Diario in coronavirus

Diario in coronavirus con grani di scrittura – 3°

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Federazione Unitaria Italiana Scrittori
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Diario in
coronavirus
con grani di scrittura

3°
Domenica di Lettura
29 marzo 2020

Indice

Proponente FUIS – Natale Antonio Rossi
3° testo FUIS:

Continuare e proporre per un’altra civiltà.

La necessità della quarantena persiste e siamo convinti che gli scrittori, gli artisti debbano continuare a mandare a buona memoria i pensieri, le sensazioni, le emozioni che stanno vivendo. E la Federazione Unitaria Italiana Scrittori li coglie.
Questa emergenza sanitaria che chiede un regime di isolamento o di clausura segna un cambio d’epoca? gli esseri umani, tutti, di qualsiasi nazione e continente, sono stati invitati a chiudere il proprio corpo perché potrebbe arrecare offesa mortale ad altro essere, o per contro potrebbe ricevere offesa mortale da altro essere umano.
Che civiltà è questa che non sa tutelare le persone? Fu ed è sbagliata? Qualcuno lo sa spiegare?
La FUIS con questo DIARIO lo ha chiesto e lo chiede instancabilmente agli scrittori. Tra questi, quelli che sono piùuomini (quindi piùscrittori) o piùdonne (pìùscrittrici) rispondono.
Altri tacciono, forse non hanno capito. O forse sono comodi.
I gabbiani lo sanno, è nell’aria: volando volando hanno raccolto i sospiri, i respiri, i rantoli di chi è stato colpito da coronavirus. E li ripetono sui tetti delle case e i loro garriti stridono: NON VOGLIO MORIRE DA SOLO.
Noi siamo scrittori, e abbiamo sempre detto che vogliamo bene agli esseri umani, all’uno e all’altra, e vogliamo che si cambi. E sappiamo, per primi, che adesso è necessario studiare, studiare il domani, nuovo, avendo imparato che questa come ogni battaglia potrà dirsi vinta se vincerà tutta l’umanità.
Noi quali creatori delle opere dell’ingegno letterario e artistico, continuiamo a voler bene ai greci, agli spagnoli, ai francesi …… agli europei e in previsione di una comunità più ampia, vogliamo che sia progettata un’altra Europa, EUROPA BELLA
La F.U.I.S. è lieta che, in un momento in cui alcuni esponenti della Comunità Europea sembrano avere scarsa consapevolezza di quel che sta succedendo, possa essere formulata e accolta, non solo dagli scrittori, la proposta di Francesco Gui che nell’articolo “La bandiera dell’Italia in Europa” (vd. in questa antologia dedicata alla 3° DOMENICA DI LETTURA) propone, simbolicamente, che ogni Paese europeo, a cominciare dall’Italia, (si veda la realizzazione grafica di Mino la Franca) apponga le stelle europee sulla propria bandiera.
E’ un piccolo segnale avverso a chi pensa che tutto tornerà come prima: l’emergenza sanitaria in corso se ha prodotto il principio di negazione di questa civiltà, ha anche avviato la costruzione di un’altra che avrà come primo obiettivo la cura degli esseri viventi, della natura, della vita.
Non c’è più ragione economica, né sociale, né politica per una civiltà che non sappia difendere la vita degli stessi produttori della vita. E della stessa civiltà.
E gli scrittori, primi nella filiera della creazione delle opere, enuncino le loro aspirazioni per un’altra civiltà: il coronavirus potrebbe essere utile (vd. ciò che scrivono Franco Campegiani e Elio Rindone) per comprendere che l’uomo va difeso e che la battaglia in corso si vince insieme (come dicono molti).
Agli scrittori, la FUIS, chiede e attende pensiero perché se una cultura non sa difendere la vita dei propri produttori di vita, che civiltà è?

Guido Barlozzetti
1. E tutti misero la maschera

Il tempo di Carnevale era passato.

Il martedì che chiamavano grasso per ricordare l’ultima abboffata di tutto quello che si poteva, era appena svanito nella penitenza magra della Quaresima.

E fu allora che il governo decise, così, dalla sera alla mattina, che tutti dovevano portare la maschera. Non si sa perché lo decise, lo decise e basta. Dovete metterla! Tutti!

E guai chi osasse trasgredire, le forze addette all’ordine potevano arrestare su due piedi e scaraventare in una cella i renitenti.

Disposizione quantomeno paradossale perché un governo quale che sia è di per sé interessato a riconoscere in qualunque momento l’identità dei cittadini. Che società sarebbe quella in cui ognuno si traveste a piacimento e si nasconde dietro a una maschera? E invece bisognava fare proprio così. La maschera era obbligatoria e doveva essere fatta in modo da coprire tutta la faccia, escludendo solo gli occhi.

Ma come? Per lui la maschera era la vita! Non ricordava un giorno, da quando si poteva ricordare dei suoi giorni, in cui non l’avesse portata. E mai un momento in cui avesse sentito il bisogno non dico di togliersela, non se ne parlava proprio, ma almeno di tirarla un poco su, liberando il volto e offrendolo magari solo per un attimo alla luce.

E non una maschera qualsiasi. No, la sua era nera ed era disegnata in modo da coprire gran parte dal viso, un rivestimento rigido, sagomato perché si distendesse sulla fronte, sul naso e le gote, lasciando scoperta la bocca, e aperto in basso così da poter respirare agevolmente.

Soffriva al pensiero dell’ordinanza e gli veniva quasi da piangere, lui che non aveva mai versato una lacrima, se non per finta, e anzi aveva approfittato di qualunque occasione per ridere e farsi beffe degli altri. Quell’obbligo universale della maschera non riusciva a capirlo, a dargli una spiegazione che almeno attenuasse lo sconcerto, il vuoto siderale che si stava spalancando dentro di lui. Da adesso in poi tutti mascherati, con la bocca coperta e il naso pure. Tutti, padroni, servi, figlie in età da marito e sfacciati aspiranti alla mano, locandieri e camerieri.

Per un caso misterioso, la cui origine si perdeva nel tempo, al punto che mai nessuno aveva ardito a discuterne, lui era l’unico che potesse indossare non una maschera qualsiasi, ma quella, nera, a celare il volto, promessa e garanzia di una condizione che a tutti gli altri era preclusa, la libertà.

Lui, solo lui e adesso, invece, il governo ordinava che tutti ne mettessero una, purché coprisse!

La fine del mondo! Fine soprattutto della sua diversità impertinente e maliziosa, fine del diritto che solo a lui era stato fino ad allora riconosciuto di nascondersi là dietro e infilarsi nelle trame degli altri, girarle a piacimento, gabole e trappole a più non posso e peggio a chi tocca.

Fu allora che Arlecchino cadde in depressione.

2. Promenade.

Per una disposizione del sovrano, non si poteva più uscire di casa. Neanche per motivi che avessero un’urgenza improcrastinabile, un morbo che affliggeva un parente, un lavoro che era rimasto da finire e altrimenti sarebbe andato perso, un impegno assunto per il quale era una questione d’onore, una porta che aspettava di aprirsi alle più calde, addirittura torride, effusioni.

Doveva restare in casa e inutile pensare di uscire, le strade erano presidiate e vigeva il coprifuoco.

Così Ludovico Effarìa, gran conoscitore di lingue e di mestiere traduttore, si dispose all’obbedienza del decreto. Lui che amava così tanto l’aria aperta, da essere diventato famoso tra i concittadini per le passeggiate lunghissime e a passo sostenuto che intraprendeva nei dintorni della città, convinto che quel moto prolungato servisse a mettere in azione anche le rotelle del cervello e dunque a far funzionare al meglio le connessioni tra una lingua e l’altra.

E, in effetti, gli capitava che al culmine di quelle promenades insistite, non solo lo sforzo scomparisse, ma anzi raggiungesse uno stadio che non sarebbe sbagliato considerare una vera e propria estasi. Allora, le lingue che gli fluttuavano in testa cominciavano ad avvolgersi l’una sull’altra e le parole venivano prese in un abbraccio che, in tutta naturalezza, le componeva, scomponeva e ricomponeva in un’armonia così mirabile che cadeva ogni differenza e tutte risuonavano in un concerto finalmente unitario.

Nessuno, ovviamente, era entrato nella sua testa per poter testimoniare dell’evento prodigioso, era stato piuttosto Ludovico stesso a confessare del vortice illuminante in cui gli accadeva di essere preso, nel punto più alto di un amplesso in cui aveva cominciato a straparlare nelle lingue più diverse lasciando stupefatta, e invero anche un poco impaurita, un’avvenente quanto professionale addetta a quegli esercizi.

Recluso in casa, nell’impossibilità di dare sfogo alla passione del passeggio, Ludovico poco a poco cominciò ad incupirsi. La testa non più alimentata dal passo svelto e continuativo perse lancio, vivacità e brillantezza. In breve, Effarìa si sentì chiuso in un angolo, ne andava della sua stessa salute e della qualità a cui più teneva, e quindi era necessario agire, adesso che ancora un alito vitale soffiava dentro di lui e prima che fosse troppo tardi.

Così, iniziò a scavare nel piano terra dell’abitazione. È probabile che volesse trovare una via d’uscita che attraverso un cunicolo gli consentisse nottetempo di scivolare via dal retro e sbucare su un grande parco che, fra prati, boschi e giardini, si distendeva proprio alle spalle della casa.

Ludovico scavò e scavò, per giorni e settimane. Un po’ come quando passeggiava, più andava avanti più gli veniva voglia di scavare.

Fino a quando intravide una luce. Aumentò gli sforzi, ruppe l’ultimo diaframma e.. uscì fuori.

Il Sole era potente, ma gli bastò poco per vedere davanti a sé una torre, dalla base enorme, che saliva saliva, quasi volesse perdersi nel cielo, e però a un certo punto s’interrompeva, come se all’improvviso fossero stati sospesi i lavori.

Subito venne attorniato da schiere di uomini che lo guardavano incuriositi, perfino adoranti, come se lo stessero aspettando da sempre. Gli si rivolgevano nelle lingue più diverse, quelle che si parlavano in tutte le parti del mondo e insieme quelle antiche e antichissime di cui erano rimaste incerte tracce o addirittura nulla.
Parlavano quegli uomini e non riuscivano a capirsi fra di loro.

Lui, invece, in quel rumore assordante cominciò a sentire un concerto che rimandava ad un’armonia che non avvertiva da quando l’avevano rinchiuso in casa. Non erano parole sconosciute che non si potevano tradurre l’una nell’altra, gli diventavano tutte trasparenti, pronte a scambiarsi felicemente, e capì che quella era l’occasione decisiva della vita sua e di tutta la folla immensa che lo circondava in attesa.

Invocò con un cenno della mano il silenzio, si avanzò e la moltitudine si divideva al suo passaggio per richiudersi dietro di lui, allo stesso modo di una zip, e subito mettersi a seguirlo.

Partì con il suo passo spedito, verso la torre e via via a inerpicarsi su per la strada che gli si arrotolava intorno, e dietro l’umanità con il disordinato vocìo delle lingue.

Partì e man mano che saliva, inebriata dalla rotazione e dall’ascesa, la testa gli si rimetteva in moto e con lei il grande gioco della traduzione delle traduzioni, finché accadde il miracolo.

Ludovico Effarìa iniziò a parlare una lingua che nessuno aveva mai sentito, perché era quella che tutte le comprendeva e traduceva in sé. E dietro di lui, gli uomini che lo seguivano con lo stesso passo cominciarono anch’essi a parlarla. Allora, finalmente capaci di capirsi, ripresero in mano gli attrezzi, la calce e i mattoni, e ricominciarono la costruzione…

Fu una grossa zolla di terra che cadendogli sulla testa lo risvegliò.

Ludovico, all’interno del cunicolo, si era addormentato. Alzò la testa, un pertugio si apriva davanti a lui. Guardò meglio, era dentro il parco!

Era tempo di passeggiare, finalmente.

Un cartello invitava a non calpestare le aiuole del Parco di Babele.

3. Il metro di Virus

Da quel giorno i sudditi dovevano stare a un metro di distanza l’uno dall’altro. Il Re lo aveva deciso e sarebbe stata legge, fino a quando non gliene fosse passata la voglia.

La storia lo insegna, un’insidia incombe sul potere. No, non il desiderio di conquistare, e neanche la vanagloria e nemmeno la crudeltà che a volte, in verità, come insegna il secondo cancelliere della Repubblica Fiorentina, può anche servire.

Il vero tarlo è la noia e Virus Primo lo sapeva bene. Qualcosa lo agitava nel profondo e lo spingeva a scombinare le cose e il fatto che andassero bene, almeno in apparenza, non era un motivo per cercare non dico di migliorarle, ma almeno di lasciarle come stavano.

La bonaccia gli risultava insopportabile, come a Cristoforo Colombo piantato in mezzo all’Oceano in attesa di un refolo, quale potere poteva essere quello che assecondava soltanto e non dimostrava invece la sua forza, ricordando ogni giorno, ogni ora, ogni minuto ai sudditi che c’era e poteva intervenire con tutta la libertà e dunque l’arbitrio senza limiti di cui godeva.

Virus Primo cominciò a riflettere su come avrebbe potuto entrare stabilmente nella vita del suo popolo e condizionarla in qualunque cosa facessero Rifletté e rifletté e la sua mente fervida partorì più di un’idea: farli camminare su un solo piede, obbligarli a cantare le sue lodi ogni quarto d’ora, farli mangiare una volta a settimana e peggio per chi non ci riusciva, oppure farli diventare tutti obesi, o ancora estrarre a sorte ogni giorno uno che camminasse su tutto il parapetto delle mura della città, merli compresi.

Tutte gli piacquero e nessuna, fin quando arrivò l’illuminazione, costringerli a stare a un metro di distanza l’uno dall’altro. E non solo nelle piazze e nelle strade, ma anche negli uffici, nelle botteghe e soprattutto in casa, in tutte le stanze della casa. La legge non ammetteva deroghe e le guardie erano incaricate di farla rispettare. Il metro era universale e ne fece anche depositare un campione in un Istituto per i Pesi e le Misure creato per la circostanza.

C’era soltanto un’eccezione, il metro non valeva per lui e dunque il Re annoiato poteva infrangere a piacimento quel limite. In tutti i modi possibili e a seconda del ghiribizzo. Stringere una mano, accarezzare o ballare, se la luna era buona come assai raramente gli accadeva, oppure aggredire, torturare o penetrare nelle intimità più riposte dei sudditi e delle sudditesse. Ovunque, con chiunque e in qualunque momento.

Non si sa quanto durò questa disposizione. Si sa soltanto che quel tempo passò alla storia come l’epoca del CoronaVirus.

Salvatore Rondello
M A S C H E R I N A


M
essa dal naso

Alla bocca,

Sembra arrivato

Carnevale offeso:

Ho paura,

Evito contatti

Rischiosi alla salute.

Incontrando persone,

Nascondo il volto,

Aborrendo il virus.

Roma, 25 marzo 2020

Gianfranco Mammi
CENTO GIORNI DI SOLITUDINE

Ah, bene – così dovrei scrivere un racconto sul coronavirus, eh? E magari dovrei fare anche i salti di gioia, magari! Ma si può ancora saltare (di gioia o di dolore) in questo benedetto paese? Aspetta che chiedo all’opinionista: solo sul balcone, dice. Per strada sarebbe meglio evitare – precisa – a meno che non si tratti di ragioni indifferibili, debitamente autocertificate con l’autocertificazione: il sottoscritto eccetera eccetera dichiara sotto la propria responsabilità di essere uscito di casa per saltare indifferibilmente di gioia, avendo avuto chiare indicazioni di scrivere un pezzo sul coronavirus, per di più gratis. No, non è credibile – mi fanno subito una multa da cinquanta milioni, mi arrestano come untore saltellante.

Va bene, non salto. Sai che cosa me ne frega di saltare. Dopo tre giorni di reclusione mi pare che ne siano passati cento. Convivo con un gatto, che non si può nemmeno portare fuori a pisciare. Se mi parla, è solo per chiedere da mangiare. Tra un pasto e l’altro s’inocula nell’immensità del divano e dorme come un leone. Bella compagnia che mi fa. Intanto in televisione, dalla mattina alla sera, c’è solo gente che pontifica sul nuovo virus, che gli venga un canchero (al virus). E ogni quattro secondi c’è qualcuno che ripete: lavarsi bene le mani! Molte volte al giorno! Distanziamento sociale! Ho capito, non sono mica sordo – però sto diventando idiota a forza di sentire sempre le stesse cose, dette sempre con le stesse parole. Sfaticati. Un po’ di fantasia, per la madosca.

Fuori, poi, la città è più triste del cimitero di Berna – e più sorvegliata: ci mancano solo i droni, ma arriveranno. Arriveranno presto, e non avranno pietà per nessuno. Sono macchine. Intanto i pochi passanti ti squadrano con sguardo omicida da dietro le loro maschere tombali; zombie di un film di poco orrore – ma sempre orrore. Goccia a goccia, l’orrore si accumula nel corpo umano, come il veleno delle vespe. Ne vedremo delle belle.

A poco a poco, sapendo di incontrare solo gente così simpatica o gendarmi, ti passa anche la voglia di andar fuori; io ormai esco soltanto per comperare da mangiare al gatto, che sennò s’incazza. I miei pasti me li faccio portare a domicilio – lo sherpa suona il campanello e mi lascia la roba sul marciapiede – così almeno non vedo gente in maschera, è già qualcosa.

Comunque io un pezzo sul coronavirus non lo scrivo neanche morto – corna bicorna e tutto il resto. Io non sono superstizioso, ma il virus sì.

Franco Carlo Ricci

Al tempo della pandemia “corona virus”

Marzo 2020

A Lode di medici esemplari
come Rita Loriga

e Monito a quanti non lo sono

Anche i medici muoiono

Anche i medici muoiono!

Ai medici votati al giuramento

d’Ippocrate

il misero mortale

che implora aiuto

come a divinità

mai dovrebbe apparire

provvidenziale fonte

d’argento vivo

ma sacra creatura

in fragile vascello

nella notte della paura.

Un monito esemplare

si leva:

la falce nera

minaccia inesorabile

ogni momento

il respiro di tutti

proprio di tutti

nella valle sterminata di lacrime

ove a volte è negato

persino il pianto che consola.

Ad uno ad uno

Ad uno ad uno

ci richiami a Te

anche se siamo

miliardi di miliardi

come le stelle

dello spazio infinito!

Ad uno ad uno ci richiami!

Chi ancor prima

di nascere

chi molto avanti negli anni

chi nel pieno della felicità

chi piagato e piegato dal dolore.

Nessuno, però, credo,

ama lasciare la certezza

di una vita pur dolorosa

per l’Assoluto Ignoto.

Tu stesso

che hai voluto provare

i sentimenti umani

per Lazzaro hai lacrimato!

Siamo miliardi di miliardi

come microscopici granuli

di sabbia

che il vento caldo del deserto

a suo capriccio

senza sosta unisce e disperde

ma ognuno

per un momento almeno

– il Definitivo Momento

che dà Luce alla Verità –

è solo, alla Tua presenza.

Perché è iniziata

per ogni essere umano

la meravigliosa e terribile

avventura dell’esistenza?

E dove condurrà?

Dell’Unico Evento che veramente

ad ognuno sta a cuore

nulla è dato sapere!

Mistero incomprensibile

come la sconfinata

grandezza

del Tuo Amore!

Solo la Fede

come roccia incrollabile

in quello che hai più volte promesso

con amorosa generosità

può salvarci dalla disperazione.

Non farcela mancare!

Non farcela mancare!

Lidia Ravera
Separati in casa

“ Mamma dice: non ne posso più di queste giornate fotocopia. Scivolano una nell’altra senza confini visibili. Papà dice: tanto che ti cambia, non facevi un c…prima, non fai un c.. adesso. Allora lei va nella loro camera da letto e sbatte la porta. Lui si siede al tavolo della sala da pranzo e accende il mac. Lei mi chiama e mi dice: di a tuo padre che stasera tocca a lui cucinare e se non lo fa stiamo a pane e formaggio. Io non posso dirgli niente perché ha messo su il cartello: sono in modalità smart working. Do not disturb. Io non lo disturbo, anche se sta in modalità house party con i suoi amici. E’ una app e ce l’ho anch’io, ma è sempre meglio far finta di non capire, con loro. Vado in cucina e metto a bollire l’acqua. Ci sono ancora diciotto pacchi di penne rigate. Mamma ha detto: tuo padre è un accaparratore, il tipo che se c’era la guerra si arricchiva col mercato nero. Per fortuna si è accaparrato anche 20 lattine di pelati e una treccia di cipolle rosse di Tropea. Trito la cipolla e piango. Alle 21 la cena è pronta, ho fatto anche un’insalata di patate con la maionese. Lei esce dalla sua camera da letto seguendo il profumo del soffritto. Si riempie il piatto, lo divora. Poi dice: Faceva veramente schifo.
Io dico, umile e virtuosa: scusa , mamma, non so fare meglio di così.
Lei arrossisce, mi abbraccia e dice: amore, l’hai cucinata tu, era buonissima, era il miglior piatto di penne al pomodoro della mia intera esistenza. E dov’è quel culo di piombo di tuo padre?
Sta lavorando, dico. E abbasso le palpebre, come per non far vedere che soffro.
Lei si alza bellicosa: adesso vado di là e gli dico tutto quello che penso di lui.
La fermo: mamma no, gliel’hai già detto ieri sera!
Lei si blocca e mi bacia in faccia, mi bacia la fronte, i capelli.
E intanto piange. E piangendo dice: io se non finisce sta quarantena lo ammazzo, giuro che lo ammazzo. Ci credi che lo ammazzo?
Quando ha finito di baciarmi, riempio un piatto di penne al pomodoro e marcio verso la camera da pranzo.
Gli ho anche versato un bicchiere di vino.
Papà mi fa entrare nel quadratino di schermo dove c’è lui e mi fa salutare tutti i quadratini dei suoi amici, ride e dice che gli ho portato viveri e alcool, dice che l’istinto della crocerossina unito alla mia grande bellezza farà la felicità di un sacco di uomini.
I suoi amici mi festeggiano.
Hanno tutti bambini più piccoli di me o zero bambini, quindi dicono che lo invidiano molto per il fatto di avere me e a me chiedono se sono felice dato che le scuole resteranno chiuse fino a ferragosto e poi si andrà in vacanza.
Io vorrei dire che andare a scuola è una liberazione per me, come è una liberazione per mio padre andare al lavoro e per mia madre scrivere in pace i suoi romanzi d’amore (non è vero che non fa un c…, guadagna anche molto più di lui, ma siccome il suo lavoro è stare a casa e scrivere romanzi d’amore lui dice che lei non fa un c…). Vorrei dire che stare a casa tutti insieme funziona soltanto in modalità amore.
E da noi l’amore scarseggia.
Cioè: tutti e due amano me, ma non si amano fra loro, per un errore logico. Se A ama B e C ama B, perché A e C non si amano?
Improvvisamente mi piomba addosso una specie di schifezza di umore.
Non ho voglia neanche di chattare, la televisione snocciola il numero dei morti e tutti esultano perché muoiono soltanto i vecchi.
Io non voglio che muoiano i vecchi.
Non voglio che muoia nessuno, ma, se potessi scegliere, chiusa in casa preferirei starci con mia nonna e mio nonno.
E non soltanto perché cucina sempre lei e lui lava i piatti ascoltando Frank Zappa e David Bowie e se ci va balliamo.
Vorrei fare la quarantena con mia nonna perché lei e mio nonno si rivolgono l’uno all’altra chiamandosi “Pippo” e “Peppa” e stare con loro è come cascare in un cartone animato.
Forse per amarsi da vicino bisogna diventare molto anziani. Oppure esserci portati da sempre. Se c’erano portati mi chiedo perché non l’hanno insegnato a mia madre che è la loro unica figlia.
Vado nella mia stanza, e so già che verranno a turno a darmi il bacio della buona notte. Mi farò trovare addormentata per finta.
E lascerò questo quaderno ben in vista. Chissà che non decidano di darci un’occhiata.

Cara mamma, caro papà, un avvertimento: queste sentite paginette potrei spararle sui social domani mattina, con tanto di nomi e cognomi. Vedete un po’ voi.”

Luciana Vasile*
Il vuoto

E’ il vuoto, è lo stimolo della mancanza che ci fa mettere alla ricerca, spesso inconsapevolmente.

Il pieno è dato ed è immutabile. Il vuoto è in divenire e dipende da noi la sua vita futura.

Per un architetto la misura dello stupore è il vuoto. E’ lì che trova l’impulso, autentico e creativo come quello che può provare un bambino e la sua verginità.

Dentro di me devo essere vuota, o essere disposta a svuotarmi, per riempirmi, per accettare.

Fuori da noi non è così diverso.

I luoghi hanno un’anima. Basta saperla ascoltare.

La sua magia sembra legata anche dal rapporto fra pieno e vuoto, là dove

è il vuoto che disegna il pieno.

E’ lui a dare al pieno il suo significato, ne diventa l’aldilà.

Ecco qui il ‘minimalismo’ in architettura, come estetica della forma dalla quale trae la sua espressività.

Non mi sono mai sentita attratta dal Barocco, ma invece, vengo letteralmente rapita dalla semplice preziosa purezza delle forme geometriche e dalla plasticità della nuda materia quando mi immergo in una Abbazia Romanica. Lì mi sento affascinata, conquistata dal vuoto quando diventa singolare presenza. Un vuoto progettato di grande spiritualità senza solitudine. Non mi sento mai persa o smarrita, ma insieme.

Quel vuoto si trasforma in tutto, basta che lo voglia, perché io stessa, seguendo quella sottile traccia, posso riempirlo a mio piacimento soprattutto di significati. Da me ridisegnato, diventa il mio vuoto, la mia partecipazione al tutto, la mia invenzione. Nulla mi è imposto, mai ubriaca fra concavità e convessità, linee sagome colori che vorrebbero imprigionarmi nelle loro contraddizioni e nel loro prevaricarsi, dove non posso ribellarmi. Tutto è, non c’è più posto.

Una verità obbligata che soffoca.

Il pieno deve salvaguardare la sua perfezione, preservarla intatta.

Il vuoto non si deve difendere può solo accogliere, è disarmato.

Il pieno è completezza ma anche impossibilità.

Il vuoto è mancanza ma anche possibilità.

Il pieno costringe. Il vuoto è libero.

Il pieno si può solo distruggere. Il vuoto si può solo costruire.

Il pieno è guerra. Il vuoto è pace.

Tutto ciò sembra incredibilmente coinvolgere le nostre emozioni e sensazioni, trascinate ormai nell’energia che si sprigiona da quei vuoti magici. E’ pregna di tutta quella che altri esseri umani, nei secoli, hanno lasciato, lì, per noi, per comunicare nello spazio e nel tempo. Mentre ci immergiamo, di quella energia inavvertitamente ci nutriamo. In essa penetriamo e ci completiamo in una perfetta armonia.

