Diario in coronavirus

Diario in coronavirus con grani di scrittura – 4°

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Diario
in coronavirus
con grani di scrittura
4°
Domenica di Lettura
6 aprile 2020

 

Indice

Proponente FUIS – Natale Antonio Rossi
4° testo FUIS:

Gli scrittori potrebbero avere idee da proporre

Gli scrittori italiani (non diciamo gli italiani tutti), gli scrittori europei (non diciamo gli europei tutti), gli scrittori del mondo, (non diciamo il genere umano), donne scrittrici, uomini scrittori, tutti, sono costretti all’isolamento. La rinuncia alla vita sociale è il primo ordinamento sanitario.
Sarebbe opportuno sapere se c’è qualcuno da ringraziare. Se diversamente, gli scrittori, che, obbedienti, si sono chiusi in casa, è bene che confessino la colpa che condividono con chi ha ordinato loro la clausura in cambio della vita.
Non siamo mai stati padroni della nostra vita, e adesso men che mai siamo padroni della nostra morte. Per di più siamo costretti a morire da soli.
Emanuele Severino riscrisse il Pater Noster “sia fatta la Tua volontà” vi si diceva. Questi non sembrano i giorni del congiuntivo, siamo giunti a quelli dell’indicativo “è fatta la Tua volontà”?
La signora anziana, di nome Maria, e potrebbe chiamarsi anche Maddalena, (nulla cambia) tiene il telecomando pronto. Ogni sera attende che Dio compaia in televisione a spiegare.
Se è vero che l’uomo ha prestato una costola alla donna e che il riscontro è possibile solo in due (un uomo e una donna a confronto di genere) l’isolamento non è contro natura almenosociale? E Dio quando ha creato l’uomo non gli ha dato un soffio, con un dito?

IL TOCCO DELLA VITA: COME MICHELANGELO CREO' ADAMO – associazioneatlas

Gli scrittori si domandano quale e come, ma sanno che sarà necessario progettare una seconda vita. Non un’altra perché probabilmente non sono capaci.
Non pensavano che minaccia reale di vita o di morte fosse così prossima e che venisse da un essere estraneo all’uomo di cui ancora nulla o poco si sa.
Perderemo i nonni e genitori amati in famiglia, si è proclamato al di là della Manica, moriranno i vecchi è stato detto oltre oceano: e noi che stiamo di qua dall’una e dall’altro e siamo di lunga storia e civiltà, se non riusciremo a dare una seconda morte a tutti coloro che abbiamo sepolto in fretta, riusciremo a vivere pur dovendo rifare la vita. Una seconda appunto che nulla abbia in comune con quella già sperimentata perché “non porta buono”.
Gli scrittori tenteranno le loro proposte e le pubblicheremo in questo DIARIO IN CORONAVIRUS. Nel frattempo, continueremo a fare vita vegetale, non sociale. Chiusi in casa, dismesso ogni contatto con l’uomo o la donna, affettivo, culturale (mai dire economico o politico), obbligati a mangiare, bere, lavarsi molto le mani, fare molta attenzione al respiro, fingere di pensare, dormire seriamente, fingere di leggere, senza pensare ad altro, vedere le repliche alla TV e, se dovesse comparire Dio in TV, non sarà replica.

Antonio Filippetti
Il coronavirus e la lezione de “la ginestra”

E’ storicamente provato e facilmente riscontrabile che nei periodi di malessere universale, l’umanità intera mette da parte (diremmo in questo caso in quarantena) contrasti e dissapori personali, archivia per un certo tempo animosità e ripicche individuali, insomma “sospende” quella “cultura del risentimento” che affligge e attanaglia la vita ordinaria per mostrare quello che alcuni ritengono sia la parte migliore di noi, vale a dire la disponibilità umana, la comprensione verso il prossimo, la partecipazione all’altrui disagio e così via. Accade qualcosa del genere in questi giorni flagellati dal diario immarcescibile dei disastri che l’infezione del Covid 19 sta producendo nella società mondiale e conseguentemente nella vita di tutti noi.

Qualche considerazione “in limine” può risultare utile ora per riflettere sui limiti civili e culturali che la nostra era “liquida” alimenta ogni giorno, al di fuori delle eccezionalità contingenti come quella attuale, per ritrovare, ma più ancora per convalidare, si spera anche quando tutto sarà finito, una nuova concezione dell’esistenza. E in questo caso la letteratura giunge in valido soccorso. A tal proposito, in questi giorni di panico universale, alcuni hanno fatto riferimento a uno dei capolavori di Albert Camus, “La peste”, per richiamare la straordinaria simbologia con cui il grande scrittore francese tratteggia l’infezione del titolo al fine di riflettere sulle insidie, sempre presenti e reiterabili nel destino degli uomini. Ma c’è perfino qualcosa di più che ci viene da un esempio poetico a conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che proprio nella poesia si contempla e “risolve” il destino dell’umanità. Il testo illuminante per noi in questa circostanza è del più grande poeta lirico di sempre, vale a dire la composizione “La ginestra” che Giacomo Leopardi concepì e scrisse proprio a Napoli e che lasciò, ultimo suo testo, come testamento umano e spirituale ai posteri. Ebbene in quel poema c’è per così dire tutto ciò che servirebbe per essere poi diversi e migliori e per capire da dove e perché provengono le sciagure dell’umanità presente e futura.

L’assunto di base è illuminante: tutte le epoche si illudono di “possedere” il mondo, di dominarlo in qualche modo, ignorando quanto sia fragile la sorte di ciascuno; basta ora un’occasionale epidemia per mettere in ginocchio il pianeta intero, ovvero, nel caso de “la ginestra”, l’episodica eruzione di un vulcano per distruggere senza appello secoli di storia e di vita. Il problema fondamentale è la consapevolezza della precarietà esistenziale, vale a dire la presa di coscienza della piccolezza di ognuno, mettendo al bando presunzioni e illusioni incoerenti quando non del tutto stupide: “caggiono i regni intanto,/ passan genti e linguaggi,/ ella nol vede. (riferita alla natura)/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto”. La ginestra leopardiana , al di là del coraggio con cui affronta il proprio destino, ci fornisce un grande ammonimento: se la natura non può essere vinta in nessun modo, l’umanità può se non altro fronteggiarla se si determina a stare unita e non solo, come in questo momento, nelle catastrofi ma nella pratica di ogni giorno, perché soltanto tenendoci per mano e sostenendoci gli uni con gli altri può esser possibile poi dare un senso consapevole all’esistenza: una lezione di saggezza troppe volte colpevolmente ignorata.

Giacomo Leopardi
La Ginetsra o Fiore del deserto (le ultime due strofe)

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre
che la luce.

(….)
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Sull’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontano l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali

Giacomo Leopardi - Le ricordanze (canto XXII)
Giacomo Leopardi

Francesco Gui*
Dodici stelle anche per Angela e Emmanuel
E grazie all’amico Mino La Franca che ha elaborato graficamente le bandiere

La settimana scorsa, in questa rassegna, con il lungimirante consenso della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), ci siamo permessi di lanciare l’idea di abbellire il vessillo nazionale italiano, tutto sommato un po’ schematico con quei suoi tre colori in verticale, aggiungendovi le 12 stelle della Ue. In fondo, come si è già osservato, inserire l’emblema dell’unità europea tra bianco, rosso e verde costituisce un’integrazione che già nell’Ottocento avrebbe entusiasmato i protagonisti del Risorgimento, specie i più generosi. Erano convinti infatti che la liberazione delle nazionalità e la loro costituzione in stati legittimati dalla volontà popolare aveva come obiettivo finale gli Stati Uniti d’Europa. Non certo la guerra, esercizio tipico di imperatori e dittatori. E come negare poi che anche i padri delle Comunità avrebbero apprezzato un simile gesto con tutto il cuore? A ben vedere quelle tre nostre strisce verticali appaiono un po’ sole, un po’ rigide, tanto che un tocco di grazia lì sopra, un brillìo di sogni da realizzare non guasterebbe proprio. Con la motivazione aggiuntiva, si è osservato nel contributo precedente, che proprio le tristezze di questi giorni infondono in tutti noi il desiderio di impegnarsi di nuovo, di rendersi più responsabili nei confronti della vita collettiva, di dare il meglio di sé, puntando a traguardi tanto rassicuranti quanto definitivi. E l’unità europea è sicuramente uno di questi. Sicché un contributo di natura emblematica, fortemente emotiva com’è la bandiera nazionale può davvero contribuire non poco a sospingere gli animi verso il traguardo. Basta cioè con le contese offensive, se non con le minacce di guerre più o meno serie. Sì ad un amichevole gesto verso l’altro, sì ad un più alto livello di convivenza della nostra comune società europea.

Ché poi ci sarebbe anche un’altra ragione, più immediata, per giustificare l’immissione delle 12 stelle nella bandiera nazionale. E sarebbe il fatto che qualche scriteriato sta lanciando sui social l’idea di bruciare la bandiera europea su tutti i balconi d’Italia, a partire da domenica prossima. A quel punto, mettere le stelle sullo stendardo italiano le salverebbe, rendendo quasi sacrilego dar fuoco all’Ue, o almeno al suo simbolo.

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La bandiera dell’Italia con 12 stelle dell’Europa

Stando così le cose, previa consultazione con il Presidente Rossi, ci siamo convinti di due cose. Primo, che sarà il caso di diffondere la proposta, di aprirla al pubblico e di rivolgersi ad esponenti della cultura e della politica perché l’atto coraggioso arrivi in porto. Nel frattempo c’è da augurarsi che qualche persona del mestiere cominci già a produrre la bandiera dell’Italia fra le stelle, perché sarebbe bello vederla sventolare subito, carina e motivante, in qualche manifestazione sia pure video.

Seconda cosa, e qui sta il punto almeno per questa volta: perché non cominciare a immaginare anche il drapeau di Macron e la Flagge della Merkel con le dodici stelle a fare capolino fra le tre strisce? Quelle francesi magari hanno un loro fascino originario, perché in fondo è ad opera della France, cioè dall’epoca della Rivoluzione per eccellenza, se le tre strisce, cioè bianco, rosso e blu, sono diventate il simbolo dell’uscita dall’ancien régime e dell’ingresso nell’Europa dei popoli, delle nazioni, dei diritti dell’uomo. Non a caso il tricolore italiano è evidente imitazione di quello francese, ma non certo da solo, visto che le tre bande, verticali o orizzontali che siano, magari riciclate dal passato, si ritrovano negli stendardi di quasi tutti i paesi europei. E il messaggio, pur con variazioni, è sempre quello dell’età dei popoli e dei diritti insorta quel dì dalle parti della Bastiglia, seppur alquanto tumultuosamente. Sicché i cugini di Parigi e dintorni, a toccargli la bandiera (il blu e il rosso erano proprio i colori di Lutetia…), potrebbero prenderla parecchio male, quasi fossero le parti intime. Anche se poi, purché resti lui presidente, quello con la moglie professoressa che lo governa, non la Le Pen, con un nome che è tutto un programma, insomma se all’Eliseo resta Emmanuel, allora è facile che prima o poi compaiano anche lì le 12 stelle. Ricordiamoci infatti che quando venne eletto Monsieur fece addirittura un’epica sceneggiata notturna con l’inno alla gioia e la bandiera stellata su sfondo blu. Per non dire di quanto si stia oggi dedicando a scuotere il corpaccione tedesco (per carità, nessuna allusione ai commenti del cavaliere su Anghela…) in materia di euro o coronabond che siano.

La palla rimbalza subito insomma dalle parti della mamma d’Europa, cioè sempre la Frau, intendi, sposata Merkel, ma di cognome Kasner cioè Kaźmierczak, ossia di famiglia polacca germanizzata (il nonno combatté contro i tedeschi) e cattolico-luteranizzata (papà era pastore evangelico). La Merkel Kasner stata iscritta ai giovani comunisti, educata in fisica alla Karl Marx University, ma poi anche in chimica e matematica, bella fluente nella lingua russa, oggi notoriamente cancelliera, oltre che risposata dal ’98 con l’eccellente scienziato brandemburghese Joachim Sauer, premiato a Londra e con un cognome che in Germania (dice il dizionario Avotaynu) è anche ebraico.

Che male ci sarebbe insomma se la Kanzler così paneuropea,

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La bandiera della Germania con 12 stelle dell’Europa

forse in questi giorni un po’ chiusa in se stessa, venisse sollecitata – magari fossero dei giovani a farlo! – a mettere un po’ di vivaci stelline plurietniche su quella strisciata parecchio nera che si accampa in cima al vessillo teutonico? Magari Anghela si rallegrerebbe nel rivedere l’allusione a buona parte della sua storia. Sempre che quello schwarz, eredità del Sacro Romano Impero insieme al colore oro, e mai abbandonato nemmeno dai patrioti repubblicani tedeschi, non le stia proprio a cuore. Forse perché lei è generosa e aperta alle immigrazioni e quindi le evoca i poveri neri che affogano per venire in Europa? Può dar

si.
Però, orsù Anghela, d’accordo che hai tanta paura, e ti capisco, di quegli altri neri, i nazionalisti cattivi di Alternative fur Deutschland, e quindi non puoi mostrarti troppo materna con quegli altri terroni mezzi scuri sotto le Alpi (però anche lombardi-longobardi…). E però Anghela forse hai un po’ messo sotto l’ascella la corposa costituzione del tuo paese. Ma non che tu non lo sappia che proprio all’articolo 23 della “Legge fondamentale”, subito dopo quello che parla di nero, bianco e ora, ci sta scritto quanto segue:

Per la realizzazione di un’Europa unita, la Repubblica Federale di Germania contribuisce allo sviluppo dell’Unione Europea, la quale è tenuta ai principi democratici, dello Stato di diritto, sociali e federativi, nonché al principio di sussidiarietà e che assicura una tutela dei diritti fondamentali sostanzialmente paragonabile a quella della presente Legge fondamentale.

Insomma i diritti riconosciuti all’Unione europea e ai suoi cittadini (perché siamo tutti cittadini europei) sono sostanzialmente uguali a quelli riconosciuti dalla Grundgesetz a strisce nere, bianche e oro.

E allora è venuto il momento di fare un atto di coraggio, ma anche di sincerità e farlo capire sulla bandiera nazionale, tedesca, francese, italiana e via dicendo che i nostri diritti fondamentali – anche doveri, per carità! – sono comuni a uno e ciascuno di noi, senza distinzione di razza come si diceva una volta. Perché poi sono gli stessi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, da tutti sottoscritta, che così recita:

Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.

Anghela pensaci, anche tu Emmanuel, ma soprattutto pensiamoci noi cittadini a quanto sarebbe bello ritrovare nei nostri simboli nazionali un qualcosa che ci unisce ancor di più delle strisce della Révolution di ormai tre secoli fa. Sempre loro insomma, le 12 stelle, che, come si è detto, brillano anche al di là dell’Atlantico.

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La bandiera della Francia con 12 stelle dell’Europa

E grazie dunque a Mino La Franca, che ha fatto già il lavoro di Angela e di Emanuele. Come che qui si vede…

______________
* E’ titolare del “Laboratorio per l’Europa” presso l’Università “La Sapienza” di R

Luciana Vasile
Stretti. Il ballo

Sono le 22:00 di domenica e, nell’isolamento da coronavirus, non mi resta che specchiare il pensiero nel ricordo, e perché no, di frivole evasioni. Normalmente, fino a poche settimane fa, in questo momento mi sarei trovata immersa:

nella musica che catapultava in una nuova atmosfera dopo che il grande portone insonorizzato si era chiuso dietro le spalle. Le note si facevano largo fra i pensieri e ne prendevano il posto. Sembrava che tutto entrasse in armonia al ritmo forte o dolce dei suoni degli strumenti e del canto eseguiti dal vivo.

Il mondo con le sue buie preoccupazioni e difficoltà restava fuori.
Attivando con curiosità, insieme all’udito, il senso della vista, i frequentatori del Mariposa si presentavano variegati dai molteplici punti di vista da cui si preferisse guardarli.
Donne più giovani e scatenate alla pari delle più agé, bravissime e preparatissime anche quelle su tacchi da capogiro e zeppe da rischio storta con capigliature dalle tinture sfacciatamente gialle, carota, nere, sciolte sulle spalle e sui seni generosi strizzati in corpetti di due taglie più piccole, non si perdevano neanche un ballo di gruppo che era stato preannunciato silenziosamente dalle luci rese più forti per una migliore partecipazione corale, anche di coloro che erano rimasti seduti.
Come onda del mare, schiuma del confuso amalgama di corpi di ogni genere e taglia, di bravi e meno bravi, di belli e brutti, di chi aveva studiato e chi no, di socialmente diversi – tutto andava bene perché senza complessi di sorta -, avanzava al limite della battigia formata dai salottini distribuiti nel perimetro rettangolare e si ritirava sul lato opposto dello stesso quando fungeva da risacca.

La luce soft che avrebbe smussato angoli, nascosto i contorni della realtà per entrare nell’ascolto, non si sarebbe fatta attendere quando avrebbe sottolineato la maggiore intimità nel ballo di coppia. Un discorso fra Lui e Lei di familiarità e confidenza nel solo sfiorarsi senza conoscere il nome l’uno dell’altro.

Don Santino Spartà
Preghiera

Signore, Tu sei onnipotenza eterna
asporta il nostro quotidiano dal coronavirus
e deciditi di fermare
missili e pestilenze
per un incontro di speranza.
Se hai promesso di essere laddove
tre o più, sono riuniti nel tuo nome
perché ti nascondi durante la nostra liturgia,
che ti invoca umilmente di scongiurare per sempre
questa sindrome febbrile?
Se fosti visibile alle folle
per correggere e guarire,
mostrati ora a noi, tremanti di paura.
Per rivederti
in questa occasione di contagio
siamo disposti noi a salire il calvario
per riscattare l’epidemia definitivamente.
Ma Tu, che sei ormai risorto,
liberaci da questo male orribile
e torna a camminare con il nostro pentimento.

Paolo Di Paolo
Finestre

«Finestre: ciò di cui abbiamo bisogno». È la prima frase che mi viene in mente; fa parte di un romanzo di Antonio Tabucchi: sento che mai come adesso abbiamo bisogno di finestre. «La vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna rinchiuderlo in un rettangolo», continua lo scrittore. Ora che quanto sta accadendo risulta così dolorosamente incomprensibile, le finestre diventano qualcosa in più, diventano vitali. Gli occhi delle case? Le luci accese, di sera, sono un diverso conforto. E tutto quello che, di giorno, avremmo spiato – curiosi, infastiditi, indignati, divertiti – entra, in questo marzo in quarantena, in un nuovo canale emotivo. La finestra di fronte. La finestra sul cortile. La boccata d’aria, sempre più essenziale. L’occhiata complice. Il battimani, come ieri pomeriggio, alla fine dell’inno d’Italia. Tutti affacciati alla finestra. E ogni faccia uno stupore diverso: ironico, commosso. Su tutte, la stessa ansia. Poi arriva un urlo, come nei giorni del tifo calcistico: «Forza Italia!». Un secondo urlo – burbero, stavolta – rivolto a chi se la prende comoda camminando per strada: «Passeggia ’n’artro po’!». Confinati nelle case, le finestre danno notizie della vita ogni minuto. Del virus parla il telegiornale e parlano i post sui social; del colore del cielo no. E quando l’avevamo osservato l’ultima volta con tanta attenzione? E quando, con sguardo così benevolo, partecipe, studiato il passaggio di qualcuno – lo sconosciuto, il vicino di casa – davanti ai vetri. Le finestre inquadrano storie – questo sempre; lampi di esistenza altrui: invadente, impudica talvolta, misteriosamente diversa. Ma ora mi affaccio un istante, di nuovo; l’ho fatto almeno venti volte, forse di più. Guardo la piazza, conto le poche persone che si muovono. Quando piomba nel buio non c’è davvero nessuno, e non arriva più il vociare dei ragazzi radunati davanti all’enoteca; non arriva la chiacchiera notturna che ogni tanto diventava molesta. Se qualcuno, nel corso della giornata, alza la musica a tutto volume, la stizza si ferma sulle labbra: ieri arrivavano le note di una canzone di Loredana Bertè, e non diventava un fastidio, era come un’esclamazione, un lunghissimo “ahó”. Ci siete? Tutto bene? Un segno di presenza, un desiderio di condivisione. Così le finestre si parlano, si cercano, si oppongono alla solitudine. Fanno rete e si fanno notare: anche quando restano chiuse; le notiamo. E’ un esercizio interessante. Mentre scrivo queste righe guardo fuori un’ultima volta. Oltre il davanzale dell’appartamento di fronte, con le sue piante grasse, vedo due figure: una che traffica davanti ai fornelli, l’altra che apparecchia. Niente di eccezionale – l’ovvio, il quotidiano, nella sua versione più prevedibile. Ma indugio ancora un po’, ancora un minuto. Abbiamo bisogno di finestre, mi ripeto, e mi pare di guardarmi in uno specchio.

Cetta Petrollo
Diario di una quarantena

Roma 28 marzo 2020: L’intelletto in vacanza

Qualcuno ha spento la luce. Come quando ti fanno l’anestesia e ti dicono di contare fino ad otto e mentre conti improvvisamente la luce si spegne bruscamente, proprio di colpo, e resti in un buio nero senza storia.

E in questo buio dove non ci sono più relazioni, legami, scoperte, sensazioni, dialoghi, odori, fiati, sudori, abbracci, urla e liti, l’intelletto decide di andarsene in vacanza e di scioperare senza più pensiero né immaginazione né creazione né programmi né organizzazione.

L’intelletto, il saldo amico di una vita se ne va in vacanza e il corpo si allarga , cerca un nuovo alfabeto senza avere elementi per costruirselo, si affatica cercando un motivo per avviare le giornate  e come un buon soldato esegue gli ordini della sopravvivenza: pulire, cucinare, lavare ma li porta a termine sempre più svogliatamente, tanto non ci sono né premi né punizioni.

Piazza San Pietro ieri sera. La mia piazza. Irraggiungibile, lontana.

Domenica 29 marzo 2020: Nonostante

Bisogna ricominciare a vivere. Nonostante. Bisogna ricominciare a vivere con la tintura al caffé, con l’ apprendimento delle varie piattaforme web che gli amici ti inviano, zoom, skipe, ogni giorno ne scopro una, ricominciando a telefonare, a controllare le e mail, a programmare, in modo diverso, le attività, a pensare di acquistare una telecamera con la quale fotografare pagina dopo pagina l’ archivio e i libri, immagini da inviare all’ archivista e alle bibliotecarie.

Bisogna ricominciare a lavorare studiando le nuove modalità di lavoro, modalità di vita, le nuove modalità di relazione.

Bisogna impegnarsi a conoscere un po’ meglio i vicini, ad affacciarsi ad orario al balcone, a fare con costanza gli esercizi di ginnastica. Scoprire se la sarta del condominio può e sa cucire le mascherine, se il fruttivendolo porta le cassette di frutta a casa e quanto ci metto ad arrivare a piedi a casa di mia figlia .

Pensare a una cerimonia del premio via web, pensare premi nuovi, non onerosi, riconvertirsi proprio come le aziende che dalla produzione di abiti alla moda sono passate alla produzione di camici per medici.

Diventare generosi e al posto di sciocchezze mettere nei social ricette economiche.

Essere puntuali con le funzioni religiose via youtube.

Dare il segno della pace con un messaggio.

E, per fare tutto questo, tirare fuori la gomena sepolta.

Mia mamma che cucinava le polpette di melanzane.

Che andava alla mensa dei poveri.

Fatica. Voglia di vivere. Ricominciare.

Nonostante.

Lunedi 30

Oggi mi sono alzata sempre più in preda alle mie ossessioni: cosa fare e come organizzare la giornata. Per cominciare mi metto a fare dei biscottini burro e miele. Per il resto non mi va di fare niente.

Nicola si sente meglio e va a pranzo dalla madre le porta un pacchettino con i biscotti appena fatti.

Avverto ogni giorno che passa un gran mancanza di contatto fisico con gli altri, con le amiche con gli amici e con i parenti, e anche e forse soprattutto mi manca il contatto con gli sconosciuti. Non ci avrei mai creduto. Organizzo una video chiamata con Elsa . Sono molto contenta perché fissiamo un appuntamento per venerdì prossimo alle 17 per cantare insieme. Provo a fare una video chiamata con Patrizia ma non ci riusciamo. Devo studiare meglio il meccanismo.

Ungheria, parlamento dà pieni poteri al premier Orbán per combattere il coronavirus, senza alcuna data di scadenza.

In Italia Borrelli: “Solo 1648 positivi in più rispetto a ieri e 1590 guariti. Ma non dobbiamo abbassare la guardia”. Per la prima volta – in modo tangibile – i dati appaiono buoni.

L’Australia ha chiuso da oggi pub, ristoranti, club, cinema, casinò e luoghi di culto: restano aperti i supermercati e non è stata disposta la chiusura delle scuole a livello nazionale ma alcuni Stati sono intenzionati a farlo.

Martedì 31

Mi sono svegliata alle 6.30. Questa notte ho fatto un sogno con tutte le mie amiche. Non eravamo gioiose come al solito quando ci vediamo e l’aria intorno era grigia e cupa. Niente di strano in effetti.

Oggi Nicola va a studio e mentre io preparo per la cena, prima le polpette e poi biscotti con le mele e ricotta, rifletto sullo scrivere questo diario. Fin dall’inizio il raccontare il mio vissuto quotidiano l’ho scritto in corsivo e le annotazioni in Italia e nel mondo no. Perché non viceversa? Mi ricordo che quando ho deciso questo non ho esitato un attimo. Realizzo che la mia vita è in margine e senz’altro è il covid 19 che è il protagonista nella mia vita e nella vita di tutti noi. Tutta l’umanità le gira intorno. E’ lui che tiene banco. Siamo tutti alla sua mercé, siamo tutti suoi prigionieri. Qualcuno dice che prima o poi saremo tutti colpiti dal virus e allora si presenteranno 2 problemi. Il primo riguarda il momento del contagio. Non bisogna prender il virus quando gli ospedali sono strapieni perché il servizio sanitario è costretto a fare una scelta nel momento dell’arrivo: il famoso triage, i giovani hanno la precedenza rispetto ai più anziani. Il secondo problema è la reazione al contagio. La reazione può essere asintomatica ma può essere anche mortale e questo lo sappiamo tutti e per questo le dobbiamo rispetto.

Il leitmotiv di oggi sui tg è che dopo la quarantena dovremo sempre usare una mascherina e rispettare la distanza di un metro gli uni dagli altri. Molte aziende italiane stanno fabbricando la quantità necessaria per questo, inoltre i raggruppamenti di numerose persone saranno proibiti ancora per un tempo ancora indeterminato. Niente cinema, concerti e probabilmente il nostro coro non riprenderà così presto come lo speravamo tutti .

Si sta realizzando, anche con l’aiuto finanziario di molti privati, l’ospedale all’interno della Fiera di Milano per far fronte all’emergenza coronavirus. Verranno ospitati oltre 250 posti letto di rianimazione ma ci sarà anche un reparto di terapia intensiva. I tempi di consegna sono valutati a 2 settimane, è un vero record in Italia. Gli Alpini a Bergamo hanno realizzato un ospedale da campo, che dovrebbe essere operativo da questa settimana.

“NEW DELHI, 30 GEN – È uno studente del Kerala, rientrato nei giorni scorsi da Wuhan, in Cina, il primo paziente risultato positivo al test del coronavirus in India. Lo ha reso noto il ministero della Salute indiano, aggiungendo che il ragazzo è in isolamento e che è stabile.”

I dati in Italia confermano un andamento positivo.

Mercoledì 1°aprile

Mattinata limpida e aria ghiaccia. Abbiamo fatto la colazione alle 7 e poi ci siamo riaddormentati. Alla radio elencano il livello di “cattiveria” del nostro protagonista. Da totale sconosciuto in qualche settimana i ricercatori di ogni paese ne stanno delineando le sue malefatte sul fisico umano, che vanno ben oltre la polmonite. Può attaccare ogni sistema vitale umano. Dunque non c’è una cura soltanto e ad ogni sintomo i medici devono agire di conseguenza.

Oggi rimaniamo a casa, arriva Massimo con la spesa, il fruttivendolo di via Ettore Rolli. Per pranzo prepariamo una gran quantità di polenta mischiata con vari formaggi e verdure cotte, così rimane anche per cena.

Nel pomeriggio abbiamo visto il film Michel Strogoff di Eriprando Visconti. L’ho trovato lineare e didascalico cmq interessante per quanto riguarda l’atmosfera russa ben ricostruita ma poco emozionante. Questo mi ha colpito molto e credo che la mancanza di forti emozioni sia dovuta al fatto che la storia stessa non contempla che i personaggi diano sfogo alle proprie emozioni, ma consente loro solo il rispetto e l’espressione del dovere verso le proprie radici di appartenenza. Le passioni politiche e la sopravivenza della propria comunità vengono prima delle passioni individuali. Molto interessante soprattutto in questo momento in cui l’individuo è così messo a rischio, e chi sa se abbiamo tutti la coscienza di privilegiare la razza umana?Penso che così dovrebbe essere in ognuno di noi.

Dopo riusciamo a metterci in contatto con Marzia con una video telefonata. Trovo che sia sempre più stimolante vedere l’altro e non solo sentire la voce. Stiamo un bel po’ a chiacchierare un pò di tutto. Mi dice che conosce uno nel palazzo suo che produce delle mascherine a norma. Addirittura delle mascherine lavabili. Fantastico! Loro tre, con sua sorella e suo fratello, le hanno ordinate e poi mi dirà. Se vanno bene sicuramente ne ordinerò. Sono soddisfatta di questa grande notizia. Più tardi ci riproviamo con Patrizia a farci una video chiamata ma non ci riusciamo neanche questa volta. Ci dobbiamo ancora provare.

Conferenza stampa di Conte annuncia la proroga delle limitazioni fino al 13 aprile

Coronavirus, verso un milione di casi nel mondo, il totale dei decessi ha raggiunto quota 47.231 e le persone guarite sono 193.764.

Antonio Spagnuolo
Il cervo al tempo del coronavirus

Ferito

il cervo si nasconde dietro le siepi incolte,

piange umano lamento e contorce,

mentre anche io nascondo le ferite

per tacere in silenzio il timore del contagio indispettito.

Sulle pareti spoglie riflettono specchi

attraverso lo stretto fluire del tempo

nel riscontro di ottave alla deriva ai fremiti del virus.

Anche lo scintillio di scorie semina caos

per trasformare in cenere ogni desiderio,

per bloccare le arterie nel ritmo inconsulto

delle armonie .

Di nuovo si ribella la barriera delle ore,

nel tentativo di frenare la falce

centuplicata a minuti di torture.

Inseguimmo sino a ricadere nell’oro fuso,

cantando angoli di strade in penombra

mentre rispondeva il clamore della sera,

e la solitudine agguantava le braccia.

Ogni tessuto cede alle foglie ingiallite

per rinnovare il sogno nato dalla terra,

sostanza ed energia nel raggio breve

chiamato angoscia, chiamato illusione

nel deserto della città impaurita.

Percorro le tue minuscole letizie

per sottili cammini di sangue,

e cerco il suono limpido delle dita

per il fugace sentiero delle palpebre,

oggi che la tua bocca ha silenzio infinito

e lascia un sussurro dietro la mascherina.

Lucia Marchi*
Poesie

Pandemia

In questo nuovo millennio
Anche la morte
Si è globalizzata
E non arriva di sottecchi
Ma appare
Sul video del computer
Facendo l’occhiolino
E ti trascina in fondo
Rubandoti l’essenza
Mentre sei solo
ad osservare il tuo destino. 

Domani

Eppoi ci sveglieremo
Sarà estate
Si tornerà al mare
Il sole scalderà
I corpi gelati dalla paura
Elimineremo distanze
Lavandoci le ansie
Nelle acque azzurre di cielo
E torneremo a correre
Superando ataviche angosce
Mentre d’incanto
Si tornerà alla vita consueta
con rinnovata speranza.

Speranza

Non distante
Ancora
C’è il sereno
E le nuvole si allargano
Mentre sei intenta
A sconfiggere
La melanconia
E le tue mani
Stringono quel piccolo foulard
Con i colori dell’arcobaleno

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* E’ Direttrice della Biblioteca Casanatense di Roma

Alessandra Iannotta
29 marzo 2020: Antiche radici

Dalla finestra della mia camera riesco a scorgere un albero di mandorlo, è in fiore.

Intorno a lui cemento e asfalto nero, ma le sue radici intelligenti hanno trovato la terra e i suoi rami fioriti regalano bellezza.

Voglio fare partecipare mia sorella di questo miracolo della natura.

“Corri Agnese,vieni a vedere!” Le dico tutto d’un fiato.

Mia sorella, un po’ contrariata, mi rimprovera: “Iolanda sto studiando, cosa c’è?”

Deve avere letto sul mio viso tutta la mia delusione perché, dopo neppure un attimo, mi prende per mano e mi sorride.

Restiamo a guardare in silenzio, mano nella mano, il mandorlo vestito a festa.

Improvvisamente Agnese mi abbraccia:

“Iolanda sei fantastica, dovevo scrivere una poesia su questo periodo di forzata quarantena e guardando il tuo albero, mi è venuta l’ispirazione.”

“Stupendo!”-ribatto io- “al quarto piano della mia fabbrica devo mettere una poesia a guardia del tesoro, mi regali la tua?”

Radici

Olio nero,

morsa galleggiante ti soffoca piano.

Un tappeto di plastica ti veste re 

senza scettro e corona

Mi siedo e ascolto.

Mi guardi con i tuoi occhi bianchi e rosa.

Spazio terribilmente offeso.

Musica eterna.

Tra i tuoi fiori giocavano le farfalle, i tuoi rami erano capaci di muoversi liberi. 

Simbiosi di antiche radici.

Anch’io come te 

in una gabbia di maglie nere e plastiche taglienti.

Simbiosi di antiche radici.”

2 aprile 2020: Il segreto 

Ho sempre amato il mare e oggi mi manca,

mi manca tanto.

E allora sai cosa ho deciso?

Il settimo piano della mia fabbrica parlerà di Lui.

Sarà tutto giallo oro come una gigantesca,splendida spiaggia di sabbia dorata. Quella che amo.

E poi ci saranno anche il nero, il blu,il viola, l’azzurro, il verde,il bianco, tutti questi colori s’intrecceranno tra di loro come le onde del mare.

I cioccolatini avranno le forme delle conchiglie,dei sassi, dei vetri colorati,delle stelle.

I miei preferiti però saranno quelli a forma di cavallucci marini, con loro potrò rubare la brezza, il sapore del sale e sarà bellissimo!

Caro Virus,hai mai visto il mare?

Se fai il bravo,ti porterò a vederlo, sono certa che ti piacerà.

La poesia che metterò a guardia del tesoro ti aiuterà a capire il segreto di  quell’immenso specchio blu …

 “Il rumore del mare 

Non mi manca il suo Profumo  

Non mi manca la sua Luce

Non mi manca la sua Immensità 

Mi manca il suo Rumore

Il Rumore del mare 

Il Rumore del mondo…”

3 aprile 2020: Nascondino

Mio nonno non è andato a riposare,gli chiedo di raccontarmi qualcosa.

Lui mi sorride ed incomincia:”Quando avevo più o meno la tua età impazzivo di gioia per la festa del Paese.

Nel centro della piazza veniva allestito un teatrino con i burattini dalle teste di legno e gli occhi fatati, capaci di toccare le stelle.

Le bancarelle con le nocciole, i torroni e lo zucchero filato, riempivano l’aria di un profumo speziato, dolce e amaro, il profumo inconfondibile della festa.

Tutti ridevano.

Il silenzio-quello profondo e denso che aleggia solo nei paesi-spariva come per magia.Doveva arrendersi anche lui alla forza contagiosa della musica che risuonava ovunque.

Noi bambini, dopo lo spettacolo, giocavamo con le bolle di sapone, facendo a gara a chi riusciva a fare le bolle più grandi. Scoppiavano tutte e noi via a soffiare altre bolle, queste ancora più grandi di quelle precedenti e così fino a quando non dovevamo rientrare a casa per la cena.

Il mio gioco preferito però -piccola mia – era comunque il nascondino.

Andavo a nascondermi sempre nello stesso ripostiglio dietro la porta del negozio del barbiere, lì mi sentivo invincibile anche se sapevo che sarei stato scoperto perché ormai il mio nascondiglio non era più un segreto…”

“Nonno – sai una cosa ?- Secondo me anche Virus ama giocare a nascondino…

Ecco, ho trovato! A guardia del tesoro,al nono piano della mia fabbrica, metterò una poesia, sempre di quella poetessa contemporanea che mi piace tanto:

Nascondino 

Nuvole bianche dormono pigre sulle cime di montagne verdi sono sospese come i miei pensieri.

Nuvole nere cariche di pioggia subito dietro.

Campi di mais in cui si perde il mio sguardo 

ed io tra nuvole bianche e nere gioco a nascondino con gnomi,fate,folletti e streghe …”


4 aprile 2020
: Il sonno di una rosa 

Riccardo deve scrivere una poesia su Raffaello.

Vengo incuriosita dal racconto di Agnese che cerca di aiutarlo e mi  siedo ad ascoltare.

“Intorno alla fine del 1400 ad Urbino nasceva Raffaello, il suo papà,un bravo stimato pittore, intuì subito il genio che abitava l’animo del figlio.

Raffaello cresceva sano e bello, circondato  dall’amore  straripante di sua madre. Un giorno la sua mamma incominciò a tossire, divenne sempre più pallida e, giorno,dopo giorno,si ammalò sempre di più.

Quando Raffaello aveva da poco compiuto gli otto anni, la sua mamma volò in cielo, lasciando stampate nel cuore del suo piccolo bambino la luce del suo sorriso e la dolcezza del suo volto.

Raffaello si dedicò allora con passione sempre crescente all’Arte e nella pittura trasfuse tutto l’amore che da sempre aveva nutrito per la sua amata mamma.

Dopo appena altri tre anni egli perse anche il suo papà e,rimasto completamente solo,strinse un legame, ancora più profondo, con la sua unica vera amica: la Pittura.

In quel periodo il giovane Raffaello si dedicò alla pittura delle Madonne con Bambino in cui trasfuse tutta la sua abilità artistica, guadagnandosi così l’appellativo di Pittore della dolcezza.

Dopo aver viaggiato nelle più importanti città d’arte, stimato e apprezzato dai suoi contemporanei, approdò a Roma e qui,forte di un vago presentimento, chiese al Papa, suo grande ammiratore, di essere sepolto al Pantheon.  Pregò, poi, il suo allievo preferito di realizzare la statua di una Madonna in pietra da mettere a guardia del suo sonno eterno. Morì giovanissimo e oggi sulla sua tomba-protetta dalla cosiddetta “Madonna del Sasso”- ogni giorno,in occasione dei 500 anni dalla sua morte, viene deposta una rosa.”

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Rosa” opera di Eugenia Serafini

Mariù Safier
Giornate in ordine sparso 2

Il mio orologio è automatico, non me lo levo mai, preciso sempre. Da qualche settimana, in tempi non sospetti, va avanti. Come se volesse affrettare il termine delle giornate, corre. Non lo correggo, spero che aiuti il passare delle ore, in queste mattine nelle quali mi alzo per dovere, mi lavo per rispetto, lavoro per dignità.

Ho captato in televisione la riflessione di una psicologa: “Ora sappiamo cosa soffrono i carcerati.” Ma loro devono scontare una pena, noi lo sforzo di vivere, che non è poco. Eppure, in fondo, nessuno è innocente.

Ho deciso di fare ginnastica: non sono mai andata in palestra, non frequento piscine, amo moltissimo passeggiare; adesso che è proibito camminare, salgo e scendo dalle scale del palazzo dove abito. Non per uscire, per fare esercizio fisico, visito pianerottoli deserti, tanto non s’incontra nessuno.

Le maglie diventate sempre più strette, l’ansia cresciuta gridata nell’aria da bandiere al vento, trasporta voci canzoni inni. E virus.

Finirà che ci ribelleremo alla ragione, usciremo nonostante i divieti, le imposizioni sulle distanze, le restrizioni.

Grideremo il nostro Sì ai troppi No. Riprenderemo a stringerci le mani, ad abbracciarci, a stare vicini.

Il virus, sbalordito e sbeffeggiato, perderà l’immeritata corona che lo rende padrone di noi tutti e scapperà, soffocato dall’abbraccio del mondo.

Ho sempre fatto la spesa non dico con piacere, certo con leggerezza, passando da un supermercato all’altro, per simpatia, convenienza, prodotti particolari o come capitava. Adesso, davanti alle assurde file di chi pensa che morirà di fame, non di Corona virus, mi defilo. Scelgo i negozietti gestiti da indiani del Bangla Desh, piuttosto che intrupparmi sui marciapiedi. Meglio loro dell’insensata cupezza di chi fa scorta o incetta di cibo. Il mondo ne ha viste tante di epidemie, noi no. Ma la memoria è nel dna. Anche se sappiamo che finirà.

Non si può pensare di girare per casa con la tuta, senza una spolverata di fard, una spazzolata ai capelli. Una delle truccatrici che mi sistemava per gli interventi televisivi all’alba, decretava: “Mai senza un filo di trucco, mai senza un filo di tacco, anche per scendere a buttare la spazzatura!” Oggi poi ci sono i selfie, le dirette, le videochiamate. Insomma, un mondo esterno che chiama, perennemente on line, in grado di spiarti tra le pareti. E fuori, se le mascherine nascondono mezza faccia, facendo risparmiare il rossetto, gli occhi diventano il punto di forza. Sono lo scambio consentito, linguaggio muto ed eloquente, simile agli sguardi che si scambiavano dietro al ventaglio, secoli fa, in uso tuttora per cultura e religione, con il volto velato. Dopo esserci tanto scoperti e sovraesposti, ora corriamo a nasconderci. Basterà un battito di ciglia, per esprimere i nostri pensieri.

Mi sento una clandestina, quando rasento i muri per arrivare dal giornalaio, a rifornirmi di una manciata di carta stampata. Quasi in colpa, per la voglia smodata di leggere. E sì che i libri a casa non mancano. Ma quei 200 passi più 200, andata e ritorno, sembrano un’ipoteca di libertà.

Ho stretto amicizia con un inquilino speciale: da un po’ di tempo, appena apro la finestra, comincia a gloglottare. Così mi sporgo dal davanzale e lo saluto: Ciao, come stai, ti mancano gli umani o cerchi la tua compagna?

Il piccione ascolta in silenzio, comprende, piega più volte il capo e mi guarda. Non l’ho conquistato con molliche di pane o dolci e biscotti. Evito, perché la pulizia non è il loro lato più accattivante. A lui basta sentire una voce, curiosare all’interno, iniziare con me la giornata, poi appena richiudo i vetri, con un frullo, vola via. Beato lui che ha le ali …

Restare chiusi nel proprio bozzolo, al riparo, guardare il mondo esterno a distanza. Forse riaffrontarlo, non sarà tanto facile. Ci si abitua a tutto, anche alla forzata clausura.

È una regola. L’uomo deve perdere quello che ha, per capire l’entità della sua mancanza. Siamo ingordi, digeriamo tutto in fretta, ingurgitiamo qualcosa di più, di meglio, per andare oltre. Ma oltre c’è il salto nel buio che aspetta ogni essere umano.

Intanto, siamo stanchi di profeti, d’imposizioni. Basta con gli obblighi, i doveri. Vogliamo una soluzione. E se non c’è, lasciateci in pace. Eterna.

Guido Barlozzetti
Macchina avanti tutta

Come spiegano i filosofi, il grande e il piccolo sono relativi e possono rovesciarsi l’uno nell’altro. E così pure il micro e il macro si corrispondono.

La clausura di una casa o addirittura in una stanza, è una constatazione ovvia, viene vissuta come una costrizione soffocante. Succede ai detenuti segregati nella cella o nel cortile dell’ora d’aria, agli astronauti nella capsula in orbita e al criceto instancabile nel correre all’interno della ruota. Tuttavia, è proprio in questo stato di necessità che possono aprirsi spiragli imprevedibili e persino affascinanti, e lo spazio che sembra contrarsi in una prigione da cui sembra impossibile evadere, può spalancarsi in un istante nell’immensità senza più confini.

Di professione capitano di lungo corso, Dorando Sagola era posseduto dalla passione per la navigazione e le imbarcazioni tutte, dalle piroghe ai velieri, dal pattino alla portaerei.

L’ordinanza che bloccava viaggi e traffici di ogni tipo e che obbligava a restare in casa lo sorprese e lì per lì lo gettò nello sconforto. Affranto, sognava la plancia di comando, l’oceano che si distendeva ovunque guardasse, il vento che lo sferzava, la solidità della nave che sfidava le insidie e avanzava nella rotta verso la mèta. Da cui ripartire per nuove destinazioni..

Era quello che si dice un lupo di mare e lo scoramento dileguò presto, come un guizzante branco di delfini o una di quelle nuvolone che apparivano minacciose all’orizzonte e, il tempo di voltarsi, erano scomparse.

