiete», poiché li ha condensati tutti.

Mi capitano tra le mani le poesie di Guido Gozzano, «La via del rifugio», del 1907, un insieme di filastrocche sul dilemma tra la vita e la morte, leggo della grande farfalla nera, Vanessa, e della sua fine nello straziante spillo.

Per associazione di idee, delle quali una tira l’altra, proprio come le ciliege, ricordo negli anni ’50 del secolo scorso la sindrome del rifugio antiatomico, specialmente in Svizzera, dove era diventato molto snob farsene costruire uno, proprio come anticamente i nobili si facevano scavare dai migliori architetti le bellissime ghiacciaie, essendo anch’esse delle vere e proprie dispense per la sopravvivenza, con tutti i confort.

Cavalcare un asino o un’asina, ai tempi di Gesù Cristo, per entrare a Gerusalemme, era segno di regalità, in quanto della stirpe di David, ma non per fondare un regno terrestre, bensì celeste, la metamorfosi della Gerusalemme celeste che ritroviamo poco dopo nell’Apocalisse. Non è stato quindi un atto di umiltà (come invece è stato detto in televisione da don Davide, in una forma di pleonastico pietismo e di povertà). In molte città del Brasile l’asino è considerato quasi sacro, tenuto con molto rispetto, poiché nella credenza popolare legato proprio a questo ingresso a Gerusalemme a ricordare con le palme la Terra Promessa. Il passaggio pasquale è da essa al Regno dei Cieli. Ma non avendo i discepoli capito il messaggio sublime del Maestro, Pietro è arrivato con la spada, come se si fosse dovuta restaurare una monarchia, facendo insomma un colpo di Stato! Giuda non ha voluto compromettersi con le autorità ed è andato a spifferare quella che ha creduto potesse essere la verità. Ecco quindi l’infinita indulgenza di Cristo nei suoi riguardi, poiché, come tutti gli altri, non aveva compreso il momento epocale. Occorrerà arrivare alle Pentecoste, una specie di illuminismo della fede ante litteram.

Infatti, le parole famose dell’Ultima Cena, «prendete e mangiatene tutti … bevetene tutti», comprendendo quindi anche Giuda, si ricollegano ineluttabilmente al libero arbitrio. Anche l’Arcangelo dell’Annunciazione ha chiesto a Maria se accettava, l’onore e l’onere.

Essendo Pasqua, ci sarebbe da approfondire il concetto di «φαρμακός», «colui che s’immola in espiazione dei peccati altrui», come era usanza ad Atene nel V secolo a.C., che troviamo nel «Fedro» di Platone, risalente al dio egizio Thot, inventore della scrittura (in antitesi con Cadmo, il fratello di Europa, il quale pretende questo primato), da qui la contrapposizione con Barabba, ed il concomitante «agnus Dei qui tollis peccata mundi», tema ripreso dalla «decostruzione» di Jacques Darrida. La parola «φαρμακός» applicata ai sofisti intesa come «veleno» ma riferita a Socrate come «rimedio». Anche l’uso alterato della scrittura, della televisione, a volte persino della religione, intese come droghe o oppio dei popoli.

Strabone ci racconta del «salto di Leucade», dove far precipitare, il giorno della festa di Apollo, un uomo, vittima espiatoria coperta di piume, usanza derivata da un mito di natura cosmica, legato alla morte ed alla rinascita, poi poeticizzato con il suicidio di Saffo (ultimo paragrafo de «Le avventure di Saffo» di Alessandro Verri, del 1782; «La poetessa Saffo al salto di Leucade», di Giuseppe Alborghetti, musica di Antonio Morlacchi al Valle di Roma, interpretato da Maria Marcolini nel 1817; «L’ultimo canto di Saffo» di Leopardi, del 1822, che non menziona Leucade ma ne descrive il luogo; commedia di Andrea Passaro, del 1812, con Pulcinella spaventato; dipinti di Antoine-Jean Gros, del 1801, al Louvre, di Charles Mengin, Gustave Moreau, Pierre-Narcisse Guérin, Théodore Chassériau, Henri Manguin; affresco a palazzo Azzolino a Fermo).

A proposito della «Domenica delle Palme», Giovanni Ruffini nel bel romanzo patriottico «Il dottor Antonio», ambientato ad Arma di Taggia, ha ricordato il capitano marittimo sanremese Benedetto Bresca che, essendosi trovato a piazza San Pietro, in occasione del trasferimento dell’obelisco di Eliopoli (di 330-350 tonnellate, alto 25,5 metri che con il basamento di altre 175 ton. arriva a 33,3 m.), avrebbe avuto la presenza di spirito ma soprattutto il coraggio di gridare «aiga ae corde», ossia «acqua alle funi», per renderle più elastiche e nel contempo evitare che si surriscaldassero con l’attrito, facendolo cadere e fracassare. Poiché Sisto V aveva emesso il severissimo divieto di parlare, affinché le maestranze potessero udire bene i comandi, aveva invitato sul posto anche il boia, con la relativa attrezzatura, per incutere maggior rispetto ai propri ordini, perciò il capitano è stato dapprima arrestato, poi in cambio ha avuto, tra i vari privilegi, per sé e per i suoi discendenti, quello di fornire alla basilica le palme intrecciate per la Settimana Santa. L’intento del Papa, nel far collocare proprio lì l’obelisco (il secondo per grandezza, dopo quello a lato della basilica dei Santi Giovanni in Laterano), era stato quello di rappresentare il passaggio dal paganesimo al cristianesimo.

Passando a riflettere, come al solito, dal sacro al profano, possiamo ricordare i primi versi dell’«Iliade»: «e la gente perìa: colpa d’Atride / che fece a Crise sacerdote oltraggio». Non solo, calza inoltre a pennello il mito della morte di Ercole.

Ercole, ovvero Eracle (Ηρακλής), si era sposato con la bellissima Deianira (Δηιάνειρα), una creatura mozzafiato, ma poi, dovendo attraversare un fiume, il centauro Nesso «Νέσσος» si era offerto di guadarla sull’altra sponda ma, avendo cercato nel contempo di approfittare di lei, ha tentato di violentarla, al che il marito gli ha lanciato una freccia avvelenata col sangue dell’idra di Lerna, colpendolo. Nesso, morente, le ha donato, come pegno della propria passione, un’ampolla con il proprio sangue mischiato con il proprio sperma (chi afferma anche con olio e con il veleno del mostro che era entrato nel suo corpo), dicendole che questo filtro d’amore avrebbe al bisogno rafforzato quello del marito per lei.

Ella l’ha presa, senza farne parola, tenendola gelosamente in serbo. Però poi, qualche anno dopo, essendosi suo marito fortemente invaghito della principessa Iole (Ιόλη), ben dotata da Venere e dalle Grazie, pulcherrima figlia del re di Ecalia, una città della Tessaglia, che aveva fatta prigioniera in guerra, quando egli le ha chiesto, tramite Licha, suo paggio, il chitone da indossare per ringraziare Zeus, ella glielo ha inviato intriso con quel filtro, credendo così di riavere l’eroe tutto per sé. Invece la pelle di lui, per contatto, ha incominciato a bruciargli in maniera terribile, talmente insopportabile che, adirato, credendolo colpevole di averlo avvelenato, urlando per gli spasimi, ha frullato il suo messaggero nel mare dell’Eubea, così almeno mi ha raccontato Ovidio e me l’ha confermato Strabone, a proposito delle Isole Lichadi (Canova in uno dei suoi capolavori ha ben rappresentato Eracle mentre lo afferra per una gamba e lo prepara a fare il triplo salto mortale), poi si è gettato inutilmente in un fiume ed allora, per farla finita, si è costruito una pira, l’ha accesa e nell’apoteosi, come figlio di un dio, è asceso al cielo diventando una costellazione celeste (mirabilmente disegnata da Mercatore e da Hevelius).

Questo epilogo ci insegna che, se per contatto si busca un malanno, si rischia sempre di fare una brutta fine, anche se si è robustissimi e quindi pieni di anticorpi, a meno che Làchesi non abbia abbondato con le spanne («melius abundare quam deficere»), ma in questo caso come in altri, trattandosi di un male irreversibile, non sarebbe certamente stato un bene. Meglio quindi accontentarsi di una “sezione aurea” di vita.

Sofocle ha dato, ne «Le Trachinie», una propria versione, interpretazione personalistica, operando dei cambiamenti. Deianira è ricordata anche, oltre che da Ovidio, da Seneca e da Antonino Liberale.

Ma anche la storia, nuda e cruda, della variegata mitologia, non mi convince: prima di tutto, dovendo attraversare un fiume, perché non son passati tutti e tre insieme, oppure non si è caricato lei in spalla, come avrebbe fatto san Cristoforo con Gesù, forse perché Eracle, cavallerescamente, è andato avanti a perlustrare il territorio, per verificare che non vi fossero insidie? Deianira, sentendosi ammirata, concupita, nel frattempo ha tentato un doppio gioco, non si sarà messa in mente di far la triangolazione, con il marito e con lo spasimante? Accettando ella di farsi blandire e sedurre, Nesso non avrebbe tentato di violentarla, solo di concupirla, poiché quando egli vien ferito a morte, dal dardo avvelenato, riesce a farle credere che le voglia donare un potente filtro d’amore, lei lo ascolta, si impietosisce di tanta bontà (carità pelosa!), ne diventa succube. I centauri erano infatti considerati dei sofisti incantatori. Un mito che sarebbe quindi tutto da rivedere in chiave critica, un amalgama di astuzia e di ingenuità femminina, di sadico gusto vendicativo, di rivalità amorosa.

Comunque è una vicenda interessante, passionale, forte, in cui interviene l’amore, l’ingenuità che esso a volte comporta, la passione, la perversità, lo spionaggio amoroso di Licha, la forza, il coraggio, la gelosia maschile di Eracle verso Nesso, quella femminile di Deianira verso Iole, la bellezza sacrificale di entrambe, il rito di ringraziamento di lui verso Zeus, l’epilogo, il suicidio espiatorio di Deianira, l’apoteosi del semidio. Altro aspetto è che tutti possano impunemente toccare quel chitone intriso, solo il potentissimo Eracle ne cada vittima inconsapevole. Destinato, predestinato all’incantesimo che racchiude? Una specie di “bomba intelligente”, mirata, polarizzata su di lui, come una maledizione, confezionata e pronta, prima o poi, ad essere innescata ed a colpirlo!

Ercole contro Nesso è rappresentato come un lottatore nella scultura del Giambologna, nella loggia dei Lanzi in piazza della Signoria a Firenze, mentre nel vaso di Atene è con la spada; nel vaso al British, Deianira porge al marito il chitone; magnifico il cratere del Museo Archeologico di Lipari. Molti pittori si sono cimentati a rappresentare Eracle, Deianira e Nesso, insieme o frazionati: oltre al piatto di Villa Giulia, alla coppa di Boston, all’affresco al Museo Archeologico di Napoli, al vaso del Louvre, il Pollaiolo, Giulio Romano (affresco ed incisione), Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Paolo Veronese, Paolo Pagani, Rubens (anche Deianira che porge la veste alla Furia), Giulio Carpioni, Filippo Lauri, Laurent Pêcheux, Ferdinand Humbert, l’affresco di Christoph Unterberger nella villa Borghese e tantissimi altri; ricordiamo le sculture nei giardini di Rouen e delle Tuilleries, la terracotta di Giuseppe Pacetti all’Accademia di San Luca a Roma, il piatto di Giorgio Andreoli, l’incisione di Francesco Bartolozzi, il disegno di Gustave Moreau, quelli di Picasso, i bisquit Richard Ginori, l’opera lirica di Charles Camille Saint-Saëns, il film «Gli amori di Ercole» di Carlo Ludovico Bragaglia. Nelle miniature, Nesso è rappresentato cavalcato da Dante per attraversare il Flegetonte, il fiume di sangue («Inferno», XII, 67-69), facendoselo descrivere da Virgilio come un puro, lapidario, atto di cronaca, senza commentare, «Quelli è Nesso / che morì per la bella Deianira / e fè di sé la vendetta elli stesso», forse per cortesia poiché non solo lo ha traghettato, ma gli ha anche fatto da cicerone infernale.

Domenico Mazzullo
AL TEMPO DEL CORONAVIRUS 4

Il futuro al tempo del Coronavirus

L’Essere Umano possiede una grandissima capacità di adattamento e deve proprio a questa la sua sopravvivenza come specie, nonostante tutto.
Era una cosa ben nota a tutti, ma ora, in questo momento tutto speciale, ne abbiamo una prova incontrovertibile e inoppugnabile.
Nel giro di pochi giorni la nostra vita si è stravolta, tutte le nostre abitudini di cui eravamo gelosi sono cambiate, le consuetudini che con cronometrica e pedissequa uniformità avevano regolato le solite , a volte monotone, giornate, sono improvvisamente saltate, nonostante i nostri sforzi strenui di conservarle.
Abituati ad una estrema libertà, ci siamo auto reclusi in casa, dovendo ricorrere ad espedienti clandestini per fare il giro del palazzo; ci siamo improvvisamente scoperti cinofili, per cui i nostri cani godono di innumerevoli uscite durante il giorno e non possono più godere dei sospirati sonnellini sul divano; niente più cappuccino e cornetto al bar al mattino, con le ineludibili discussioni da esperti, sulle partite di calcio, visto che anche il nostro sport nazionale è finito, volatilizzato, scomparso.
Ci siamo scoperti cultori del “fai da te” in casa, quando solo fino a pochi giorni addietro non eravamo capaci nemmeno di avvitare una lampadina, per non parlare poi dei succulenti manicaretti che ogni giorno prepariamo, da esperti cuochi stellati improvvisati.
Andiamo in giro per strada, con fare circospetto, quasi nascondendoci, mascherati da improvvisati rapinatori con il volto coperto e schiviamo attentamente ogni essere umano che vediamo in lontananza, memori dei versi del Petrarca che abbiamo imparato a scuola in tempi lontani:
“Solo e pensoso i più deserti campi
Vo mesurando a passi tardi et lenti
Et gli occhi porto per fuggire intenti
Ove vestigio uman l’arena stampi”
Unico momento di socialità che ci concediamo, ma rigorosamente a distanza, è quando appollaiati sui balconi o alle finestre ci sporgiamo e sbracciamo pericolosamente e improvvisiamo delle improponibili sceneggiate con i nostri vicini di casa, cantando a squarciagola canzoni che neppure conosciamo, con l’unico intento di produrre rumore e illuderci di essere felici, simulando una ostentata allegria; oppure di sera, oscilliamo pericolosamente sugli stessi balconi e finestre, con le braccia levate in alto, illuminando il cielo con la luce dei cellulari.
Non parcheggiamo più l’auto in doppia fila, perché non è più necessario e rimpiangiamo però le interminabili code di auto sul Raccordo Anulare, che prima ci facevano bestemmiare, sperando che presto vengano ripristinate.
L’aria è divenuta improvvisamente pulita e respirabile e spesso ci gira la testa, se inspiriamo troppo profondamente, per la iperossigenazione cui sono sottoposti i nostri polmoni; Improvvisamente ci siamo abituati a sostare pazientemente in fila, ordinati e a rispettosa distanza l’uno dall’altro, quasi fossimo divenuti improvvisamente cittadini britannici. Gli autobus, abituati a procedere a passo d’uomo, sfrecciano a velocità vertiginosa e rigorosamente vuoti, privi di passeggeri e le navi delle ONG non solcano più il Mediterraneo alla ricerca di migranti da salvare, anche essi volatilizzati.
I programmi della televisione cui eravamo abituati, sono stravolti e insolitamente senza pubblico plaudente ad ogni sciocchezza pronunciata dai conduttori, con i rari ospiti rigorosamente seduti a distanza di sicurezza, alimentandosi così la legittima domanda circa la possibilità di sentirsi, eppure una cosa, forse solo questa, è rimasta immutata, in tale improvvisa smania di cambiamento.
La consapevolezza di ciò, mi ha colpito improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, questa mattina come sempre alle 5 in bagno, con la radio sintonizzata su RAI 1 per ascoltare il primo notiziario.
Al termine della litania dei numeri cui ormai siamo abituati, dei nuovi contagi, dei guariti e purtroppo degli scomparsi, terminato il notiziario, una voce suadente, la solita di sempre, ha annunciato l’Oroscopo del giorno, rubrica quotidiana e irrinunciabile anche di questi tempi, indispensabile per iniziare la giornata volgendo uno sguardo al futuro.
Ho ascoltato, per la prima volta non distrattamente, ponendo orecchio a tutti i segni zodiacali e alle relative previsioni, attendendo ansiosamente la mia; sono nato sotto il segno dei Gemelli.
Purtroppo è venuta per ultima e quindi sono stato costretto ad ascoltare quelle di tutti gli altri segni.
Con grande stupore e meraviglia da parte mia, ho scoperto che nessun membro di alcun segno zodiacale aveva nelle previsioni l’insorgenza dei sintomi della infezione da Coronavirus, né tantomeno esiti infausti, ma per tutti erano pronosticati incontri felici, nuovi amori, successi professionali o economici, sorprese speciali e felici inattese, al massimo piccoli problemi transitori che si sarebbero però risolti nella giornata stessa, e assolutamente nessun accenno, seppure remoto alla pandemia.
Mi sono oltremodo rallegrato, immaginando con gioia, che quindi il prossimo bollettino della Protezione Civile avrebbe segnalato un improvviso e inaspettato crollo totale dei contagi, annunciando la fine della pandemia, in seguito ad un insperato ed imprevedibile, sconcertante miracolo.
Dimenticavo di dire che per il mio segno dei Gemelli, è previsto un inaspettato e felice incontro intimo serale, con una persona riaffiorata da un lontano passato e persa di vista, senza però specificare se con o senza mascherina.