Miracolosamente il tutto vuoto ci avvolge e ci seduce.

Lì, allora, avresti solo voglia di cantare. Perché, come dice il Celano parlando di Francesco d’Assisi, che intonava melodie a voce spiegata anche di sola musica senza parole “…la forma di espressione, il canto, unica può tradurre e diffondere i muti messaggi che salgono dalle cose“… e dalle anime.

Anche nell’arte, per conoscere e godere un quadro, ancor più una scultura, si cammina nello spazio vuoto.

Avanti e indietro per la pittura, girando attorno all’opera per la scultura.

Il punto di vista e la luce che qualcuno ha studiato nell’allestimento (è stata per me un’esperienza esaltante quando mi è capitato di eseguirlo), insieme al nostro sguardo di fruitori, fanno sì che l’oggetto artistico cambi ad ogni passo e ci faccia pervenire molteplici informazioni.

Questo il grande fascino che ci dona, esclusivamente, la presenza fisica che si muove nello spazio, tutto è in divenire. L’intorno, che si arricchisce e si modifica ad ogni attimo di cambiamento dello scenario che ci si presenta, se ne è capace, attiva i sensi e con essi le emozioni, unica verità che si addensa nel nostro plesso solare, palpita il diaframma.

E allora da pittura e scultura abbiamo scelto di partire per inglobare le altre espressioni di esigenza e ricerca di comunicazione dell’essere umano, superare con ogni mezzo la solitudine alla quale siamo condannati e che, utilizzando ogni pretesto, tentiamo di colmare in tutti i momenti della nostra esistenza.

Infatti, da quando l’architetto che sono, si è messo a scrivere, ha scoperto quanto possano essere importanti gli interstizi, le pause fra le parole: il non detto.

Urla il non detto

nelle pieghe del silenzio

Compagnia ineludibile

Pensiero dietro

Ombra di luce

abbraccia calda

il movimento della vita

Tutto avvolge

seguendone il respiro

Ora, qui

aggrappato alla carta

prima che il ricordo consumato

lo condanni a morte

Chi legge, potrà riempire a suo piacimento le soste-respiro, sistole e diastole dello scritto, divenendo co-autore, coinvolgendosi attivamente. Perché diceva Giorgio Gaber:

LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE.

 

____________
* L’arch. Luciana Vasile, dopo la lettura del suo pezzo su “Il Cristo Velato” è stata sollecitata a scrivere di opere di scultura per il DIARIO IN CORONAVIRUS, ha inviato il testo “Il vuoto”.

Cetta Petrollo
Diario di una quarantena
Roma 20, 21, 22 marzo

  1. Il rituale della bellezza

Non si sa quando finirà questa guerra, non si sa bene chi o cosa l’abbia generata, non si sa se reggeremo bene alla trincea, se il tessuto di prima sarà riparabile, le nuove cerniere apribili o bloccate, se dovremo tenere provviste di cibo e di forza psichica per qualche mese o per anni, come alcuni già paventano esibendo immagini inquietanti come le onde di un terremoto.

Qualcosa, è certo, già inizia a incrinarsi in modo imprevedibile.

È quando apriamo l’armadio per prendere il solito paio di pantaloni che si fa strada una tenerezza mischiata alla malinconia, all’addio tanto più temibile quanto più ignoto, non abbiamo tempo di pensare che ci dispiace lasciare la vita, anzi correggiamo il pensiero sul nascere giacché una vita così, in solitudine, senza carezze, sguardi, profumi, curiosità, sorprese, incontri, speranze, non è tanto triste in fondo da abbandonare se la immaginiamo come un percorso lungo e non misurabile.

Sono i colori, la brillantezza dei colori che irrompono dall’armadio, i velluti, i turchesi, gli arancioni, i lustrini, le sciarpe, le gonne, le sete a farci tenerezza , testimoni di un mondo che non vedremo più, appena entrati in un altro dove le feste delle nascite come delle morti sono bandite, i riti delle unioni e delle separazioni impossibili.

E mi viene voglia di pensare che ancora per poco ubbidirò alle regole, pronta a scambiare un’ipotesi di morte con un incontro di vita.

Domenica.
Rovisto fra i rossetti.
Metto lo smalto ai piedi e un vestito di seta.

  1. L’intelletto in vacanza

Roma 28 marzo 2020

Qualcuno ha spento la luce. Come quando ti fanno l’anestesia e ti dicono di contare fino ad otto e mentre conti improvvisamente la luce si spegne bruscamente, proprio di colpo, e resti in un buio nero senza storia.

E in questo buio dove non ci sono più relazioni, legami, scoperte, sensazioni, dialoghi, odori, fiati, sudori, abbracci, urla e liti, l’intelletto decide di andarsene in vacanza e di scioperare senza più pensiero né immaginazione né creazione né programmi né organizzazione.

L’intelletto, il saldo amico di una vita se ne va in vacanza e il corpo si allarga , cerca un nuovo alfabeto senza avere elementi per costruirselo, si affatica cercando un motivo per avviare le giornate  e come un buon soldato esegue gli ordini della sopravvivenza: pulire, cucinare, lavare ma li porta a termine sempre più svogliatamente, tanto non ci sono né premi né punizioni.

Piazza San Pietro ieri sera. La mia piazza. Irraggiungibile, lontana.

Elio Pecora

Contrasti

Può accadere, senza preavviso,
(muti, fermi, accecati)
e l’aria si scura, la città si riduce
a mura impenetrabili, a finestre
inserrate, il tempo una sola stagione
arida-disfatta, non un volto,
non un gesto per l’alleanza
che accerta. Così il morire
è plausibile, accolta l’uscita,
un inganno la vicenda del mondo,
la voragine in cui precipitare:
“l’estrema salute!”

Può accadere, senza preavviso,
(ebbri, incauti, abbagliati)
aperta la strada, leggeri
i passi, l’ora sgombra,
lucente…e lei, la vita,
– nome dei nomi,
tenero, bisbigliato –
accoglie,
sotto il cielo sicuro;
l’inizio dipana i suoi fervori,
l’allegrezza
scoperchia i suoi umori.

Roma, 24-26 novembre 2019

Il flagello 

Che a decidere fosse la paura
sarebbe stato facile figurarselo
solo a tener conto del pietrume
usato per l’argine e dei ponti
lesi da lunga trascuratezza.

Come avessimo tutti, tutti,
nella ressa del giorno, subìto
improvviso e inatteso l’assedio,
e nell’aria ferma il nemico
accasarsi nel fiato letale.

Così ammutiti assistiamo
ai morti che seguono i morti
lungo strade svuotate,
e ognuno teme l’untore
nell’altro dentro lo specchio.

A quale dio risalire, per quale
crimine o pecca, non vale
almanaccare. La sventura
è sventura e tocca subirla,
al più reclamare: “O natura! natura! “

Roma, 21 marzo 2020

Lucia Marchi
Poesie

Marzo 2020

Colori ne abbiamo
Nel nostro confine obbligato
Per sentire i profumi
Della primavera che avanza
E odorarne le essenze
Che il nuovo risveglio porta in scia
Siamo vivi
Seppur cadaveri ambulanti
Limitati soprattutto dal pensiero
Che dominante
Lascia senza respiro.

Arcobaleno

Lasciati trasportare
Dal filo vacillante
Di un colorato arcobaleno
E sarai rapito
Dalla magia variopinta
Dal vento tra i capelli
Dal silenzio assordante
Dall’esplosione prorompente
Della natura in primavera
E sentirai di essere
Un atomo nell’universo
In grado di sognare.

Alla luna

Luna
Tu che ci guardi
Così siderea e muta
Forse già sai
Che tornerai a illuminare
Amanti avvinghiati
Che sognano l’eternità.

Daniela Mazzoni
Questo tempo avvera

Questo tempo avvera
-non è certo piano
ma puro caso-
il sogno di chi
s’affacciava volentieri
al suo balcone:
i figli con le madri
le mogli coi mariti
le case rassettate ogni mattina
i vasi fioriti il canto comune
restiamo nei confini
del proprio focolare
e insieme tutti
a pregare che qualcosa
ci liberi dal male
ma con calma
che abbiamo purtroppo per fortuna
il modo di pensare a cosa conta.
Aperti farmacie e supermercati
e le edicole anche
mangiare leggere il giornale
portare a spasso il cane
sospirare fatalmente
per l’economia mondiale
invocare a breve
un severo ritorno
ai ritmi produttivi
dei bisnonni e come loro
a letto con le galline.

LA SEDUTA

C’era il sole, era primavera. Avevo parcheggiato poco prima del semaforo. Venivo da lei, e infatti era sabato, sempre portando anche la bambina. Le raccontavo che mi aveva scritto una mia vecchia amica di quando facevo teatro per invitarmi la sera stessa alla sua festa di compleanno, venti persone. Diceva di non portare niente perché i suoi buffet erano famosi per la gran qualità. E io collegavo questa affermazione al fatto che fosse siciliana. Quindi avrei dovuto comprarle un regalo bello almeno quanto il buffet, pensavo. Ma erano tanti anni che non ci vedevamo, questo mi dava ansia, anche se ero contenta che mi avesse convocata. E pensavo anche che la sua casa era stretta per venti invitati. Dopo le dicevo ‘prima di andare alla cena, sono passata da un mio ex collega a riprendere la scheda di un mio filmato che aveva convertito in modo che potessi caricarlo su youtube. Sembrava gentile a farlo gratuitamente, ma poi scoprivo, tornata a casa, che lo aveva fatto male, senza amore, e i visi delle persone che parlavano erano sgranati, non riconoscibili, e avevo la sensazione che non ci sarebbe stata occasione per farglielo sistemare. Ma non le raccontavo però che lui mi confidava di preferire gli orgasmi raggiunti sotto costrizione, e io non capivo perché me lo stesse dicendo. Però la parte più incoerente ma doveva significare qualcosa era questa, e cioè che dopo essere stata qui da lei, senza neanche spostare la macchina, ero andata a pranzo col ragazzo di Milano che mi faceva sempre venire i nervi. Ogni volta che ci sentivamo, per due anni, se lo ricorda? Due anni di nervi. Era come se quel giorno dovessi rivedere tutte persone che non incontravo da tempo, ed era per dei buoni motivi, cioè sembravano buoni, come rimettere a posto il passato, aiutarci uno con l’altro, non so, essere umani. Lui mi portava un libro in regalo, io lo scartavo, pensavo chissà se lo aveva comprato a Roma o a Milano, in quale libreria, lo sfogliavo, come si fa coi libri. Erano storie di animali famosi, e in copertina c’erano due cornacchie, secondo lei conta? Un po’ di paura sì, perché sono uccelli che camminano. Normale, la conversazione era educata. A un certo punto io per sembrare amichevole assaggiavo la cicoria dal suo piatto, per non essere ostile: l’ho fatto due volte. E lui lo stesso, con le mie alici fritte. La bambina dormiva tutto il tempo, apriva gli occhi quando risalivamo in macchina per tornare a casa. Anche questo è strano, perché di solito è curiosa e le piace guardare le facce delle persone mentre parlano. Lei dice che la bambina rappresenta una parte di me? Certo, sì, sono tutti una parte di me. La cosa che non mi spiego però è che c’era un giorno dopo, quindi una domenica, in cui dicevano in televisione che non dovevamo più vedere nessuno, nessuno, né uscire più di casa, niente ristoranti, cinema… scuole chiuse, viaggi annullati, abbracci, feste -assembramenti li chiamavano- e dicevano che il focolaio del virus partiva dalla Lombardia ed era contagiosissimo. Notevole eh. Se ti ammalavi ti intubavano, ma non c’erano abbastanza posti in ospedale, perché eravamo una popolazione piena di debiti e persone anziane. Avevano tutti paura di morire, denunciavano i disobbedienti, si difendevano con le mascherine. La bambina non capiva dove fossero finiti gli altri, mi guardava come se aspettasse qualcosa e piangeva finché non uscivamo. Secondo lei questo c’entra col mio senso di colpa?

Domenico Mazzullo
AL TEMPO DEL CORONAVIRUS
Riflessioni

Solidarietà al tempo del Coronavirus

Ho visto ieri in televisione dei filmati in cui le persone spontaneamente si sono affacciate alle finestre, o ai balconi, suonando e cantando, tutti assieme, l’Inno d’Italia. Persone che non si conoscono, che se si incontrano in strada non si salutano, anzi che ora si terrebbero a distanza, ma che hanno sentito spontaneamente il bisogno di sentirsi vicini, di sentirsi Italiani, di sentirsi impegnati, tutti assieme a combattere la stessa battaglia contro un nemico pericoloso, subdolo e invisibile e proprio per questo ancora più temibile e terrorizzante. Eppure tutti assieme, spontaneamente a cantare il nostro Inno, con la mano sul cuore.
Mi sono emozionato e commosso e idealmente mi sono unito al Loro coro.
Forse questa emergenza è giunta a proposito, a ricordarci, seppur violentemente, che , apparentemente tutti separati, in realtà siamo tutti uniti a far fronte comune.
Subito a seguire, le ciniche parole del Primo Ministro britannico mi hanno richiamato alla realtà e mi hanno fatto sentire, ancora una volta, orgoglioso di essere Italiano.

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Roma, 14 marzo 2020

Ottimismo al tempo del Coronavirus

Sono un inguaribile pessimista, da sempre, eppure questa volta, in questa dolorosa circostanza, devo rinunciare, volentieri, al mio pessimismo e diventare ottimista. Non è una mancanza di coerenza interna, ma come psichiatra e quindi, anche per deformazione professionale, osservatore del comportamento degli Altri, ho ricevuto una forte e netta smentita al mio pessimismo.
Noi Italiani, infatti, siamo considerati e ci consideriamo un popolo di inguaribili individualisti, di persone che procedono ognuno per conto proprio, in ordine sparso, di cittadini che hanno un rapporto particolare con le Leggi, considerate uno spiacevole incomodo, da rispettare, proprio se ci si è costretti. Sembra che facciamo tutti a gara per autodefinirci così, e all’estero, impietosamente, accettano di buon grado ed estremizzano questo concetto.
Questa drammatica, imprevista, inaspettata emergenza del Coronavirus ci ha improvvisamente trasportati, o precipitati in una dimensione del tutto nuova e particolare in cui, a mio modestissimo parere, abbiamo mostrato un lato inaspettato, imprevedibile, sorprendente di noi stessi.
Abbiamo accettato con disciplina e attenzione, rispetto delle indicazioni e dei precetti, con inaudita rapidità e consapevolezza, un improvviso, radicale, grave, sconvolgente cambiamento delle nostre condizioni di vita, delle nostre abitudini inveterate e acquisite, ritenute inalienabili dalle nostre vite, in tempi brevissimi, reagendo con maturità e compostezza ad una emergenza che non ha memoria e con una solidarietà commovente.
Stiamo dando lezioni al mondo che forse non ci conosceva e anche a noi stessi.
Sono diventato ottimista e di questo Vi ringrazio di cuore, miei Concittadini.
Viva l’Italia

Roma, 16 marzo 2020

Patriottismo al tempo del Coronavirus

Questa mattina, ascoltando, come sempre in bagno, il primo Giornale Radio alle cinque, ho scoperto con sorpresa, ma anche con grande gioia, che la canzone più frequentemente cantata, sui balconi e sulle terrazze delle città con le strade impressionantemente vuote è L’Inno d’Italia, il nostro Inno, l’Inno di Mameli, che fino a pochi anni addietro era quasi scomparso dal nostro repertorio personale e pubblico.
Sarò un inguaribile nostalgico, ma sempre mi emoziono e mi commuovo quando lo ascolto e magicamente mi torna alla mente il tempo della scuola elementare, quando il Maestro Lo faceva cantare a noi alunni, rigorosamente in piedi sugli attenti, e noi eravamo emozionati e commossi nel fare una cosa da grandi.
Erano i tempi, ormai lontani in cui, a scuola ancora si leggeva il libro Cuore di De Amicis e ci si emozionava con le storie mensili della “Piccola vedetta lombarda”, del “Tamburino sardo”, di “Sangue Romagnolo”, Che hanno rappresentato gli Eroi della nostra infanzia.
In fondo dobbiamo essere grati al Coronavirus, che ci ha involontariamente fatto ricordare di essere Tutti Italiani, orgogliosi e fieri di essere Italiani.

Roma, 17 marzo 2020


Libertà al tempo del Coronavirus

Appare strano parlare di Libertà in un momento in cui gran parte delle nostre Libertà essenziali sono state improvvisamente e proditoriamente abolite dal Coronavirus.
La Libertà di vivere, prima di tutto, di essere in buona salute, di darci la mano, di abbracciarci, di baciarci, di sedere l’uno vicino all’altro e parlare senza dover alzare la voce, di uscire di casa liberamente, senza dover giustificare per iscritto la nostra uscita, di andare in libreria e comprare tutti i libri che vogliamo, di passeggiare in un parco.
Improvvisamente la nostra vita è cambiata, privandoci, in un battito d’ali, di tutte quelle libertà che davamo per acquisite e naturali, inalienabili da noi, di cui nemmeno ci rendevamo conto. E oggi che le abbiamo perdute, ci appaiono preziose e desiderabili, sopra ogni cosa. Siamo fatti così. E’ inutile recriminare.
Eppure una Libertà ci è rimasta, sola forse, solitaria, orfana delle altre, e proprio per questo tanto più preziosa.
La Libertà di scegliere. La Libertà di scegliere come vogliamo essere in queste circostanze, chi vogliamo essere, che ruolo vogliamo giocare, che parte vogliamo recitare sul palcoscenico di questo reale teatro.
E’ una Libertà che nessuno può toglierci, di cui nessuno e niente possono privarci, nemmeno il Coronavirus.
La Libertà che sempre ci è lasciata in ogni circostanza, anche la più tragica, anche di fronte alla morte, se essa viene a prenderci quando siamo coscienti.
La Libertà di scegliere chi vogliamo essere in ogni circostanza della nostra vita. Essere una persona che accetta passivamente il proprio destino, che passivamente si sottomette alla propria sorte, oppure e viceversa, un Uomo che pur non potendosi opporre a forze superiori, si comporta da Uomo.
Cosa c’entra questo col Coronavirus?
Questo è un nemico subdolo, infido, che non si mostra a viso aperto, ma si insinua in noi in silenzio, senza farsi sentire e solo dopo, quando ormai è in noi, mostra tutta la sua pericolosità.
Il difenderci da questo nemico comporta delle fortissime limitazioni alla nostra libertà personale, una violenta rinuncia alle nostre abitudini, alle nostre certezze che davamo per acquisite.
Possiamo scegliere di compiere il nostro dovere verso noi stessi e gli altri, rinunciando a quelle preziose libertà, perché lo vogliamo, perché lo scegliamo noi autonomamente e con piena coscienza, lo scegliamo perché è giusto così, e così riteniamo, oppure perché abbiamo paura delle sanzioni che rischiamo, oppure ed è ancor peggio, ignoriamo e violiamo questa norma sperando di farla franca, assumendo dei comportamenti che non sono degni di una persona civile.
A noi la scelta, in tutta Libertà. Ma di questa scelta siamo e rimaniamo responsabili

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Roma, 18 marzo 2020

La Famiglia al tempo del Coronavirus

Questo maledetto Coronavirus che in brevissimo tempo ha portato, oltre a tante morti, tantissimi cambiamenti, mutazioni nella nostra vita, nel nostro stile di vita, che scorreva sereno e imperterrito, come un fiume tranquillo, ci ha recato con sé anche un radicale mutamento dei nostri rapporti umani: persone alle finestre o balconi che a ora fissa cantano e ballano o fanno rumore con pentole e coperchi, vincendo una naturale timidezza o pudore, vicini di casa che fino al giorno prima neppure si conoscevano e a mala pena si salutavano, ora aiutarsi e soccorrersi a vicenda nelle indispensabili incombenze quotidiane, fare la spesa al supermercato, acquistare i farmaci indispensabili in farmacia, telefonarsi per sapere se si sta bene, ancora e sperando per sempre.
Ma i mutamenti più imponenti e severi e gravidi di imperscrutabili conseguenze, questo virus , immediatamente e inaspettatamente li ha portati nei rapporti familiari, ormai consolidati e ritenuti, dati ormai per immutabili ed irrigiditi in una solida continuità.
Le nostre attuali famiglie, ormai da lungo tempo non sono più quelle dei nostri genitori, o le nostre della nostra infanzia, spesso ora rimpianta e vista con nostalgia struggente, anche se non so e ho i miei dubbi che attualmente ancora di famiglie si possa parlare, a proposito degli agglomerati di persone conviventi che hanno un vincolo di parentela e spesso, ma non sempre, lo stesso cognome.
Questo scenario, volutamente estremo, apocalittico e desolante è chiaramente una mia esagerazione, una mia estremizzazione, ma di una realtà che purtroppo è visibile e sotto gli occhi di tutti, ormai subita passivamente, come indispensabile e inalienabile dai nostri costumi : figli che non parlano con i genitori, se non per lo stretto necessario e per le comunicazioni indispensabili, vita in comune ormai divenuta quasi inesistente, per diversità di impegni ed orari, ma soprattutto per non volontà o peggio, cattiva volontà, pasti consumati separatamente, spesso in solitudine, a volte preferibilmente in solitudine perché così più facilmente si può consultare il cellulare e leggere l’ultimo messaggio arrivato, unica compagnia vivente, la televisione, ogni tanto sbirciata tra un messaggio e l’altro, per interrompere una sensazione di solitudine che si faceva sempre più incombente e difficilmente ignorabile, coniugi che si scambiano poche parole per comunicarsi informazioni di servizio sull’an-damento della casa e della famiglia, sui turni per non intralciarsi in bagno, o le difficoltà economiche incombenti. In poche parole una forzata coabitazione, ma non certo una umana convivenza.
Su questo scenario apocalittico, desolante, ma serenamente e tranquillamente vissuto, passivamente subìto è piombato improvvisamente e proditoriamente il famigerato Coronavirus ad imporci, brutalmente e inappellabilmente gli stringenti “arresti familiari” che le nuove situazioni sanitarie hanno reso necessari,
E allora, superato l’immediato e comprensibile stupore e sgomento dei primi momenti, ecco il miracolo impensabile di figli che parlano di nuovo con i genitori, di coniugi che ritrovano, stupendo se stessi, una intimità da tempo perduta, rapporti extraconiugali forzatamente e improvvisamente interrotti, un condividere e scambiarsi opinioni, ansie, paure, preoccupazioni, ma anche inaspettati e timorosi gesti di affetto, da tempo dimenticati. Nasce una nuova collaborazione delle piccole cose, dei piccoli gesti di solidarietà e vicinanza, obsoleti e relegati tra gli oggetti di antiquariato.
Mi chiedo e mi interrogo: “ma era necessario proprio il Coronavirus per riscoprire tutto questo?” e ancora e più inquietantemente : “quando l’emergenza sarà terminata, quando tutto questo sarà finito, tutto questo scomparirà di nuovo, o rimarrà qualcosa entro di noi, qualcosa sopravviverà a rammentarci una esperienza così intensamente vissuta?”.

Roma, 19 marzo 2020

I Giovani al tempo del Coronavirus

I vari notiziari radiofonici e televisivi, che con cortese sollecitudine, quasi ossessivamente ci tengono aggiornati sui numeri che riguardano il protagonista di questi tempi, il Coronavirus, tot. Decessi, tot. Infettati, tot. guariti, ci informano anche che la gran parte delle persone decedute sono anziani, e per giunta affetti anche da altre patologie più o meno gravi.
Sorge immediato il dubbio che questa precisazione venga aggiunta quasi a mo’ di rassicurazione: “non vi preoccupate perché chi non c’è più, era in qualche modo già sul pendio in discesa verso la inevitabile per tutti uscita. Il Coronavirus ha solo accelerato i tempi.
Sinceramente non so a chi sia venuto in mente di associare questa “precisazione,, alla notizia del numero dei decessi, ma certo essa ha raggiunto lo scopo di “tranquillizzare” i giovani, soprattutto, e le mezze età, più lontane da quel crinale scosceso, ma non certo chi ha superato la settantina e che si è immediatamente sentito precipitare in una categoria a rischio, anche se gode di ottima salute e si sente ancora ben lontano dal trapasso finale.
Per mia fortuna, pur appartenendo anche io a questa categoria a rischio, almeno per età, ma non avendo timore, grazie a Dio, del gran trapasso, mi permetto di bonariamente di ironizzare su questa precisazione, forse necessaria, ma foriera di grandi e imprevedibili conseguenze.
Ma accanto a questo interrogativo, di tipo formale, me ne sorge imperioso un altro di carattere invece assolutamente sostanziale.
Se è vero, a quanto sembra, che i giovani siano, se non proprio immuni, almeno più difesi, di fronte alla invasività del virus e quindi alle sue spiacevoli e definitive conseguenze, siamo sicuri che essi giovani non siano invece maggiormente vulnerabili, rispetto a noi vecchi, alle conseguenze di detto virus, non sul piano fisico, quanto piuttosto psichico, esistenziale e morale?
Può sembrare una domanda astrusa, un interrogativo pretenzioso, ma essendo io uno psichiatra, mi sento autorizzato a pormelo.
Prima di tutto una constatazione di tipo generale e facilmente verificabile, perchè sotto gli occhi di tutti: la chiusura delle scuole, provvedimento grave e già sufficientemente indicativo di una situazione seriamente pericolosa, è stata salutata, all’inizio, come un inaspettato preludio delle vacanze pasquali e ha comportato la sconcertante, ma forse prevedibile conseguenza, che quegli stessi ragazzi, che si voleva sottrarre ad una pericolosa comunione in classe, venissero invece proiettati verso una festosa comunione in strada, nei luoghi tipici di aggregazione giovanile, o della moderna “movida”, per dirlo con un termine di moda.
Tutto ciò, che ha suscitato scalpore e sconcerto, rende ragione di un fenomeno che c’è sempre stato e sempre ci sarà, ossia la scarsa coscienza, la scarsa consapevolezza, da parte di chi si trova nella fascia di età giovanile, del senso del pericolo, della coscienza del pericolo, fenomeno, di cui non si è colpevoli, in quanto è legato al non ancora completo sviluppo del Sistema Nervoso e delle sue funzioni superiori e più complesse, tra le quali proprio la coscienza del pericolo stesso. E questo, come si comprende facilmente, è un fenomeno che ha caratterizzato tutte le età giovanili,da sempre.
Ma per venire ai tempi presenti nello specifico, il rapporto che ho con molti giovani, a livello professionale, mi ha portato a credere e a convincermi che, fatte le dovute eccezioni, essi, i giovani di adesso, siano molto più fragili, molto più impreparati e inadeguati ad affrontare situazioni di crisi grave come questa, ma anche di assoluta minor gravità e universalità, quali ad esempio le modeste frustrazioni quotidiane che la vita inevitabilmente comporta e che forse hanno, non volontariamente, la funzione e il compito di abituarci a queste, di permetterci di sviluppare entro di noi quegli “anticorpi psichici”, mi si conceda il termine appropriato in un momento di epidemia, deputati a proteggerci in avvenire da frustrazioni e delusioni che inevitabilmente costellano e sempre caratterizzeranno la nostra esistenza.
Quali sono, a mio modesto parere, le ragioni, le cause di questa maggiore fragilità, di questa maggiore impreparazione a fronteggiare le difficoltà della vita, da parte dei nostri ragazzi?
Saranno certamente tante, ma io, nella mia modesta preparazione di psichiatra terra terra, credo di averne individuate due, e tutte e due, ahimè, credo che siano da ascrivere alla responsabilità di noi che giovani non siamo più.
Le enumero in ordine di gravità crescente: La prima di ordine pratico e facilmente coglibile è il falso e pericoloso messaggio, di cui noi ci siamo resi portatori e responsabili, che tutto fosse facilmente a portata di mano, che tutto fosse facilmente coglibile e ottenibile, immediatamente e naturalmente, al primo insorgere di anche un minimo desiderio o velleità, che tutto fosse dovuto e immediatamente realizzato, mettendo mano al portafoglio, ovviamente il nostro.
La seconda, la più enormemente grave e foriera di inaudite conseguenze e di cui dobbiamo tutti noi adulti pentirci, seppure sia ormai troppo tardi, è quella, più universale, di non aver fornito, educativamente alla generazione che ci ha seguito, quei principi morali, quei valori universali, quei sentimenti fondamentali, che rappresentano, o dovrebbero rappresentare, la struttura portante di ogni individuo e conseguentemente di ogni società civile.
E’ una colpa gravissima, di cui paghiamo ora le conseguenze, ma ancor di più e più gravemente, le conseguenze le pagano proprio quei giovani, che soffrono inconsapevolmente di tale assenza, di tale carenza e che ormai purtroppo non riusciranno a colmare, perché troppo tardi per farlo.
E voglio concludere questo forse troppo lungo discorso con le parole con cui lo scrittore Ferenc Mòlnar conclude il Suo libro “I ragazzi della via Pàl:
“E il giorno seguente, mentre la classe se ne stava muta in un solenne silenzio e il professor Ràcz, salito in cattedra a passi lenti e solenni, in quel gran silenzio, a voce sommessa commemorava Ernesto Nemecsek, invitando i ragazzi a radunarsi alle tre in via Ràkos, in abito nero o almeno scuro, Giovanni Boka guardava fisso davanti a sé; e per la prima volta, la sua anima di fanciullo intuì quel che è veramente la vita, per la quale noi, suoi schiavi, ora tristi, ora lieti, lottiamo.