Fu così che venne ripreso dalla pulsione navigante e decise che la casa sarebbe diventata il suo oceano, dove tornare a disegnare rotte e passare da un continente all’altro.

Con il metro, la bussola e il sestante disegnò la pianta della casa e delle stanze, e su quella, misurato l’ingombro del divano, del letto, dell’armadio, della cucina, del frigorifero, dell’attaccapanni, del water-bidet-lavandino-vasca, cominciò a tracciare le possibili traiettorie in modo da trovare la Linea, quella perfetta che consentisse di passare da una stanza all’altra, attraversandole tutte per tornare al punto di partenza e, perché no, ripartire.

Mai nessuno si era impegnato in un’impresa così ardimentosa. Il desiderio impetuoso sfondò la porta dell’immaginazione e Dorando volle essere il pioniere del Giro del Mondo in solitaria, là dove avevano fallito navigatori illustri e temprati perfino alla Tempesta Perfetta..

Partenza dal Capo di Buona Speranza – era un ottimista Dorando – situato nell’angolo nord della sala, proprio accanto al modello della Capitana di Sebastiano Venier alla battaglia di Lepanto, seguendo la Rotta del Tè circumnavigazione del salotto e del tavolo sul quale veleggiava l’Endeavour del Capitano Cook, con la Scilla e Cariddi dello spigolo della credenza e di un puff così basso da restare invisibile e tale da mandare in secca il tentativo, quindi rotta verso sud-ovest infilando la porta-Gibilterra verso il mare aperto del corridoio su cui pendevano dal soffitto le tre caravelle di Colombo per sbarcare sulla penisola della cucina evitando l’iceberg che era il frigorifero con l’apertura regolata dalla ruota di un timone, e il maelstrom della lavatrice per poi tornare nel corridoio, distendersi macchina avanti tutta e, con sterzata secca ad angolo retto, penetrare nell’alcova con il letto-scialuppa ondeggiante a mezz’aria, riprendere La Manica del corridoio sempre con le caravelle sulla testa, tornare nella sala, ripetere il doppio periplo del salotto nel nome di Vasco de Gama e del tavolo, e toccare finalmente Itaca che poi era il Capo di Buona Speranza in cui finalmente acquietarsi.

Chi l’avesse visto sarebbe rimasto stupito. Dorando dimostrò una perizia degna del più esperto dei nostromi, eseguì le manovre con un’esattezza che avrebbe lasciato di stucco Magellano e con una capacità di variare la rotta a seconda delle circostanze che avrebbe consentito al Titanic di salvarsi dalla minaccia improvvisa di quel masso di ghiaccio.

Quando arrivò alla sua Itaca si addormentò, felice del viaggio che sembrava impossibile.

Dei suoi sogni nessuno può dire, ma è probabile che, stanco e desideroso di un porto accogliente, abbia trovato il talamo dove perdersi nel gomitolo di Penelope, figlia di Icario e Peribea.

Le mie piazze

Piazze, aveva dipinto per tutta la vita piazze. Per esempio, con grandi portici, alti, altissimi, bianchi e con interni rossi, da una parte e dall’altra, e al centro della prospettiva un tempietto, circolare, anch’esso con le colonne bianche e l’edificio rosso, con un altro uguale, più piccolo, che gli spuntava sopra, come i piani di una torta nuziale, su un cielo che dal giallo passava al verde con una nuvoletta che sembrava sul punto di dissolversi. E gli era piaciuto distenderci una matrona di marmo, l’abbondanza delle forme, le braccia maggiorate, le gambe prosperose sotto la leggerezza della tunica, e poi un cubo – sì, aveva sentito di doverlo mettere lì – e non c’era nessuno, la piazza era vuota a parte un paio di signori che si stringevano la mano. Un sole potente e invisibile dava una luce in diagonale, forte quanto il marrone scuro e tagliente delle ombre.

Quell’impianto lo attraeva così tanto che lo aveva replicato, con tutte le variazioni possibili, un portico solo e una canna fumaria, che in altri casi potevano diventare due, e un tempietto basso e frontale al posto di quello circolare, e invece della matrona una statua maschile, di spalle e su un piedistallo, e ai due omini che continuavano a stringersi la mano si aggiungeva un tizio con una cartellina di cuoio in mano che sembrava turbato al cospetto del monumento. E il cielo passava da un sottile strato giallo a un blu scurissimo che da un momento all’altro avrebbe potuto venire giù, come un sipario. Altre volte si era accontentato di un portico lunghissimo in piena luce, l’altro invece nell’oscurità e in primo piano, in mezzo una bambina che correva con il cerchio. E poi, era successo, fra le quinte dei portici, la torre, rosa, un tronco di cono o un cilindro tozzo, a fronte delle minute costruzioni alla base, senza porte e al massimo con una finestra e con un bel monumento equestre davanti… Una volta, in fondo aveva messo un castello che ricordava quello di una Signoria e gli amati fumaioli, e il piano della piazza era fatto di assi di legno, come fosse un palcoscenico, e davanti.. davanti una figura che iniziava con il tronco della colonna di un tempio, proseguiva con un busto in parte coperto da una tunica e finiva con la testa di un manichino, rosso-arancione come il castello. Accanto, un’altra, seduta su una scatola blu, con l’abito che scendeva giù a formare delle pieghe simili a quelle della colonna accanto, e più che un corpo sembrava il modello di un sarto, e invece della testa, che era appoggiata sul pavimento, c’era il pomello del manichino. E, come di consueto, ombre, secche, affilate a contrastare con la potenza della luce.

Gli era diventata la domanda della vita, ma perché tutte quelle piazze?! Giuseppe Maria Alberto era un uomo di poche parole e dai pensieri acuti. Un’immensa stanza dei giochi, ecco cosa lo attraeva delle sue piazze, un vuoto siderale dove non era importante quello che si vedeva, quanto piuttosto il nulla che poteva essere il tutto che poteva essere il nulla, che restava invisibile e però congelava ogni cosa. Libero di metterci una canna fumaria o una colonna dorica, una statua o un manichino, mica come là fuori, le piazze sepolte sotto reggimenti di auto, invase dalle insegne delle pubblicità che si arrampicavano sulle pareti dei palazzi, dai chioschi degli abusivi, dagli sciami di turisti che inseguivano una bandierina, dai tavolini dei bar e dei ristoranti, dagli scippatori, dai vigili e pure da cavalli schiantati dai calessi e dalla fatica, non certo quei puledri olimpici, bianchi e scalpitanti che tanto lo affascinavano…

Se una cosa detestava, era quella normalità caotica e frastornante, i selci fuori posto, le gomme appiccicate, i cestini sfondati, le cicche dappertutto, i piccioni dappertutto, le lattine buttate là, i panini smozzicati, e soprattutto la gente, tanta, troppa, che camminava e aveva fretta, chissà cosa avesse da fare, oppure si perdeva nella chiacchiera.

Per questo restava chiuso in casa. Solo un’uscita era prevista, nel primo pomeriggio, per un caffè che come lo facevano in quel locale storico tra la Piazza di Spagna e Via Condotti non lo faceva nessuno.

Giuseppe Maria Alberto scese, aprì con circospezione il portoncino e si avviò.

Ma sentì subito qualcosa che non andava.

Silenzio, ma proprio silenzio, allora alzò la testa – quando usciva la abbassava per non dover incontrare sguardi e evitare qualunque occasione di contatto – e vide quello che non aveva mai visto. Le macchine erano scomparse, le insegne erano spente, e soprattutto non c’era nessuno, le facciate dei palazzi erano così nitide da assurgere all’essenzialità e la colonna con in cima la Madonna s’imponeva con l’assolutezza di un’astrazione e così la Barcaccia davanti alla scalinata che saliva verso Trinità dei Monti. C’era un ordine che s’imponeva a tutto e diceva di una recondita armonia o di un mistero che tutto metteva in distanza.

Avvertì una vertigine, il senso di una deriva che però pian piano si mutava nella sensazione di un godimento.

Un attimo e capì, aveva inseguito per tutta la vita una visione che gli annunciasse il senso più riposto e forse irraggiungibile delle cose, si era affaticato ogni giorno ad afferrarlo in quelle piazze che aveva dipinto ossessivamente, stupito lui stesso di come gli venivano, quasi che un’altra mano si sovrapponesse alla sua e la guidasse.

E adesso, per chissà quale artifizio su cui non aveva risposte, quella piazza infernale e volgare, sulla quale scappava via come un transfuga, era diventata la Piazza, lì, appena fuori dal portoncino di casa sua e poteva godere di quella solitudine che lo immergeva nella profondità del mondo. Quale che fosse. Forse aveva sprecato la vita, la realtà aveva sconfitto l’arte.

Deluso e euforico al tempo stesso, era rimasto immobile, come tutto ciò che lo circondava, solo volgeva lo sguardo un po’ di qua e un po’ di la. E a un certo punto aveva visto un paio di figure in lontananza, anch’esse irrigidite su se stesse in una postura statuaria. Gli era venuto da pensare subito ai prediletti manichini inquietanti e già sentiva il piacere di una scoperta che fosse anche una conferma.

Poi, aveva guardato meglio, erano due soldati, eretti sulla gambe divaricate e con il mitra spianato.

Laura Massacra
La fila e il sorriso

Oggi, in fila fuori dal supermarket. Una coda di signori assorti, tristi, depressi, silenziosi e un pò alienati. A un certo punto, un ragazzo dietro di me mi chiede di potergli tenere il posto perché ha un problema alla gamba che non gli permette di rimanere immobile in posizione eretta e deve dunque impiegare il tempo dell’attesa camminando. Dietro di me, dopo poco, si mette in fila anche un signora anziana. Le comunico che prima di lei c’è anche un ragazzo, ma lei sembra fare orecchie da mercante. Quando lui ritorna, la signora comincia a fare storie, a baccagliare e borbottare, lamentandosi che non è possibile tenere una fila senza stare fisicamente in coda. Allora io chiedo al ragazzo di prendere il mio posto, davanti alla signora, e slitto io dietro di lei, così da alleviare le pene dello sconosciuto e non rallentare l’attesa dell’anziana donna. Ma dal momento che la signora non sembra affatto sollevata dal mio gesto, e continua a rimproverare il ragazzo con parole mortificanti, io alzo il tono della voce e, rivolgendomi a tutta la fila, dico: “signori, non è il caso di litigare per così poco, abbiamo tanto tempo, è una bellissima giornata di primavera e possiamo approfittarne per fare una chiacchierata di gruppo tutti insieme!”. Uno scroscio di applausi si diffonde in tutta la fila. Al che il ragazzo salta sù e dice “Ne approfitto per ringraziare pubblicamente questa ragazza perché è la prima persona che vedo sorridente e garbata in 21 giorni di solitudine casalinga e di notizie che mi hanno gettato in una depressione nerissima”. Gli astanti ci osservano. Leggo nei loro occhi un moto di riprovazione. Allora ribatto guardando il drappello attonito: “Signori, la gente muore, è vero, ma sorridere alla vita, ora, è un atto di resistenza civile. Facciamolo finché possiamo”. Poi sono entrata nel supermarket lasciando dietro di me un manipolo di persone che si sorridevano a distanza.

Tornando a casa ho riflettuto a quanti di noi, tristi e abbandonati nelle proprie case, pensano che non usciranno illesi da questo lungo isolamento. E allora mi appello a voi, cari amici vicini e lontani: non mollate, non lasciatevi sopraffare dall’angoscia, dalla depressione, dalle cupezze buie e solitarie. Ci siamo e siamo uniti, insieme. Siate luci che brillano solitarie sopra il mare in tempesta, per illuminare i naviganti in attesa dell’Alba.

Ps.: Entrata nel supermercato, la solita signora, prima legnosa e riottosa, mi si è avvicinata e implorando la mia attenzione mi ha chiesto: “signorina che dice, questi gnocchetti freschi lei me li consiglia?”. Avrei voluto abbracciarla forte forte.

Un giorno di pioggia

Roma, 26 marzo 2020: piove ininterrottamente da ore e ore, e le gocce battenti dilagano infette tra gli interstizi opachi del’urbe. Questa cupezza bagnata ci viene a trafiggere nel tepore morbido del nostro nido caldo, tende un agguato al nostro già precario equilibrio psichico. Appannando la nostra lucidità, inzuppa di mestizia ogni parola, soffocando sul nascere ogni verbo che tenti di declinare un senso di speranza o di conforto. Queste gocce ingoiano nel cielo vitiliginoso le nostre capacità di resilienza, facendoci annegare in un inferno bagnato, apoteosi ferale del presente.

Oggi è un giorno di pioggia. Ma le gocce, oggi, sono le lacrime degli ottomila morti che piangono per coloro che non hanno avuto degna sepoltura né la carezza ultima e lieve dei propri cari. Sono lacrime che implorano ancora un saluto, un bacio, che non sia quello estremo arrivato, alla fine, in una telefonata strappata ai disperati aliti del respiratore. Sono le lacrime per i medici che si battono per le vite dei pazienti, tra stanchezza, ansia, emergenza, paura. Sono lacrime di solitudine: la solitudine dei pazienti incapsulati dai caschi e dai presidi che gli impediscono le parole. La solitudine degli infermieri che tornano a casa e non trovano una famiglia ad attenderli, perché il protocollo sancisce un isolamento dai parenti. La solitudine degli anziani, barricati a casa con il divieto di abbracciare figli e nipotini. La solitudine di milioni di single che, nelle proprie case, assistono inebetiti al rincorrersi di notizie sulla strage, attraverso le comunicazioni dei media. E non hanno il regalo di uno sguardo con cui condividere l’orrore. Non si canta più, come prima, sui balconi. Mia madre a telefono declama i versi di Quasimodo: “Come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/fra i morti abbandonati nelle piazze/(…) Alle fronde dei salici, per voto/ Anche le nostre cetre erano appese/Oscillavano lievi al triste vento”.

Questa pioggia è un macigno di lacrime che prendono a sassate il cuore.

Poi, nel pomeriggio, d’improvviso smette di piovere. Esco a fare la spesa. Il cielo pian piano regala timide aperture. La città respira un’aria fresca, privata da polveri sottili. Assenza di rumori cittadini, il battito d’ali delle rondini, il tubare gioioso dei piccioni. Mi fermo a osservare incantata teneri mandorli in fiore. Vengo abbagliata dalla luce della quiete. Non avrei mai potuto immaginare che la bellezza e lo splendore fossero frutto di tutto questo immenso dolore…

 

Massimiliano Kornmuller
Voyage autour de ma chambre 3

Sto decorando il mio piccolo bagno in terzo stile pompeiano, non potendo recarmi al mio studio
d’ arte a dipingere (dubito che inaugurerò a giugno la mia personale ” erbe magiche all’ Orto Botanico”…).

In realtà io prediligo il Secondo stile pompeiano, quello in cui Roma era ancora Repubblica, con colonne e frontoni in trompe-l’oeil, monumentale e magniloquente :purtroppo l’ esiguità della superficie mi obbliga ad utilizzare il terzo, più semplice e piatto, strutturato in piccole campiture di colore caldo (rosso, ocra, ma anche nero), entro cui nuotano tritoni, nereidi, delfini e varii mostri marini (alla fine si tratta di decorare un ambiente “acquatique…!”), tra candelabri di color ocra chiara che si sfogliano in quei “calami striati” che tanto detestava Vitruvio…

Questi, da buon architetto, era legato al  Secondo Stile, che alla sua epoca (eta’ augustea) stava già tramontando. Ecco come ne parla:

“Al posto delle colonne si collocano canne striate con foglie arricciate e volute, al posto dei frontoni ornamenti  che sostengono raffinate volute di edicole, che vengono fuori dal di sopra dei fastigi, spuntando dalle radici, tra le volute ed i teneri fiori su cui siedono, senza ragione, piccole statue ed anche piccole steli di animali.

Ma queste cose non esistono, non possono essere e non sono mai esistite.

Come potrebbe reggere davvero un tetto, o un candelabro il fregio di un frontone, o uno stelo tanto esile e delicato sostenere una statuetta seduta?

O come è possibile che da  radici e steli crescano da una parte fiori,e dall’ altra statuette a mezzo busto?

La gente, comunque, pur riconoscendo queste cose false, non le critica, ma se ne compiace senza chiedersi se qualcosa di tutto questo possa esistere oppure no…”(Vitr., De arch., libro VII)

In realtà questo tipo di decorazione fantastica d’ ispirazione classica e’ stata sempre apprezzata, e non è stata dimenticata neppure nel Medioevo (ove si amavano ben altre decorazioni, quelle celtico-germaniche, o, per dirla con Leon Battista Alberti, “barbariche”…!)

Penso alle storie di San Clemente affrescate (sec XII) nell’ omonima basilica a Roma: le candelabre  i calami striati, su cui poggiano eleganti archetti di un bel rosso squillante, memore di altre e più felici epoche, scandiscono con eleganza le storie del santo.

Quale dotta maestranza vi lavorava?

Non lo sappiamo.

Sembra che fosse la stessa che ci lasciò quello stupefacente ciclo di affreschi nella chiesa della Madonna di Ceri , a Ceri (RM), ove figura pure una Chimera, copiata di certo calco da chissà quale tomba etrusca scoperta nelle vicinanze…

La grottesca, ” l’ornamento senza nome”, conobbe poi uno straordinario favore, anzi furore, in tutta Europa, nei secoli aurei del Rinascimento, grazie, come si sa, alla scoperta delle pitture della Domus Aurea (ove dipingeva Fabullus, “floridus et gravis”, per poche ore al giorno, e sempre con la toga, come narra Plinio) , scoperta che cambiò’ il volto della pittura europea, quasi come la scoperta delle pitture di Pompei ed Ercolano nel Settecento.

Pare che anche Raffaello ne fosse debitore…

Ma io non voglio creare una nuova “stufetta di Clemente VII”, come quella che si può ammirare a Castel S. Angelo: mi basta una decorazione calda e allegra che mi allieti quando entro, un’atmosfera un po’ da sogno.

In fondo anche quando dipingo tavole da cavalletto, questo desiderio di suscitare sensazioni tra l’onirico ed il meraviglioso c’è sempre, con tutti i dubbi e le angosce che questo modus operandi comporta..

E ben lo conosceva il Metastasio, tanto che ne scrisse pure un sonetto…Eccolo:

Sogni e favole io fingo e pure in carte

mentre favole e sogni orno e disegno,

in lor, folle ch’ io son, prendo tal parte,

che del mal che inventai piango e mi sdegno.

Ma forse, allor che non m’ inganna l’ arte,

più saggio io sono? E’ l’ agitato ingegno

forse allor più tranquillo? O forse parte

da più salda cagion l’ amor, lo sdegno?

Ah che non sol quelle ch’ io canto e scrivo

favole son, ma tutto quanto temo o spero,

tutto e’ menzogna e delirando io vivo!

Sogno della mia vita e’ il corso intiero.

Deh tu, Signor,quando a destarmi arrivo,

Fa ch’io trovi riposo in sen del Vero.

Ah, il Settecento…!

In questo momento ho presente due stampe settecentesche che ornavano la mia stanza di fanciullo (Ahimè! Quasi cinquant’anni fa…!)

una raffigurava una pelota che sta raggiungendo la spiaggia dominata da una villa su un promontorio (antesignana di quelle dipinte da Boecklin…), cui si accede tramite un antro nella roccia;

l’ altra raffigurava invece una scena bucolica al tramonto, con pastorelle, putti e varie greggi l’atmosfera idilliaca era ancora più esaltata dagli anonimi endecasillabi posti a commento in fondo alla stessa, che ancora oggi ricordo a memoria, avendoli avuti sotto gli occhi per così tanto tempo:

” Vedi scherzar con la sua madre il figlio,

la giovenca col vitel, senza paura:

e dimmi se più possa in questo esilio

o l’ artificio umano, o la Natura”

Spero di cuore che tutto questo possa presto tornare ad essere una realtà…!

Lucio Castagneri
INIZIO DELLA NUOVA PARTE FRESCA DEL MIO ULTIMO MANOSCRITTO INTITOLATO “L’ISOLA DELLE OMBRE”.
Decido oggi di proseguire la narrazione… (4 aprile 2020)

CAP. XXIII – TERTIUM NON DATUR

Ora, essendo che Kritos, non ancora soddisfatto al momento di tante sue avventure e peripezie – che in qualche modo se l’era cercate e sempre con grande ottimismo aggiustate a modo suo, rischiando anche la pelle, come era nell’arena gladiatoria di Meropis, o inventandosi di sopravvivere al tempo del terremoto di Alicarnasso. Ma guai a confidarsi, tanto sapeva che lo avrebbe messo nel sacco quando voleva, lui e le sue sofisticherie di seconda o terza mano. Che rimanesse nei suoi noiosi deliri. Ed era bene che se ne fosse andato per la sua strada.

Se per volere degli dèi il mondo era così complicato, terremoti, guerre e pestilenze -, e riguardo agli dèi si sapeva davvero poco, restava da domandarsi dell’argomento più importante: cioè sé stesso, che era tuttavia una stupidaggine, un’autentica antinomia. Perché si trattava di separare un io che sta lì da bravo per farsi esaminare, e un altro io più elevato – se lo dice da sè – che si dedica a studiarlo, che è chiaramente un’idiozia, ripeto, perché se pur fosse possibile scindere questo signor io in due, sarebbe impossibile sapere quando un io sta studiando quell’ altro. Come se davanti allo specchio qualcuno si sentisse di stabilire onestamente chi dei due cretini, tra lui ed il riflesso, chi dei due è veramente lo specchio o il tipo riflesso. Alla domanda, chi è l’Io, entrambi rispondono: io! Ci vorrebbe un giudice esterno, serio incorruttibile, sulla cui affidabilità ci sarebbe tuttavia da ragionarne per bene. Sarebbe lui – ma da dove viene, chi lo conosce? – il Tertium del tertium non datur? Ma questa è una questione elementare di logica, quis judicet judicem? cioè di capire come si definiscano i due soggetti che convivono cupidi e insofferenti l’uno dell’altro. Ma siccome Kritos dei filosofi ne aveva proprio abbastanza, vedendo pure come erano ridotti con le barbe lunghe senza aver concluso mai niente, lamentando la mala sorte e la propria miseria, sempre pronti ad accapigliarsi, a insultarsi e darsi pugni, finendo indecorosamente per terra insieme nello stesso brago che loro chiamano yle, decise di andare a parlare con qualcuno che di sicuro doveva saperne qualcosa di affidabile, per lo meno perché sembrava stare per fatti suoi e non averci niente da guadagnare: il Mostro. Che oltretutto di certo non parlava né greco né latino, tantomeno inglese, e quasi certamente era pure analfabeta, sordomuto e si esprimeva per grugniti. Quindi gli avrebbe chiesto di rispondere a che cos’è il mondo e cosa diamine è Dio, e la pestilenza. Ma c’era da verificare se oltretutto fosse anche un po’ deficiente.

Non sapendo da che parte incamminarsi, solo sapendo per sentito dire che in fondo al buio più nero doveva esserci una piccolissima luce, si avviò borbottando: che era da chiudere gli occhi, dare un po’ di giravolte e poi, se prima non perdeva l’equilibrio cadendo per terra – mentre la radio mandava Woolly Bully -, riaprire gli occhi e prendere dritto per dritto. In qualche modo non poteva e non voleva fermarsi.

Tiziana Colusso

Tutti in un Grande Fratello planetario

Chi scampa al virus sarà forse lo zombie di un nuovo
disordine mondiale,

di uno stato autoritario metabolizzato – ne conosco i segni, sapete,

ho vissuto vent’anni in caserma – sorvegliato da droni che

li sbirceranno alle finestre

rintracciato da celle telefoniche, da videocamere, dall’uso

di credit cards,

stoppato a posti di blocco come negli anni di piombo –

ma questo piombo diverrà oro per chi gestisce rifornimenti

e spostamenti,

alchimie di un capitalismo che si trasforma per non implodere.

Tutti in un Grande Fratello planetario, a spiarci nei condomini

e sulla rete, con giustificazioni in tasca come scolaretti.

E’ necessario dicono – NON C’È DUBBIO – ma chi

crede che questa abolizione

delle libertà civili e personali sarà dismessa alla fine dell’emergenza?

Troppo comodo avere il controllo del pianeta, con le

tecnologie e il terrore

di nemici più infidi delle bombe, su sudditi globalizzati

da manovrare

dai soliti bunker, dai soliti yacth off shore, dai soliti

isolotti off limits.

Tutti in un Grande Fratello planetario, i mariti a casa

a picchiar duro per sfogarsi,

le mogli a cantare dai balconi agitando panni bianchi

come messaggi in codice,

i bambini a zombizzarsi ad libitum davanti alle play station e alle tv,

se non hanno genitori docenti o antroposofi a seguirli,

gli avventori degli ipermercati in fila a litigare per

un carrello, per un cestello.

Tutti in un Grande Fratello planetario, con la benzina contingentata

per evitare fughe e magari la tessera annonaria come in guerra,

senza poter nemmeno protestare, per evitare assembramenti

sediziosi,

sui social setacciati dagli spioni professionali si potrà dissentire,

ma soltanto a giorni alterni per non far crashare la rete virtuale

che come una rete da pesca a strascico ci contiene

Tutti in un Grande Fratello planetario, ma senza empatia

per le altre specie, per gli altri animali che non siano pietanza,

per la natura che non sia decorazione da balcone,

e che tuttavia era sul pianeta ben prima di noi,

specie infestante e inferocita dal potere.

Tutti in un Grande Fratello planetario,

tranne qualcuno che scaverà caparbi buchi nella rete,

si butterà alla macchia o per i monti come un partigiano,

staffetta solitaria ma pronta a riconoscere fratelli e sorelle

non Grandi ma veri, intenti sui sentieri a cogliere

cicoria non contingentata, a meditare in silenzi non intercettabili,

a studiare in cabanes sugli alberi un codice nuovo,

un alfabeto resistente.

Franco Arcidiaco *
Dalla parte dell’editore

Una situazione certamente inedita quella che stiamo vivendo costretti dalla pandemia, uno scenario distopico da videogame o da bmovie genere catastrofico. Naturalmente le reazioni individuali sono tra le più disparate e, apparentemente, quelle meno scomposte dovrebbero pervenire dalle classi intellettuali. Chi trae reddito dal leggere o dallo scrivere non può che ottenere beneficio da un “soggiorno obbligato” temporaneo in casa; questo discorso vale in parte, ma solo in parte, anche per un editore. Faccio parte della “mitica” categoria degli “editori indipendenti” e da trent’anni, con mia moglie Antonella, svolgo la missione impossibile di mantenere attivo il bilancio di un’azienda editoriale in una realtà in cui parlare di “indici di lettura” equivale a un eufemismo.

La terziarizzazione del lavoro è una pratica molto diffusa nel settore e di conseguenza il telelavoro (oggi “Smart working”) è prassi abituale. In questi giorni, quindi, riusciamo a svolgere normalmente e regolarmente la fase di prestampa, vale a dire quella parte di lavoro che concerne la valutazione del testo, l’editing, la grafica, l’impaginazione e la realizzazione della copertina. Una volta completata questa fase e ottenuto il “Visto si stampi” dall’autore, il testo passa in tipografia, da questa passa al nostro magazzino di spedizione, quindi al distributore, da qui in libreria e… finalmente al lettore. Per noi comincia da questo momento la fase della post-produzione e della promozione del volume. In condizioni normali la vera lotta inizia appena fuori dal nostro magazzino, ed è già una lotta impari; la filiera della distribuzione, infatti, è saldamente nelle mani di un micidiale cartello costituito dai grandi editori, che impongono i loro prodotti alle librerie, riducendo al lumicino i margini di trattativa e quindi d’ingresso nel punto vendita dei libri prodotti dagli editori medio-piccoli.
L’unica possibilità che hanno quindi gli editori di questa fascia, che poi, attenzione, sono quelli che pubblicano i libri di qualità, è di tessere una fitta rete di relazioni con associazioni culturali, gruppi di lettura e librerie indipendenti (non di “catena”), per organizzare presentazioni pubbliche dei volumi in maniera capillare in tutto il territorio nazionale; indispensabile in questo meccanismo è il ruolo dell’autore, vero fulcro attorno al quale girano tutti gli ingranaggi. Siamo arrivati dunque al nocciolo del problema: con il logico e sacrosanto divieto di riunione e la meno logica e meno sacrosanta chiusura delle librerie, i nostri libri rimangono tristemente impacchettati in magazzino.

Finanche Amazon e IBS hanno smesso di ordinare (complice anche la promulgazione della legge che impedisce di praticare sconti selvaggi sui libri), preferendo dedicarsi alla vendita di prodotti più richiesti dal momento contingente. E l’eBook direte voi? Il mercato dell’eBook è praticamente inesistente, i grandi lettori, che poi sono quelli che reggono il mercato (falsando anche le statistiche modello “pollo di Trilussa”) non riescono ad abbandonare la carta e comunque anche l’eBook risente del problema della distribuzione, che in questo caso significa scarsa o inesistente visibilità nelle varie piattaforme.

Permanendo questo stato di cose, il suggerimento che fornisco ad autori e editori è di approfittare di questa pausa forzata per tirar fuori i “manoscritti” dai cassetti, completare la fase di prestampa, consegnare in tipografia per acquisire la priorità di stampa ed immettersi nel mercato appena si sbloccherà la situazione, giocando d’anticipo sui grandi che, inevitabilmente, si dovranno muovere con meno agilità.

Per quanto riguarda i riflessi sociali della pandemia che ha costretto tutti noi a rintanarci tra le mura domestiche, bisogna tener conto che questa quotidianità inedita è vissuta dalla popolazione con gli stati d’animo e le reazioni psicologiche più disparate. Stiamo vivendo le conseguenze di un cambiamento a dir poco epocale del nostro stile di vita e delle nostre abitudini; la reazione al cambiamento è di tipo soprattutto emotivo e genera reazioni diverse, legate alla personalità del singolo e al suo vissuto intimo. È necessaria pertanto una chiave di lettura saggia e serena dei sentimenti generati da questo cambiamento che ci consenta di gestirlo senza traumi e con proficui risultati in termini pratici, di benessere interiore e di qualità relazionale. Di concerto con un’associazione culturale e la Città Metropolitana di Reggio Calabria, abbiamo pensato che la poesia può aiutare a gestire l’emotività, controllandone gli effetti ed arginandone la deriva patologica. La nostra casa può diventare l’angolo di cui parlavano i Latini per indicare un luogo protettivo e appartato riservato alla meditazione. Per Orazio l’angulus è una dimensione fondamentale, luogo simbolo della sua esistenza, deputato al canto e generatore di poesia, dove il poeta si può ritirare anche con le persone care. Nell’angulus, proprio come in questo caso, da soli o circondati dal calore dei nostri conviventi, possiamo creare un terreno fertile per la poesia. Da queste considerazioni è nato il Premio di Poesia Angulus Ridet, il cui bando troverete anche all’interno del sito della FUIS, che ringrazio per l’ospitalità e per l’instancabile ruolo che svolge per la diffusione della cultura nel nostro Paese.

*Titolare di “Città del Sole edizioni”

Pascal Schembri
REALTA’ O FANTASIA?

“Io resto a casa” recita cosi lo slogan adottato da moltissime persone come incoraggiamento nel fermare questo terribile virus “COVID -19”.

Tante sono le iniziative compiute da molte persone restando a casa. Anch’io, approfittando di questo periodo, colgo l’occasione per iniziare a scrivere un nuovo libro, raccontando tutte le peripezie che sono accadute nell’arco dei miei settantacinque anni nell’ambito “medicale” in Francia e in Italia.

Dalla mia residenza, al quattordicesimo piano di uno dei condomini di Montparnasse a Parigi, quartiere a due passi dalla stazione ferroviaria dove giornalmente viaggiano più di sei milioni di persone, dalle 5 del mattino fino alle ore 24 ed a un centinaio di metri dalla torre di Montparnasse, il mio pensiero corre e si incaglia in una delle tante riflessioni che ogni giorno affollano la mia mente;

In Francia abbiamo delle restrizioni meno dure di quelle presenti in Italia. Qui abbiamo fino ad oggi delle misure di quarantena che ci permettono di uscire un’ora al giorno nel raggio di un chilometro attorno alla nostra abitazione, mentre in Italia hanno confinato la popolazione a restare a casa ed uscire solo per lo stretto necessario, senza dare la possibilità di camminare per qualche centinaio di metri davanti alle loro case, per scaricare le loro tensioni giornaliere alimentate dalla paura e dalla disperazione creata da questo nemico invisibile che è pronto a falciare vite senza discriminazione di sesso e razza.

Non si deve inoltre dimenticare che “fuori dalle nostre abitazioni” si respira un’aria di tensione surreale alimentata da un “deserto” di città e dalla presenza delle forze dell’ordine che vigilano per garantire le direttive Ministeriali,sanzionando, all’occorrenza, le persone che non rispettano quanto imposto dalla legge per l’emergenza “COVID- 19” .

Penso che al di là di quello che si sente attraverso i media, ci sia dell’ altro. Ciò non bastando, in questi giorni “bombardati” dalle mille notizie  che si susseguono incessanti una dopo l’altra, si fa fatica a comprendere quali siano vere o  false. Inoltre, navigando tra le mille pagine presenti su internet, alla parola “morte –virus” si aggiungono il migliaio di persone che ogni anno muoiono per vari motivi perché soffrono di patologie, aggravate, nel periodo influenzale, dall’aggiunta o meno di sconosciuti o conosciuti virus.

Inoltre, esprimo forse un pensiero di persone che come me ogni giorno, vedendo situazioni poco chiare, pensano che i nostri governanti facciano forse poco, rispetto a quello che dovrebbero fare per il loro paese. Forse questi uomini, presi dal proprio orgoglio personale, dimenticano le loro origini di persone semplici appartenenti ad un’unica “mamma patria”. Non dimentichiamo che nella storia del nostro paese, grandi uomini del passato come  Mattei, Aldo Moro, il Generale della Chiesa, Falcone, Borsalino e tante altre persone  hanno donato la loro vita  per il bene della nazione. Il loro esempio sia il nostro faro verso il futuro.

Oltre a ciò, senza indulgere in valutazioni politiche o sociologiche, va detto che questo “COVID – 19” ci preoccupa, anzi ci fa paura. Le diagnosi  e le terapie vanno lasciate agli specialisti, agli scienziati.

La stampa si è sbizzarrita in tante interpretazioni, anche ardite. Parte dei giornali e delle TV hanno dato notizia di un esperimento  chimico del 2015 il cui risultato sarebbe sfuggito ai ricercatori; altre fonti hanno parlato di una simulazione fatta il 18 ottobre del 2019 in America; altre hanno detto di un virus che”graziosamente “si sarebbero  scambiati la Cina e l’America. A chi credere ?

Può darsi, che qualche Potenza economica, fatta da pochi uomini da me soprannominati  “invisibili”,   possa avere interesse a destabilizzare l’economia del mondo intero, per fini al momento non decifrabili

Preferisco non continuare, perché anche il mio pensiero di cittadino” libero” forse non può aiutare nessuno. Esprimo il fatto che questo virus,forse, non é più pericoloso di tanti altri virus che abbiamo avuto nel passato. I morti ci sono sempre stati, la vita alla fine ha sempre trionfato.

Ai miei concittadini vorrei solo dire di continuare a vivere nella quotidianità, rispettando quanto ci viene prescritto. Umanamente  é difficile restare confinati per vari mesi in casa, ma badiamo bene che, se oggi fanno la conta dei morti per questo virus, un domani conteranno i morti  per le nuove patologie venutesi a creare per il dopo “COVID-19”.
Il mio pensiero corre a quelle persone “fragili”, che vivendo una vita difficile per varie problematiche legate al loro stato di salute o di precariato, vedono tutto nero cadendo nel vortice della depressione. Chiedetevi cosa ci sarà dopo tutto questo, quante persone avranno bisogno di un sostegno per ripartire e per sperare di nuovo. Se avete modo di informarvi, fate le vostre valutazioni.
Concludo dicendo: non dimentichiamo che l’uomo è come la natura e sono sicuro che in un tempo non lontano, diventeremo più forti e più vivi. Invito  tutte le persone a tenersi sempre informate per mezzo della stampa ufficiale e diffidate del resto.
Prima di ritornare al mio libro, tengo a salutarvi con un abbraccio dal mio “confinamento” nel quartiere di Montparnasse a Parigi.

Salvatore Rondello
TERAPIA INTENSIVA

Tocco ferro

Entrando nel reparto.

Rimanendo intubato,

Appeso alla vita,

Posto in ventilazione,

Inspiro forzata

Aria ossigenata.

Infettato dal virus,

Non respiro:

Tossisco forte

Emettendo cellule

Nocive ai vicini.

Starnuti esiziali

Invadono l’ambiente.

Vengono a curarmi

Angeli coraggiosi.

Paolo Procaccini
In còllera mòribus

Nun ce posso crede… sorto de casa pe pijà du’ pillolette in farmacia e trovo la strada vòta. De solito c’è da fasse pijà er mammatrone pe la buriana de la gente su li marciapiedi e pe le machine guidate da piloti de Formula 3 che cureno peggio che addannati. Ma oggi gnente: passo su la granne via deserta e davanti ar nigozzio de medicine m’accodo all’antri e, puro se nun stamo accostati, intanto che aspettamo se parlamo der viruse, de le leggi, de quer che ce passa p’er boccino.
Poi, quanno entramo, ciascheduno va pell’inferno suo. Io ciò quello de n’antra fila p’er da magnà. Nun l’avevo vista sta fila e stavo pe imboccà subbito. Sento la schina bruciamme pe sguardi de fòco e locco locco me fermo pe mettémme in fonno. A sapello me compravo ‘na rivista nimmistica, un socché da legge’, intanto che viè er momento mio…
Er tempo è mollo come l’orloggi de Dalì, è ‘no squaqquerone che te s’appiccica addosso. Semo finiti tutti dentro na pianta carnivora, na drosèra. Nun ce fosse er bullettino mortuvario, parerebbe no scherzo cattivo, da prete perfido e un tantinello infame.
Ar turno mio entro p’ariccoje dù stupidate, chè pe casa ciò guasi tutto. Ancora.
Ne la piazzetta der fornaro ciò li giornali all’edicola, er feramenta, ‘n antro supermarche co la coda sua e, pe finì, er pane che me piace: la treccia bianca. Semo ar 19 marzo e ciànno puro li bignè de sangiuseppe. Sò belli grossi, così oggi pranzo da signore, che po’ esse’ che me libbero de quer cinico de malinconia, quella che me viè quanno magno liggero e in bianco che sto un po’ male.
Oggi è la prima giornata che metto cianche fori de casetta mia. È passata na settimana dar decreto der coprivirus…
Pe protesta me sò lasciato cresce li peli sur grugno. Mancomale ciò na scialletta pe maschera protettiva. Mejo: nun me se vede. Fo presto e me giro pe tornà.
Me fa cosa, me fa brutto sta filagna de seranne giù, che pareno mannare de quajottina su li commerci.
Er bare de Mastroianni er pelato era er bare de li cinecittadini, quanno che qua nun c’era gnent’antro. Ciannaveno le comparze. È chiuso, puro quello è chiuso e ciannaveno fino a le tre, le quattro de notte… Nun ce posso crede…
Nun ciò voja de fa gnente e penzo a le verdure dell’orto cervetrano, che nun le arivo a riccoje. Se sciuperanno che so troppo bòne.
M’amanca er cucinamme su la veranda in faccia ar mare. Semo tutti in gastigo.
Nun se capisce si sta volontà sii divina, oppuro umana, d’ommini senza pietà che vònno fa sparì 5 o 6 mijardate d’antre perzone che nun serveno più.
Era tennologgica senza coscenza e sentimenti.
Leggo sopra feibucche troppe sputazzate su l’oppignoni artrui.
Penzo che si annamo avanti così, stamo a rifà la Tore de babbei…

19 3 h14,07

Sono troppo ferito

per scrivere.

Questa burla/tragedia conta morti,

banalissimamente.

Conta umanità perduta,

senza stupore, senza alcuno rimpianto.

Dissipa civiltà, sbriciolandola piano,

biscotto nelle mani di bambino.

Troppo sono ferito

23 3 h7,56

Carlo Di Lieto
Il coronavirus e “il perturbante” di Freud

Freud in “ Inibizione, sintomo e angoscia” (1925) aveva scritto che di fronte alla minaccia di un segnale esterno “noi non facciamo altro se non aumentare la distanza tra noi e chi ci minaccia”. L’angoscia nasce quale reazione a uno stato di pericolo e richiede un dispendio permanente di energia. Questa azione è ciò che nel trattamento analitico viene avvertito come resistenza. E la resistenza presuppone ciò che è indicato come controinvestimento. Nell’analisi si deve lottare contro vari tipi di resistenza: la resistenza all’Io, resistenza all’Es, resistenza al Super-io, resistenza alla traslazione. L’angoscia ha un’innega-bile consonanza con l’attesa: possiede un carattere d’indetermi-natezza e di mancanza di oggetto. Di fronte al pericolo reale si sviluppano due tipi di reazione, quella affettiva e l’azione protettiva. La situazione di pericolo è la situazione riconosciuta , ricordata, attesa d’impotenza vissuta come segnale d’allarme. L’io si difende con l’aiuto della reazione d’angoscia.
Il “perturbante” appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore; ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa inconsistente e labile e quando appare realmente ai nostri occhi che fino a quel momento avevano considerato fantastico o surreale e quando un simbolo assume pienamente la funzione di ciò che è simboleggiato. Molte cose però che sarebbero perturbanti se accadessero nella vita non sono perturbanti nella poesia e d’altra parte nella poesia , rileva Freud,” per ottenere effetti perturbanti esistono una quantità di mezzi di cui la vita non può disporre”,

Anna Lapenna
La ginnastica

Per prima è giunta la notizia delle gite gitarelle e passeggiate in casa – cronometrando il tempo e misurando i km con un’App, mi hanno detto, che si trova sul cellulare – minimo tocca camminare 40 minuti ma aumentando di giorno in giorno fino ad arrivare almeno a 60 minuti, che si sa, è un’ora niente di meno – e a passo svelto – se no non serve, mi assicurano. Su e giù per il corridoio e per chi ha corridoi troppo corti si suggerisce di entrare in camera da letto girando intorno al letto – che si ha avuto cura di staccare precedentemente dal muro – e ritornare in corridoio – sempre di corsa – entrare nel bagno e uscirne per dirigersi in salotto dove si può correre torno torno ai mobili e al sofà due volte almeno per poi se ancora non è sufficiente affrontare la cucina.
C’è anche chi trova utilissimo e salutare e suggerisce calorosamente di salire e scendere due o tre o addirittura quattro volte di corsa le scale del palazzo su e giù. L’amica che lo fa abita all’ottavo piano ed è, come chiaramente appare, molto severa con se stessa – io non lo sono di sicuro e questa tortura non mi sento di consigliarla a nessuno. Ispirata però da tutto questo movimento qualcosa ho fatto a dire il vero anch’io.
Sono scesa giù giù fino al piano cantine dove non vado mai perché è buio e inospitale e quindi non mi sono fermata e anzi subito sono risalita velocemente ho superato il mio portone e ho proseguito più su oltre l’ultimo piano in alto in alto fino alla torretta panoramica e alla terrazza condominiale.

Qui è bellissimo – ho fatto due passi al sole per godermi la bella visuale su San Giovanni e il Colosseo e ho riposato gli occhi immergendoli nel verde cupo del Palatino – poi sono riscesa alle cantine e poi di nuovo su al terzo piano dove abito. In tutto ci avrò messo poco più di venti minuti olè! Velocissima puoi dirlo forte – con l’ascensore naturalmente – dato che c’è. A qualcosa deve pur servire e già mi sento in verità più leggera.
Poi fortunatamente è arrivata la ginnastica e sono apparsi sui computer e sui cellulari mille video con istruttori gentili in tuta – che si presentano nome e cognome e si definiscono personal trainer – che guidano con eleganza e mostrano mossa su mossa le varie posizioni con l’esempio e con la voce. Il tutto in varie lingue e si può scegliere la preferita ma viene suggerito l’ingle-se – così si tiene in esercizio anche la mente – che non fa male.
Si tratta di ginnastica pensata apposta da fare in casa – per me suggeriscono “soft” data la mia età – ma si può scegliere joga fitness posturale aerobica ritmica acrobatica strech elastica pilates eccetera ecceterone.
E questa soluzione è bellissima davvero e sono cominciate ad apparire foto di amici e amiche in eleganti abbigliamenti a piedi nudi – saltellanti per casa con armoniose movenze. E nei salotti e nelle cucine si sono ricavati spazi per queste casalinghe palestre – evviva – chissà che non venga conquistata anch’io.

MAC SSD:Users:macbookpro:Desktop:L'Arca di Noé.jpg

Dopo il diluvio

Questa mattina mi sono affacciata alla finestra e mi è apparsa una grande distesa d’acqua come un mare che aveva sommerso le strade, ormai silenziose e vuote da giorni e giorni, e le case e ogni cosa intorno a me. Su questo mare solo qualche tetto qua e là vedevo galleggiare. Solitario e irreale.