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Roma, 4 aprile 2020

La Domenica al tempo del Coronavirus

Quando si fa l’esame neurologico ad un paziente nel quale sospettiamo un disorientamento nel tempo e nello spazio dovuto a varie e molteplici, possibili cause, con pedissequa ripetitività, proponiamo sempre gli stessi quesiti: “Come si chiama? Dove siamo? In che anno siamo? Che giorno è oggi?”, passando poi, se le risposte ai primi sono state corrette, a quesiti più complessi e impegnativi:” Chi è il Presidente della Repubblica? Come si chiama il Papa?” salendo poi progressivamente a proporre interrogativi sempre più complessi di ordine matematico, linguistico e spaziale.
Confesso che da qualche anno, col procedere dell’età, anche io, appena sveglio, non mi produco giammai in esercizi ginnici che mi sono alieni, ma mi sottopongo a questi test, per autovalutare le mie condizioni psichiche e poter così tranquillamente dare inizio alla giornata, col timore panico, ogni volta, di non saper rispondere ad un qualche quesito autoproposto, e quindi essere costretto a formulare una spiacevole diagnosi e prognosi nei miei confronti.
Questa mattina, ciò che ogni giorno temo, si è ahimè verificato, avendo saputo rispondere a tutte le domande di rito, meno che ad una , la più importante e determinante: “Che giorno è oggi?”.
Preso dallo sgomento, ho cercato di fare mente locale, di concentrarmi, di ragionare, di riflettere, compito reso sempre più difficile dall’ansia incipiente e sempre crescente, fino a che, sconfortato, mi sono autodiagnosticato i sintomi iniziali del temutissimo Morbo di Alzheimer, spauracchio di ognuno di noi.
Poco dopo, solamente la radio è giunta provvidenziale in mio soccorso, con il consueto primo notiziario del mattino, che puntualmente mi ha localizzato nel tempo, nello spazio non ne avevo bisogno, e mi ha informato essere domenica, e vieppiù una domenica speciale, la Domenica delle Palme, dando seguito, immediatamente dopo, al nuovo giornaliero bollettino della guerra che stiamo combattendo contro il nemico invisibile, il Coronavirus.
Ho potuto così trarre definitivamente un respiro di sollievo e per la prima volta mi sono sentito felice di questa notizia.
Non all’Alzheimer era quindi dovuto il mio vuoto mnemonico, ma al nostro nemico invisibile che ha reso tutte le nostre giornate eguali e quindi indistinguibili, succedentesi una identica all’altra in una noiosa litania di giorni sovrapponibili perfettamente tra loro.
Un tempo ormai lontano e rimpianto, la domenica si distingueva nettamente dagli altri giorni della settimana e rappresentava un ideale spartiacque tra la precedente e la successiva.
Aveva infatti una ritualità tutta particolare che ne faceva un giorno unico e singolare.
Prima di tutto non si andava a scuola e questo costituiva già un vantaggio e una differenza considerevole, rispetto agli altri giorni di ordinario travaglio scolastico.
Costituiva un’oasi felice, funestata e sporcata però dai compiti da eseguire per il giorno a venire e consistenti specialmente nel Tema a casa, di terrorizzante memoria, ma comunque era pur sempre un giorno di vacanza.
Per fortuna, non essendo i miei genitori , religiosamente praticanti, non c’era il rito della Messa domenicale, ma pietosamente soccorrevano i miei vicini di casa, religiosissimi e i cui figlioli erano i miei amici di infanzia.
Cos,ì per trascorrere un po’ di tempo con loro e interrompere la mia solitudine di figlio unico, mi sottoponevo al rito della Messa.
Forse proprio in quei tempi si è maturato il mio laicismo.
La mattinata si concludeva poi con l’acquisto delle classiche paste domenicali in pasticceria, che allietavano il pranzo del giorno di festa.
Il pomeriggio, si trascinava noiosamente e tristemente, attendendo la sera e risuonavano entro di noi, mestamente i versi di Giacomo Leopardi, che con straordinaria lungimiranza aveva già compreso tutto:

“Diman tristezza e noia recheran l’ore
Ed al travaglio usato,
ciascun col suo pensier farà ritorno

Ora , grazie al Coronavirus tutto è finito, cancellato, volatilizzato.
Ora in questo periodo di forzata quarantena, molto più rigida di ogni Quaresima prepasquale, ogni distinzione, ogni differenza, ogni prerogativa è scomparsa, ogni singolarità che rendeva la domenica un giorno unico ed irripetibile è finita.
Le scuole sono chiuse, le pasticcerie sono chiuse, perfino le Chiese sono chiuse e tutti i giorni si sono rigidamente eguagliati, uniformati, pareggiati, a rendersi indistinguibili gli uni dagli altri, per renderci insensibili all’inesorabile scorrere del tempo.
Anche di questo dobbiamo rendere grazie al Coronavirus.

Roma, 5 aprile 2020

Il Coraggio al tempo del Coronavirus

In questo modesto diario quotidiano riguardante l’attuale momento così particolare, diario che ho iniziato quasi per caso, oggi mi voglio cimentare con un tema che mi sta molto a cuore, il Coraggio, e proprio dal cuore questa virtù specialissima dell’essere umano, e non solo, prende il nome, dalla parola latina “cor”, appunto cuore.
“Coraggio” recita il Dizionario:” Forza morale che mette in grado di affrontare difficoltà, sacrifici e pericoli, per il bene comune”.
Mai definizione, secondo me , è stata più perfetta e appropriata.
Prendiamola in esame: Forza morale, non forza fisica, che evoca la sensazione di violenza, di prevaricazione, di imposizione, ma forza morale, una forza dell’animo, che si esplica con parole, atti, comportamenti, che non necessariamente, anzi quasi mai sono violenti, ma manifestano la loro forza , il loro valore, proprio a livello morale.
E’ una forza interiore, che emana, promana, da chi ne è dotato, non in maniera spettacolare ed eclatante, ma quando ve ne è bisogno, al momento opportuno, quando è richiesta la Sua presenza e il Suo ausilio.
Lo compresi immediatamente, acutamente, improvvisamente quando ero poco più che bambino al cinema, in due film che mi fecero intendere, intuire questo concetto così elevato, semplice, ma anche complesso e difficile da spiegare a parole. Il primo di questi, in ordine cronologico fu “Il buio oltre la siepe”, meraviglioso film tratto dall’altrettanto omonimo e meraviglioso libro di Harper Lee, di cui è indispensabile la lettura.
Vista attraverso gli occhi di una bambina, la figlia, è narrata la vicenda di Atticus, un avvocato di provincia, statunitense, di una piccola cittadina del profondo Sud razzista che viene incaricato della Difesa di ufficio, di un giovane uomo di colore, accusato di aver violentato una donna bianca.
Il resto non lo anticipo, per non inquinare la sorpresa di chi il film non ha visto, ma raccomando solo di porre attenzione ad una delle scene più belle ed emozionanti del film, quando l’Avvocato, dopo l’arringa finale di difesa, si avvia ad uscire dal tribunale e tutta la popolazione di colore che aveva assistito, si alza in piedi in segno di rispetto e il reverendo, anch’egli di colore, si rivolge alla bambina, figlia dell’avvocato e con fare timido e rispettoso le rivolge delle parole che nella mia mente di bambino sono rimaste impresse indelebilmente :”Signorina Finch, si alzi in piedi, passa Suo padre”. Mai esempio di coraggio morale è stato più evidente e pregnante per me.
Il secondo film, coevo del primo è il famosissimo “Mezzogiorno di fuoco” che narra la vicenda, assolutamente vera dello Sceriffo Wyatt Earp, che nonostante le esortazioni dei suoi stessi concittadini a fuggire, affrontò da solo una banda di criminali venuti a vendicarsi, perché questo era il Suo dovere di Sceriffo.
Sono esempi, uno letterario, e uno reale che provengono da oltre oceano, ma anche noi in Italia abbiamo un esempio vero, storico, importantissimo di questo Coraggio che si esplica per il bene comune: Il Vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo d’Acquisto, Medaglia d’Oro al Valor Militare, Che innocente, si autoaccusò di fronte ai Tedeschi di un attentato, per cui stavano per essere fucilati Suoi concittadini per rappresaglia, salvando Loro la vita.
Cosa c’entra tutto questo col Coronavirus, si starà chiedendo, Chi mi ha letto fino qui.
C’entra, penso io, perché proprio in questa contingenza così difficile e pericolosa, Vi sono tante donne e uomini che proprio con quel coraggio, che risponde perfettamente alla definizione del dizionario, si sono prodigati, si stanno prodigando, hanno sacrificato anche la Loro vita, a favore di quel bene comune, rispondendo ad un imperativo morale, interiore, assolutamente personale e individuale, che, nonostante tutto, nonostante la umanissima e comprensibilissima paura, non può essere disatteso.
Imperativo morale, che quando è riconosciuto, quando è presente, quando è obbedito e rispettato, tiene alto il nome e il Valore della Umanità Tutta.
E non penso, solo ai Medici, Infermieri, Personale sanitario tutto, che in questa emergenza è in prima linea, ma alle Forze dell’ordine che cercano di difendere il rispetto delle regole, a tutti i Lavoratori che con il loro impegno e il loro lavoro, in situazioni di vero pericolo, ci permettono una vita relativamente normale, e a tutte le Persone, comuni, che, ognuna nel proprio ambito, rispettando responsabilmente le direttive che ci sono date, rimanendo in casa compie il proprio dovere, con coraggio e abnegazione.
Voglio concludere questo breve discorso sul coraggio, con le parole con cui il Prof. Zimbardo chiude il Suo libro “L’Effetto Lucifero”:
“Così il viaggio dell’EFFETTO LUCIFERO si conclude
su una nota positiva, celebrando l’eroe
comune che vive in ognuno di noi. In contrapposizione
alla “banalità del male” basata sull’assunto
che dei più spregevoli atti di crudeltà
e degradazione possano essere responsabili
persone comuni, io sostengo l’assunto della
“banalità dell’eroismo”che dispiega il vessillo
dell’eroico uomo comune pronto a rispondere
all’appello dell’umanità quando è il suo momento
di agire.Quando suona quella campana
sa che suona per lui. È l’appello a difendere il
lato migliore della natura umana, che si erge al
di sopra delle forti pressioni della Situazione e
del Sistema come una vigorosa affermazione
della dignità dell’essere umano contro il male.”

Roma, 06 aprile 2020

Eroi al tempo del Coronavirus

Rileggendo quanto ho scritto ieri, alla ricerca di errori o omissioni, mi hanno ancora una volta emozionato e commosso le parole del Prof, Zimbardo con le quali si conclude il Suo libro “L’Effetto Lucifero” e proprio da queste vorrei prendere le mosse, per questa pagina di diario. Le riporto ancora una volta:
“Così il viaggio dell’EFFETTO LUCIFERO si conclude
su una nota positiva, celebrando l’eroe
comune che vive in ognuno di noi. In contrapposizione
alla “banalità del male” basata sull’assunto
che dei più spregevoli atti di crudeltà
e degradazione possano essere responsabili
persone comuni, io sostengo l’assunto della
“banalità dell’eroismo”che dispiega il vessillo
dell’eroico uomo comune pronto a rispondere
all’appello dell’umanità quando è il suo momento
di agire. Quando suona quella campana
sa che suona per lui. È l’appello a difendere il
lato migliore della natura umana, che si erge al
di sopra delle forti pressioni della Situazione e
del Sistema come una vigorosa affermazione
della dignità dell’essere umano contro il male.”
Mi colpisce soprattutto quello ”Eroe comune che vive in ognuno di noi”, quell’eroe che non sa di esserlo, che non sospetta di esserlo, che non penserebbe mai di poterlo essere, fino a che le circostanze, la sorte, non lo pongono nella condizione di manifestare, di esprimere, di far uscire da sé il proprio eroismo.
Noi abbiamo una idea mitologica, letteraria dell’Eroe, essere intermedio tra gli dei e gli uomini, che interviene nel mondo con imprese eccezionali, ma nella realtà non è così e non sarebbe umano se così fosse.
Il vero eroe è l’uomo comune, che conduce una vita comune, eguale a quella di tutti gli altri, ma che in un dato momento di questa, a causa della sorte o del destino, non so, si trova involontariamente chiamato ad una impresa che appare eccezionale agli altri, ma che per lui è assolutamente naturale, spontanea, immediata, vorrei dire istintiva, perché non proviene da un ragionamento, ma sorge improvvisa, irrefrenabile, ineludibile, incoercibile, dalla propria natura, da una parte di questa, fino a quel momento rimasta nascosta, occultata, ignota a lui stesso.
E proprio questa ignoranza, inconsapevolezza, incoscienza di sé, rende quell’uomo un eroe, ossia Il fatto che a Lui appaia naturale, semplice, istintivo, a portata di mano ciò che agli altri sembra soprannaturale ed eroico.
Sono tanti questi eroi, in mezzo a noi, occultati, nascosti, oscuri a se stessi e agli altri, fino a che non giunge un evento a risvegliarli dalla vita comune che conducevano fino ad allora e ad obbligarli a divenire eroi.
Come dice Zimbardo “Quando suona quella campana sa che suona per lui” e Lui al suono di quella campana non può resistere, non può opporsi, ma nemmeno lo vorrebbe, perché è nella Sua natura rispondere a quel suono.
Oggi, in questa emergenza da Coronavirus, questi eroi che rispondono al suono di quella campana, sono i medici, gli infermieri, il personale sanitario tutto, che si trova in prima linea a combattere questa guerra, imprevedibile, improvvisa, inimmaginabile, contro un nemico invisibile, subdolo, oscuro e per questo tanto più pericoloso.
Quando hanno studiato, hanno sofferto, si sono sacrificati, per diventare medici, infermieri , non prevedevano certo, che un giorno si sarebbero trovati, bardati come palombari, ad assistere un numero così grande di malati, affetti da una malattia sconosciuta, mortale.
Non immaginavano certo che avrebbero messo a repentaglio la vita, che la avrebbero persa, compiendo il loro dovere a favore di chi è malato, eppure questo avviene senza un lamento, senza esitazione, senza un dubbio, fedeli a quel Giuramento di Ippocrate che anche io ho compiuto.
Allora io per primo mi inchino di fronte alla abnegazione e al coraggio dei miei Colleghi, che rischiano la vita, che hanno, in tanti, perso la vita per eseguire fino in fondo, quel compito che la vita ha Loro riservato.
Avendo coscienza del numero dei medici e infermieri che hanno perso la vita su questo fronte, forse fantastico, ma immagino quel visus, in qualche modo perfidamente intelligente , nell’accanirsi, con maggior forza e cattiveria, proprio contro coloro che ha compreso essere suoi nemici giurati
Voglio concludere questa pagina di diario con le parole di Antoine de Saint-Exupery:
“Colui che se n’è andato, di cui non ci resta che la memoria,
rimane con noi più potente e anzi piò presente
dell’uomo che vive.”