Roma, 20 marzo 2020

La Religione al tempo del Coronavirus

In tempi di Coronavirus, anche la Religione si è dovuta adattare e assoggettarsi alle nuove Leggi dettate dalle circostanze. Non parlo certo del sentimento religioso, che costituisce un fatto personale e assolutamente intimo, ma piuttosto delle manifestazioni esterne di questo sentimento.
Per prime infatti, in tempi cronologicamente vicini, ma apparentemente molto lontani per quanto le cose sono cambiate, sono scomparse le strette di mano, durante la Messa, quando ci si scambiava un segno di pace, secondo le indicazioni del Sacerdote officiante e assieme a queste, anche la cerimonia della Eucarestia si è modificata leggermente per rispettare nuovi principi igienici di prudenza. La stessa confessione individuale è stata sospesa.
In seguito le acquasantiere nelle chiese, che tanto mi affascinavano, quando ero bambino, sono state svuotate e divenute improvvisamente asciutte e infine anche le chiese stesse sono state chiuse, privando i fedeli della possibilità di esprimere coralmente, di vivere in comunione la propria fede, per cui ogni fedele ha avuto, improvvisamente, il compito di vivere la propria fede in solitudine, nel proprio intimo, senza alcuna manifestazione esteriore e pubblica.
Come si sarà compreso da quanto scrivo, io quella fede non la posseggo; il dono della fede, se essa è un dono, come si dice, non l’ho ahimè ricevuto, come tanti altri doni che mi sono stati negati.
Non che non mi sarebbe piaciuto riceverlo, proprio in questi momenti oscuri e difficili, in cui la fede è, come mi sembra, un grande aiuto, una consolazione e un sollievo, per chi la possiede, un punto di riferimento, un sentimento cui appellarsi nei momenti difficili e di sconforto interiore, un aiuto a lenire le pene dell’animo, e forse anche del corpo, una guida, una Stella Polare che ci indichi la strada da percorrere, una presenza che non ci fa sentire più soli nei momenti bui, ma non la posseggo, è un dono che non mi sono meritato e quindi mi sono abituato a fare da solo.
Mi sono dato una fede autonoma e autogestita, che consiste nel tentativo, quasi mai riuscito, di compiere il mio Dovere, da quando, adolescente rimasi colpito e fulminato dalla lettura de “I doveri dell’Uomo” di Giuseppe Mazzini, in cui lessi che noi possiamo reclamare i nostri diritti solo se siamo assolutamente sicuri di aver compiuto i nostri doveri”.Mi accontento di questa. Ma non è di me che voglio parlare, ma di come la fede, o meglio le espressioni di questa si sono rinnovate in questi frangenti oscuri e di smarrimento collettivo.
Anche per me, non credente, l’immagine del Papa che percorre da solo, a piedi, una via del Corso, straordinariamente vuota, come non lo è mai stata, neppure il giorno di Ferragosto, senza nessuna partecipazione di folla plaudente, come siamo abituati a vedere, per andare ad implorare Dio, in una chiesa vuota, di liberarci dalla epidemia, ha fatto una grande impressione e commozione.
Lo stesso sentimento di emozione e commozione che ho provato quando ho visto levarsi in volo e sorvolare il cielo di Roma, l’elicottero che trasportava via dal Vaticano Papa Benedetto XVI, Che lasciava la Sua carica.
Emozione e commozione assolutamente laica, ma non per questo meno sincera e sentita.
Ho visto in questi uomini una fede intensa e profonda, sincera, e pur non provandola, non sentendola, Li ho ammirati per la Loro coerenza interiore e per la manifestazione esteriore di questa.
Credo e sono convinto, che stiamo vivendo un momento storico importante, unico e forse irripetibile, di cui noi, che viviamo in questo tempo siamo sfortunati, o fortunati testimoni, a volte purtroppo nemmeno consapevoli.
Credo sinceramente che dovremmo pensare e considerare questo, piuttosto che lamentarci e soffrire per le limitazioni che la attuale situazione ci comporta e ci impone.
Voglio concludere con le parole di un messaggio che mi è giunto, ma di cui non conosco l’Autore:
“Anna Frank è rimasta chiusa e nascosta 25 mesi, senza nessun agio, né quantità di cibo, senza fare nessun rumore per non essere scoperta.
Giusto per ricordare (soprattutto a me stesso) che quello che stiamo facendo noi, è davvero nulla

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Roma, 21 marzo 2020

La paura al tempo del Coronavirus

Questa mattina ho ricevuto un messaggio da una mia Paziente:
“…purtroppo con questo virus ho delle paure, mi viene ansia, attacchi di panico.
La cura continuo a farla, sperando di non ricadere in depressione. Solo la parola mi mette paura.
Le voglio bene e…non esca.”
Sinceramente devo ammettere, e non mi vergogno di dirlo, che leggendo questo messaggio mi sono emozionato e commosso profondamente e per fortuna ero solo, così nessuno mi ha visto. Forse non è dignitoso, per uno psichiatra settantenne, mostrare così esplicitamente le proprie emozioni
Contemporaneamente ho pensato che sono un uomo fortunato, che sono fortunato ad essere un medico.
In questo messaggio c’è tutto, condensato, sintetizzato in poche, semplici parole, ma tremendamente eloquenti, profondamente intense e pregnanti e che ci dicono tutto sugli stati d’animo che sono comuni a tutti noi, in questo momento non felice.
“Purtroppo con questo virus ho delle paure”; non una paura unica e specifica, la paura di ammalarmi, di dover essere ricoverata, la paura di morire, ma delle paure , paure non identificate, non specificate, generiche, che nella loro genericità e aspecificità sono ancora più temibili e angoscianti.
Non la paura di un nemico unico e conosciuto, come ad esempio in guerra, contro il quale posso erigere delle difese protettive e oppositive, ma un pericolo latente, generico onnipresente, infido, subdolo, che non si presenta a viso aperto, che non si fa riconoscere, che sfugge ad ogni protezione e difesa, un pericolo incombente e sovrastante, indefinito che induce a ricordare e rievocare le torbide atmosfere dei romanzi di Kafka.
Il plurale “delle paure” sta a significare che ciò che si respira, ciò che incombe su di noi è una sensazione di paura aspecifica, che solo secondariamente si concretizza in paure singole, che in successione, prendono temporaneamente la scena e recitano la propria parte.
Paure che vengono sostituite, l’una dall’altra, una dopo l’altra in una girandola angosciosa e angosciante che non trova e non dà pace a chi ne è afflitto. Questa è l’atmosfera tipica e pregnante che si verifica, che si respira, quando il nemico è invisibile, inafferrabile, anche se, a volte meno pericoloso di quello visibile, quando la minaccia è rappresentata da un evento radioattivo ad esempio, che ci minaccia tutti con le invisibili radiazioni, o un evento sanitario quale appunto una epidemia, che si diffonde a macchia d’olio superando e ignorando le barriere rappresentate dai confini geografici degli Stati, superando gli oceani che ci separano da continenti lontani, viaggiando lungo strade invisibili e inconoscibili, assolutamente non controllabili.
E’ una paura subdola e strisciante, che si insinua in noi, ci domina e ci pervade, cambiando volto ripetutamente, sconcertandoci per la sua multiformità e ubiquità.
E’ una paura difficilmente dominabile, perché non è razionale e razionalizzabile, ma trova le sue radici in un profondo senso di insicurezza e di generale vulnerabilità, che forse è latente in ognuno di noi e che si concretizza, ci coglie, in certe situazioni
Ma al di sopra di queste paure aspecifiche, in contrapposizione con queste, più temibile e ancora più angosciante, si erge una seconda paura, questa volta definita e conosciuta, precisa, identificata, nominata e specificata: la paura che torni la depressione, la paura di ricadere in depressione, una malattia dell’animo, conosciuta e già vissuta entro di sé, tanto che “anche la sola parola mi mette paura”.
Mentre le altre “paure”, sono generiche, aspecifiche, più delle fastidiose sensazioni di insicurezza, diffuse e mutevoli, questa è una paura ben concreta e drammaticamente incombente, terrorizzante e paralizzante, la paura di ricadere nella depressione, di precipitare di nuovo in quel baratro di angoscia già provato e sperimentato.
E’ una malattia così terrorizzante, che solo il pronunciarne il nome, anche se non c’è nessun sintomo, nessun segnale che la faccia prevedere o intuire, seppure all’orizzonte, solo pronunciarne il nome, incute paura, induce terrore, come molto bene sa chi la depressione, anche solo una volta l’ha conosciuta, l’ha provata e vissuta entro di sé.
Un terrore che supera, che sovrasta, che oscura anche quello per il Coronavirus.
Anch’io Le voglio bene, mia Paziente Che non posso nominare e Le prometto che non esco di casa.

Roma, 22 marzo 2020

Previsioni al tempo del Coronavirus

Solo ieri, parlando con una mia carissima Amica, rigorosamente al telefono, come da qualche giorno siamo costretti e ci stiamo abituando a fare, ci chiedevamo come saremmo stati in un prossimo, si spera, futuro, quando tutto questo, che stiamo vivendo ora, sarebbe finito e facevamo previsioni, azzardavamo pronostici sulla nostra vita “dopo il Coronavirus”.
Nel corso della conversazione, che lievemente, quasi inconsapevolmente si è spostata dal “dopo”, al “qui e ora”, come è comprensibile, alla luce delle ansie, delle preoccupazioni, dei timori che costellano il nostro quotidiano, la mia Amica, con naturalezza, con tranquillità, con soave leggerezza, ha fatto una affermazione che mi ha colpito, improvvisamente, per la sua, forse inconsapevole, serenità e profondità; La riporto integralmente:
“Tutte le sere sul calendario, metto una croce sul giorno trascorso. Queste pagine di calendario rimarranno sempre con me.
E alla mia domanda, se avessi avuto il Suo permesso, per riportare le Sue parole, su queste brevi note, che stanno diventando quotidiane, ha aggiunto:
“Ma certo Doc. E’ una cosa banale, ma a me serve per dire: ho superato un altro giorno. Come ti ho detto, queste pagine rimarranno sempre con me. A ricordo di quanto poco sono, ma soprattutto di quanto è poco quello di cui ho realmente bisogno.
Dopo poco abbiamo chiuso la telefonata, perché era giunto un mio paziente, ma queste parole, queste frasi mi erano rimaste nella mente e continuavano a risuonare entro di me, come un ritornello che si ripeteva ossessivamente, ma che si approfondiva sempre di più, nel suo significato e nella sua importanza, seppure nella sua assoluta semplicità.
Avrei voluto dire alla mia Amica, quanto fosse, a mio modesto parere, importante e profondo ciò che mi aveva detto, con assoluta, disarmante semplicità, ma non ho osato farlo, per timore di apparire cattedratico e desideroso di pontificare sentenze e diagnosi.
Ma entro di me ho pensato, che non ci fosse più bisogno, almeno per quanto La riguarda, di chiederci come saremo, come sarà il futuro, di fare previsioni su questo, perché per Lei il futuro, il dopo è già presente, il cambiamento è già avvenuto e ciò che il Coronavirus ci può dare, al di là di morti e sofferenze, in termini di maggiore coscienza di noi stessi, per Lei è già stato dato e recepito.
Mi piacerebbe onestamente, che anche per me, egoisticamente, e per noi tutti, questa esperienza particolare, unica, irripetibile, inattesa e imprevedibile, assolutamente nuova, non tanto come epidemia, perché già tante ce ne sono state, ma come epidemia in tempi diciamo moderni e tecnologicamente avanzati, potesse insegnare qualcosa, insegnasse qualcosa, affinché questo evento così doloroso e sconvolgente, non venisse solo ricordato per il numero di morti da esso provocato e da noi subito, ma anche , anzi soprattutto, per un intenso cambiamento che ha, involontariamente, provocato nella coscienza di tutti noi, permettendoci di fare, anche solo un piccolo passo avant,i nel lento cammino della umanità.
Nella coscienza della mia Amica, questo è già avvenuto e le sue parole me lo hanno rivelato.
Ma nella mia? Nella nostra coscienza?
Non oso cercare di rispondere a questa domanda, per non correre il rischio di una risposta negativa, almeno per quanto mi riguarda.
Ho troppa paura che presto, passato lo sgomento e il panico, tutto ritorni come prima, felici per il cessato pericolo, per il pericolo scampato, con la velleità e la fretta di tutto dimenticare, per ricominciare come prima e “meglio” di prima.
L’esperienza delle ultime due Guerre Mondiali, della Bomba Atomica su Hiroshima e Nagasaki ce lo hanno insegnato.

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Roma, 23 marzo 2020

L’Amore ai tempi del Coronavirus

Gabriel Garcia Marquez, non me ne vorrà, se questa volta il titolo di questo “pensiero del mattino” assomiglia ancora più degli altri che lo hanno preceduto, al titolo indimenticabile del Suo libro meraviglioso “L’Amore ai tempi del colera”, cui fin dall’inizio mi sono ispirato.
Pur non avendo la penna di Marquez e non potendo raccontare le vicende di Florentino Ariza e Firmina Daza, voglio raccontarVi una storia di cui sono venuto a conoscenza stamattina.
Questa mattina, appunto, aprendo di buon ora il computer e sfogliando la posta, seppur elettronica e non più, ahimè cartacea, ho trovato una lettera di una mia paziente da tanto tempo, che mi raccontava quanto Le fosse accaduto questa notte scorsa.
Chiedendomi l’anonimato, mi ha autorizzato, anzi ha espresso il desiderio che io pubblicassi questa Sua lettera, perché, mi ha detto: “potrebbe essere utile a qualcuno”. E io molto volentieri lo faccio, condividendo la Sua ipotesi e il Suo desiderio.
“Caro dottore,
lei mi conosce da tanto tempo e tante volte ha ascoltato i miei sfoghi, tra le lacrime, quando le raccontavo della mia depressione, del mio stato d’animo triste e angosciato, della mia vita che consideravo finita, inutile, senza più speranza, fatta di una insopprimibile e insostenibile routine di doveri, senza nessun piacere, di cose da fare, di obblighi da ottemperare, senza nessun piacere, di un senso di fatica incolmabile, già al momento di iniziare la giornata, ma soprattutto, e questa è la cosa più dolorosa, di assoluta mancanza di affetto.
Lei conosce la mia storia, io e mio marito, pur desiderandoli, non abbiamo potuto avere figli e questo fatto piano piano ci ha allontanati l’uno dall’altro, senza quasi accorgercene, senza che fosse avvenuto nulla di grave tra noi, così, impercettibilmente, giorno dopo giorno, la distanza tra di noi si è fatta sempre più grande, sempre più ampia, senza, e ciò mi angoscia ancora di più, senza che nulla di grave fosse accaduta tra noi.
Prima ci confidavamo tutto, ogni più recondito pensiero ed era un piacere, una gioia che ci rendeva ogni giorno più vicini e partecipi l’uno dell’altro. Piano piano tutto questo è finito, dimenticato e ora i nostri dialoghi riguardano solo le cose di casa, le banalità della giornata, ma io so, lo percepisco, che sia io che lui abbiamo un mondo dentro che non comunichiamo più all’altro, ma teniamo nascosto, racchiuso entro di noi.
Tutto questo è molto triste e più volte lei mi ha esortato, ad aprire io il discorso, a parlare io per prima, a dire io per prima quanto più volte ho detto a lei e ora le sto scrivendo.
Non ci sono mai riuscita. Forse il silenzio di mio marito, forse la sua espressione, forse un mio pudore nell’aprimi, forse anche la paura di non essere capita, compresa e quindi accentuare ancora di più il dolore con la ulteriore delusione, mi hanno trattenuta…fino a questa notte scorsa.
I tempi che stiamo vivendo in questo momento e improvvisamente, questo improvviso cambiamento dello stile di vita, ormai dolorosamente consolidato, la paura di un futuro che si preannuncia incognito e difficile, il terrore di ammalarmi e di finire in ospedale in terapia intensiva, di non uscirne viva, di scoprire in me improvvisamente i sintomi del Coronavirus, che ormai ho imparato a memoria, l’immagine angosciante che non riesco ad allontanare dai miei occhi, della lunga fila dei camion verdi, militari, che portano i morti ai forni crematori, ma soprattutto un sogno spaventoso dal quale mi sono svegliata di soprassalto questa notte, mi hanno indotto a romper ogni indugio, a superare ogni remora e pudore, a violentare me stessa.
Ho svegliato mio marito che mi dormiva accanto e abbracciandolo forte, ancora quasi addormentato, gli ho detto piangendo: “Ti amo, ti amo e ti amerò sempre. Scusami se in tutto questo tempo non sono stata più capace di dirtelo”. Anche lui mi ha abbracciata forte e mi ha detto;” Anche io ti amo, ma anche io non ero più capace di dirtelo. Perdonami”.
Mi scusi, caro dottore, per questa lunga lettera, ma era necessario che io lo raccontassi a lei, che tante volte mi ha esortata a dire questo, ad aprirmi per prima con mio marito, ma io non l’ho mai ascoltata fino ad ora.
Ecco questa volta ci sono riuscita. Spero che ne sia contento.
Sua…..
Non mi sento, non posso aggiungere nulla a questa lettera, per paura di profanarla, di sporcarla con le mie parole. Voglio solo dire che anche il male, a volte e involontariamente, può trasformarsi in bene. Dipende da noi, dall’uso che ne facciamo. E’ anche questa è una occasione che la vita ci offre. Sta a noi coglierla.

Roma, 24 marzo 2020

“La fine del mondo” al tempo del Coronavirus

C’è, nella esperienza di ogni psichiatra come me , la presenza di uno o più pazienti affetti da schizofrenia, che presentano su di sé un sintomo tipico e particolare di questa seria malattia psichica: l’esperienza della “fine del mondo” ossia la convinzione assoluta, incoercibile, certa, inattaccabile da qualsiasi critica, che a breve ci sarà la fine del mondo.
E’ una certezza assoluta, che irrompe nella psiche del paziente improvvisamente, come un messaggio soprannaturale, diretto solo a lui e proprio a lui, e come tale di assoluta certezza, che viene poi confortato e avvalorato, da particolari della vita quotidiana, assolutamente innocenti, che però per il paziente, e solo per lui, naturalmente, assumono il significato di prove inconfutabili, evidenti, impossibili da ignorare, accompagnate, dallo evidente stupore per il fatto che non siano percepite da tutti, anzi da nessuno, contribuendo così a quel senso di drammatica solitudine che affligge ogni paziente schizofrenico.
La cosa strana e apparentemente incomprensibile, almeno per noi, è che una esperienza, una certezza così particolare e sconvolgente, come sarebbe per tutti, terrorizzante, viene vissuta invece, dal paziente, come perfettamente naturale, con assoluta calme e nessun senso di sgomento o di paura, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, la fine del mondo.
Anche io ho assistito, in molti pazienti, a questa rivelazione, comunicatami con assoluta tranquillità mista ad assoluta certezza, caratteristica di questo fenomeno, ma uno tra Loro sopra tutti è particolarmente prolifico nel comunicarmi queste sconvolgenti rivelazioni, a carattere soprannaturale, ma con assoluta naturalezza e senza alcuna emozione.
Il signor G. è un uomo di sessanta anni, laureato in Giurisprudenza, di famiglia piuttosto facoltosa e molto abbiente.
Poco dopo la Laurea ha cominciato a mostrare i primi segni della Sua malattia ed è stato subito ben curato, affidato, dai Suoi familiari, ai migliori professionisti.
Ora è rimasto solo, vive solo, di una rendita lasciata dai Suoi genitori, e da anni lo seguo io, essendosi stabilito tra noi un rapporto di amicizia sincera, anzi Lui mi considera il Suo miglior amico, forse, penso io, unico amico. La Sua malattia è piuttosto ben controllata dai farmaci, ma questi non Gli impediscono di ricevere spesso, di questi segnali soprannaturali, che poi si affretta a confidarmi.
Una volta mi telefonò trafelato e mi disse, in preda alla emozione. “Dottore sono a San Pietro e mi sento di essere la reincarnazione di Gesù Cristo. Forse è meglio che vengo da lei?”.
Ieri mi ha telefonato e tra le altre cose di varia natura, mi ha annunciato che a breve ci sarà la fine del mondo, con estrema certezza e naturalezza, tipica di questi annunci particolari.
Alla mia domanda, retorica, su come avesse avuto questa rivelazione così sicura, mi ha risposto con stupore, che è sotto gli occhi di tutti e che non comprende come gli altri, me compreso, non lo avessimo chiaro e lampante davanti agli occhi.
Questa volta si trattava, non di una intuizione delirante, come tutte le altre, ma di una deduzione logica, di un ragionamento e di una conclusione, scaturita dalla semplice osservazione dei fatti presenti e sotto gli occhi di tutti, ragionamento che si è affrettato ad illustrarmi:
“Dottore, ma è semplicissimo e non capisco come lei che è una persona intelligente non lo capisca.
L’uomo con la sua stoltezza, la sua bramosia di denaro, la sua voglia di potenza, sta distruggendo il mondo in cui vive e tutti coloro, animali, piante che con lui vivono e lo abitano. Questo avviene da almeno due tre secoli, ma prima la capacità distruttiva dell’uomo era limitata e poco nociva, ma ultimamente è divenuta terribile, tremenda e sempre più distruttiva, velocemente distruttiva.
Il clima sta cambiando, per colpa nostra, le stagioni sono stravolte, i ghiacciai si sciolgono, l’acqua scarseggia, la temperatura della Terra si innalza, gli animali scompaiono, le foreste si rimpiccioliscono. Tutta per colpa dell’uomo.
E allora la Natura che fa? Ci avverte prima, lo tsunami, i terremoti, le siccità, gli uragani, gli incendi in Australia, le alluvioni improvvise, ma noi non capiamo, facciamo finta di non capire.
E allora la Natura si vendica, mandandoci una malattia, che elimina il problema alla radice, ossia noi, che siamo responsabili del disastro.
Ci ha provato con l’AIDS ma non c’è riuscita, almeno non completamente e allora ecco spiegata la nuova epidemia di Coronavirus, che cerca di eliminarci tutti , o quasi, affinchè ci rendiamo conto di cosa stiamo facendo.
E guardi come è precisa la Natura, non distrugge tutto, come potrebbe fare una guerra atomica che distruggerebbe ogni forma di vita sulla Terra, ma ci manda il Coronavirus, che colpisce solo il responsabile, ossia noi, l’uomo.
Lei ha due cani e tre gatti, ma loro non si ammalano, eppure non portano la mascherina.
Solo noi uomini. E non le sembra molto intelligente la Natura? La saluto e a presto.
Chiudendo il telefono e riflettendo tra me e me su quanto mi aveva detto, ho dubitato per la prima volta della diagnosi di Schizofrenia, formulata, non solo da me, ma da molti altri illustri colleghi prima di me.
E se fosse tutto vero?