Sono sull’Arca mi son subito detta – non c’è nulla da temere – e resto lì affacciata come in trance, come Noè in questo dipinto che vi mostro, ma non come lui con tutti quegli animali – io sono sola.

Non vorrei dimenticare – sono fortemente attratta da queste immagini – e insieme me ne auguro presto la fine e aspetto fiduciosa – come Noè – che abbia termine il diluvio che le acque si ritirino e che il rumore il movimento insomma la vita prendano possesso di nuovo della terra amata – che la maledizione finisca.

Guardo dalla finestra – osservo con attenzione e ancora non vedo segni – ma so che presto arriverà questa famosa colomba con l’ulivo in bocca e sarà la fine della quarantena.

Ma qualcosa spero ci resterà di questa pestilenza – per la prima volta dopo il diluvio siamo stati colpiti da un evento universale – davanti a questo Covid 19 siamo tutti uguali finalmente – il virus non ha confini – non ha nazioni – non ha preferenze – questo vorrei che ricordassimo dopo il diluvio – che finalmente siamo tutti figli di un’unica Eva.

Nicla Vassallo
Da un’idea di Nicla Vassallo, Nicla Vassallo e Sabino Maria Frassà

(Dedicato a tutti quei lavoratori – non solo medici – che, ogni giorno e notte, mettono a rischio la propria vita, dedicando se stessi e se stesse a salvare e a prendersi cura di pazienti che soffrono e di un’umanità in quarantena)

27 marzo 2020 – dalla Quarantena,

Nel costante allarme prodotto dal Coronavirus, non si può che rilevare una crescita esponenziale anche di quei tratti, i peggiori (ignoranza, supponenza, slealtà, infedeltà, ipocrisia, vanità, e via dicendo) che in noi sempre vivono sotto traccia nei periodi “tranquilli” e “normali” dell’esistenza comunitaria. Ora, invece, abbiamo il “coraggio” di palesarci in forme di egoismo senza precedenti né pudori, che lo Stato combatte con inevitabili leggi da Leviatano.

Italiani umani? Sì, per fortuna in diversi casi. In altri, italiani brava gente? Dov’è la solidarietà che in questi giorni si dovrebbe svelare in senso civico? Evaporata nelle lunghe code per accedere ai supermercati, in cui se si supera qualcuno/a ci si considera furbi nonché fortunati? Evaporata nelle multe per chi – giovani e anziani – non rispetta la quarantena e spinge lo Stato a pensare a modelli futuristici e dispotici di Orwelliana memoria?

Nella difficoltà la nostra identità personale (la nostra psiche col nostro corpo) emerge senza controllo e in modo squilibrato, rispetto a quanto dovrebbe: emerge così la “forma” su un contenuto razionale sempre più sopito e contratto. Il culto della “forma” si rintraccia anche nelle espressioni più banali. Nella nostra quotidianità, pensando a chi ha quella forma – sia un atleta o un attore – non diciamo, per esempio, “è tutto muscoli e senza cervello”, per pura constatazione, senza provare alcuna invidia. Tuttavia quando diciamo “quell’atleta è un mostro” non attribuiamo al termine “mostro” una connotazione negativa. Parallelamente è triste constatare come un’inedita attenzione alla forma fisica abbia messo in pericolo la collettività: ci siamo riscoperti tutti atleti, tutti podisti pur di non rispettare quel “io resto a casa”.

Ma forse dedicare ogni attenzione ai propri muscoli, alla propria Forma, trascurando il proprio cervello, non è sempre una precisa scelta. Se provieni da una famiglia o da un contesto sociale, in diversi sensi “povero”, è raro il caso in cui, quella stessa famiglia ti spinga a studiare allo scopo di diventare un serio intellettuale. E la nostra società italiana non si è dimostrata in fondo povera in questi ultimi anni, pre coronavirus?

Fatte le debite eccezioni, perché le generalizzazioni son spesso pericolose e ingiuste, proviamo allora a riflettere sulla figura dell’atleta o del “vip” al tempo del Coronavirus: atleti, attori e presentatori. Non solo tutti i personaggi “famosi” guadagnano ben di più degli intellettuali, ma hanno anche un alto livello di riconoscimento sociale: hanno un cospicuo numero di follower, e su questi ultimi, un innegabile, e per tale ragione ben remunerato, ascendente e impatto. Inoltre chi ha i muscoli o la forma fisica rimane anche oggi un privilegiato, nonostante l’orrendo Coronavirus. Non solo, il suddetto successo economico dei muscoli permette di potersi rinchiudersi in zone protette, dimora di lusso, ove è più facile spendere il proprio tempo. I soldi continuano a fare, oggi più che mai, la differenza, nonostante il coronavirus sia un virus molto “democratico”. Ma ai tanti fan sfegatati di queste “forme” non rimane che restare rinchiusi nelle loro abitazioni, augurandosi di evitare il contagio, ma pure annoiandosi, in un’attesa, fenomeno in tal caso raccapricciante, della scomparsa del virus, non per il bene di tutti, bensì per il ritorno – in campo, pista o palcoscenico – dell’amato eroico moderno Maciste.

“Povero” Maciste: non è un personaggio di qualche mitologia antica, greca o romana, bensì un personaggio cinematografico, dotato di un’eccezionale muscolatura e forza, oltre che di un’invidiabile bontà. Maciste rappresenta l’unione agognata di forma e contenuto. Le sue inusuali e rare qualità anche dei migliori dei nostri Maciste non riescono, neanche, con ogni possibile volontà, a “battere” il Coronavirus. Muscoli e bontà non sono affatto sufficienti a creare il vaccino che ci dovrebbe condurre fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo ritrovati. Questi Maciste e il mondo sottostante, che fatica a rinunciare non allo sport, ma al business, certo non aiutano a combattere l’egoismo, spronando il senso civico. Il Coronavirus lo si combatte o lo si dovrebbe combattere con la ricerca scientifica e con la cultura/comunicazione sobria, professionale e autorevole. Tuttavia, l’autorevolezza e la cultura da anni non vanno per la maggiore nemmeno nei conti pubblici italiani.

Forse è questa la vera “punizione” portata dal Coronavirus, in versione Savonarola della “Forma” e dei muscoli. Serrati in casa, dopo aver svolto i nostri doveri lavorativi (chiamati “smart working”, sebbene non si comprenda cosa posseggano di “smart”) sperimentiamo un’invadente noia. Chi ha maturato una cultura – che non equivale ad esser intellettuale – si ritrova oggi però più libero di chi possiede solo muscoli o di chi aspira alla forma, perché può riempirsi la giornata della “giusta” noia e di cultura. Agli altri e alle altre quella frustrazione e ansia di inseguire le notizie sul Coronavirus da un telegiornale a un programma in una pericolosa e ansiogena spirale depressiva.
Ci ricorderemo dell’importanza della cultura e del contenuto finita l’emergenza del coronavirus o torneremo a rincorrere muscoli e Forma? 

Eugenia Serafini
Poesie

1.

#IO STO A CASA

GOOOOOOOOODMORNING VIETNAAAAMMMMM!!!!!!

GOOOOOOOOODMORNING VIETNAAAAMMMMM!!!!!!

Ho sentito il tuo grido

Roby Williams era chiaro e forte

questa mattina al mio risveglio

davanti alla tazzina di caffè

Il televisore impazza su morti e bare senza più cimiteri

mentre continuano a sfilare come le immagini del Vietnam

SAIGON 1965

ITALIA 2020

i camion militari nella notte lenta del coronavirus e

tacciono nelle loro bare i nostri caduti tacciono

senza bombe al napalm

senza mitragliatrici

senza agguati

senza un bacio per quell’addio o

ARRIVEDERCI

!

GOOOOOOOOODMORNING VIETNAAAAMMMMM!!!!!!

E la voce di Armstrong canta

dolcemente la sua melodia

struggente

di alberi verdi e rose rosse che

sbocciano per me e per te

e “penso fra me e me

che mondo meraviglioso

vedo amici che si stringono la mano e dicono “Come va?”

ma in realtà dicono “Ti voglio bene”

Sento i bimbi gridare e so

che loro apprenderanno molto di più

di quanto io possa immaginare e

penso fra me e me

Sì, che mondo meraviglioso”

E

Adrian Cronauer con il corpo e la voce di Roby

dice in un sospiro senza tempo

“Io accetto quello che mi puoi dare perché

solo stare con te

Mi rende felice”

E la neve è caduta stanotte sull’Italia

Primavera IMPAZZITA

Roma brilla sotto la luce accecante del

sOle

Martedì, 24 Marzo2020 a Roma

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Rosa, opera di Eugenia Serafini

2. #IO STO A CASA

IO FACCIO LA MIA PARTE

“Credi di spegnere la foresta incendiata

con le gocce d’acqua che

contiene il tuo becco?”

Chiese il Leone irridente al Colibrì

“Io faccio la mia parte!” rispose quello

Io faccio la mia parte

Come quel don Giuseppe che ha ceduto il suo respiratore

al giovane

coi polmoni stretti nello spasimo del coronavirus

ansimanti per fame d’aria

come l’infermiera che si è tolta la mascherina

davanti alla telecamera e ha pianto

per i vecchi morti in casa come

se fosse naturale così e

E invece No! e

per quello che si è risvegliato dopo 29 giorni chiedendo

“Dove sono?” “Sei QUI”

Io faccio la mia parte

Come il bambino appena nato infetto

che si riprende la sua vita e esce vivo tra

le braccia della madre il cuOre a 1000

e il vecchio medico di 85 anni che

torna in ospedale e dice

”Sì! io faccio la mia parte”

E il 25 di Marzo

NEVICA

coltre bianca sull’Italia

in nero

Mercoledì, 25 Marzo, 2020, a Roma

3.

#IO STO A CASA

COVID 19 – 2020 / H1N1 – 1918

COVID 19 – 2020

H1N1 – 1918

e avevi il mio nome Eugenia

Madre della mia Madre

ancora bambina

l’epidemia di Spagnola

rubò al cielo i tuoi occhi e quel pigolìo d’azzuro

che tanto amavi dal tuo castello

le albe argentate i tramonti dorati tra le Apuane

e i castagneti coltre / verdebosco

che l’ultimo sOle del giorno ancora frammenta oggi a contrasto

di trine e merletti tra i rami e le foglie

STUPITA

risalgo i tuoi tornanti

Garfagnana

mi colma nostalgia di te

Madre della mia Madre

ancora bambina

di te che lei ornava con fiori di campo e

già suonava il tocco delle campane

a morto.

Troppo piccolo il borgo per tanti rintocchi.

SORRIDONO

sulla mia libreria i vostri dolcissimi volti nelle piccole foto ma

IO SO

CONOSCO

il dolore di quella partenza che non ebbe ritorno

  • porto di Genova lui / CarloMagno / te lo strappò dall’abbraccio

la nave / Sirena: tornerò dall’Australia tornerò amor che a nullo amato

ma IO SO il vuoto dell’abbandono il pianto nell’ombra

i silenzi gli abbracci perduti / invocati gli sguardi le dita intrecciate

la spina di rosa che fu goccia di sangue

nel labirinto del tuo castello

Eugenia

!

Giovedì, 25 Marzo, 2020 a Roma


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Rosa, opera di Eugenia Serafini

4.

#IO STO A CASA

MI STAI TOCCANDO IL CUORE

Di Eugenia Serafini

MI STAI TOCCANDO IL CUORE

bollettino di guerra senza cannoni senza mitragliatrici

SENZA BOMBA ATOMICA

O

Forse

SI

!

BOMBA ESPLOSA SENZA NUVOLA

SENZA LUCE ACCECANTE SU HIROSHIMA

BOMBA DI PESTE E LUTTI CHE FU QUELLA

SU WUHAN

!

piovra senza volto avvolge i corpi e scippa l’aria del nostro mondo

ai polmoni che non reggono l’affanno del respiro

e cadono a terra i corpi come morti mentre

Las Vegas AMERICAN DREAM dona giacigli di asfalto

rubati alle auto per inutili senzatetto e

il GLOBAL DREAM

perde riferimenti/certezze

nel gioco crudele delle borse e da lontano

arriva l’eco di un tintinnìo malsano

ANCORA qualcuno gioca a dadi sul mantello rosso

ANCORA per 30 denari

ANCORA ha cantato il gallo 3 volte

e il BACIO fu dato sulla guancia

!

MI STA TOCCANDO IL CUORE

la voce del ragazzo alla madre

IO NON TI LASCIO SOLA

!

Soffio forse ultimo / ultimo Soffio di vita nel cellulare che

anonima la mano gli porge in terapia intensiva e

NON SA E

NON VEDE

il pianto senza nome di occhi

per 10 per 100 per 10000 occhi che

forse…

Italia silenziosa e dolente / Italia misericordiosa

Dio del mistero

ne sono morti tanti che non

bastano più i cimiteri né i forni né le lacrime

!

Dio della pietà

MI STAI TOCCANDO IL CUORE

per quella madre che lo vide tornare

IO NON TI LASCIO SOLA

!

Roma, Venerdì 3 Aprile, 2020

Giovanni Antonucci
Ci dicono che

Ci dicono che

il carcere è utile

Che non poter uscire

fa bene alla salute

Che a casa  siamo

più  sereni  che fuori

Che possiamo sentire

le musiche  che di solito

non sentiamo

Che possiamo leggere

i libri che di solito

non leggiamo

Che possiamo fare

ginnastica  a casa

meglio che in palestra

Che così evitiamo

lo stress del traffico

Che la solitudine

ci farà bene

Gli strizzacervelli

ci predicano dalla Tv

le loro ricette scientifiche

Ma noi sappiamo

che ciò che dicono

è smentito

dalla dura realtà

                          Roma 2 aprile 2020

Antonella Tiberia
1 aprile 2020 – Un’amica ha postato

Un’amica ha postato questa frase su What’sApp: “Marzo è passato senza essere mai esistito eppure non lo dimenticheremo mai.
Benvenuto aprile, regalaci pace e serenità”. Speriamo sia così.

Su Facebook un pesce d’aprile recita: Potete tutti uscì!

Qualcun altro ha messo un fac-simile di autodichiarazione del Ministero dell’Interno, con tanto di formulare da compilare con i dati personali, in cui dichiarare, sotto la propria responsabilità, di esserci cascati! E sotto un gran pesce d’aprile.

E invece proprio oggi c’è stato l’annuncio ufficiale che il governo ha prorogato la segregazione fino al 13 aprile: ancora scuole chiuse, attività ferme fino a nuove disposizioni.

Non ho motivo di lamentarmi. La mia scorta di pomodori pelati si stava esaurendo, ma mi è bastato chiamare il piccolo supermercato del Bangladesh per avere la spesa a casa dopo appena un’ora. (Un ordine precedente fatto a Eataly mi è stato recapitato dopo 10 giorni!)

Ho messo i barattoli di pelati, le patate, il lievito per dolci e il cacao amaro fuori al sole: ho letto che il virus, se c’è, dopo qualche ora si dissolve. Speriamo che sia così. Il parmigiano invece l’ho messo direttamente in frigo: è grattugiato, non volevo rischiare che inacidisse. Però ho strofinato la confezione con acqua e amuchina. Non sapevo che fosse grattugiato, altrimenti non lo avrei ordinato. Ma l’italiano dei bangladesi è piuttosto limitato, e non sono questi i tempi di fare i sofistici. La prossima volta lo ordinerò altrove.

Oggi ho potuto godere di un po’ di sole, sul balcone. Con il cappello in testa. In strada c’è poco traffico: è forse per questo che il rumore delle auto si sente più forte?

Sento qualcuno gridare: “State a casa, coglioni!”. Ma non so a chi sia diretto.

Sul lastrico solare del palazzo di fronte un uomo cammina velocemente. Vorrà tenersi in forma.

Io mi limito a seguire il corso di Qigong via web: meglio di niente. Ho registrato anche le lezioni di yoga, per quando ne avrò voglia.

Intanto leggo, scrivo, mi mantengo in contatto con figli e amici, cucino, gioco un po’ a burraco con mio marito dopo cena, dormo: cosa volere di più dalla vita?

Oggi Facebook mi ha riportato a galla una fato di 3 anni, di un visciolo in fiore, e un haiku che avevo scritto in quell’occasione: Visciolo in fiore / non mancherà di certo / cibo agli storni.

Perché quelle visciole non siamo mai riuscii ad assaggiarle: gli storni non ce le facevano trovare quando andavamo a Ceccano. Ricordi di un’altra vita.

Girano sui social foto di animali che vagano indisturbati per Roma, appropriandosi delle fontane e dei marciapiedi. Mi hanno ispirato dei piccoli “haiku al tempo del coronavirus” :

Roma deserta
coi piccoli passeggia
un’anatroccola
.

Nel Fontanone
hanno messo le tende
due anatrelle.

Piazza di Spagna
nella Barcaccia a nuoto
le anatroccole.


Scalda la stanza
un solicello tenue.
Aria pulita.


Penso al futuro
e vivo nel presente.
Aspetto e spero.

Città deserta.
Giorni di pandemia.
Troppo silenzio?

Le strade vuote
immerse nel silenzio.
Giorni di attesa.

Alice Pisu
Dentro una bolla quadrata

“Marietto era un bambino di sette anni, aveva un segreto, riusciva a capire il linguaggio di un gattino di nome Incredibile, particolare sia per il suo aspetto che per il suo modo di vivere. Marietto lo aveva visto per la prima volta in un cortile abbandonato vicino alla sua casa di campagna. Incredibile aveva infatti strane abitudini, viveva sugli alberi, mangiava soltanto frutta e verdura che trovava in abbondanza in quel cortile e, cosa strana!, era molto amico dei topolini e degli uccellini con i quali giocava a saltare e rincorrersi. Quel giorno Marietto, fischiettando, si era avvicinato a Incredibile, un po’ titubante e, visto che non aveva altro da offrirgli, cavò di tasca una caramella, la scartò e gliela offrì. Incredibile disse grazie nel suo linguaggio, e così Marietto capì che era un gattino goloso anche di dolci. Marietto voleva svelare quel segreto ai suoi amici, poi pensò che non gli avrebbero creduto. Allora lo disse solo alla sua compagna di scuola Manòn. Una domenica mattina andarono a trovare Incredibile, gli portarono molte caramelle quando, all’improvviso…”

Giaime ascolta in assoluto silenzio la storia inventata per lui dal nonno della Sardegna che, incapace di adattarsi a whatsapp, costringe la nonna a registrare per lui la storia, per poi inviarmela. Ogni sera un capitolo, ogni sera una nuova attesa delle avventure di Marietto.

Iniziano con una storia e finiscono con un’altra le nostre giornate, modellate ormai dagli stessi ritmi, quasi in simbiosi, se non fosse che la notte il mio sonno svanisce. Gli sfioro la fronte con le labbra e torno in cucina per cercare di placare le mie angosce. Mi rendo conto di aver perso la capacità di progettare, non riesco a vedere nulla, a immaginare realmente alcunché. Passo il tempo condiviso con Giaime a immaginare per evadere, per uscire da questi quarantacinque metri quadri e sognare le prime cose da fare dopo, un picnic in Cittadella, un gelato in Pilotta, una partita a memory con più di due partecipanti.

Mi adatto ai suoi ritmi, seguo il suo risveglio, lo nutro, cerco di parlargli e di sentire dai suoi discorsi note pulite, leggere, che mi portino altrove, che mi facciano sentire davvero con lui sulla nave. Quel divano rinominato “punto morbido” che avevo spostato un attimo per cercare un lego finito sotto, come in una visione improvvisa si trasforma in una nave di cui lui è il comandante, ruolo ribadito dal mio cappello blu di cui si è presto impossessato ma che, standogli grande, ogni tanto gli cade sugli occhi. A bordo i fidati Piccettino, Tati e Giulietto Fichi, con la precisazione che sono pupazzetti del capitano perché i marinai sono tutti morti. Sulla nave c’è la cucina, una dispensa un po’ alta, e una selezione di libri per passare il pomeriggio della navigazione. All’orizzonte dritto davanti a noi il cortiletto da cui si intravede dietro la tenda gialla un merlo che tutti i giorni viene a beccare le briciole, lo abbiamo chiamato Elettrodo.

Ci perdiamo con le Favole al telefono di Rodari, in particolare rileggiamo quella del mago costruttore di una macchina che produce comete che non interessano a nessuno e che poi trasforma in una caciotta toscana pur di sfamarsi. C’è anche quella di Gonario lo spaventapasseri, che finirà lacero a farsi consolare dagli uccellini che canteranno per placare la sua tristezza. Ci riproponiamo di dirlo ai nonni nella telefonata della sera che quella storia è ambientata in Sardegna. Ma il nonno Gianni ci stupisce, anche lui era costretto a farlo da piccolo, sul finire degli anni Cinquanta molti bambini dovevano badare ai campi e scacciare gli uccelli anche realizzando rudimentali ordigni come dovette fare lui. Giaime sgrana gli occhi, pensa forse a come siano labili i confini tra favole e vita, o forse sorride perché immagina suo nonno da piccolo, con qualche anno più di lui, nelle campagne siliesi a fare l’adulto bambino,come altri alla sua età. Arriva la sera, la cena non sempre accettata di buon grado specie se è la volta delle lenticchie, e poi la notte a leggere l’ultima storia per poi addormentarci abbracciati. Sono i momenti che più ricorderò di questo periodo per molti tratti surreale, nella totale assenza di relazione con gli altri, nella vita in una bolla quadrata, nella percezione di perenne sospensione, quasi da sogno se non fosse spezzata dalle intermittenze dell’angoscia, le notizie del radio giornale, i morti, il costante elenco di dati, numeri su numeri, limitazioni su altre limitazioni. Ci hanno detto di non uscire, non usciamo. Al giovedì sera c’è da portare fuori la plastica, ne approfittiamo per fare un giro dell’isolato, via Bixio è deserta, attraversiamo la strada. La profumeria Gallani, chiusa da decenni probabilmente, aveva le vetrine ad angolo con viale Gorizia. Su una delle sue serrande c’è il disegno del muso di un gatto mostruoso. Ci fermiamo a guardarlo per un attimo, ridiamo dicendo che di gatti rosa non ne avevamo mai visto. Lo avrei sognato poi qualche notte dopo. Continuiamo a camminare, arriviamo sino alla casa della salute di via Pintor, la sede dell’Anpi, il bar chiuso, e pochi passi dopo barriera Bixio, che vuota e silenziosa sembra ancora più grande. Torniamo a casa.

In giorni in cui il martedì è uguale al sabato, e le ore scorrono lente, approfitto ancora delle prime luci dell’alba per alzarmi, come in pieno inverno. Osservo la tazza fumante del caffè mentre aspetto che si freddi un po’, seguo col dito le incisioni delle decorazioni, è fatta da mia sorella. Gli appigli a volte sono anche gli oggetti, ci si può sentire meno soli anche così, a volte. Non basta a lungo.

Riprendo a leggere il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, vivo quel che scrive a proposito di un silenzio condiviso tra due persone profondamente sole, che impercettibilmente si avvicinano ogni giorno di più l’una all’altra. Sono molto anziani, uno dei due profondamente disilluso, non ha più nulla da chiedere, continua con diligenza a svolgere il suo compito di sagrestano. L’altro, l’apprendista, è ancora mosso segretamente da qualche inquietudine, il dolore del pensiero della malattia della moglie accanto al desiderio del ricordo di una passione nuova ma ormai spenta. Si domanda se possa ancora ricevere qualcosa dal presente. “Una vita vera comincia senza sapere che cosa ti aspetta”. Butto giù qualche impressione sul mio quaderno, mi perdo a pensare alla rapidità con cui anche uno scenario del quotidiano possa stravolgersi, volgendo a una quiete apparente, che è anzitutto una prova di resistenza per non crollare.

Giaime si sveglia e ci abbracciamo sul punto morbido. Incastrati a conchiglia gli chiedo se ha fatto sogni belli, dice sempre di si, poi inizia le sue storie inventate sul momento che mi fanno sorridere, mi trattengo però, perché richiede serietà l’ascolto. Tra i Pan di stelle e il latte del distributore passa il tempo, anche gli altri amici richiedono di essere sfamati, ci pensa lui con le tazzine di un set da té del quarto compleanno, assegnandone a ognuno una diversa sulla base dei loro colori preferiti, a suo dire.

Guardo la mail, poi il telefono, rispondo a mia madre, a mia sorella. Scrivo ad Antonello, pensiamo insieme nuove idee per questo mese di chiusura della libreria. Ci inventiamo prenotazioni di spedizioni, buoni regalo spendibili alla riapertura, promozione di corsi online, video suggerimenti di lettura per coinvolgere i nostri lettori. Condividiamo i nostri pasti a distanza, io gli mando la foto della polenta con melanzane sott’olio, lui della sua pasta al tonno. Scherziamo un po’ durante il giorno, cerchiamo di tenerci su a vicenda, come facciamo da più di dieci anni, ormai. Proviamo a trovare ancora qualcosa su cui sorridere, pur essendo in fondo attanagliati dalle incertezze, su di noi, sul futuro, sul ritorno, che rappresenta un miraggio a cui guardare senza saper scorgerne i contorni. Ci ripetiamo che ce la faremo, che abbiamo in mano un patrimonio di sei anni di vita, di incontri, di letture, di scambi preziosi, di consapevolezze nuove che non possono disperdersi, ma inutile negarsi la realtà, quella del presente con la chiusura, e quella ancor più preoccupante del dopo. Il padre di un amico se ne è andato, altre persone più o meno vicine sono costrette a convivere col dramma. Sento un’oppressione sul petto, la grande incognita del dopo. Siamo tutti dentro un dolore condiviso e trasversale che pesa, inesorabile.

Rispondo a Giaime, ai suoi mille perché, cerco di colmare le mancanze che sente, so di non poterlo fare del tutto, ma sento di offrirgli anche molto altro, in qualche modo. Guardo fuori, vedo solo le piante del cortile e, in fondo a destra, le finestre di un palazzo. Non si sentono voci, tutto tace, un tappeto steso nella ringhiera, qualche pianta grassa sul bordo.

Vite che continuano a scorrere, domande che rimangono sospese, le mie, ma risposte che devo invece dare a lui. Sulla scuola, che tornerà a esserci, sugli amici, Brando a insegnargli ancora di nascosto qualche parolaccia, Joele a raccontargli dell’amico cucciolotto, Rosa che forse non picchierà più, Abdeladim, Adina, Derrick, Vasco, Vittoria che sorride sempre, i pomeriggi in libreria, le domeniche alla biblioteca di Alice, la nostra normalità.

In fondo di obiettivi ne ho ancora, dare a Giaime verità e gioia, anche quando è più difficile. Cerco di colorare le sue giornate per colorare così anche le mie. Provo a sorridere ai suoi scatti dalla macchina fotografica costruita insieme, ricavata da una scatola di costruzioni, un barattolo di caffè, i tappi di gomma e sughero trovati nel fondo del cassetto, il vetrino di plastica ritagliato dal coperchio dei cotton fioc che menomale stavano finendo. In quelle foto fasulle ci sono questi giorni strani, che ricorderò, che ricorderà.

Sorrido.

Daniela Mazzoli
Sarà una riabilitazione


Sarà una riabilitazione
Recuperare l’uso delle braccia
Camminare avere male alle ossa
Vederci sarà un dolore
Come essere stati ciechi
E tornare alla luce
Non sarà scontato
Ricordare chi eravamo
Dovremo cominciare
Un’altra volta tutto daccapo
E mentire Mentre ci sorridiamo
Provare a fare finta
Che sia tutto naturale
Non aver mai smesso di sentire
Volerci ancora bene

Conto ogni mattina i germogli

Conto ogni mattina i germogli
Le nuove foglie misuro
I rami delle rampicanti
Riguardo le piastrelle
La loro fuga
Imparo a memoria il profumo
Del limone che verrà
Disegno il progetto cento volte
Di allungare il filo che gira
Intorno al muro per la pianta
Prima ancora di farlo
Prefiguro di chiedere la scala
Al vicino e rimando la pittura
Del murales che finalmente
Voglio accanto alla finestra
Ma ho il suo profilo chiaro
Nemmeno uno dei capelli
Di mia figlia quando la porto
In giro nell’Eden cade
Senza che io possa saperlo.
Certo che Dio penso
Doveva avere eterno
Un tempo tutto vuoto
Da riempire di mondo
Di noi anche lui
In fondo minacciato
Dal problema del male.

Stefano Morabito
La macchina del tempo

Qualche anno fa ho letto un libro futuristico e catastrofico che parlava di una macchina del tempo. La trama mi ha affascinato tanto da rimanere ben impressa. Dopo la solita guerra, dettata dalla brama di potere, il genere umano andava incontro ad un’evoluzione separata, fino a ritrovarsi diviso in due categorie: predatori e prede. La prima, che stranamente si era rivelata la più intelligente, abitava il sottosuolo e la seconda stava in superficie.

“Immaginare o immaginarsi” nel futuro è sicuramente uno dei pensieri ancestrali dell’essere umano. Questo è un periodo molto singolare, gremito di abitudini stravolte e giornate condite di dubbio e incertezze. Stiamo attraversando una fase dove termini nuovi hanno bussato alla porta del nostro intelletto e sono entrati di prepotenza senza nemmeno chiederci il permesso. Parole come “distanziamento sociale, covid-19 e quarantena” aleggiano su di noi mostrando il loro contenuto spettrale.

Nel contesto attuale a tutti sarà capitato, almeno per un attimo, di voler isolare la propria mente e buttare uno sguardo all’avvenire. Ci sarà stato chi avrà pensato alla prima uscita in libertà, chi a riallacciare rapporti, chi a riprendere ciò che faceva. Il grande statista avrà immaginato i possibili modi per risollevare la propria nazione, l’industriale se riconvertire o mantenere la produzione, il manager a nuove fonti d’investimento, ecc. Ognuno di noi si è creato il nuovo possibile mondo post-coronavirus.

La cosa certa è che la quotidianità, così come la conoscevamo, è scomparsa e probabilmente non tornerà perché alla fine niente sarà più come prima. La fisica stessa ci insegna che quando un evento nuovo entra in un sistema alcuni dei valori cambiano. Con tale affermazione non vorrei sembrare pessimista però certamente la presa di coscienza creatasi in seguito ai fatti contemporanei svilupperà limiti e obiettivi diversi. Questo isolamento ci sta facendo riscoprire molti valori, primi fra tutti la famiglia e lo stare insieme. Tante piccole cose quotidiane, che prima sembravano scontate e banali, adesso assumono reale importanza. Allo stesso tempo non si può negare come vi sia la riscoperta di sentimenti negativi. Ad esempio, la diffidenza e lo scarso rispetto delle regole, anche loro hanno fatto l’ingresso in questa partita.

Se avessimo la nostra macchina del tempo personale, potremmo conoscere cosa ci aspetta e magari buttare un sospiro di sollievo o dare l’allarme. Sappiamo benissimo che non è così, quindi ciò che ci resta è, nel nostro piccolo, diventare la parte positiva di una futura struttura.

Secoli e secoli di guerre e ricostruzioni ci hanno insegnato che nell’uomo è insita l’autodistruzione e che la ripartenza si paga sempre a caro prezzo. A conti fatti, possiamo mettere la speranza da parte perché abbiamo tutti gli elementi che ci servono. Basta dare uno sguardo al passato per evitare di fare gli stessi errori. Proprio adesso dove l’economia è ai minimi storici, le politiche sembrano coese e gli uomini sono riuniti in un fronte comune, c’è la possibilità di rialzarsi tutti insieme e creare una società migliore.

L’isolamento ci sta cambiando; per molte persone è veramente dura andare avanti, stanno perdendo tutto e si ritrovano sole, alcune non possono neanche dare una degna sepoltura ai propri cari. Proprio per questo il cambiamento o rinnovamento deve partire da chi è “più fortunato”, basta rammentare il semplice e famoso concetto che ogni buona azione genera un flusso senza fine.

Un’altra cosa importante da tenere a mente è “non predicare bene e razzolare male”.

C:\Users\Rossi\Desktop\MARZO 2020\FOTO di scrittori\Eugenia Serafini Opere\E.Serfini ZINNIA il primo fiore dello spazioacquerello2016 PERECARTA.jpg Eugenia Serafini, Zinnia, primo fiore dello spazio, acquerello

Antonio Scatamacchia
Divario nel codice 19

La giornata nel codice 19

scorre lento fiume,

l’oliveto ci lascia liberi

il bianco del ciliegio ci vincola

il verde prato smarrisce

e la sera nel crepuscolo rasserena

la notte c’angoscia,

il divario àncora il pensiero

sulla natura del vivere

sempre più l’incostanza

ci rende immoti,

nella ricerca

di come viviamo la morte

ogni momento sotto forme diverse

ma sempre sorprendenti,

una visione senza limiti

s’apre ogni volta,

giriamo l’angolo dell’incertezza

e restiamo impassibili a contemplarla.

1 aprile ’20

Simone di Biasio
Nel paese Dentro Fuori

Un giorno nel paese di Dentro si decise di andare al paese di Fuori. La popolazione fu colta alla sprovvista da questo provvedimento. Il primo cittadino della cittadina aveva letto in diretta dalla sua casa un discorso con cui si annunciava l’apertura delle dimore e la possibilità di recarsi nel paese di Fuori. Nello stesso giorno, alla stessa ora, allo stesso minuto nel paese di Fuori si stabilì di andare al paese di Dentro. Il primo cittadino della cittadina di Fuori aveva letto in diretta dalla sua dimora un discorso in cui annunciava la chiusura delle case per potersi recare nel paese di Dentro.

A Dentro le persone vivevano dentro le proprie abitazioni, ma avevano creato nelle proprie dimore una specie di città in miniatura, un fuori che stava all’interno. Essendosi ridotti gli spazi di Fuori, la gente aveva acquistato più spazio di quanto ne avesse bisogno, o semplicemente più di quanto ne possedesse prima. Così le case s’erano fatte enormi e accoglievano all’interno una quasi perfetta ricostruzione d’un paese. S’entrava in una porta ad arco da cui s’apriva un viale alberato in cui gli abitanti della casa spesso si ritrovavano a camminare o a pedalare. Prima di giungere nelle cucine, molti avevano a disposizione una piccola piazza, e quello era il salone in cui si apparecchiavano luculliani pasti, ma era frequentato anche dopo i pranzi per servirsi i caffè con la propria famiglia, respirare un po’ d’aria di Fuori. E questa era la zona giorno, ma le camere in cui dormire in verità non c’erano: dietro le cucine solitamente si accedeva a una piccola ma fitta selva con giacigli ricavati ai piedi di alte palme ed altre piante tropicali che sapevano proteggere anche da forti piogge. Quello era, naturalmente, anche lo spazio deputato ai propri bisogni fisiologici. Tutto era protetto da muri che però erano così distanti da essere dimenticati. Praticamente da Dentro non si usciva mai: chi ad esempio, sentisse la necessità di rivolgere qualche preghiera al buon Dio, non aveva bisogno di percorrere chissà quali distanze perché, aprendo la porta di casa, entrava immediatamente nel sagrato e poteva accomodarsi tra i banchi per inginocchiarsi e recitare il rosario. Le chiese, così come altri luoghi pubblici, avevano entrate praticamente da ogni lato e ciascuna casa di dentro poteva avervi accesso in un attimo. Era impossibile andare fuori perché l’esterno era tutto all’interno.

Nel paese di Fuori si viveva esattamente al contrario. Le dimore non avevano muri che le separassero l’una dall’altra, motivo per cui da Fuori non si entrava mai davvero: ogni passo era un ingresso. Unica eccezione una grossa porta ad arco sempre aperta per trovarsi da Dentro a Fuori e da questa costruzione s’apriva un lungo viale alberato che la gente percorreva a piedi o in bicicletta. Nelle piazze si mangiava su lunghe tavolate e gli ombrelloni aperti sulle teste non servivano solo a riparare dal sole, ma anche, in qualche modo, a segnare un nucleo familiare, una combriccola, un gruppo di amici. Le cucine stavano su prati larghissimi e verdi, le cappe erano tronchi di querce secolari al cui interno i fusti erano svuotati. Nulla era protetto da muri, soltanto il sonno, ma sparivano a ogni risveglio per cui nessuno sapeva realmente se fossero veri muri o solo sognati, o se essendo reali, fossero talmente vicini da non farci più caso. Quelli di Fuori consideravano casa questa totale apertura, questo perenne ingresso. Particolarmente difficile da riconoscere era la chiesa del paese: non aveva una struttura a sé conchiusa, ma distribuita su tutto il territorio, una specie di casa di dio diffusa. In qualsiasi posto una persona desiderasse pregare o anche solo ammirare uno degli affreschi che la ornavano, ogni cosa compariva davanti al fedele: una panca sul cui legno genuflettersi, un quadro sotto i cui colori restare a meditare. Era insomma impossibile andare dentro qualcosa, una casa o una chiesa, perché l’interno era già completamente esterno.

Così anche il confine tra i due paesi era impossibile da vedere e da stabilire, il limite si formulava in questo movimento continuo della parola per cui quelli di Dentro potevano andare in Fuori e quelli di Fuori a Dentro. Ma stava tutto solo nei discorsi perché quelli che vivevano a Dentro non andavano mai da quelli di Fuori e quelli di Fuori non potevano frequentare quelli di Dentro. Quando i sindaci stabilirono per legge quella transumanza, tra gli abitanti iniziò a diffondersi una specie di strano morbo che colpì il sistema nervoso di tutti: ciascuno prese a girare in tondo attorno alle proprie dimore. L’unica che non si lasciò spaventare fu Fiamma, una ragazza dolcissima e ingenua che abitava in una casa di Dentro e amava un ragazzo che veniva da Fuori che si chiamava Marino, il quale pure sembrava allettato da quella innovativa disposizione. Il sentimento tra i due sembrava corrisposto: s’erano visti una volta soltanto, quand’erano nati, e da allora sapevano di desiderarsi, ma la verità è che non avevano mai incontrato nessun’altro all’infuori e all’indentro di loro. Galvanizzati da questo provvedimento che permetteva loro di spostarsi, Fiamma iniziò a percorrere in tondo, continuamente, il perimetro amplissimo della sua casa-paese, mentre Marino iniziò un percorso circolare simile, sebbene il perimetro della sua dimora fosse molto più limitato, praticamente un filo di mattonelle attorno al letto.

Successe questo: nel percorrere così tante volte e con così tanta foga quelle loro distanze in circolo, la terra sotto i piedi di Fiamma iniziò piano piano a scavarsi, sempre più profondamente, quella sotto i piedi di Marino, invece, pareva sollevarsi a ogni passo, scavando allo stesso modo, ma come solcando l’aria. Fiamma scopriva così uno spazio sotterraneo, Marino uno sopraterraneo. I due ragazzi continuavano vorticosamente a girare intorno alle loro dimore, avevano capito che qualcosa stava accadendo: nella loro testa stavano sfregando il destino e il loro desiderio si sarebbe presto certamente realizzato. Il desiderio di entrambi era quello di innamorarsi, e non sapevano se l’uno dell’altra o semplicemente di provare quella sensazione: Fiamma aveva sentito di questo sentimento una volta poggiando l’orecchio sul fondo del suo letto (gli pareva di aver stanato una specie di pozzo da cui provenivano strani suoni), Marino, allungando l’orecchio a voce che gli veniva da qualche finestra in aria (era solito scambiare le nuvole per finestre: chiamava, chiamava nella loro direzione, lanciava sassi credendo che prima o poi qualcuno avrebbe aperto e si sarebbe affacciato).

Giunsero così, scendendo e salendo, in luoghi sconosciuti. Bastò qualche ora ad entrambi per scrutare, in quello spazio sino a quel momento inesplorato, forme e figure nuove che accrebbero presto la loro curiosità. Persone, fisicamente del tutto simili a loro, vorticosamente si muovevano, ma non in tondo, bensì nelle direzioni più disparate, e spesso si scontravano, o semplicemente s’incontravano. C’erano pure momenti e movimenti più lenti, specie quando le piazze si riempivano e le persone sedevano di fronte. Notarono entrambi che molti si rintanavano per alcune ore in delle strutture che somigliavano a case, ma in cui, tra le altre cose, non c’erano cucine o letti. In città le cucine e i letti stavano sparsi un po’ ovunque. C’erano palazzi al cui interno v’erano solo letti, altri in cui v’erano solo cucine. Dentro e Fuori, nei ricordi del soprasuolo di Fiamma e del sottosuolo di Marino, adesso stavano mischiati, erano un unico paese, quello che in fondo loro avevano sognato da quando erano nati. La verità è che tutta Dentro pensava a Fuori e tutta Fuori pensava a Dentro. Ciascuno di Dentro aveva uno di Fuori che amava e ognuno di Fuori amava uno di Dentro. Si telefonarono, Fiamma e Marino: la telefonata s’avviava semplicemente dicendo il loro nome rivolti verso il loro paese, quindi l’una guardando verso l’alto, l’altro verso il basso. Si scambiarono informazioni e capirono di aver visto, sebbene da prospettive opposte, gli stessi paesaggi, gli stessi uomini. Erano affascinati, loro voci sorridevano e si dissero che sarebbero tornati al loro paese per raccontarlo in giro.

Allora ripercorsero velocissimamente le strade che avevano scavato, l’una nella terra, l’altro nell’aria, e si ritrovarono in un paese che non riconoscevano. A dire la verità, gli pareva di avere le traveggole, di aver percorso una strada a vuoto, di stare ancora nello stesso luogo di prima. Ma, strabuzzando gli occhi, Fiamma e Marino rividero alcuni volti familiari: erano proprio i loro paesi, sebbene così irriconoscibili! Nel tempo che avevano trascorso nel sottosuolo e nel soprasuolo la gente, dopo aver dato di matto, si era abituata e adesso i confini erano diventati indistinguibili, le case di Dentro erano state messe a disposizione coi loro spazi enormi, mentre le amplissime zone all’a-perto di Fuori diventavano per molti come una casa. I sindaci avevano piantato anche un cartello in un punto (che voleva essere d’incontro, ma sappiamo che il confine tra i due paesi era sempre rimasto difficile da stabilire) con scritto: “Benvenuti a Dentro Fuori”. In breve tempo fu costruita persino una stazione del treno e il comune di Dentro Fuori divenne una località turistica molto ambita per quelli che provenivano dal sottosuolo e dal soprasuolo che, quando risalivano o discendevano, avevano l’impressione di guardarsi allo specchio o vedere un bel film.

Fiamma e Marino si mostrarono guide perfette e, dopo aver messo su un po’ di guadagni con questa attività, decisero di sposarsi. Il paese era in festa e loro non avevano dubbi sulla meta della luna di miele: stavolta Fiamma sarebbe andata nel soprasuolo e Marino nel sottosuolo. Separati, sì, ma stavano al telefono praticamente tutto il tempo, perché amavano continuare a chiamare i loro nomi nell’aria, lei guardando in basso, lui in alto.

Vincenzo Ruggero

Concorde

“Un Concorde bianco come la neve e di superba bellezza aeronautica solcava il cielo ad un’incredibile velocità supersonica: a metà degli anni ‘70 l’omonimo Consorzio franco-inglese osava nelle leggi della Fisica per donare al mondo dei fantastici viaggi di linea sulle rotte transoceaniche a duemila km orari. Finché una maledetta estate del 2003 tutto improvvisamente si arrestò per un grave incidente in volo.”.

Di buon umore sul divano, finita appena un’altra gustosa novella di Anton Cechov con i surreali personaggi della Russia zarista, mi sono ricordato le scene drammatiche dell’aereo – viste per caso sera fa in TV, poco seguita di solito in questo riposo coatto, se non per i serali bollettini di guerra sul virus – e allora penso a quanto la chiusura del mondo oggi rassomigli a quei drammatici giorni di stupore e amarezza che hanno visto lo stop del Concorde.

Con il rapido contagio da virus, all’improvviso il mito della velocità fine a se stessa si è infranto in Natura o per Fatalità, mentre tutto sembra annullarci, angosciati in una lunga teoria di immagini e pensieri sulla morte. Tutto prima sapeva di rapidità – la Globalizzazione, Internet, i viaggi aerei da un capo all’altro del pianeta, la Ferrari in Formula Uno o i 100 metri della vicina Olimpiade di Tokio, le corse in metrò e la fretta di sempre, perfino le raccomandazioni di Italo Calvino (Lezioni Americane) per chi ama la scrittura creativa. Adesso pesa una calma straziante.

Via! Sia maledetto questo Coronavirus. Mi sembra ormai un’eternità che non esco per Roma.

Un mondo che prima frena, si ferma, e poi speriamo riparte presto, non sarà mai quello di prima almeno per anni, finché la comprensibile paura e una naturale diffidenza non si allontaneranno dalla psiche collettiva, tutti certi di aver sconfitto il nemico per eccellenza, così potente perché invisibile e rapido nel muoversi, così forte da vincere la rotazione della Terra. Chissà per quanto tempo ancora, a spasso, non vedremo per intero il viso di una bella sconosciuta, coperto da una brutta (ma necessaria) mascherina; potremo mai, presto, riabbracciarci e baciaci senza paura? Torneremo a sentire il bel respiro di un bambino senza il rischio di infettarlo fatalmente?