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Roma, 07 aprile 2020

Esami di Maturità al tempo del Coronavirus

Proprio ieri ho rivisto, sempre per motivi professionali, il giovane studente M.C. che alcuni giorni addietro è stato protagonista di una pagina di questo Diario del Coronavirus, ma sembra una eternità, quando mi annunciava, con aria trionfalistica che dal giorno dopo le scuole sarebbero state chiuse fino alle vacanze di Pasqua.
Tutto il resto era ancora di là da venire, ancora, ma per poco, si poteva uscire liberamente, qualcuno ancora ironizzava sull’uso delle mascherine, i ragazzi, ormai ex studenti, lasciati liberi dagli impegni mattutini della scuola, bighellonavano in allegri assembramenti in istrada, dimentichi delle più elementari norme di precauzione, tanto il virus colpisce, almeno così si diceva, solo i vecchi.
Ancora per poco però, perché il rapidissimo precipitare degli eventi avrebbe fatto istituire un rigido coprifuoco, per cui tutti, vecchi e giovani, sarebbero stati consegnati a casa., agli arresti domiciliari, potendo uscire e solo per brevissimi tratti, e sempre solo uno alla volta.
Per non farli annoiare in casa i Professori si sono ingegnati a fornire loro, attraverso il computer, lezioni e compiti da svolgere e da rispedire al mittente perché fossero corretti.
Fortunati gli unici possessori di cani, che sempre uno alla volta, si passavano in famiglia lo stesso cane, per altruisticamente portarlo fuori ad espletare i suoi bisogni, un numero vertiginoso di volte al giorno, come non era mai successo in vita sua, con ovvio conseguente suo disappunto.
Ma ora, da domani, giovedì santo, inizieranno rigorosamente e ufficialmente le vacanze di Pasqua, sempre in via telematica, per cui gli studenti potranno passare, di diritto dalla condizione di “studenti a casa per il Coronavirus”, a quella legittima di “studenti a casa perché in vacanza”, vacanze pasquali che dureranno, come sempre fino al Lunedì dell’Angelo, compreso.
Tornando al mio giovane studente M.C. venuto da me ieri, l’ho visto seriamente in ansia e acutamente preoccupato, contrariamente a tutti noi invece felici, per le notizie confortanti e moderatamente ottimistiche, circa la progressione della curva dei contagi da virus, e mi ha spiegato che , secondo quanto annunciato dalla giovane Ministra della Istruzione, se si sarà in condizione di riaprire le scuole entro il 14 di maggio, gli Esami di Maturità si terranno regolarmente, seppure in formato soft e su un programma naturalmente ridotto, mentre, nella infausta ipotesi in cui, questo ritorno sui banchi fosse impedito dal proseguire della epidemia, i terrifici Esami di Maturità non si terranno e verranno sostituiti da un colloquio orale da casa, in via telematica.
Inizia quindi da ora un conto alla rovescia, in controtendenza alla maggior parte di noi, con la esplicita speranza che l’epidemia non rallenti, almeno fino alla data del 14 maggio, che rappresenta il limite invalicabile perché gli Esami non si possano più tenere.
Non ho avuto il coraggio di deludere e scoraggiare nelle sue legittime speranze, il giovane studente M.C., così ottimisticamente fiducioso, stemperando i suoi entusiasmi, non perché io abbia capacitò divinatorie sulla fine della epidemia in tempi brevi, ma perché, per esperienza personale vissuta, se gli Esami di Maturità non si dovessero tenere, per Sua apparente fortuna, invece ciò costituirebbe una immane sciagura, il cui peso sarebbe costretto a sopportare per tutta la vita.
Verrebbe infatti privato di una delle esperienze più significative e formative della Sua giovinezza, da rievocare tante e tante volte negli anni, assieme agli ex compagni di scuola, gli mancherebbero i mille aneddoti da ricordare con gli ex compagni, nelle patetiche cene tra ex, che piano piano col trascorrere degli anni inevitabilmente non si riconoscono più, tanto la vita li ha cambiati, modificati, fuori, ma soprattutto dentro.
Ma soprattutto non avrebbe argomenti preferiti per gli incubi, che negli anni a venire, certamente affollerebbero le sue notti agitate, esami di Maturità da ripetere all’infinito, oppure e ancora più traumatizzante. la scoperta a distanza di anni che gli esami sono stati invalidati e devono essere ripetuti, come si narra in un film angosciante di alcuni anni addietro.
Per convincerlo di quanto gli stavo piano piano confidando, gli ho raccontato un mio sogno ricorrente a distanza di più di cinquanta anni dal mio Esame di Maturità, sogno che ricorda e farebbe invidia a Bergman de “Il posto delle fragole”.
Mi trovavo nella segreteria dell’Università di Pisa, per ritirare il mio Diploma di Specializzazione in Psichiatria e la segretaria costernata, mi spiegava che non mi poteva essere consegnato perché si era scoperto che non avevo sostenuta alla Maturità, nel lontano 1969, la prova di Greco e di Filosofia, che avrei dovuto sostenere entro quindici giorni, pena la decadenza della Maturità e conseguentemente della Laurea in Medicina e della Specializzazione in Psichiatria.
Conseguentemente mi sottoponevo ad uno studio pazzo e disperatissimo in questi scarsissimi giorni e mi presentavo nella mia scuola, il Liceo Giulio Cesare di Roma per eseguire la prova scritta di Greco con il dizionario sotto il braccio.
Seduto da solo al banco, accingendomi ad iniziare a tradurre, aprivo il dizionario, ma i fogli erano tutti assolutamente e disperatamente bianchi.
A questo punto, salvifico, giunge sempre il brusco risveglio con il conforto della coscienza trattarsi di un brutto sogno.
Ma ciò che lo ha definitivamente convinto è stata la consapevolezza che le note della canzone di Antonello Venditti “Notte prima degli Esami” per Lui non avrebbe evocato nulla.
Gli ho anche raccomandato di leggere il bellissimo libro di Franz Verfel “Anniversario degli Esami di Maturità”, ma non credo che lo leggerà.

Roma, 08 aprile 2020

La Droga al Tempo del Coronavirus

Non ho figli, quindi il problema non è personale, ma una delle cose che mi tormenta, mi preoccupa e mi addolora di più, avendo raggiunto questa età in cui scorrono i titoli di coda del film della mia vita, è il fenomeno della droga e dell’alcol nei giovani e soprattutto nei sempre più giovani, negli adolescenti ,ormai quasi bambini.
Non mi lascia dormire sonni sereni, soprattutto perché sinceramente mi sembra sottovalutato e sottostimato nella sua pericolosità e gravità.
E’ un fenomeno che scorre quasi sotto traccia, semi visibile, non invisibile, ma neppure eclatante e assordante come invece dovrebbe.
Forse perché non provoca, almeno apparentemente, l’allarme sociale che dovrebbe provocare, che meriterebbe di provocare e suscitare e invece sembra che da più parti ci sia come una placida accondiscendenza, una tolleranza, che considero estremamente pericolosa, miope e per nulla lungimirante e rassicurante.
Cosa c’entra questo col Coronavirus che ha rappresentato fin qui il protagonista di queste pagine di diario?
Credo che nella mia mente il nesso logico sia stata questa riflessione: Da qualche tempo, molto di recente, il nostro pensiero, di tutti noi esseri umani è concentrato su questa epidemia, anzi pandemia del Coronavirus, che prepotentemente, proditoriamente si è insinuato nelle nostre tranquille esistenze, scompaginandole fin dalle fondamenta, costringendoci, in brevissimo tempo, a mutare radicalmente il nostro stile di vita, le nostre abitudini più che radicate ed immutabili, immobili nella loro estenuante ripetitività, obbligandoci a dei mutamenti in brevissimo tempo, che abbiamo dovuto accettare di buon grado, che abbiamo dovuto sopportare, come assolutamente indispensabili per poter sopravvivere, indispensabili ho detto, perché senza di questi l’epidemia si sarebbe propagata, ancora più ferocemente di come ha fatto fin ora e continua a fare, mietendo molte più vittime di quelle che ha recato via con sé.
L’epidemia si è scatenata e ha raggiunto le drammatiche proporzioni che conosciamo, in tempi brevissimi, diffondendosi in tutto il mondo a macchia d’olio, risparmiando solo l’Antartide.
La rapidità, la immediatezza con cui si è diffusa, ci ha sconcertato, ci ha lasciato attoniti, ma è stata anche la nostra salvezza, perché ci ha obbligato a prendere in tempi brevissimi, provvedimenti che mai avremmo immaginato, ci ha obbligato, in un attimo a mutare radicalmente le nostre vite, senza che nemmeno riuscissimo ad accorgercene e prenderne coscienza e questa rapidità obbligata è stata la nostra salvezza, forse.
Il virus della droga, viceversa, ha agito molto più subdolamente, silenziosamente, lentamente.
Si è insinuato lentamente nel nostro tessuto sociale, con una gradualità impressionante nella sua perfidia, senza dare nell’occhio, senza creare quell’allarme rosso, che invece ha suscitato il Coronavirus, ma ci ha permesso, inizialmente, addirittura di ignorarlo, di non vederlo, o volerlo vedere, di sottovalutarlo poi, perché in fondo era scomodo essere costretti a vederlo.
Ci ha permesso, nella sua subdola perfidia, anche di convivere con lui, di trovare un accomodamento, un patto di non belligeranza, un compromesso, che avremmo dovuto comprendere subito come impossibile e invece ci siamo illusi del contrario, permettendogli di insinuarsi nel nostro tessuto sociale, fino a permearlo totalmente, soprattutto nella parte più delicata e per questo più fragile, più vulnerabile di questo, la popolazione giovanile, il nostro futuro.
In questo subdolo insinuarsi il virus ha trovato anche degli alleati, che per ingenuità, voglio sperarlo, o per tradimento, sono passati dalla parte del nemico, minimizzandone la aggressività e pericolosità e addirittura facendolo comparire come innocuo e inoffensivo, trovando in questa manovre degli sciocchi sostenitori.
E ora che il virus si è insinuato e ci ha permeato corriamo ai ripari, o meglio cerchiamo di correre ai ripari, non rendendoci conto che ormai ha contaminato il nostro futuro, i giovani, coloro ai quali dovremmo passare il testimone, quando saremo diventati troppo grandi, vecchi e deboli per continuare a portarlo, e dovremo necessariamente cederlo a chi ci segue. Ma sarà in grado di accoglierlo e sostenerlo, di tenerlo bene in alto sopra di sé?
Questo interrogativo mi angoscia e mi tormenta.
Ma perché proprio questa pagina di diario oggi?
Ieri ho visto un paziente, un ragazzo di diciotto anni, che in presenza del padre e con la massima naturalezza, mi ha raccontato di aver fatto uso di tutti i tipi di droga ma ….”ma ora dotto’ è un casino. Questo maledetto Corona, co’ la quarantena che me costringe a sta’ chiuso en casa, no’ me fa droga’ e poi la poca rrobba che se trova adesso fa schifo, no è bbona. Sse continua così è la vorta che smetto davero de drogamme…”
Dovremo ringraziare il Coronavirus per questo?

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Roma, 09 aprile 2020

Le Case di Riposo al Tempo del Coronavirus

Questa è certamente una delle pagine, se non la pagina più triste di questo Diario al Tempo del Coronavirus.
L’argomento delle Case di Riposo per Anziani, mi suscita sempre una immensa tristezza, una angoscia e una commozione profonda.
Ho cominciato a conoscerle, quando appena laureato, giovane medico inesperto, ho iniziato la mia vita professionale facendo il Medico Condotto, allora ancora esisteva questa mitica e magica figura di stampo ottocentesco, che ben si addiceva ai miei gusti da antiquariato.
Fra le tante competenze del Medico Condotto, oltre alla cura, naturalmente, dei malati a lui affidati, c’era quella delle Case di Riposo per Anziani, nel territorio di cui era responsabile.
Questa incombenza comportava, naturalmente, il recarsi in Casa di Riposo quando un anziano ricoverato si ammalava, il che avveniva molto spesso, soprattutto in inverno, ma anche una necessità molto più triste e dolorosa, quella di constatare il decesso di un ospite della Casa e stilare il relativo Certificato di morte, cosa, anche questa che avveniva piuttosto spesso.
Quando ricevevo una telefonata da una delle Case di Riposo della mia giurisdizione per il primo, ma soprattutto per il secondo dovere, il cuore mi si riempiva di profonda tristezza e recarmi in quei luoghi mi costava tantissimo e ancora conservo negli occhi, a distanza di quasi cinquanta anni, lo sguardo di queste Persone anziane, Che vivevano come una novità l’arrivo del “Dottorino”, come mi chiamavano allora, vista la mia giovane età.
Mi accoglievano trepidanti, Coloro i Quali erano in condizione di non essere relegati a letto,, curiosi di conoscere quale fosse la Persona ammalata, o peggio ancora deceduta, per cui era stata richiesta la mia presenza e quando scoprivano che si trattava della prima opzione, tiravano un sospiro di sollievo, al pensiero che la morte, con il suo carico di sofferenza, si fosse sì avvicinata, ma poi avesse deciso che non era ancora tempo.
Io, ancora così giovane e inesperto, cercavo di immedesimarmi, di immaginare, di percepire, di capire lo stato d’animo che dovesse necessariamente risiedere in Persone così anziane e viventi in Casa di Riposo, un eufemismo per intendere piuttosto la Sala d’attesa della morte, lo stato d’animo di Persone Che avevano avuto una vita attiva, un lavoro, degli affetti, anche delle preoccupazioni, naturalmente, una famiglia, e che ora per varie cause, alcune giuste ed inevitabili, altre ingiuste ed evitabili, erano state costrette ad abbandonare la Loro casa, il Loro ambiente, i Loro familiari, le Loro cose, i Loro ricordi, per trascorrere l’ultimo tratto della propria vita, in un luogo, per quanto ameno e curato, comunque estraneo e con la compagnia di altri anziani come Loro, in attesa dello stesso inevitabile traguardo.
Avevo compreso che la Loro vita era scandita, regolata, dalle stesse ripetitive, pedisseque abitudini, soprattutto alimentari, la colazione al mattino, la merenda a metà giornata, il pranzo, una seconda merenda al pomeriggio e infine la cena e poi finalmente il tanto agognato sonno che giungeva salvifico a concludere una monotona giornata. E il giorno seguente si ricominciava uguale.
Quando lasciavo questi luoghi, avendo compiuto il mio dovere, lo facevo sempre con un profondissimo senso di colpa, un dolore lancinante nel cuore, al pensiero che io andavo via, continuavo la mia vita fuori di lì, con le mie relazioni umane, i miei affetti, le mie incombenze, anche preoccupazioni, mentre Loro, le Persone che avevo incontrato, che avevo visitato, con cui avevo parlato rimanevano lì, invece, fino a che….
Fortunate Le persone che avevano familiari, solleciti nel visitarli, nel portare Loro quel poco di calore di casa, di famiglia, di affetto, che tanto mancava, e che un poco ritrovavano in quel tempo dedicato alle visite, sempre troppo poco, ma molti purtroppo questa consolazione non la avevano e allora scoprivo nei loro occhi la delusione e quasi anche l’invidia verso gli Altri, più fortunati Che avevano ricevuto la visita di qualcuno.
Queste immagini sono ben stampate nei miei occhi e nella mia mente, ma anche trascritte in tanti quaderni con la foderina nera, ove riporto, sotto forma di racconti le mie esperienze di medico.
Ho continuato poi a frequentare queste Case di Riposo, quando, come Psichiatra, la mia opera veniva richiesta per lenire i dolori e le sofferenze della depressione che spesso colpiva gli anziani ricoverati in questi luoghi.
Purtroppo con scarso successo, visto che con i miseri mezzi della Medicina, non ero in grado di curare, di lenire i dolori dell’animo, che provenivano dalla solitudine, dall’abbandono, dal venir meno di uno scopo nella vita, per cui cercare di sopravvivere, dal vedere ogni giorno avvicinarsi quell’inesorabile traguardo, paventato, ma anche desiderato.
Tutte quelle immagini mi tornano ora alla mente quando sento alla radio, vedo in televisione, leggo sui giornali, che il Coronavirus si è fatto alleato della morte e spessissimo, con una frequenza inaudita , si è recato in quelle Case, per strappare, portar via, rapire delle Persone che vivevano lì gli ultimi attimi della propria esistenza, forse a volte liberandoLe da una vita divenuta troppo triste e gravosa.
Ieri un giornale, a proposito di queste tante morti da Coronavirus in Case di Riposo, con discutibile, macabra ironia titolava:
“Case di Riposo Eterno”.