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Roma, 25 marzo 2020

I Numeri al tempo del Coronavirus

Odio i numeri, li ho sempre odiati da quando ero bambino e frequentavo le scuole elementari e ho continuato ad odiarli per tutta la mia carriera scolastica, non comprendendo come i miei amici certo più intelligenti, potessero appassionarsi ad essi, tanto da dedicargli poi la propria vita professionale.
Ai numeri ho sempre preferito le parole, più profonde, più significative, più umane.
Ma in questi tempi che viviamo attualmente, i numeri sono divenuti tristemente i protagonisti, da loro dipende il nostro futuro, la nostra serenità, la nostra progettualità e anche infine la vita.
Sono, i numeri, divenuti i padroni del nostro destino, i depositari e custodi della nostra sorte, forse della nostra stessa sopravvivenza, della nostra prosecuzione come specie umana, visto che un misterioso nemico, la minaccia da vicino e crudelmente, con inaudita forza distruttiva.
Parlo naturalmente dei numeri che ogni giorno ci comunicano, ci consegnano il bollettino di guerra, della guerra che il Coronavirus ha intrapreso contro di noi, che quasi inermi, cerchiamo in qualche modo di difenderci,
Sono i numeri che ogni giorno, più volte al giorno ci indicano, ci informano ci rendono consapevoli dell’evolversi della malattia, ci comunicano l’ammontare dei nuovi contagi, dei pazienti guariti, ma anche, anzi soprattutto dei pazienti deceduti, di coloro che non ce l’hanno fatta, che sono caduti lungo il cammino, stroncati dalla malattia.
Fino a qualche tempo addietro, pochissimo per altro, quando l’epidemia era lontana e sembrava, incoscientemente che non ci avrebbe toccati, quei numeri erano più freddi, anonimi, privi di un contenuto emotivo, per quello strano e assurdo egoismo della distanza, per cui, ciò che è lontano quasi non ci riguarda.
Se un evento luttuoso che provoca tante vittime è lontano da noi, quel numero di vittime, rimane un numero, più o meno grande, ma freddo che non ci terrorizza e non scuote le nostre coscienze.
Ma quando l’evento drammatico si avvicina e quanto più è vicino, tanto più diviene per noi reale e pregnante, allora quegli stessi numeri, che non avevano minimamente scosso la nostra coscienza e neppure emozionato e coinvolto, allora quegli stessi numeri si trasformano in persone reali, in familiari, amici , parenti, conoscenti, vicini di casa.
Quei numeri divengono persone, esseri umani come noi, nostri simili conosciuti e vicini, addirittura e ipoteticamente noi stessi, che potremmo farne parte.
Allora quegli stessi numeri anonimi ed impersonali, assumono un volto, una voce, uno sguardo di chi conosciamo da vicino o un po’ meno vicino, di chi fino al giorno prima abbiamo incontrato, nel portare a spasso il cane, di chi tutte le mattine incontravamo facendo la spesa, del bottegaio dietro l’angolo di casa, del giornalaio, del fornaio. Della signora della porta accanto.
Allora quei numeri divengono persone. Cessano di essere numeri anonimi e si trasformano in sentimenti, affetti, storie personali, gioie e dolori, fedi, anche miserie accanto a tante nobiltà, non sono più una fredda cifra stampata su un foglio e pubblicata in un bollettino, ma un essere umano che soffre o forse che ha cessato di soffrire. Da semplici numeri divengono persone.
Esattamente il processo inverso, che neppure molti anni addietro, misero in atto, con fredda determinazione e con acuta consapevolezza psicologica i nazisti, quando nei famigerati campi di concentramento, imprimevano sulle braccia dei prigionieri un numero, a simboleggiare che non più esseri umani erano, ma ormai solo dei numeri, avendo perso, secondo loro, gli aguzzini, ogni dignità umana e essendo ridotti a cose.
Per fortuna questa operazione non riuscì, almeno per la maggior parte degli internati, che conservarono strenuamente la propria dignità, molto più che i propri carcerieri, non lasciandosi trasformare e ridurre a semplici numeri.
Mai come in questi tempi dolorosi, anche a noi è data questa possibilità.
Dietro ogni numero che compare su una qualsiasi statistica esiste o è esistito un essere umano.
Nonostante il Coronavirus si sforzi di farcelo dimenticare è nostro preciso compito ricordarlo.

Roma, 26 marzo 2020

La Scuola al tempo del Coronavirus

Non potrò mai dimenticare lo sguardo felice e il sorriso stampato sul viso di un ragazzo, uno studente dell’ultimo anno di Liceo, che, in visita da me, quindici o venti giorni fa, ma sembra un secolo fa per gli eventi che si sono succeduti, salutandomi, appena entrato nel mio studio, con un’ aria trionfalistica e di gioia mi ha detto: “dottore oggi è un giorno di festa. Le scuole sono chiuse per quindici giorni. Arriviamo dritti dritti alle vacanze di Pasqua”; e di fronte al mio stupore, perché ancora ero ignaro di tutto, mi ha annunciato, con tono esultante, che per l’emergenza Coronavirus era stata decretata la chiusura delle Scuole appunto per quindici giorni.
Erano giorni in cui l’emergenza non era ancora così sentita dai più, beati Loro, e la vita continuava più o meno secondo i soliti binari abituali.
Dopo pochi giorni invece, con una tempestività ed una immediatezza impressionante, la situazione è degenerata e si sono succeduti decreti sempre più restrittivi, per cui ora siamo confinati, giustamente, tutti a casa, salvo motivi eccezionali.
Le vacanze, impreviste e straordinarie, regalate al mio paziente-studente da una emergenza sanitaria di cui certamente non aveva compreso l’importanza e la straordinarietà, trascorse solo nei primi giorni assieme agli amici, in strada o in qualche locale, si sono trasformate, ben presto in una noiosa, quanto triste reclusione in casa, senza possibilità di uscire, se non per portare fuori il cane, confortata solo dalla compagnia del telefono cellulare, attraverso il quale poter essere in contatto con i suoi amici egualmente reclusi in casa, ossia agli arresti domiciliari.
Certo che, se il Conte di Montecristo avesse potuto disporre di un telefono cellulare, non avrebbe avuto bisogno di inventare una sorta di alfabeto fatto di colpi sulla parete della cella per comunicare con il suo ignoto compagno di pena, l’Abate Faria.
Tornando al nostro volenteroso studente, felice di queste inattese vacanze, ma trasformatesi in una angusta reclusione domiciliare, la fine delle vacanze straordinarie tanto osannate, gli doveva apparire, ormai paradossalmente, come un fine pena, una liberazione dopo una ingiusta reclusione, e quindi si contavano i giorni che ancora separavano dal ritorno a scuola, ma era ancora ignaro purtroppo, che il precipitare degli eventi, di cui aveva sentore solo dai commenti dei genitori, sempre più preoccupati, avrebbe invece provocato, come solo dopo è successo, un ulteriore prolungamento e inasprimento dei provvedimenti restrittivi, allontanandosi, sine die Il tanto, ormai desiderato ritorno a scuola.
Le giornate ormai trascorrevano lentissimamente, tra letto, divano, computer, cellulare, qualche libro di studio, occasionalmente e stancamente sfogliato, per autoilludersi di prepararsi, da casa, all’ormai non più tanto temuto Esame di Maturità.
Senza la costrizione del quotidiano impegno scolastico, fatto della solita routine di lezioni e spiegazioni, compiti a casa, interrogazioni, prove in classe e frequentazione con i compagni, tutto era più difficile, lo studio autogestito era divenuto sempre più pesante e gravoso, richiedendo uno sforzo di volontà, di cui solo Vittorio Alfieri sarebbe stato capace, ma non certo il nostro povero studente M.C. alle prese con la Letteratura del ‘900 e la Storia della Filosofia.
Il richiamo della Play Station e del cellulare era comunque troppo forte per resistere alla suadente voce delle Sirene. Certo ogni tanto ricompariva, soprattutto evocato dai genitori incombenti, lo spauracchio degli Esami di Maturità, pietra miliare nella vita di ognuno di noi, ineludibile e inevitabile, almeno per chi avesse avuto la fortuna di continuare gli studi.
Ma la buona sorte doveva pietosa giungere ancora una volta a soccorrere il nostro povero studente M.C. tormentato dal richiamo gaglioffo verso il proprio cellulare e il senso del dovere che lo avocava ai libri quasi intonsi, buona sorte che, assunte le sembianze della Ministra (ahimè ora si deve dire così) della Istruzione, annunciava che i tanto temuti Esami di Maturità, vista la situazione presente della emergenza sanitaria, si sarebbero sì tenuti regolarmente, ma in” forma Light”, come siamo ormai adusi a vedere gli alimenti che allietano le nostre tavole.
Riesco facilmente ad immaginare la soddisfazione ed il giubilo incontrollabile del nostro già caro, studente M.C. nell’apprendere la sorprendente notizia, che cancellava in un solo momento le pene tutte della reclusione e dell’isolamento e che apriva orizzonti inaspettati di un roseo futuro avanti a sé.
Riesco però solo a mala pena a confrontare questi futuri Esami di Maturità con i miei, risalenti ormai ad appena cinquantuno anni addietro, ma che ancora tormentano i miei sogni notturni e che subirono solo una misera interruzione di un giorno, per consentire a tutti, esaminatori ed esaminandi, il privilegio di poter assistere in televisione allo sbarco dell’Uomo sulla Luna nel lontano 1969.
Ma erano altri tempi e il Coronavirus era di là da venire.

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Roma, 27 marzo 2020

Emanuela Zurli
I GUANTI DI PELLE ROSSA
(25 marzo 2020, terza settimana di emergenza da Coronavirus)

I miei guanti di pelle rossa sono sempre là, sul piano della lavatrice, tra gli stracci da polvere, i detersivi e le mollette per il bucato. Ogni tanto vado a controllare se ci sono ancora: li prendo in mano, li giro, li stringo, li annuso. Qualche volta ne accarezzo le dita, una per una, prima un guanto e dopo l’altro, e poi le chiudo tra le mie, premendo appena. La pelle è liscia, morbida, elastica. La stringo ancora, mentre si fa più consistente, compatta, spessa, come se quelle dita lasciassero un’impronta sulle mie. Allora mi guardo accuratamente i polpastrelli per scorgere se vi fosse rimasta qualche traccia di rosso, e mi sembra di notare che il loro colore è più vivo, più intenso di prima. E se sfrego le mie dita l’una contro l’altra ho l’impressione che qualcosa, come una sottilissima, indefinibile pellicola, vi si sia depositata.

L’altro giorno, mossa da un impulso improvviso, ho preso i guanti, sono andata davanti alla finestra più illuminata e con una lente da ingrandimento li ho analizzati, millimetro per millimetro. Ne ho scrutata ogni increspatura, ogni poro, ogni più piccola fessura, andando e tornando ripetutamente con lo sguardo dalla mia a quell’altra pelle, cercando di scoprire cosa si annidasse, in quei guanti, che non fosse già nelle mie mani. Altre volte, invece, quando passo davanti alla lavatrice, e li vedo abbandonati lì, i miei guanti di pelle rossa, tra gli stracci da polvere, i detersivi e le mollette per il bucato, mi fermo, li guardo ancora una volta e poi li calzo con cura, lentamente, fino a quando non sento che quella pelle è quasi la mia pelle, che quelle mani sono quasi le mie mani.

È da due settimane che i guanti di pelle rossa sono sul piano della lavatrice, tra gli stracci da polvere e i detersivi. Ce li ho messi io: volevo pulirli. Avevo appena acceso la televisione per sentire il Tg delle 20,00 e stavo per andare in cucina a cercare il detergente per pelli delicate quando la voce eccitata di una giornalista mi ha fatta tornare indietro: annunciava l’entrata in vigore, per decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di “misure urgenti di contenimento del contagio da coronavirus sull’intero territorio nazionale” a partire dall’11 marzo. Immediatamente ha squillato il telefono. Era mia madre, in anticipo sulla telefonata serale delle 20,30: “Non venire domani, può essere pericoloso: tu continui a uscire, potresti essere una portatrice sana e i vecchi sono a rischio. Non lo dico per me, ne ho già abbastanza di questa vita, ma per papà. Ancora non si riprende, oggi ha dormito tutto il pomeriggio e non sono riuscita a farlo alzare dal letto. Non ha neanche voluto che gli portassi la cena. Ora mi sta chiamando. Ciao tesoro, ci sentiamo domani. E non essere incosciente: resta a casa anche per te stessa: pure i giovani si ammalano”.

Magari fossi giovane, magari fosse ancora come dice mamma, ho pensato, mentre mi allontanavo dal soggiorno, dal quale la voce sempre più eccitata della giornalista introduceva il servizio con i dati allarmanti della Protezione Civile. In cucina non ho trovato il detergente. Pazienza, mi sono detta, i guanti di pelle rossa li pulisco domattina: appena mi sveglio scendo dai cinesi e compro la crema per smacchiare le pelli delicate. Mi ero dimenticata, però, che i cinesi avevano chiuso il negozio da quasi un mese. Proprio nei giorni in cui si cominciava a parlare della diffusione esponenziale del Coronavirus nel nord Italia hanno affisso un cartello con la scritta “Chiuso per ristrutturazione” e non si sono più visti. Di lavori al negozio non ne sono stati fatti, e quando nel palazzo c’era ancora un po’ di movimento e ci si incontrava nell’ingresso o in ascensore, capitava di scambiare qualche parola sulla scomparsa dei cinesi: forse qualcuno di loro si era scoperto positivo? Forse avevano avuto di recente contatti diretti con la Cina? Come stavano?
Più di una volta, fino a quindici giorni fa, quando ancora si usciva per esigenze non strettamente necessarie e in strada ancora succedeva di essere fermati da qualcuno, mi è stato chiesto, mentre rientravo a casa, se sapevo quando avrebbero riaperto.

In mancanza del detergente per la pelle, quella sera avevo pensato di usare un sapone neutro delicato. Anche quello, però, non lo avevo trovato. Inoltre sempre dai cinesi avrei dovuto comprarlo. Oppure l’avrei potuto acquistare al supermercato. Le due volte che da allora vi sono andata, però, ero talmente stremata dalla fila e dalla quantità di cose da comprare che mi sono dimenticata proprio del sapone neutro. Al supermercato potrei andare adesso, ma non ne ho voglia: è vero che la clausura ha reso allettante anche l’attesa a distanza di sicurezza davanti alla Conad, ma per arrivare lì devo attraversare la piazza, ed ora mancano cinque minuti alle 18,00, quando per il flashmob tutti si affacciano dai balconi per ascoltare l’esibizione del pianista del terzo piano. L’altro ieri, proprio alle 18,00, stavo andando in farmacia. Ero appena entrata nella piazza quando le note del “Bel Danubio blu” hanno incrinato un silenzio che fino a pochi giorni prima sarebbe parso surreale. Mi sono improvvisamente ritrovata in un palchetto del Musikverein di Vienna addobbato a festa, un primo dell’anno di trentacinque anni fa, seduta tra mia madre e mio padre: a lui piaceva portarci a Vienna. Ho rallentato il passo e mi sono voltata verso la palazzina da dove proveniva la musica. Un’anziana signora mi ha salutata con la mano. Stavo ricambiando quando dal balcone accanto a quello del pianista una ragazza in tuta mi ha urlato: “Non si esce per passeggiare! Vergogna! Vergogna!”. Sono corsa a nascondermi in farmacia, ormai a pochi metri. C’era la fila anche lì, quindi non ho dovuto cercare giustificazioni per restarvi dentro il tempo calcolato perché la ragazza in tutta rientrasse in casa e non mi inveisse di nuovo contro. No, all’ora del flashmob non mi azzardo a riattraversare la piazza. Neanche oggi comprerò il detergente per i guanti di pelle rossa.

I guanti di pelle rossa non li indossavo da anni. Mi ero completamente dimenticata della loro esistenza. Li ho ritrovati due settimane fa, quella sera in cui hanno annunciato le misure straordinarie del Governo per contenere il contagio da coronavirus. Da pochissimo tempo anche a Roma, dopo i teatri e i cinema, avevano chiuso le scuole e le università. Il primo giorno – un giovedì – in cui mi ero trovata di fronte un’infinità di tempo libero, avevo deciso di fare ordine nell’armadio del corridoio dove, dopo il trasloco, avevo messo alla rinfusa tutte le cose per le quali non avevo trovato una collocazione. Sopra l’armadio avevo invece schierato, in sequenza temporale, una collezione di volumi rilegati in cuoio con la data incisa in oro, la raccolta di foto di famiglia scattate da mio padre: i compleanni miei e di mio fratello, i nostri battesimi, le prime comunioni, i viaggi insieme, i matrimoni … … Guai a chi toccava quelle fotografie: appena stampate mio padre le incollava nei suoi album, vi scriveva accanto a grossi caratteri la data e riponeva l’album sull’ultimo scaffale della libreria, talmente in alto che raramente qualcuno lo cercava.

Dicono che il carattere di mio padre sia peggiorato con il tempo. Nel periodo in cui ero tornata ad abitare con i miei genitori, lui lo ricordo così: sussultare ogni volta che gli si rivolgeva la parola con affetto e fare un balzo indietro se qualcuno gli si avvicinava a dargli un bacio. Oppure chiudersi nel soggiorno al buio, la domenica, a guardare la televisione, e gridare contro chiunque avesse osato aprire quella porta. E sbuffare, e guardare minaccioso chi, varcata la soglia, avesse provato a sedersi accanto a lui sul divano. Quando gli si parlava non rispondeva, e sbadigliava di fronte a chi stava per fargli una domanda. Si sedeva a tavola e aveva già finito di mangiare mentre gli altri stavano ancora apparecchiando. E non diceva nulla quando riceveva un regalo.

Passo di nuovo davanti alla lavatrice. Eccoli lì, i miei guanti di pelle rossa. Mi fermo, li tocco, li guardo. Per la prima volta vi scopro un numero infinito di grinze, di pieghe, di minuscole venature. Le confronto con le vene della mia mano. Al principio mi appaiono diverse: più piccole, più numerose, più indistinte. Ma se le esamino con maggiore attenzione vi posso scorgere gli stessi miei, profondi solchi. Nel guanto sinistro, addirittura, ho trovata ripetuta, con estrema precisione, quella ruga curva, discendente verso il polso, che una credenza intramontabile addita come la linea della vita. L’ho seguita con il dito, per tutto il suo percorso, soffermandomi ad ogni deviazione, ad ogni sosta, ad ogni sua incertezza.

I guanti di pelle rossa me li ha regalati mio padre. Non ricordo quando, probabilmente per un mio compleanno, forse ai tempi del liceo. Non ricordo il momento in cui me li ha dati né se ci siamo guardati. Non ricordo il colore del pacchetto né se fosse legato da un nastro. Non ricordo di averli scartati né l’istante in cui li ho indossati. Non ricordo come l’ho ringraziato e cosa lui mi ha risposto. Non ricordo nulla di quella volta, eppure lo so: i guanti di pelle rossa me li ha regalati lui. Mi basta toccarli per riconoscerli.

I guanti di pelle rossa sono qui, davanti a me. Li prendo ancora in mano, li giro, li stringo. Li lascio e poi li riprendo di nuovo. Li accarezzo, sfiorandoli appena, e vedo mio padre, poco più che ventenne, quando non portava ancora gli occhiali da sole scuri, venire sorridente verso l’uscita della sala parto, accelerare il passo, raggiungere me e mia madre e poi afferrarmi con tutto il materassino – io non ricordo nulla, me lo hanno raccontato – e sollevarmi in alto, su, su, sempre più su, mentre io strillo a squarciagola e le finestre della clinica si inondano di luce. Proprio in quei giorni era uscita una canzone che si intitolava “Il cielo in una stanza” e raccontava di pareti che diventavano alberi e soffitti che dileguavano quando “loro” stavano insieme.

“Loro”: i fidanzati. Da allora mio padre non mi ha più abbracciata. E mi ha rivolto la nuca ogni volta che ho tentato di baciarlo. Proprio ora ricordo che un pomeriggio di tantissimi anni fa, quando ancora divideva lo studio con altri colleghi, ero andata a trovarlo e, aprendo la porta della sua stanza senza aver bussato, l’avevo sorpreso con lo sguardo fisso sotto il piano della scrivania mentre accarezzava qualche cosa. Non appena uscì dalla stanza corsi a curiosare: nel cassetto c’era il telefono di perspex con i tasti rossi fiammanti che gli avevo regalato per Natale.

Mi ha appena telefonato mia madre. Adesso che quasi ogni giorno il Governo emana misure più restrittive per fronteggiare l’emergenza del coronavirus e nel mondo l’epidemia si diffonde a dismisura, quindi nulla è più una novità, lei ha ripreso a telefonarmi alla solita ora. Che quel giorno io sia andata a trovarla o meno, che le abbia telefonato poche ore prima o no, lei continua a telefonarmi ogni sera alle 20,30, l’ora in cui lei e mio padre avevano finito di cenare, e dalla loro giornata appena conclusa lei selezionava per me i momenti migliori: quando era riuscita a far alzare mio padre dal letto, quando lui non aveva incontrato difficoltà nel parlare, quando lei aveva potuto ritagliarsi uno spazio per guardare un programma di arte in televisione. Mio padre è morto la scorsa estate, ma mia madre dice che dopo sessant’anni di vita insieme non riesce a crederci. E tutte le sere, alle 20,30, mi racconta come, loro due, hanno passato la giornata.

Come è morbida la pelle di questi guanti. Sembra quella delle mani. Forse delle mie, forse di mio padre. Ho deciso che toglierò i guanti di pelle rossa dal piano della lavatrice, tra gli stracci da polvere e i detersivi, ma non li pulirò. Neanche quando il coronavirus, che me li ha fatti ritrovare, sarà passato. Neanche quando i cinesi riapriranno il negozio.

Alessandra Iannotta
22 marzo 2020 – Nonno Enrico

Oggi non ho voglia di pensare a quello che stai combinando in giro per il mondo.

Non voglio ascoltare le notizie al telegiornale, andrò dal mio adorato nonno Enrico e gli chiederò di raccontarmi qualcosa.

Lo trovo seduto in poltrona a sfogliare un album di fotografie.

I suoi occhi profondi e caldi mi trasmettono sempre un senso infinito di pace e di dolcezza. Ha uno sguardo carico di Gioia contagiosa.

Lo amo con tutto il cuore.

“Nonno cosa stai facendo?”gli domando avida di risposta.

“ Vieni Iolanda, guarda questa fotografia, mi ricordo come se fosse ora il momento in cui è stata scattata,avrò avuto più o meno la tua età …Era il cinema del mio paese, pitturato di fresco, odoroso di calce e di ossigeno.

Sai nell’Italia del dopoguerra,nell’Italia che si rialzava vestita di stracci,ma fiera le persone andando al cinema cercavano di bere speranza,evasione, di dimenticare i fischi delle bombe, di ritrovare pace.”

“ Si nonno capisco -nei tuoi occhi sempre uguali,capaci di inghiottire e che riconoscerei tra mille, leggo tutta la tua voglia di sognare- mi sembra di vedere tutta la tua gioia mentre andavi  al cinema”.

“Eh si cara Iolanda, era proprio così, nel piccolo schermo, incorniciato da pesanti tendaggi rossi a rimarcare l’importanza di quello spazio magico, la Vita era lì con tutta la sua Forza. E sai che ti dico piccola? Anche la pioggia di bucce di lupini, gialla e appiccicosa, frammista anche a qualcos’altro che pioveva sulla platea e che mi faceva tanto arrabbiare aveva un suo perché … Avevamo comunque i berretti di carta che ci riparavano. ”

“Nonno doveva essere davvero un’avventura andare al cinema” dico sorpresa.

“Un’avventura fatta di fatica e di Bellezza. Dovevi proteggerti i capelli e fare la fila per comprare il biglietto …”

23 marzo 2020  – Parole in musica

Sto ascoltando una musica stupenda e mi è venuta voglia di scrivere.

Prendo il mio diario e guidata dal ritmo delle note lascio correre la penna sul foglio bianco che mi  guarda avido.

“Parole in Musica

Oltre confini di carta viaggiano pensieri.

Su ali dorate volano emozioni.

Cadono muri.

Su note fatate

Viaggiano pensieri

Si abbracciano emozioni

Cadono muri.”

Che meraviglia -penso- è fantastico quando la musica prende per mano le parole, forse le canzoni sono poesie in musica?

Chissà se Virus ha mai ascoltato la musica, una poesia …

24 marzo 2020 – La fabbrica e i suoi tesori

Caro Virus, mia zia mi ha detto che sarò io a decidere come costruire la nostra fabbrica.

Avrà la forma di una gigantesca conchiglia, con tanti piani che potrebbero non finire mai e che partiranno tutti da uno stesso punto magico.

La fabbrica assomiglierà così ad un abbraccio immenso.

Ogni piano avrà un colore diverso e in ciascun piano ci sarà un tesoro nascosto dietro una Poesia.

Solo chi riuscirà a capire la poesia potrà salire al piano superiore!

Man mano che si saliranno i piani, il cioccolato diventerà sempre più buono,ma le poesie da interpretare saranno sempre più ermetiche e richiederanno a chi vuole salire uno sforzo sempre un po’ più grande.

Il centro da cui partirò sarà  un puntino quasi invisibile, ma se tu riuscirai a fare il bravo ti darò un indizio che potrà aiutarti a salire al primo piano, ti va di giocare con noi?

Allora ascolta bene ecco la prima poesia è senza titolo:

“L’invisibile che rende visibile ciò che sfugge ai più.”

25 marzo  2020  – Cioccolatini al limone

Caro Virus, complimenti hai indovinato il titolo della poesia e quindi ora puoi salire al primo piano della mia fabbrica.

Adesso però mettiti  in un angolino e lasciaci lavorare.

Ho deciso di dipingere tutte le pareti di giallo  oro e  quindi i cioccolatini saranno al gusto di limone.

Pianterò migliaia di alberi e così ci sarà ovunque il profumo inconfondibile dei loro fiori e non mancheranno mai i limoni per fare il cioccolato.

Nasconderò il tesoro ai piedi dell’albero più bello.

Se fai il bravo ti farò assaggiare un cioccolatino e vedrai è una vera delizia, una miscela perfetta di  “dolce/amaro”.

Ti sei comportato bene e quindi anche questa volta voglio darti una mano per salire al secondo piano della mia fabbrica.

La poesia che metterò a guardia del tesoro è un po’ come il limone che hai assaggiato …

“ Legge universale

Il cielo di questa mattina è diviso a metà.

Nero, nerissimo da una parte, di un azzurro luminoso, accecante, dall’altra.

Lentamente il nero si ritrae per lasciare spazio ad un nuovo giorno.

S’inchina in silenzio.”

26 marzo 2020 – Cioccolatini fragole e mirtilli  

 

Agnese dice che non sei un “essere vivente“ perché così hanno detto illustri dottori di fama

internazionale.

Per Riccardo, invece,tu esisti,ma sei invisibile.

Non so chi tra i miei fratelli ha ragione,ma so che anche oggi puoi salire al piano superiore della  fabbrica perché hai capito il messaggio della poesia di ieri: “È possibile anche ciò che appare incredibile…”

Il secondo piano sarà tutto blu e rosso e in alcuni punti i due colori si fonderanno tra di loro, proprio in quei punti pianterò tantissimi campi di fragole e migliaia di piante di mirtilli.

I cioccolatini alla fragola e ai mirtilli che si faranno al piano saranno squisiti e si potranno mangiare su gigantesche altalene appese al soffitto.

Se anche oggi riesci a fare  un po’ meno rumore…ti reciterò la poesia che metterò a guardia del tesoro:

“Sogno

Voglio correre con il mio sogno

abbracciarlo stretto a me.

Lo voglio portare,vento tra i capelli,

sopra le nuvole,

abbracciata al mio sogno voglio  cavalcare i raggi del sole,

voglio  rubare alla Stella  di Fuoco.

Voglio correre con il mio sogno,

non lo lascerò cadere nelle tempeste,

scivolare via sul ghiaccio.

Lo porterò sopra le nuvole-vento tra i capelli-

a baciare la Meraviglia, a godere del Bello.

Lo trasformerò in polveri  di stelle,

in mille baci dorati,

in scintille di Luce.

Solo allora  non correrò più …”

27 marzo 2020  – Un’amica speciale 

Oggi è il compleanno di Celeste, la mia migliore amica.

Tu non hai amici e -siccome ultimamente sei stato un po’ più bravo- ho deciso che, con la mia immaginazione, sarò io a trovarti un’amica fantastica, proprio come la mia.

Anche lei sarà, infatti,dolcissima, buonissima e sempre sorridente.