Sappiamo tutti che la vita si dimena fra il Bene e il Male, un bilancio mai in equilibrio che la alimenta e la uccide senza sosta, nell’eterna tenzone di combattenti che sanno bene che non ci sarà un vincitore vero, ma solo sconfitta e riscossa dell’avversario fino al prossimo scontro. Però in questi giorni la mia sensazione è diversa. Se da una parte vedo tutto il bene non tanto in noi che accettiamo la galera con la limitazione del bene della Libertà, quanto nello sforzo immane di tutti i partigiani, dagli ospedali ai supermercati, di questa guerra socio-sanitaria, dall’altra invece identifico tutto il male nel virus, che più che una minaccia rischia di diventare una sentenza per l’Umanità, quanto meno per il suo più radicato modus vivendi. A volte se esco per la spesa noto nella fila qualcuno un po’ in paranoia – tra chi disperatamente non trova, cellulare all’orecchio, ciò che la moglie aspetta in cucina e quanti accaparrano dieci confezioni spray all’amuchina. Ognuno a suo modo sente e vive il suo virus…

Stasera con tristezza ripenso ai primi giorni della nostra maledetta crisi, che ci ha investito per primi in Lombardia dopo la Cina, quando illustri Professori Virologi ed affini spesso si contraddicevano, ben coadiuvati fra i mass media (marcati di maldestro sapore politico) da altri abili diffusori di rumore. Vanità, arroganza e presunzione di forbiti discorsi accademici gareggiavano in lunghe dirette TV, insopportabili, immagino specialmente fra chi aspettava notizie da un lettino di terapia intensiva o già piangeva davanti ad un cimitero. Parole, parole, solo parole, finché grazie a Dio si è giunti, per noi poveri ignoranti, ad una valutazione abbastanza precisa del problema coronavirus.

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Sono proprio un incorreggibile! Rileggo le righe scritte e mi accorgo di essermi tracannato, si fa per dire, un bel po’ di figure retoriche (dalla metafora alla prosopopea, passando prima per l’interiezione, l’iperbole, l’antonomasia e la metonimia), armi istintive per animare le parole giuste nel giusto concetto, con l’augurio di condivisione come Cronaca oggi, Storia un domani.

È tardi, passata mezzanotte, è già domani. Ho appena sentito di là, dan, dan, dan, i rintocchi del pendolo dall’ombra di casa mi consigliano di andare a letto; forse è meglio, domani è un altro giorno. Ahimè, ho concluso servendomi di una onomatopea

Mi consolo: il Gruppo µ, di eminenti studiosi dell’Università di Liegi, nel ’70 considerava la Retorica “non più come arma della dialettica, ma come strumento della Poetica”.

casa mia, oggi 1 aprile 2020

 

Iolanda La Carrubba *
Diario ai confini della fantascienza

Lunedì, martedì, merdenica, gionerdì, venabato, sabedì… domenica è sempre domenica!

Countdown, corrono numeri, dati che si incastrano nelle date, date, sottratte… Date dimenticate, riordinate. L’ora è di nuovo legale, le lancette viaggiano nel tempo compresso, compromesso, narcotizzato dalla calma prima della tempesta. È l’attesa sospesa come spada di Damocle e anche se domani è un altro giorno, oggi è oggi e c’è Roma fuori dalla finestra (ma potrebbe essere un luogo qualsiasi) anno 2.0 2.0 ai confini della fantascienza…

Nulla è suono, sembra di trovarsi in una baita di montagna tanto è distante la voce caotica della città. Insolitamente è proprio questo silenzio a turbare, una quiete che mai si era sentita in un quartiere popoloso come questo (ma potrebbe accadere in un qualsiasi quartiere).

La pastosa aria color perla, è ora squarciata da una lama di luce d’oro, un po’ barocca, che definisce ombre sulla superficie delle cose (anche quelle chiuse al sicuro in casa). Sembra di essere davanti a un’opera di Dalì, le atmosfere rarefatte e quei suoi protagonisti orrorifici. La sera invece cala una densa aria plumbea al ricordo doloroso delle opere di Bosch.

In casa per caso ancora silenzio, solo un fastidiosissimo Click si spande nella stanza, è come un ticchettio, un colpetto puntuto, petulante, simile ad un lamento di plastica che si diffonde con un’eco complice. Invade giornate intere, quelle rare in cui le “cose” ordinarie non hanno la presunzione di diventare straordinarie. Le bollette rimangono bollette, la lista della spesa rimane lista (senza spesa), i passerotti passerottano, i gatti li guardano, le formiche bussano alla porta che porta all’ingresso della stessa porta, ma non gli importa e continuano a formicare e la polvere non assume il valore aggiunto di allergene. Questo Click rimbalza ovunque e si insinua nello spazio del riposo… Spazio, è lì che si origina il silenzio?

“…lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo. I miei spazi sono fragili: il tempo li consumerà, li distruggerà: niente somiglierà più a quel che era, i miei ricordi mi tradiranno, l’oblio s’infiltrerà nella mia memoria…” (Espèces d’espaces George Perec).

C’era una volta il tempo della Standa, della SIP, del walkman e si facevano picnic quando; giunse il Commodore 64, il floppy e le console per la TV, quando si pensava che Plutone fosse un pianeta e non un nano, quando il nano divorava l’Italia, quando il canone diventava luce, quando venne istituito il World Rubik’s Cube Championship, quando si tenne il maxiprocesso, quando i nomi furono detti e poi dimenticati. Lungo la strada si ricollegano i fatti, fatti di fatti… in quei giorni sembrava fosse possibile fare qualunque cosa [cosa?]. Si ipotizzava che presto o tardi la “Memoria” sarebbe diventata vasta, collettiva (seppur sempre finita). Poi venne l’era dei social e spopolò quello blu. Facebook, un condominio che s’affaccia sul mondo; ricette, gatti, performances, donazioni, offerte e tanta morale da farne indigestione. Eppure ora è bar, biblioteca, teatro, spazio per abbracci virtuali.

[STAND BY].

La luna è piena, galleggia spensierata tra le nuvole di panna montata, le falene falenano, le nottole sono a caccia. Seppur ormai raro, il traffico investe le “cose” ordinarie con il suo frastuono, mentre tutto il resto appare mite. Ci sono tracce miti tra gli interstizi condominiali e la connessione Wi-Fi, miti sono anche le fatiche della giornata appena trascorsa.

C’è in quest’aria mite, panico, incuranza, insensatezza, vortice spazio temporale, gli appuntamenti mutano il balcone diventa palcoscenico, cassa di risonanza, svago dove si canta stonati, si urla disperati e poi a testa bassa si rincasa, si cerca la pazienza un pò dappertutto ma è sepolta sotto otto vecchi maglioni, nel comò accanto alla libreria dove sul secondo scaffale, c’è la coppa del nonno che vinse casualmente all’ultima maratona. Fu il primo premio, almeno per lui, anche se era solo quello di partecipazione.

I giorni fanno capriole, diventano casuali mentre fuori solo assenza e qualche tizio, semplice, si ubriaca nella sua solitudine disperata. Scene inedite.

Neanche Gandalf quando precipita nella gola di fuoco per impedire a Balrog di Morgoth di passare, è tanto solo quanto Francesco col suo scettro che prega mesto a Piazza San Pietro, piove.

Accade in ordine rigorosamente sparso:

Capi di stato in stato d’allerta, obitori oberati, farmacisti rapinati, bambini spensierati, droni, cassonetti vomitano ancora consumismo, mascherine fai da te, voucher, fame, flash mob, panni stesi accanto alle bandiere a reggiseni e mutande, crollo delle borse, rimedi della nonna, acquavite, lievito madre, code ai supermercati, banconote contagiate. Strade deserte, risorse sfinite e un altro capello cade arreso allo stress dell’era moderna. Si aprono gli armadi e gli scheletri evadono al ritmo della danza macabra di Camille Saint-Saëns, mentre i calzini dopo mesi di vagabondaggio tra un cassetto e un altro, ritrovano i propri compagni (almeno loro possono stare vicini). Fuori le coordinate sono mescolate a caso nel vorticoso giro a 360° delle lancette ormai impazzite e non resta altro se non l’attesa…

* Titolare di “Escamontage”

Pietro De Santis

31 marzo, martedì

Nella giornata odierna si sono associati – per me – tre fatti distinti, non proprio convergenti. Ho iniziato a leggere il libro di Emanuel Carrière “Limonov”, a quindici giorni esatti dalla scomparsa del personaggio al quale è dedicato: lo scrittore dissidente Eduard Savenko, in arte Limonov, parola traducibile in limoni, nel gergo della malavita russa bombe a mano. La scomparsa è avvenuta due settimane fa, precisamente martedì 17 marzo 2020, a causa di una malattia non virale.

Leggevo al sole, pedalando sulla cyclette, nel vento del mio terrazzo romano.

Dai notiziari del rito pomeridiano poi ho appreso il raggiungimento del “picco” dell’epidemia. Il picco, nel gergo della divulgazione scientifica, starebbe a designare il massimo valore del numero di contagiati, raggiungibile (e raggiunto) in un singolo intervallo di tempo: cioè la somma dei malati, dei guariti e dei deceduti nella singola giornata di ieri era “stabilmente minore” di quelle calcolate nei giorni precedenti; avremmo oltrepassato la cresta dell’onda più alta possibile per questa epidemia. Da domani, se tutto andrà bene, nel nostro paese il “numero” dovrà necessariamente diminuire.

Una settimana fa è stato celebrato il compleanno di Anna Maria Mazzini, in arte “Mina”. Mina e Limonov, non hanno niente a che fare tra loro e con il virus a parte la relazione di contemporaneità e la capacità di “contagiare” richiamata dagli pseudonimi esplosivi; “ma però” – direbbe Aldo Palazzeschi – la mia mente li collega percorrendo un sentiero contorto.

Il fatto di avere iniziato a leggere “Limonov”, al sole, sul terrazzo di casa, nello stesso giorno in cui si è raggiunto il “picco” non ha coinvolto il flusso dei pensieri coscienti, ma per l’inconscio non metterei la mano sul fuoco perché da giorni controllo le statistiche: forse ho iniziato il libro a distanza di una “quarantena” dalla scomparsa del protagonista.

Invece è perfettamente consapevole l’aver messo in relazione il picco del contagio e il compleanno della cantante: bizzarro sì, casuale no. Il pensiero si lega con un ricordo infantile: guardavo in televisione questa bella donna all’apparenza aggressiva e sicura di sé; sfacciata con i maschi. La sua vitalità e la sua sicurezza mi contagiavano ma soffrivo, convinto della sua dannazione eterna: sarebbe certamente finita nelle fiamme dell’inferno a causa dell’evidente condotta immorale.

“Pietrino” operava verso la cantante un “transfert” di sentimenti inconsapevolmente orientati altrove, nel mondo reale. Nella prima infanzia non si dispone di una simile spiegazione, perciò prima di dormire pregavo per la salvezza della sua anima. Si trattava di una preghiera ipocrita perché, se la sua anima si fosse salvata, avrei perduto qualsiasi interesse.

Un medesimo concetto di ipocrisia si applica nei confronti di Limonov: scrittore d’avanguardia, spregiudicato personaggio pubblico, interessava perché la sua dannazione premeva contro l’avido buon senso della nuova borghesia russa e faceva da parafulmine all’avido buon senso della vecchia borghesia comunista. Un groviglio di contraddizioni.

In tutto ciò che c’entra il picco? Il picco della “gaussiana” è il massimo valore raggiunto dalla distribuzione “normale” delle probabilità del contagio. La parola “normale” fa riferimento alla “norma”, la legge. Ogni gruppo di eventi singoli, che si presentano in grande quantità, ha l’accortezza di disporsi nel tempo assumendo un andamento a campana: all’inizio la curva cresce lentamente perché i numeri sono piccoli; poi si innalza sempre più rapidamente; infine si tranquillizza, oltrepassa il picco e finisce nel tempo calando, ma trascina pochi numeri residui per tempi molto lunghi, prestare attenzione!

La distribuzione normale racconta sempre la cosa giusta e governa i fatti del mondo; per lo meno il mondo il nostro (e forse ogni mondo possibile). Perché è così? Questioni di logica, si risponderebbe. Di quale logica? Quella di Aristotele. Ma se l’ha inventata lui – questa logica – più di duemila anni fa, perché dovrebbe funzionare ancora? Perché Aristotele non ha inventato la logica, l’ha desunta osservando i fatti della vita. Si tratterebbe di una legge della natura. Una legge della natura potrebbe rappresentare la volontà divina?

Quando ero bambino pregavo il buon Dio, il buon Gesù e la Vergine Maria di convertire Mina, salvarla dalle tentazioni e dalle fiamme dell’inferno. Dal 17 marzo 2020 la Regione Lazio ha introdotto le misure di contenimento restrittive e, da quella data, tutte le sere ho pregato la buona distribuzione normale di rivelare il picco pensando ipocritamente alla salute di tutti e, più ragionevolmente, in un futuro meno drammatico. La distribuzione gaussiana come il buon Gesù.

Venerdì 27 marzo 2020 Papa Francesco ha recitato ed interpretato per tutti una moderna Via Crucis in mondovisione, solo soletto: teatralmente è stato efficace. Anche in virtù di quella preghiera, la distribuzione gaussiana si è affrettata a raggiungere il picco? Sono certo che qualcuno in Italia lo pensi.

Richard Feynman – premio Nobel per la fisica nel 1965 – concludeva le sue lezioni sulla teoria dei “gravitoni”, le immaginate particelle ondulatorie gravitazionali, raccontando che dal milleseicento ad oggi non sia cambiato molto perché se ora pretendiamo che i gravitoni sorreggano la terra nel suo moto celeste, allora si attribuiva lo stesso identico compito agli angeli.

Picco oppure buon Dio abbiamo bisogno di credere in qualcosa.

Riccardo Scalia

Il quadro con la cornice bianca

C’è un quadro con una cornice bianca, adagiato al muro, proprio sopra il pianoforte. Credo di vederlo per la prima volta, nonostante sia adagiato su quel muro probabilmente da anni. Probabilmente è lì da prima che i miei si sposassero, da prim’ancora magari che venissero a vivere in questa casa. Probabilmente si trova lì, adagiato su quel muro, da prima che costruissero le fondamenta del palazzo. La cosa che tuttavia mi sembra sconcertante, è che non mi sia mai accorto della sua esistenza, non mi sia mai reso conto che, proprio sopra al pianoforte che suono ogni giorno, nel salone in cui trascorro gran parte delle mie ore, adagiato al muro, vi sia questo esemplare così singolare: appesi alle pareti vi sono altri quadri, altre opere d’arte, altri schizzi, ma è sempre passato inosservato ai miei occhi. E trovo ancora più sconcertante, che non mi sia mai reso conto di quanto il piccolo quadro sia semplicemente meraviglioso, di una bellezza unica e allo stesso tempo di una semplicità spiazzante. Sono disegnati due pentagrammi: uno figura una breve melodia, tutto fuorché complessa, forse triste; l’altro invece, presenta due sole note che unendosi, danno vita a due occhi femminili, due occhi di donna, affascinanti, sensuali, straordinariamente ammalianti.

Se mi si chiedesse cosa colpisce più di tutto, nel quadro, non saprei rispondere, non ne sarei in grado, le parole mi sarebbero sconosciute.

Tuttavia sono assolutamente certo che questo periodo di isolamento, seppur imposto per una terribile ragione, mi abbia chiamato, magari in sogno, magari no, a destarmi, a sgranare gli occhi, a cogliere quelle cose piccole, quelle cose minuscole, che spesso, erroneamente, si danno per scontate, ritenendo che in fondo, non meritano la nostra attenzione, o, ancora peggio, ci sono dovute.
Pensando ciò, la vita scorre via, sfugge dalle nostre mani prima che sia possibile accorgersene, si allontana da noi così in fretta che diventa impossibile raggiungerla e i giorni diventano ore e le ore diventano minuti. .
Pensando ciò, tutto ci sembra insignificante, senza valore, non abbastanza importante per meritarsi uno sguardo di sfuggita.
Pensando ciò, non ci si rende conto che la vita è fatta anche e soprattutto di queste piccole cose: è fatta di quel quadro che non avevi mai visto, di quella fotografia che evoca ricordi ormai perduti, di quel libro che ha rappresentato un punto di svolta nella tua crescita.
Pensando ciò, da questa maledetta malattia non impariamo niente.
Pensando ciò, molti degli sforzi fatti in un periodo così particolare risulteranno, se non vani, di poco conto.
Pensando ciò, io, disattento viaggiatore in questo mare di eventi che si succedono in fretta, non avrei mai alzato gli occhi dai tasti del piano, per poi osservare la parete e accorgermi di quel quadro con la cornice bianca, adagiato al muro, proprio davanti al mio sguardo.

Maggie Van Der Toorn
Quelle strane abitudini

Prima del lock down mi sono precipitata per salutare per bene il mare e quell’odore di salsedine. Era mia abitudine di andarci spesso, dopo il lavoro. Quella distesa azzurra riempiva i miei occhi di azzurro, e la superficie di sabbia mi dava un senso di immensità. Pensavo che non ce l’avrei mai fatta stare lontano dal mare per molto tempo, invece no. Con qualche stupore mi accorgo che attendo con santa pazienza l’apertura delle spiagge ed i nuovi decreti che ci permetteranno di vivere più liberamente. Ma ne saremo più capaci?

I dubbi mi assalgono se penso al futuro. Sono cambiate le nostre abitudini. Ci ha pensato il Covid19 che è entrato nelle nostre vite come un fulmine. Ci daremo più la mano? Ci abbracceremo nuovamente? E quando lo potremo fare ne saremo ancora capaci?

Forse guarderemo con una certa diffidenza il nostro vicino sulla brandina quest’estate e di sicuro i bagnini della Riviera Romagnola metteranno i clienti meno ammucchiati come nelle stagioni precedenti. Non ci saranno più quei locali pieni zeppi con giovani che ballano e saltano calpestandosi i piedi. E non ci saranno più i bar senza posti a sedere liberi, e tutti, sì proprio tutti, saremo capaci a rispettare la fila. Ci sarà più privacy, più spazio e più rispetto. Forse. Dico forse perché agli abitudini ci si abitua presto, più facilmente a quelle cattive che a quelle buone.

Gli spot antivirus oramai li conosciamo a memoria. Sappiamo che dobbiamo lavarci le mani con acqua e sapone oppure usare un gel disinfettante e portare la mascherina, tenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone e se ti viene da tossire o starnutire di non farlo addosso agli altri (veramente nemmeno prima). E di chiamare il numero Covid19 se si hanno i sintomi sospetti, sperando sempre che sia solo un banale raffreddore.

Ci si abitua a tutto, o quasi. Le lunghe file davanti ai supermercati sono diventate parte della routine, non mi stupiscono più. Così, come tutte le persone con il viso coperto da una mascherina e le mani ben nascoste dentro i guanti di lattice. Vedo con una certa soddisfazione che le distanze vengono rispettate, e che il saluto del buongiorno sia diventato qualcosa di prezioso: un segno che c’è ancora un sorriso dietro alla maschera…

E poi ci sono quelle telefonate lunghissime con gli amici, e le video call in cui ci si racconta e ci si scambiamo ricette. Non ho mai fatte tante torte come in questi giorni. Mi sto abituando ad avere le mani sempre impastate di farina, e mi piace. Si chiacchiera e si mandano messaggi con la speranza di non ricevere mai risposte negative alla domanda: Come stai? Tutto bene?

I sabato sera li passiamo a casa. Il divertimento non manca. Dalle trasmittenti televisive che regalano film come se fosse Natale ai talkshow, e dai concerti dai balconi e tetti alla finestre che emettono un’unica colonna sonora di speranza: Andrà tutto bene!

Ma andrà tutto bene? Bisogna essere ottimisti. Io dico di sì, nonostante le tante perdite, la tanta sofferenza, il dolore e un’inevitabile crisi economica. Importante affrontare la realtà, e farci l’abitudine.

Giovanna Bonardi
La nostra quarantena

Il momento clou della giornata in cui tutta la famiglia si riunisce è il pomeriggio intorno alle 6 quando si fa ginnastica in soggiorno con una tipa online che ci dice quali esercizi fare. Tre tappetini per terra e si comincia. E poi si va anche a camminare intorno a casa con molta attenzione a mantenere le distanze dalle persone che si incontrano e a non allontanarsi troppo per non incorrere in denunce. Facciamo un bel giro tondo intorno all’isolato ogni giorno tre volte.

Ma la giornata è molto lunga e prima di questo ci si alza ci si sveglia e si va a lavorare. Andrea a studio da cui fa le sue lezioni on line, Cocò si collega con i suoi professori per tutta la mattina e io, ma solo due o tre volte a settimana, sono costretta ad andare fino a saxa per seguire la diretta. Per il resto lavoro da casa.

Il momento peggiore per Andrea è il supermercato. Al supermercato dice c’è sempre il tipo che ti si avvicina e magari ti guarda pure come se stessi per contagiarlo, quello che ti sbircia con astio, come fossi suo nemico, oppure la vecchietta che chiede spiegazioni e quindi ti si accosta, o quello che ti accende il sigaro mentre stai in fila.

Anche la pulizia della casa occupa gran parte del nostro tempo dato che Vittoria non può più venire.

Naturalmente i social sono i re di questa quarantena, gran parte della giornata si leggono e si inviano messaggi, si ride per le vignette che arrivano di continuo ad ognuno di noi, i video comici, poi ci sono i video più colti, le osservazioni parafilosofiche sul perché siamo finiti così, i musei online, le meditazioni, i gruppi yoga, i gruppi di allenamento con le persone con cui prima si andava in palestra. E così passa gran parte della giornata e la sensazione alla fine è che si è stanchi senza avere fatto quasi niente.

Ma c’è sempre la sera il momento migliore della giornata quando decidiamo di vedere un bel film tutti insieme, la scelta è dura ma poi finalmente si arriva ad un film prescelto e lo si comincia a guardare. Il problema è che dopo poco ci addormentiamo tutti e tre non sappiamo perché: dato che stiamo sempre in casa di cosa saremo mai stanchi?

E domani comincia un’altra giornata.

Fortuna Della Porta
Adulterio

Perché devo ricominciare da capo? Qualcuno teme che scappi? Ma se sono stato io a chiamare! In ogni modo, posso farcela. Da capo? Facciamo da nove mesi fa. Sì… sì. Ho tutto scritto qui. Nella mente, dico.
Alla mia signora si ruppero le acque. Subito la vidi piegarsi in due con un braccio sotto la pancia e a me toccò una vertigine per l’emozione. Avere il primo figlio alla mia età ti fa esplodere dentro, ti rimescola il sangue. Durò quel che durò: un’eternità. Alla fine un’infermiera mi guidò al nido e mi mostrò il bambino attraverso la vetrata. Ne fui sconvolto. Provai immediatamente un senso di estraneità. Aveva i colori dell’arancia, sembrava proprio un’arancia. Vidi sovrapposti all’immagine del neonato i capelli lisci e nerissimi di mia moglie e pensai pure alla mia carnagione olivastra che mi fa assomigliare a un arabo. Non poteva essere mio figlio. Quel bambino non era nato da me. Impossibile.
Sconvolto, chiesi alla donna, non appena tornò nel corridoio, come mai fosse così chiaro.
Le dissi: -Diamine, mi guardi. Mia moglie, poi… Non si sarà sbagliata mostrandomene un altro?
Mi rispose che i bimbi nel primo anno fanno mille cambiamenti ma in primo luogo bisogna vedersela con la genetica.

Non è mutato, anzi. Adesso il bambino sfoggia una chioma di capelli rossi e ricci e possiede due occhi verdi che nessuno della mia famiglia ha mai avuto. E nessuno in quella di mia moglie. Oramai ho esaminato tutte le foto che la riguardano. Da vero segugio ho interrogato i suoi nonni, caso mai ricordassero una criniera color carota nelle generazioni passate. Da quel giorno, quello della nascita intendo, non ho avuto requie. Mi sono messo a cercare una caratteristica così peculiare tra le nostre conoscenze. Ma, evidentemente, l’amante di mia moglie non appartiene alla cerchia degli amici che frequentiamo. Allora ho messo in croce lei. Ammetto che qualche volta le ho mollato un ceffone, poco più di una carezza per la verità, ma non ha mai confessato. Si teneva quel segreto dentro, semplicemente ignorandomi. Capisce? Non mi prendeva sul serio, a volte mi rideva in faccia. Da quando sono in cassa integrazione, in questa stramaledetta clausura tutto è precipitato. Ormai lavorano solo i medici e io sono stato costretto a sedermi per ore di fronte a quel bastardello, che, dopotutto, mi fa pena. Non ce l’ho con lui. Non è colpa sua. Insomma, non si faceva che litigare negli ultimi tempi e poco fa mia moglie ha reagito come una furia: .
-Sai che c’è? ha urlato gonfiando le vene del collo. C’è che non ti concedo neanche la prova del DNA. Appena finisce il virus me ne vado. Scompaio. Addio, povero pazzo. Fatti curare.
Allora non ci ho visto più:
-Non vai da nessuna parte. Non prima di avermi messo al corrente della tresca. Di qua non ti muovi.
Mi sentivo in ogni muscolo la rabbia e la forza di un energumeno, benché sia magrolino e basso di statura.
A pranzo, pensi un po’, mi ha messo davanti un panino, mentre scodellava per lei un piatto di spaghetti.
-Per pura umana pietà, ha osato sfidarmi allungandomi un mezzo filone con una fetta di mortadella.
-Con quali soldi hai comprato il pomodoro e la pasta e l’olio? Chi paga la bolletta del gas?
Non ci ho visto più. Non le ho dato il tempo di arrotolare la prima forchettata e le ho assestato un colpo sulla nuca. Tra capo e collo. Sì, col mattarello. Lei ne ha uno di marmo. Il bambino si è messo a piangere…
No, non si agiti, l’ho messo nel box e sta tranquillo a giocare.
Oddio, che mal di testa. Sarà questa febbre?

Giampaolo Chiarelli

PER UN DIARIO DI UNA QUARANTENA

Io vivo a Codigoro, in provincia di Ferrara, nella parte ferrarese del Delta del Po, un paese di circa 11500 abitanti, molti meno rispetto ad alcuni decenni fa.

Sto soffrendo anch’io, alla mia maniera, i disagi portati tra la gente dal terribile Coronavirus, o Covid 19.

Nella fascia costiera della provincia ferrarese quella che in altre zone è un’epidemia dilagante, dai primi di marzo fino ad oggi non è apparsa esageratamente in espansione. Fino ad oggi, e si è alla fine di marzo, i contagiati, da un solo caso di qualche settimana sono arrivati attorno alla decina. Nessun morto per il contagio, qualche ricoverato per la malattia all’Ospedale del Delta.

Ma l’allarme presso la popolazione è molto sentito, la gente lo vive sul serio perché le autorità locali hanno disposto precauzioni e controlli molto severi.

La città di Ferrara con la sua provincia dunque non è finora troppo funestata dal Coronavirus, rispetto ad altre province emiliane più settentrionali come Piacenza e Parma, già da tempo segnalate come zone in forti pericoli. Molto meno funestata di grandi città del Veneto come Verona, della Lombardia come Lodi, Bergamo, Brescia e soprattutto Milano. Il virus, tanto insidioso e imprevedibile, è tanto tenace che in poco più di due mesi ha invaso tutto il pianeta. Tanto che adesso è meglio definirlo, come alcuni esperti hanno fatto, una pandemia vera e propria.

Questo allarme da Coronavirus, da single e pensionato come sono, lo vivo penosamente in una solitudine speciale. Una solitudine più sentita e grave che quella di altri periodi, di altri anni che ho trascorso qui, dove la gente è cordiale e socievole ma (riferisco il parere anche di altre persone che si sono pronunciate in proposito) disposta ad aperte amicizie solo a condizioni chiare, specialmente per quanto riguarda persone anziane venute qui da altri luoghi d’Italia.

La vivo, questa solitudine, in una vita che va avanti giorno dopo giorno a rilento, al rallentatore. Ci sono sicuramente delle ragioni, non solo imputabili al Covid 19.

Come per una preoccupazione incombente e sempre più gravosa, di tipo che si potrebbe dire corale, avverto il disagio di tanta gente che per tenere lontano il contagio non può più lavorare: gestori di bar, pizzerie e ristoranti, alberghi, ritrovi, cinema, teatri, ma anche lavoratori, operai e impiegati in aziende che hanno dovuto chiudere, e sono senza lavoro e senza guadagno. E ci deve pensare non solo lo Stato ma l’Unione Europea a trovare i soldi per assicurare una sopravvivenza a tante persone.

E’ un periodo di tempo che vivo soprattutto con la paura di venire contagiato, allora potrebbe essere un disastro.

Solitudine giustificata, come ben so, da disposizioni governative che riguardano tutto il popolo della nazione, ma lontana dallo spiegare, in questo caso, il proverbio che dice mal comune mezzo gaudio. Certe volte la vivo con una specie d’insofferenza, pur guardandomi bene dall’uscir di casa senza validi motivi come andare dal medico, in farmacia, a fare un po’ di spesa al supermercato, sebbene per gente come me ci siano volontari e volontarie che si offrono per portarti a casa quanto ti basta per vivere appartato (ma c’è talvolta qualche dimenticanza nella lista della spesa che consegni loro).

Bisogna guardarsi bene dal compiere trasgressioni perché, uhm!, ci potrebbero essere sanzioni pecuniarie addirittura iperboliche. Evidentemente anche le forze dell’Ordine in questi frangenti sono condizionate dalla psicosi dominante e risentono della severità intransigente degli ordini impartiti dalle alte sfere.

Una solitudine che non mi mette addosso, però, sentimenti di particolare scandalo. Vivo in una casa non grande, ma abbastanza bella e comoda, di mia proprietà. Ascolto e capisco i principali slogan mediali con le loro raccomandazioni tipo Io resto in casa o Tu resta a casa. Nel pessimismo in cui mi trovo finisco per proiettarvi l’angoscia della mia personale solitudine.

Una solitudine spaventosa perché di origine psicologica, proprio così. La vivo certe volte anche con il pensiero che vagola in una specie di vuoto mentale, con stati d’animo di schietta paranoia come può avere colui che si sente in balia di eventi imprevedibili nell’immediato, come se si trovasse in una barca che va alla deriva e non è ottimista riguardo ad un approdo non precario, fermo, e quindi al futuro. E’ vero che leggo molti libri, ora i giornali passano in secondo piano nel cartaceo, meglio consultarli per lo più online. In questi giorni ho riletto con interesse Paesi tuoi di Cesare Pavese, Fuoco Grande di Cesare Pavese e Bianca Garufi, Psicologia della schizofrenia (Ueber die Psychologie der Dementia praecox: ein Versuch) di Carl Gustav Jung e La miglior vita di Fulvio Tomizza, che ancora negli anni ‘70 mi aveva mandato, allora abitavo nel Milanese, un biglietto di congratulazioni per un mio racconto che aveva letto sulla rivista milanese di cultura ed arte “Fenarete. Letture d’Italia”. Vero pure che guardo spesso la televisione: rubriche di gente che va in giro per il mondo e lo fotografa, lo filma, lo descrive e lo commenta; rubriche di cultura, di arte, di storia, approfondimenti e messe a fuoco su fatti politici e di cronaca; telegiornali, molti telegiornali con cronache che si aggiornano una giornata dopo l’altra finché tira quest’aria. In certi momenti di mancanza di tono si tratta di notizie per me inesorabili fino alla noia, all’accidia. Di film attualmente ne guardo pochi.

Ora sarebbe nell’interesse di tutti cercar di uscire da quest’atmosfera angosciosa motivatamente indotta dal terrore del Covid 19. E fra una trasmissione e l’altra, tra quadri di cefalea letargica e momenti d’improvviso stupore, ci sono momenti in cui la testa è priva della capacità di mantenere attenzione e pensiero, come mi sembra di avere già accennato. Non c’è pensiero o addirittura il sospetto che il pensiero venga portato via dal cervello, come per un furto dell’ideazione. E ci si trova in una specie di catatonia che si esprime nella mancanza di propositi, di progetti, di iniziative (per la paura che tutto venga brutalmente frustrato), nella sfiducia in se stessi, nell’incapacità, nel senso di un’estraniazione che porta alla debolezza dell’essere e ad una pigrizia invincibile che conduce all’insofferenza anche verso se stessi. E sembra che fra tante cose che si sentono dire in questi giorni attraverso i massmedia manchi perfino il senso della speranza e si abbia anche voglia di piangere. Papa Francesco in questi giorni è stato ripreso per televisione tutto solo in Piazza San Pietro per andare sotto un baldacchino a pregare e a impartire la sua benedizione. E sabato 29 marzo è arrivato al punto di procla-mare una Giornata del pianto, un pianto certamente purificatore.

Per tante persone animate da una buona volontà, in questo periodo di quarantena, mettere ordine in casa, pulirla, riordinarla in tutte le sue stanze, esercitarsi nell’arte della cucina, ascoltare musica secondo i propri gusti, fare del moto, della ginnastica aerobica, coltivare amicizie al telefono, via Whatsapp e per altre vie, è cosa buona e conveniente, ma se ci sono condizioni e clima domestico favorevoli, stati d’animo di non troppa emergenza. Altrimenti un giorno dopo l’altro è una vita che procede come al rallentatore, faticosa, la vita se ne va a pallino, che si sia arrivati al picco nella curva della lotta al virus o che il picco stia per arrivare, che ci siano ancora delle verifiche da fare in virologia, farmacologia e medicina, per eliminare una pandemia che fino ad oggi, che io mi ricordi, non ha avuto l’uguale. Sento dire che la scienza è arrivata a risultati importanti, però non ancora definitivi nella lotta al Covid 19. E risulta una misura prudenziale obbligatoria prolungare la necessità di rimanere in casa fino al 14 aprile.

Sinceramente, in questo periodo, dall’inizio del mese fino ad oggi, io ho vissuto, vivo questa quarantena così. Resisto, m’impegno a resistere per quanto posso a tante difficoltà, cerco di tirare avanti, e lo dico con il presentimento che ce la faremo. Vorrei proprio anch’io che finisse questo opprimente incubo, uscire fuori da questo tremendo tunnel, arrivare a vivere un po’ meglio, spero presto. In questo senso qualche speranza per fortuna mi è ancora rimasta.

30-3-2020

Eugenio Lucrezi
Betelgeuse Viral Spike Blues
26 marzo 2020

Ti devo abissali dolenze
di slitta che stride e deraglia,
Betelgeuse, stella rossa a sproposito.
Variabile tremore, che campeggi
sul blu fermo di Rigel…

Tu sei la supernova che non sai,
non so più se sei morta, ed ogni volta
è un lampo e un non ancora,
tuo vagito di luce…

L’eccesso indeciso e insolente
di te che non ci pensi e non ci sei
mi acceca miliardi di volte…

Perché è sì vuota la tua mole immensa?
Quando lumeggeranno, dimmi, o stella,
due soli sulla pietra rotolante

a cui torrai la notte? Sei già morta?
O in cima al braccio del gigante Orione
dura ancora il tuo gemito?

È un passo, il tuo, da fare, ma pure
la tua morte è indecisa, se pulsa,
mia stagione convulsa, questa vita…

Sei covile di ferro, sei stazione
per la più rapida delle ripartenze…

Dal nebuloso e tremulo tuo fianco
già si protende la falange ostile
di viral spikes che la mia specie offende….

Un miliardo di soli che tu accendi
nella notte più nera…
Sei vicina. Ti agganci ai lontanissimi
organismi viventi…

…sei morta? morirai? hai già lanciato
le quadrelle mortali?

Supernova nascente, tardo affanno
che indugi sistemando la cintura
del tuo assetto di caccia….

O mia stella diletta, e trapassata
forse, o forse sei
gestante e moritura. Ti rimiro,
stella rossa a sproposito, fucina
di dolenza ventura, Betelgeuse.

Maurizio Rossi

Roma dopo er decreto

Tutto ‘no spreco de li ponti vòti

e sotto Fiume va a scivolarella;

drento er silenzio senti cantà l’aria

che porta ‘n mano er volo caciarone

de’ li gabbiani. Li vicoli e le piazze

s’ammantano de sole senza l’ombre

e tutto quer bailamme de l’ umani.

Santo Pietro spalanca er colonnato

ma nun ce sta nisuno: n’dove è annata

tutta ‘a gente co’ l’occhi appiccicati

a ‘na finestra se s’apre solamente

pe’ er vento misterioso de la fede?

Marzo 2020

Paola Silvia Dolci
2.2.2020 Malpensa – Newark. Boeing 767-400


2.2.2020 Malpensa – Newark. Boeing 767-400. Volevo tornare negli Stati Uniti come Zelda, con la testa piena di letteratura. Partenza alle 7 di stamattina, sono le 17:47 – ora italiana. È scoppiato un focolaio di COVID-19 nei pressi della mia città. Hanno approntato delle tende per l’accoglienza dei contagiati nei parcheggi davanti all’ingresso dell’ospedale, ho visto le fotografie. In aeroporto, tutti con le mascherine, i guanti di lattice e le boccette di disinfettante.

23.2.2020 Jersey city – New York. Non ho prestato attenzione all’indirizzo, Greenwich Street, 4.11 del mattino. Il rumore dei taxi che passano sotto le finestre della camera, le ambulanze, i cartoni animati in tv. Nei palazzi vicini, qualche luce è già accesa. Io sono morta la prima volta il 9.2.2008, arresto cardiorespiratorio, coma, rianimazione, ricovero agli infettivi e a pneumologia, credevano fosse SARS, era aspergillosi, polmonite. Il decreto di legge stabilisce l’isolamento per 50.000 cittadini. Tre mesi di carcere a chi lo viola. Zone rosse in cui non si entra e non si esce, divieto di allontanamento e di ingresso. I treni hanno smesso di fermarsi nelle stazioni. Possibile ricorso alle forze armate. Quarantena, e sorveglianza attiva tra individui. Tra poco Seaport, poi Times Square.

23.2.2020 Seaport – Whitney Museum – New Museum – Bowery – Korea Town – Times Square, il cuore di Broadway. Chissà se tra un mese, come previsto, potrò rientrare in Italia. Stanno per cadere tutte le maschere. I WANT TO THANK YOU, graffito sul muro del Pier 40, Manhattan, fumo di sigari e marjuana.

#PeterSaul Crime and Punishment

For over fifty years, Peter Saul (b. 1934, San Francisco, CA) has been one of America’s boldest and most iconoclastic painters.

24.2.2020 Battery Park – Times Square e le altalene di Central Park. Jersey city – Richmond. Le figure nere e sciancate all’accoglienza dei bagagli mi fanno venire voglia di scrivere, rileggere La Peste, Cecità, bisognerà difendersi dai ciechi cattivi. Mi piace stare negli aeroporti. Jazz, tepore e i volti rilassati di chi sta tornando. Le mance sul tavolo, mi sono scottata la lingua. Le ultime cose. Non toccarsi gli occhi e le labbra.

26.2.2020 Ho trovato una casa nel sud. A beach cottage in the very small town of Colonial Beach, Virginia. The air is thick with the scent of honeysuckle and the salty bite of the nearby Potomac River. Nella stanza che uso per scrivere ci sono quattro finestre. Vedo la strada bagnata dalla pioggia, il parco, gli scoiattoli. Ogni mattina lo stormo dei corvi becchetta nel portico, poi arriva il camion rosso. La padrona di casa, Karen, passa a prendere la posta dalla cassetta delle lettere. A quiet, sleepy, spectral place.

28.2.2020 A winter harbor. Sono ospite di un cottage così bello, che fa venire voglia di accendere le candele. In cucina c’è un libro che parla del luogo; alcuni, si sono innamorati qui in vacanza, e hanno messo su famiglia. Altri sono arrivati per lavoro, e si sono fermati. E poi ci sono quelli che vivono qui da sempre. Non hanno trovato alcun buon motivo per andarsene. I boschi sono immobili da mille anni, i tronchi nel fiume.

29.2.2020 sono atterrata a Miami con Michael Douglas.

1.3.2020 Our bodies of water. South Beach – Ocean Drive. Durante la clausura, un improvviso pomeriggio di mare. I corpi sono bellissimi, cocktail, musica. Il vento è freddo ma il sole passa attraverso i vestiti. Mi sento innamorata come se vivessi fossi ancora vivo.

8.3.2020 Il mio volo di rientro è stato cancellato. Casa, è in zona rossa. Ho fatto tre giorni a NY, poi Richmond per una settimana, e abbiamo trovato una fabbrica a Fredericksburg, la sera parte un treno comodo per Manhattan; poi Miami, poi Tampa, poi Naples, in Florida per un congresso durato qualche giorno, da ieri siamo a Hollywood e ci resteremo almeno fino a venerdì, riposo. Ci aspetteranno di nuovo Atlanta e Selma per una decina di giorni e poi di nuovo Richmond per una settimana. Ci sposteremo solo in macchina. Mi ero portata avanti col lavoro al giornale, in vista di questo mese di prevista assenza: avevo intervistato attori e registi che si sarebbero esibiti in queste settimane, tutto cestinato, essendo chiusi i teatri. Faccio l’inviata da qui: situazione pandemia, rassegna stampa. Sogno di continuare a perdermi, non sapendo come tornare. L’ultimo, è stato il primo anno dignitoso della mia vita.

Nella casa a Hollywood dormo male perché so che nascosto in cucina se ne sta uno scarafaggio gigante.

13.3.2020 South Beach. La spiaggia bianca è punteggiata di caravelle portoghesi, e qualche ora fa c’erano gli squali. Questo viaggio lunghissimo. Senza soste. È come se non avessi mai dormito, non avessi smesso di piangere, come diventare ciechi. Il senso di camminare verso tutti gli appestati di ogni epoca.

I ricordi migliori della mia infanzia sono legati alla campagna e ad Antonia. I momenti più semplici di amicizia.

Stiamo posticipando tutto, ma non sappiamo se ci saremo ancora, come saremo allora, e chi mancherà.

Party a bordo piscina. Suonano musica dal vivo. Una coppia balla ridendo. Io ho i brividi alle gambe.

15.3.2020

Port Saint Lucie. Avevo espresso il desiderio di lavorare all’estero e di avere una finestra affacciata su di un fiume; non avevo pensato a una pandemia. Qui, le briciole, i capelli bianchi dell’ospite precedente. Mi piacerebbe tornare a leggere qualche ora al giorno. Finire Saramago, poi quel libro che mi è stato regalato da un anonimo, e mai rivendicato. Bachelard, la Zambrano. Non ricordo nulla del libro America di Kafka.

16.3.2020

Port St. Lucie, Florida, The Sunshine State.

Il Re Lucertola è stecchito in mezzo alla strada. Lo divora uno stormo di aquile calve. I grilli, cantano. Gli altri inquilini sono lo scorpione, e le ceneri della campionessa (?) Xena Dombrowski.

Ho trovato una scatola di proiettili nella camera dei gioielli. Ogni volta che penso al dottore, mi viene da piangere.

Dal laghetto, mi spia il coccodrillo, e le iguane dalla giogaia rossa fanno la guardia al prato.

You will be updated.

Take care of yourselves.

24.3.2020

Sebastian, Florida. Stanotte non sono riuscita a dormire. Continuo a svegliarmi di soprassalto, non piango. Ogni notte sogno di baciare un uomo di cui sono innamorata ma che non riconosco. Sogno una casa bellissima, con stanze polverose, in disuso, che vorrei utilizzare. Alle 8.20 il sole è alto. Forse dovrei fare una seduta.

Io volevo una vita avventurosa e volevo anche scrivere. Questa quarantena vissuta in Florida, lo stato dei fulmini, un uragano. Mi piacerebbe mi rispondessero dall’ambasciata. Scrivo dal cortiletto dietro il cottage, ci sono le palme, i cocchi, gli aironi, gli scoiattolini, è un posto meraviglioso. Preferisco morire qui. Le iguane sono fiduciose. Non è il momento di essere indolente o vigliacca.

Viverlo lontano da casa forse mi permetterà di raccontarlo. Qui mi sento un’estranea. Devo comprarmi una tazza e un accappatoio.

Marilina Giaquinta
Diario di una quarantena.

Sono chiusa a casa da venti giorni. Mi sento fortunata, non sono sola, ho la mia famiglia tutta, con me. I miei tre figli, mio marito e due cane raccolte dalla strada, che invecchiano con noi. Teniamo bene questa convivenza, anzi, ci stiamo ritrovando: si ride di più, ci sono confronti meno affilati, ci ascoltiamo con più pazienza, e, cosa rara, in quanto ognuno prima era assorbito dai propri impegni in altre città, ci troviamo ogni giorno riuniti a tavola. Sappiamo farci compagnia, rispettando ognuno gli spazi degli altri e commentiamo insieme le notizie sul virus, aspettando che arrivi quella buona. Quella che ci faccia tornare a vivere.