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Roma, 10 aprile 2020

La Morte al tempo del Coronavirus

Il discorso intrapreso ieri sulle Case di Riposo per Anziani, divenute ora, secondo il titolo di un giornale, Case di Riposo eterno, ci porta necessariamente e inevitabilmente ad affrontare il problema dei problemi, quello della morte, della nostra fine materiale, ma non di quella spirituale per chi crede.
Non voglio però entrare nel merito di come viva la morte chi crede, in contrapposizione a chi invece non crede e considera la morte la fine definitiva di tutto.
Questo fa parte della coscienza di ciascuno di noi e a quella coscienza dobbiamo rivolgerci.
Voglio affrontare il tema della morte, come fenomeno assolutamente umano e terreno, come ce lo ripropone quotidianamente questa pandemia, che in un tempo brevissimo è riuscita a condannare a morte e rapire tanti di noi, in tutto il mondo, senza fare distinzione tra uomini, donne, adulti, bambini, razze, culture, ceti economici, ruoli nella società.
La morte è stata veramente “una livella”, come dice la poesia del grande Totò, che ha uniformato e uniforma tutto e tutti, senza distinzioni di nessun ordine.
Quando il virus, all’inizio, era diffuso solo in Cina e nemmeno in tutta, la morte già era presente, ma era lontana, quasi irreale, impersonale, era un numero, che ogni giorno cresceva, ma dietro quel numero, non percepivamo, esseri umani che non c’erano più, famiglie distrutte dal dolore, che piangevano un loro caro, coniugi anziani con una vita intera assieme dietro le spalle, costretti a separarsi, improvvisamente, con una brutalità inaudita, bambini che perdevano i loro genitori, o genitori che perdevano i loro bambini.
Tutto era lontano, offuscato dalla distanza, dalle differenze culturali, dalla nostra stessa indifferenza e quei numeri sempre in aumento, non facevano vibrare le corde del nostro cuore, reso freddo dalla abitudine e dal disinteresse.
Ma quando poi le distanze si sono accorciate, quando il virus, prima lontano e quasi irreale, ha cominciato a lambire le nostre case, le nostre città, i nostri paesi, allora sì, le corde del nostro cuore hanno cominciato a vibrare, emettendo il suono acuto dell’allarme, della paura, del terrore, del pensiero, che ciò che era lontano ed irraggiungibile, ci stava raggiungendo, con il suo carico di sofferenze e di morte.
E allora abbiamo cominciato a pensare, a sospettare, a intuire che la faccenda potesse riguardare anche noi, le nostre vite, i nostri affetti.
Solo così, solo a questo punto, la morte è entrata nei nostri pensieri, nelle nostre preoccupazioni, nei nostri incubi ed è divenuta qualcosa di reale.
Solo allora quei numeri lontani ed irreali, hanno preso la forma e il corpo di persone conosciute, di un nostro familiare, di un nostro amico, del nostro medico, di un nostro collega di lavoro, di noi stessi.
Allora solo abbiamo dovuto,, costretti con forza, pensare alla morte, come evento non solo lontano e irreale, ma come qualcosa di vivo e presente, con cui dover fare i conti presto, subito, immediatamente.
E ciascuno di noi lo ha fatto rapidamente, improvvisamente, vedendo in televisione, o dal vero, le colonne di camion verdi militari, che nottetempo portavano via le salme di chi ci aveva lasciato e che non trovava più posto, dimora in cimitero, oppure le bare accatastate una vicina all’altra, una sopra l’altra in luoghi di fortuna reperiti nelle Case di Riposo per Anziani, divenute veramente “Case di Riposo eterno”.
E ciò che rendeva e rende tutto più sconcertante e doloroso è senza dubbio la consapevolezza, la certezza che queste morti erano avvenute in assoluta solitudine, senza la vicinanza confortante di un figlio, di una figlia, del proprio coniuge, con cui avevamo trascorso una vita assieme, felici forse.
Ciò che rende più tristi ancora, se possibile, è il ricordo che l’ultimo saluto è avvenuto sulla porta di casa, quando gli infermieri della ambulanza ci portavano via in ospedale.
Dopo allora nessun contatto più, nessun abbraccio, nessuna stretta di mano, nessuna carezza, ma solo, se siamo stati particolarmente fortunati, un breve e stentato saluto telefonico.
Questo virus crudele, non solo ci toglie la vita, ma ci toglie anche il conforto dell’ultimo saluto, dell’ultimo addio, da ricordare, per chi sopravvive, da tenere fermo nella memoria, come tutti i ricordi indelebili dei momenti importanti, belli o brutti, dolorosi o felici.
Genitori lasciati alle cure di una Casa di Riposo e non più visti, non più salutati, con i quali rimanevano ancora tante cose da dirsi, ma non più dette, irrimediabilmente.
Che si debba morire è una certezza, salda, sicura , inoppugnabile, che ci accompagna da quando abbiamo coscienza di noi stessi, solo il modo rimane una incognita e lo rimarrà fino a quando…
Il virus maledetto ci ha privati dell’imbarazzo di scegliere.
L’immagine delle fosse comuni a New York rimarrà impressa nella mente di tutti noi per sempre.

Roma, 11 aprile 2020

Carlo Bernardi

Mal comune mezzo gaudio? Non credo!

Dal 4 al 7/04/2020 – Mal comune nessun gaudio ma grande sofferenza e anche insofferenza come conseguenza di una grande paura. In questi giorni ho interrotto il diario perché ero stanco di scrivere e descrivere le solite cose. La colazione, le pulizie, la spesa, la farmacia, il pranzo, la cena, la cucina, le letture, i notiziari, i film, ecc. Credo che siano scelte di vita che eseguono tutti in questi giorni di chiusura forzata in casa e che sembrano non finire mai.

Le notizie del virus stanno creando problemi e decessi in tutto il mondo e che, anche se in misura diversa, non possono definirsi come un sicuro miglioramento. Il premier inglese Boris Johnson è risultato positivo e ora si trova in terapia intensiva dopo aver sottovalutato il problema della pandemia. Aveva sostenuto come rimedio una vaccinazione di gregge perché naturale, anche se avrebbe portato un’infinità di morti. Forse pensava di essere il pastore e ora si trova invece lui a fare la pecora.

Nel frattempo stanno arrivando da diverse nazioni aiuti all’Italia anche perché il nostro Paese è stato il primo a soccorrere i paesi colpiti dal virus. In Europa invece si sta ancora discutendo se ricorrere agli eurobond oppure no. Il provvedimento esiste ma è osteggiato da alcuni Paesi come la Svezia, l’Olanda e la Germania. Nel frattempo il Governo ha varato misure per 400 miliardi per aiutare le imprese piccole e grandi a riprendersi rapidamente al termine delle misure restrittive. Altri 350 miliardi andranno alla sanità e alla scuola oltre a dare sostegno a chi perde il lavoro. Questa è la manovra più rilevante che in Italia si sia mai adottata e c’è ancora chi sostiene che non basta, in un pericoloso e stupido gioco al rialzo che non tiene conto che si è cercato di discuterla con tutti senza perdite di tempo.

Nel frattempo è notevole lo sforzo di tutto il personale medico e paramedico nell’assistere i malati e nel combattere il virus anche a rischio della loro vita e della loro salute, con orari impossibili crollando poi di sonno nei corridoi o sui tavoli.

Angeli in ospedale

Presenze discrete largiscono cure

con buone parole e dolce attenzione.

Il male distrae, spesso oscura

il conforto portato

dalla paziente veglia

di queste creature.

Ma voi Angeli non vi smarrite

sappiate che spesso la vostra presenza

lenisce il dolore e aiuta a guarire.

La speranza (non mi riferisco al Ministro della sanità) consente alle persone di resistere alla reclusione forzata in attesa di una futura e prossima liberazione. Pochi sanno che la situazione non tornerà più quella di prima e che una pseudo normalità si può raggiungere solo in due modi. Una si raggiungerà con la scoperta di un vaccino che metterà fine alla pandemia, ma questo richiederà un tempo che non sarà breve. L’altra dipenderà dalla scoperta di un farmaco efficace a combattere il coronavirus ed è su questo che ogni giorno cerco di infornarmi, finora senza cogliere risultati. Nel frattempo oltre le guarigioni e il numero dei positivi, aumenta il totale nel numero dei decessi e tra questi si aggiungono molti addetti al personale medico e infermieristico perché:

Anche gli angeli muoiono

Gli ospedali non sono il Paradiso

son luoghi di cura e dolore

dove anche gli angeli muoiono

nonostante l’amore e il sorriso

la terapia non dà certezze

anche se elargita con amore

L’isolamento è senza carezze

i parenti son tenuti distanti

anche per l’estremo saluto

le esequie son prive di gente.

Coronavirus, non sei benvenuto!

La speranza di oggi è diversa da quella del dopoguerra e dei giovani di allora che intravvedevano un futuro migliore e pieno di aspettative. Ora la speranza è quella di sconfiggere il virus ma non sappiamo cosa accadrà dopo. .

Intanto sembra che i Paesi europei non hanno ancora trovato un accordo per mettere in atto una politica comune e anche nel resto del Mondo si crede che da soli si può decidere meglio e più in fretta. Non si capisce, o non si vuole capire, che se anche il coronavirus si può sconfiggere in un paese, senza una azione comune non si può fermare più come non si potrebbero fermare i danni economici trasmessi dal virus.

Mal comune mezzo gaudio? Credo invece, con i dirigenti che governano il pianeta, che possa verificarsi un comune disastro. Speriamo di no perché la speranza è l’ultima a morire.

Esposizione della Sacra Sindone

11/04/2020 – Oggi cercavo una bomboletta per accendere il gas dei fornelli e non l’ho trovata. Poi ho cercato i guanti al lattice e non li ho trovati. Poi ho cercato, anche in farmacia dell’alcool denaturato e non l’ho trovato. A questo punto mi sono sentito frustrato pensando che sarei dovuto tornare ai fiammiferi (che a Roma chiamiamo prosperi) e non potendo bere alcool forse dovrei usare del whisky o della grappa.

Si è scatenata una baraonda sulle dichiarazioni di Conte accusato di mentire usando momenti istituzionali e per farlo si ricorre alle menzogne. Che Salvini e la Meloni ricorrano alla menzogna per distruggere gli avversari è cosa di tutti i giorni, ma se contano che non possono essere provate ci ha pensato la Commissione Europea e le foto di gruppo del governo Berlusconi dove si vede la Meloni e la Lega che avevano appena approvato e firmato per il MES. Allora? Chi mente? Se non è Conte, e non c’è altro modo per farli tacere, vuol dire che il PdC ha fatto bene a denunciare le loro menzogne. Se insistono nelle loro accuse, possono denunciarlo alla magistratura e vedremo cosa ci regalerà il futuro.

Oggi siamo arrivati a leggere il 28° Canto dell’Inferno dove Dante colloca i seminatori di discordia. Non sapevo che Dante avesse incontrato Salvini anche perché pensavo fosse nel girone dei sacrileghi. A parte l’ironia, la serata si è conclusa con la visione del film The Young Victoria che si svolge nei primi anni del suo regno in un Paese che raggiunse il massimo della sua estensione imperiale.

Domani è Pasqua e a tutti noi non resta che la speranza che si trovi presto una cura o un vaccino, non tanto per tornare alla vita di prima ma per sentirci meno reclusi di quanto non siamo stati in questo periodo. Chi non rispetta le restrizioni non è più furbo degli altri ma mette in pericolo la sua vita e quella di tutti e non si pensa che di coronavirus si muore e non è scontato che siano i furbetti a pagare il prezzo della vita.

È chiaro ora? Buona notte e Buona Pasqua.

Domenico Sacco

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Franco Carlo Ricci

C’è sempre un domani….

…che nemmeno il coronavirus potrà negarci

Maria, per cortesia, rispondi al citofono – disse distrattamente Lucrezia mentre, in salone, osservava preoccupata le foglioline ingiallite dell’amato ficus benjamin cadute sul pavimento.

  • Subito, signora.
  • Chi è? – chiese poi distrattamente Lucrezia.
  • È arrivato il vino, finalmente! – si lasciò sfuggire la cameriera, da giorni in crisi di astinenza.
  • Vengo subito a pagare e poi fallo portare in cantina – aggiunse continuando a interrogarsi sul destino della pianta.

Quando invece del solito contadino, con il viso bruciato dal sole e i modi piuttosto rozzi, si vide davanti un bel giovane distinto, anche se vestito in modo molto modesto, si meravigliò. Gli chiese chi fosse e si sentì rispondere, con timidezza, che era Antonio, figlio del proprietario della casa vinicola.

  • È la prima volta che la vedo, se non sbaglio.
  • Sì. Due mesi fa mio padre, purtroppo, è venuto a mancare. La nostra piccola azienda, già compromessa per il cattivo raccolto degli ultimi anni, è ora sull’orlo del fallimento. Come primogenito, anche se totalmente inesperto di agricoltura, ho dovuto assumerne la guida e licenziare, a malincuore, quasi tutti gli operai, in attesa di tempi migliori.

Lucrezia si accorse che si esprimeva con proprietà di linguaggio ed era visibilmente sofferente, di un pallore eccesivo, non certo attribuibile a scarsa esposizione al sole. Gli chiese quindi se si sentisse poco bene.

– Sono molto stanco, signora. Da giorni non mi fermo un momento per le consegne e, a dire la verità, non sono abituato a questo genere di lavoro.