Le piaceranno le feste, il sole, il mare ,il colore, il movimento e la danza.

Non si stancherà mai di conoscere e di scoprire la Bellezza perché-a differenza tua – riuscirà a trovare qualcosa di positivo in Tutto.

Ti chiederai allora come farete a diventare amici🤔.

Anche lei sarà invisibile proprio come te e anche a lei piacerà la Poesia e il cioccolato… Sono sicura che prima o poi tu e Speranza farete amicizia.

Non ho ancora deciso il colore del terzo piano della fabbrica, né il gusto del cioccolato che verrà fatto lì, ma ho deciso quale sarà la Poesia  che metterò a guardia del tesoro:

“Amici

Ho chiesto ai tuoi occhi di raccontarti.

Mi hanno attraversato con tutta la loro

potenza.

Poi un sorriso ha sciolto i tuoi nodi più difficili,

ti ha suggerito di fidarti di me …

Mi appartenevi.

Potevi parlare con la mia voce-quella che tocca l’anima-ora legata alla tua.”

28 marzo 2020  – Lo specchio 

Ho deciso il colore del terzo piano della mia fabbrica.

Sarà tutto arancione.

Pianterò un grandissimo aranceto e migliaia di alberi di albicocche.

Ci sarà ovunque un profumo fantastico e i cioccolatini saranno all’arancia e all’albicocca,ma la cosa davvero incredibile sarà un gigantesco schermo su cui verranno proiettate le fotografie di montagne con le loro vette innevate, che -vanitose- si specchieranno nell’acqua  cristallina di laghetti felici, incastonati tra il verde abbagliante di prati verdissimi.

Anche tu potrai gustare i cioccolatini ammirando quello splendido spettacolo naturale e chissà se-così facendo -diventerai un po’ più bravo…

Adesso però devo andare, ma prima ti lascio la poesia che metterò a guardia del tesoro.

Fatti aiutare dalla tua amica altrimenti penso che- questa volta-difficilmente riuscirai a capirne il significato.

“Lo specchio

Lontano dal rumore là dove la mano dell’Uomo non ha offeso il bello,

tutto si riflette in magico splendore

ed io quaggiù

brillo ancora ?”

 

Mariù Safier

Giornate in ordine sparso

Una coppia di gabbiani ha fatto il nido sul tetto del palazzo di fronte, a debita distanza dal tricolore, che sventola da anni sulla cima. Uno dei due, appena apro la finestra, plana spesso ad appoggiarsi sul lampione nella carreggiata e sbircia curioso dentro la stanza. Poi si gira e tiene d’occhio la strada, i cani a spasso, i cassonetti di rifiuti.

Non mi è simpatico. Aggressivo, ha cacciato le famiglie di merli che con il fischiettio melodioso, accarezzano le orecchie e danno il buonumore. Il loro grido stridulo invece, è inquietante. Come la rarefazione del traffico, i posti vuoti nel parcheggio, il senso di apprensione che scuote l’aria, insieme alle ali dei gabbiani.

Restate a casa. Ormai è un mantra. Per chi, come me, non ha vissuto la guerra,

l’impressione è di trovarsi in un conflitto. La retroguardia, una trincea. File da rispettare, distanze, annullamento di vita sociale. Però non c’è nulla di razionato. Stiamo al caldo, comodi, con cibo abbondante. Contatti con l’esterno: cellulari, social, internet. Tv. Io preferisco la radio, uno strumento che ti consente di pensare, invece di imbambolarti. Chiusi fra quattro mura, che fare? Solitudine, ansia. C’è chi non è abituato a dialogare con se stesso. Il vuoto è dentro, va colmato di pensieri, di gesti, di azioni. Chi pratica l’esercizio della scrittura, lo sa. Il vuoto è lo stimolo per misurarsi con le proprie capacità reattive. Tra i tanti impegni mancati, la presentazione di un libro su Federico Fellini: cosa avrebbe inventato il Maestro, sulle nostre paure, che erano anche le sue?!

La conta, il bollettino: tot contagi, tot guariti, tot morti. Poi i commenti. Tutti soloni e cassandre, un’aggressione mediatica continua. È questa l’informazione? Cerco documentari, vecchi film, storia. Cambio canali, spengo, per accendere una vita alternativa.

Le rarissime volte che è necessario avventurarsi oltre la soglia, per la spesa, i giornali, in qualche caso la farmacia, si ha l’impressione di essere spiati. Mille occhi dietro le persiane, i vetri, i portoni. Di chi sorveglia, sospettoso, i tuoi passi, i sospiri, l’inopportuno colpo di tosse nervosa. Una coppia in fila dal macellaio, all’esterno, sul largo marciapiede, lei chiede a lui: “Cosa compriamo?” “Due hamburger” risponde lui, tirando a sé il cane. “Solo?! Dopo mezz’ora di attesa?” “Così domani abbiamo la scusa per uscire.” Il cane, una femmina di nome Martina, scodinzola, speranzosa. Ha capito che la aspettano lunghe passeggiate, con i suoi adorati padroni.

Oggi è un po’ meno primavera. Il cielo si è adeguato agli umori. Grigio, una flanella a onde livide.

Mi soffermo a riflettere: a me cosa cambia, questa costrizione? Da anni le mie uscite sono contingentate, per via di mia madre, che non posso lasciare sola. Eppure, c’è differenza. E non è vero mal comune … quando il male è comune, si sprofonda.

Nel mio tempo invariato, qualcosa è comunque cambiato.

Siamo tornati ai riti tribali. Propiziatori. Oggi si chiamano Flash mob. La sostanza non cambia. Appena ci si scopre vulnerabili, fragili, si cerca la protezione suprema, si invoca per uscire dai guai. Non funziona così.

Adesso lo sappiamo: non ci fa paura la guerra, si combatte. Nella povertà ci si contorce, la miseria può avere riscatto, su tutto si può passare sopra. Ma la malattia fa paura. Scontrarci con una realtà ingovernabile, confrontarci con la nostra impotenza, atterrisce, confonde. In parte aggrega.

Siamo tutti nella stessa barca, continuano a ripeterlo. Se questa pandemia va paragonata al Diluvio Universale, non è tanto importante sapere chi si salverà, ma chi è il nostro Noè.

Edith Dzieduszycka
IL GUSCIO

Le due
le tre
le quattro
di una notte insonne
notte senza fine
notte del silenzio
in fondo al tuo letto
dentro la casa guscio

soprattutto le tre
quell’ora maledetta
che tu non vedi l’ora di mandar in malora
far scorrere veloci
lasciarti alle spalle
insieme ad amuchina
guanti e mascherine
pulviscolo minuto
infimi attimi nel bilancio funesto
d’un racconto virale

pietre ti sembrano
grevi
da trascinare
perché non hai capito
ancora
che quelle ore insonni
che vorresti ammazzare
freno però sono
e parapetto
guardaspalle sicure
al tuo scomparire
dentro il buco nero.

22.3.20

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Gualberto Alvino
QUALCOSA DA SALVARE

Alessandra, guanciotte da putto, iridi accese neropece, grazia da disgradarne una regina:

«Nonno, mi aiuti a fare il mio coronavirus? M’è venuto sbagliato m’è venuto mannaggia lo volevo fare in un altro modo lo volevo».

«Dici? A me sembra perfetto. Guarda: c’è tutto, proprio tutto, che vuoi di più? Le zone rosse, le zone gialle, le blu, le verde chiaro, le verde acqua. Le punte della corona, poi, così ben colorate senza uscire fuori, sono semplicemente stupende».

«Sì sì lo so mi piacciono pure a me tanto le punte ma me le devo cancellare colla gomma me le devo fare belle arrotondate niente colore solo bianco e nero come i film vecchi noiosi così coronavirus no si ficca dentro a fare il monello si dice monello no cattivo i bambini no sono cattivi i bambini sono monelli come Gabriele in castigo m’ha dato un pugno qui le voglio fare arrotondate le punte così coronavirus no si ficca dentro che poi tutt’in giro mascherati coi guanti senza parco niente altalena no casetta nel bosco no pinoli li raccoglievo sempre senza scuola la mattina il cornetto caldo da Fiorella che adesso è chiusa i soldi glieli davo io e lei mi dava il resto all’improvviso dottori cento dottori tutte quelle casse per terra in tivvù l’ambulanza colle persone piene di tubi i prigionieri che strillano sul tetto vogliono scappare ma i poliziotti li riacchiappano lavamani lavamani lavamani davantidietro soprasotto fra i diti tanto sapone poi sciacqua cambiamoci le scarpe no baci abbracci eccetera la maestra che parla nel tablet spettinata la voce no si sente benebene bisogna spegnere e accendere e poi si sente bene eccetera ieri due delfini sono arrivati fino al porto ché l’acqua è pulitapulita poi quando coronavirus no si ficca più ci dobbiamo andare a vederli i delfini con nonna mamma papà addirittura i cigni nelle fontane che prima nelle fontane non c’era manco un pesciolino rosso una volta ce l’ho messo io che l’avevo vinto alle giostre e è morto per colpa dell’inquinamento me le devo fare arrotondate le punte così le macchine ritornano e i dottori vanno a dormire certi lasciano i cani i gatti in mezzo alla strada anche se gli volevano bene poverelli ci hanno paura che coronavirus gli entra dentro ma non gli entra perché Gesù gli ha fatto i peli duriduri certi lasciano pure i pappagallini che gli devo dare da mangiare io e gli devo portare una copertina per il freddo è vero che fa freddo la notte stanotte posso uscire per dargliela una copertina e un po’ di pappa poi torno subito subito e mi metto a letto? Giuro! Sennò muoiono e li mettono nelle casse anche a loro li mettono».

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Gualberto Alvino

Luigi Fontanella (per F.U.I.S.)
Fingersi un’ombra

La fisioterapia della parola
comincia da una purificazione,
dallo scioglimento di ogni legame.
Lì si nasconde l’esito
mentre rotolano le parole
lepri del pensiero.

Viaggiare altrove diventa un’attesa.
Un solo verso come cima del pensiero
e insieme la sua caduta. Tutto
si modella per consuetudine
o per convenzione.
Conta solamente liberarsene.

Il trasferimento può aprire una nuova strada.
Davanti agli occhi scorre l’oscuro
vivere di ciò che passa. Capire
che bisogna inabissarsi.

Tutti pazienti in quel viaggiare.
Il senso della fine
può essere l’inizio di un’altra vita.

 

Laura Massacra
Un giorno di pioggia

Roma, 26 marzo 2020: piove ininterrottamente da ore e ore, e le gocce battenti dilagano infette tra gli interstizi opachi del’urbe. Questa cupezza bagnata ci viene a trafiggere nel tepore morbido del nostro nido caldo, tende un agguato al nostro già precario equilibrio psichico. Appannando la nostra lucidità, inzuppa di mestizia ogni parola, soffocando sul nascere ogni verbo che tenti di declinare un senso di speranza o di conforto. Queste gocce ingoiano nel cielo vitiliginoso le nostre capacità di resilienza, facendoci annegare in un inferno bagnato, apoteosi ferale del presente.

Oggi è un giorno di pioggia. Ma le gocce, oggi, sono le lacrime degli ottomila morti che piangono per coloro che non hanno avuto degna sepoltura né la carezza ultima e lieve dei propri cari. Sono lacrime che implorano ancora un saluto, un bacio, che non sia quello estremo arrivato, alla fine, in una telefonata strappata ai disperati aliti del respiratore. Sono le lacrime per i medici che si battono per le vite dei pazienti, tra stanchezza, ansia, emergenza, paura. Sono lacrime di solitudine: la solitudine dei pazienti incapsulati dai caschi e dai presidi che gli impediscono le parole. La solitudine degli infermieri che tornano a casa e non trovano una famiglia ad attenderli, perché il protocollo sancisce un isolamento dai parenti. La solitudine degli anziani, barricati a casa con il divieto di abbracciare figli e nipotini. La solitudine di milioni di single che, nelle proprie case, assistono inebetiti al rincorrersi di notizie sulla strage, attraverso le comunicazioni dei media. E non hanno il regalo di uno sguardo con cui condividere l’orrore. Non si canta più, come prima, sui balconi. Mia madre a telefono declama i versi di Quasimodo: “Come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/fra i morti abbandonati nelle piazze (…) Alle fronde dei salici, per voto/ Anche le nostre cetre erano appese/Oscillavano lievi al triste vento”.

Questa pioggia è un macigno di lacrime che prendono a sassate il cuore.

Poi, nel pomeriggio, d’improvviso smette di piovere. Esco a fare la spesa. Il cielo pian piano regala timide aperture. La città respira un’aria fresca, privata da polveri sottili. Assenza di rumori cittadini, il battito d’ali delle rondini, il tubare gioioso dei piccioni. Mi fermo a osservare incantata teneri mandorli in fiore. Vengo abbagliata dalla luce della quiete. Non avrei mai potuto immaginare che la bellezza e lo splendore fossero frutto di tutto questo immenso dolore

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Fabrizio Trionfera
Da stanza a distanza

Mille e cinquecento chilometri in linea d’aria. Vuol dire circa duemila, via terra. Oggi è passato un anno esatto da quando Massimo e Isla* si sono trasferiti in quella cittadina del Regno Unito. Io sono a casa – non potrebbe essere altrimenti – nel mio studio. La mia stanza, che ha più l’aspetto di una disordinata cabina di pilotaggio. Da quanto tempo sono qui per dieci ore al giorno, a volte di più? Sembra un’eternità, nel vero senso della parola: che sia da sempre così e che non abbia mai fine. Invece, sono soltanto pochi giorni, ma spero che, come obbligo, finisca presto.

Ecco, uno dei problemi di essere legati alla sedia, come Vittorio Alfieri nell’aneddotica scolastica, è che si tende a divagare.

Devo finire di leggere la posta, dare una scorsa ai quotidiani – per evitare di sorbirmi le edicole dei TG –, occuparmi di alcuni pagamenti…
Per fortuna, mio figlio e sua moglie hanno scelto di non vivere a Londra. Noi genitori, a settembre scorso, abbiamo visto con piacere la loro casa, nel verde di un comprensorio poco lontano da quel piccolo centro dell’Oxfordshire. Una piccola villetta su due piani, con due stanze, una cucina, un bagno e un fazzoletto di giardino, paradiso per i loro due gatti. Poco più in là, prati, boschi, laghetti e il Tamigi. Un insieme gradevole, bucolico e rilassante.

Chissà perché, per descrivere un luogo, una persona, un’attività, si usano spesso tre aggettivi. Uno solo è troppo deciso e impegnativo: una responsabilità, un giudizio. Due forse sono insufficienti: chi scrive sembra non riesca a definire compiutamente l’oggetto. Tre racchiudono bene in un triangolo ideale ciò di cui si parla, non sono troppi né troppo pochi. Quattro sono già un elenco. Cinque o più servono soltanto ai monologhisti comici, o presunti tali…

E, di nuovo, parte la divagazione.

Almeno parzialmente, però, mi sento giustificato. In questa realtà surreale, quasi fantascientifica, in cui un esercito di alieni invisibili tenta di invadere i nostri corpi e, purtroppo, in moltissimi casi ci riesce, abbiamo capito che l’unico modo per difenderci e difendere gli altri è stare in casa e non avere contatti ravvicinati con nessuno. A parte quelle di prima necessità, le attività sono chiuse, sospese o rimandate sine die. Le esigenze lavorative che prima scandivano le giornate e le settimane, esigendo risultati “entro e non oltre”, si sono più che rarefatte. Non ci sono santi, le scadenze che mi do da solo non hanno la stessa forza e lo stesso potere deterrente di quelle fissate da committenti, clienti o datori di lavoro. Così, il divagar m’è dolce… e la perdita di tempo è sempre in agguato.
È vero che Massimo e Isla abitano in un posto tranquillo e con poche possibilità che ci si imbatta in assembramenti umani, ma, mentre lei svolge la sua attività a circa venti minuti da casa, lui lavora a Londra, nella city e ogni giorno passa due ore all’andata e altrettante al ritorno su treni e metropolitane affollate. Senza parlare del traffico pedonale nel centro londinese.
E il luogo di lavoro? Decine e decine di persone a contatto di gomito e a portata di sputo…
Mentre mi sto perdendo nei miei vagheggiamenti carichi di ansia, vengo interrotto da qualcosa che sicuramente è del tutto casuale, ma qualcuno potrebbe considerarlo generato dalla “sincronicità”. Il cellulare si illumina e la suoneria è quella di una chiamata Whatsapp.
“Ciao papà – è Massimo – come stai, tutto bene?”
“Ciao Max, che sorpresa: non ci chiami mai a quest’ora. Non sei in ufficio?”
“Da oggi sono in smart working.”
“Che bella notizia. E Isla?”
“A casa anche lei – si sente un “ciao” a distanza – ma è in “laying off”.”
“Ovvero?”
“L’equivalente della cassa integrazione.”
“Ah, mi dispiace… ma sono contento. In questo modo, evita le possibilità di contagio… credo che ce ne siano parecchie nel suo lavoro.”
“Beh, sì. Secondo me, qui non hanno ancora capito fino in fondo il pericolo che corriamo tutti.”

Cerco di mascherare l’inquietudine che sta montando in me, mantenendo un tono leggero.

“I gatti saranno più felici che felini – mi morderei la lingua, per il livello della battuta, ma, tant’è, proseguo – e, poi, tu puoi fare da casa tutto quello che faresti a Londra, no?”

“Sì, a parte qualche riunione che richiede la presenza in ufficio, posso fare forse di più – ride – mi risparmio alcune perdite di tempo e diverse rotture di scatole.”
“Quindi, non uscite per niente.”
“No, possiamo passeggiare, fare un po’ di corse nel parco… evitiamo soltanto di andare in centro.”

La mia inquietudine cresce e ho difficoltà a dissimulare.

“Però, cercate di essere molto attenti… saggi e, se potete, restate in casa il più possibile.”
“Non ti preoccupare, papà, stiamo attentissimi. Non abbiamo nessuna intenzione di ammalarci. Voi, piuttosto, che fate?”
“Noi stiamo in casa e usciamo solo per fare la spesa o per andare in farmacia…”
“Credo che anche noi… ci arriveremo presto.”
“Mandatemi qualche foto e datemi notizie appena potete. Ciao Max – e, più forte – Ciao Isla. Buon primo compleanno nella vostra nuova casa.”
“Grazie. Spegneremo una candelina anche per voi. Un bacio a mamma.”

Si sente un “ciao” a distanza e la comunicazione si interrompe.

Mille e cinquecento chilometri in linea d’aria. Vuol dire circa duemila, via terra.
Rimango per alcune decine di secondi con il cellulare in mano, senza decidermi a posarlo.

Poi, torno a leggere la posta elettronica distrattamente. Non riesco a eliminare l’angoscia in cui si è trasformata l’inquietudine. Eppure, nel profondo, so che tutto andrà per il meglio.

*I nomi sono inventati, ma il resto è vero.

Angelo Zito
La natura dell’omo

La natura dell’omo nu’ la cambi
nun è come ce l’hanno riccontato
quello co Eva era un passatempo
Adamo ciaveva in testa artri pensieri.
Nu’ jabbastava la frutta a piene mani
voleva avè le chiavi der giardino
voleva prenne er posto der Signore,
e quarcuno lassù se lo legò ar dito.
Quello fu er vero peccato, la superbia
e noi pagamo le rate ancora oggi,
questa che sta in scadenza oggi a otto
pô esse l’urtima tratta der dovuto.
E domani?
c’è daranno la cambiale quietanzata
o rinnoveranno er debbito in eterno?
Domani
domani è na parola piena de mistero
appesa come na foja quanno è autunno
rossa de amore e rossa de vergogna.

Sto a svagà co la mente
resto seduto ma sotto sento frigge
vojo tornà a rivéde Villa Borghese
vojo sentí in faccia l’aria pulita,
me mancano li fij, li nipoti
me manca er tempo de capí che ho fatto
nun trovo più nimmanco li ricordi
mi madre mi sorella pure mi padre,
resto solo attaccato a le notizie
li bollettini dar fronte de la guera
le sirene l’ambulanze l’ospedali
vedo la luce de li volontari
e domani…
è ‘na parola piena de mistero
appesa come ‘na foja quanno è autunno.

Franco Campegiani
Covid 19 ci sta aiutando?
Il coronavirus si trasformi in una lezione, in una benedizione, in un’opportunità.

Si dice che Covid 19 sia un mostro feroce, un serial killer, ma è semplicemente un organismo vivente. Vivente, e dunque intelligente, che cerca in quanto tale di dirci qualcosa, di indicarci una strada diversa per poter vivere in armonia con noi stessi e con il creato intero, aiutandoci a tornare nel grembo della grande madre che ci vuole suoi figli e ci rende tutti fratelli. Leopardi, come sappiamo, invitava a diffidare di questa madre comune che pone gli esseri gli uni contro gli altri, ma non aveva assolutamente chiaro, a mio avviso, il principio dell’armonia dei contrari, il principio ossia di una fratellanza fondata sul contrasto, di una collaborazione basata sulla diversità. L’uomo, purtroppo, ha sempre cercato il dominio assoluto e incontrastato sul mondo, dimenticando il valore insostituibile della convivenza e della reciprocità.

Così facendo, è diventato – lui si – il feroce antagonista di tutti gli esseri viventi, e dunque della vita stessa nella sua complessità. L’uomo è un animale come tutti gli altri, ma il libero arbitrio di cui è dotato ne fa un animale sui generis, rendendolo inconfondibile nei tre regni e consentendogli di porre tutto in discussione, dissacrando l’intera costituzione universale. Non sto dicendo che è giustificato a farlo perché è nella sua natura di poterlo fare. Non dovrebbe farlo, ma può farlo e lo fa: sta qui il suo libero arbitrio. Non a caso nel Genesi è detto che deve stare alla larga dai frutti proibiti, pur potendovi accedere, con ciò infrangendo l’armonia, l’equilibrio e la fratellanza universale (a partire da quella tra il Bene ed il Male).

Fuor di metafora, l’uomo può tutto, ma non dovrebbe dimenticare che tra le opzioni del libero arbitrio c’è anche quella di non approfittare del libero arbitrio, restando in tal modo nell’ordine di natura, che è poi quello della vera libertà. Purtroppo, una cultura millenaria – umanistica e spiritualistica a un tempo – ci ha abituato a considerare la natura schiava di istinti e di necessità da cui doversi affrancare, dimenticando che, se essere liberi significa essere se stessi, ogni essere vivente lo è, ad eccezione proprio dell’uomo, ostacolato in ciò dal suo libero arbitrio. Sta qui il peccato originale, in questo camuffamento che lo allontana dall’Eden, di cui era stato fatto custode e di cui è voluto diventare despota intollerabile.

Antropocentrismo è il termine con cui viene indicato quel complesso di filosofie (ma non meno di religioni e di scienze) che hanno caratterizzato il percorso della cultura occidentale, diffusa oramai a livello planetario, fondata sul disprezzo e sul dominio sconsiderato della natura da parte del suo tiranno. Certamente, non può e non deve farsi d’ogni erba un fascio, misconoscendo quelle lodevoli voci fuori dal coro che nel corso di questa storia millenaria si sono levate in favore della natura, ma è innegabile che, nel suo insieme, il processo è stato lineare e costante, conducendo inesorabilmente la nostra (in)civiltà al punto in cui ora si trova. Ebbene, il coronavirus può esser visto come una risposta della natura – una delle tante possibili – a questa radicale insensibilità.

Non una vendetta della natura, né tantomeno un castigo divino, come sarebbe facile e fin troppo ingenuo pensare, bensì il prezzo da pagare, da noi stessi inconsciamente invocato, per riequilibrare i nostri esasperati stili di vita. Nessuno si augura il male, ovviamente, e la speranza è che il prezzo da pagare si fermi qui. Tuttavia, se il male esiste, esso ha un’indubbia ragione di essere proprio ai fini dell’equilibrio. Traiamone dunque profitto. Questa sbalorditiva e dolorosa frenata mondiale dei nostri squilibrati modelli di vita si trasformi in una lezione, in una benedizione, in un’opportunità. Purtroppo, senza sbattere la testa e senza farci del male difficilmente riusciamo a comprendere, noi esseri umani, di dover cambiare rotta, ma una cosa è certa: la rotta si cambierà.

Nessuno s’illuda che, superato il guado, si possa allegramente tornare a vivere come prima. Le vicende attuali avranno conseguenze ragguardevoli e ci imporranno trasformazioni radicali, forse addirittura epocali, perché volenti o nolenti dovremo tornare ad una visione più equilibrata e saggia, più morale, della vita. Un miglioramento temporaneo, indubbiamente, giacché – ben lo sappiamo – torneremo prima o poi nei nostri panni usuali, nel nostro egoismo e nella nostra presunzione, ma sarà comunque sufficiente per riprendere fiato. Supereremo l’antropocentrismo, approdando a quella visione cosmocentrica della vita che, nel rispettare la natura, non ci penalizzerà, come di norma si crede, ma ci renderà padroni e conoscitori di noi stessi, tanto più artefici del nostro autonomo destino, quanto più rispettosi dell’Eden che ci è stato dato in dono.

Anna La Penna Malerba
Una semplice coincidenza

Caro Natale, vorrei anch’io inviarti una breve testimonianza di questa clausura per il tuo Diario domenicale, perché vorrei raccontarti un episodio che è stato per me di grande consolazione e gioia – e chissà che possa essere di buon auspicio per noi tutti.

Erano le due e mezzo di pomeriggio del secondo sabato di quarantena.

Questa è stata sempre un’ora difficile per me – e forse lo è per tutti – non proprio come le quattro del mattino, che è notoriamente la più pericolosa di tutte le ventiquattro ore del giorno – ma insomma, quasi.

Allora erano proprio le due e mezzo ed ero sola, sdraiata sul divano, con un libro spalancato tra le mani, appena riemersa da un breve sonno agitato. Intorno a me silenzio e vuoto.

Sentivo pian piano lo sgomento salire, ancora un poco e ne cadrò preda, lo so, mi dicevo, già comincia il formicolio nella testa, lo stordimento, nello stomaco una vertigine. Vedi come evito certe parole? Le parole pesano come pietre e ho imparato a usarle con cautela.

Ho cercato rifugio nel libro – di solito funziona, ma ora sembra di no – non capisco quel che leggo e torno a rileggere la stessa parola due tre volte, non ne afferro il senso – provo a cambiare e prendo un ebook – ma no, anche questo non va, niente da fare – allungo la mano verso una caramella, una gelatina a volte, forse chissà … No, non serve e non serve ahimè nemmeno la cioccolata.

Anche fuori tutto è immobile – dalla finestra vedo silenzio e vuoto – ma non mi piace – non mi consola – mi appare come desolazione – nemmeno un passante – nemmeno un passante con il cane – nessuno – mi sento persa.

E proprio in questo momento qualcuno suona alla porta. La solita multa pomeridiana, mi son detta. Ma no, non può essere, sono giorni e giorni che non arriva posta – di nessun genere. Allora chi sarà mai?