Sono chiusa a casa da venti giorni. Mi sento fortunata. Ho i soldi per fare la spesa. Vivo in un quartiere residenziale, nel centro di Catania, servito da ogni tipo di negozio: la spesa non è un problema, il supermercato è proprio sotto casa, non facciamo file, non siamo costretti a prendere la macchina, la bottega del signor Angelo, il fruttivendolo, si scorge dal mio balcone: la mattina, quando apre, riesco a sentire la sua voce che chiama Luca, il ragazzo che lo aiuta e che da poco è diventato padre, per scaricare le cassette dal camioncino bianco. Il signor Angelo fa la domiciliazione: abbiamo sempre frutta e verdura e ortaggi freschi e di prima qualità.

Sono chiusa a casa da venti giorni. Mi sento fortunata. Ogni giorno ho qualcosa da cucinare. Non ho mai cucinato tanto come adesso. Ai miei piace la mia cucina, o forse si sono abituati. Un tempo l’avevano soprannominata “gay”, alludendo alla mia predilezione a preparare piatti dal gusto delicato. In questo non sono per niente siciliana: la mia terra ha sempre avuto una cucina sapida, forte, speziata, molto “cunsata”, china di robba, che richiede stomaci robusti e un metabolismo “fast & furious”. Mentre scrivo, ricordo, per esempio, “’u pani frittu cu’ l’ovu” che mia nonna preparava perché c’era sempre un modo per non buttare il pane duro, “la grazia di Dio”, “‘a pasta o’ furnu incastagnata”, la pasta che rimaneva della domenica e che, il giorno dopo, veniva ripassata e fritta in padella fino a quando non diveniva croccante e il formaggio ricominciava filare.

Io continuo a cucinare làit , a dispetto di ogni tradizione. Chiusi a casa è difficile smaltire le calorie, sennò.

Sono chiusa a casa da venti giorni. Mi sento fortunata. Ho sempre qualcosa da leggere. E leggo, leggo molto. Non che prima non leggessi. Anzi, sono sempre stata una divoratrice di libri. Sin da bambina: una passione che mi ha trasmesso mia madre. Mi regalava libri al posto dei giocattoli. Poi, non ne ho potuto fare a meno. Ho fatto il poliziotto, mestiere bastardo che non concede tempo né esitazione, e l’adrenalina te la fa risalire fino alla radice dei capelli, sono divenuta madre, tre volte, ho scritto tanto, eppure ho sempre trovato il tempo per leggere. Sono come Teresa, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, cammino sempre con un libro nella borsa. Adesso, però leggo di più e leggo libri diversi: come se questo tempo lungo, dilatato, uguale, che cala addosso con un silenzio che non sa di vita, avesse una sostanza diversa. Adesso, leggo scrittori italiani. Come se cercassi nella loro testimonianza tracce di me, della mia scrittura, qualcosa che mi somigli: un modo, forse, per superare questo confino, separata da tutto quello che mi piace e che prima potevo fare.

Mentre scrivo, sento una voce registrata provenire da fuori, una voce secca, stentorea, risoluta, diffusa con un megafono che la rende metallica, straniante, irreale e che esordisce chiamandoci “cari” e “concittadini”. “Fermiamo il virus restando a casa!” riesco a sentire.

Sono chiusa a casa da venti giorni. Mi sento fortunata. Posso osservare l’ordine del sindaco, posso rimanere a casa, perché io una casa ce l’ho dove rimanere.

Gildo De Stefano
Coronavirus, la spettacolarizzazione dell’informazione

Il dolore e la sofferenza di chi è stato colpito dal Coronavirus corre impietosamente sulle “autostrade dell’informazione” -per dirla con Bauman- in cui siamo tutti passivi spettatori. Ennesima conseguenza della globalizzazione in un mondo sempre più ‘liquido’, post-modemo, contrapposto alle società precedenti solide, costruite su ideologie. In quest’ultima emergenza mondiale appare utile -se non necessaria- una riflessione su ciò che aveva profetizzato il grande sociologo polacco, sulle certezze del mondo occidentale che si sono disciolte con il tramonto delle ideologie, la caduta del Muro, l’implosione dell’Urss, la fine della Guerra Fredda. È emersa la nuova potenza economica e militare, la Cina, e si è determinato un nuovo assetto labile e mutevole mentre la produzione di merci, beni e servizi si dislocava e tutto, uomini compresi, prendeva a vorticare per tutto il pianeta creando una sensazione di fine di un mondo, di insicurezza. Mai come in questa emergenza planetaria da pandemia la mente corre a quella “paura liquida” avanzata da Bauman per definire questa volatilità di informazioni, persone, cose, messaggi, e immagini che i media e la rete diffondono.

Ancora una volta è d’uopo chiamare in causa il grande pensatore, una sorta di oracolo del 3° millennio, per definire questo virus il ‘dilemma globale della sofferenza umana’, che ha spinto i media a creare una spettacolarizzazione della sofferenza favorita anche dal web. Problema morale in cui tutti ci troviamo coinvolti come spettatori. Il problema del male, di chi infligge sofferenza a qualcuno, comporta la colpa. Ma anche chi assiste e non interviene è, in fondo, colpevole. In questa società percorsa dalle “autostrade dell’ informazione” non ci si discolpa dicendo non sapevo. Siamo tutti spettatori del dolore e della sofferenza di altri. Si pongono dei dilemmi etici e, facendo riferimento a Jaspers, la colpa morale -cioè di chi ne soffre e arriva a pentirsi- è diversa dalla colpa metafisica. Quest’ultima esiste indipendentemente dal contributo che l’individuo ha dato o meno alla sofferenza dell’Altro.

Nella globalizzazione sociale interconnessa qualsiasi azione può riflettersi all’altro capo del pianeta, la responsabilità umana per l’Altro è incondizionata e deve comprendere la previsione e la precauzione. Mai come in questo momento di epidemia siamo sempre più bombardati da un’informazione differente tra ‘vedere’ e ‘sapere’ ma anche da immagini di sofferenza che si dissolvono in un battito di ciglia. Ciò che si vede suscita pena, tutti si danno da fare per circoscrivere il contagio. Ma anche tra ‘sapere’ e ‘agire’ vi è un profondo divario. Ciò che si sa e ciò che i media ci fanno sapere, una versione dei fatti. C’è necessità di un codice etico e legale. Un impegno collettivo che agisca con il buon senso ma con forza per combattere sterili allarmismi e caos ingovernabile. Occorre segnalare l’incomprensibile spirale tautologica che si muove sempre a senso unico, quasi a comando. Ignorando quello che è il compito della informazione vera, vale a dire fare luce su ciò che meno si conosce e, come diceva George Orwell, su quello che meno si vuole (vorrebbe) sapere.

Valeriu DG Barbu
Come un bambino oggi

… Come un bambino oggi significava per me l’Italia, il futuro dell’Italia, la promessa di una nazione che attraverserà qualsiasi momento di difficoltà…

Per la prima volta negli ultimi anni, quando usci di casa senza cellulare, l’ho dimenticato a casa.

Sono appena uscito a portare la spazzatura, ho fatto il giro di due edifici, per sgranchirmi le gambe e non dimenticare come si cammina …

Perché ho iniziato la storia con il mio telefono dimenticato a casa? Perché altrimenti avrei dovuto girare una scena molto dolce per mostrarvela.

Un bambino, di non più di sette anni, stava correndo una bandiera italiana portata dal vento, caduta da qualche balcone.

Con questa epidemia, tutti hanno mostrato una bandiera per la solidarietà.

Il forte vento di oggi sembrava che il 1° aprile si fosse perso da qualche parte a metà febbraio … freddo e cupo, qui e là un debole raggio di sole …

Il ragazzo, solitario, chi sa come lasciato fuori, oggigiorno vengono tenuti rinchiusi in casa, alla fine …ha catturato la bandiera …

Guardò sui balconi per vedere se era notato, visto che non è, lo infilò al petto sotto la camicia. Chi gli ha insegnato questo gesta o cosa lo ha spinto, non importa …

Non sapeva che era rimasto un testimone, oltre la recinzione vivente sulla strada. Io.

Ecco, un bambino oggi ha significato per me l’Italia, il futuro dell’Italia, la promessa di una nazione che attraverserà qualsiasi momento di difficoltà…


Valeriu DG Barbu – romeno residente a Roma

Cum un copil a însemnat astăzi pentru mine Italia, viitorul Italiei, promisiunea unei națiuni care va răzbate orice vicisitudine…

Pentru prima dată în ultimii ani când ies din casă fără telefonul mobil, l-am uitat acasă.

Am ieșit doar cât să duc gunoiul, am ocolit două clădiri anume, să-mi dezmorțesc picioare și să nu uit cum se pășește…

De ce am început povestirea cu telefonul uitat acasă? Fiindcă altfel aș fi avut cum să filmez o scenă duioasă.

Un băiețel, nu mai mult de șapte ani, fugărea un drapel italian căzut de la vreun balcon.

Cu epidemia asta, mai toată lumea și-a expus câte un steag, pentru solidaritate.

Anna Maria Petrova – Ghiuselev

Vita

Ho gli occhi pieni di Roma. Come sempre.

Il pino, la luna piena, Porta Pinciana, Caracalla…

Me li godo con questi miei occhi avidi.

Scorci della mia vita,

passano, corrono, ricordano e mi sfuggono.

Cosi come sfugge tutto intorno…

Come te che mi guardi dall’alto della tua vita passata.

Ma perché la felicità

ci mette a questa prova subdola?

Perché codesta crudeltà

dell’essere e del non essere?

Ho gli occhi pieni della vita ancora

ma a quale costo di scelta?

Com’è tutto vile, superfluo, inutile…

Dopotutto viene la stanchezza

e la non gioia incombe sulla notte velata.

Una volta il fiato si fermava dall’essere,

oggi solo d’infelicità è pieno.

La notte delle nostre esistenze,

la notte buia del mondo fragile è questa

Che ci siamo costruiti intorno…

Un raggio di luce nuova delle nostre vite soltanto

la potrà svelare e colmare di vero senso.

Bisogna avere in serbo il raggio di vita nuova

per salvarci e poterla ancora celebrare!

Annabelle

Massimo Moraldi
St’anno so cinquecento che Raffaello Sanzio, er Divin Pittore, è morto.
Pe celebrà st’evento l’Accademia Romana de la Rosa ha indetto er Concorso “Una rosa per Raffaello”.
Massimo Moraldi, alias #LeBuoneNove, ha composto sto sonetto.

SONETTO – DUMILAVENTI, UN ANNO DE ROSE PE RAFFAELLO

So’ cinquecento anni che sei ito

a custruì sto cèlo cusì bello,

co quer turchino da mare pulito

indo’ ciammischi tempera e pennello.

Le stelle, ‘r sole … poi tu l’hai abbellito

co ‘r grugno de la luna, e puro quello

che nun se vede. Quanto ciài stupito

ner cèlo de la vita, Raffaello!

Mo’ dormi a Roma, drent’a la Ritonna,

d’accosto a re, sovrani e tanti versi

siccome fiori, appett’a ‘na Madonna

de Lorenzetto. So’ fiori diversi!

Li mia so’ quelli dietr’a ‘na colonna.

Co ‘n giorno ‘n più a febbraro nun so’ persi.

Elisabetta Di Iaconi
La prima rosa

Profuma ancora quella rosa rossa

che accompagnò il tuo sguardo.

Era l’amore acerbo dei vent’anni.

Così iniziò la storia di noi due.

E tante rose ancora mi donasti

nei giorni della vita,

fino al tuo volo dentro l’infinito.

Conservo dentro al cuore

l’effluvio dolce della prima rosa

Rosa Simonelli Macchi
LE MIE ORCHIDEE

Nella piccola veranda della mia cucina ci sono diversi vasi di orchidee. Una dopo l’altra, in questo momento dell’anno, stanno raggiungendo il trionfo della fioritura. Vicino ad esse ho messo da poco un vaso di stelle di Natale morenti e, guarda caso, mi sono accorta che stanno ora spuntando parecchie foglie nuove, tenere, fresche che rivelano la voglia di vivere della pianta che, a dicembre, era in pieno rigoglio e poi sembrava senza speranza di vita. Le mie orchidee vivono nel loro spazio accontentandosi di quella luce, di quel buio, di quella temperatura, di quel nutrimento che ricevono dall’acqua che offro loro quando mi ricordo. In questi giorni sono più attenta – ho più tempo – e volgo più spesso il mio sguardo verso quei fiori. Chissà, mi domando, se hanno un loro misterioso linguaggio. Chissà se godono così come sono per un segreto che io non conosco.
Forse sono un po’ come il Valentino che nell’emozione poetica pascoliana non sa “Ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare – ci sia qualch’altra felicità”. Le mie orchidee non conoscono spazi di estesi giardini, cieli aperti sul mondo, voci e rumori diversi dal nostro parlare qui in casa. Non conoscono innumerevoli sguardi in cerca della loro bellezza. Non conoscono cosa sia la pandemia. “Chiuse” nella mia veranda godono così il tempo che la natura loro concede e rispondono con continuo regolare vigore per dare energia alla migliore fioritura.

Io chiusa tra le pareti domestiche, in questo periodo di costrizione vorrei assomigliare alle mie orchidee: alimentare il mio animo con ciò che mi viene offerto nella circostanza, godere la luce e il buio delle miei stanze e arrivare, nonostante tutto a buona “fioritura” alimentata dall’amore e dal pensiero che possono germogliare anche in questi limiti descritti dalle ferme pareti di casa mia…
A casa dobbiamo stare! E anche zitti e a bocca chiusa.

Alessandra Cesselon
A casa dobbiamo stare! E anche zitti e a bocca chiusa.
Prove generali di Coronavirus
Coronavirus innamorato

Il coronavirus ha dichiarato espressamente che ha intenzione di intrufolarsi nella mia bocca, occhi, naso, e che non può vivere senza di me. Che poi è vero, a quel che mi dicono i vari amici chimici, biologi e ricercatori, magari vecchie conoscenze d’università, più visti da anni, ma ai quali non puoi fare a meno di fare una telefonatina, così, tanto per sapere:
– “Allora ‘sto virus? Che dici?”.
E a quelli non gli pare vero… e scattano le dotte dissertazioni sul fatto che il virus non è vivente, che è una macroellula, e che appunto senza di me poveretto non campa, non si può riprodurre che dentro una cellula mia! Pensa ad avere un fidanzato cosi? Acciderba però!
Si propaga peggio di Barbara d’Urso, endemica pure lei e sempre più Fata Turchina dei Talk Show; donna delle lacrime, che uscì indenne dalla costola necrofila di Bruno Vespa e che ha provato anche ad aiutarci nella preghiera contro il perfido flagello, uscito da un pipistrello (!)
Insomma LUI, il virus, mi vuole e mi brama, ma io niente, non gliela do!
Che avete capito? Cerco di non porgergli la destra in un tram verso il paradiso, in un supermercato senza mascherina, in uno sconsiderato footing grondante di sudore.
Non ne parliamo poi di baciare qualcuno, che può darsi, che quando ne usciamo, non sappiamo neanche più come si fa. Forse deciderò perfino di acculturarmi e di leggere, rigorosamente NON sulla panchina sotto casa, ma sulla scomoda sdraietta nel balcone, il sommo tomo del momento: il Coglionavirus di Antonio Giangrande; uno che già mi sembrava interessante quando diceva che in Italia siamo un popolo di difettati. Ma ho anche soluzioni più lievi per la Quarantena: suono la chitarra, oppure mi trangugio tutti insieme i fumetti di Zerocalcare! E soprattutto non posso di fare a meno del suo Rebibbia Quarantine, un video altamente consolatorio e taumaturgico; una suggestiva analisi antropo/sociologica di come si vive la quarantena nei quartieri e nei supermercati di Rebibbia e dintorni.
Devo dire che non è la prima volta che mi sento carcerata. Anzi, stare a casa rinchiusa può capitare a chi – come me – ha il brutto vizio della distrazione.
“Cammini con la testa tra le nuvole” diceva mia madre, e questo in parte è anche vero. Questo brutto vizio porta purtroppo a cadere o inciampare, con la conseguenza di fratturarsi le caviglie, i piedi, le tibie, e quant’altro. Sono stata immobilizzata per mesi tante volte. Con le canadesi dietro la porta e una sedia girevole per spostarsi in casa. Conosco fino nei dettagli le corse al CTO, a Roma, ma anche a Cagliari, all’Ospedale Marino o in Austria a Klagenfurt, dove la sigla cambia, UKT, ma il traumatologico è sempre lo stesso.
Ora, certo, non è la stessa cosa, ma a casa comunque devo stare! Io però con le fratture ho imparato a convivere, coll’isolamento pure, ma con il coronavirus spero proprio di no.

Silvana Cirillo
IL GIRO DEL SOGGIORNO IN 80 MINUTI

Ore 18.00 del 30 marzo 2020. Ventesimo giorno D.C. (Dopo Coronavirus).

La grande scommessa è: riuscirò in soli 80 minuti a rivivere le emozioni che i tanti oggetti sparsi nel mio soggiorno mi evocano? Ai posteri l’ardua sentenza.

Prendo il largo dall’orologio decò che scocca la sua freccia alle 18.00. Alla fine del periglioso periplo dovrà segnare le 19.20.


Tipico abbigliamento da Indiana Jones: tuta sportiva felpatina,

pantofole con giglietto ricamato, barba di tre giorni, i pochi capelli svettanti a ovest (tanto chimmevede…).

Le pupille dilatate da troppe serie televisive, le dita rattrappite da troppi whatsapp.

La prima tappa non può che essere alla foto dei miei genitori in viaggio di nozze. Me li devo ingraziare per il buon esito della missione e soprattutto devo farmi perdonare per come ho ridotto il loro splendido mobile autentico Chippendale. Vigliaccamente ho posto la loro foto girata in maniera da non poterlo vedere. Ma, si sa, i genitori vedono sempre tutto…

Per darmi un po’ di tono con loro e per rassicurarli che non hanno sprecato i soldi per farmi studiare, indugio sui tanti libri che giacciono un po’ frustrati nella mia libreria. Invero alquanto incazzati perché ho smesso di consultarli e di aggiungere altri compagni a causa di un aggeggio infernale chiamato “ebook reader”. Mi guardano dall’alto in basso schifati. Solo quelli d’arte, grandi e protervi, sanno che non possono essere sostituiti dalla macchinetta.

A 45° ad ovest della libreria fanno gli indifferenti i miei quadri erotici indiani. Mi trovo nel bazaar di Mumbai a comprarli in un retrobottega con quella faccia un po’ così che hanno i turisti quando fanno grandi affari. “Originali di inizio secolo?” Il tipo scuote la testa in quel gesto tipico indiano che ti fa venire voglia di strangolarli. “Yes or not?” gli grido.
A meno che uno non si avvicini troppo, sembrano innocenti reperti etnici. Mio padre, che era un po’ distratto, li ha mostrati per anni agli amici, orgoglioso del mio gusto artistico.

Io faccio finta di non cogliere la provocazione che i quadri mi lanciano e mi fermo sul vecchio sitar che ho inutilmente cercato di imparare a suonare, sperando di accompagnare con melodie dolcissime le loro performance amorose. A Ravi Shankar veniva meglio. Unico risultato un suono stridulo di corde e di dita impigliate fra loro.

Superando ad occhi chiusi i deserti di polver\ accumulatesi dopo un mese senza donna delle pulizie, approdo alfine alla mia splendida “Donna Pensante”, morbida e flessuosa, che palpeggio senza ritegno, cercando di ricordare dove l’ho incontrata. Parigi? New York? Boh! Comunque le offro uno splendido bouquet di tulipani di seta. Romantico.

Sollevo lo sguardo di 78° a nord e mi imbatto nel quadro materico del Fascinoso Pittore Siciliano. Ora sono nel mio loft di Milano dove ho abitato e lavorato per vent’anni.

Che nostalgia! Agli altri piani atelier di artisti e una scuola di teatro. FPS (il Fascinoso Pittore Siciliano) sempre a sbafarmi giornale, caffé e fotografie per il suo catalogo. Alla fine, bontà sua, il regalo di una sua opera. Che fine avrà fatto? Chissà se nel frattempo è morto e il quadro ha acquistato valore? Che perfido! (io, non FPS…)

Decido di prendere una pausa, rilassandomi con la mia splendida chitarra spagnola. Suono (si fa per dire) “Giochi proibiti” ma la mia melodia viene coperta da vari cieli azzurri, volare e belle ciao che mi irrompono dalla finestra aperta. Ormai non si affaccia più nessuno ad applaudire e forse l’ignoto aedo dovrebbe cambiare repertorio. Per fortuna rintoccano le note dell’Ave Maria lanciate dalla campana della vicina chiesa ad addolcire l’aere. Giustamente frustrato, rimetto a posto la chitarra coi suoi giochi proibiti.

Ora viro la prora decisamente verso oriente e svelazzo su e giù per Thailandia, India e Vietnam. A Bangkok mi intenerisco a guardare le foto dei miei nipotini. Fiduciosi nelle braccia di mamma, papà e mie. L’anno scorso di questi tempi eravamo in Sicilia fieri che due lafranchini dagli occhi a mandorla erano tornati nelle terre che il loro bisnonno aveva lasciato ottanta anni fa. Caccio via il pensiero del futuro che gli abbiamo preparato.

In India, a bordo di un elefante, seduto come Sandokan con accanto la Perla di Labuan, percorro le favolose terre del Rajasthan e mi rivedo a cavallo nel lago a fianco del Maharaja di Udaipur. Ascolto musicanti di vario genere e decido di accompagnarli con suadenti percussioni sulle tablas appena acquistate dopo aver assistito a un concerto di Zakir Hussein. Non capisco perché mi buttano giù dall’elefante…

Mi mostro indifferente e faccio finta di interpretare misteriose steli religiose che mi osservano sdegnate. Sdegnate anche perché mi accorgo ora che non sono indiane ma thailandesi… Come i monachelli dalle diverse altezze. Mi vergogno un po’ a utilizzare oggetti religiosi come dei soprammobili. Comunque sempre meglio dei Budda usati come lampadari. La nostra solita prepotenza da coloni occidentali.

Per punirmi gli dei orientali mi scatenano adirati procelle impetuose che mi ritrascinano verso occidente e mi portano sulle sponde di Troia dove si erge ancora uno strano cavallo. Strane bestie si aggirano per queste lande. Vedo un enorme toro che carica verso di me e grido disperato il mio nome: “Ego Mino! Mino! Vos Taurum! Taurum! (in latino perché forse mi capisce meglio)”. Quello si ferma interdetto e dice: “Sicut scitis nomen meum? Minotaurum” (che cazzata! questa me la potevo risparmiare…).

Nel frattempo si è fatto buio e accendo il mio misterioso lampadario fatto con fogli con scritte e disegni eseguiti da tanti amici da ogni parte del mondo. Mi vengono in mente le loro storie ma decido di ripartire perché occuperebbero troppo tempo e non arriverei mai alla fine del viaggio per le 19.50. Però… che cavolo vorrà dire la scritta in tedesco? Non ricordo. Spero non sia qualcosa di sgradevole.
Ora sono già le 19.40. Devo correre! Non posso rischiare di perdere la scommessa!

All’orizzonte vedo man mano stagliarsi l’approdo sicuro del divano e nuoto faticosamente per raggiungerlo. 19.18 – 19.19…19.20! Arrivato! Mi ci sprofondo sopra! Ho vinto!!!
E’ stata molto dura ma gli dei e i venti mi hanno aiutato. Nel frattempo in questi 80 minuti mi sono arrivate decine di video, immagini, suggestioni su quel telefonino che avevo lasciato abbandonato nel porto prima di partire. Il mondo sembra aver avuto in questi giorni un’esplosione di creatività e la mia mi sembra ora quasi banale. Che vorrà dire?

Gongolante comunque per la grande impresa, decido di celebrare con dignità e vado a indossare il vecchio costume con cui tanti anni fa avevo partecipato a un film di Bollywood. L’ultima volta nella mia vita che sono stato bello. Altro che felpatina e pantofole col giglietto!

Fabrizio Labarile
1. LA SANITA’ PUBBLICA – per arginare il Coronavirus –

Osservare il continuo incremento delle vittime di questa immane pandemia ,mi piange il cuore. Mi sento vicino a loro e a tutti i loro familiari,a cui esprimo grande solidarietà. Mi viene spontaneo di pregare per tutti e, in particolare, per chi è deceduto durante il suo generoso impegno lavorativo : i medici ,gli infermieri e il personale ospedaliere. A tutti loro va il mio ringraziamento che, alla stessa stregua dei soldati caduti in guerra, si sono immolati per combattere contro il Coronavirus ,e tentare di salvare le vite umane. Il mio pensiero di vicinanza e ringraziamento va a tutte le persone che continuano a lavorare alacremente per debellare questa epidemia: medici, infermieri,barellieri, autisti, personale del 118 personale di pulizia e via discorrendo. Una mia riflessione approfondita, però, è rivolta alle inadeguate strutture ospedaliere che , già in difficoltà nell’assicurare la quotidianità , sono inadatte a fronteggiare questa emergenza. Come tutti sappiamo, la gestione della sanità ,da tanti anni, è stata affidata alle Regioni. Esse, a parte qualche rara eccezione, invece d’investire i soldi nella sanità pubblica, hanno favorito le cliniche private. Un dato eloquente: gli ospedali attualmente operanti in tutta la penisola,negli ultimi trenta anni sono stati dimezzati causando difficoltà agli ammalati meno abbienti. Nel frattempo, i grandi esperti politici, non i medici o i manager sanitari, hanno pensato bene per fronteggiare la richiesta dei cittadini, di favorire l’apertura di cliniche private, quasi sempre in modo clientelare. Tutte convenzionate con le Regioni. Questa strategia ha penalizzato il popolo italiano due volte: 1) ha diminuito gli investimenti nella sanità e i posti letti. 2) la decenza negli ospedali pubblici è assicurata soltanto per alcuni giorni ; pertanto,le medicine che servono per la completa guarigione ,spesso molto costose, sono a carico dei pazienti. Come sempre l’economia pubblica italiana in mano agli “Esperti” faccendieri ha causato anche nel settore della sanità corruzioni e tangenti con indagati e arresti di politici regionali . Tuttavia , il clamore di questi scandali ,a parte qualche raro organo di stampa e l’orrore delle tante persone corrette che , nonostante tutte queste ed altre nefandezze, continuano a sperare i un’Italia migliore, non ha impensierito né il mondo della politica e neppure quello della sanità. Le conseguenze di questi comportamenti despoti da parte della maggior parte dei responsabili della sanità ha prodotto il cataclisma che, soltanto in questi giorni, a causa del Coronavirus , tutta la popolazione ne sta prendendo nota. Anzi , ho sentito negli ultimi giorni affermazioni di politici e manager della sanità accusare la politica,cioè se stessi, di una situazione ospedaliera da terzo mondo. Ma, mentre i nostri eroi medici ed infermieri si dannano l’anima per poter salvare i malati, le cliniche private, a parte qualche rara eccezione, continuano a produrre profitti notevoli sia con gli introiti per curare persone benestanti e sia con le convezioni summenzionate. Come sempre, e in tutte le branche , la giustizia italiana funziona al contrario: chi merita viene penalizzato; chi sbaglia viene premiato. L’atteggiamento del Governo Conte di fronte a questa emergenza che,con i vari decreti ha arginato la crisi, ed è stato imitato dai tanti Paesi europei e dagli Stati Uniti, è un seme di speranza, che spero attecchisca.
Santeramo , 30.03 .2020

2. PRIGIONE LUSSUOSA (Nell’era del Coronavirus)

Vivere in isolamento, mi fa pensare all’esistenza dei carcerati. Nell’opinione pubblica vige l’idea che chi è dietro le sbarre , a prescindere dal reato commesso e, spesso anche non commesso , sia un delinquente o, certamente, una persona cattiva e malvagia . D’altronde è un’abitudine consolidata, specialmente tra le persone comuni inventare pettegolezzi e critiche, spesso feroci, verso individui che non conoscono,soltanto per il gusto di emettere sentenze ,come se fossero dei giudici. Ora, io, pur avendo tutto: una bella famiglia, una casa, cibo sufficiente,libri per poter leggere,la TV e via discorrendo ; contemplo che il divieto di non poter incontrare gli amici ,o fare una passeggiata nel parco, sia come un attentato alla mia libertà. Ma, pensando alla vita dei penitenziari già dura per la disciplina a cui devono sottostare e, in questo momento a causa della pandemia ,sono costretti a rinunciare alle visite dei loro cari,mi rattristo ed esprimo nei loro confronti un pensiero di solidarietà. E, con la dovuta severità, mi rimprovero aspramente per i pensieri lagnosi che in questi giorni sfiorano il mio cervello. Questa riflessione desidero condividerla con amici e conoscenti , affinché tutti ,pur in stato di isolamento apprezziamo la vita e traiamo positivi propositi da questa emergenza. In questo periodo, infatti, ho ripreso i contatti con tante persone, conosciute in luoghi e occasioni diversi, sempre rinviati per negligenza o per mancanza di tempo. Subisco, quasi sempre, le solite lamentele circa questo brutto momento e ,quasi tutti all’unisono s’impegnano di rafforzare il nostro rapporto non appena ritorneremo liberi. Un consiglio che impartisco a tutti e a me, in primis, è di rispettare queste direttive di isolamento, che serviranno ad accorciare il momento di riprenderci la nostra libertà. Imparare a difenderla in modo democratico e non perché c’è una spada di Damocle che ci può colpire ma, semplicemente per il rispetto della civiltà e della democrazia. Tutte le leggi è opportuno osservarle,poiché sono le fondamenta su cui si dovrebbe basare una società più giusta ed equa di cui tutti ne beneficeremo. Quando, dopo questo lasso di tempo che spero sia il più breve possibile, riprenderemo la nostra vita abituale, auspico che ci ricorderemo di usare il medesimo rigore nel rispettare le leggi, come stiamo facendo in queste settimane. Spesso osservare tanti cittadini, e purtroppo , in qualsiasi branca, in particolare quello istituzionale che sono pronti a pagare qualsiasi cifra al solito faccendiere politico o della pubblica amministrazione per ottenere ,in modo corruttivo, un posto di lavoro o una prebenda economica, mi piange il cuore. Ho un sogno certamente molto ambito. Desidero che dopo questo periodo di Coronavirus ,in cui tante persone stanno perendo e altre soffrendo e piangendo, ne traiamo le conseguenze. E, tutti quanti : il Governo, le Istituzioni, i parlamentari , i politici, le associazioni datoriali, i sindacati , i dipendenti pubblici e privati e cittadini tutti creiamo un volano con cui fare decollare l’Italia . Soltanto una forte sinergia con le virtù inestimabili di giustizia e onestà, permetteranno agli italiani di uscire dalla loro cultura individualistica ,e creare un futuro migliore per le nuove generazioni.
Santeramo 1° Aprile 2020

3. RISCOPERTA DEGLI ANTICHI MESTIERI – i passatempi del Coronavirus –

Da quanto è stato diramato il DPCM dell’undici marzo 2020 che obbliga le persone a restare a casa; ho appurato,telefonando con amici e conoscenti, la loro propensione ai lavori manuali. Tutti , ma le donne in primis, hanno scoperto, con grande meraviglia personale, di avere attitudini per i più svariati vecchi mestieri. Madri di famiglia, anche per evitare possibili contagi, si dilettano a produrre pane, focacce e biscotti con grande soddisfazione dei palati di adulti e piccini. E, nei momenti di riposo con l’aiuto di qualche ricetta ,s’inventano dolci e torte e altre leccornie. Diverse donne hanno riscoperto di sapere ricamare, avendo avuto già in passato qualche insignificante esperienza, e stanno ornando tovaglie o immagini floreali. Alcune,con una esperienza remota di cucito, creano con l’aiuto di qualche rivista abiti, gonne o pantaloni che, oltre alla soddisfazione personale ,possono tornare utili quando finirà questa epidemia. Altre, invece si sono dedicate ,dopo aver ritrovato in un vecchio baule gli arnesi per confezionare con i ferri calze, maglioni, sciarpe, cappellini e via discorrendo. Preziosi indumenti che faranno la felicità di figli e nipoti quando li indosseranno. Qualche mamma ,infine, si è improvvisata parrucchiere da donna facendo la messa in piega,il taglio e il colore alle figlie; e, tagliando i capelli e riassettando barba e baffi, ai mariti e figli maschi. Il settore degli uomini è ,forse,più variegato. Alcuni uomini ,quasi sempre con l’aiuto dei figli ,anche femmine, stanno riparando e verniciando vecchi mobili abbandonati in cantina; e , ora potranno essere utilizzati. Altri si sono dedicati alla potatura degli alberi dei loro giardini, che prima affidavano ad aziende specializzate. I più inesperti sono ricorsi al consiglio di qualche familiare o conoscente potatore che, sia pure tramite video ha spiegato le nozioni più elementari per evitare un saccheggio dell’albero,preda dell’improvvisato potatore. Due conoscenti, ognuno da casa propria ma in collegamento mediatico, applicando ricette trovate su internet hanno prodotto mozzarelle. Il procedimento, ahimé, è stato più complicato del previsto e uno di loro, dovendo procedere nella cucina di casa ,ha sporcato più del dovuto e, dopo aver lavorato e prodotto gustose mozzarelle , ha subito i rimproveri della moglie. Alcuni studenti di musica ,interagendo via digitale, stanno componendo nuove canzoni o pezzi musicali. A questo lavoro di squadra, ognuno apporta il meglio di sé. L’unico neo è che ,spesso, fanno molto baccano e disturbano gli altri familiari affaccendati .Molto interessante è l’applicazione di ragazzi che, avendo a disposizione un garage come officina , si dilettano a creare giocattoli e arnesi tecnologici. Molte persone hanno (ri) scoperto la loro manualità e si divertono a produrre, a riparare e ad inventare. Si tratta di una buona abitudine e spero che , anche dopo , questa fase possa continuare. Negli ultimi lustri, in effetti, moltissimi giovani attratti dalla tecnologia, hanno trascurato l’apprendimento dei vecchi mestieri. Aprire un dibattito sull’argomento non sarebbe soltanto utile , ma necessario. Infatti, oggi è fondamentale riappropriarci dei vecchi mestieri. Molti giovani apprendendo l’arte con l’ausilio dei maestri artigiani e abbinandola ai vantaggi della tecnologia e del mercato globale , potrebbero creare molte opportunità di occupazione per se stessi e per tanti giovani . In fondo, si tratterebbe di ritornare sulle orme dei nostri maestri che, da sempre ed in tutto il mondo, si sono fatti apprezzare .

Santeramo 3 Aprile 2020

Rosella Mancini
Diario in coronavirus
20 marzo 2020

Scrivo solo oggi , cercando di emergere dallo strano limbo in cui galleggio da giorni. Il limbo degli insegnanti.

Provo a raccontare dall’inizio, dall’improvvisa interruzione del lavoro d’aula con i bambini. Piuttosto traumatica, direi: senza poterci nemmeno salutare o preparare…scuola chiusa. Punto. Taglio netto e via. Vero è che i giorni precedenti ci avevano precipitato in una straniante atmosfera composta, in percentuali arbitrarie, di enormi flaconi di disinfettante, rotoli di carta da cucina comparsi dal nulla o quasi, ripetuti lavaggi mani (con annesse file interminabili e vocianti), cervellotici cartelli di istruzioni (!), collaboratori scolastici in tenute inquietanti che si aggiravano nelle aule affannati in continue, quanto disperate, azioni di igienizzazione. Al centro gli sguardi incuriositi, a volte spauriti, dei nostri piccoli studenti .

Poi la “sospensione” delle attività didattiche. La ricerca affannosa di contatti, di modalità di spiegazione/rassicurazione (autorassicurazione, quasi sempre) “Ciao maestra , mi manchi” “Sono triste, non posso vedere i miei amici” “Quando torniamo insieme?”. Decine e decine di telefonate, email , messaggi cercando di rasserenare, mantenere il contatto, trovare la piattaforma giusta, il device per le famiglie, il metodo di consegnarli che non preveda l’uscita e varie leggi della fisica messe in discussione . “Speriamo di vederci presto!”, così si concludevano le email.

Beata ingenuità.

Poi inventarsi giochi, leggere storie, programmare e svolgere incontri virtuali…. Continuare il lavoro.
Così sono arrivata a questo pomeriggio senza aver avuto il tempo di dedicarmi alla scrittura.

*****
“Forse perché della fatal quïete tu sei l’immago”…

Eccola là.
Come ogni sera, anche adesso, quella morsa sul cuore. Subito dopo il tramonto, con il diminuire della luce. Come nei giorni del terremoto, puntuale col buio.
“…a me sì cara, vieni o sera”

No, non per me.
Come ai tempi del terremoto, quella stretta che accorcia il respiro.
*****

21 marzo
“Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli”

Primavera umbra.
Una fortuna già solo essere qui, nelle solitarie, umili, dimenticate Terre Arnolfe. La linea dell’orizzonte segnata dai monti, sfuma al variare della luce, più volte al giorno, dall’azzurro cupo al viola, al grigio perla. Anche solo dalla finestra, basta uno sguardo ad addolcire l’animo…lo so.

“…e la vite fiorisce e la verde canna spunta”…

Biancospino lungo i viottoli di campagna, quel profumo pungente, quasi di miele ostinato e selvatico.

Rinunciare anche alle brevi passeggiate solitarie tra i campi verdi di grano nuovo…è dura.

4 aprile
Aria. Torno a scrivere.

I giorni sempre uguali, il lavoro stranamente dilatato, l’affanno di non riuscire a raggiungere tutti i bambini…
Vorrei solo riproporre qui, come un augurio per tutti, un mio testo di molto tempo fa, quando firmavo con il nick name che usavo nell sito per cui scrivevo.

E di nuovo verde

attraversa le colline

l’onda del grano.

Segue la carezza del vento

il brivido cangiante

e percorre di vita

i fianchi solitari.

Dovrei saperti ormai,

voce silenziosa,

e viverti d’abitudine

e d’abitudine vincerti.

Ma la tua meraviglia ancora

mi sorprende e sconfigge,

mi costringe alla vita.

parvarosa

Filippa Rinaudo
La Rosa

Sono una rosa operosa e profumata

T’invito all’amore non sono odiosa

Canto l’amore nel senso armonioso

L’amore imperiale nel mondo del fiore

Sento un cantico mite mai di guerra

Faccio la guerra ma solo per amore

A primavera i fiori raccontano

Il loro profumo primordiale e vero

Al buio, al nero, alla guerra lontano!

Do’ la mano alle genti che silenziosi

Preparano la via per condurre

Verso l’infinito cielo.

Adonella Montanari
Terza settimana- Diario del coronavirus

Continua il coprifuoco nella città deserta! Una città desolata minacciata da un virus che ci tiene sospesi in un continuo sentimento di paura, angoscia, incredulità, sospetto, a tal punto che, la vita che si conduceva pochi giorni addietro, è sparita di colpo inghiottita dal silenzio minaccioso e angosciante del TERRORE di un omicida invisibile e spietato. Tutti noi cittadini del mondo ci siamo mascherati con bende che coprono naso e bocca chiamate appunto mascherine (tra l’altro difficilissime da trovare!). Ci siamo coperti le mani con guanti di lattice per evitare il pericolo del contagio e usciamo di casa solo per fare cose indispensabili, tipo comprare cibo e medicine. Quando siamo per le strade, possiamo girare soltanto nei dintorni delle nostre abitazioni per obbligo delle nuove norme governative di sicurezza. Ognuno di noi vede l’altro con sospetto, perciò si evita anche l’unico passante che s’incontra aggirando l’ostacolo, scendendo o salendo il marciapiede.

Personalmente vivo un incubo che, ogni giorno che passa, mi toglie energia e mi fa sprofondare in un unnico allucinante pensiero: “Che cosa ne sarà di noi?” Tutte le attività lavorative sono state interrotte, chiusi i negozi di ogni tipo compresi i parrucchieri, ragione per cui sembriamo tutti dei trogloditi. La propria abitazione è diventata un rifugio coatto ma anche il solo luogo dove si può, anzi si DEVE, restare permanentemente aspettando la fine dell’incubo…ma ci sarà questa fine? Intanto la vita va avanti e, nonostante l’invasione barbarica, mi accorgo che respiro un’aria pulita, il cielo è terso e la Primavera è sbocciata con i suoi meravigliosi miracoli di rinascita, si sente un profumo dei fiori che sbocciano (una assoluta novità in una città convulsa, caotica e piena di smog come Roma!) e con questo ritornano ricordi ed emozioni della lontana infanzia e, con essa, la scoperta della vita stessa! Certo, ora posso dire che è proprio così.

Avevo pochi anni tutti vissuti con il rumore della guerra e le sue atrocità. Io vivevo protetta non solo dalla famiglia ma dalla mia stessa età che mi regalava l’incoscienza. In quelle primavere scoprii dei lombrichi che mi incuriosirono enormemente ma mi rabbrividirono nello stesso tempo! Subito dopo questa esperienza, quel giorno, tornando a casa, ne parlai subito a mia madre la quale neanche mi ascoltava perché intenta a preparare il pranzo. Nonostante la guerra la mia famiglia fortunatamente aveva di che mangiare, e quel giorno si cucinarono i vermicelli. A casa abbondavamo di farina e anche di una macchinetta impastatrice con la quale si facevano paste di tutti i tipi, compreso appunto i vermicelli. Una volta a tavola davanti a quel piatto fumante sbottai in un pianto disperato e atterrito dall’orrore, insieme ad un profondo senso di schifo! Piangendo cercai di raccontare ciò che avevo appena conosciuto sul prato del parco del colle Oppio. I miei genitori non potettero fare a meno di ridere e, più loro ridevano di più il mio pianto era accorato! La verità era che in quel famoso piatto, prelibato e miracolato soprattutto in tempi di guerra, io ci vidi tanti lombrichi al sugo e non riuscii a mangiare.

Ripensandoci oggi, in questa nuova guerra virale e fantascientifica, chiusi in casa sormontati da derrate alimentari, da telefoni cellulari, con la televisione e ogni mezzo di comunicazione che ci tiene informati: computer e mondovisione e quant’altro… la Primavera, con il suo miracolo di esplosione colorata, umilmente mi riporta al miracolo della vita e della sua rinascita!

Francesco Terrone
CORONAVIRUS

Il mondo tace,

la paura regna.

Anime perverse nascondono,

ululando,

parole amare,

tesori rubati al tempo.

La gente trema.

Com’è falsa la storia!

Pur di vendere il cuore

per quei maledetti trenta denari

rende la vita simile

ad un brandello di carta

appeso ad un misero filo d’erba.

Com’è strano il mondo,

quel mondo che senza speranza,

tace al sole che sorge al mattino.

Mondo,

tu che hai gli occhi dipinti di bene,

vivi.

Tu che accendi il cielo

quando il giorno muore,

vivi.

Vivi quando il sospiro

tarda a respirare.