– Di che si occupa, Antonio?

  • Mi chiami Tonino, signora, preferisco.
  • Bene, ti chiamerò Tonino e ti darò del tu, perché, più o meno, hai l’età di mio figlio Giovanni. Allora, di che ti occupi?
  • Sono universitario ed ho dovuto interrompere, spero non definitivamente, gli studi per dare una mano alla famiglia. Purtroppo mia madre, sarta, lavora sempre meno, perché tutti ormai acquistano abiti confezionati, e la sorellina più piccola frequenta l’istituto tecnico.
  • Quale Facoltà frequentavi?
  • L’ultimo anno di Lettere all’Università dell’Aquila. Per la laurea mi mancano tre esami e la tesi alla quale avevo cominciato a lavorare.
  • Un vero peccato, interrompere ora! – disse Lucrezia, visibilmente dispiaciuta – Mi auguro che presto passi la crisi e tu possa laurearti felicemente.
  • La ringrazio molto, signora, per gli auguri, ne ho proprio bisogno. Spero di rivederla per la prossima consegna del nostro Montepulciano d’Abruzzo.
  • Con piacere. Auguri a te e ai tuoi – lo salutò accarezzandogli maternamente i capelli.
  • Arrivederci, signora. Grazie.

Lucrezia continuò ad occuparsi della casa dando disposizione alla cameriera di preparare la cena mezz’ora prima del solito, perché con il marito aveva in programma di andare al cinema.

Mentre si vestiva e truccava con cura, perché teneva molto ad apparire al marito sempre bella, continuava a pensare a Tonino; era rimasta molto colpita dalla semplicità e dalla dignità con le quali le aveva esposto le proprie difficoltà.

Durante la cena il marito era di umore più cupo del solito tanto che Lucrezia pensò che, ancora una volta, il cinema fosse sfumato.

  • Cos’hai caro? Ti vedo piuttosto contrariato. Problemi sul lavoro?
  • Sì, certo, al solito. Purtroppo le cose non vanno bene in azienda. Oggi mi è stato chiesto, come responsabile del personale, di programmare nuovi licenziamenti. Già non mi possono vedere, figuriamoci dopo quest’altro taglio!
  • Capisco. Speriamo che non sia necessario. Ora però non ci pensare. Godiamoci la cenetta che sono sicura non ti dispiacerà.

Mentre gustava i suoi piatti preferiti, Alberico raccontò un imbarazzante episodio accaduto in ufficio. La sua segretaria, in modo risentito e in sua presenza, aveva intimato ad un impiegato di smetterla di farle delle avances.

  • La tua bionda, nonostante i cinquanta, colpisce ancora! – sottolineò Lucrezia con una punta di malignità.
  • Hai ragione, ma giurerei sulla sua serietà – replicò Alberico che non gradì l’allusione.

Egli colse poi negli occhi della moglie, nonostante l’apparente serenità, un velo di malinconia. Ne chiese la ragione e si sentì rispondere che era dovuta al racconto di Tonino.

– E chi è questo Tonino?

– È Antonio, il figlio del proprietario dell’azienda agricola che, da anni, ci fornisce il vino. Per la perdita del padre e il dissesto dell’azienda ha dovuto interrompere agli studi. Mi dispiace molto perché è un ottimo ragazzo, come mi ha sempre detto il padre. Credo sia ingiusto – aggiunse con fermezza – che nostro figlio, solo perché nato in una famiglia benestante, si possa permettere un master in agronomia in California mentre quel povero ragazzo debba rinunciare, forse per sempre, agli studi. Conosco la tua sensibilità per i problemi che angustiano le persone. Cerchiamo allora di dargli una mano.

Alberico, sorpreso da tanta determinazione, rimase in dubbioso silenzio, anche perché aveva non pochi problemi nell’ente in cui lavorava.

  • Ho pensato che a noi non credo crei particolari difficoltà – lo incalzò Lucrezia -. L’appartamento di nostro figlio è vuoto. Potrebbe abitarlo Tonino finché non abbia concluso gli studi all’Università di Roma dove si farebbe trasferire dall’Aquila. Da Roma gli sarebbe agevole recarsi, di tanto in tanto, in Abruzzo per seguire l’andamento dell’azienda. Noi potremmo provvedere alle tasse universitarie, al soggiorno e al pagamento di un contadino che lo sostituisca in campagna. In un anno, ne sono sicura, riuscirà a laurearsi. Vedrai che non ci costerà una grande somma.

Dopo qualche momento di riflessione, con un sorriso dolce che forse raramente aveva allietato Lucrezia, Alberico, stringendole la mano, accettò la proposta:

  • Va bene. Se sarà necessario rinunceremo a qualche viaggetto – aggiunse -. D’altra parte, per i miei impegni di lavoro, non è che ne facciamo proprio tanti!

Il giorno seguente, impaziente di comunicargli quello che aveva deciso con il marito, Lucrezia chiamò Tonino che la salutò con gioiosa sorpresa. Pensava che gli chiedesse un’altra fornitura di vini a sostegno dell’azienda in difficoltà. Quando ebbe ascoltato la proposta rimase qualche momento in silenzio per vincere l’emozione; poi, con voce tremante, le disse che stentava a credere all’esistenza di persone così sensibili e generose.

In pochi anni, tale gesto dette frutti inaspettati, come nelle favole a lieto fine. Tonino, prima del previsto, si laureò brillantemente in lettere ma non pensò di dedicarsi all’insegnamento che pure amava. Volle curare l’azienda del padre alla quale aveva dedicato scarsa attenzione nel periodo degli studi. La sua tesi sulle Georgiche virgiliane gli aveva fatto scoprire il miracolo della Natura e capire che la coltivazione della terra non era un lavoro qualsiasi ma un autentico atto d’amore. Soprattutto in un momento storico in cui l’uomo, infatuato dalla tecnologia cui aveva delegato, con totale miopia, la soluzione di ogni problema dell’esistenza, sembrava essersi dimenticato delle proprie origini. Amare la Magna Mater da cui tutto origina, coltivarla amorosamente, trarne frutti per la vita gioiosa dell’uomo, era divenuta per lui, ora, una vera missione.

Giovanni, intanto, che era tornato in Italia, nonostante il brillante master, stentava a trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze. Dopo gli studi compiuti con tanto entusiasmo ed impegno era molto deluso e confidava spesso la sua amarezza alla fidanzata. Paola, così si chiamava, lo amava molto e cercava ogni argomento per confortarlo e invitarlo a sperare; si guardava bene, però, per non accrescere la sua ansia e la sua sofferenza, dal far trapelare un proprio cruccio. Desiderava quanto prima sposarlo e avere da lui un bambino ma se Giovanni non avesse avuto un lavoro il desiderio sarebbe rimasto tale, chissà per quanto. Anche se i suoi genitori godevano di una solida condizione economica, era impensabile che si facesse sostenere, anche provvisoriamente. Né lei, d’altra parte, lo auspicava perché pur avendo ottimi rapporti con i futuri suoceri era fermamente convinta che tenere ben distinte le due famiglie era interesse di entrambe.

Dopo il ritorno dalla California erano passati alcuni mesi durante i quali Giovanni era sempre più triste e depresso. Gli pesava anche non poter vedere con frequenza la fidanzata che dedicava la maggior parte del tempo allo studio. Paola pensò bene, infatti, di approfittare di questo periodo di incertezza per accelerare il conseguimento della laurea in biologia. Sempre in vista del sospirato matrimonio sperava di provvedere alle necessità della famiglia, nel caso il suo amato non avesse ancora trovato un lavoro sicuro. Una volta laureata, sperava brillantemente, pensava che non le sarebbe stato difficile collaborare con qualche importante laboratorio di analisi cliniche. Per questo poteva anche contare su importanti conoscenze nel settore da parte del padre farmacista.

I rapporti di Paola con i futuri suoceri erano affettuosi anche perché improntati a reciproca, grande stima. Né poteva essere altrimenti perché le sue qualità morali, per non parlare della sua avvenenza, molto apprezzate da Giovanni, non potevano sollevare il minimo dubbio sulla felice riuscita del matrimonio. Per questo Paola veniva spesso invitata a pranzo o a cena dai genitori del suo amato.

Una domenica di fine maggio, grazie alla temperatura mite, al sole, alla luce, Lucrezia fece apparecchiare in terrazza al centro della quale era un accogliente gazebo. Durante il pranzo affrontarono vari argomenti: un po’ di politica, ma non molto volentieri per non rovinarsi quella bella occasione gioiosa, e gli ultimi film in programmazione nelle sale cinematografiche. Più spazio dettero al Rigoletto di Verdi che tutti e quattro avevano visto recentemente all’Opera di Roma. La discussione si animò un po’ perché mentre Lucrezia e Alberico trovarono inaccettabile la regia che stravolgeva completamente il lavoro, Giovanni era meno severo. Lucrezia condannò senz’appello non poche assurdità della messinscena, come quella di trasformare i cortigiani del Duca di Mantova di una corte del XVI secolo in personaggi vestiti da nazisti e armati di pistole e mitra. Paola, un po’ perché non molto ferrata nel settore un po’ per non contrariare nessuno, preferì non esprimere opinioni.

Stava per essere servito il dolce quando, inaspettatamente, suonò il citofono.

  • Maria, per cortesia, senti chi è ma non aprire a nessuno. Neanche la domenica si può stare in pace! – disse Lucrezia, guardando tutti con sorpresa perché non aspettavano nessuno.
  • Vedrai che sono quelli dell’”Esercito della salvezza” che nei giorni festivi cercano di indottrinare i non credenti! – suppose con ironia Alberico.
  • È Antonio – riferì dopo poco Maria.
  • Antonio chi? – chiese Lucrezia.
  • Ma Antonio, quello dell’azienda vinicola che ci fornisce sempre il vino – rispose la cameriera, sorpresa che la signora non avesse immediatamente capito chi fosse.
  • O mio Dio; ma come mai di domenica e proprio lui? Non sarà mica successo qualcosa di grave! – si chiese con apprensione.

Dopo qualche momento entrò Antonio profondendosi in mille scuse per il disturbo arrecato in un giorno di festa.

  • Signora Lucrezia – si giustificò – le avevo assicurato che le sarebbe stato recapitato il vino entro sabato perché mi aveva detto che domenica avrebbe avuto ospiti a pranzo. Purtroppo l’addetto alle consegne si è ammalato e non ho potuto mantenere la promessa. Supponendo che foste in casa mi sono permesso di venire io stesso.
  • Oh, sia lodato Dio – rispose, tranquillizzata, Lucrezia. Finalmente ti possiamo rivedere! Sei sempre così occupato nella tua azienda che non ci vieni più a trovare! Ora non credere di scappare via con la scusa che hai sempre tanto da fare; sta per essere servito il dolce quindi, noi tutti, ti chiediamo di restare un po’ con noi.
  • Non vorrei disturbare – replicò Antonio, sempre molto educato e rispettoso, nonostante una certa familiarità acquisita con gli anni. Ma il grande dono ricevuto, che aveva cambiato il corso della sua vita, lo teneva sempre un po’ in soggezione.
  • Nessun disturbo, siamo felicissimi di rivederti. Così ci parli della tua attività che sembra vada a gonfie vele. Ma lo sapete che ieri – aggiunse rivolgendosi ai suoi -, su un importante settimanale, ho avuto la piacevolissima sorpresa di leggere un servizio sulla sua azienda, con bellissime fotografie e una intelligente intervista ad Antonio? Perché non ci hai fatto sapere niente? – aggiunse con bonario rimprovero.
  • Bravissimo, – esclamarono tutti -. Non ti si loda mai abbastanza per quello che sei riuscito fare!
  • Grazie a Dio l’azienda va benissimo tanto che mi trovo felicemente costretto ad assumere manodopera per rispondere alle richieste che cominciano a venire anche dall’estero. Ma non ho ancora risolto un problema tutt’altro che secondario, per farla crescere come vorrei! – aggiunse con qualche imbarazzo, seguito da silenzio.
  • E che problema puoi mai avere dal momento che ha tanto successo? In ogni caso di che si tratta? Possiamo esserti utili? – Chiese con sincero interesse e disponibilità Lucrezia.
  • Penso di sì – cercò di farsi coraggio Antonio che esitava ad esporre il proprio pensiero -. Per carità, ringraziando Dio, l’azienda mi dà tante soddisfazioni, ripeto, ma potrebbe andare molto meglio se avesse un vero responsabile.
  • Come un vero responsabile! Ma sei tu, chi meglio di te? – Rispose risoluta Lucrezia.
  • Io, gentile signora, sono laureato in lettere con una tesi in letteratura latina! Certo, con gli anni ho acquisito esperienza ma il responsabile che mi manca è un direttore “scientifico” direi, una persona esperta nel settore, che abbia compiuto studi specifici; uno specialista, insomma, che mi aiuti ad aumentare la produzione ma soprattutto a migliorare la qualità dei miei vini.

Nell’imbarazzato silenzio che seguì Paola e Giovanni si scambiarono uno sguardo di speranzosa sorpresa; altrettanto fecero Lucrezia e Alberico. Intanto, con qualche esitazione, Antonio fissando, senza mai alzare lo sguardo, il “tiramisù” che gli era stata servito, riuscì a dire quello che gli stava a cuore.

  • Sono molto a disagio nell’esporre la mia proposta e nel confessare una piccola ma credo non grave bugia. Non è vero che l’addetto alle consegne si è ammalato; da tanto volevo parlarvi ma non ne avevo il coraggio. Finalmente, per venire da voi, ho trovato il pretesto di portare io stesso il vino.
  • Ma parla pure liberamente, Antonio – lo incoraggiò Lucrezia nel ruolo, ormai, di portavoce del gruppo -. Sai che la nostra casa è sempre aperta per te e, se possiamo, ti diamo molto volentieri una mano per risolvere il tuo problema!

Mentre venivano scambiate queste frasi di cortesia Giovanni, Paola, Lucrezia e Alberico avvertirono un’accelerazione nel battito dei loro cuori; avevano compreso benissimo dove Antonio volesse andare a parare, o meglio, lo avevano vivamente sperato.

  • Mi sono permesso di far presente che avrei assoluta necessità, per la mia azienda, di un responsabile scientifico; chi meglio di Giovanni?

Seguì ancora un emozionato silenzio durante il quale gli sguardi dei quattro si scambiavano scintille di gioia. Ma presto l’entusiasmo di Giovanni esplose.

  • Antonio, per te e per la tua azienda sono disposto anzi, meglio, sono felice di offrire la mia collaborazione gratuitamente. Lo meriti per quello che sei e che fai; sai che sono sincero.

Mentre gli altri in coro applaudivano alla risposta di Giovanni, Antonio, visibilmente soddisfatto e quasi commosso, volle precisare:

  • Caro Giovanni, non puoi immaginare quanto sia felice della tua disponibilità ma la modalità della tua offerta per me è assolutamente inaccettabile; non soltanto perché oggi sono quello che sono grazie alla generosità dei tuoi genitori ma anche perché la floridezza dell’azienda mi consente di corrisponderti un compenso adeguato alle tue competenze e capacità. Sono sicuro che sarai determinante per il suo sviluppo! Non vedo l’ora che tu venga a vederla e te ne innamori! – Esclamò, finalmente liberatosi della sua tensione.
  • Adesso non esagerare, Antonio! – intervenne con un sorriso che non poteva essere più felice Paola, suscitando l’ilarità generale. Poi, durante il brindisi che, era stata la prima a proporre con entusiasmo, volle ringraziarlo con particolare riconoscenza.