Apro e lo capisco già dalla busta, rigida elegante e sottile, che non è una multa. Viene dalla Germania, non ci son dubbi, solo loro usano buste così.

Un pensiero si affaccia – una speranza arriva inaspettata.

È un racconto tradotto in tedesco – di mio marito.

Ecco che mi viene in aiuto – che mi manda un dono. E sulla copertina un grande mazzo di dalie – dalie rosse rosa e bianche – grandi e belle.

Non ricordo che mi abbia offerto fiori – mai per posta, e dalla Germania, poi. Questa è la prima volta, e non poteva scegliere momento migliore.

E tu oseresti dire che è una semplice coincidenza?

Ti metto qui di seguito la foto di quella copertina perché tu possa ammirarla e capire che dico proprio la verità.
MAC SSD:Users:macbookpro:Desktop:Le dalie .jpg

Uno strano grigiore

Una grande stranezza mi è apparsa in questi giorni guardandomi allo specchio – voglio proprio raccontartela – ma non è uno scherzo è proprio vero e non so come spiegarmelo – guardandomi distrattamente allo specchio l’ho proprio notato, c’è qualcosa di strano – già ieri mi ha sorpreso, ma davvero credimi non è per finta, è vero verissimo ed è strano assai – un grigiore nei miei capelli.

Da qualche giorno nello specchio, come sempre un’occhiata di sfuggita distratta, mentre mi lavo le mani parlando tra me a voce alta, come sempre, e strofino strofino e faccio schiuma e conto fino a dieci no anzi fino a venti – ma lentamente – perché ce l’hanno raccomandato dieci secondi minimo – anche se non sono uscita da giorni e quindi di virus non ce ne sono davvero qui in questa casa.

ma il grigiore è strano – meglio dare un’altra occhiata – sono certa ancora più grigi oggi di ieri – non ci son dubbi – sono grigi sempre più grigi i miei capelli.

ma erano bianchi.

Sono ben sicura di quel candido biancore intorno al viso – si infatti soprattutto davanti – lo ricorderai anche tu – ma ora non c’è più – c’è un grigiore e oggi più grigiore di ieri – più scuro, si più scuro anzi quasi quasi… ma non è possibile.

Eppure non ci son dubbi – che sia questo un secondario effetto del virus?

Solo nei capelli? Oppure?

Ma dov’è quella corda per saltare che avevo tenuto per la mia nipotina, voglio provare … chissà.

Per saperne di più dovrei richiedere un tampone sapere se sono contagiata, se può essere effetto del virus questo ringiovanimento ma non ho altri sintomi – niente febbre tosse o raffreddore – per il resto sto bene – non vorranno farmelo.

Gerasimos Zoras*

REALTÀ O FAVOLA

È un fenomeno molto raro che la realtà superi i propri limiti e anche i confini della logica. Una situazione di questo tipo che stiamo vivendo oggi, giacché ci risulta molto difficile non credere di trovarci nel bel mezzo di un incubo labirintico o in una favola crudele. Le notizie tragiche che giungono dalla nostra vicina Italia sconvolgono tutti i greci, e specialmente coloro che guardano i telegiornali RAI e leggono che: «Sono una settantina i feretri che questa mattina sono stati caricati sui camion dell’esercito per essere trasferiti dal cimitero di Bergamo per la cremazione». Questa visione agghiacciante mi ha riportato alla memoria «Il pifferaio magico» dei fratelli Grimm. Solo che nella favola perivano i bambini e non gli anziani: «Giunsero così a metà montagna; al suono del piffero questa si aprì e tutti, pifferaio in testa, entrarono nella fenditura che si richiuse ermeticamente dietro l’ultimo della fila». Si teorizza che questa famosa fiaba abbia le sue origini in Germania e che sia probabilmente correlata con la peste trasmessa dai ratti che imperversava in Germania verso la metà del XIII secolo. Ma adesso sono i genitori e i nonni che seguono il pifferaio magico (il coronavirus), mentre i bambini e i giovani rimangono indietro inermi, senza poter fare nulla per aiutare. Mi sono rammentato anche di un testo scritto nel novembre del 1944 da Alberto Savinio (1891-1952). Il famoso scrittore aveva letto allora su «L’Osservatore Romano» una tragica notizia: «ottocento persone morte di fame in un solo mese, nella sola città di Atene». Si era ricordato allora della sua città natia, Atene, e confrontava il glorioso passato della Belle époque ateniese con il crudele presente di fame e morte. E concludeva con le seguenti parole, mentre pensava agli ateniesi morenti seduti a piazza Sintagma in attesa di Mercurio psicopompo che avrebbe condotto loro nell’Ade: «E così seduti sentono le voci di altri morti loro fratelli [partigiani], che li salutano dall’Italia». Vorrei anch’io ripetere le stesse parole scambiando destinatari. Sono sicuro che mentre i camion militari trasportano nei crematori i cittadini italiani che hanno perso la vita a causa della pandemia, «altri morti loro fratelli li salutano dalla Grecia».

26.03.2020

*Prof. Ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Atene

Presidente dell’Associazione Nazionale degli Scrittori Greci
Rappresentante FUIS per la Grecia

 

 

Cinzia Dezi
La cella

Le pareti erano state intonacate di fresco. Emanavano quell’odore di gesso che dopo un po’ dà alla testa, come ogni odore persistente. Erano talmente lisce che l’Uomo In Tuta, per quanto si sforzasse, non riusciva a trovare un possibile appiglio.

Se voltava il viso in alto a destra, ci vedeva una finestra con le sbarre, tra le quali filtravano i raggi di un sole malato. Se si girava in basso a sinistra, vedeva una panca di legno, scomoda e dura, sulla quale ogni tanto si sedeva, quando era stufo di stare sul materasso, all’angolo opposto della camera. Il resto dell’arredamento era composto da un lavandino e da un cesso, sul lato di fronte al letto. I pasti – per la verità piuttosto disgustosi – gli arrivavano dal di fuori.

Lui non poteva uscire.

L’unica cosa che poteva chiedere erano i libri. Quelli non gli sarebbero mai mancati. Quanto alla libertà di movimento, era fuori discussione. Il crimine di cui portava le stimmate non gli avrebbe consentito mai più il rientro in società, nel seno di quello che chiamavano il “consesso civile”, insomma.

L’Uomo In Tuta ci aveva sempre sputato sopra al cosiddetto consesso civile. Il cosiddetto consesso civile non aveva apprezzato e l’aveva sbattuto lì dentro. Perché allora lo trattavano “bene”, consentendogli di leggere? Perché, nonostante le sue malefatte e la sua contrarietà alla vita sociale, l’Uomo In Tuta non era del tutto disprezzabile per la società stessa. Rinchiuso andava rinchiuso, su questo non c’erano dubbi. Ma poteva ancora essere utile, ancorché pericoloso, perché in grado di pensare.

Era quella un’attività, appartenente a un tempo remoto, cui ormai la gente aveva rinunciato. La gente viveva all’insegna di quella che era nota col termine di “spensieratezza”. La cosiddetta spensieratezza era il nuovo imperativo morale categorico, l’unica forma di sopravvivenza che quella società allo sfascio fosse riuscita a produrre.

Fin da appena nati, i piccoli di Viscidi-bipedi-dagli-occhi-languidi venivano allevati distinti in categorie: la stragrande maggioranza di loro era tenuta in una forzata, estrema ignoranza. Una volta impartitegli le basi della comunicazione orale e della capacità di calcolo, venivano impiegati per svolgere lavori animaleschi che gli animali e le macchine non volevano fare più. I Viscidi erano regrediti a tal punto, rispetto a quella ormai lontanissima età aurea in cui ne esistevano di ancora pensanti, che avevano perduto completamente la capacità di “governare” il Piccolo Pianeta su cui si trovavano, ormai ridotto allo stadio dell’inabitabilità.

Gli animali e le macchine avevano avuto tutto il tempo di prendere il sopravvento: i primi aiutati dalle seconde a svilupparsi molto oltre le capacità dei Viscidi. Gli animali e le macchine si erano anche uniti tra loro, in commistioni mostruose, dando vita a creature dal cervello potenziato di calcolatore, ma prive di coscienza, perché quella non si sviluppa con l’evoluzione, o ne hai un germe fin dalla nascita o non te ne potrai mai fare una in laboratorio. Le macchine, dal canto loro, avevano zampe ferine e una folta peluria, che ricopriva la loro carcassa di hardware.

L’Uomo In Tuta aveva sgarrato, eludendo l’opprimente sistema di regole in vigore da almeno un cinquantennio, tuttavia era tenuto in vita proprio in virtù di quella sua caratteristica ormai rara che era il pensiero. I pochissimi esemplari di Viscidi rimasti in grado di svolgere quest’attività in fondo andavano preservati. Il loro pensiero, laddove fossero in grado di esercitarlo, era di una qualità diversa da quello degli animali-macchine e delle macchine-animali che c’erano in giro.

Così, malgrado avesse condotto una vita da reprobo, si era guadagnato la sopravvivenza entro i limiti prescritti dalla legge. Era quella la sinistra formula burocratica contenuta nella sentenza definitiva dell’ultimo processo, prima che i tribunali venissero smantellati, arenatisi in una progressiva lentezza fino allo stallo definitivo.

Tutte le decisioni venivano prese dal Governo Centrale degli Animali-Macchine, suddiviso in una doppia camera corrispondente alle due categorie sociali dominanti: gli Animali-Macchine e le Macchine-Animali. Le leggi passavano da una camera all’altra prima di essere approvate in via definitiva, e i Viscidi-bipedi-dagli-occhi-languidi erano tenuti a rispettarle.

D’altronde non si potevano biasimare troppo i Nuovi Governatori: i Viscidi si erano dimostrati del tutto inadatti alla gestione del Piccolo Pianeta. L’avevano distrutto e reso inabitabile. I Nuovi Governatori avevano dovuto organizzare un’emigrazione di massa su un Nuovo Pianeta, in una galassia lontana diversi anni luce. L’emigrazione aveva comportato un costo umano grandissimo, che gli Animali-Macchine e le Macchine-Animali avevano statisticamente quantificato nel novero dei milioni. D’altronde non è che si potessero salvare tutti. La forza-lavoro dei Viscidi era sì necessaria, ma sarebbe bastato portarne con sé un certo numero per poi farli riprodurre, al fine dello sfruttamento dei nuovi nati. I Viscidi, del resto, non erano in grado di trattenere i loro impulsi e, non appena potevano, si davano all’accoppiamento.

L’Uomo In Tuta in fondo a volte provava quasi un sollievo nell’esser recluso, nel non doversi più porre il problema delle questioni legate alla riproduzione. Il suo disprezzo per la specie dei Viscidi e, ormai, anche per le altre due nuove specie che governavano il Nuovo Pianeta, era tale che aveva pressoché sempre auspicato la reclusione, come una salvezza. La reclusione circondato da pile di libri, poi, gli era sempre sembrata un ideale di realizzazione. Aveva spesso deriso Aristotele, quel vecchio greco dimenticato da tutti, per la sua idea dei Viscidi come di animali sociali. Gli dava del matto tra sé e sé. Gli parlava come se fosse stato il suo vicino di casa, quando ancora ne aveva uno: «Aristotele, sei tutto scemo», gli diceva delle volte tra sé, per potersi ancora permettere di pensare, dopo che un simile sapiente era esistito.

E ora, che stava nella cella da ormai due anni, sentiva un languore orribile afferrargli le budella. Non avrebbe voluto ammetterlo neanche a se stesso, perché sarebbe stato come contravvenire al suo sé più profondo, alle convinzioni che aveva maturato nella sua vita fino a quel momento, ma, in quei due anni di reclusione, la cosa che gli era mancata di più era la possibilità di stringere a sé uno di quegli altri Viscidi, di sentirne l’odore, di poterlo abbracciare, leccare, tastare, di stringerlo e non lasciarlo andare almeno per un po’. Gli era, inoltre, mancata la possibilità di confronto. Era vero, si confrontava continuamente con i Viscidi del passato, con i loro pensieri e le loro visioni, contenute in quei preziosissimi oggetti polverosi, ormai introvabili, che erano i libri – dopo l’Epoca dei Grandi Incendi, dolosi e non, di libri ne erano rimasti ben pochi – e non avrebbe mai creduto che sarebbe potuto arrivare a mancargli il confronto DIRETTO con gli altri Viscidi, che, in cuor suo, ormai da molti anni disprezzava. Ora, invece, la reclusione aveva costretto l’Uomo In Tuta a rivalutarli, a rivalutare persino le loro fragilità, le loro fallacie argomentative. Sarebbe stato disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di poter avere un confronto diretto con un Viscido. Non con un Viscido qualsiasi, questo no. Ne aveva in mente un paio, però, con cui gli sarebbe piaciuto riaprire una conversazione. D’altronde, gli altri vecchi greci dimenticati, i maestri di quell’Aristotele, i Socrate, i Platone, cosa facevano se non discutere tra loro, ancor prima di mettersi a scrivere?

Si dibatteva tra questi pensieri, mentre camminava ossessivamente su e giù per la sua cella, lontano dal trovare una soluzione. Cosa avrebbe potuto offrire ai nuovi governatori per averne in cambio un colloquio con un Viscido di sua scelta? In realtà, lo sapeva benissimo quello che si aspettavano da lui, tanto è vero che gli avevano lasciato in dotazione un computer portatile.

C’era da finire il Grande Libro Rimasto Senza Una Conclusione. Quest’opera era stata iniziata e portata avanti come dire, con successo, fino a un certo punto da uno di quegli altri Uomini In Tuta di cui il nostro ignorava l’esistenza, e che però era morto, come si dice, prematuramente, prima di arrivare a concludere l’opera.

I Nuovi Governatori, del resto, pur essendo a uno stadio tecnologicamente piuttosto avanzato di sviluppo, erano completamente privi di fantasia. Erano privi cioè di quell’organo, che invece i Viscidi avevano, incastrato tra il fegato e il duodeno e che si sviluppava in loro solo a determinate condizioni. La condizione primaria era quella di una corretta alimentazione spirituale: andavano letti almeno quattro libri al mese, fin dall’infanzia, fin da quando i Viscidi imparavano a farlo. Era una specie di schiavitù, cui però era impossibile sottrarsi nel caso in cui si volesse sviluppare il sopracitato organo.

Erano pochissimi i Viscidi che si sottoponevano, per tutta la vita a quell’amabile tortura. Raggiunta la maggiore età, poi, molti di loro, allevati in quel modo, finivano per delinquere o per appassire, come piante cui si è data troppa acqua: era la malattia dell’iper-coscienza che si sviluppava in loro, senza lasciargli più scampo. D’altra parte, la maggioranza dei Viscidi, quella che cresceva con l’imperativo morale categorico della spensieratezza, non se la passava affatto meglio.

L’Uomo In Tuta sentiva oscuramente che la fine del Grande Libro Rimasto Senza Una Conclusione era necessaria ai Nuovi Governatori per placare le Nuove Masse In Rivolta, non certo regalandolo loro il libro, no, quello nessuno sarebbe più stato capace di leggerlo, ma trasformandone il contenuto in un prodotto audio-visuale seriale che le Nuove Masse In Rivolta avrebbero digerito, suddiviso in diverse puntate, a loro volta ripartite in numerose “stagioni”, così venivano definiti, infatti, gli avvicendamenti delle trame dei racconti audio-visuali di cui si nutrivano le Nuove Masse (In Rivolta solo occasionalmente e in particolare di venerdì, per favorire il prolungamento di quello che loro chiamavano un “weekend lungo”). Il nutrimento regolare fatto di questi prodotti, cui era deputata la Nuova Grande Industria Culturale, era funzionale al protrarsi della condizione di spensieratezza, fuoriusciti dalla quale non c’era, appunto, che la malattia dell’iper-coscienza.

L’Uomo In Tuta si era deciso: avrebbe portato a termine il Grande Libro Rimasto Senza Una Conclusione. A questo fine, si era seduto sulla panca di legno, la schiena a contatto col muro freddo e liscio della cella, e aveva aperto il portatile. Aveva appena cominciato a digitare qualche parola sulla tastiera, quando un colpo di fucile era intervenuto a freddarlo senza appello.

L’Uomo In Tuta si era accasciato sul pavimento, dopo aver emesso solo un flebile “ah”. Ignorava di non essere l’unico a cui avessero commissionato l’impresa. Decine di altri Uomini In Tuta stavano lavorando allo stesso progetto. Una volta portato a compimento, le teste pensanti andavano ridotte di numero. In quel Nuovo Pianeta, lo spazio per i fantasiosi Uomini In Tuta si faceva sempre più risicato.

Meno ce n’erano e meglio era.

Antonio Scatamacchia
Il vecchio senz’ombra

Stava seduto a ridosso di uno sporco marciapiede di una ancora più lercia città del centro Italia e contava i peli della sua lunga barba, uno per ogni giorno passato nella quarantena di alcuni mesi prima, per rimuovere dal di dentro la coscienza la noia di quei giorni e, uno ad uno, sembrava volerli strappare come a perdere il ricordo di quel periodo superato a stento. Si era dovuto far forza per oltrepassare il se stesso disperso in quei lunghi giorni e le cento esortazioni di chi terminava con: ce la faremo, ma soprattutto restate a casa. E lui era rimasto da solo nella sua piccola dimora di tre stanze per quel lungo tempo con la tv accesa che ripeteva ad ogni ora i conteggi e per dare coraggio simulava la discesa della curva dei contagi. I politici che s’indignavano di non essere ascoltati per non perdere l’abbrivio di consensi delle future prossime consultazioni o chi enumerava le sanzioni per gli indifferenti e coloro che, con egoismo e presunzione, si consideravano esenti dal seguire le norme prescritte per decreto. La luce del sole stava ora accanto alla sua ombra, ma non ne delineava la forma, lui appariva esserne staccato. Quell’ombra apparteneva al breve passato ed era piena di virus. Aveva fatto il patto con il coronavirus, se fosse risultato negativo o almeno positivo asintomatico l’avrebbe lui stesso infettata e se ne sarebbe presto distaccato. Così era avvenuto, ora la sua ombra non gli apparteneva più, quella che altri potevano osservare era solo l’immagine di un’ombra. Era stata immessa in uno di quei camion militari che portavano la notte via le salme racchiuse in bare anonime, per bruciarla in un altrove. Ed in effetti coloro che gli passavano vicino non si accorgevano di quel vecchio e molti non vedendolo lo calpestavano e rischiavano di ruzzolare lungo il marciapiede. Lui non ci faceva caso, aveva salvato la sua coscienza dal rischio di essere azzittita e ora passava il tempo a cullarla, perché aveva avuto la forza, malgrado i suoi ottant’anni, di difenderla e se ne andava considerando che il mondo aveva avuto bisogno di uno sfoltimento, ma che i più, che avevano superato quei terribili momenti si erano completamente dimenticati che nella paura erano prevalsi i sentimenti della misericordia e della concordia, il volersi bene e aiutarsi vicendevolmente. Ora che era tutto passato e tutto rientrato nella norma, essi dettavano così nei loro pensieri: io sono un solitario eone e vivo all’interno di un me stesso. Lui, il vecchio senz’ombra, invece aveva vinto, perdendo la sua ombra aveva mantenuto la coscienza, e ora si ricordava di essere individuo tra milioni che hanno il dovere di mantenere il coraggio di sopravvivere, come? .
Aiutandosi a volersi bene e considerarsi particella di un tutt’uno.

25 marzo 2020.

Ida Baucia
Sono le 11,00: whatsapp

Sono le 11,00 di un giorno come tanti altri durante questo lungo periodo di permanenza forzata in casa. E’ Giulia che mi chiama con whatsapp da Londra. Sono ormai ben 13 anni che si è trasferita lì, sembra ieri ma è un’eternità. Quanto mi pesa la lontananza.
Da quando è scoppiata la pandemia 15 giorni fa, 6 mesi fa, un anno fa, non saprei più dire, ci sentiamo tutti i giorni e più volte al giorno.

Già alle 11,00 (le 10,00 ora locale) è ben vestita e truccata come se dovesse uscire ed è attiva al lavoro. Già prima che il governo inglese avesse finalmente imposto alle persone di non uscire dalle proprie abitazioni, aveva ottenuto il permesso di lavorare da casa. Lavora tutto il giorno. Si concede una pausa per il pranzo, che a volte coniuga con un giretto solitario dell’isolato, ancora concesso, e qualche break per una tazza di tè o caffè.

Certo questo whatsapp è veramente magico. Chi se lo sarebbe immaginato solo pochi anni fa di poter rapportarsi con chiunque in qualsiasi parte del mondo non solo attraverso la parola ma anche visivamente, e senza pagare alcunché.

All’inizio della permanenza di mia figlia all’estero, mi ricordo che dovevo acquistare delle schede a tempo che ci consentivamo giusto di dirci “Ciao come stai, tutto bene?” , di darci qualche informazione di servizio e via. Qualche volta ci inviavamo delle e-mail ma non era la stessa cosa.

Se penso a quando, stando anche io per qualche periodo all’estero, comunicavo con mia madre per posta, ne abbiamo fatta di strada. Praticamente quando ritornavo a casa, le mie lettere erano appena arrivate. Le conservo ancora gelosamente in un cassetto, come cimelio.

Sono le 11,00 ci prendiamo il caffè insieme, vicine ma lontane. Per lei è la prima pausa della mattina, per me è la prima colazione. Oggi mi sono svegliata tardi. Me lo sono concesso. Però ho già fatto i miei esercizi giornalieri di ginnastica. Sono molto ligia in questo frangente. Voglio mantenermi in forma per quando usciremo a riveder le stelle.

E’ incredibile quanto stiamo insieme io e Giulia in questo periodo. A volte metto il cellulare in tasca e vado a farmi una passeggiata veloce nel terrazzo condominiale sopra il mio appartamento. E’ abbastanza spazioso e consente di muoversi agilmente. Quando c’è il sole poi è un vero godimento camminare insieme a mio marito e virtualmente anche con Giulia. Lei lavora e noi incameriamo vitamina D allo stato puro.

Il terrazzo si trova al sesto piano del palazzo e consente di spaziare con lo sguardo a 360 gradi. Pur stando in periferia è possibile vedere abbastanza nitidamente da una parte la cupola di San Pietro e qualche altro edificio alto in lontananza e dall’altra la campagna romana. Sotto, le strade sono deserte.

Anche lei, qualche volta mi porta in tasca a fare un giretto di palazzo o una corsetta nel parco lì vicino. Non c’è il sole come da noi ma che importa…tanto stiamo in tasca.

Passate le 11,00 lei torna al suo lavoro ed io a fare le mie cose. Non credevo ma anche stando obbligatoriamente chiusa in casa ci sono tante cose da fare e in ogni caso me le invento.

Sappiamo comunque che ci risentiremo nuovamente all’ora di pranzo e poi nuovamente in serata. Devo dire che non sono mai stata così vicina a mia figlia come ora.

Giulia è in collegamento con tanti amici in ogni parte del mondo avendo fatto tante esperienze e viaggiato tanto…ma il contatto costante con i genitori con cui parlare anche di cose banali e di ruotine credo sia molto importante per lei. Incredibilmente, in questi giorni di cattività la vedo più rilassata ed anche più bella. Certamente restare fuori dal caos frenetico di una metropoli come Londra e dallo stress della routine quotidiana le sta facendo bene, almeno per il momento. Questo pensiero mi consola.

Anche per me è fondamentale questo approccio giornaliero. Mi riempie la giornata ed il cuore.

I brutti pensieri e le preoccupazioni per una figlia lontana vengono costantemente in testa specialmente dopo aver sentito le notizie dei vari tg sia per quanto riguarda la situazione nazionale che all’estero. Nel Regno Unito il governo sta facendo poco, ed in ritardo, o niente per fronteggiare la calamità. Mi tranquillizzo solo quando la vedo riparata nel suo mini appartamento di 4 metri per 4, apparentemente fuori pericolo…santo whatsapp!

Non so quando potrò riabbracciarla. Avevo prenotato un volo in occasione del suo compleanno del 15 aprile ma è stato già annullato. Non mancheremo di festeggiarlo on line.

Il momento clou della giornata è quando in serata ci incontriamo tutti su whatsapp: Giulia, mio figlio Claudio con la sua bella famigliola, io e mio marito. E’ un momento di grande gioia alimentata dalla energia esplosiva dei nipotini.

Claudio abita ad un tiro di schioppo da qui. Ci separa solo un grande prato ma è come se stesse sulla luna. Non possiamo incontrarci, ognuno chiuso nel proprio guscio. Il fatto di saperlo vicino, però, mi fa stare più tranquilla.

Ma sono ancora le 11.00 e ci aspetta un’altra giornata. Mi piace pensare che passata, perché passerà, questa terribile esperienza, ci ritroveremo tutti nuovamente rinfrancati e temprati, grandi e piccini. Apprezzeremo di più ciò che prima era scontato ed affronteremo con vigore le nuove avversità che la vita ci proporrà.

Più che un auspicio è una promessa.

Per il momento…..viva whatsapp!

28 marzo 2020

Lorenza Caroleo
Senza tempo.

Il problema è il tempo. Anzi, sta nel tempo. Quello che non scorre. In realtà scorre ma non ne abbiamo più il controllo. E come ci si sente smarriti adesso che non possiamo più gestire le ore, le giornate, la vita. Ci manca la manualità, non ne abbiamo dimestichezza, abbiamo dimenticato come si fa a vivere del noi, a vivere di noi. La libertà è tempo, è respiro, è pensiero, è sogno ma noi lo abbiamo barattato in cambio del benessere civilizzato, evoluto, freddo, inutile. Alienati inseguiamo ciò che non è vita. Non siamo più passi che lasciano impronte, a noi basta sorvolare dall’alto. Basta non farsi troppo male. Non ci sporchiamo più, non ci mischiamo più col resto. Siamo entità singole che non vogliono mescolarsi agli altri. Vale l’io, non il noi, non quel senso sacro di condivisone. Non siamo più terra ma solo cieli a metà, cieli senza stelle, tavolozze di un blu piatto. I nostri voli sono bassi, non aspirano, non volano. Non pretendono. E adesso che il tempo è nostro non sappiamo che farcene. Adesso che siamo costretti ad accorgerci dell’altro, adesso che ci dicono che per gli altri dobbiamo sacrificarci, che il bene altrui dipende anche da noi, rimaniamo senza fiato. Reclamiamo libertà, quella che fino ad ieri svendevamo a ribasso. Le aste sono chiuse, non si contratta più, signori. Vale ciò che siamo o ciò che abbiamo smesso di essere. Adesso che abbiamo tempo, non sappiamo farlo nostro. Stritolati da scadenze inesorabili e ritmi incessanti, non sappiamo che farcene di tutto questo spazio. Come lo riempiamo? Il non far niente o il non sentirsi abbastanza impegnati come diventano cose da fare? Quanto poco glamour è avere tempo, non sapere cosa fare. Quanto fa figo avere una vita piena di impegni, appuntamenti, cene, call, riunioni, viaggi, serate, rapporti da intrattenere. Ora è tutto nostro, sta tutto nella nostra mente. Non sappiamo che farcene della fantasia. Che brutti siamo diventati. Sovraccarichi di accessori, non riconosciamo la semplicità, quando basterebbe svuotare le stanze più segrete. Perché noi siamo miracolo, ma non abbiamo fede. Siamo felicità, ma non sappiamo ridere. Siamo fragilità perché trincerati dietro le nostre sicurezze. Iniziamo, allora, a demolire più che costruire. Azzeriamoci per tornare umani, folli, spregiudicati, veri. Iniziamo da capo. Pretendiamo. Sbagliamo. Riscattiamo l’istinto. Nessun divieto alle emozioni. Lasciamoci cadere per poi tornare a correre. Sporchiamoci.
Ci manca la vita là fuori? Iniziamo a viverla da dentro.