07/03/2020

Domenico Mazzullo
AL TEMPO DEL CORONAVIRUS 3

Umorismo al tempo del Coronavirus

Si narra che al tempo della Rivoluzione Francese, durante il Terrore, un nobile, mentre saliva i gradini di legno del patibolo, ove si ergeva minacciosa la ghigliottina, inciampasse in uno di questi, e rivolgendosi al boia che lo seguiva abbia pronunciato, sorridendo imperterrito, queste parole : “Si dice che porti sfortuna inciampare in un gradino di legno”, lasciando interdetto lo stesso boia, che però non poté fare a meno di ghigliottinarlo lo stesso.
Non ci sono prove certe che l’episodio sia veramente accaduto, ma se così fosse, allora dovremmo unanimemente ammettere che il nobile in questione, oltre ad un invidiabile sangue freddo, abbia mostrato uno spiccato e fortissimo senso dell’umorismo, seppure di fronte alla morte.
Questo episodio mi è tornato alla mente, proprio in questi giorni, così dolorosi e difficili per tutti noi e soprattutto per chi soffre in ospedale, dovendo rilevare e osservare che proprio ora vi è un gran proliferare di battute ironiche, di storielle facete, di vignette umoristiche che hanno tutte, come argomento principale, il Coronavirus, protagonista assoluto dei nostri pensieri in questi fatidici giorni.
Sembrerebbe assurdo e quasi blasfemo ridere, o sorridere su un argomento cosi grave e doloroso, ma è quanto comunemente accade ed è sempre accaduto in circostanze analoghe di tale serietà.
Abituato a pormi delle domande, mi sono chiesto perché avvenga ciò, perché siamo portati a ridere e far ridere, a scherzare, a ironizzare, paradossalmente su argomenti così seri e in circostanze così dolorose.
La risposta che banalmente verrebbe quasi immediata, potrebbe essere che facciamo questo per esorcizzare, per vincere, per superare la paura, il terrore che tali eventi suscitano.
Ma è una risposta troppo semplice e semplicistica, generica, che non risolve, a mio parere, il problema e non risponde adeguatamente al quesito, perché se la paura, il terrore ci sovrasta e incombe su di noi, ci sommerge e occupa totalmente il nostro pensiero, non è plausibile che una battuta di spirito, una vignetta umoristica, un motto ironico possa sorgere spontaneo, immediato, repentino, efficace, in una psiche tormentata e angosciata, vittima di uno stato d’animo non controllabile e dominabile, in cui la fredda e distaccata ragione non può esistere, non è plausibile .
Non è credibile e ci dev’essere dell’altro.
Per prima cosa mi sono reso conto anche, purtroppo, che termini che usiamo comunemente e facilmente, quasi senza pensare, sostituendo uno all’altro come fossero equivalenti, così proprio non sono, ad una riflessione più approfondita e ad una analisi più severa.
Che differenza c’è ad esempio tra umorismo e ironia?
Ho chiesto per primo, naturalmente, aiuto al dizionario, che sempre ho a portata di mano, ma non mi è stato di grande ausilio, in quanto non ho trovato in esso una risposta assoluta, esaustiva, precisa, ma concetti piuttosto vaghi e fumosi che non mi hanno soddisfatto.
Ho ripreso in mano i testi di coloro che maggiormente si sono occupati dell’argomento: “Il Riso” del filosofo Henri Bergson, recentemente ripubblicato e il saggio “Sull’Umorismo” del mio Mentore, Luigi Pirandello, ma anche qui, ahimè non ho invenuto una definizione e una distinzione netta ed esaustiva, che potesse soddisfare il mio bisogno di chiarezza e precisione.
Non ho dimenticato il famoso “Il motto di spirito” di Sigmund Freud, ma ero certo di non trovare ciò che cercavo, consistendo questo saggio, in una applicazione al caso specifico e a posteriori, della più generale teoria freudiana.
Mi ha soccorso, inaspettatamente,” l’aureo libretto “scritto da Carlo M. Cipolla “Allegro ma non troppo” ove nella Sua introduzione l’Autore scrive:
“L’umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l’aspetto comico della realtà. L’umorismo non deve implicare una posizione ostile, bensì una profonda e indulgente simpatia umana”, E ancora: ”L’ umorismo va distinto dall’ironia. Quando si fa dell’ironia si ride degli altri. Quando si fa dell’umorismo si ride con gli altri”.
Finalmente una definizione chiara, precisa, esaustiva, che pone in termini concreti la differenza.
Ma ancora non ho risposto alla mia stessa domanda, su come possa accadere, che in una condizione così seria e complessa, grave e angosciante si riesca a fare dell’umorismo o dell’ironia su eventi così gravi e dolorosi.
Entro di me mi son dato una spiegazione che, ben lungi dall’essere esauriente e risolutiva, è modestamente una mera ipotesi, che ha solo la immodesta pretesa di essere o apparire logica.
Quando ci troviamo in situazioni di grave stress, sia fisico, ma anche, anzi soprattutto psichico, il nostro Sistema Nervoso produce una grande quantità di sostanze che i Ricercatori hanno chiamato endorfine, perfettamente assimilabili nella struttura chimica e negli effetti alla morfina, che usiamo in Medicina per lenire i dolori.
Queste sostanze, che hanno esattamente questo scopo nel Sistema Nervoso, ci donano, quando vengono liberate, uno stato di analgesia, di distacco, quasi di indifferenza anaffettiva, rispetto a quanto accade attorno a noi, a quanto ci circonda, per cui riusciamo ad agire, a muoverci, a parlare, con impensabile freddezza e distacco emotivo.
Proprio quel distacco emotivo che ci è assolutamente indispensabile per vedere, per considerare ciò che ci accade e anche noi stessi come dall’alto, da una dimensione superiore, con indifferenza, senza emozioni. Proprio quello stato d’animo indispensabile per esercitare la virtù dell’umorismo, per fare ironia e se siamo proprio bravi, anche dell’autoironia
L’autoironia, infatti, come la abbiamo conosciuta nella persona citata all’inizio, quella autoironia che considero una delle espressioni più alte della umana intelligenza, è cosa da nobili, non per nascita, ma nell’animo.

Roma, 30 marzo 2020

Fede e Ragione al tempo del Coronavirus

Non è una novità che in tempi bui e oscuri, come quelli che stiamo attraversando adesso, chi ha fede, crede in una Entità superiore, ha strumenti entro di sé, per affrontare meglio e con più forza calamità generali e disgrazie personali che ci colpiscono.
Chi invece, come me il dono della fede non lo ha ricevuto, perché si dice che sia un dono, che evidentemente non ho meritato, ha certamente meno risorse, meno sostegni cui appigliarsi nei momenti di difficoltà, di sconforto, di buio interiore e può affidarsi, può rivolgersi solo all’ausilio della ragione.
Ho già affrontato questo tema e non voglio ripetermi, per non tediare, per non annoiare, chi ha l’imprudenza e il coraggio di leggermi, ma lo spunto, l’incentivo a tornare sull’argomento, mi è stato dato da un messaggio che ho ricevuto ieri.
Proveniva da una mia carissima Amica, più una sorella, per me che sono figlio unico, una Amica dalla infanzia, con la Quale ho condiviso gioie e dolori della adolescenza, di quella ingrata età da tutti osannata e rimpianta, ma non da me e forse neppure da Lei.
Abbiamo camminato assieme, percorrendo autonomamente ognuno la propria strada, ma sempre accompagnati dal grandissimo affetto che ci legava e che ci lega tuttora.
Ricordo le lunghissime discussioni, spesso serali, sui grandi temi della vita, e non potrò mai dimenticare una sera, per me particolarissima, perché il giorno seguente mi sarei laureato in Medicina, raggiungendo un obiettivo agognato, la sera in cui, davanti a un gelato, mi raccontò un sogno speciale in cui io ero presente e coprotagonista, sogno che si rivelò poi a distanza di anni, inequivocabilmente premonitore.
Le nostre strade si sono sviluppate sempre autonomamente, ma sempre vicine, per il fortissimo affetto che ci lega, ma su un aspetto non marginale si sono allontanate.
La mia Amica è divenuta Suora, molti anni addietro, chiamata da una vocazione che laicamente non comprendo, ma che profondamente rispetto e mi rende felice perché la mia Amica è felice.
Ieri ho ricevuto da Lei un messaggio nel quale mi chiedeva della mia salute, raccomandandomi di prestare attenzione con i pazienti e di prendere le precauzioni del caso e ha voluto condividere con me una riflessione:
“L’umanità che ha messo Dio da parte, perché superfluo, ora si inginocchia davanti a un virus che nemmeno vede.
Non è surreale? Ma l’uomo ha il libero arbitrio e ha scelto così”.
Ho risposto alla mia Amica dandoLe notizie sulla mia salute e chiedendoLe della Sua, ma non ho fatto cenno alla riflessione che mi proponeva, per non aprire un discorso che sarebbe stato impossibile per messaggio, ma la stessa riflessione propongo a Voi, immaginando che ognuno risponda liberamente nel Suo intimo, secondo il proprio sentire e il proprio pensiero.
Io che quella fede non ho, come dicevo prima, rispondo che quel Dio, al Quale la mia Amica crede così fermamente, se tanto ci amasse, come chi crede afferma, avrebbe dovuto evitarci tutto questo, così come tante altre cose dolorose che quotidianamente ci colpiscono e ci hanno colpito. Non sto qui ad enumerarle, ma ognuno immagina quali.
Un Padre amorevole si comporterebbe così.
Questo la mia ragione mi suggerisce.

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Roma, 31 marzo 2020

Il Senso al tempo del Coronavirus

Riprendendo un discorso iniziato ieri, non essendo credente, non penso che le sventure, le malattie, le disgrazie singole o collettive, abbiano lo scopo, ci siano, per insegnarci qualcosa, per indicarci che stiamo sbagliando, che ci troviamo sulla strada errata e quindici spingerci, indurci a prenderne coscienza e a cambiar vita. In poche parole non riconosco in questi eventi una finalità costruttiva, determinata da una volontà superiore.
Laicamente però ritengo che questi eventi più o meno spiacevoli, più o meno gravi che ci colpiscono e che ci atterrano, nelle piccole come nelle grandi dimensioni, che ci sconvolgono, possano costituire delle occasioni per riflettere, per cercare di capire e comprendere, in ultima analisi per migliorare noi stessi e l’Umanità. Delle occasioni, ripeto, non delle finalità.
E le occasioni possono essere colte o meno, comprese o non comprese, utilizzate o lasciate andare, inutilizzate e quindi sprecate.
E’ una nostra libertà, una nostra libera scelta, una opportunità che può essere compresa o meno. Però di questa scelta ci assumiamo tutta intera la responsabilità e le conseguenze.
Nel senso che la sorte, il destino, la vita, ci offrono delle opportunità, ma noi siamo liberi di scegliere, se accettare o meno ciò che ci viene offerto e utilizzarlo al meglio, o lasciar cadere l’offerta.
E questo avviene, a mio modesto parere, nelle piccole, come nelle grandi cose e le scelte che noi compiamo, condizionano e decidono la nostra esistenza.
Anche ciò che stiamo vivendo adesso, meglio detto subendo adesso è una occasione per capire e per scegliere come comportarci, come essere, come vivere, come stabilire rapporti con gli altri e con noi stessi, che ruolo assumere quotidianamente su questo palcoscenico della vita ove ognuno, ogni giorno recita la propria parte, che però, a differenza che nelle opere teatrali, non è già scritta, ma ogni attore improvvisa sul momento, liberamente e recita a braccio.
Ciò che dolorosamente, tragicamente stiamo vivendo e subendo adesso, può essere vissuto passivamente, sperando che la bufera passi il prima possibile, o, al contrario, può essere vissuto attivamente, non solo facendo qualcosa di utile, ma soprattutto cercando di capire , di comprendere cosa da questa esperienza possiamo imparare, possiamo fare nostro, possiamo acquisire e conservare, quando tutto, speriamo, sarà finito.
La nostra vita riprenderà esattamente come prima, o questo straordinario scossone provocato dal Coronavirus, ci renderà diversi, cambiati e forse anche un poco migliori?
Insomma ciò che auspico e spero, è che ciascuno di noi, io per primo, ad esperienza finita, ma anche durante essa, possa studiare, capire, comprendere il “senso “ di tutto ciò, il “senso” che tutto ciò ha avuto per noi, meglio detto il “senso” che ognuno di noi, individualmente vuole dare, saprà dare a questa esperienza.
Allora solo sarà una esperienza, che per quanto dolorosissima, per quanto costata un tributo gravissimo di morti e di sofferenze, di conseguenze serissime, allora non sarà venuta, non sarà avvenuta invano.
Credo che stia a noi e solo a noi la scelta se subire passivamente quanto ci accade, o attivamente viverlo, utilizzandolo, sfruttandolo per crescere, per ampliare la nostra comprensione, per divenire più adulti e forse un poco anche migliori.
Solo in questo caso, pur se colpiti, atterrati, distrutti da un evento negativo, di qualunque tipo esso sia, non saremo stati solo vittime , passive e inconsapevoli, ma attori di una vicenda anche tragica, ma che hanno scelto di viverla attivamente, da uomini consapevoli, coscienti e razionali, ma soprattutto non avremo sprecato una occasione che la vita ci ha fornito.

Roma, 01 aprile 2020

Viktor Frankl al tempo del Coronavirus

A proposito di quanto ho scritto ieri, su questa pagina, riguardo al “Senso”, ho ricevuto dei complimenti, complimenti che mi hanno fatto immenso piacere e per cui ringrazio Chi generosamente ha voluto farmeli, ma complimenti che io non merito, in quanto non ho fatto altro che fare mio, il pensiero di Chi mi ha preceduto e mi ha insegnato, maldestramente riproducendolo e riportandolo.
Sono Persone che fisicamente non sono più tra noi, ma il Loro pensiero, il Loro contributo al cammino di noi esseri umani è rimasto con noi e ci illumina.
Consapevole di non poterLi citare tutti, ricordo solo Coloro che maggiormente mi hanno influenzato: Platone, Seneca, Marco Aurelio, Cicerone, e tra Coloro i Quali sono più vicini: Giuseppe Mazzini e Luigi Pirandello.
Mi scuso con gli Altri che ho tralasciato, ma non dimenticato costretto perchè altrimenti l’elenco sarebbe stato troppo lungo.
Per quanto riguarda però il discorso sul “senso” da dare alla vita e a ciò che ci accade, di brutto o anche di bello, ad una Persona debbo essere soprattutto grato e riconoscente, per ciò che mi ha insegnato.
E’ una Persona, anche Lui, che da alcuni anni non è più, ma che continua a regalarci con i Suoi libri e il Suo pensiero, il “Senso della vita”, o meglio ci insegna a cercarlo.
Era uno Psichiatra viennese, Viktor Frankl, vissuto tra il 1905 e il 1997, purtroppo non molto conosciuto in Italia, o almeno come meriterebbe, fondatore di quella che è stata definita “La Terza Scuola viennese di Psicoterapia”, dopo S. Freud e A. Adler, la “Logoterapia”, ossia la terapia basata sul “Logos” nel significato di “senso” da ricercare e da conferire alla nostra vita.
Nel lontano 1985, mi accadde improvvisamente un evento molto grave e doloroso, che mutò radicalmente la mia vita, ma soprattutto mise in discussione, con me stesso, la mia stessa figura, identità, di uomo e di Psichiatra e quando ero sul punto di fare una scelta molto grave e definitiva, di abbandonare la mia professione, due eventi giunsero a distogliermi da questa determinazione:
La lettera di un mio paziente, che a conoscenza di quanto mi era accaduto, mi richiamava ai miei doveri di medico, lettera che gelosamente conservo e sempre rileggo nei momenti difficili, e la lettura, per puro caso, di un Libro di Viktor Frankl, forse il libro più famoso e conosciuto, ma non abbastanza, che mi aprì la mente e mi fece conoscere, almeno attraverso le Sue pagine, questo straordinario Uomo e Psichiatra.
Il libro si chiama “Uno Psicologo nei Lager”.
Viktor Frankl, medico – psichiatra viennese, ebreo, pur avendo la possibilità di fuggire all’estero per sottrarsi alla follia nazista, non lo fece, per non lasciare i Suoi anziani genitori. Fu internato, assieme a Loro, nei campi di concentramento di Auschwitz e Dachau ove perse i genitori e Sua moglie.
Quando fu liberato scrisse in soli sei giorni questo Suo libro, composto durante la prigionia e imparato a memoria.
Questo Suo libro io lessi per primo, ed esso mi fece capire, comprendere, che anche negli avvenimenti più gravi e dolorosi della vita dobbiamo cercare un “senso” e dare loro un” senso”, un significato.
Da lì poi li lessi tutti.
Due anni dopo, in un noioso congresso di Psichiatria, cui partecipavo, Egli comparve improvvisamente, di passaggio in Italia e alla cena che seguì, fortunatamente capitai seduto vicino a Lui. Con quel poco di Tedesco che mi era rimasto, dei ricordi scolastici, Gli dissi che i Suoi libri mi avevano incredibilmente aiutato in un momento molto doloroso della mia vita. Egli conoscendomi come psichiatra, rimase molto incuriosito e da lì nacque una conversazione che si prolungò per tutta la sera e continuò in un bellissimo rapporto epistolare, fino alla Sua morte. Devo a Lui la scoperta della importanza assoluta di attribuire un senso, un significato alla nostra vita.
Voglio concludere questo Suo ricordo con un breve periodo tratto dal Suo Libro:
“Homo patiens. Soffrire con dignità”
“Che cos’è dunque l’uomo? Noi l’abbiamo conosciuto come forse nessun’altra generazione precedente; l’abbiamo conosciuto nel campo di concentramento, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro, potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l’uomo può avere, ma ciò che l’uomo deve essere; un luogo dove restava unicamente l’uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Cos’è dunque l’uomo? Domandiamocelo ancora. E’ un essere che decide sempre ciò che è”.

Roma, 02 aprile 2020

I Bambini al tempo del Coronavirus

Una intervista alla Radio, fattami ieri, da un mio Amico giornalista, naturalmente sul tema del giorno e una Sua domanda a bruciapelo, su come i bambini vivono questo periodo speciale, dopo la mia risposta concisa, perché per fortuna eravamo in chiusura, mi ha indotto , obbligato a riflettere sull’argomento e colpevolmente a rendermi conto che, non avendo figli e conseguentemente neppure nipoti, per età raggiunta, avevo tralasciato, trascurato di prendere in considerazione il punto di vista dei bambini, in questo ideale Diario al tempo del Coronavirus.
Mi pento e chiedo perdono ai bambini, i protagonisti del nostro futuro.
Prima di tutto non credo assolutamente che i bambini, eccezion fatta per i neonati e i più giovani di tre anni, non abbiano coscienza delle malattie, loro personali e degli altri.
Certamente ne hanno una percezione particolare, proporzionale alla capacità di sentire, propria della loro età, ma che comunque è superiore a quella che noi adulti, dimentichi di ciò che siamo stati, attribuiamo loro.
Basta fare un piccolo, o grande passo indietro alla nostra prima infanzia, per rievocare ricordi spiacevoli di qualche malattia subita, o vissuta accanto ad un nostro genitore infermo.
Io personalmente ho ricordi molto precisi del mio Morbillo a tre anni, quando giacevo, come si usava allora nel lettone dei miei genitori e un particolare mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria, il tremendo fastidio che mi dava la luce, in termini medici fotofobia, che ho studiato successivamente essere un sintomo tipico del Morbillo.
Mia madre, accanto a me, mi bagnava la fronte con dei fazzoletti bagnati con acqua fredda, nel tentativo di farmi diminuire la febbre alta.
Ricordo bene l’apprensione che leggevo e comprendevo negli occhi di mia mamma e quella apprensione mi faceva intuire che la situazione era seria.
Ricordo molto bene, anche le epidemie di Poliomielite che si scatenavano in primavera e che terrorizzavano i nostri genitori i quali ogni giorno ci scrutavano con apprensione, e anche i bambini che ne portavano i segni indelebili sul proprio corpo e sulla propria psiche.
Proprio quella apprensione che ricordo così bene nei miei genitori, mi permette di raccomandare ai genitori di oggi, che certamente la provano nei confronti dei loro figli, di fare ogni sforzo, possibile e immaginabile per non lasciarla trasparire, per non mostrarla, per non evidenziarla.
E’ l’unico modo per tranquillizzare i nostri figli e far vivere loro questo periodo sicuramente anche per loro molto difficile, con serenità, per quanto è possibile.
I bambini ci osservano, sempre, osservano i loro genitori e gli adulti a loro vicini, sempre, e da loro desumono se la situazione è tranquilla, se viceversa c’è motivo di preoccupazione, se incombe un pericolo.
E se notano una seppur minima discrepanza tra ciò che noi diciamo, a voce, per tranquillizzarli e ciò che invece il nostro viso, i nostri gesti, la nostra espressione testimoniano e denunciano, allora veramente si spaventano e comprendono che c’è motivo di essere preoccupati per un nemico esterno, di qualunque natura esso sia, ma ancora di più, e ciò è ancor più grave, comprendono che i genitori, o gli adulti, non stanno dicendo loro la verità, e ciò ingenera ancora di più terrore e sgomento, perché percepiscono che gli si nasconde qualcosa e quindi non ci si può più fidare delle persone nelle quali si riponeva totale fiducia.
Dobbiamo sempre pensare e tener conto che la sicurezza e la tranquillità dei nostri figli deriva e dipende dalla sicurezza che noi infondiamo loro, sicurezza che deriva dalla loro consapevolezza che stiamo dicendo loro sempre ed esclusivamente la verità.
Anche in questi momenti difficili, spieghiamo loro in termini comprensibili ed accettabili, perché dobbiamo rimanere in casa, perché non possono andare a giocare al parco con i loro amichetti, perché la nostra e la loro vita è cosi radicalmente mutata in un attimo, che ci vorrà ancora del tempo, perché tutto torni alla normalità, come prima, ma che se rispettiamo queste regole, per ora spiacevoli, tutto tornerà come prima.
Credo che sia un modo utile per spiegare loro cosa sta accadendo e perché, ma soprattutto sia una occasione eccezionale per impartire loro una prima lezione di responsabilità e di senso civico, per far comprendere loro l’importanza di rispettare le regole e le Leggi, anche se ci impongono delle restrizioni e delle limitazioni, perché sono per il nostro bene e soprattutto per mostrare loro che noi adulti siamo i primi a sottoporci a queste regole, quando sono giuste e per il nostro bene e di tutti.
I bambini imparano con l’esempio che noi diamo loro e non come pensiamo, con prediche e discorsi seri. Questo impegna noi adulti a sapere e a tener conto che siamo sempre osservati da loro e che ogni nostro gesto, atteggiamento, parola, silenzio viene colta e memorizzata e tesaurizzata come esempio ed insegnamento.
In questo consiste l’Educazione, la vera difficoltà della Educazione

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Roma, 03 aprile 2020

Carlo Piola Caselli
Appunti Coronavirus 3

Venerdì scorso il Papa ha attraversato Piazza San Pietro, messa sotto vuoto spinto, è salito sul sagrato della Basilica, dove ha tenuto una lunga omelia su quel passo del vangelo di Marco, «La tempesta sedata». Pioveva, anche se contro le previsioni meteorologiche. Campane e sirene facevano la loro parte.
Non riuscivo a capire questo strano fenomeno atmosferico, in contraddizione con qualsiasi razionale statistica o proiezione di sistema combinatorio tra venti, strati, pressione, temperatura alle varie quote.

Finalmente ho capito, non con la razionalità ma con la fede: in questo periodo critico per il mondo, era ovvio che, calando piano piano le tenebre, come un sipario che, abbassandosi sul primo atto di una tragedia, faccia intensamente riflettere sul significato delle scene rappresentate, non si scorgesse un trionfale tramonto ma una cinerina atmosfera, una valle di lacrime, sulla quale si proiettavano, attraverso la televisione, i tantissimi sopravvissuti ai propri cari defunti, agli ermetici saluti da lontano, ad un passaggio dalla vita alla morte così inconsueto, un vero e proprio distacco, un diaframma tra la città dei vivi e la città dei morti.
Ho compreso il perché contemplando un’antica icona bizantina de «La dormizione della Vergine», che si celebra il 15 agosto, mentre in occidente in quello stesso giorno si ricorda «L’Assunzione di Maria»: i lamenti delle persone sulla terra e quelli delle anime che sono salite in cielo l’hanno svegliata, le hanno raccontato le proprie peripezie e quelle dei loro cari, Ella si è commossa ed ha pianto.
Infatti, si recita «Salve, Regina, Mater misericordiae … ad te suspiramus, gementes et flentes in hac lacrimarum valle», ossia «a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime». Le tue lacrime, unico balsamo misericordioso alle nostre, ai nostri affanni.
Poi Francesco ha impartito la benedizione “urbi et orbi”, inconsueta, poiché usualmente riservata solo ai giorni di Natale e di Pasqua, mentre dai bracieri si spandevano nell’aria umida nubi d’incenso.
L’iconografia era di intenso significato, troppo romana, forse poiché il Papa è il vescovo di Roma: l’icona bizantina «Maria Salus Populi Romani» è legata alla città, Pio V pregò davanti ad essa per implorare la vittoria di Lepanto, inoltre, essendo stata estratta dalla Cappella Borghese di Santa Maria Maggiore, è un’opera appartenente alla Santa Sede, quindi con valenza internazionale, mentre il Crocifisso di San Marcello al Corso, salvatosi da un incendio nel 1519, a cui son devotissimi i calabresi, attualmente appartiene allo Stato italiano ed è intimamente legato alla storia di Roma ed alla peste.
Ricordo quando ero piccolo, tra i fragori della guerra, poi anche dopo, attraverso la radio, entrava nelle case la medesima benedizione, impartita da Pio XII, il momento veniva atteso, con il fiato sospeso, si era tutti riuniti, compunti, parenti, amici, collaboratori, anche i bambini smettevano di fare i birichini.
Era un’epoca in cui c’era molta solidarietà. In questo periodo, malgrado le parole rettoriche, essa non manca ma, rispetto all’apice in cui era, in questi ultimi decenni essa è scesa di molti gradini. Lo si nota incontrando le persone per strada, se cedono il passo non è per gentilezza o buona educazione ma, salvo rarissimi casi, quasi unicamente per paura, per schivare il nemico invisibile, il potenziale portatore sano.
A proposito di solidarietà, ricordo l’alluvione del Polesine del 1951. Occorreva mandare degli aiuti. All’epoca, nelle famiglie si avevano tanti gomitoli di lana, di avanzi di essi, alcuni di recupero da indumenti poco usati che si erano rotti, in casa c’era un grosso cesto cilindrico, di fattura sarda, con coperchio, e con essi venivano fatti, dalla cameriera, nelle ore invernali di ozio, tanti lavori o lavoretti, ricordo una signora che si era fatta un bellissimo scialle di vari colori. Allora mia mamma, oltre alle tante cose utili che si erano spedite alle popolazioni colpite, le quali avevano perso tutto, ebbe un’idea, presto accolta da quelle dei miei compagni di scuola, con le loro rispettive famiglie, nonne, figlie, sorelle, persone di servizio, in pochissimo tempo, tante pezze di lana di forma quadrata di 20 centimetri, che poi, cucite insieme, formavano delle coperte di pura lana, anche belle a vedersi, risultando di vari colori, nello stile “arlecchino”, ma soprattutto utili per ripararsi dal freddo. Era un metodo sicuramente assai autarchico, ma funzionale, poiché nella mentalità delle persone non s’era ancora insinuato quell’altro virus diabolico del consumismo più sfrenato, dell’usa e getta, di gente che getterebbe persino il proprio cervello (se alcuni lo avessero ancora e non fosse un residuato).
Non è che in casa se ne facesse grande uso, anche perché la mamma e la nonna non erano particolarmente brave in questo, ma ricordo una bella custodia di spessa stoffa blu, sembrava una faretra, con il coperchio tondo, piena di “ferri” (si diceva così anche se erano di alluminio) e di uncinetti di vari lucenti colori.
«Sorella morte» diceva San Francesco. «E pianto, ed inni, e delle Parche il canto» ha scritto Foscolo. Passando infatti a ragionar dal sacro al profano, pensiamo che in questo periodo le Parche facciano i turni straordinari. Si dessero una calmata! Rischio moltissimo a scrivere ciò perché, se le faccio arrabbiare … tre contro uno e per di più con poteri assoluti … ma forse non è il mio momento, avendo già preparato il dosaggio. Si tratta delle Moire (Μοίρες) di Esiodo, Cloto (Kλωτώ) regge il filo della vita, Làchesi (Λάχεσις) lo avvolge sul fuso e ne stabilisce il dosaggio, Atropo (Άτρoπος) la vecchiaccia sadicamente pronta con le cesoie a fare un balzo e reciderlo. Nell’arte: il mosaico del parco archeologico di Paphos; un frammento dell’altare di Pergamo; quelle al British, dal Partenone, interroganti il destino di un fanciullo, con la sfera celeste; nel sarcofago agli Uffizi; nel sarcofago a Messina con scene di Dedalo ed Icaro; in quello dei Musei Vaticani; nella Gigantomachia di Berlino; nell’arazzo rinascimentale fiammingo; terribilmente belle nella loro nudità quelle del Sodoma; i dipinti di Bernardo Strozzi, di Francesco d’Ubertino, quelle allegoriche di Rubens, le drammatiche pitture nere di Goya, le opere di Friedrich Paul Thumann (bellissime anche se fredde), di John Melhiosh Strudwick, di Alfred Agache (di terribile intensità) o le sculture a trittico del camino di Castell Coch, o la tomba del principe Alexander von de Mark, o il rilievo di Thorvalsen (di gusto un po’ “calligrafico”), o la pagina illustrativa ad un codice di Évrart de Conty (con la lancia al posto delle cesoie).
Esse presidiavano la prima alla nascita, la seconda al matrimonio e la terza alla morte ed avevano tre statue nel Foro, chiamate le «tre fate» (da cui le fate buone e la fata cattiva delle favole).
Catullo ha dedicato il carme 64 delle «Nozze di Peleo e di Tetide» (v. 303-83) al canto delle Parche, le quali appartengono al mondo degli «Inni Orfici», alla Gigantomachia di Apollodoro, presenti alla nascita di Meleagro, ingannate solo da Apollo in favore di Admeto. Ricordiamo i versi di Matteo Bandello, l’ode di Friedrich Hölderlin, o «La Jeune Parque» di Paul Valéry. Il canto delle Parche, in generale, è menzionato, prima che dal Foscolo, da Innocentio Ringhieri nel 1553 e da Maiolino Bisaccioni (1582-1663) in una prefazione a Anton Franceso Grazzini detto il Lasca (1503-1583). Johannes Brahms ha composto un «Canto delle Parche» («Gesang der Parzen»), su testo di Goethe.
Possiamo pensare a Caron dimonio, a Cerbero, alla Medusa, allo Stige, al Lete, alla morte di Euridice, alla disperata discesa di Orfeo agli inferi, a supplicare Plutone e Proserpina, come nell’affresco di Anselmo Guazzi e Agostino Mozzanica, su disegno di Giulio Romano (conservato al Louvre), nel Palazzo Te a Mantova (il cui nome deriva da Tejeto o luogo dei tigli). Orfeo che, secondo Ovidio, con la sua cetra suscitò tale emozione, da riuscir a far inumidire di lacrime persino le aride e spietate guance delle Furie.
Quell’extracomunitario del premier inglese, Boris Johnson, è risultato positivo, poiché, con i suoi accoliti, per i quali ogni sua parola era diventata un oracolo, si era follemente messo in mente di lasciar che si operasse una selezione della specie attraverso l’epidemia, cavalcando avventatamente un «neo malthusianesimo», senza pensare che «chi semina vento raccoglie tempesta». In che mani è il Mondo! Da noi non è certamente molto meglio, quando il nostro ha dichiarato e ripetuto in televisione «sto firmando un decreto», «domani mattina diverrà esecutivo»: ad udire quest’avventata dichiarazione, avendo intuito che avrebbe avuto serie conseguenze, ho fatto un balzo, dalla sedia fino al soffitto, rischiando di rompermi la testa, poiché in casi così particolari prima si firma, si rende esecutivo e poi si parla. Risultato: molte persone sono fuggite verso il Sud, come se fossero andate verso la Terra Promessa, cosicché i portatori sani, in buona fede, hanno inquinato oltre che la penisola, parenti ed amici, dislocandovi a macchia di leopardo delle ulteriori gravissime problematiche.
Gli operatori degli ospedali lamentano la mancanza di mascherine, malgrado tutti gli aiuti che ormai sono arrivati da oltre due settimane e con tanta industria che abbiamo in Italia. Che fine hanno fatto? In che mondo viviamo? Evidentemente, leggendo il “Don Chisciotte», Cervantes ci aiuta a convincerci che il mondo sia finito sotto un immenso, planetario, fors’anche (leggasi: sicuramente) meritato, incantesimo.
Ho ricevuto altre richieste di notizie, dalla Slovacchia e dall’Austria, oltre che, ancora, dalla Grecia e da varie parti d’Italia.

 

Davide Puccini
Coronavirus: diario di due mesi

Una volta tanto le pagine dei giornali non sono dominate dalla politica italiana, ma dal nuovo virus, il cosiddetto coronavirus, che dalla Cina si sta diffondendo in tutto il mondo. Come c’era da aspettarsi, hanno subito attecchito paure ingiustificate, per esempio evitare contatti con i cinesi che vivono stabilmente in Italia e con le loro attività commerciali, sebbene abbiano la stessa probabilità di essere contaminati di un italiano (a meno che, naturalmente, non siano stati di recente in Cina). In questi casi, non riesco a provare nemmeno un minimo di apprensione: è come se la cosa non mi riguardasse personalmente proprio perché riguarda tutti. 1° febbraio 2020

Il coronavirus per diffusione e numero di morti ha ormai superato le epidemie precedenti. Tutte le misure, molto ferree in apparenza, prese da vari governi, a cominciare dalla stessa Cina, nei confronti di chi è stato esposto al contagio, quarantene obbligatorie (che per fortuna, contro l’etimologia, si limitano a due settimane), rimpatri rocamboleschi di connazionali anch’essi poi sottoposti a quarantena e quant’altro, sono in realtà soltanto pannicelli caldi per rassicurare l’opinione pubblica: un solo soggetto contagiato può essere entrato in contatto con migliaia di persone prima di finire in isolamento. L’unica speranza è che il virus non sia alla fin fine così contagioso. 9 febbraio

Il coronavirus è arrivato in Italia non attraverso pazienti sotto controllo, come era avvenuto finora, ma con un contagio che ha interessato alcune persone in provincia di Lodi, una delle quali è grave, e ha provocato la chiusura di tutte le attività nonché la quarantena in una cintura di paesi con migliaia di abitanti. La preoccupazione è comprensibile, il panico e le polemiche no. Ormai non si parla d’altro e le notizie di politica sono passate in secondo piano o addirittura ignorate. L’ha fatto platealmente un giornalista di lungo corso come Mentana, dicendo che non c’era tempo per riferire delle dispute tra Renzi e Conte (e ha aggiunto Salvini per par condicio): aveva senza dubbio ragione, ma mi ha fatto l’effetto di uno che sputa nel piatto dove mangia, lui che in mezzo a quelle dispute sguazzava beato. 22 febbraio.

Da un giorno all’altro la situazione è precipitata: ci sono stati due morti e il contagio si è allargato, arrivando anche a Milano e nel Veneto. L’Italia si è trovata di colpo ad essere il paese europeo con il numero più alto di ammalati, e il peggio è che non si sa come il virus sia arrivato, cioè chi sia il cosiddetto paziente zero. Nel nord del paese la vita si è fermata, con chiusura di fabbriche negozi scuole; perfino alcuni incontri di calcio, senza il quale notoriamente non si può vivere, sono stati rinviati. 23 febbraio

Le prime gravi conseguenze sull’economia si sono già fatte sentire: ieri la borsa di Milano ha perso più del cinque per cento e lo spread è aumentato di dieci punti. Anche senza contare la produzione, solo nel settore del turismo il danno sarà immenso, perché nessuno si azzarderà a venire in Italia. E pensare che il coronavirus, secondo le statistiche peggiori, fa pochi più morti di una normale influenza, e c’è chi dice che ne fa addirittura meno. Ma, nonostante tutte le raccomandazioni, l’allarmismo si è diffuso a velocità supersonica e c’è gente che fa incetta non solo di disinfettanti (ormai introvabili) ma anche di generi alimentari, con i carrelli stracolmi su cui troneggiano montagne di carta igienica. Questo è uno di quei casi in cui si starebbe molto più tranquilli se non ci fossero i media, che si sono buttati a pesce sull’occasione e non parlano d’altro, con una pletora di inviati speciali che non danno notizie ma solo inutili chiacchiere. 25 febbraio

Si sta allungando l’elenco dei paesi che impediscono l’ingresso agli italiani, bloccando i voli come noi abbiamo bloccato quelli cinesi. Si sente qua e là qualche voce di protesta, che parla di provvedimenti esagerati, ma bisogna avere l’onestà di riconoscere che invece sono nel loro pieno diritto: così impariamo cosa vuol dire «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». 28 febbraio

È più che evidente il tentativo di una correzione di rotta, ma bisogna stare attenti: prima abbiamo ecceduto nel drammatizzare e ora rischiamo di eccedere nello sdrammatizzare, cioè di favorire il contagio per non danneggiare l’economia. Del resto ormai il danno è fatto ed è impossibile rimediare, tanto più che i media continueranno a battere la grancassa. L’unica consolazione che ci resta è quella poco nobile del «mal comune mezzo gaudio»: come era prevedibile, i casi si stanno moltiplicando anche in Francia, Germania, Gran Bretagna. 29 febbraio

I contagiati dal coronavirus sono ormai quasi duemila e i morti più di cinquanta, anche se aumenta il numero dei guariti. I danni all’economia si fanno più consistenti e il governo ha preso i primi provvedimenti per quasi quattro miliardi di euro da finanziare in deficit, con la certezza che l’Europa non avrà da ridire, vista la situazione eccezionale prevista dai trattati. Si polemizza sulla cifra, rilanciando fino a cento miliardi. Lo stanziamento andrà certo aumentato, ma intanto sarebbe importante che i soldi risultassero immediatamente disponibili senza incappare nelle solite pastoie burocratiche. 3 marzo

Da un giorno all’altro i numeri hanno subito un’impennata terrificante: i contagiati si avvicinano a tremila e i morti hanno ormai superato i cento, mentre è una ben magra consolazione che aumenti anche il numero dei guariti. Il governo è stato costretto a ricorrere a misure eccezionali per cercare di fermare la diffusione del contagio, in primo luogo con la chiusura delle scuole in tutta Italia: e la cosa più grave è che qualcuno ha ancora voglia di fare polemica. 5 marzo

I numeri sono spaventosi e aumentano a dismisura nonostante i provvedimenti presi: i contagiati sono quasi quattromila e i morti duecento. Il dato rassicurante diffuso in un primo momento, che il coronavirus fa meno vittime dell’influenza, è ormai ampiamente smentito dai fatti, perché i decessi sono oltre il tre per cento e quindi più del triplo. Anche a livello internazionale la situazione si sta aggravando, tranne che in Cina, dove i contagi cominciano a diminuire. 7 marzo

La situazione sta precipitando. Oltre mille contagi in più in un solo giorno, più di cinquemila in totale. Il governo ha adottato misure ancora più drastiche, chiudendo l’intera Lombardia e diverse province dell’Emilia. I provvedimenti, tuttavia, rischiano di essere inefficaci perché gli italiani sono davvero furbi: siccome erano nell’aria, c’è stato un fuggi fuggi generale con tutti i mezzi disponibili prima della chiusura effettiva verso le seconde case o in regioni ritenute a torto o a ragione più sicure. Una volta di più la stalla è stata chiusa quando i buoi erano già scappati. Ne pagheremo le conseguenze. 8 marzo

Siamo sull’orlo del disastro certificato da numeri impietosi. Basta un solo dato: l’Italia è il paese al mondo con il numero di morti più alto dopo la Cina. Bisognerebbe riuscire a capire perché è successo, sebbene i provvedimenti presi dal governo siano stati approvati e perfino elogiati dall’Organizzazione mondiale per la sanità. Non mi pare che sia spiegazione sufficiente il comportamento individuale irresponsabile e nemmeno l’inefficacia, in certi casi, del decentramento regionale, rispetto al potere centrale (si sa che troppi cuochi guastano la cucina). 9 marzo.

Ci mancava la rivolta nelle carceri di tutta Italia. È comprensibile la preoccupazione dei detenuti per la propria salute, ma non la pretesa di un indulto né tanto meno l’uso della violenza, che non può ottenere altro risultato che rendere necessaria la repressione. Intanto con un provvedimento annunciato dal presidente del consiglio Conte l’intero paese è stato dichiarato zona arancione, la qual cosa comporta forti restrizioni negli spostamenti individuali, la chiusura serale dei locali pubblici nonché la serrata degli impianti sportivi. Così non potrò più andare in piscina, che era la mia principale fonte di disinfezione e di innalzamento delle difese immunitarie. 10 marzo

Di male in peggio. Nemmeno in una situazione così grave e perfino drammatica (Conte ha parlato di «ora più buia» scimmiottando Churchill, di recente tornato alla ribalta grazie a un film di successo) il paese riesce a trovare unità d’intenti: le polemiche tra maggioranza e opposizione continuano e si fanno anzi sempre più aspre. 11 marzo

Un altro giorno nerissimo. Il numero dei morti in 24 ore, circa duecento, è stato così alto che non si era mai verificato nemmeno in Cina. Il governo ha dato un ulteriore giro di vite con un nuovo provvedimento valido in tutto il territorio nazionale, che prevede la chiusura completa di bar, ristoranti e negozi, ad eccezione di alimentari, farmacie e pochi altri. Si dovrebbe restare chiusi in casa, tranne che per andare al lavoro e a fare la spesa. Già su questo ci sarebbe da ridire, perché una passeggiata solitaria, e sottolineo solitaria (oh caro Jean Jacques Rousseau), non comporta nessun rischio; ma soprattutto mi sembra risibile l’obbligo di autocertificazione, figlio di una invincibile mentalità burocratica, in ottemperanza del quale ciascuno dovrebbe dichiarare la ragione per cui è uscito prima di uscire: senza il controllo diretto delle forze dell’ordine l’autocertificazione non serve a nulla e d’altra parte il controllo diretto delle forze dell’ordine la rende perfettamente inutile. 12 marzo.

Ad affossare definitivamente l’economia ci ha pensato Christine Lagarde, che ha esordito davvero bene al vertice della Banca centrale europea: richiesta di cosa poteva fare per lo spread, ha risposto con aria sufficiente e quasi infastidita che aveva altro a cui pensare e dovevano provvedere i singoli stati. Ora, si sa bene che in questo campo le parole sono pietre e che le dichiarazioni equivalgono a provvedimenti presi (e soprattutto non presi); così, con la concausa dell’espansione incontrollata del virus, le borse di tutto il mondo hanno perso il dieci per cento e Milano è arrivata a perdere il diciassette, con lo spread a 250. Raramente in Italia le forze politiche hanno avuto una reazione così concorde, arrivando anche a chiedere le dimissioni della Lagarde. Perfino il presidente della repubblica Mattarella, sempre così misurato, ha emesso un comunicato durissimo pur nel linguaggio ovattato della diplomazia. 13 marzo.

Dopo una precipitosa inversione di rotta delle istituzioni europee, le borse hanno recuperato parzialmente le perdite, ma il contagio sta facendo passi da gigante. L’Italia è ormai il primo paese al mondo per nuovi malati di coronavirus giornalieri: perché le misure di restrizione abbiano effetto ci vorrà qualche settimana. Le altre nazioni, però, ci stanno seguendo a ruota (in testa all’improvviso la Spagna) e probabilmente si troveranno in breve tempo nella situazione in cui siamo noi oggi. Anche negli Stati Uniti Trump, dopo le sbruffonate iniziali in linea con il personaggio, ha dichiarato lo stato di emergenza: con il sistema sanitario che si ritrovano, riservato a chi se lo può permettere, è uno dei paesi potenzialmente più a rischio. Intanto molti americani si sono precipitati a fare rifornimento di armi: forse hanno intenzione di sparare al virus. 14 marzo

Unica voce fuori dal coro l’Inghilterra di Boris Johnson, il quale si è assunto la responsabilità di un azzardo rischiosissimo: non imporre nessuna restrizione e lasciare via libera al contagio per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge. stando agli addetti ai lavori è una enorme fesseria e anche il comune buonsenso porta alla stessa conclusione degli esperti. Da noi, mentre il picco dei morti e dei malati continua a crescere vertiginosamente, le conseguenze sulla vita quotidiana sono sotto gli occhi di ognuno: strade deserte per rispetto delle ordinanze abbastanza scrupoloso. Ormai siamo tutti in quarantena. Il pericolo semmai viene da coloro che ancora oggi lasciano il nord per fare rientro in famiglia al sud e da chi non ha ancora imparato a rispettare la distanza di sicurezza nei supermercati. 15 marzo

Una delle prime proibizioni a causa del coronavirus è stata la celebrazione della messa, a cui la Conferenza episcopale italiana si è subito uniformata senza obbiezioni: provvedimento necessario per le chiese molto affollate, soprattutto nel periodo pasquale, meno per quelle frequentate da poche persone (ma certo non si poteva distinguere caso per caso). Così qualche prete ha fatto di testa sua, continuando a celebrare la messa a porte chiuse (come è consentito) non proprio ermeticamente e spargendo con parsimonia la voce. Ma è giusto? In questo modo la celebrazione eucaristica finisce per essere un privilegio per pochi eletti. Meglio accontentarsi della comunione spirituale seguendo la messa in televisione. 16 marzo.

Se non fosse tragica, la situazione potrebbe in qualche caso essere ridicola. Ieri, mentre andavo in farmacia a ritirare delle medicine con tanto di ricetta, sono stato fermato da due carabinieri. Mi hanno fatto compilare l’autocertificazione, fornendomi il modulo, e ne ho approfittato per chiedere se si può fare attività motoria, come previsto dal decreto governativo. L’appuntato ha consultato le sue carte e mi ha risposto che è consentito correre. E camminare no? ho provato a replicare timidamente, cercando di spiegare che anche quella è attività motoria, l’unica possibile per chi, come me, è troppo anziano e troppo poco allenato per correre. No, solo correre, con tuta e scarpe da ginnastica. E poi si dice che l’abito non fa il monaco. Dopo di che con un sorrisetto ha acceso una sigaretta, informandomi che però si può andare dal tabacchino a comprarle. Ho ringraziato dicendo che avevo smesso da trent’anni: a fumare si muore. 17 marzo.