Il pranzo si concluse, per tutti, in modo festoso perché si profilavano aspettative ottimistiche per i giovani. Con Giovanni Antonio si accordò per visitare quanto prima l’azienda, rendersi conto delle sue necessità, del lavoro che pensava di svolgere per farla decollare a livello internazionale. Per questo gli sarebbero state molto utili le conoscenze californiane che aveva coltivato con cura.

Alessandra Iannotta
La fabbrica di Iole

Mi chiamo Iolanda, ho nove anni, i capelli biondo cenere e gli occhi che ridono.

Con mia zia aprirò presto una fabbrica di cioccolato.

Sarà una fabbrica bellissima dove i bambini potranno cuocere il cioccolato usando tutte le formine del mondo.

Io voglio i cioccolatini a forma di stelle, piccole, grandi, grandissime, anche con la coda.

Oggi finalmente dobbiamo uscire a comprare tutto quello che ci serve, non vedo l’ora di andare a fare la spesa.

Mia madre mi prende per mano e mi fa sedere sul letto: “sai amore, penso che oggi dobbiamo rimanere a casa”, le parole di mia madre mi raggiungono come tanti spilli cattivi che fanno scoppiare tutti i miei sogni.

I miei sogni, quelli che non sono stati bucati dalle parole della mia mamma, volano via come tanti palloncini colorati lasciati andare in cielo quando il filo che li lega a terra viene lasciato libero.

Sul mio volto si legge tutto il mio dolore.

La mamma mi prende in braccio, mi guarda negli occhi e incomincia a parlare con voce profonda: “Iole conosci la storia del Coronavirus?”

Guardo la mamma, sono alquanto confusa. Non riesco a capire come quella storia possa riguardare la nostra spesa, so che la televisione, i giornali e i miei fratelli da qualche giorno non fanno altro che parlare di un virus, non so se sia lui, ma se lo è, ha un nome bellissimo… Corona, forse si chiama così perché è un re? Mi chiedo tutto ciò in silenzio.

Poi la mia mamma incomincia a raccontare:

“In un paese lontano, lontano abitava una grande famiglia. I bisnonni, i nonni, i genitori e tantissimi figli, il più piccolo si chiamava Virus. Vivevano tutti insieme in una grande casa. I componenti della grande famiglia si erano dimenticati del piccolo Virus. Fu così che un giorno il piccolo decise di chiedere aiuto alla fatina buona che lo fece diventare invisibile, avrebbe così potuto dare qualche pizzicotto ai famigliari e fare loro qualche piccolo dispetto. La strega cattiva però aveva visto la magia e quando ancora Virus non era diventato invisibile lo toccò con la sua scopa facendolo diventare per sempre un cattivissimo nemico di tutti. Virus, ormai invisibile e cattivo, iniziò così a vendicarsi su tutti i suoi famigliari e poiché era veramente spietato la strega lo incoronò re di tutti i cattivi.”

Ho ascoltato in silenzio e poi con curiosità ho chiesto: “Mamma ho capito, ma cosa c’entra Coronavirus con le formine della mia fabbrica?”

“Iole, il solo modo per sconfiggere l’invisibile re dei virus è restare in casa e renderci, in tal modo, anche noi invisibili ai suoi occhi. E sai perché? Perché nella nostra casa regna l’amore e lui non può vincere contro ciò che non ha mai conosciuto.”

Mi volto verso la mia mamma, accenno un sorriso e come se fossi diventata improvvisamente grande: “ho capito mamma, il Coronavirus è l’invisibile che rende visibile ciò che sfugge a chi non ama…La mia fabbrica può aspettare, ora voglio godere la mia famiglia, restiamo a casa.”

12 marzo 2020

Angeli senza le ali

Oggi ho litigato con mia sorella.

Sono davvero arrabbiata.

Agnese-come al solito – pensa di sapere tutto.

Mio fratello Riccardo, prima ha cercato di farla ragionare, poi, ha lasciato perdere e si è messo a giocare alla PlayStation.

Adesso – ho deciso- ne parlo con la mamma, lei saprà sicuramente darmi la risposta giusta.

La trovo finalmente in cucina intenta a preparare la cena.

Appena mi vede mi sorride e mi domanda: “Iolanda cosa succede?” Adoro la mia mamma, mi capisce al volo anche quando non dico una parola, Lei è magica, ormai ne sono certa.

“Ho litigato con Agnese; le ho detto che tutti i dottori e gli infermieri che lavorano in ospedale, quelli con i guanti e le mascherine che fanno vedere in televisione, sono Angeli. Agnese mi ha detto che sbaglio, che gli Angeli non esistono e che -se esistono -non sono certamente uomini.”

La mamma lascia da parte pentole e pentolini, mi abbraccia e sorridendo mi sussurra qualcosa all’orecchio.

Corro in stanza da mia sorella e felice la guardo negli occhi, poi le chiedo scusa: “Hai ragione Agnese – le dico- i medici e gli infermieri che fanno vedere in televisione sono uomini e donne proprio come tutti, però dietro di loro ci sono degli Angeli bellissimi con delle grandi ali dorate che li aiutano a sorridere a tutti e a non essere mai stanchi.”

Mia sorella mi guarda perplessa: “io non ho visto nessun Angelo, se ci fossero stati si sarebbero visti anche in televisione”. Ribatte lei.

“Anche il Coronavirus è invisibile eppure c’è”.

Ho parlato con una voce allegra e cristallina, mia sorella mi abbraccia e finalmente, per la prima volta in quindici anni della sua vita, mi dà ragione.

13 marzo 2020
Un mondo invisibile

Sono contenta.
Ho fatto pace con mia sorella e lei adesso non pensa più che sono piccola e che non capisco niente.

Devo ringraziare la mia mamma -è vero- senza il suo aiuto non sarei riuscita a spiegare ad Agnese che gli Angeli ci sono anche se non si vedono.

Sono immersa in questi pensieri quando il mio sguardo viene improvvisamente catturato da una pianta che sembra sorridermi.

La pianta verdissima scoppia di vita, carica di boccioli, presto sarà piena di fiori colorati.

Anche lei – ne sono certa- ha vicino Qualcuno invisibile che le ricorda di prepararsi perché sta arrivando la primavera.

Non posso fare a meno di pensare che -mai come in questi ultimi tre giorni -ho sentito così tanto la presenza di un mondo invisibile vicino al mio…

14 marzo 2020

Il vero coraggio

Entro in camera di mia sorella.

La televisione è accesa, c’è il telegiornale.

Mi siedo sul letto e chiedo ad Agnese se ha paura.

“No Iolanda, perché dovrei? Cosa vuoi che sia è poco più di una semplice influenza!”

Il suo sguardo la tradisce, capisco subito che mente e che in realtà ha molta più paura di quanto non voglia far credere.

Riccardo entra in camera e chiede a mia sorella di abbassare il volume della tv.

Anche a lui faccio la stessa domanda e anche lui risponde vago:” Ma no Iolanda, non bisogna avere paura, non succederà nulla, è solo un momento, passerà presto.”

Lo guardo negli occhi e anche nei suoi leggo chiaramente che non dice la verità.

Corro via a cercare la mamma, la trovo in salone, sta parlando con papà. Anche a lui faccio la stessa domanda che ho fatto ai miei fratelli, anche lui minimizza. So che anche lui mente.

Mi avvicino a mia madre: “mamma perché tutti dicono che non hanno paura del Coronavirus? Io invece ho un po’ di paura.”

Mia madre è una donna fantastica, mi abbraccia e guardandomi negli occhi mi risponde: “Brava Iolanda non c’è assolutamente nulla di male ad avere paura, il vero coraggio -sai- non è quello di chi lotta con le proprie paure, ma quello di chi, sorridendo, riesce a convivere con loro…”

“Grazie mamma non lo dimenticherò e poi ti ricordi la storia che mi hai raccontato quando volevo assolutamente uscire per andare per fare la spesa? Ti ricordi che mi hai detto che Virus era il fratellino a cui nessuno voleva bene? Adesso proverò a dirgli che non ho paura di avere paura di lui perché so che lui c’è…”

15 marzo 2020

La lettera

Stamattina mi sono svegliata presto.

Fuori c’è un sole meraviglioso, gioca in un cielo azzurrissimo.

È bello.

Lo vedo dalla finestra e sorrido.

In casa tutto è silenzio, anche fuori il mondo sembra non fare più rumore.

È bello anche questo.

Prendo un quaderno dalla mia cartella, oggi voglio scrivere una lettera a Coronavirus.

“Ciao, mi chiamo Iolanda, ho nove anni, i capelli biondo cenere e gli occhi che ridono. Ho una sorella di quindici anni e un fratello di tredici.

I miei genitori sono veramente bravi perché non ci sgridano mai.

La mia mamma – te lo devo proprio confessare-è davvero fantastica, lei sa tutto e sorride sempre.

Mi dispiace che la tua famiglia ti abbia sempre ignorato.

Deve essere davvero brutto sentirsi soli.

A me capita quando litigo con i miei fratelli, allora mi sento un po’ come te, sola e triste.

E vuoi sapere cosa mi succede?

Mi sembra come se il cielo si riempisse di nuvole.

Io però so che poi tornerà a brillare il sole più caldo di prima, perché la mia famiglia c’è.

Ho capito: il tuo cielo è sempre pieno di nuvole nere, ma se tu conoscessi il calore e la luce del sole diventeresti più buono e magari la smetteresti di essere così cattivo…

Adesso devo andare, mi stanno chiamando, ma torno presto. Ah dimenticavo fuori c’è un Sole meraviglioso mi piacerebbe che lo conoscessi …Prima o poi!

16 marzo 2020
La grande bolla

Resterò in pigiama.
Mi sembra che il mondo sia entrato in una grande bolla sospesa in aria e che per entrare al suo interno gli adulti siano tornati ad essere come i bambini.

Hanno incominciato a giocare anche loro, proprio come facevano da piccoli.

Il mio papà ha lasciato a terra chili di pensieri e così è riuscito ad entrare nella bolla.

La mia mamma, invece, è come sempre piena di gioia. Lei sa ridere e non deve diventare più leggera per entrare al suo interno.

Caro Coronavirus ti devo, quindi, ringraziare perché sei riuscito a fare anche qualcosa di buono.

Mi raccomando- però – cerca di essere più bravo altrimenti -ti avverto – dico a tutti di restare nella grande bolla sospesa in aria e tu rimarrai da solo sulla terra e così non potrai più fare male a nessuno!

Adesso devo andare, mi stanno chiamando, ma torno presto. Ah dimenticavo fuori c’è un Sole meraviglioso mi piacerebbe che lo conoscessi …Prima o poi!

17 marzo 2020

Il sogno e il silenzio

Stamattina mi sono svegliata felice

Ho fatto un sogno bellissimo.

Ho sognato di volare su grandi ali dorate in uno spazio dove il tempo non esiste.

Lì, leggera come una molecola di aria, ho abbracciato la mia nonnina che ora vive tra le stelle e ho rivisto di nuovo brillare i suoi occhi.

Le ho raccontato del piccolissimo virus che sta facendo preoccupare il mondo.

Lei mi ha sorriso, ma non era un sorriso normale, era una carezza dolcissima, un abbraccio infinito.

Non ricordo tutto quello che mi ha detto, ma sono certa che questa poesia l’ho scritta con il suo aiuto.

Sarà il mio piccolo regalo per tutti quelli che avranno voglia di leggere.

Silenzio

Anche il silenzio ha la sua voce.

Nel silenzio si trovano risposte, non si giudica e si comprende.

Anche in silenzio si può dire grazie, una parola di pace.”

18 marzo 2020

Il sorriso

Sono uscita a fare una passeggiata.

Le saracinesche dei negozi si sono abbassate, come tanti occhi chiusi, sulle strade semideserte.

Le persone vagano perse tra muri di ferro.

Sento e tocco la loro paura, la riconosco perché è stata anche la mia.

Stringo la mano alla mamma, lei mi sorride e il suo sorriso, carico di luce, si aggiunge al mio.

Così insieme, stretti tra loro, i nostri sorrisi riescono a sbriciolare i muri che ho visto.

Dobbiamo rientrare a casa, ma il mio cuore ora è leggero.

L’invisibile virus, che tutti temono, mi ha fatto capire la bellezza del dono di un sorriso …

19 marzo 2020

Il rumore del mondo

Agnese e Riccardo stanno facendo lezione. Sono collegati con le loro classi tramite il computer.

Anche il mio papà lavora da casa grazie a questo magico amico tutto in bianco e nero.

Fuori c’è una giornata fantastica, ma anche

oggi, per colpa tua, tutti dobbiamo restare chiusi in casa.

Mi sento sola. E mi sto annoiando.

Penso di provare quello che ti è capitato quando i tuoi famigliari ti ignoravano, ma non per questo mi metto a mordere il mondo come stai facendo tu!

Ti devo dire una cosa: Non pensavo che ciò che mi sarebbe mancato di più sarebbe stato il rumore.

20 marzo 2020

Kore (Persefone)

Mia sorella sta leggendo una poesia di una poetessa contemporanea.

È davvero bella, mi piace anche se non capisco bene cosa deve fare, Le chiedo di spiegarmi un po’ di che si tratta, sono curiosa.

Agnese mi dice che Kore è una figura mitologica e che l’insegnante di lettere Le ha chiesto di attualizzarne la figura.

Sono ancora più confusa.
Mia sorella allora mi sorride, si siede vicino a me e continua:
I miti-Iolanda-sono storie tramandate dagli Antichi e il Professore mi ha chiesto di provare, con un po’ di immaginazione, a trasportare le protagoniste di queste storie nella realtà di oggi…”

Sono felicissima, adesso incomincio a capire, chiedo a mia sorella di rileggere la poesia, Agnese incomincia a leggere:

“Kore
Ho capelli lunghissimi leggeri

Occhi verdi, profondi

Un sorriso che scioglie

Movenze che suonano musiche senza spigoli capaci di fluire

spazio senza tempo.

Mi affido al vento,

Mi piego al suo volere.

È Stupore, Meraviglia, Gioia.

Mani pesanti sul mio corpo

Inghiottono

Mi trasportano dove la notte è regina

Abissi dove non arriva luce.

Tutto sembra spegnersi.

Il mondo urla il mio nome

La terra ascolta.

Si raggiunge l’accordo.

Magica Dualità.

Lei è Stupore, Leggerezza

Meraviglia, Gioia.

“Agnese ho capito – dico felice – il mondo di Kore era bellissimo, poi è arrivato Coronavirus e tutto è diventato buio, ma non bisogna avere paura perché l’accordo è stato trovato e nella magica “Dualità” di cui parla la poetessa c’è il Segreto della vita che continuerà sempre …”

Mia sorella mi abbraccia e ridendo mi dice: “Iolanda sei un genio, ora vado a scrivere

21 marzo 2020

Il laser magico

Oggi vorrei tanto andare a fare una passeggiata.

Non posso e allora decido di fare una passeggiata virtuale con la mia amica immaginazione.

Mi sono appena seduta con carta e penna, quando mio fratello, armato di un laser, si mette ad inseguirne la luce blu finendo con la testa sotto il divano.

“Cosa stai facendo?”
– Gli chiedo come sempre curiosa-

“Sto cercando di capire come funziona il laser perché con il mio telescopio olografico quando con il laser colpisco una scheda posso vedere il mondo in tante dimensioni e poi se taglio la lastra in mille pezzettini in ogni pezzetto posso ritrovare l’intera immagine.”

Mi risponde lui serio.

Lo guardo stupita:
“È fantastico! Grazie Riccardo, lo sai che oggi è la giornata mondiale della poesia?”

“No, non ne avevo la minima idea – mi risponde lui sempre più serio – “ma Iolanda cosa c’entra la poesia con il mio laser?”