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Lorenza Caroleo

Federico Federici
Appunti di alcuni giorni di marzo
20 marzo

Forse appena questo è morire: non dovere trattenere più all’unisono i pensieri e lasciare agli altri la nostra parte di colpa, andandosene dove più nessuno può il ricatto del dolore. Una giustizia senza testimoni custodisce il mondo. Per questo non tornano a saldare il conto i morti, ma nuotano nell’acqua allontanandosi da riva e appoggiano la bocca di nascosto al vento. Le dita frullano la schiuma, gli occhi, incastonati in corpi dai profili uguali, galleggiano recisi come fiori. Oppure, non lontani ancora dalle cose, si coprono di polvere senza rifiorire, soffiano asciugando il fuoco nei camini, perché a loro cura è posto il freddo e l’ombra. Gli ultimi, su certi vetri scuri, stanno come rampicanti, attorcigliano le vertebre in radici, i palmi delle mani in foglioline verdi, tese a ogni bava d’aria. Seminati appena nella luce e destinati al buio, hanno addosso ancora l’insonnia della vita. Poi felici finalmente nella loro inconsistenza, nel nulla che li dimora, neppure di nascosto osserveranno più chi siamo. Hanno perso nei vestiti la forma e l’odore dei vivi, né il pensiero di qui li sfiora, né più l’anima dal resto li separa.

22 marzo

L’ultima carezza addormenta i morti, sottratti all’illusione di aver scontato il tempo.

Nei cortili cinti in alto d’edera, in un baleno i tralci diventeranno neri e, sotto le cortecce, nere al primo gelo anche le larve mai sbocciate e marciranno in terra i semi. La curva magra dei randagi affiorerà dai fossi, nei pascoli custodi del letargo di roditori e serpi. Disperse dai piovaschi intermittenti, le rondini disferanno i nidi, gli scrosci intorno all’arnia non troveranno sciami e non avranno scampo i topi murati nei mattoni, né i pensieri, tonfi senza eco nei cervelli. Le dita dei superstiti si appelleranno a tasche vuote e il rovescio dei tempi sarà imminente. Nell’odore di una pozzanghera, fiuteremo un varco che nessuna luce tenta, terrestre soglia ultraterrena. Senza più aspettare inverno o estate, avremo allora sempre vento e neve a spegnere nel sonno l’incubo mortale e la sola debolezza degli steli invece dei capelli. L’erba ricresciuta in cespi sopra i nervi seguirà al nostro posto le stagioni e qualche fiore più selvatico non ci lascerà mai soli.

23 marzo

Io li ho visti tante volte i morti, giungere col sonno da più lontano, nel brusio della preghiera. Passavano davanti senza voltarsi. Una mano sulla fronte li premeva, quasi cercasse un sintomo sotto l’ultima carezza. Avevano tutti facce di questo mondo, labbra finemente chiuse in rifiuto all’aria.

Un giorno, mi sono mosso anch’io, per ritrovarli in fondo al prato che ne ricorda i nomi, compagni in altri corpi o invisi, o sconosciuti. Li leggi e pensi che anche questo fu un uomo a cui somigli e che la sua memoria ora sei tu. I volti nei ritratti sono umani in ogni sguardo e gli occhi aperti dicono la vita che già sai: la lingua è questa e tutto è vanità. Cosa ti manca ancora a crederlo?

La terra dentro i crani al posto del pensiero. Si prende il corpo l’albero, crescendo le radici.

25 marzo

Dopo la fine, porteranno fuori di casa i lenzuoli intrisi dell’ultimo soffio, li stenderanno a due corde di vento per liberarli davvero. Tutti gli oggetti rimasti fatti sparire: le carte sfilate ai cassetti e gettate; gli abiti, smessi la sera prima, raccolti in un sacco, con il fardello degli altri strappati agli armadi ammucchiato per terra. Sparirà piano piano ogni impronta del corpo lasciata a caldo sui vetri. La vernice coprirà l’incisione dell’unghia sul muro in un momento di noia e la pioggia le impronte profonde nel campo, una sera che il cane abbaiava al capanno aperto.

Tutto passerà attraverso la luce di una porta, ultima estremità di terra che il sole tocca.

Ti faranno uscire a mani vuote, dalla stanza in cui sei stato solo molti anni, indirizzato verso un mondo che ha le sue stanze altrove. Diranno poi che fosti tu ad andartene, ma nessuno in quel momento credeva fossi vivo.

La strada avanti a te sarà battuta bene dai passi di chi ti ha preceduto e non un filo d’erba per intralcio.

La morte non è il passaggio raro di qualcuno su un sentiero di montagna, che avvisa rotolando un sasso, ma un fiume senza foce né sorgente, continua migrazione tra i due mondi. A tutti tocca caricarla un solo giorno in spalla, perché non si fermi.

Fortuna Della Porta
Claustrofobia

Ivana soleva dire di essere nata con l’impressione di vivere in trappola. Ogni spazio chiuso sembrava in grado di strozzarla, quasi avesse dei tentacoli. Negli anni però aveva lavorato su stessa e oramai era in grado di mettere su qualche difesa per gestire l’ansia prima che sfociasse in un attacco di panico. Se era proprio fortunata arrivava a simulare una sorta di fuga nei suoi pensieri dove era riuscita a incastonare spazi illimitati costellati di atolli e lembi di mare iridato o slarghi a strapiombo su un verde promiscuo e esuberante: paesaggi inequivocabilmente esotici che aveva ammirato solo sui giornali. L’aereo non era alla sua portata.

Durante gli attacchi più gravi ricorreva a un farmaco.
Quella mattina però ogni esercizio di rilassamento risultò vano. Le pareva di soffocare nonostante la finestra spalancata. La investì una lieve brezza e chiuse gli occhi cercando di concentrarsi e di inspirare a fondo per combattere la crisi, come le consigliava il suo analista e, intanto, inveì ad alta voce contro il confinamento che minava il suo equilibrio già precario. Stava, infatti, per crollare.

Miagolando Fuffi le ricordò che non le aveva riempito la ciotola, ma lei era ancora in pigiama e non si era neanche lavata. Nell’ultima ora era rimasta a contare le sirene dell’ambulanza, sempre più sfibrata.

Accese il televisore, in cerca di un documentario naturalistico, ma le trasmissioni oramai erano concentrate sull’unico argomento e le sequenze della pandemia, da qualsiasi continente venissero, erano sovrapponibili.

Lunghe file di letti con pazienti, proni o supini, incapaci di prendere fiato in maniera autonoma si susseguivano a perdita d’occhio. Un’infermiera in primo piano, bardata come un cosmonauta, si passò l’avambraccio sulla fronte quasi per detergersi il sudore. Immaginò che fosse stremata.

Ivana sentì il cuore mancarle un battito. Si passò la lingua sulle labbra. Con un brivido ammise che lei mai sarebbe morta incatenata a un respiratore. -Meglio il suicidio, mormorò senza esitazione. Elaborò anche qualche idea, ma alla fine concluse: -C’è tempo. Deciderò se e quando serve. .
Si impose di andare in cucina per una tazza di tè. A fatica aprì una scatoletta per Fuffi e le riempì la scodella dell’acqua. Dalla finestra aperta sul vuoto saliva un silenzio incongruo a quell’ora. Sempre più incerta sulle gambe si sostenne al tavolo. Tutto il corpo pesava, irrigidito in una sorta di corazza.

-Mamma. Come stai? chiese al telefono, guardando l’orologio sempre fermo nello stesso punto.

Chiuse velocemente la conversazione con la raccomandazione: -Mamma, bada a te.

All’improvviso Ivana ebbe l’impressione che la stanza si accartocciasse. La parete opposta si mosse per fermarsi contro il suo naso. Le vene del collo si tesero, il fiato ora usciva sibilante. Temendo di cadere per il capogiro si distese sul letto e questa volta fu il soffitto a pesarle sul torace. L’aria non entrava. Cominciò a sudare.

Nel bagno cercò il suo flacone di ansiolitico e ingoiò due compresse. Dopo poco era più lucida ma il respiro ancora s’inceppava come se nella trachea fosse entrata della ghiaia.

Si passò una mano sulla fronte e si accorse di scottare. Avvertì anche stilettate lungo la colonna vertebrale. La schiena era in fiamme. Il termometro, quando lo guardò, aveva oltrepassato i 39 gradi.

Ora doveva solo decidere in fretta dove rifugiarsi affinché non la trovassero.

 

 

Silvana Cirillo
IL CAMINO GALEOTTO
Oggi voglio raccontarti storie di animali.

Come ti è venuto in mente, mi chiederai tu, di raccontarmi oggi, in questo frangente, storielle di animali? Non sarebbe anomalo, Tonino caro, se pensi che da un mese almeno non si fa altro che parlare da un lato di pipistrelli e topi e dall’altro di animali domestici, i nostri cani, ragione o scusa per molti uscire di casa tutti i giorni… Ma non di loro ti voglio parlare: di uccelli sì, ma gabbiani e piccioni; di animali domestici pure, ma gatti e gattine…Come forse sai, io sono una gattara convinta da quando ero adolescente e di gatti ne ho avuto tanti, amati e coccolati come creature indifese, osservati e studiati come fossi una psicologa di animali (esiste? Sai che non lo so?), curati come esseri umani, pianti come parenti, coltivati come davvero avessero un’anima (un’animula ce l’hanno, eccome!!). E quanto ci parlo, da sempre! E quante frasi hanno imparato a capire da me, quante parole e toni amorosi dedicati solo a loro, che riconoscono perfettamente (e te lo dicono rizzando all’istante le orecchie…)e quante sfumature di miagolii ho imparato io a distinguere in loro! Così i loro bisogni sono subito esauditi e le mie richieste subito assecondate… La certosina stupenda che ho adesso (già da 12 anni, veramente, da quando morì il mio caro Gigi Malerba…, ma questo te lo racconto dopo! Un po’ di suspence ci vuole nella narrazione, no?) ad esempio, che dorme nell‘armadio o in corridoio, ogni mattina, appena sente il mio respiro più leggero o che mi muovo un poco di più, io che dormo pressoché immobile, e percepisce un quasi risveglio, si precipita e mi comincia ad accarezzare, mi dà testate delicate, mi prende la mano e se la fa mettere sulla testa, mi smusa una guancia… come un innamorato e fa le fusa che si sentono fino a piazza Quadrata, con mio marito – il quale la ama assai meno di me – che bofonchia: “ Ma allora la fai smettere!!!”. Insomma Tippete, il nome lo ha scelto mio figlio, pensa che sia il momento dell’alzata anche per me! E il rito durerebbe all’infinito se io, con voce ferma non le dicessi: NINNA Tippete NINNA! Il rito si interrompe di botto, le fusa pure, e Tippete va subito a riprendere il suo sonno – e io il mio -, accoccolata sui piedi in attesa di nuovo ordine. E l’ordine affettuoso arriva: Tippete andiamo a mangiar l’erbina! Si alza, corre, col codino dritto dritto, verso il terrazzo, borbottando (Caspita quanto mi hai fatto aspettare, mi dirà!) e si precipita sull’erba gatta; dopodiché inizia la giornata.

Ma questo è niente rispetto a quel che ho vissuto con un gatto biondo, bellissimo, salvato tanti anni fa dalle grinfie di un contadino che voleva farlo fuori insieme al fratello certosino: in quattro e quattro 8 me li presi e me li portai tutti e due direttamente dalla casa del lago alla mia terrazza di Roma. Pepè – morto troppo presto- era geniale, come quando i gatti lo sono, che battono pure i Border collies, affettuoso, sveglio, reattivo, divertente, giocherellone, intraprendente e leader pure, con gli altri gatti naturalmente. Lui era la guida di Parsifal, pacioccone e pigro invece. Pepè era con me ovunque e mi parlava: io gli parlavo anche con la musica, che gli piaceva molto. E con il fischio: questo, che era il mio richiamo giocherellone, diventò anche il mio flauto magico…Tu non ci crederai, quando fischiavo ( come avevo sentito fare a mio padre da sempre, lui che voleva fare il tenore o il medico, ma poi ,come accadeva spesso allora, fece l’ufficiale di artiglieria, e che da tenore cantava splendide arie napoletane o fischiettava continuamente in casa ), quando fischiavo tra i tanti ritornelli l’aria NESSUN DORMA dalla Turandot , Pepè, in qualunque angolo della casa fosse – anche se dormiva profondamente -, saltava su e si precipitava da me, piombava sulla scrivania e cominciava ad accarezzarmi, vis a vis, ad accarezzarmi la guancia con la zampa ritratte le unghie, piangendo, un miagolio che non saprei descriverti, ma eloquente, come se dovesse condividere e consolarmi di chissà quale enorme ingiusto dolore… Un gatto che coglie la drammaticità di una musica? A chi raccontavo la cosa e non ci credeva, quando poi la verificava, veniva davvero la pelle d’oca. Un fenomeno incredibile: sai che se chiudo gli occhi lo vedo ancora oggi?

Bene, andiamo avanti starai pensando tu: rimangono sospesi Malerba, il camino, gli uccelli… MA HO ANCORA SPAZIO? Allora vado.

Malerba, Tippete e il camino sono collegati: come? Tippete è nata nello spazioso camino della casa vescovile dei Malerba a Orvieto. Era da poco morto il caro Gigi. Era anche morto da poco il mio Parsifal a 20 anni e per colpa nostra… Insomma avevo deciso di non avere più gatti e non soffrire più così, avevo buttato tutto quello che gli apparteneva, dalla ciotola alla gabbietta…Andai dopo l’estate a trovare Anna Malerba…tra i libri, i bauli pieni di carte, i mobili antichi, le poltrone nel patio dove tante volte avevo incontrato con gioia tutti e due. Non racconto la mia malinconia né lo spaesamento sofferente di Anna. Giriamo ovunque a ricordare, a raccontare, a guardare pure qua e là i materiali che magari possono essere ospitati nell’Archivio della Sapienza , quando capitiamo nella grande cucina antica e vediamo Stella, la gatta della figlia Giovanna, che allatta nel camino tre minuscole gattine certosine come lei. Segno del destino? Come non portarsi a casa quel pezzettino di casa Malerba, e di Gigi indirettamente, che in quel momento mi veniva offerto? Ricomprai tutto e dopo un mese andai a prendermi la mia gattina a casa di Giovanna. Come non amare allora Tippete doppiamente? E lei lo sente sai: così ho sostituito a tutti gli effetti la sua mamma, Stellina.

DUNQUE IL CAMINO. Veniamo a questi giorni e a un altro camino, stavolta esterno, o forse meglio un comignolo sul tetto di fronte alla terrazza in cui trascorro l’ora d’aria la mattina. Ormai da giorni osservo i gabbiani che girano impazziti nell’aria pulita e si richiamano fra loro starnazzando da un cornicione all’altro. Li ascolto, e, come avrai capito, mi fregio di distinguerne i suoni.* Mi siedo per riposarmi e sul comignolo di fronte plana un gabbiano bianchissimo, grande, possente e comincia a cantare guardandosi attorno…Non i soliti urli, ma suoni più armonici sebbene sempre acuti: ho pensato subito, aspetta la fidanzata. E dopo poco arriva lei, la gabbianella, piccola, elegante con le ali striate di grigio e balbettii femminili: si incontrano e inizia il canto a due.

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Nuovi suoni, gutturali, brevi, più lamentosi e ripetuti, becco in aria come quando il cane ulula alla luna…Anzi simili! Allora, impicciona, entro io e riempio i vuoti imitandoli, diventa un coro a tre, con botta e risposta, lei smette di guardare al cielo, mi individua e si gira di continuo…L’ho distratta dal suo amato, penso. Ma è ora di pranzo e scendo a casa, li lascio lì ad amoreggiare…Solo ieri mi sono accorta di quanto ero stata indiscreta il giorno prima. E sì, vado nella terrazza di casa, più bassa e più lontana dal comignolo di quell’altra, a sistemare piante e fiori e la scena si ripete, tale e quale. Ma stavolta sto zitta e vengo ripagata: soli, indisturbati, i due prima cantano insieme e si strofinano, poi si lasciano andare ad un amplesso meraviglioso, il gabbiano ad ali spiegate che urla al cielo la sua gioia e la cavalca, lei delicata che ripete una nenia sospirosa e prolungata …Provo a fotografarli, ma sono troppo lontani. Finito l’amplesso, il maschio la lascia in aria e si rifugia dentro il comignolo. Stamattina salgo in terrazza a correre, con la speranza di trovarli ancora lì ed ecco che li sento arrivare, ne sento le voci distintamente, prima lui, poi lei e poi il rituale d’amore che si ripete… Ormai il comignolo è il loro rifugio, una piccola alcova.

Si vede che per la natura è proprio arrivata la primavera, la nuova luce, la stagione degli amori! Solo per noi umani continua il freddo, dentro e fuori, il momento del dolore che non accenna a svanire…

*Pensa che una volta parlandogli ipnotizzai un istrice su un cornicione del castello di Montefalco, dove eravamo a cena, il quale invece di scappare si fermò e pretese carezze (molto prudenti eh!), e rimase in nostra compagnia fino alla fine della serata…Gli amici ancora ne parlano…

Gianfranco Calligarich
MEGLIO LA GUERRA

La mia famiglia, mia madre e i miei due fratelli di dieci e tredici anni, tornata dall’Africa abitava a Milano, durante la seconda guerra mondiale. Al quinto piano di un vecchio palazzo davanti al parco Sempione senza ascensore e molte cantine aspettando che la guerra finisse e mio padre, prigioniero degli inglesi in una zona del deserto egiziano chiamata dei laghi amari per le immense pozze che trasudavano dalla sabbia data la vicinanza del mare di Suez, tornasse a casa.

Era una famiglia spaventata dai bombardamenti. Tutta a città era spaventata dai bombardamenti. E tutti guardavano verso quel cielo azzurro come allora poteva essere azzurro il cielo di Milano con la paura di vedere gli aerei da cui sarebbero cadute le bombe. Erano quelli i momenti peggiori perché quando i bombardamenti cominciavano i rumori delle sirene e delle bombe erano terrorizzanti. Ma erano anche momenti di grande solidarietà umana perché gli abitanti del palazzo, che si conoscevano tutti fino a formare una grande famiglia suddivisa in piani, quando sentivano le sirene si rifugiavano tutti insieme nelle cantine. I vecchi con i vecchi e le donne con le donne molte delle quali con i figli piccoli in braccio ma non per questo rinunciare di abbracciarsi e a stringersi tra loro.

C’era una grande solidarietà umana, in quei rifugi occasionali, perché il pericolo si vedeva. Erano le bombe che cadevano dal cielo. Col Corona Virus è invece esattamente il contrario. Se la guerra univa, Il virus divide. E al tuo prossimo non puoi neanche dargli la mano perchè la stretta potrebbe, silenziosamente, uccidervi. Per cui, il massimo che puoi fare quando nelle strade deserte incroci qualcuno che conosci, è dirgli buongiorno da dietro una mascherina. Sotto un cielo tornato azzurro come era un tempo perché i veleni creati dagli umani nel loro sconsiderato e collettivo avvelenamento del pianeta sono stati momentaneamente sospesi. E lui, il tuo prossimo, ti risponderà buongiorno nello stesso modo. Anche lui dietro una mascherina per poi affrettare il passo lasciandoti soltanto la vista della sua schiena.

Sì, meglio i bombardamenti, meglio la guerra. Quella, almeno, la vedevi e potevi cercare scampo e conforto in una cantina o tra le braccia del tuo prossimo. Non è più così. Il solo conforto che al momento puoi trovare è in una forzata solitudine che ti chiude in casa a guardare la televisione che ti dà il numero dei contagiati e dei morti sperando di non entrarci a farne parte. Non granché, come prospettiva, ma è così.

Francesco Gui
La bandiera dell’Italia in Europa

Come si fa a negare che quest’anno, l’anno ‘20 del secondo millennio, è successo un ’48? D’accordo, un Quarantotto a modo proprio, perché all’epoca di quello vero e proprio ci fu un’esplosione di rivoluzioni e di conflitti che portarono morti e feriti in tutti i paesi europei, mentre questa volta quello che sarà ricordato come il Venti Venti risulta maledettamente preda di un virus tanto insidioso e invisibile che le vittime le porta via ovunque di soppiatto, tutto da solo e senza che si riesca ad agguantarlo.

Eppure, se il Quarantotto, per quanto doloroso, è stato la scintilla del Risorgimento dei popoli, a cominciare dall’Italia, così anche il VentiVenti appare destinato a segnare un’epoca, un’epoca di risorgimento del senso di responsabilità, della solidarietà fra le persone ed anche della coesione crescente, malgrado talune resistenze ancora vagamente asburgiche, fra quei medesimi popoli.

E allora, se questo è vero, varrà la pena di ricordare che, precisamente nel Quarantotto, la regale casa Savoia, decisasi a scendere in campo per la libertà d’Italia, scelse come stendardo, ovvero come emblema motivante del Risorgimento nazionale, una bandiera assai simile a quella francese, a sua volta frutto della celebre Rivoluzione. Vale a dire bianco rosso e verde, invece di bianco rosso e blu, a testimonianza, si direbbe oggi in linguaggio brussellese, dell’unità nella diversità e viceversa. Perché poi, in fondo, il Risorgimento italiano, e non certo da solo, ebbe sempre come prospettiva il traguardo dell’unità europea, degli Stati Uniti d’Europa. Basti pensare a Cattaneo, che nel Quarantotto ebbe modo di profetizzarli per ottenere “la pace vera”, ma anche ai vari Mazzini, Garibaldi e così via. Ai quali vanno aggiunti, per farla breve, tutti gli europei che nel 1867 organizzarono o sostennero il Congresso della pace di Ginevra, con lo scopo dichiarato di fondare una Lega internazionale per gli Stati Uniti d’Europa.

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Per il momento, però, ossia sempre nel ’48, a mettere un marchio parecchio personale sopra l’unità d’Italia ci pensò di nuovo Carlo Alberto, annunciando che le sue truppe avrebbero inalberato una bandiera con lo scudo (e la croce) dei Savoia proprio al centro, sopra il bianco, fra il verde e il rosso. Un patronato, o signoraggio che sia, quello dei sovrani d’Italia, notoriamente prolungatosi sino all’altro’48, quello del secolo scorso, con l’entrata in vigore della costituzione repubblicana. Una costituzione da considerare sicuramente il gran passo in avanti, se non decisivo della democrazia italiana. Peccato soltanto che in forza dell’articolo 12, relativo appunto al vessillo nazionale, quest’ultimo risultasse alquanto spoglio. Nel senso che il simbolo savoiardo, su cui nel ’25 il fascismo aveva apposto anche la corona regia, era ormai doverosamente sparito, lasciando soltanto il bianco tra il colore dell’erba e quello del sangue.

Ebbene, dato che il Quarantotto è stato quello che è stato, e se il VentiVenti dell’Europa è quello che è, ed anche quello che sarà (perché poi non è detto che il mito di Bismarck o di Cecco Beppe risulti così prevalente al di là delle Alpi) allora vale proprio la pena di dedicarsi anche ai simboli e alle sollecitazioni motivanti, a vocazione europeista, federalista, come era stato proprio nel Quarantotto. E se all’epoca il desiderio era stato quello di liberarsi dal dominio delle maestà imperiali, nel nostro VentiVenti si percepisce a fondo il dovere di emanciparci tutti insieme dall’oppressione di quell’altra corona, quella del virus, maledettamente incline non solo a uccidere tutti, non solo a riportarci alle epoche delle pestilenze (cosa che non deve più accadere) ma anche a mettere gli uni contro gli altri.

Ma allora, a volersi ricordare di quei colori rimasti solitari sullo stendardo italiano, perché non farsi cogliere da un impulso innovativo, coinvolgente, simbolico, come sarebbe l’apporre le dodici stelle all’interno della bandiera che è il simbolo di tutti noi? Perché non dare un segnale visibile e irreversibile a tutti gli europei che gli italiani non hanno più dubbi sul proprio Risorgimento, con quel suo desiderio di affratellare i popoli liberi, ovvero, detto alla Garibaldi, “le nazioni tutte sorelle”? Certo, non che siano mancati nel Bel Paese parecchi autorevoli ripensamenti in proposito, anche recentissimi, che però risultano contraddetti il giorno dopo dai loro stessi autori.

Insomma, la proposta del simbolo merita di essere intesa in tutto il suo valore. Tant’è che grazie al contributo dell’amico Mino La Franca, maestro delle immagini e dei colori, la proposta è anche pronta. Con alcune opzioni su cui ancora prendere delle decisioni condivise. Per dire: meglio le stelle al centro, al posto del simbolo dei Savoia, o meglio in alto a sinistra come nella bandiera americana, emblema del modello federale? O meglio in altro modo ancora, per esempio spargendo un po’ di stelle fra i colori, senza che per forza siano dodici? Certo, il dodici è simbolo di perfezione, di fede e di storia, intendi dalle fatiche d’Ercole alle tribù di Israele, alla corona della Madonna; però poche stelle potrebbero alludere al sogno di un mondo intero unito sotto di esse. O forse no, forse meglio 12, per dare un segnare chiaro e forte del VentiVenti a tutta l’Unione europea, e per invitare anche altri paesi a farlo. Se non altro per dimostrare che non vorremo imitare l’Inghilterra secessionista, peraltro emblematicamente colpita dalla violenza del virus proprio nella persona del suo leader.

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D’accordo, staremo a vedere sulle preferenze. Però l’idea di innovare la bandiera del nostro paese, marcandola con il simbolo della comunanza in questa stagione dolorosa, potrebbe davvero suscitare una ripresa del senso di responsabilità, della voglia di agire, di fare meglio. Non solo, perché potrebbe anche riconoscere a coloro che nel VentiVenti ci hanno lasciato, insieme ai medici, agli infermieri e ai servitori della società tanto dediti all’assistenza del prossimo da pagarlo con la vita, che la loro scomparsa è stata un dono a tutta l’umanità.

Sperando che un movimento degli animi si accenda in proposito e che delle associazioni, se non dei partiti facciano propria e rilancino la proposta, ecco le immagini offerteci dall’amico La Franca quanto generosamente qui accolte presso la Federazione unitaria degli scrittori italiani. In hoc signo, Italia migliore, vinces.