Nel diluvio di informazione (o di pseudoinformazione, tanto è ripetitiva e talvolta insulsa) che ci travolge, una notizia sentita per caso, nemmeno ricordo su quale canale, mentre evitavo la pubblicità (ma perché continuano a bombardarci di pubblicità se nessuno può comprare nulla?), è importante e addirittura preziosa: i satelliti hanno rilevato che nella regione della Cina chiusa a causa del contagio e nella pianura padana i livelli di inquinamento si sono abbassati notevolmente per effetto del blocco del traffico e della produzione industriale. Alcuni esperti sostengono che questo salverà più vite, non solo di anziani ma anche di bambini, di quante ne andranno perse per il coronavirus. Non so se questa macabra contabilità ha un fondamento (bisognerebbe sapere quale sarà il numero dei morti, in continua crescita), ma se così fosse, anche resistendo alla tentazione di ravvisare nel fenomeno il disegno divino di una provvidenza nascosta, cioè un male per un bene più grande, resta comunque una lezione che dovrebbe insegnarci qualcosa per il futuro. 19 marzo

Mentre l’Italia ha conquistato il triste primato del paese con più morti al mondo per coronavirus, superando la Cina non in percentuale ma in valori assoluti, continua a mancare il buonsenso: nelle persone che si affollano scioccamente o follemente e non vogliono saperne di rispettare le regole nel proprio e altrui interesse, ma anche nel governo che per scongiurare questo pericolo prende provvedimenti in apparenza drastici, ma in realtà ambigui se non contraddittori. Si vieta di correre perché degli imbecilli lo fanno in gruppo, ma si consente attività motoria purché nei pressi della propria abitazione. Cosa vuol dire «nei pressi»? 50 metri? 100 metri? 200 metri? E anche ammesso che si precisi meglio, quale sarà il limite di tolleranza? Qualcuno piuttosto autorevole ha proposto di limitare l’orario di apertura dei supermercati di generi alimentari e di chiuderli la domenica. Mi sembra che in questo modo si rischi di provocare maggiore assembramento invece di evitarlo. E poi si continua a rivedere e modificare il modello di autocertificazione, come se fosse il rimedio di tutti i mali. L’autocertificazione può avere senso per chi intende spostarsi da una città all’altra (ma sarebbe meglio al contrario proibirla del tutto, concedendo permessi solo in casi eccezionali), mentre per i piccoli spostamenti nei piccoli centri o nel proprio quartiere in città non serve a nulla. 21 marzo

Il maggior numero di morti, come è noto, si è avuto in Lombardia, e ancora non è stata trovata una spiegazione soddisfacente. Si è ipotizzato che il virus sia diventato più aggressivo rispetto al suo esordio in Cina, ma non c’è alcuna prova in tal senso. Si è pensato allora al fatto che la percentuale di anziani nella regione è molto alta, grazie anche a un sistema sanitario efficiente, ma non è stata fatta una comparazione statistica seria. L’ultimo fattore riguarda l’inquinamento, che di certo ha contribuito, ma non è che da questo punto di vista la Cina stesse meglio. 23 marzo

Tra i paesi europei, dopo l’Italia il più colpito è ormai la Spagna, dove il numero dei morti e dei contagiati aumenta giorno dopo giorno in modo esponenziale; ma dopo la Spagna, in prospettiva, la situazione diventerà gravissima in Inghilterra, e non solo perché Boris Johnson si è mosso troppo tardi, limitandosi a raccomandazioni che nessuno ha seguito: in entrambi i paesi il focolaio principale è nelle rispettive capitali e per l’elevato numero di abitanti sarà difficile riuscire a contenere i contagi. Non sono messi meglio gli Stati Uniti, dove la situazione più grave si registra a New York, una delle città al mondo con la più alta densità di popolazione. 24 marzo.

Siamo tutti in quarantena o quasi. Io esco due o tre volte per una breve passeggiata con il cane e per rifornirmi di provviste alimentari. Il bel tempo è sempre stato il mio buttafuori e non è facile resistere alla tentazione in questa primavera incipiente. Per fortuna, sebbene abiti in centro storico, ho un piccolo cortile con giardino incassato tra antiche mura. D’inverno il sole non riesce a entrare, ma ormai nelle ore centrali del giorno uno spicchio ben illuminato ha preso possesso della pavimentazione di cotto e mi rincuora. L’attività della lettura e della scrittura, che ha sempre occupato una parte cospicua della mia vita quotidiana, è ora una benedizione. Ho diversi impegni da assolvere (qualche recensione arretrata, gli ultimi ritocchi al prossimo fascicolo di una rivista filologica che mi trovo a dirigere insieme ad altri), e se ne capitano di nuovi, sono i benvenuti. L’amico Alessandro Fo mi ha offerto la possibilità di partecipare a un libro collettivo di poesia, tema l’ambiente, e l’ho colta al volo. Ho cominciato facendo forza su me stesso, senza un briciolo di ispirazione, ma piano piano mi sono appassionato all’argomento e ho sfornato redazioni su redazioni: non so quale sia il valore del risultato, ma certo ho passato qualche giorno beatamente smemorato. 25 marzo

Il numero dei contagiati nell’arco delle 24 ore diminuisce giorno dopo giorno, ma in modo molto moderato, e dunque è presto per dire che il picco è stato superato e siamo ormai in fase discendente. Non diminuisce invece il numero dei morti, sebbene sia costretto a riconoscere a denti stretti che il dato è meno importante del precedente. Ciò che conta veramente è che cali il numero dei ricoverati, soprattutto in terapia intensiva, perché al nord gli ospedali sono quasi al collasso. Ma anche ammesso e non concesso che le cose comincino ad andare per il meglio, si tratta comunque di una strage epocale, capace di incidere sui dati statistici del rapporto tra giovani e anziani nella popolazione. Per anni ci siamo sentiti ripetere che in Italia c’erano troppi anziani in pensione rispetto ai giovani produttivi, e che questo rischiava di mettere in crisi l’intero sistema. Ho sempre pensato che fosse un falso problema, che il tempo si sarebbe incaricato di risolvere naturalmente, ma ora purtroppo il processo ha subito un’accelerazione spaventosa. 26 marzo

Il conto dei morti aumenta a dismisura: ieri si è stabilito il record di quasi mille in un giorno, mentre il totale ha superato i diecimila: la qual cosa vuol dire che in Italia si è registrato quasi un terzo dei decessi di tutto il mondo. Diminuiscono i contagi e i ricoveri in ospedale. Speriamo di essere davvero vicini all’auspicata inversione di tendenza. Ma una cosa in questi tempi terribili, con difficoltà economiche crescenti per molti nuclei familiari, non conosce crisi: la pubblicità. È vergognosa la mole di pubblicità, spesso invasiva e irrispettosa con la sua rumorosa esibizione di felicità, che ci viene riversata addosso. Nei primi giorni pensavo che si trattasse di contratti precenti all’epidemia, ma ora addirittura vari spot fanno riferimento al coronavirus e cercano di sfruttarlo a proprio vantaggio. Possibile che nessuno abbia niente da dire in proposito? 28 marzo

L’emergenza si sta rapidamente trasformando da sanitaria in sociale, o meglio assume forti connotati sociali senza smettere di essere sanitaria. I provvedimenti economici del governo non sono ancora diventati effettivi, ma soprattutto non riguardano quelle persone, e al sud sono un esercito, che non avevano un lavoro regolare o lavoravano in nero. Prima o poi i nodi vengono al pettine, e la cosiddetta economia sommersa è affogata in un batter d’occhio. Così si comincia ad assistere a tentativi di assalto ai supermercati e si moltiplicano gli episodi di persone che si presentano alla cassa con il carrello pieno senza i soldi per pagare. Sarà difficile risolvere il problema dall’alto proprio per la sua capillarità. Ci vorrebbe la carità attiva, a distanza ravvicinata, di quelli che come me non sono ricchi ma non hanno particolari difficoltà economiche, ed anzi sono costretti a risparmiare per la chiusura di tutti i negozi. 29 marzo

Manca una spiegazione convincente di questa ecatombe, perché cioè il numero dei morti sia così alto rispetto a quello dei contagiati. Non basta che in Italia la percentuale degli anziani fosse maggiore che altrove. La Germania dimostra che la soluzione giusta sarebbe stata fare un numero molto più alto di tamponi, in modo da mettere subito in quarantena chi risultava positivo e soprattutto curarlo prima che le sue condizioni diventassero troppo gravi. Certo, la Spagna, gli Stati Uniti (che hanno il più alto numero di contagiati al mondo) e la Gran Bretagna non sono messi meglio di noi: forse è solo questione di tempo e ben presto qualcuno batterà il nostro triste primato. 30 marzo.

Continua la tendenza alla diminuzione dei contagi, anche se il quotidiano tributo di morti è ancora molto alto, circa ottocento, per un totale che ormai si aggira sui dodicimila. Tra loro anche parecchi medici e infermieri, che si sono trovati in prima linea e hanno combattuto senza risparmiarsi contro un nemico sfuggente, quasi privi di armi e spesso di difese adeguate. Si può sperare con qualche fondamento di essere ormai nella fase discendente dell’epidemia, ma la discesa sarà lenta e dolorosa.

Dovrò restare ancora qualche settimana recluso in casa, in compagnia dei miei libri e delle mie carte, limitando le uscite allo stretto necessario. Ma lo spicchio di sole in cortile si allarga giorno dopo giorno. 31 marzo.

Bruno Pezzella
STAGE DI TERRORE

Attraverso i vetri appannati dell’auto Ervin lesse più volte l’insegna: Continental Hotel in Dresden, e controllò l’indirizzo. Il tom tom non poteva essersi sbagliato. L’albergo era quello, la città, Dresda, pure, ovviamente. Ma il cancello d’ingresso era chiuso, dietro, nel buio si intuiva un giardino, silenzioso e abbandonato. Sterpi e foglie spuntavano tra le inferriate. Stava già fermo lì davanti da un po’, non aveva visto nessuno. In ogni convegno che si rispetti ci sono gli addetti al ricevimento che accolgono sorridenti ogni invitato, gli spiegano dove andare, le prime cose da fare, si prendono cura dell’auto e dei bagagli e l’ accompagnano fino al banco delle hostess che registrano nome e generalità e gli mollano una montagna di fogli, cartelline, depliant, e ogni genere di cose inutili. Forse, pensò, lo avevano visto attraverso le telecamere e tra poco qualcuno sarebbe comparso, o comunque qualcosa sarebbe successo. Pensò che dovevano essere tutte misure rigorose di prevenzione, in perfetta sintonia con il tema del Convegno Internazionale sulle pandemie a quale doveva partecipare. Il professor Emerson, titolare della cattedra all’università di Berlino, dove Ervin faceva il ricercatore, gli aveva raccomandato tanto quello stage.

Attese ancora, poi scese dalla sua Passat per cercare in modo di farsi sentire, ci doveva pur essere da qualche parte un campanello, un citofono, qualcosa.

La luce di una torcia elettrica puntata sulla faccia gli fece fare un salto. Un uomo era apparso improvvisamente tra le inferriate. L’aria stantia, i capelli spettinati e gli occhi vuoti, sembrava si fosse svegliato all’improvviso. Indossava una livrea vecchia e spiegazzata. Ervin pensò che doveva essere il portiere dell’albergo che si era addormentato e finalmente era venuto ad aprire. L’uomo non disse una sola parola, con una mano che sembrava priva di materia fece segno ad Ervin di allontanarsi e di ritornare in macchina. Ervin obbedì, riaccese il motore e rimase in attesa.

La luce era poca e il guardiano era nascosto per metà dalle piante, ma Ervin si accorse che stava cercando qualcosa tra fogliame e terriccio e che la ricerca diventava sempre più frenetica. Dopo qualche minuto lo vide sollevare il coperchio di una specie di tombino, inginocchiarsi e infilarsi con la testa all’interno.

Ervin allungò occhi e collo per vedere meglio. Ma l’uomo stava già riemergendo e stringeva una busta di plastica bianca come quelle dove ci si mette la spesa. Dopo un altro paio di manovre e contorsioni fece apparire una scatola di metallo. Tirò fuori un telecomando ed iniziò a pestare i tasti alla rinfusa alla disperata ricerca di quello giusto.

Finalmente il cancello cominciò ad aprirsi, cigolando e l’uomo alzò la mano volatile per indicargli la strada. Ervin si chiese che razza di accoglienza fosse quella.

Quando gli arrivò vicino il braccio del guardiano, ancora alzato, era diventato quasi trasparente e la voce sembrava un lamento.

-Benvenuto signore, – disse attraverso la mascherina di protezione, bianca – più avanti riceverà altre informazioni. Salam.

Ervin rimase incuriosito dal saluto, il vecchio gli era sembrato un occidentale.

-Sono indiano- anticipò la domanda.

-Ma ha gli occhi chiari, e la pelle bianchissima.

-La dominazione inglese.

Subito dopo il guardiano si dissolse. Intanto Ervin era entrato nel giardino, dove s’erano appena accese lampade basse e fioche che illuminavano un viottolo di acciottolato.

– Prosegua – gli ordinò, a metà tragitto, un altro inserviente ugualmente sonnacchioso e trasparente e protetto da una mascherina nera.- Davanti all’edificio c’è uno spiazzo. Sono tutti lì, non può sbagliare. Saionara.

-Scusi, di che nazione è?

-Sono bulgaro.

-Ma il suo saluto….

-Sono stato da quelle parti.

Ervin avrebbe voluto scambiare qualche altra opinione su quella strana situazione di instabilità etnica ma anche il bulgaro si dissolse nella semioscurità, dopo avergli intimato di tenersi a distanza di sicurezza.

L’edificio era completamente scuro e silenzioso, le finestre tutte chiuse e sul patio e attorno c’erano segni evidenti di abbandono. Ed anche qui non c’era nessuno. Ervin si consolò pensando di essere arrivato in anticipo.

Mentre stava per l’ennesima volta chiedendosi in che posto fosse capitato, sul vetro laterale dell’auto si materializzò un uomo vestito di scuro, con cravatta e cartellino di riconoscimento appuntato sul risvolto della giacca. Indossava una mascherina di protezione che alla luce scarsa gli sembrò viola. Uno stagista, meno male. Dava l’impressione di doversi sbriciolare a momenti.

-Buonasera, signore, non abbassi troppo il finestrino e non si avvicini, per cortesia.

-Buonasera a lei. Sono il primo? Non vedo nessuno.

-Stia tranquillo, verranno. Il punto di incontro è questo, signore.

-E quando arrivano gli altri convegnisti?

-Ci sarà stato qualche cambiamento di programma. Succede. Ora esca dall’auto ed entri. L’aspettano.

-Ma è tutto spento.

-Si accenderà?

-E quando?

-Al momento opportuno.

Ervin era sempre più perplesso e cercò di prendere tempo.

-Qualcosa non va?

-E’ tutto a posto, mantenga la distanza di sicurezza, la prego.

-Preferisco rimanere fuori. Verrà qualcun altro, spero.

-Non complichi le cose, per favore. Io ho avuto delle istruzioni precise. Esca dall’auto e mi segua.

Il tono non ammetteva repliche, Ervin cominciò a preoccuparsi.

Lo stagista fece comparire una cartellina che evidentemente conteneva la lista degli invitati. Adesso sorrideva tirando l’occhio destro verso l’alto.

-Ervin Muller, è lei?

-Sì, ma come ha …

-Venga. Cominciamo.

-E gli altri?

-Avranno disdetto.

-Vuole scherzare? Ci sono solo io? Ho pagato una cifra blu. E’ un convegno a numero chiuso.

-Infatti, numero chiuso. Devo accompagnarla dentro.

Ervin cominciò ad innervosirsi. Aveva immaginato anche l’aspetto mondano della manifestazione. Anche se c’era in giro il Covid 19, poteva capitargli qualche dottoressa ansiosa di fare scoperte non solo scientifiche. Ma intanto si trovava solo a discutere con un personaggio che sembrava uscito da una agenzia di pompe funebri e non si sentiva neppure molto tranquillo in quella atmosfera spettrale.

-Io da qui non mi muovo. – disse alla fine.

-Il professore si arrabbierà.

-Chi, il cinese? E perché mai? Che ci faccio io solo con lui? E poi, è anche una questione di buona educazione nei confronti degli altri che ancora non ci sono.

-Già, gli altri. Ma il professore aspetta lei, soprattutto.

-Quello lì? Ma se neppure lo conosco. Io l’ho visto solo su Google.

-E’ sufficiente. Entri o sarò costretto a chiamare la security.

Ervin non voleva mostrare di aver paura, ma il suo senso di autoconservazione aveva cominciato a mandargli segnali di allarme. Spalancò lo sportello della Passat e fu subito avvolto dall’aria umida e pungente della sera. Finse una risoluta accondiscendenza

-Quand’è così, portami dove vuoi tu.

La voce volò solitaria nel silenzio e Ervin provò a ripetersi, alzando il tono. – Sisì, portami dove vuoi, fammi quello che vuoi.

Uno scalone conduceva fino all’ingresso dell’albergo ed Ervin cominciò a salire rapidamente seguito dall’ospite, che preso sul tempo dalla sua decisione, gli stava correndo dietro sempre a distanza di sicurezza . Sulle scale comparve un cameriere, con una mascherina chirurgica gialla, che lo fissò per qualche istante e dopo una lunga ricerca nella tasca profonda come una bisaccia, fece scintillare alla poca luce un mazzo di chiavi. Armeggiò per qualche secondo prima di trovare quella giusta, aprì frettolosamente la porta ed entrò. Lo stagista raggiunse Ervin sulla porta. Si scusò.

-Abbiamo avuto un improvviso problema con il personale. Una vera e propria falcidia. Siamo a ranghi ridotti. Ma tutto è sotto controllo.

Dopo poco le luci nella hall si accesero. Il cameriere rimise la testa fuori per far cenno ai due che era tutto a posto, poi si fermò sulla soglia come se avesse dimenticato qualcosa, si aggiustò la livrea stirandosela con le mani aperte e fece una specie di inchino. Intanto lo stagista sporgeva dalla spalla di Ervin, che si girò di scatto.

-Non mantiene le distanze!

-Ah, mi scusi mi sono distratto. Si può accomodare, adesso. Dimenticavo. Ecco…

Gli porse con la mano ricoperta da un guanto chirurgico una maschera bul, con un respiratore in mezzo.

Ervin, la prese.

-Ed eccole il kit completo – lo stagista gli passò una piccola valigetta trasparente, poi recitò.

-Disinfettante alcoolico, set completo di 25 mascherine: 5 da convegno, 10 da colloqui personali, 5 da camera, 3 da escursione 7 da….

-Va bene, va bene – lo interruppe Ervin

-In più troverà un altro tipo di disinfettante, gel, un nebulizzatore per le suole delle scarpe. A proposito troverà anche delle calosce di plastica da indossare sopra i suoi mocassini.

-Va bene.

-In più vi c’è una Cpap portatile, nel caso lei abbia una crisi improvvisa.

-Grazie, spero di non averne bisogno.

Ervin si consolò ripensando che lo stage gli era stato raccomandato dal suo capo. Ma improvvisamente fu preso dal terrore, cambiò idea e si girò per tornare indietro.

-Senta, io ho deciso, me ne vado!

Ma lo stagista gli sbarrò la strada. Ervin tese i muscoli per affrontare meglio il suo aguzzino. Si aspettava una opposizione ma quasi lo trapassò ricevendo di nuovo quella strana sensazione di assenza di materia. Andò a sedersi su una panchina di ferro battuto che stava sotto il patio.

– Io non vengo – si sdraiò addirittura sentendo immediatamente il brivido freddo che gli trasmetteva il contatto con il ferro bagnato dalla notte. Dalla mascherina spuntavano gli occhi furiosi dello stagista.

-Ma come, è tutto pronto.

-從那裡上來,混蛋 (Alzati da lì stronzo)

-Ma che lingua è, non ho capito? Scommetto che, visto che ha i capelli chiari e la pelle trasparente, sarà di Mombaza.

-No sono italiano, mio padre era di Mazzara del Vallo. Mi segua, subito! – Ordinò lo stagista

-Mi venga a prendere. Anzi, mi sollevi in braccio come si fa tra sposini. Io la bacerò sulla bocca mentre entriamo.

-Ma è impazzito? le distanze di sicurezza ….

All’improvviso tutto l’edificio si illuminò, e pure il patio e pure il parco. La luce divenne subito insopportabile. Ervin cercò lo stagista.

-Prima non si vedeva per il buio, adesso per troppa luce. Dove è sparito il becchino?.. –

Lo stagista si era dissolto. Ervin si alzò per vedere che fine aveva fatto, anche il cameriere era scomparso. Entrò nella la hall deserta e cercò qualcuno per chiedere informazioni. Fece qualche passo ma rimase incantato.

Nel silenzio assoluto era emersa dal buio una grande sala. L’atmosfera sapeva di sonno e trasparenza.

Davanti ad un tavolo lungo e ad un leggio le fila di poltrone, erano tutte vuote. Un fruscio fece accendere altri riflettori in diversi punti della sala, sfrigolarono in serie i proiettori pronti per l’uso. Subito dopo le luci si spensero e ci fu un nuovo attimo di buio.

Quando si riaccesero, dopo un paio di secondi, dietro il leggio era comparso un uomo piccolo con i baffetti all’insù ed Ervin si chiese da dove fosse entrato. Un altoparlante gli diede il ben venuto.

-Prego si segga. Tra qualche istante il professore inizierà la conferenza.

Subito dopo Ervin si sentì spingere dietro le ginocchia. Lo stagista era ricomparso, aveva portato due sedie e gliene aveva spinto una sotto le gambe. L’altra l’aveva presa per sé e ci era seduto, sempre ad un metro di distanza. Lo stagista gli allungò una cartellina, sulla quale, con stupore, Ervin lesse solo il suo nome. Gli altri fogli erano in bianco. Ervin cercò di fare lo spiritoso.

-Con quello che ho pagato mi tocca una poltrona. C’è una sala vuota, vado a sedermi lì.

Lo stagista lo fulminò.

-No!

-Almeno datemi un programma della serata. Che film date? Comico, sicuramente. Chi è quel tizio dietro al leggio, un cabarettista della zona?

Fu ignorato.

-Meglio un horror, visto il posto, Stage di terrore, lo chiamerei. – Harcibald – parlò inaspettatamente il conferenziere – lei può andare.

Lo stagista sembrò non condividere l’ordine.

-Te ne vai e ti dispiace? Facciamo una cosa: rimani tu al posto mio.

-Vietato, lei non può andale via, è tuuto legislato, non può cambiale – Tuonò il piccoletto con i baffetti alzandosi sulle punte dietro il leggio.

-Chi è quell’idiota da cui prendi ordini?

-Non lo ha riconosciuto? E’ il professore cinese, è lui, proprio lui.

-Ma se è biondo e ha gli occhi celesti.

-E cosa vuol dire? In Cina non ci sono più soltanto cinesi gialli e con gli occhi a mandorla. E’ la globalizzazione.

-Anche loro.

-Purtroppo.

Il conferenziere senza cambiare atteggiamento né tono di voce, ordinò allo stagista.

-Esca.

-Veramente .. io non so se .. ci sarebbe quella pendenza..

Alla fine obbedì e si mosse verso l’uscita. Ervin fece per afferrargli un braccio, ma si trovò col pugno vuoto.

-Mica penserai di andartene così, sul più bello? Proprio adesso che comincia lo spettacolo. Anzi, andiamo a comprare un po’ di patatine e popcorn.

Il relatore incalzò: -Harcibald, la faccenda non la ligualda più, vada!.

Ervin si alzò dalla sedia e scattò verso il cinese.

-Riguarda me, pezzo di idiota!

Il relatore non si mosse, Ervin lo fissò. Qualcosa di strano ce l’aveva. Era quasi trasparente.

Sarà una razza nuova, pensò.

Immediatamente, come se si fossero nascosti fino ad allora, da sotto il tavolo, comparvero dieci cinesi, tutti uguali al primo, tutti biondi e con gli occhi azzurri. Ervin rimase esterrefatto. Poi cercò di toccare quello più vicino. Ma con suo grande stupore la mano lo trapassò. Erano fatti di luce. Come se fossero tanti ologrammi, anzi ne fosse uno moltiplicati per dieci, e tutti uguali.

-Osa mettele le mani addosso ad uno dei suoi plofessori? E senza guanti di plotezione! – tuonò il primo cinese.

Ervin si girò. Improvvisamente la sala si era riempita. Trecento cinesi perfettamente uguali al primo lo fissavano con gli occhi cattivi, da sopra le mascherine, tutte bianche. Si sentì come il protagonista di quegli orribili cartoon dove tutti hanno nomi orientali ma i tratti sono occidentali.

Si girò per vedere se ce l’avessero veramente con lui, sperando che ci fosse qualcuno alle sue spalle… Terrorizzato, guardò verso l’uscita, adesso l’unica cosa che voleva era scappare. I cinesi tutti insieme si erano alzati e lo stavano puntando. Una muraglia avanzava verso di lui. Nel frattempo si meravigliò di continuare considerarli cinesi mentre invece potevano avere il passaporto svedese.

Si decise e scattò verso la porta ma non riuscì a superarla, sulla soglia fu afferrato per la giacca. … Ormai temeva di fare una brutta fine. Urlò di spavento, ma ormai era stato immobilizzato. La mano che lo stava trattenendo era ferma, ma senti che era gentile. Ebbe come la sensazione che qualcosa gli stesse scivolando addosso. Poi, vide sopravanzare un’ombra lunga ed acuminata, era la sagoma inequivocabile di una donna, la linea dei lunghi capelli tutt’uno con quella delle spalle ed il resto del corpo. Raccolse tutte le forze e lentamente si voltò. La donna, dietro la mascherina azzurra, aveva tratti orientali.

-Finalmente una cinese autentica.

-No, sono tirolese.

Gli strinse il braccio con la mano guantata e lo trascinò: -Venga, di qua, scappiamo, presto.

Corsero verso l’uscita e poi nel giardino, i loro passi veloci rimbalzarono sul selciato. Ervin tra emozione e affanno effetto delle quaranta sigarette al giorno, andò subito in apnea.

-Dove .. andiamo? Chi .. è .. lei?

-Una hostess. Lavoro nell’organizzazione.

-Che bella organizzazione … Siete una … banda di pazzi …. Cinesi.

-No, per favore non dica così. Stamattina il nostro gruppo è stato assorbito da una multinazionale controllata da questi qui.

Ervin sbuffava, i polmoni gli stavano esplodendo. Si fermò.

La ragazza urlò: – Non respiri troppo forte, le goccioline della sua saliva potrebbero infettarmi.

-Sto scoppiando

-Non può! Guardi là.

Alle loro spalle la muraglia di cinesi avanzava compatta. Urla di battaglia arrivavano fino ai fuggiaschi. Ervin per la paura strillò come una tredicenne ad un concerto rock e riprese a correre dietro alla ragazza.

-Ma che vogliono?

-Prenderla e cambiarle i connotati. Fino a stamattina questo era uno degli stage più seguiti. Veniva gente da tutto il mondo. Poi sono arrivati loro.

-Loro chi? Chi sono?

-I nostri nuovi padroni. Si moltiplicano continuamente. Pensi che stamattina erano tre e adesso sono trecento.

-Ma come fanno?

-Non lo sappiamo ma abbiamo deciso di organizzare un nuovo convegno per capire.

-Me lo faccia sapere, mi iscriverò. Adesso dove mi porta?

-Lontano da questi qui, se ci riesco.

Ervin si voltò di nuovo. I cinesi erano aumentati. Ora brandivano tante spade luccicanti e le agitavano. Erano vicini, molto vicini. Sentiva le loro urla cattive, piuttosto mille mugugni, come quando i cinesi si incazzano. Eppure sembravano trasparenti. La ragazza lo trascinò serrandogli la mano.

-Dobbiamo raggiungere una zona senza luce. Tra poco c’è un tunnel. Lì ci fermeremo.

Appena entrarono nella zona buia Ervin si voltò di nuovo. I cinesi si erano dissolti, lo fece notare soddisfatto alla ragazza.

-Sembra a lei. Appena usciremo fuori di qui li troveremo ad aspettarci dall’altro lato.

-E noi non ci muoviamo, allora. Qualcuno verrà a salvarci.

-E chi? Dovremmo chiamare la polizia. Ma forse se la sono comprata.

-Pure quella! E allora che facciamo?

-Aspettiamo che faccia notte.

-Ma sono già le nove.

-E’ vero, ma non in Cina, è ancora giorno. A mezzanotte usciremo. C’è una baita dopo l’uscita.

Al buio Ervin immaginò il viso della ragazza senza maschera. Nei pochi secondi che aveva potuto guardarla aveva notato che non aveva trucco intorno agli occhi, a pensarci bene, quegli occhi color nocciola avevano un’aria metallica, da replicante. Mentre camminavano aveva sentito sciogliersi il terrore e crescere il desiderio per la sua salvatrice.

La baita era silenziosa. Sembrava uscita da una favola visto che era sospesa da terra. Quando furono dentro, Ervin riprese ad interessarsi alla ragazza. Guardò all’incrocio dei baveri del tailleur, la pelle era bianchissima. Pensò che anche i seni fossero nudi e la paura si mutò improvvisamente, imprevedibilmente, in piacere. Lei lo guardò negli occhi.

-Se vuole..

-Ma la distanza?

-Prenda questo – le passò un bicchiere pieno di un liquido nero

-Ervin lo osservò contro luce: – Che cos’è?

-Brodo di pipistrello.

-Che schifo!

-Fa bene, protegge ed è afrodisiaco

Ervin, disgustato, obbedì. L’hostess si tolse la mascherina. Aveva le labbra rosse e carnose, sorrise appena. I denti erano bianchissimi

Come un incantatore di serpenti davanti al cobra, Ervin tese una mano per sfiorarla. La bocca della tirolese che sembrava cinese ma non lo era, si increspò lievemente di piacere. Ervin era euforico.

– Non le ho ancora chiesto il suo nome.

-Sono Wan Wuon Cin, sono nata ad Oslo.

-Come mai avete tutti le nazionalità sballate.

-E’ stata una epidemia, qualche anno fa.

-Davvero? I giornali non ne hanno parlato.

-Glielo hanno impedito le sette sorelle.

-E che cosa c’entrano?

-C’entrano sempre.

-Avevo capito che qualcosa non andava in questo convegno. Per fortuna l’ho incontrata..

-Lo può ben dire. La gente come lei vive una vita intera senza conoscere tante cose e finisce per ignorare le sue vere inclinazioni.

-E le mie quali sono?

-Partecipare a stage estremi.

-Che questo lo sia non ho dubbi.

Ervin continuò ad accarezzarla seguendo la linea del mento, rialzò la mano e la diresse sicura in quel punto luminoso di pelle bianca al centro del petto. Prima, però, si tolse i guanti da chirurgo e infilò la mano sotto la giacca blu da hostess che per l’appunto era indossata dall’hostess e sentì la pelle nuda del seno.

-Menomale che non è trasparente pure questa.

Lei chiuse gli occhi e cominciò a tremare. Ervin allora usò l’altra mano come un giocatore di pelota, la fece scivolare rapidamente lungo la cosce e sentì il caldo umido al contatto con gli slip. E la ragazza disse:

– Disinfettati prima, usa lo spry.

Ervin senza riflettere, eseguì. E subito dopo cominciò ad urlare per il bruciore e a saltare per tutta la stanza

Ervin dormì fino al giorno inoltrato. Poi al ragazza lo svegliò dicendogli piano che dovevano andare.

-C’è troppa luce, potrebbero vederci.

-Già, i cinesi.

Si ricordò che doveva recuperare la sua Passat parcheggiata nel parco dell’albergo. La ragazza lo scoraggiò.

-Non sarà facile, adesso. Sicuramente ora sarà diventata un’auto cinese.

-E come è possibile? E’ tedesca.

-Hanno cambiato la scocca. Adesso è gialla.

-Ma che stai dicendo? (ora si davano del tu)

-L’epidemia.

-E come facciamo?

-Chiamiamo un tassì.

-Giusto. (nota dell’autore: cretina come battuta, ma non me ne vengono altre ).

La tirolese chiamò il tassì. Dopo dieci minuti un’auto si fermò davanti alla baita. Ervin non riuscì a vedere la marca, ma immaginò che fosse cinese. Ne discese un uomo sulla cinquantina che mentre si avvicinava, prese le sembianze del suo capo, il professor Emerson. La tirolese subito divenne albina.

-Mio marito!

-Che stai dicendo? Quello è il mio .. Cazzo, mi sono giocato la riconferma.

L’uomo bussò alla porta. Ervin era terrorizzato molto più di quando era stato inseguito dai cinesi.

-Adesso come faccio?

La ragazza andò a nascondersi in un armadio. Il toc-toc venne ripetuto più volte. Finalmente Ervin aprì la porta. Il tassista si tolse la mascherina arancione e sorrise.

-Buon giorno signore. E’ lei che ha chiamato?

-Buon giorno, professor Emerson, come sta?

-Faccia finta di non riconoscermi. – disse a bassa voce – Sono sorvegliato. Piuttosto quella puttana di mia moglie è con lei?

-NO! Glielo giuro.

-Peccato. Avevo portato un bel coltello a serramanico. Sarà per la prossima volta. Al prossimo convegno. Venga.

Salirono in auto. Ervin notò che Emerson lo controllava dallo specchietto retrovisore. All’improvvisò il professore inchiodò.

-Perché dice le bugie?

Ervin sbiancò.

-In che senso, scusi?

-Lei nel suo test d’ingresso per essere ammesso a far parte del mio staff aveva dichiarato di non aver pregiudizi razziali.

-Ed è vero.

-Non direi. Questo stage ne è la riprova. Lei giudica ancora le persone dal colore della pelle.

-E’ solo per comodità, per distinguerle.

-E fa una gran confusione.

-Probabilmente e vero, ma è che qua ….

-Sbaglia, sbaglia davvero.

-Ma lei come fa a sapere queste cose?

Emerson si voltò. Il suo viso aveva lentamente assunto tratti orientali. Gli occhi azzurri erano diventati nocciola e si erano allungati, il colorito da bianco era diventato olivastro.

-Sono anni che organizzo questo stage, da molti anni, proprio per i miei assistenti e ne ricevo sempre indicazioni utilissime. Lei ad esempio sa districarsi in situazioni di difficoltà e questo è un dato a suo favore. Il che mi fa pensare che devo mandarla al prossimo convegno, alla prossima pandemia.

-No grazie, questo mi basta.

-E’ per perfezionarla.

-La prego, no.

-Verrà anche mia moglie, non è contento?

-Chi, la tirolese?

Ervin si accorse di essersi tradito. Emerson sorrise.

-Allora la conosce.

-Sì, di sfuggita. All’albergo mi ha portato la cartellina dei congressisti.

-Non è tirolese. E’ coreana. Lei si vergogna, però.

-E perché?

-Per via della storia che quelli si mangiano i cani. Lei preferisce i pipistrelli.

-Lo so …

-Ah! A bevuto anche il sua brodo!

-Sì, ma poco.

-E’ in cura dallo strizzacervelli.

-Per questa sciocchezza.

-No. Perché è ninfomane. Non se n’è accorto stanotte?

-NO! Veramente io..

-E non continui a mentire. Io so tutto dei miei assistenti.

Prese il coltello e lo pugnalò.

Mentre moriva Ervin ebbe il tempo di notare che anche Emerson era fatto di una sostanza trasparente. Cercò di toccarlo, ma la mano andò a vuoto e si accorse che gli occhi del professore erano ridiventati azzurri e i capelli biondi.

Fece un colpo di tosse, e perse tutto fiato. Ebbe appena il tempo di pensare che si era contagiato.

Mauro Caneschi
Peste

«Ma secondo te, ci sta?»

Il viso di Laura la guardò dubbioso dallo schermo, poi Chiara tornò a dirigere lo zoom dello smartphone verso la panchina poco lontana.

Il giovane intento a dar da mangiare ai piccioni era un bel ragazzo poco più che ventenne. Senza maschera. Capelli scuri, fisico aitante che si intuiva sotto la maglietta bianca di cotone.

In quel momento, mentre Chiara da dietro un albero stava cercando di inquadrarlo senza farsi notare, si alzò, scrollò le briciole di pane dai calzoni e si avviò lungo il vialetto d’accesso costeggiato di cipressi.

«Guarda che spalle. E che fianchi!» sibilò Laura dall’altra parte del mondo.

«Ed è pure immune!» concluse Chiara agendo ancora sullo zoom.

Il tatuaggio a forma di doppia z visibile sull’avambraccio sinistro non lasciava dubbi.

Un immune. E pure bello pensò la ragazza seguendo il pensiero dell’amica. Non poteva lasciarselo sfuggire. Lo scorgeva da qualche giorno sempre alla solita ora, da lontano, tra i vialetti maltenuti del parco sotto casa mentre si aggirava lanciando lunghe occhiate alle piante e alle panchine come se stesse cercando qualcosa. O qualcuno. Le era sembrato strano incontrare un altro essere umano.

«Senti, da quando sono diventata maggiorenne ho il permesso di uscire di casa una volta al giorno e sempre qui, nel parco. Mi sono rotta. Non c’è mai nessuno e se vedo qualcuno, mascherina, guanti, distanza di sicurezza e via. Sempre vecchi o ragazzini. Questo non me lo lascio scappare.»

«Beata te che almeno esci» disse Laura con un sospiro «io ho ancora un anno di carcere davanti.»

Le due ragazze tornarono a guardarsi dallo schermo.

«Questo tipo è l’occasione che aspettavo. Quando mi ricapita un altro immune bello e disponibile?»

«Chi ti dice che sia disponibile?» replicò l’amica.

«Secondo te, se fosse impegnato verrebbe tutti i giorni a dar da mangiare ai piccioni?» sorrise Chiara soddisfatta della sua deduzione.

«In effetti… comunque stai attenta. Magari ha qualche altra malattia.»

«Lo sai chi ha una malattia? Tu. Si chiama invidia!» concluse Laura con uno sberleffo. «Dai, ti richiamo domani. Ti faccio sapere come è andata.»

Aveva voglia di bere. Il pomeriggio di luglio era insolitamente caldo e aveva fatto male a non mettersi una gonna leggera per uscire di casa. Gli short attillati le fasciavano i glutei, e la camicetta troppo stretta la stava facendo sudare. O forse la causa dell’aumento della temperatura corporea era un’altra.

L’idea di un incontro ravvicinato con un essere umano e pure maschio che non fosse suo padre la eccitava in modo tremendo. Guardò nervosamente l’orologio, indecisa se tentare subito l’approccio o rimandare al giorno seguente.

No, adesso era troppo tardi. Entro mezz’ora sarebbe dovuta tornare a casa e il ragazzo era ormai oltre l’ingresso del parco.

E se domani non fosse tornato?

Si tormentò le mani per qualche secondo. Il giovane aveva svoltato a destra e non si vedeva più.

Decise che avrebbe tentato il giorno seguente. Era un po’che lo vedeva passeggiare, perché non avrebbe dovuto farlo anche l’indomani? Rassicurata da tali pensieri si incamminò verso casa.

Prima di tornare nell’appartamento si fermò al bar. I due tavolini all’aperto erano alla regolare distanza di tre metri l’uno dall’altro e aspettavano indifferenti che qualche avventore si degnasse di cercare ristoro alla calura estiva.

Chiara si cosparse la punta delle dita con il disinfettante liquido che portava sempre con sé, digitò il codice della bevanda e della carta di credito e prelevò dallo sportello lattina e bicchiere nella confezione sterile.

Seduta sotto l’ombrellone si tolse la mascherina e assaporò il liquido gelato che le raffreddò la gola. Non così il resto del corpo. Sentiva sottopelle un brivido caldo che la percorreva tutta concentrandosi tra le cosce esposte al sole e sotto la camicetta. Si passò distrattamente una mano resa fredda dalla lattina sul seno sinistro causando un improvviso inturgidimento sotto le dita.

Era arrivato il momento pensò.

Non come avrebbero voluto i suoi genitori. Non nel modo indicato dalla società di igienisti in cui si era trovata a crescere.

Con pochi passi raggiunse l’appartamento a piano terra dove abitava da diciassette anni.

Da un anno aveva raggiunto la maggiore età e finalmente era potuta uscire da sola. Di pomeriggio ovviamente. Il coprifuoco non ammetteva deroghe se non per le persone occupate nei servizi essenziali.

La porta di casa si aprì con il solito cigolio.

«Chiara?»

«Chi vuoi che sia, mamma?»

Sempre le solite frasi, sempre la solita vita, sempre la solita storia.

Entrò in camera e accese il monitor.

Si collegò con Beatrix in Inghilterra. Parlava un’inglese fluente quasi quanto il suo anche se l’accento tradiva l’origine indiana della sua famiglia.

«Ciao Bea.»

«Salute» le rispose la ragazza dall’altra parte dello schermo con un cenno di mano.

Più grande di lei era la sua confidente per tutte le questioni di cuore e Laura la chiamava quasi ogni giorno.

La frase d’obbligo “come stai?” risuonò in contemporanea dai due apparecchi.

«Ho da chiederti un consiglio» fece Chiara avvicinandosi allo schermo.

«Dimmi pure.»

«Se tu trovassi un ragazzo più grande di te, molto più grande…»

«In una casa?»

«No, lo sai che nelle “case” si incontrano solo coetanei o giù di lì. No, uno molto più grande.»

Lo sguardo della sua amica si fece più attento.

«E dove l’avresti incontrato?»

Chiara sospirò.

«In realtà non l’ho ancora incontrato. L’ho visto. Nel parco sotto casa. È una settimana che si aggira sotto casa mia. È un Immune.»

«Interessante. Sicura? Gli Immuni sono rari.»

«Ma tu che sai tutto, quanto rari?»

Bea sorrise all’ignoranza dell’ amica.

«A scuola non impari niente?»

«Non mi parlare di scuola. Tutte le mattine le lezioni al computer, e poi i compiti, le interrogazioni… lo sai che mi piace solo la geografia. E poi mi stanca. Lo schermo sempre acceso mi fa venire il mal di testa.»

«Hai messo lo schermo su “relax”?»

«Certo, per chi mi prendi? Ma mi stanco lo stesso.»

«”Si, si”, anche io alla tua età mi stancavo. Soprattutto con le lezioni di matematica…» sorrise l’amica. «Comunque, hai fatto una ricerca sul web?»

«Non sono una ragazzina» rispose stizzita Chiara «voglio i dati veri!»

Bea si allontanò dallo schermo come a prendere le distanze da quella reazione inaspettata.

«Ascolta, lo sai che per il mio lavoro ho accesso alle informazioni riservate sul Covid-21, ma sono appunto riservate. I dati servono alle autorità per prendere decisioni anche impopolari e non si possono divulgare così alla leggera. E poi, perché ti interessano le percentuali? È un immune? Ha il tatuaggio?»

«Ce l’ha. Gli ho fatto anche delle foto con il tele. Bello chiaro sull’avambraccio.»

«Allora fatti bastare quello che vedi. Comunque siamo sotto il 10% della popolazione mondiale. Hai avuto una bella fortuna a vederne uno. E lui ha un gran culo a essere nato immune. Può fare quello che vuole e andare dove gli gira.»

«Ed è pure bello!»

Bea si riavvicinò allo schermo.

«Quanti anni ha secondo te?»

«Venti, venticinque? Non lo so. Però è un gran fico.»

«E tu vorresti…»

«Andarci a letto, “si”. Lo sai che frequento le “case sicure” da quando sono maggiorenne. Faccio il test, prendo la chiave, entro in camera e poi arriva dall’altra porta il solito ragazzino sbavante che vuole saltarmi addosso. Teoricamente servirebbero per socializzare, per il contatto umano come dicono in televisione, ma la realtà delle “case” la conosci anche tu. Da voi come da noi servono per scopare, per accoppiarsi. Dopo cinque minuti di tentativi sono sempre scappata.»

«Non è esattamente così» iniziò Bea cercando di consolare l’amica.

«No, è esattamente così. Ma non importa. Ora ho trovato con chi perdere la verginità. Se ci riesco. Se mi trova attraente…»

«Su questo non avere dubbi» la interruppe Bea.

Chiara era una ragazzina molto bella e sembrava più grande della sua età. Il viso dolce e innocente, la curva dei seni che appariva prepotente sotto la camicetta, le lunghe gambe già pienamente tornite causavano scompiglio nei maschi che frequentava in chat.

Lei lo sapeva e aveva imparato a difendersi dagli approcci nelle “case” le poche volte che aveva cercato d’incontrare qualche ragazzo che ne valesse la pena.

«Lo sai che sei bella e se il mondo fosse quello di venti anni fa, avresti fatto strage» continuò l’amica «ma oggi conosci le regole: uno per volta e con attenzione.»

«Si, ma ammesso che lo contatti, là fuori intendo, poi…»

«Dove lo porti?»

«Esatto» concluse Chiara torcendosi le mani. «Dove lo porto?»

«Ma c’è qui la tua amica, no? Che ci sto a fare?»

«Hai, avresti un posto?» chiese la ragazza stupita.

«Non io. Lui!»

Chiara aggrottò stupita le belle ciglia.

«Tutti gli Immuni tendono a vivere da soli» riprese Bea. « Te l’immagini se vivessero in famiglia? “Per favore, visto che puoi uscire, mi andresti… mi prenderesti…” Sarebbe un inferno. O vivono in coppia o da soli. Ora, visto che dici che è una settimana che lo vedi in giro, è evidente che vive da solo.»

«E quindi…»

«E quindi se riesci nell’intento, sarà lui a portarti dove vive. No?»