“Beh è un po’ come il tuo ologramma, se cerchi una scheda con la poesia la poesia sarà ovunque…” gli rispondo io seria.

Scoppiamo a ridere insieme ed è bellissimo, finalmente sono riuscita a fare ridere mio fratello!

Chissà se i dottori riusciranno prima o poi a fare ridere anche Coronavirus -penso – magari potrebbero provare con un laser e così sarebbe anche lui contento e la smetterebbe di fare male …

22 marzo 2020

Nonno Enrico
Oggi non ho voglia di pensare a quello che stai combinando in giro per il mondo.

Non voglio ascoltare le notizie al telegiornale, andrò dal mio adorato nonno Enrico e gli chiederò di raccontarmi qualcosa.

Lo trovo seduto in poltrona a sfogliare un album di fotografie.

I suoi occhi profondi e caldi mi trasmettono sempre un senso infinito di pace e di dolcezza. Ha uno sguardo carico di Gioia contagiosa.

Lo amo con tutto il cuore.
“Nonno cosa stai facendo?” gli domando avida di risposta.

“Vieni Iolanda, guarda questa fotografia, mi ricordo come se fosse ora il momento in cui è stata scattata, avrò avuto più o meno la tua età …Era il cinema del mio paese, pitturato di fresco, odoroso di calce e di ossigeno.

Sai nell’Italia del dopoguerra, nell’Italia che si rialzava vestita di stracci, ma fiera le persone andando al cinema cercavano di bere speranza, evasione, di dimenticare i fischi delle bombe, di ritrovare pace.”

“Si nonno capisco -nei tuoi occhi sempre uguali, capaci di inghiottire e che riconoscerei tra mille, leggo tutta la tua voglia di sognare- mi sembra di vedere tutta la tua gioia mentre andavi al cinema”.

“Eh si cara Iolanda, era proprio così, nel piccolo schermo, incorniciato da pesanti tendaggi rossi a rimarcare l’importanza di quello spazio magico, la Vita era lì con tutta la sua Forza. E sai che ti dico piccola? Anche la pioggia di bucce di lupini, gialla e appiccicosa, frammista anche a qualcos’altro che pioveva sulla platea e che mi faceva tanto arrabbiare aveva un suo perché … Avevamo comunque i berretti di carta che ci riparavano.”

“Nonno doveva essere davvero un’avventura andare al cinema” dico sorpresa.

“Un’avventura fatta di fatica e di Bellezza. Dovevi proteggerti i capelli e fare la fila per comprare il biglietto …”

23 marzo 2020
Parole in musica

Sto ascoltando una musica stupenda e mi è venuta voglia di scrivere.

Prendo il mio diario e guidata dal ritmo delle note lascio correre la penna sul foglio bianco che mi guarda avido.

“Parole in Musica

Oltre confini di carta viaggiano pensieri.

Su ali dorate volano emozioni.

Cadono muri.

Su note fatate

Viaggiano pensieri

Si abbracciano emozioni

Cadono muri.”

Che meraviglia -penso- è fantastico quando la musica prende per mano le parole, forse le canzoni sono poesie in musica?

Chissà se Virus ha mai ascoltato la musica, una poesia …

24 marzo 2020

La fabbrica ed i suoi tesori
Caro Virus, mia zia mi ha detto che sarò io a decidere come costruire la nostra fabbrica.

Avrà la forma di una gigantesca conchiglia, con tanti piani che potrebbero non finire mai e che partiranno tutti da uno stesso punto magico.

La fabbrica assomiglierà così ad un abbraccio immenso.

Ogni piano avrà un colore diverso e in ciascun piano ci sarà un tesoro nascosto dietro una Poesia.

Solo chi riuscirà a capire la poesia potrà salire al piano superiore!

Man mano che si saliranno i piani, il cioccolato diventerà sempre più buono,ma le poesie da interpretare saranno sempre più ermetiche e richiederanno a chi vuole salire uno sforzo sempre un po’ più grande.

Il centro da cui partirò sarà un puntino quasi invisibile, ma se tu riuscirai a fare il bravo ti darò un indizio che potrà aiutarti a salire al primo piano, ti va di giocare con noi?

Allora ascolta bene ecco la prima poesia è senza titolo:

“L’invisibile che rende visibile ciò che sfugge ai più.”

25 marzo 2020

Cioccolatini al limone

Caro Virus, complimenti hai indovinato il titolo della poesia e quindi ora puoi salire al primo piano della mia fabbrica.

Adesso però mettiti in un angolino e lasciaci lavorare.

Ho deciso di dipingere tutte le pareti di giallo oro e quindi i cioccolatini saranno al gusto di limone.

Pianterò migliaia di alberi e così ci sarà ovunque il profumo inconfondibile dei loro fiori e non mancheranno mai i limoni per fare il cioccolato.

Nasconderò il tesoro ai piedi dell’albero più bello.

Se fai il bravo ti farò assaggiare un cioccolatino e vedrai è una vera delizia, una miscela perfetta di “dolce/amaro”.

Ti sei comportato bene e quindi anche questa volta voglio darti una mano per salire al secondo piano della mia fabbrica.

La poesia che metterò a guardia del tesoro è un po’ come il limone che hai assaggiato …

“Legge universale

Il cielo di questa mattina è diviso a metà.

Nero, nerissimo da una parte, di un azzurro luminoso, accecante, dall’altra.

Lentamente il nero si ritrae per lasciare spazio ad un nuovo giorno.

S’inchina in silenzio.”

26 marzo 2020

Cioccolatini fragole e mirtilli

Agnese dice che non sei un “essere vivente” perché così hanno detto illustri dottori di fama

internazionale.

Per Riccardo, invece, tu esisti, ma sei invisibile.

Non so chi tra i miei fratelli ha ragione, ma so che anche oggi puoi salire al piano superiore della fabbrica perché hai capito il messaggio della poesia di ieri: “È possibile anche ciò che appare incredibile…”

Il secondo piano sarà tutto blu e rosso e in alcuni punti i due colori si fonderanno tra di loro, proprio in quei punti pianterò tantissimi campi di fragole e migliaia di piante di mirtilli.

I cioccolatini alla fragola e ai mirtilli che si faranno al piano saranno squisiti e si potranno mangiare su gigantesche altalene appese al soffitto.

Se anche oggi riesci a fare un po’ meno rumore…ti reciterò la poesia che metterò a guardia del tesoro:
“Sogno
Voglio correre con il mio sogno
abbracciarlo stretto a me.

Lo voglio portare, vento tra i capelli,

sopra le nuvole,

abbracciata al mio sogno voglio cavalcare i raggi del sole,

voglio rubare alla Stella di Fuoco.

Voglio correre con il mio sogno,

non lo lascerò cadere nelle tempeste,

scivolare via sul ghiaccio.

Lo porterò sopra le nuvole-vento tra i capelli-

a baciare la Meraviglia, a godere del Bello.

Lo trasformerò in polveri di stelle,

in mille baci dorati,

in scintille di Luce.

Solo allora non correrò più …”

27 marzo 2020

Un’amica speciale

Oggi è il compleanno di Celeste, la mia migliore amica.

Tu non hai amici e -siccome ultimamente sei stato un po’ più bravo- ho deciso che, con la mia immaginazione, sarò io a trovarti un’amica fantastica, proprio come la mia.

Anche lei sarà, infatti, dolcissima, buonissima e sempre sorridente.

Le piaceranno le feste, il sole, il mare, il colore, il movimento e la danza.

Non si stancherà mai di conoscere e di scoprire la Bellezza perché-a differenza tua – riuscirà a trovare qualcosa di positivo in Tutto.

Ti chiederai allora come farete a diventare amici🤔.

Anche lei sarà invisibile proprio come te e anche a lei piacerà la Poesia e il cioccolato… Sono sicura che prima o poi tu e Speranza farete amicizia.

Non ho ancora deciso il colore del terzo piano della fabbrica, né il gusto del cioccolato che verrà fatto lì, ma ho deciso quale sarà la Poesia che metterò a guardia del tesoro:

“Amici

Ho chiesto ai tuoi occhi di raccontarti.

Mi hanno attraversato con tutta la loro

potenza.

Poi un sorriso ha sciolto i tuoi nodi più difficili,

ti ha suggerito di fidarti di me …

Mi appartenevi.

Potevi parlare con la mia voce-quella che tocca l’anima-ora legata alla tua.”

28 marzo 2020
Lo specchio
Ho deciso il colore del terzo piano della mia fabbrica.
Sarà tutto arancione.
Pianterò un grandissimo aranceto e migliaia di alberi di albicocche.
Ci sarà ovunque un profumo fantastico e i cioccolatini saranno all’arancia e all’albicocca,ma la cosa davvero incredibile sarà un gigantesco schermo su cui verranno proiettate le fotografie di montagne con le loro vette innevate, che -vanitose- si specchieranno nell’acqua cristallina di laghetti felici, incastonati tra il verde abbagliante di prati verdissimi.

Anche tu potrai gustare i cioccolatini ammirando quello splendido spettacolo naturale e chissà se-così facendo -diventerai un po’ più bravo…

Adesso però devo andare, ma prima ti lascio la poesia che metterò a guardia del tesoro.

Fatti aiutare dalla tua amica altrimenti penso che- questa volta-difficilmente riuscirai a capirne il significato.

“Lo specchio
Lontano dal rumore là dove la mano dell’Uomo non ha offeso il bello,

tutto si riflette in magico splendore

ed io quaggiù

brillo ancora?”

29 marzo 2020
Antiche radici

Dalla finestra della mia camera riesco a scorgere un albero di mandorlo, è in fiore.

Intorno a lui cemento e asfalto nero, ma le sue radici intelligenti hanno trovato la terra e i suoi rami fioriti regalano bellezza.

Voglio fare partecipare mia sorella di questo miracolo della natura.

“Corri Agnese, vieni a vedere!” Le dico tutto d’un fiato.

Mia sorella, un po’ contrariata, mi rimprovera: “Iolanda sto studiando, cosa c’è?”

Deve avere letto sul mio viso tutta la mia delusione perché, dopo neppure un attimo, mi prende per mano e mi sorride.

Restiamo a guardare in silenzio, mano nella mano, il mandorlo vestito a festa.

Improvvisamente Agnese mi abbraccia:

“Iolanda sei fantastica, dovevo scrivere una poesia su questo periodo di forzata quarantena e guardando il tuo albero, mi è venuta l’ispirazione.”

“Stupendo!” -ribatto io- “al quarto piano della mia fabbrica devo mettere una poesia a guardia del tesoro,mi regali la tua?”

Radici

Olio nero,

morsa galleggiante ti soffoca piano.

Un tappeto di plastica ti veste re

senza scettro e corona

Mi siedo e ascolto.

Mi guardi con i tuoi occhi bianchi e rosa.

Spazio terribilmente offeso.

Musica eterna.

Tra i tuoi fiori giocavano le farfalle, i tuoi rami erano capaci di muoversi liberi.

Simbiosi di antiche radici.

Anch’io come te

in una gabbia di maglie nere e plastiche taglienti.

Simbiosi di antiche radici.”

30 marzo 2020
Trilly e il suo Tesoro

Sono seduta sul divano con mia sorella, stiamo sfogliando un album di fotografie.

Vengo colpita da quella di una donna bellissima, è mia nonna Ella da giovane, seduta su un muretto del lungomare della sua città, ha un sorriso che ricorda terribilmente quello della mia mamma.

Sul retro della fotografia sono scritte poche parole:

A Trilly

La bellezza è la forza che emana da forme che

sono al di là del tempo,

nella trasparenza di uno sguardo che attraversa muto,

in un sorriso che tocca senza muoversi,

in un abbraccio immobile che avvolge

nella potenza di ciò che sarà per

sempre.

La bellezza è in un volto che sa parlare una lingua senza suono…”

Caro Virus, ho appena deciso come sarà il quinto piano della mia fabbrica.

Sarà dipinto come un gigantesco arcobaleno, ci sarà il viola, il giallo, il celeste e l’arancione e i cioccolatini saranno di tutti i gusti e verranno incartati con tutti i colori del mondo.

Il tesoro verrà nascosto nel soffitto in una botola a forma di stella e “A Trilly” sarà la poesia che farà da guardia.

Sono certa che anche tu, tra stelle, arcobaleni e fatine, non potrai fare a meno di scoprire il segreto della Bellezza …

31 marzo 2020

Gli alberi che non ci sono.

Bravo Virus sei riuscito a salire al sesto piano, sono sicura che Speranza ti ha aiutato, forse finalmente anche tu stai iniziando a scoprire la bellezza di avere un’amica.

Con mia zia ho deciso il colore del sesto piano, sarà tutto azzurro fuoco, bellissimo e luminoso, proprio come il cielo estivo, ma la cosa strepitosa saranno gli alberi che pianteremo: “GLI ALBERI CHE NON CI SONO!”

Il mio preferito sarà l’albero della Fantasia, mi metterò a mangiare i cioccolatini alla nocciola sotto i suoi rami e tutte le volte che scarterò un cioccolatino volerò, su foglie magiche, in mondi fantastici.

Mia zia, invece, mi ha già detto che lei si sistemerà su un’amaca sotto gli alberi della Poesia.

Non so ancora quale sarà l’albero di Agnese, ma sono sicura che Riccardo sceglierà l’albero dei video giochi e che resterà tutto il giorno appeso ai suoi rami, saltando tra l’uno e l’altro, senza mai scendere a terra.

Ora devo proprio andare, ti lascio la Poesia da mettere a guardia del tesoro, mi raccomando continua a fare il bravo…

“Follia virtuale

Se ti dicessi che gli elefanti volano?

Se ti portassi a guardare il riflesso delle stelle negli abissi di oceani sconfinati tra sabbie d’oro, coralli e perle?

Se con i nostri sogni riuscissi a costruire ali fatate capaci di raggiungere vette inaccessibili ai più?

Se incominciassi a parlare con i fiori per cucire tappeti di desideri?

Se, abbracciata alle tue paure, ti facessi scivolare, capelli al vento, su distese azzurre di ghiacciai eterni?

Se incominciassi a ridere, sorridere, danzare,

danzare a piedi nudi, ridere e sorridere,

vortici di musiche ancestrali tra polveri di stelle e profumi di antiche intuizioni sospese

Follia virtuale

Se …”

1º aprile 2020

“In Puero Homo”

Ho trovato il libro della poetessa contemporanea su cui studia Agnese.

Lo apro a caso e mi metto a leggere ad alta voce:

“Gocce di uno stesso mare

Poi guardo uomini e donne.

Hanno gambe, braccia, una testa, unghie, capelli, denti proprio come i miei. Si sbranano tra loro senza pietà convinti che solo il loro credo sia nel vero.

I miei occhi si riempiono di lacrime salate che scivolano sul mio corpo stanco, scendono negli abissi della nostra miseria umana, ricoprono di maglie di ferro la mia anima.

Urla silenziose spaccano il mio sentire.

Vorrei trasformarmi in tutti quegli esseri involuti che nella loro diversità trovano la loro forza.

Poi guardo i bambini

Giocano insieme,

ignari delle nostre gabbie.

Mi sorridono.

Mi avvicino, mi tendono una mano, non mi chiedono nulla, vogliono anche me.

Loro si gocce di uno stesso mare …”

Virus, forse per vincerti devono ritornare tutti ad essere bambini? Sono assorta in questo pensiero quando ma sorella mi raggiunge: “Iolanda è il mio libro, quante volte devo dirti che la Poesia non è un gioco?”

“Scusa Agnese, non volevo farti arrabbiare, mi piace come scrive questa poetessa, sa parlare al cuore di tutti, anche a quello di noi bambini, anzi nella poesia che stavo leggendo ha detto che noi siamo le gocce del mare della vita perché amiamo tutti e forse se …”

Mia sorella non mi fa finire di parlare, mi guarda, scoppia a ridere e mi abbraccia.

2 aprile 2020
Il segreto

Ho sempre amato il mare e oggi mi manca,

mi manca tanto.

E allora sai cosa ho deciso?

Il settimo piano della mia fabbrica parlerà di Lui.

Sarà tutto giallo oro come una gigantesca, splendida spiaggia di sabbia dorata. Quella che amo.

E poi ci saranno anche il nero, il blu, il viola, l’azzurro, il verde, il bianco, tutti questi colori s’intrecceranno tra di loro come le onde del mare.

I cioccolatini avranno le forme delle conchiglie, dei sassi, dei vetri colorati, delle stelle.

I miei preferiti però saranno quelli a forma di cavallucci marini, con loro potrò rubare la brezza, il sapore del sale e sarà bellissimo!

Caro Virus, hai mai visto il mare?

Se fai il bravo, ti porterò a vederlo, sono certa che ti piacerà.

La poesia che metterò a guardia del tesoro ti aiuterà a capire il segreto di quell’immenso specchio blu …

“Il rumore del mare

Non mi manca il suo Profumo

Non mi manca la sua Luce

Non mi manca la sua Immensità

Mi manca il suo Rumore

Il Rumore del mare

Il Rumore del mondo…”

3 aprile 2020
Nascondino

Mio nonno non è andato a riposare, gli chiedo di raccontarmi qualcosa.

Lui mi sorride ed incomincia:” Quando avevo più o meno la tua età impazzivo di gioia per la festa del Paese.

Nel centro della piazza veniva allestito un teatrino con i burattini dalle teste di legno e gli occhi fatati, capaci di toccare le stelle.

Le bancarelle con le nocciole, i torroni e lo zucchero filato, riempivano l’aria di un profumo speziato, dolce e amaro, il profumo inconfondibile della festa.

Tutti ridevano.

Il silenzio-quello profondo e denso che aleggia solo nei paesi-spariva come per magia. Doveva arrendersi anche lui alla forza contagiosa della musica che risuonava ovunque.

Noi bambini, dopo lo spettacolo, giocavamo con le bolle di sapone, facendo a gara a chi riusciva a fare le bolle più grandi. Scoppiavano tutte e noi via a soffiare altre bolle, queste ancora più grandi di quelle precedenti e così fino a quando non dovevamo rientrare a casa per la cena.

Il mio gioco preferito però -piccola mia – era comunque il nascondino.

Andavo a nascondermi sempre nello stesso ripostiglio dietro la porta del negozio del barbiere, lì mi sentivo invincibile anche se sapevo che sarei stato scoperto perché ormai il mio nascondiglio non era più un segreto…”

“Nonno – sai una cosa – Secondo me anche Virus ama giocare a nascondino…

Ecco, ho trovato! A guardia del tesoro, al nono piano della mia fabbrica, metterò una poesia, sempre di quella poetessa contemporanea che mi piace tanto:

Nascondino

Nuvole bianche dormono pigre sulle cime di montagne verdi sono sospese come i miei pensieri.

Nuvole nere cariche di pioggia subito dietro.

Campi di mais in cui si perde il mio sguardo

ed io tra nuvole bianche e nere gioco a nascondino con gnomi ,fate, folletti e streghe …”

4 aprile 2020

Il sonno di una rosa

Riccardo deve scrivere una poesia su Raffaello.

Vengo incuriosita dal racconto di Agnese che cerca di aiutarlo e mi siedo ad ascoltare.

“Intorno alla fine del 1400 ad Urbino nasceva Raffaello, il suo papà, un bravo stimato pittore, intuì subito il genio che abitava l’animo del figlio.

Raffaello cresceva sano e bello, circondato dall’amore straripante di sua madre. Un giorno la sua mamma incominciò a tossire, divenne sempre più pallida e, giorno, dopo giorno, si ammalò sempre di più.

Quando Raffaello aveva da poco compiuto gli otto anni, la sua mamma volò in cielo, lasciando stampate nel cuore del suo piccolo bambino la luce del suo sorriso e la dolcezza del suo volto.

Raffaello si dedicò allora con passione sempre crescente all’Arte e nella pittura trasfuse tutto l’amore che da sempre aveva nutrito per la sua amata mamma.

Dopo appena altri tre anni egli perse anche il suo papà e, rimasto completamente solo, strinse un legame, ancora più profondo, con la sua unica vera amica: la Pittura.
In quel periodo il giovane Raffaello si dedicò alla pittura delle Madonne con Bambino in cui trasfuse tutta la sua abilità artistica, guadagnandosi così l’appellativo di Pittore della dolcezza.

Dopo aver viaggiato nelle più importanti città d’arte, stimato e apprezzato dai suoi contemporanei, approdò a Roma e qui, forte di un vago presentimento, chiese al Papa, suo grande ammiratore, di essere sepolto al Pantheon. Pregò, poi,il suo allievo preferito di realizzare la statua di una Madonna in pietra da mettere a guardia del suo sonno eterno. Morì giovanissimo e oggi sulla sua tomba-protetta dalla cosiddetta “Madonna del Sasso”- ogni giorno, in occasione dei 500 anni dalla sua morte, viene deposta una rosa.”

“Agnese, so la poesia che potrebbe essere perfetta per la storia che hai raccontato! ” Esclamo felice non appena mia sorella finisce di parlare.

Corro via e ritorno raggiante con il libro di poesia che sento ormai anche un po’ mio:

“Il sonno di una rosa

Ho chiesto al mio pennello di fermare il tempo, di volare oltre la paura.

Ho dipinto il mondo con i colori dei tuoi occhi dolcissimi, ironici, buoni.

Ho chiesto al mio pennello di abbracciare lo spazio per non farti andar via …

Ti ho voluta di sasso, fredda come la morte che ti ha strappata a me bambino.
Ti ho voluta di sasso come il mio cuore quando ha capito che non avresti più asciugato le mie lacrime.

Sul marmo bianco ora finalmente dorme una Rosa …”

Caro Virus, dopo questo bel pomeriggio, ho deciso che il decimo piano della mia fabbrica sarà tutto dedicato all’Arte…

5 aprile 2020
La giostra
Adoro le giostre.

Mi incanto a guardarle anche da ferme e poi, quando finalmente la mia mamma mi dà il permesso di salirci sopra la mia felicità è immensa.

La giostra incomincia a girare, prima piano, poi sempre più velocemente, mentre io, comodamente seduta, non devo fare nulla, posso sognare.

Mi piace talmente tanto il libro della poetessa contemporanea che mi ha fatto scoprire mia sorella che anche oggi l’ho portato con me.

Lo apro a caso e indovina come s’intitola la poesia che ho trovato?

“La giostra
Ho aperto il cassetto della mia memoria,

ho rivisto i tuoi occhi di ieri,

profondi, neri, veloci, vivi.

Guardo i tuoi occhi di oggi, vaghi, lontani, quasi trasparenti.

Nel viso vissuto, solcato dal tempo,

i tuoi occhi osservano il mondo correre veloce, un pò pazzo.

Loro non sanno di essere diversi.

Io si.

Mi fermo.

Ti prendo la mano, uguale a quella di ieri, solo più nodosa,

mi stringi forte, in silenzio.

Ora so.

La tua anima vive e non importa,

amore mio,

se i tuoi occhi hanno cambiato colore,

se la luce del giorno li attraversa in modo diverso,

se si stancano prima.

Sei qui con me, mi basta così.”

È una giostra strana quella che descrive la poetessa, chissà perché ha intitolato così la sua poesia … Non lo so e allora -sai che ti dico? – Metterò la poesia a guardia del tesoro e sarai tu, se vorrai salire all’undicesimo piano della mia fabbrica a doverlo scoprire…

6 aprile 2020

L’orologio

Oggi sono rimasta a letto. Non ho nessuna voglia di alzarmi perché sto pensando a come sarà l’undicesimo piano della mia fabbrica.

Ci sarà un orologio speciale grande, grande, con soltanto quattro ore.
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Lina Morici, L’orologgio ad acqua di Villa Borghese, olio su tela.

Allo scoccare di ogni ora dal soffitto cadranno migliaia di cioccolatini, i primi saranno al cioccolato bianco, poi al latte, al cioccolato fondente e, infine, al cioccolato amaro
.

Sarà sempre una festa stupenda e una grandissima gioia per tutti perché i cioccolatini non finiranno mai …

Ho appena trovato anche la poesia che metterò a guardia del
tesoro.

È una poesia della poetessa contemporanea che mi piace tanto e che, prima o poi, vorrei proprio conoscere.

L’ Orologio

Spazio bianco

dove non c’è giudizio

dove tutto è possibile.

Libertà.

Amore senza condizioni.

Tutto si abbraccia.

Occhi brillanti

carichi di Luce

giocano.

Occhi veloci

carichi di desiderio

corrono.

Occhi

quasi trasparenti

fermi in un presente dove tutto è conquista. “

7 aprile 2020

Il viaggio

Il dodicesimo piano della mia fabbrica avrà la forma del sole.

Ogni raggio sarà una strada che condurrà in un luogo fantastico, si potrà scegliere di viaggiare nel tempo: nel passato o nel futuro.

All’ingresso del piano bisognerà solo indicare la destinazione prescelta e subito la stanza inizierà a girare fermandosi quando si arriverà all’ingresso magico…

È meraviglioso perché così anche adesso -che per colpa tua non ci possiamo muovere da casa – posso comunque andare dove voglio.

Ah dimenticavo, la poesia che metterò a guardia del tesoro è, come sempre, una di quelle pubblicate dalla mia poetessa preferita:

“Stupore

Tra i rami di una palma regina

i pensieri

sono i raggi del sole che giocano a nascondino tra i suoi rami.

Un tuffo

nel mare infinito.

I pensieri sono ora bagliori dorati che si rincorrono su onde lunghissime.

L’ ANIMA in un bagno di Sole e di Luce

non conosce TEMPO.”

Ora devo partire per il mio viaggio e domani, se continui a fare il bravo, ti racconterò dove sono stata…

8 aprile 2020
La risposta

Al dodicesimo piano della mia fabbrica pianterò migliaia di fiori coloratissimi e danzanti.

Nella corolla di ogni fiore metterò un cioccolatino a un gusto diverso.

Pianterò, poi, tantissimi alberi parlanti con le foglie, i fiori e i frutti di cioccolato.

Tutte le volte che un bambino mangerà i cioccolatini, con il cuore pieno di Gioia, l’albero, a lui più vicino, si trasformerà in un mago per esaudire un suo desiderio.

Se, invece, ci sarà un bambino triste, mille fiori del giardino si trasformeranno in tante piccole fatine pronte ad esaudire tutti i suoi desideri.

Le fatine torneranno ad essere fiori splendenti solo quando il bambino tornerà a sorridere.

A guardia del tesoro metterò come sempre una poesia della mia poetessa preferita:

“La risposta
Ho chiesto ai papaveri rossi
perché siete nati?

Non mi è giunta risposta

in parole.

Ho guardato quel campo, punteggiato di rosso,

era bello, era luce nel grigio della strada asfaltata, ho sorriso.

Ho chiesto alla brina perchè accarezzi quel prato?

Non mi è giunta risposta

in parole.
Ho guardato quel prato di città,

magia nel cemento ho sorriso.
Ho chiesto all’azzurro del cielo,

intenso, brillante, perché risplendi cosi ?

Non mi è giunta risposta

in parole.

Ho guardato quaggiù, tutto adesso vita, forza, energia,

ho sorriso.

Ho incontrato, il dolore del corpo, dello spirito,

la sofferenza strisciante, la solitudine di uomini e di donne.

Non ho chiesto perché.

Ho aperto loro mio cuore,

ho sorriso.

Mi è giunta risposta
in amore.”

Ah Virus, come ormai avrai capito, nel mio giardino tutti i fiori e gli alberi sanno ascoltare…Tu hai mai avuto qualcuno capace di ascoltarti?

9 aprile 2020

Gita in barca

Oggi avrei una voglia matta di fare una gita.

Fuori c’è un sole fantastico e se chiudo gli occhi riesco a sentire il profumo del mare.

La mia mamma mi ricorda che non possiamo uscire e che dobbiamo restare in casa.

Tutto questo sempre per colpa tua, sei davvero dispettoso, anzi dispettosissimo.

Ho visto la tua faccia rotonda, circondata da tanti ciuffi di capelli, mi verrebbe voglia di tirarteli tutti insieme!

Se proprio non posso uscire mi metterò a lavorare alla mia fabbrica.

Il tredicesimo piano sarà tutto blu, ma non sarà un blu normale sarà brillante e luminoso proprio come quello del mare che amo, ci saranno le onde e tante barche di coccolato e saranno tutte bellissime.

Ogni barca salperà per una destinazione diversa e prima di salire a bordo i bambini dovranno soltanto dire al capitano dove vogliono andare.

A guardia del tesoro metterò una poesia della mia poetessa!

“Gita in barca

Tra i capelli

la voce del vento

accarezza dolce.

Canta sull’anima.

Racconta

di sale, di sole, di vita!”

Ah Virus, devi ringraziarLa perché è solo per merito Suo se oggi non ti ho tirato i capelli…

10 aprile 2020
Vento di cioccolato
Ieri non ti ho tirato via tutti quei buffi ciuffi che circondano la tua faccia tonda, quindi, adesso mettiti in un angolino e- da bravo – ascolta come sarà il quattordicesimo piano della mia fabbrica.

Il segreto per fare il cioccolato più buono del mondo è la miscelazione perfetta tra tutti gli ingredienti, quindi, mi servono tantissimi mulini a vento, uno per ogni tipo di cioccolatino.

Ci sarà una grandissima cucina con migliaia di mulini che avranno forme e colori differenti a seconda del tipo di cioccolato che verrà miscelato al loro interno.

Quando la Fata e il Mago del cioccolato incominceranno a soffiare, i mulini – tutti insieme e nello stesso momento – faranno girare le loro pale.

I bambini avranno così i loro cioccolatini e, senza litigare, potranno mangiare felici tutti quelli che preferiscono.

Indovina di chi è la poesia che lascerò a guardia del tesoro?

“Come panni al vento

Vento,

tu che accarezzi il mondo,

perché i panni che baci danzano vicini?

Perché al tuo tocco giocano,

si rincorrono, volano via,

solo per poco,

per poi tornare ad abbracciarsi ancora?

Vento,

tu che accarezzi il mondo,

dimmi,

perché i panni che baci, tutti diversi,

si stringono al tuo tocco, forti, forti insieme?

Perché noi no?

Vento,

come panno steso,

accarezzami, toccami, baciami.

Anche a me, ai miei fratelli, a noi.”

11 aprile 2020

Il mondo sottosopra

Oggi Agnese mi ha letto la poesia che la mia poetessa preferita ha dedicato a tutti i ragazzi del mondo.

È stupenda!

“Omologazione No.

Amore mio

cammina a testa in giù sui fili del tempo.

Cerca sempre.

Porta la tua curiosità a scoprire oltre ciò che appare.

Bevi il mondo.

Ama il bello,

cercalo ovunque.

Non temere mai.”

Sarà la poesia che metterò a guardia del tesoro al quindicesimo piano.

Tutto il piano della fabbrica sarà trasparente e ci sarà posto per il mondo fantastico descritto dalla mia poetessa dove niente sarà scontato e tutto sarà possibile…

12 aprile 2020: Pasqua

E fu così 

E fu così che

non servirono parole

E fu così che

caddero muri

E fu così che

si ritrovarono fratelli

E fu così che s’incominciò a vivere.

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