Chiara applaudì visibilmente contenta.

«Lo sapevo che dovevo chiamarti. Lo sai che io non ci avevo pensato. Un’abitazione… certo! Ma per il coprifuoco?»

«Chiara, Chiara, ma anche le cose più semplici? Ti devo dire tutto? Allora, prima lo incontri e decidi se veramente vuoi perdere la virginità con lui, non avere fretta, con un Immune puoi stare alla distanza che vuoi, lo puoi toccare, abbracciare, baciare. Poi quando sarai sicura, fissi un appuntamento, vai alla “casa”, fai il test e prendi la chiave della stanza. Sali, apri la porta e la richiudi. Il computer registrerà che sei nella stanza. Esci e vai da lui. Telefoni a casa, dici che passi la notte nella “casa” come avresti già dovuto fare da tempo, e la mattina dopo riporti la chiave allo sportello automatico.»

«E quel poveretto che entrerà nella stanza?»

«Non trovando nessuna ragazza penserà che ci hai ripensato e uscirà anche lui.»

Chiara si toccò le labbra pensosamente.

«Aspetta un attimo. Il Computer registrerà che io sono in camera fino al mattino e che l’altro è invece uscito quasi subito dall’altra porta.»

«Ti rivelo un segreto. Al computer e ai supervisori non importa niente di cosa succede nelle “case”. Sono luoghi per gli incontri. Se uno esce prima e l’altro decide di passare tutta la notte da solo, va bene ugualmente. Lo sai anche tu, dappertutto ci sono gli interruttori antipanico. Se qualcosa va storto, basta premerne uno e parte una sirena che renderebbe sordo chiunque. Per questo non ci sono telecamere nelle strade adiacenti e nelle “case”. Per la privacy. Hai il tuo alibi. Sei a posto.»

Chiara sorrise felice per la soluzione. Bea era una vera amica. Il suo volto arricchito dalla montatura azzurra degli occhiali esprimeva soddisfazione. Trentenne impegnata lavorava per il governo da molti anni. L’aveva incontrata in una chat in cui era entrata per risolvere un problema di lavoro per conto di suo padre. Il pensiero volò alla vita insulsa dell’unico uomo con cui avesse mai avuto rapporti senza tener conto della distanza di sicurezza. Un ometto meticoloso che si cospargeva di disinfettante tutte le mattine prima di andare al lavoro in fabbrica. Suo padre, che non capiva niente di informatica in un mondo in cui le videochat erano il solo modo per entrare in contatto con altri esseri umani.

Aveva incontrato sua madre in una “casa” diciotto anni prima e dopo due appuntamenti, avevano deciso di metter su famiglia.

Il mondo andava avanti così. A scuola aveva studiato in che modo il Covid-21 avesse stretto l’umanità in una morsa difficile da spezzare.

La virulenza della malattia respiratoria, dieci volte maggiore delle altre pandemie affrontate nel corso del XXII secolo, aveva costretto le nazioni a confrontarsi con un modo di vivere totalmente diverso da quello delle generazioni precedenti.

Appurato che il contagio avveniva attraverso le vie respiratorie, era stata stabilita una distanza di rispetto tra uomini e donne di circa tre metri. L’utilizzo di mascherine e guanti permetteva di svolgere alcune mansioni industriali, ma non tutte.

Le relazioni sociali erano saltate in aria all’improvviso e nel giro di un anno le persone si erano ritrovate sole sotto la fredda luce del giorno. Il virus mutava velocemente. Tanto velocemente che dopo tanti anni, ancora non era stato trovato un vaccino efficace.

Dopo un’impennata epidemica che aveva decimato le nazioni, il numero dei contagiati si era stabilizzato in tutto il modo e così il numero delle morti. Il 90% delle infezioni si risolveva in un decesso dopo un mese circa dai riscontri positivi. Occorreva stare in guardia. Sempre. Tutto avveniva attraverso la Rete. Acquisti, vendite, conferenze. Nessun contatto per più di una coppia di persone e dopo aver superato il test che dimostrasse per ambedue la negatività al virus.

Erano così nate le “case per incontri”, in cui i giovani di ambo i sessi potevano conoscersi e frequentarsi aldilà del coprifuoco notturno e delle rigide regole utilizzate in tutti i nuclei familiari.

A diciassette anni Chiara era ancora vergine.

Gli impacciati tentativi con i quali i maschi che aveva incontrato nell’anno e mezzo in cui aveva frequentato le case avevano cercato di “conoscerla”, le avevano causato più repulsione che desiderio. Lei cercava qualcuno più maturo, più esperto di quei ragazzini. Qualcuno che potesse renderla donna con amore, con trasporto.

«Sei ancora lì?»

La voce dell’amica la distolse dai suoi pensieri.

«Certo» disse «dove vuoi che sia?»

«Ti ho visto distratta. Pensavi a lui?»

«Mi ero persa a fantasticare su come il mondo che hai conosciuto tu fosse tanto diverso da quello in cui viviamo adesso.»

«Hai ragione» annuì Bea. «Ho conosciuto un mondo molto diverso da ragazzina. Ma ora è così e non possiamo farci niente. Comunque, se ti può consolare, anche nell’antichità ci sono state epidemie e pandemie che sembravano inarrestabili. L’umanità è sempre andata avanti. Anche questa passerà, prima o poi.»

«Dici così perché almeno da giovane hai potuto frequentare chi ti pareva, fare quello che volevi… Li vedo i vecchi film. In confronto pare di stare su Marte.»

«Anche per me sono ormai tempi lontani. Comunque ti consiglio la lettura di un vecchio libro che parlava di una pandemia che sconvolse l’Europa tanto tempo fa. Si chiama “I Promessi Sposi”. Te lo consiglio. Scaricatelo e leggi i capitoli dedicati alla peste. Povera gente, e pensare che sarebbe bastato un antibiotico. Nel futuro penseranno a noi nello stesso modo. Anzi» rifletté Bea « scaricati “Storia della colonna infame” sempre dello stesso autore Alessandro Manzoni. Potrai capire come l’ignoranza belluina della gente possa portare a sciagure morali anche maggiori del Covid-21.»

«Ok, fatto» rispose Chiara sempre attenta ai suggerimenti dell’amica, muovendo il mouse.

«Ora ti lascio, devo fare i compiti. Grazie per i consigli, preziosi come sempre! Ti faccio sapere come è andata. Ci aggiorniamo.»

Un sorriso e il distacco della videochat rispose dall’altra parte dello schermo.

“E vai” pensò Chiara. “Siamo pronte al grande passo”.

Aprì il collegamento con la scuola e iniziò a scaricare i test per il giorno dopo.

Le ore trascorsero noiose, come sempre.

«Chiara! Esco!»

Erano le 18. L’ora fissata per la sua famiglia per andare a fare la spesa settimanale. Sua madre sarebbe tornata come al solito carica di roba da mangiare pronta per essere stipata nel frigorifero previa accurata disinfezione dei sacchetti di plastica riciclabile.

Udì appena il saluto della mamma e la porta che sbatteva.

Persa nei suoi pensieri, Chiara vedeva I rami degli alberi flettersi sotto la leggera brezza estiva. La finestra inquadrava un mondo vicino eppure quasi inaccessibile. Un mondo comunque solitario, a dispetto dei miliardi di persone che non potevano più frequentarlo.

L’avrebbe incontrato domani? Avrebbe trovato il modo di parlargli? Cosa gli avrebbe detto? Come…

Inutile pensarci troppo, decise. Avrebbe improvvisato.

Inviò l’ultimo esercizio di matematica e si alzò per andare all’armadio beige davanti al letto. Doveva scegliere qualcosa che attirasse la sua attenzione. Una gonna, sicuramente. Era cosciente di poter mettere in mostra delle belle gambe. Corta. Quella rossa andava bene. La camicetta panna. E poi la biancheria. Non aveva biancheria sexy, ma avrebbe potuto ovviare con qualche goccia di profumo sul reggiseno. L’aveva visto in un film. Pareva che gli uomini la trovassero una cosa irresistibile.

A cena mangiucchiò qualcosa, svogliatamente. Era totalmente presa dai suoi pensieri, lo sguardo fisso sul monumentale schermo tv che acceso giorno e notte troneggiava sulla parete di fronte alla tavola apparecchiata.

«Mi hai sentito?»

«Come?» rispose a sua madre che la guardava mentre le toglieva il piatto davanti.

«Ti ho chiesto se domani pomeriggio hai intenzione di uscire. Volevo fare la torta, se mi dai una mano…»

«Uscire? Certo che esco. Vado alla “casa”.»

Marito e moglie si lanciarono un’occhiata in tralice.

Suo padre abbassò il volume del televisore.

«Non ci sei andata l’altra settimana?» chiese tranquillo.

«Si, ma… domani ci torno, anzi, non so se resto fuori. In caso telefono.» disse Chiara perentoria.

Altra occhiata complice.

«Va bene, sei maggiorenne. Fai come vuoi. Stai attenta e segui le regole» assentì di malavoglia il capofamiglia.

Poi tornò ad aumentare il volume della tv.

“… tratta della quarta mutazione del virus dall’inizio dell’anno e sembra che si sia sviluppata una resistenza ai farmaci che fino ad ora hanno permesso di contenere il numero dei decessi. Al contrario del ceppo precedente il cui tempo di latenza era di circa tre settimane, in questo caso si parla di più di un mese dal momento dell’infezione. Durante questo periodo appaiono le caratteristiche strie bluastre sull’addome dei colpiti dal virus e ciò facilita l’identificazione degli infetti. Il governo si raccomanda di utilizzare le misure…»

«Non ci capiscono niente, questa è la verità» bofonchiò suo padre «non ci hanno mai capito niente.»

Chiara si alzò da tavola prime che riprendesse la solita monotona interminabile sequela di considerazioni che aveva sentito da tutta una vita. Andò a letto presto, accese il tablet e iniziò a leggere “La colonna infame”.

Il sole la svegliò filtrando dalle tapparelle. Si girò dalla parte opposta sbuffando per il fastidio. Poi aprì gli occhi. Cazzo pensò, oggi è il gran giorno. Saltò giù dal letto e si precipitò in bagno. Mentre l’acqua della doccia scorreva si accarezzò con il sapone pensando a quali mani l’avrebbero sfiorata quel pomeriggio e/o quella notte. Un uomo, un uomo vero. Non quelle nullità con le quali aveva avuto a che fare fino ad allora.

Fece colazione voracemente con lo sguardo fisso alla finestra che dava sul parco. Poteva uscire solo di pomeriggio e per stamani avrebbe saltato le lezioni. Non c’era con la testa. Da una parte era protesa verso l’incontro di quel pomeriggio e dall’altra le riecheggiavano dentro le grida dei condannati di quel libro impressionante. L’aveva letto tutto d’un fiato. L’untore, le false accuse, le delazioni, le torture. Non aveva mai sospettato che la gente potesse essere tanto infame.

Suo padre era già uscito per recarsi al lavoro e sua madre stava rimettendo a posto i cassetti per l’ennesima volta. Ci scambiò due parole e poi si rintanò in camera sua lamentando mal di testa. Sulla porta si voltò a guardarla. Lei non avrebbe fatto quella vita. Era sicura del suo fascino da adolescente. Avrebbe fatto colpo da subito, aveva studiato sui video scaricati dalla rete come far felice un uomo e intendeva mettere in atto tutto quello che aveva visto e rivisto.

Avrebbe conquistato il suo Immune e sarebbe andata via con lui. Solitamente gli Immuni occupavano posizioni apicali in tutte le società del mondo. Potevano spostarsi, viaggiare. Ovviamente lei no, ma sarebbe stata al suo fianco in una bella casa, con giardino, magari dei bambini…

Il suo fantasticare fu interrotto dalla chiamata sul pc.

«Ciao Laura.»

L’altra adolescente appariva sullo sfondo di una parete mattonellata.

«Ciao, allora? Ci vai?» chiese sottovoce.

«Ma dove sei?»

«In bagno. I miei sono in casa e c’è mio fratello che rompe. Mi sono rifugiata qui. Allora?» chiese ansiosa.

«Ci vado. Ho trovato il modo per passarci assieme tutta la notte.»

«Ma dai!» esclamò l’amica totalmente rapita.

Nella mezz’ora seguente Chiara le elencò le tecniche di abbordaggio che intendeva mettere in atto e come sarebbero andate le cose, acquisendo una sicurezza che andava aumentando con il passare dei minuti. Furono interrotte due volte dal bussare alla porta del bagno di Laura e infine si lasciarono con la promessa di una dettagliata relazione il giorno seguente.

La mattina passò lentamente tra progetti e messa a punto dei particolari del suo piano di seduzione.

Pranzò lentamente scegliendo di mantenersi leggera. Un po’ di pasta, una frutta. A tavola parlarono poco, come sempre. Nonostante fossero costrette nello stesso spazio da tutta una vita, aveva perso la confidenza che aveva avuto con sua madre. Da quando era diventata adulta, si vergognava un po’ dei suoi pensieri e non trovava giusto condividerli con lei. C’erano le amiche per quello. C’era Bea che sapeva darle sempre il consiglio giusto e che la sapeva ascoltare.

Videro assieme, madre e figlia, un vecchio documentario sulla fauna delle Alpi, commentando di quando in quando la bellezza dei paesaggi e l’astuzia delle volpi.
Poi Chiara guardò l’orologio per l’ennesima volta.

Erano le 15.

«Mamma, io vado» disse con la consapevolezza che questa sua uscita non sarebbe stata come le altre.

«Se non torni a cena, telefona» implorò sua madre con voce non del tutto ferma mentre Chiara andava in camera a prepararsi. L’annuncio che forse non sarebbe rientrata, voleva dire una cosa sola. Sua figlia, la sua bambina stava per diventare donna. Era un passaggio ovvio. All’età di Chiara le figlie delle sue amiche con le quali giocava tutti i giorni a burraco in teleconferenza, avevano già perso la verginità. Non appena iniziavano a frequentare le “case”. Ma Chiara non aveva ancora fatto quel passo. Lo sapeva, glielo aveva chiesto. Stavolta la vedeva determinata. Speriamo, pensò, che sia un ragazzo esperto e che sia un’esperienza felice. Come madre non poteva augurarsi nient’altro. E poi, se son rose fioriranno. Per lei era stato così, anche se gli anni avevano appannato e ridotto quasi a niente i loro slanci amorosi. Però lo aveva desiderato suo marito. Quando erano giovani.

L’apparizione di Chiara nel corridoio fermò il flusso dei suoi ricordi.

«Sei una bellezza!» esclamò orgogliosa.

«Ti piaccio?» rispose la ragazza girando su se stessa.

«Lo conosco?» chiese lei pensando ai volti intravisti mentre la figlia chattava.

«No, mamma, ma se va tutto come penso, te lo farò vedere. Ora vado» disse lei impaziente.

«Va bene. Stai attenta. Ricordati le regole» disse lei lanciandole un bacio con la punta delle dita.

Il parco era pieno di sole. Come sempre in quel periodo dell’anno, ma a Chiara sembrava che la luce, il cielo, le piante avessero una brillantezza diversa, più accentuata.

Si mise a sedere in una panchina sotto a una quercia al riparo dal calore. Guardò l’orologio con una certa apprensione, poi mentre si stava chiedendo se tutti i suoi calcoli si fossero basati su un assunto errato, l’uomo arrivò.

Percorse lentamente il vialetto tra i cipressi, la individuò e la raggiunse con passo tranquillo.

«Ciao» disse inclinando lateralmente il viso.

Lei lo radiografò con un’occhiata. Da vicino era ancora più bello. Alto più di lei di una decina di centimetri, capelli neri, incarnato chiaro, quasi esangue. Occhi grandi scuri, inquieti. Spalle ampie, muscolatura possente, bacino stretto. Gambe massicce. Evitò per un pelo di fissargli l’inguine che si trovava alla stessa altezza dei suoi occhi.

Si alzò incerta.

«Ciao» rispose banalmente.

«Non hai paura di me?»

«Sei immune» affermò indicando l’avambraccio del giovane.

«Certo, ho il tatuaggio. Sono immune» ripeté lui come un mantra.

«Ti va di fare due passi?»

Il suo cuore stava battendo all’impazzata.

«Io… sicuro, è tanto che non vedo nessuno. Di persona, intendo. Volevo dire oltre i miei…»

«Tranquilla, non ti imbarazzare. Lo so come vivono i “normali”. Cosa fai? Voglio dire, studi?»

Iniziò così una passeggiata nei vialetti del parco piena di banalità e di rivelazioni. Lui le spiegò di essere a capo di una holding di telecomunicazioni che si occupava di programmi educativi. Nonostante tutte le libertà di cui godeva, si sentiva solo. Lei gli confidò i suoi malesseri adolescenziali e di come la vita in famiglia le stesse ormai stretta più di una catena. Gli parlò delle sue passioni musicali, dei libri letti. Anche dell’ultimo che aveva divorato la notte prima. Lui assentiva spesso come se conoscesse già tutte quelle storie, le avesse lette, le avesse vissute. Parlava poco di sé, assorbiva le sue parole annuendo costantemente fino a quando lei non ebbe più argomenti. Tacquero. Giunti alla grande fontana in mezzo al parco l’uomo si fermò, le prese le mani e la baciò. Chiara si alzò in punta di piedi per rispondere a quell’invito e lo strinse forte rispondendo bacio su bacio, carezza su carezza.

Stettero così alcuni minuti sotto la luce abbacinante di quel pomeriggio d’estate, nel silenzio rotto dal rumore dell’acqua che usciva dalla bocca dei tritoni per cadere nella vasca di marmo.

L’abbraccio si sciolse solo di poco quando l’uomo si staccò da lei.

«Vuoi venire da me?»

A Chiara sembrava di sognare. Tutto quello che aveva desiderato si stava avverando in un tempo tanto breve quanto insperato. In cuor suo aveva temuto che le sue attese sarebbero state deluse, ma ora…

Non rispose neppure, annuì e strinse forte quella mano che la conduceva a passo veloce fuori dal parco in un intrico di vie che non conosceva, fino a una vecchia palazzina a tre piani.

Si fermò leggermente sconcertata.

«Abiti qui?»

«No, certo» rispose lui con un sorriso. «È il primo posto vicino che mi è venuto in mente. Ci abitava un amico che conoscevo. La casa è sicura. È stata tutta sterilizzata e sanificata da una settimana. Ho le chiavi» affermò estraendo di tasca una tessera magnetica.

La guidò in un appartamento al primo piano. L’interno era fresco. Mobili comuni, squallidi. La porta della camera da letto aperta. Poca luce entrava da una tapparella semiabbassata che lui chiuse totalmente.

Meglio, pensò Chiara. Nonostante la sua determinazione, si vergognava un po’ ad esporsi senza vestiti agli occhi di quello sconosciuto. Avrebbero avuto tempo per guardare, ammirare, conoscere, ma ora un fuoco la pervadeva tutta. Sentiva l’urgenza dei baci, delle mani di quell’uomo. Voleva liberarsi di tutte le sue paure, di tutta la sua adolescenza, della sua verginità ormai ingombrante. Poi avrebbe saputo legarlo a sé. Ne era certa.

Nella penombra si spogliò completamente stendendosi sul letto. L’uomo fu subito su di lei, le carezzò i seni, le aprì le gambe, la stimolò con le dita fino a quando non la sentì pronta.

Fu facile, molto più facile di quanto aveva pensato. Si unì al ritmo di lui e si lasciò andare mentre ondate di piacere la rendevano distante da quella stanza anonima.

Lo scrosciare della doccia la svegliò dall’appisolamento in cui si trovava. Si stirò tra le lenzuola disfatte e si alzò. Tirando su le tapparelle scoprì che era ancora giorno. Una lama di luce penetrò la stanza scoprendo vecchi comodini e pareti di un pallido giallino.

Si toccò il pube davanti al grande specchio che ingombrava la parete davanti al letto. Non aveva sentito male, solo una pressione, un fastidio che si era stemperato sotto l’incalzare di lui. Sul lenzuolo una piccola macchia di sangue testimoniava la sua prima volta. Ora toccava a lei stringere i lacci dell’uomo. Si immaginava già in tutt’altro contesto, tra lenzuola di raso, in una camera luminosa con vista sul giardino.

Nuda, arrivò in punta di piedi al bagno. All’interno della cabina doccia si muoveva un corpo vigoroso. Si appoggiò alla parete godendo del momento in cui, uscendo, l’avrebbe vista.

Lo scroscio dell’acqua s’interruppe e la nuvola di vapore che celava in parte la figura del suo amato cessò.

Il sorriso che Chiara aveva sulle labbra si dissolse appena riuscì a vedere chiaramente.

Il corpo nudo che l’aveva posseduta fino a qualche minuto prima non la colpì come l’avambraccio che si protese fuori della doccia per prendere un asciugamano.

Dov’era la doppia Z?

Il falso sorriso dell’uomo si spense quando la guardò ritrarsi.

Tra le costole di quel torace che si era stretto a lei, contorte linee brunastre si attorcevano come fasci di serpi.

«Che c’è?» disse. «Non ti è piaciuto?»

«Ma, ma tu…» balbettò lei incapace di comprendere fino in fondo la realtà che le si palesava davanti.

«Io cosa? Ah, questo? Va via con l’acqua. Lo devo rifare tutte le mattine.

Sei entrata troppo presto. Peccato. Ho saputo di essere stato contagiato una settimana fa. Con tutte le precauzioni che ho sempre usato, fin da bambino. Contagiato! Lo sai che vuol dire?»

Adesso l’uomo era davanti a lei. Minaccioso. Lo sguardo contorto dalla rabbia.

«Hai provato a pensare cosa voglia dire? Mi resta un mese di vita e ho deciso di godermelo fino in fondo. Sono scappato dalla quarantena e ho deciso di infettare più persone possibile, prima di essere preso, prima di morire. Ho deciso di portarle con me. All’inferno.»

Un ghigno distorse la sua faccia.

«Tu sei la prima.»

Avanzò verso di lei.

«Ma non andrai a dirlo a nessuno!»

61. Carlo Bernardi
Diario minimo del coronavirus
Urbi et Orbi

Venerdì 27/03/2020 – La UE si è presa quindici giorni di tempo per decidere. È stata l’Italia che col suo PdC Conte che, rifiutandosi di firmare il documento, seguita da Spagna e Francia, ha costretto a un ripensamento. Quello che emerge è l’incapacità e gli egoismi di alcuni Stati che sembra non abbiano compreso che di tempo non ce n’è e che infine pagheranno anche loro il prezzo in termini economici e vite umane. Chi è contro gli eurobond non vuole l’Europa ma vuole solo comandarla e dimostra come gli Stati e i loro governanti siano dei piccoli dirigenti senza futuro. L’Europa intervenga prima che sia troppo tardi dichiara Mattarella nel suo messaggio alla Nazione e ha ragione.

Quello che mi sorprende è vedere che dopo il 1929 il mondo ancora non è capace di intervenire in tempo per prevenire le crisi economiche e neppure è in grado di affrontarle in maniera efficiente.

Oggi sono uscito per fare la spesa e ho trovato una lunga fila, prima dal fruttivendolo e poi al supermercato. Essendo le 13,30 sono tornato a casa per mangiare e uscire più tardi sperando che la fila si smaltisse. Invece era lunga come prima e ci sono volute due ore prima di entrare. Poi, quando sono tornato a casa, mi sono accorto che non avevo preso la carta igienica e ora? Dovrò tornare domani solo per questo? Necessità fa virtù.

Dopo la lettura di brani de Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato, abbiamo ascoltato Papa Francesco che, in una Piazza S. Pietro vuota, ha esortato a essere uniti perché da soli non siamo niente, poi ha recitato una preghiera seguita alla lettura cantata di un brano del Vangelo di San Marco dove Cristo esortava gli apostoli alla fede e non avere paura. In un lasso di tempo di raccoglimento ha impartito la benedizione Urbi et Orbi che, con l’abbraccio fraterno ai fedeli di ogni fede, era diretta a milioni di persone con l’indicazione che, senza aggiungere parole, abbia valore per chiunque nel mondo desidera riceverla con disposizione d’animo e sia in contatto diretto con qualsiasi mezzo di informazione. Questo è stato un atto che ha reso strapiena quella Piazza vuota. Bergoglio mi ha commosso quando all’inizio ha esortato tutti dicendo: Preghiamo! E poi quando, solo spostandosi ai quattro angoli della Terra ha benedetto in silenzio tutta l’umanità impaurita dalle calamità. Questo modo di impartire la benedizione non era mai avvenuto prima e adesso il mondo sembrerà più pulito. Lunga vita a Bergoglio Papa. Il suo gesto benedicente mi ha fatto pensare che non esiste nessuno, né ideologie, né partiti, né capi di Stato o dirigenti politici e industriali che sia in grado di aiutarci. Bergoglio ci dice che solo Dio può farlo, ma bisogna avere fede e un po’ di umiltà.

Terminato di cenare abbiamo visto il film Il talento di Mr. Ripley di Anton Minghella, con Matt Demon e un magnifico cast di attori. Si tratta di un remake di Delitto in pieno sole con Alain Delon che vidi quando avevo 16 anni al cinema Trianon che allora chiamavamo il pidocchietto ma doveva essere una specie di sala d’essai dove la visione costava 99 lire. Per non avere il resto prendevamo una caramella che a volte, nella carta interna della confezione, poteva portare la scritta “valida per una visione gratuita”. Ricevendo 100 lire la settimana, questa era la paghetta, in quel caso mi sentivo ricco perché avrei avuto 100 lire in più da spendere nella settimana successiva. I ricordi ti possono raggiungere inaspettati anche nella quarantena da coronavirus che durerà solo se si troverà una cura adatta a sconfiggere il male. Per il vaccino ci vorrà molto più tempo.

Allora, dai! Dormiamoci su e andiamo a letto. Al risveglio vedremo cosa ci riserva il domani che è sabato.

L’ora legale

Sabato 28/03/2020 – Oggi, dopo la colazione e le faccende di casa, sono andato, preceduto da una telefonata, a completare la spesa di ieri con l’acquisto della carta igienica e ora siamo salvi. Poi, con alcune telefonate a figli e parenti, siamo arrivati all’ora di pranzo. Il pomeriggio, tra una telefonata e l’altra dall’esterno, abbiamo proseguito la lettura dell’Inferno dantesco che, di fronte a questa pandemia, corona giornate angosciose piene di incognite senza prospettive.

Dopo atre letture abbiamo cenato con arista, purea di mele e cicoria e subito dopo abbiamo visto il film Il bambino n.44 che si svolge nella Russia stalinista e rappresenta una feroce denuncia di quel periodo.

La giornata è stata improntata dalle decisioni prese dal Governo per contrastare la pandemia da coronavirus e quelle, per ora parziali, destinate a affrontare la situazione economica e futura di famiglie e imprese. Noto con disappunto che alcuni personaggi politici giocano al rialzo sulle misure che il governo sta prendendo come se fosse un gioco di prestigio e non una ricerca di risorse che hanno bisogno di coperture, come se una famiglia indebitata facesse altri debiti senza porsi il problema del futuro. Un gioco perverso di continua propaganda elettorale in cerca di consensi invece di dare un contributo responsabile e ragionato.

Questa sera mi preparo a dormire sapendo che alle due entrerà in vigore l’ora legale. Forse questa è l’ultima volta. Oppure no? Intanto accingendomi a dormire e non volendo aspettare le due, ho rimesso tutti gli orologi.

La commissione UE si è data 15 giorni di tempo per riflettere in una situazione che di tempo da sprecare non c’è. Senza eurobond e senza finanziamento delle spese da affrontare, saranno tutti a rimetterci e a pagare un prezzo molto alto in termini economici e di vite umane e non riguarderà solo i Paesi attualmente colpiti in modo grave. Domani vedremo se hanno cominciato a capire.


La pandemia non ha confini

Domenica 29/03/2020 – Oggi sono rimasto a casa per l’intera giornata. Ho approfittato per fare qualche telefonata a amici e parenti con cui ho scambiato le mie impressioni e valutazioni. Ho cercato di fare cose senza farmi catturare solo dal coronavirus.

Oggi sembra che qualcosa stia cambiando nelle perplessità delle decisioni europee ma solo nei prossimi giorni sapremo se c’è l’intenzione di fare dell’Europa un soggetto capace di uniformare progetti e volontà per affrontare una situazione grave che pagherebbero cara anche quei Paesi che pendano di salvaguardare ì propri interessi. La pandemia non ha confini e uccide anche chi dovesse opporsi a una difesa comune sia sanitaria e sia economica.

Nel pomeriggio abbiamo letto altri canti dell’Inferno dantesco che hanno preso tutto il tempo fino all’ora di cena. Ogni volta che si legge la commedia si aprono visioni nuove che fanno sì che non ci si annoi mai e sembra sempre una nuova lettura che ha impregnato tutta la lingua italiana fino ai giorni nostri.

Dopo cena abbiamo visto il film Suburbicon diretto da George Clooney, con Matt Damon e Julien Moore, che narra di una comunità modello dove si scatenano violenze razziste e desideri omicidi. Poi ho rivisto il film Moulin rouge, con Nicole Kidman e Ewan McGregor che ha completato la giornata con le musiche della colonna sonora che hanno facilitato il sonno. Speriamo ora in un domani migliore.

Un altro pianeta
Lunedì, 30/03/2020 – Mi trovo in mezzo a una folla bardata di mascherine che assale letteralmente una zona ampia dove, in disordine, salgono su un aeromobile in attesa sulla piattaforma di partenza. Nel trambusto riesco a domandare cosa sta succedendo e sento una voce alle mie spalle che dice: Stanno tutti cercando di partire per andare su un altro pianeta. È stato scoperto di recente e sembra che sia refrattario a ogni tipo di virus e ora tutti stanno cercando di raggiungerlo. Ho chiesto allora quali garanzie di vita può trovare chi arriva su quel pianeta emi spiega che non ce nessuna garanzia tranne quella di non ammalarsi di coronavirus. La folla stava spintonandomi verso l’astronave mentre io cercavo di uscire da quella pazza folla. Mi mancava il fiato e urlando stavo cadendo. Una volta a terra ho chiuso gli occhi in mezzo alla gente che mi calpestava poi aprendo gli occhi mi accorgo che sono a letto nella mia stanza ed è mattina. È stato un sogno rasente un incubo ma la realtà non sembra molto diversa.

Le notizie che arrivano non sono confortanti anche se alcuni segnali indicano un leggero miglioramento. Quello che mi sorprende sono le mascherine che non si trovano e i tamponi che non sono sufficienti. Senz’altro è vero che all’appello hanno risposto quasi diecimila infermieri ma non si può mandarli al fronte solo con le mascherine ma vanno protetti efficacemente.

Oggi Conte è stato ricevuto dal Papa con cui ha fatto il resoconto della situazione e sulle misure da prendere, mentre Bergoglio ha insistito sull’attenzione che bisogna avere nei confronti dei più poveri.

Tra le notizie positive risalta la guarigione di Zingaretti che ora sta bene ma annuncia che tutti insieme dobbiamo pensare a combattere il virus e al rilancio dell’economia per il futuro ma che deve iniziare fin da subito prendendo misure adeguate.

Nel pomeriggio abbiamo letto il XV Canto dell’Inferno contenente l’incontro tra Dante e Brunetto Latini suo maestro e abbiamo visto Un golfista al verde di Tarantino.

Tentennamenti e qualche miglioramento arrivano dall’Europa dove, nei Paesi contrari all’estensione degli aiuti per la gravità sanitaria, stanno verificandosi fenomeni di contagio e i primi deceduti. Speriamo che la situazione non sia sottovalutata e che si capisca finalmente che siamo tutti sulla stessa barca.

Un dubbio amletico
Martedì 31/03/2020 – Oggi è stato il giorno della spesa. Ho visto tutti con le mascherine ma io non le ho trovate. Ho trovato però una cassiera che domani me ne porterà due ricevute dalla sorella. Intanto ho stampato l’ultimo modello dell’autocertificazione che contiene elementi più dettagliati. Mi è sorto, però, un problema. Una delle dichiarazioni contenute vuole che l’interessato, oltre a scrivere da dove viene, dove va, e quando rientrerà a casa, sottoscriva anche se è un soggetto positivo oppure no. Ora se nessuno mi ha fatto il tampone e dichiaro di non essere positivo, nel caso emergesse che lo sono avrei dichiarato il falso e potrei essere punito per questo? In realtà la risposta corretta dovrebbe essere che non lo so. Ma scrivere non lo so vorrebbe dire che sarei considerato sano oppure equiparato a positivo? Insomma se non mi fanno il tampone, posso evitare di stare in quarantena? Oppure, non sottoponendomi al tampone, devo sottostare all’auto-quarantena? Allora mi chiedo: perché non si fa il tampone a tutti? Per questo non c’è bisogno di andare casa per casa ma basterebbe far scendere uno per volta le persone sotto i portoni. Il dubbio mi arrovella e sta diventando amletico perché ora non so più se sto rischiando il coronavirus o la punizione, ammenda compresa.

Dopo pranzo abbiamo letto altri Canti dell’Inferno fino al XVII e poi abbiamo visto un film. Dopo cena, per cambiare e non annoiarci, abbiamo scelto un altro film, Il riccio.

Poi mi sono sintonizzato su Rai1 che trasmetteva le voci di cantanti e musicisti che davano spettacolo da casa per finanziare l’operato della Protezione Civile, così è trascorsa la serata.

Dopo il telegiornale della notte, finalmente siamo andati a dormire e questa notte probabilmente sognerò Amleto di Shakespeare e, in questo caso, vediamo se il dubbio domani sarà risolto.

Finalmente le mascherine
Mercoledì, 01/04/2020 – Questa mattina ho incontrato la cassiera del supermercato che di mascherine me ne ha date tre. Siccome il figlio va a scuola di chef le regalerò una padella in duralluminio usata dai migliori capocuochi.

Sono ormai venti giorni dall’inizio di questa reclusione forzata e, seppure tra incombenze come fare la spesa o andare in farmacia e altre scelte fra lettura e scrittura e visione di film, il tentativo di passare il tempo senza annoiarsi diventa sempre più difficile, anche perché non c’è trasmissione televisiva o notiziari che non parlino di coronavirus frammentando ogni giorno cifre di contagiati, ricoverati, guariti e deceduti e, anche quando sembra che la situazione stia migliorando, l’uscita si fa sempre più lontana e con poca speranza di vedere la fine. In questa situazione tutto diventa difficile e non privo di tensioni. Anche scrivere questo diario non è facile perché si rischia di ripetersi e annoiare o anche annoiarsi. Quello che più interessa sono le decisioni che l’Europa deve prendere e ancora non ha preso perché c’è ancora chi pensa che il male per gli altri possa trasformarsi in un futuro vantaggio per pochi. Ci vuole forse un’ecatombe per far cambiare idea e capire che nessuno si salva da solo? La realtà è che in Europa ci sono alla guida persone che non credono all’Europa ma non è così che la pensava Altiero Spinelli. Che lo vogliano o no l’idea di Europa è interamente italiana e non lo dico per avere un merito ma solo che è nata per evitare guerre e dispotismi.

Alcune luci si intravedono nelle resistenze precedenti e lasciano ben sperare, Intanto, anche oggi, abbiamo visto due film. Dimenticavo che a casa vediamo anche Un posto al sole che, oltre a diventare sempre meno interessante, ci fa vedere una Napoli priva di mascherine e senza coronavirus, anche se non è vero.

Un altro giorno è passato e domani, al risveglio, spero che ci sarà qualcosa di nuovo in cui sperare.

Finalmente Europa?
Mercoledì, 02/04/2020 – Ascoltando i primi notiziari ho appreso che Teresa Von der Leyen oggi ha chiesto scusa all’Italia affermando che l’Europa è con noi e che non saremo lasciati soli. Ora si sta decidendo come intervenire per combattere la disoccupazione e rilanciare l’economia colpita dal coronavirus. Autorevoli studiosi hanno formulato una proposta per lanciare una linea di credito del fondo salva-Stati con condizioni a lunga scadenza legate alla spesa per l’emergenza ed è su questo che si sta discutendo.

Dopo un po’ di spesa e un passaggio in farmacia, nel pomeriggio abbiamo letto fino al XX Canto dell’Inferno e poi la cena. Ieri c’è stato l’incontro tra governo e opposizioni per discutere un ‘azione comune sulle conseguenze della pandemia su cittadini e imprese. In questi giorni si terranno altre riunioni. Emerge subito una scarsa volontà collaborativa ma emerge invece una volontà di minare il governo dimenticando che molti errori, commessi dal Centrodestra, hanno fatto peggiorare la situazione, come è successo in Lombardia dove la sanità pubblica è stata penalizzata a favore di quella privata. Sorprende che ora, senza nessuna autocritica, si cerchi di coprire vecchi errori e ritardi propagandando scelte, anche giuste, che si mettono in esecuzione solo oggi. Salvini sostiene di voler collaborare ma non perde occasione per calunniare mentre la Meloni chiede di erogare mille euro per tutti verificando solo in seguito chi ne ha diritto e chi no. Questo non può dirsi che sia un gioco al massacro perché non raggiunge lo scopo che si prefigge ma è sicuramente un gioco al rialzo che tende a fare aumentare i benefici ogni volta che il governo prevede piani di spesa che solo ieri erano stati proposti dal centrodestra. Intanto Conte e il suo governo, senza sbattere i pugni come vorrebbe Salvini, stanno ottenendo risultati importanti verso un’Europa che funzioni come un soggetto unico, specialmente nei casi di gravi difficoltà come questo.

Ora che i contagi e i deceduti si estendono a tutto il territorio europeo forse si riuscirà a completare l’unità europea. Il fatto che ci si accorga di essere sull’orlo del burrone per prendere decisioni importanti, non è un bel segnale.

Venerdì 03/04/2020– La notte appena passata ho dormito poco e male. Ho avuto forme di tosse dovute a fastidi di gola e questa mattina mi è sembrato di avere la febbre. Eccolo qua ni sono detto pensando al coronavirus e adesso? Per fortuna, appena misurata la temperatura il termometro segnava 35 e 61. Coronavirus, anche questa volta non hai vinto tu. È arrivata anche la notizia che, vicino Roma, località Marcellina è stata avvertita una scossa di terremoto di 3.0 senza provocare danni a persone e a cose. È proprio, questo 2020, un anno bisestile, ci mancherebbe pure un terremoto a peggiorare una situazione che non sappiamo ancora quanto durerà, ma già sembra che le restrizioni continueranno fino al 1° Maggio. Tanto la festa del lavoro sarebbe difficile senza i lavoratori.

Sono uscito per acquistare il giornale e comprare pane, acqua e baccalà. Questo inverno è solo la seconda volta che lo prendo per poi cucinarlo con cipolline, pomodoro e prugne secche messe prima in ammollo.

Nel pomeriggio abbiamo letto il XXI Canto dell’Inferno e poi sono caduto in un sonno profondo per recuperare quello perduto la notta precedente. Poi, dopo cena, un film, un po’ di propaganda live, e i notiziari della notte.

Adesso speriamo di prendere sonno. Ne riparleremo domani. Buonanotte!

Silvio Raffo

IL TACCUINO DEL RECLUSO (o LA VEGLIA DEL NOVIZIO) da un presente infinito con qualche scaglia di confuso passato
Trentadue quartine

(in limine)

Il mio taccuino ha i bordi levigati

come il libello di Catullo netti.

Con cura annoto i versi appena nati

sulla pagina, belli e benedetti.

I.

Come novizio nell’angusta cella

ogni gesto misuro, ogni respiro.

A tratti sogno, spasimo, deliro.

Scelgo in cielo la più remota stella.

II.

Dell’inerzia la fredda disciplina

ottunde la memoria ma rinsalda

le sfibrate pareti della falda,

fa più acuta la vista, e i sensi affina.

III.

Il tempo si è sospeso al suo confine

e più non si affatica a tormentarci.

La clessidra ha deposto. Ma la Fine

non vuole indifferenti sopraffarci.

IV.

(falso allarme)

Attento! La fantastica sventura

si diverte soltanto ad annunciarsi.

E’ un falso allarme, sempre. Eterno dura

l’inganno di epifaniche catarsi.

V.

(a Edith)

Eravamo felici, e non sapere

d’esserlo, ciechi e inquieti ci rendeva.

La coscienza imperfetta confondeva

i sensi, e amareggiava ogni piacere.

VI.

(a F.)

Era Amore quel futile delirio,

quell’ossessione ostile a ogni bellezza?

Attingere la palma del martirio

non si poteva a più sublime altezza?

VII.

Ondivago e fedele ad ogni riva

sul capriccioso vortice eludevo

ogni approdo; gioiosa e fuggitiva

al largo la mia rotta disperdevo.

VIII.

Non è più il tempo a scandire i minuti;

senza peso o volume, imbavagliati –

da un sottile capestro strangolati

in baratri silenti ed assoluti.

IX.

Si congela il rigore dell’inverno

in vitrea sospensione adamantina.

Nel silenzio incantato ci avvicina

il costante contatto con l’Eterno.

X.

(to yourself)

Prima che inaridisse il tuo germoglio

tu eri la mimosa sensitiva

che s’apre e si richiude senza orgoglio –

tu di tutte le linfe la più viva.

XI.

Ben chiuse e sigillate le tue porte

che alla speranza sbarrano ogni ingresso –

Reame ti sei fatto di te stesso.

La clausura del cuore è pura Morte.

XII.

Migrano altrove sogni e desideri

e lasciano la Terra di Nessuno

all’anima deserta di pensieri,

di vane brame e di tormento alcuno.

XIII.

Del Minotauro immagino la stanza

di pareti fasciata ultrasonore –

Arianna il filo tende, alla distanza

Tèseo avanza nel fitto tenebrore.

XIV.

Ligeia vedo, e Berenice ancella

dell’incubo, e nel gelido splendore

di un sepolcreto l’orrida Morella –

le immacolate Spose del Terrore.

XV.

Trasumanare è l’unica avventura –

annullare del corpo ogni barriera –

del tempo valicare la frontiera .

Questa è dell’Infinito la misura.

XVI.

Docile inerte apprendistato il nostro.

La sfida è di resistere sereni

senza difese di contravveleni

mentre ci insidia un favoloso mostro.

 

XVII.

“0 tu uccidi l’insidia o lei t’uccide”

Ma con l’odioso invisibile tarlo

più saggia strategia sempre ignorarlo.

Il male annienta solo chi lo vide.

XVIII.

Arduo cimento dell’anacoreta:

non viltà o malcelata presunzione,

ma radicata e pura vocazione

al disprezzo di un misero pianeta.

XIX.(Sentinel)

La mia torre ha portali d’alabastro

altissimi e possenti – le sue mura

quelle della prigione più sicura.

Sono la sentinella del disastro.

XX.

Ho addestrato il mio sguardo a vigilare

alla finestra muto, esterrefatto –

da una flotta di nuvole distratto

velieri in fuga di un etereo mare.

XXI.

Impara la sacralità del rito,

del ritmo che scandisce la giornata,

della luce deserta inanimata

nel fluire di un tempo ormai impietrito.

XXII.

Benedetto il Silenzio e la sua voce

che ti attrae come canto di Sirena –

incanto che t’avvolge e t’incatena

nell’Abisso più tenero e feroce.

XXIII.

Esoterico tempo che nascondi

in aenigmate la tua identità –

ti svelerai nei gorghi più profondi

al varco della sola Verità.

XXIV.

Moltiplicare i giorni dell’attesa

nella certezza di un’estrema festa.

Eterno si fa il tempo, e l’ardua impresa

si fa leggera. Gioia pura è questa.

XXV.

Il mosaico risalda le sue tessere,

lo scenario confonde palchi e tende,

pigra una coltre sugli occhi discende –

il divenire si tramuta in Essere.

XXVI.

(Thunderbolt)

Lo schianto giunge sordo, inavvertito –

folgore che scatena la tempesta,

palpito soffocato che s’arresta

nel fluire di un tempo ormai impietrito.

XXVII.

 

Esaurito ogni palpito, ogni afflato

deposta ogni speranza che ci affanni,

non c’è minaccia di futuri inganni.

Ed è come se nulla fosse stato.

XXVIII.

Il limbo che sognavi, l’irreale

realtà del Nulla in cui l’anima vaga

voleva naufragare – ecco dilaga

e s’infinita, Enigma Verticale.

XXIX.

Non t’inabissi naufrago – risali

in un’azzurra vorticosa scia

lieve ti libri senz’ ausilio d’ali

fino al mandala dell’Epifania.

XXX.

Serbali tu preziosi nel ricordo

questi giorni d’amianto e d’ametista

in cui fra Cielo e Terra un mutuo accordo

fu stabilito – fulgida Magia.

XXXI.

Dio c’è ma non esiste. C’è il suo chiaro

lume che numinoso si nasconde

e brilla a tratti sulle mute sponde

d’ogni giorno di sua presenza ignaro.

XXXII.

Così i morti non muoiono, e la Vita

non è quel soffio che si fa respiro;

in un vortice solo, un cieco giro,

un flusso ininterrotto s’infinita.

(nove – venticinque marzo duemilaventi)

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