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* I disegni delle bandiere sono di Mino La Franca

Silvana Baroni
Ragazzi!

Ragazzi! Qualcosa mi dice che la pandemia si sta avviando verso la fine.

Vi domanderete – e mi sembra più che giusto – se sono una esperta virologa, infettivologa, epidemiologa, oppure una fervente religiosa in stretto rapporto con il Supremo. Niente di tutto ciò. Sono solo una impicciona che annoiata si guarda in giro affacciata al suo balcone.

E da buona impicciona, dato che la quarantena dura da settimane, mi son fatta la mia modesta ricerca sociologica su come mutino, con il passare dei giorni, i comportamenti dei miei coinquilini.

Dalla prima festosa reazione rockettara si è passati a Volare, Fratelli d’Italia, Grazie Roma, Tussinacosagrande, Restacummé, poi a qualche canzoncina sommessa e scoordinata, un balcone sì tre finestre no, due piani sì quattro no, tutte le scale buie, qualche bambinetto sconsolato dietro i vetri a fare ciao con la manina.

Ma ieri, primo giorno di primavera, giorno dedicato alla poesia, e soprattutto gran bella giornata, ho assistito a quel che vi dicevo: il ritorno ai tempi prima del covid 19.

A mezzogiorno un atletico cinquantenne corre sul terrazzo condominiale, lo percorre ben ventidue volte (vi assicuro, mi son messa di punta e l’ho contate) sempre controllando i tempi, il ritmo e il fiato da bravo maratoneta, quando all’improvviso si spalanca la finestra dell’ultimo piano, quello proprio sotto la terrazza condominiale, ed una vecchietta più che ottantenne inizia ad urlare insolenze e vituperi a chi da mezz’ora le rimbalza sulla testa. Alle prime urla della vegliarda si spalancano finestre balconi terrazzi e si affacciano all’unisono tutti gli abitanti del quartiere, anch’essi ad offendere gravemente il malcapitato ritenuto responsabile di doppia colpa: aver disatteso le disposizioni del governo e aver messo a repentaglio la serenità della nonnina.

E non è bastato che l’importuno fuggisse con piccoli felpati passi dal luogo del reato perché gli accesi commenti avessero a terminare. L’insurrezione durò quasi un’ora prima che tutti i partecipanti tornassero alla propria carcerazione, ma più temprati, rinvigoriti non solo dall’ora d’aria, ma anche per aver finalmente detto quel che pensavano ad un nemico in carne ed ossa.

Nicola Bottiglieri
Pregare con i piedi

La passeggiata di papa Francesco fuori dal Vaticano in mezzo al museo a cielo aperto di Roma suggerisce molte riflessioni sul dopo-emergenza coronavirus. A partire da come ricostruire e da che cosa perdere

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Fra le tante immagini piovute su di noi dai giornali, dalla televisione, dai computer durante questa quarantena (il popolo in festa sui balconi, i paracadutisti che si lanciano con la bandiera italiana, i malati agonizzanti con il casco dell’ossigeno, i volti delle infermiere con il livido fatto dalle mascherine sul volto, ecc.) quella che più mi ha colpito è stata la fotografia del Papa a piedi per le vie della città di Roma. Per la sua forza umile e coraggiosa possiamo dire che essa è proprio una icona del nostro tempo.

Lunedì 16 marzo, Papa Francesco infatti è uscito dal Vaticano ed ha fatto a piedi un pezzo di via del Corso, tenendo a distanza le guardie del corpo. Dopo aver percorso un tratto di strada guardando per terra, si è recato a pregare prima nella Chiesa di San Marcello al Corso, vicino Piazza Venezia, dove si trova un crocifisso miracoloso e dopo alla Salus populi Romani di Santa Maria Maggiore. La scelta dei luoghi ha radici nella storia di Roma, il crocifisso miracoloso di San Marcello ha protetto la città durante la peste del ‘500, quando fu portato in processione per 16 giorni nei rioni di Roma, mentre a Santa Maria Maggiore egli si recò dopo l’elezione a Sommo Pontefice.

Cosa ha voluto dimostrare il papa con questa “plateale” passeggiata? Non bastava dire una Messa nella Basilica di San Pietro? O invitare a un digiuno di penitenza tutta la Cristianità? Certo, uscire dalla “fortezza” del Vaticano ha voluto significare essere vicini a quelli che soffrono, recarsi in Chiesa ha voluto indicare il riallacciarsi alle radici più vive della storia cristiana. Tuttavia camminare da soli in una strada deserta, mentre tutta la città è piena di tristezza e paura, significa molto di più. Vuol dire andare in cerca di qualche cosa che non si conosce, cercare di vedere le impronte di chi ci ha preceduti, per trovare nel loro passaggio un indizio di ciò che stiamo cercando. Vuol dire anche, calcando le pietre della strada, che il nostro corpo è poca cosa di fronte alle architetture, ai palazzi, alle fontane, agli obelischi egiziani vecchi di 5000 anni, alla Colonna Traiana, al Colosseo, alle rovine che ornano la città di Roma, perché i corpi passano ma le pietre restano, più degli alberi, delle fontane e delle malattie.

In una selva di edifici di pietra di ogni tipo, in un museo d’arte a cielo aperto, qual è via del Corso con lo sfondo Piazza del Popolo con l’obelisco che ha attraversato secoli e millenni, il corpo segnato dagli anni di un uomo venuto dalla fine del mondo cammina meditabondo, con gli occhi bassi, solo e pensieroso in una città deserta… È sbagliato pensare che sta camminando sul fuoco dell’angoscia, pensando al futuro? Ma che cosa è il futuro? Un vaccino rapido e risolutore da offrire al mondo intero oppure una super preghiera da recitare tutti insieme per convincere il Padre eterno a far cessare il flagello e fare in modo che queste cose non accadano più? Futuro significa ritorno alla normalità? Ma cosa è la normalità, se proprio in tempi di normalità è avvenuta questa catastrofe?

Di fronte a queste domande che quella icona suggerisce, viene in mente una vecchia massima legata al mondo del passato: camminare è una forma di preghiera, perciò la forma migliore per pregare è quella di fare un pellegrinaggio o andare a fondare una  città in un luogo sconosciuto.

Nella storia della Terra del Fuoco, quando gruppi di coloni spagnoli si mettevano in marcia per andare a fondare una città, o cercare un luogo adatto per vivere, ebbene la strada veniva guadagnata non solo facendo marce forzate, ma accompagnando lo sforzo delle gambe con lunghe preghiere. In quel caso esse non ritmavano solo lo scalpiccio dei passi, ma anche quello dei pensieri che si intrecciavano insieme. Si arrivava così “purificati” alla meta: il sudore liberava il corpo dalle tossine, le preghiere liberavano la mente dalle cose inutili.

Nei prossimi mesi non possiamo fare processioni, pellegrinaggi o andare a fondare nuove città, possiamo però, stando a casa, pensare all’immagine del Papa in mezzo alla strada deserta come una metafora sulla quale riflettere. Da subito.

Ad esempio ci possiamo mettere in cammino verso una nuova idea di globalizzazione, perché quella usata fino ad ora si è dimostrata fragile ma soprattutto inutile. Oggi più che mai ha acquisito verità lo slogan più usato dalla “teoria del caos” che afferma come il battito di una farfalla a Los Angeles possa procurare un uragano a Pechino, infatti un virus che ha fatto il salto di specie in un oscuro villaggio della Cina ha potuto in pochi mesi invadere quasi tutti i paesi della Terra. Ed ha acquisito drammatica importanza la globalizzazione dell’inquinamento e dell’economia, senza trascurare il beneficio dell’informatica che ci permette di alleviare le angosce di questi giorni.

Pensavamo che con l’uso degli antibiotici avevamo sconfitto le epidemie – ha ricordato un luminare della scienza in questi giorni – ma avevamo dimenticato i virus, parola che viene dal latino e significa veleno rapido. Oggi, la pandemia ci ricorda ancora una volta che il mondo è più complesso di quanto si creda. E la nostra mente si smarrisce facilmente di fronte alla grandezza dell’universo. Altro non ci resta da dire che nel secolo XX il corpo ha camminato molto svelto ma l’anima non è riuscita a seguirlo.

P.S. Alcune “teste d’uovo” del giornalismo hanno visto l’uscita del Papa dal Vaticano come una leggerezza o un invito inconsapevole alla disobbedienza delle leggi. È un segno della incapacità a tenere il passo con i tempi…

Massimiliano Kornmuller
E’ l’alba del giorno dopo l’equinozio

E’ l’alba del giorno dopo l’ equinozio: l’ aurora dalle dita rosate tinge il cielo di Roma, ma il mio pensiero vola ad un’ alba di tanti, tanti anni fa, che vidi sorgere sul mar Ionio, a Taormina, di un’ alba identica a quella descritta da Claudiano (sec. iv-v d.C.):

“Un raggio sfreccio’ sui flutti dello Ionio

araldo del giorno ancora incerto

la luce palpita sulle onde tremule

riflessi di fiamma scherzano errando

sulla superficie cerulea” (De rapt .2,1-3)

Mi sono addormentato vestito, cosa che talvolta mi succede in questa “aura sanza tempo tinta”: apro la finestra della camera da letto e mi appaiono le sagome scure dell’ Altare della Patria e del Campidoglio, non piu’ illuminate a quest’ora:
sull’ Aventino la basilica di Santa Sabina  riluce davanti ad alcune nuvole bigie, una tortora appollaiata su un’ antenna saluta il sole che sorge col suo inconfondibile verso, pochi gabbiani corrono veloci, in un silenzio sacrale…

Questa per gli antichi popoli italici era l’ora dell’avispicio e dell’epatoscopia…! (ma dove sono finite le aquile che nidificavano sulle dorate rocce del Campidoglio…?)

Quando l’uomo tace e si pone in ascolto, la Natura parla, anche nel centro di una metropoli.

Apollo, il dio chiarificatore dei segni e dei presagi sta per sorgere col suo sfolgorante carro,  osservo le piante del mio piccolo terrazzo:

mi riconoscono e mi salutano a modo loro, lo so…:

accarezzo le foglie delle colocasie e dell’arancio, osservo le campanule quasi correre coi convolvoli sul treillage di legno

ieri erano molto più indietro…

Pitagora, Teofrasto e Paracelso consideravano le piante, oltre che come esseri viventi, anche come esseri pensanti: qualcosa di vero ci deve pur essere…

 

Tra il regno animale e quello vegetale c’e’ un sottile intreccio di affinità: penso ai Giardini della Minerva, sulla sommità del centro storico di Salerno, il più antico orto botanico d’ Europa:

le piante sono unite in aiuole secondo i segni zodiacali, secondo la ierobotanica astrale degli antichi.

Secondo questa dottrina per ognuno di noi, a seconda del giorno e del mese di nascita, una pianta ci è più amica di un’altra, e ci può aiutare non solo con la sua sostanza vegetale, ma anche con la sua vibrazionalità vitale.

Spetta a noi imparare nuovamente a sentire il rapporto con questi esseri viventi e senzienti, recuperando antichi patti, stipulati ai primordi dell’umanità, che si possono riassumere nei due versi di Settimio Sereno (sec III d.C.).

Dice l’amico campo al padrone:

“se mi avrai fatto del bene, me lo ricorderò”…

E ricordano il tempo in cui le piante non erano considerate dall’uomo solamente merci o cose inanimate da sfruttare, ma avevano ancora una dignità ontologica, poiché da esse dipendeva la sua vita (come peraltro anche oggi…).

Un tempo esistevano i giardini d’ Adone, zolle di terra dalla sagoma umana, ove i fedeli seminavano chicchi d’ orzo, annaffiandoli al buio, e dopo quaranta giorni venivano portate in processione, simbolo della resurrezione del dio:

stessa scena che vidi nelle chiese della Liguria di ponente, ad Alassio e a Laigueglia:

vasi con chicchi di grano seminati all’inizio della Quaresima, ed esposti sotto l’altare il giorno di Pasqua: poiché “l’homme c’est le meme partout…”!

 

Silvio Raffo
IL TACCUINO DEL RECLUSO (o LA VEGLIA DEL NOVIZIO)


da un presente infinito con qualche scaglia di confuso passato
(in limine)

Il mio taccuino ha i bordi levigati
come il libello di Catullo netti.
Con cura annoto i versi appena nati
sulla pagina, belli e benedetti.

I.
Come novizio nell’angusta cella
ogni gesto misuro, ogni respiro.
A tratti sogno, spasimo, deliro.
Scelgo in cielo la più remota stella.

II.
Dell’inerzia la fredda disciplina
ottunde la memoria ma rinsalda
le sfibrate pareti della falda,
fa più acuta la vista, e i sensi affina.

III.
Il tempo si è sospeso al suo confine
e più non si affatica a tormentarci.
La clessidra ha deposto. Ma la Fine
non vuole indifferenti sopraffarci.

IV. (falso allarme)
Attento! La fantastica sventura
si diverte soltanto ad annunciarsi.
E’ un falso allarme, sempre. Eterno dura
l’inganno di epifaniche catarsi.

V. (a Edith)
Eravamo felici, e non sapere
d’esserlo, ciechi e inquieti ci rendeva.
La coscienza imperfetta confondeva
i sensi, e amareggiava ogni piacere.

VI. (a F.)
Era Amore quel futile delirio,
quell’ossessione ostile a ogni bellezza?
Attingere la palma del martirio
non si poteva a più sublime altezza?

VII.
Ondivago e fedele ad ogni riva
sul capriccioso vortice eludevo
ogni approdo; gioiosa e fuggitiva
al largo la mia rotta disperdevo.

VIII.
Non è più il tempo a scandire i minuti;
senza peso o volume, imbavagliati –
da un sottile capestro strangolati
in baratri silenti ed assoluti.

IX.
Si congela il rigore dell’inverno
in vitrea sospensione adamantina.
Nel silenzio incantato ci avvicina
il costante contatto con l’Eterno.

X. (to yourself)
Prima che inaridisse il tuo germoglio
tu eri la mimosa sensitiva
che s’apre e si richiude senza orgoglio –
tu di tutte le linfe la più viva.

XI.
Ben chiuse e sigillate le tue porte
che alla speranza sbarrano ogni ingresso –
Reame ti sei fatto di te stesso.
La clausura del cuore è pura Morte.

XII.
Migrano altrove sogni e desideri
e lasciano la Terra di Nessuno
all’anima deserta di pensieri,
di vane brame e di tormento alcuno.

XIII.
Del Minotauro immagino la stanza
di pareti fasciata ultrasonore –
Arianna il filo tende, alla distanza
Tèseo avanza nel fitto tenebrore.

XIV
Ligeia vedo, e Berenice ancella
dell’incubo, e nel gelido splendore
di un sepolcreto l’orrida Morella –
le immacolate Spose del Terrore.

XV.
Trasumanare è l’unica avventura –
annullare del corpo ogni barriera –
del tempo valicare la frontiera.
Questa è dell’Infinito la misura.

XVI.
Docile inerte apprendistato il nostro.
La sfida è di resistere sereni
senza difese di contravveleni
mentre ci insidia un favoloso mostro.

XVII.
“0 tu uccidi l’insidia o lei t’uccide”
Ma con l’odioso invisibile tarlo
più saggia strategia sempre ignorarlo.
Il male annienta solo chi lo vide.

XVIII.
Arduo cimento dell’anacoreta:
non viltà o malcelata presunzione,
ma radicata e pura vocazione
al disprezzo di un misero pianeta.

XIX.
Impara la sacralità del rito,
del ritmo che scandisce la giornata,
della luce deserta inanimata
nel fluire di un tempo ormai impietrito.

XX.
Esoterico tempo che nascondi
in aenigmate la tua identità –
ti svelerai nei gorghi più profondi
al varco della sola Verità.

XXI
Moltiplicare i giorni dell’attesa
nella certezza di un’estrema festa.
Eterno si fa il tempo, e l’ardua impresa
si fa leggera. Gioia pura è questa.

XXII.
Il mosaico risalda le sue tessere,
lo scenario confonde palchi e tende,
pigra una coltre sugli occhi discende –
il divenire si tramuta in Essere.

XXIII.
(Thunderbold)
Lo schianto giunge sordo, inavvertito –
folgore che scatena la tempesta,
palpito soffocato che s’arresta
nel fluire di un tempo ormai impietrito.

XXIV.
Esaurito ogni palpito, ogni afflato
deposta ogni speranza che ci affanni,
non c’è minaccia di futuri inganni.
Ed è come se nulla fosse stato.

XXV.
Il limbo che sognavi, l’irreale
realtà del Nulla in cui l’anima vaga
voleva naufragare – ecco dilaga
e s’infinita, Enigma Verticale.

XXVI.
Non t’inabissi naufrago – risali
in un’azzurra vorticosa scia
lieve ti libri senz’ ausilio d’ali
fino al mandala dell’Epifania.

XXVII

Tu serbali preziosi nel ricordo

questi giorni d’amianto e d’ametista

in cui fra Cielo e Terra un mutuo accordo

fu stabilito – fulgida conquista.

XXVIII

Dio c’è ma non esiste. C’è il suo chiaro

lume che numinoso si nasconde

e brilla a tratti sulle mute sponde

d’ogni giorno, di sua presenza ignaro.

XXIX

Così i morti non muoiono, e la vita

non è quel soffio che si fa respiro.

In un vortice solo – un cieco giro –

un flusso ininterrotto si infinita.

Gioacchino De Chirico
Leggero entusiasmo all’inizio

Leggero entusiasmo all’inizio. Sensazione infantile di chi vive un’esperienza nuova e ne rimane quasi eccitato. Finalmente la città più tranquilla, nei parchi, nelle strade, nei rumori e nei suoni. Addirittura nell’aria. Poi la sorpresa, la grande sorpresa. Come se non si conoscesse il luogo dove si vive e si è nati. Roma bellissima. L’architettura, l’urbanistica. A patto che si rimanga fino a i primi del Novecento. Un incanto continuo. Una quinta spontanea sullo sfondo della quale si può ambientare tutto. Storie di amore e di coltelli. Traffici politici, colti viaggiatori stranieri, preti, studiosi, gatti, cani e imbecilli.Tanti.
Arrivano sul cellulare le prime foto scattate da amici che lavorano proprio in centro. Le giri a chi sta in Germania e negli Stati Uniti. Ne ricevi esclamazioni ammirate e, in qualche caso, anche di spavento.
Te ne compiaci. Chissà perché? Forse perché la tua amata e importantissima città è di nuovo al centro dell’attenzione.

A casa leggi, scrivi recensioni, porti fuori il cane di tuo figlio e dalle finestre iniziano i canti e la musica. Ma dove siamo? Che sta succedendo? Più coinvolto quando sei chiamato ad applaudire il personale medico sanitario che fa tanto per tutti.

Si sta a casa. Ti capitava spesso “prima”. Ma “prima” la moglie era al lavoro e il figlio all’università. Tu comunque protetto nel tuo piccolo studio. Poi uscivi. Ma ora? Sono tutti qui. In vacanza? A lavorare? In attesa?

Lava le mani. Disinfetta le maniglie degli armadi e dei mobili in cucina. Disinfetto i libri? Ma se li leggo io, che motivo c’è? C’è, c’è perché poi, se voglio, li leggo anche io, dice qualcuno.

Potrei interrompere la lettura e iniziare a mettere ordine nel mio studio. Potrei guardare i vecchi album di fotografia. Non capisco. Progressivamente sono sempre più disorientato. Ho tempo o non ho tempo? Rimango immobile. Anche la mia capacità di concentrazione mostra le prime falle. Perdo tempo. Tempo per me finalmente! Ma scherziamo?! Tempo indefinito. Tempo vuoto. Tempo che divora altro tempo. Tempo inutile che prende il posto del tempo utile. O viceversa?

Mi aiutano le relazioni. Scrivo e-mail e faccio telefonate per la programmazione dell’Hub Culturale che dirigo. Avvio conference call con i componenti del circolo di lettura.Ritorno in me.
Il giorno scorre, lentissimo. Qualche rapida e fugace uscita mi consegna gente imbambolata senza mascherina e senza meta. Un pericolo per me e per loro. Contribuisco a lunghe code per entrare nel supermercato. Dopo la spesa essenziale, vedo una giovane donna che aspetta come me, davanti a me, poco distante, il suo turno per la cassa. E’ immobile. Poi all’improvviso la vedo scattare furtiva verso un espositore di cioccolatini per prenderne una piccola confezione. Rapida. Quasi a non farsi vedere neanche da se stessa. Mi viene da ridere e glielo dico. La esorto a concedersi altre debolezze. Lei ride e poco dopo mi regala i punti della spesa. Mi servono per prendere una splendida padella dorata che ho visto solo in fotografia ma che ha sollecitato il mio spirito giocoso e infantile per le cose che luccicano. Non so come ringraziarla. Allora faccio un passo indietro. Prendo un’altra confezione di cioccolatini la faccio segnare sul mio conto e gliela regalo. Lei ride. Si schernisce e mi dice che è un regalo troppo grande per i pochi punti che lei mi a regalato. Mi fermo e le spiego che non si tratta di punti ma che è un omaggio al suo gesto di prima. Mi saluta e se ne va. Anche la cassiera sorride divertita.

Solo poco più tardi mi rendo conto di non sapere chi fosse. Entrambi avevamo il volto coperto. Entrambi irriconoscibili, ma entrambi felici di un brevissimo contatto reso misterioso e clandestino da uno strumento di prudenza e di profilassi: la mascherina. Nel mondo dopo l’epidemia non ci riconosceremo.

Piccola emergenza. Mia figlia ha bisogno di alcuni generi alimentari, ma non si può muovere da casa. Compilo il modulo. Carico l’auto e arrivo a Balduina, lontano da dove abitiamo. Sorrisi imbarazzati ma festosi. Non ci possiamo abbracciare ma siamo molto contenti di vederci. Riparto subito. Calano le prime ombre della sera.
Dopo l’incontro con mia figlia e i cioccolatini al supermercato, sento sparire lentamente la lieve eccitazione che provavo qualche giorno fa per la situazione che stiamo vivendo. Si fa strada un velo di malinconia, sempre più forte. Cerco di sollevarlo e, sotto, vedo qualcosa di molto peggiore.

Percorro spedito le strade deserte della mia amata e splendida città, ma non vedo più niente. Tutto è vuoto e tutto è immerso in un lago di buio. Rapidamente, una dietro le altre, si vedono solo le luci verdi delle croci delle farmacie.

E’ incredibile quante farmacie ci siano in città. Non vi avevo mai fatto caso. Sotto il velo della malinconia mostra le sue tetre sembianze un’angoscia a cui non sono abituato. Agguanto di nuovo la malinconia e copro tutto. Spero mi aiuti a trascorrere il tempo che ancora manca prima di iniziare di nuovo un cammino di ripresa.
Mi guardo in giro e vedo che qualcuno sta combattendo l’angoscia avviando una sorta di caccia all’untore contro i runners. Altri si arrampicano sui sentieri impervi delle fake news che ipotizzano complotti e potenze straniere. Vedo poi drappelli di disfattisti. Rido soddisfatto al pensiero che Cuba castrista salverà la Lombardia leghista. Vedo i governi cinese e russo che inviano spedizioni di solidarietà. Penso ai poveri profughi nel mediterraneo di cui non si occupa più nessuno. O quasi. Penso ai tagli alla sanità che sono stati fatti in Italia da tutti i governi neoliberisti.

Risale un’irritazione ormai nota e assai produttiva. Un ghigno mi si stampa sul viso quando leggo l’agitarsi di Lotito, il presidente dell’altra squadra d Roma, che vorrebbe far riprendere il campionato nonostante gli ostacoli evidenti per la salute di tutti. Egli pensa che così potrebbe vincere lo scudetto. Forse.

Tutti dicono che questo periodo passerà. Hanno ragione. La convinzione quasi arrogante e violenta con cui affermano questa ovvietà mi rivela una chiarissima verità: tutto tornerà come prima. Peccato.
Entro in camera, mi sdraio sul letto e apro il fumetto di Tex. Uno di quelli che leggevo da ragazzo e che ho ancora conservato.

Riccardo Tordoni

Houston, siamo il problema.

 

Improvvisamente scesi dal treno.

Increduli.

Spaesati.

Storditi.

Sta succedendo davvero?

La giostra s’è fermata.

In un istante.

Ed ora? Chi sono cosa voglio dove vado cosa ho fatto?

Niente più ci precede: siamo dove siamo.

Follemente, dolorosamente, la vita è tornata nostra.

O forse siamo noi ad essere tornati suoi.

 

In questi giorni mi è difficile fare qualunque cosa. Leggere, scrivere, concentrarmi. Come se ci fosse una parte di me sempre in ascolto. Ma non so di cosa. Mi verrebbe da dire in ascolto della natura. Dalla terra al cielo, dal suolo al sole, dalla polvere di casa alla polvere di stelle.

 

Mai creduto ad una vita senza limiti, ad un progresso senza limiti, ad una libertà senza limiti. Questo il motivo per cui ora qualcosa in me riposa: il bisogno di un limite. Sarebbe stato meglio non dover arrivare a questo, ma se la corsa è folle lo schianto non può essere che forte.

 

Mi chiedo se non stia accadendo quello che il nostro subconscio voleva accadesse. Per espiare un tremendo senso di colpa che, pur non pensandoci, ci portiamo sempre addosso: la progressiva distruzione del pianeta.

 

Alcuni dicono che siamo in guerra.

Se è vero allora è una guerra civile perché il nemico siamo noi stessi.

 

Tuttavia io non penso sia una guerra. Penso sia una conseguenza delle nostre azioni. Compito nostro ascoltare cosa c’è sotto: il grido di milioni di esseri viventi indifesi che da anni – forse da sempre – vengono offesi, vilipesi e uccisi in nome di una folle corsa verso il nulla. Non è una guerra, no, è una rivoluzione involontaria.

 

Forse è ora di arrenderci all’evidenza: il male inferto all’altro è male inferto a me.

E viceversa.

O forse è ora di abbandonarci alla vertigine: l’altro sono io.

E viceversa.

Giovanni Antonucci
Prigionieri siamo

Prigionieri siamo
amiamo e odiamo
giochiamo e perdiamo.

Un libro o due leggiamo
mille messaggi mandiamo
il  presente temiamo
il futuro più non l’amiamo.

Prigionieri siamo
della scienza  di cui
non più ci fidiamo.

Stefano Morabito
1. Diario in Coronavirus: “È tardi”

“Ormai è tardi” si sente dire nei vari Tg e Speciali in occasione del Coronavirus, per giustificare alcune metodologie di prevenzione ben riuscite in Paesi come la Corea, ma non applicabili al nostro contesto. Siamo nella seconda settimana di quarantena e lo stato delle cose non sembra migliorare. I morti aumentano, i contagi anche e l’idea che questa fatidica data del 5 Aprile in cui tutto quest’isolamento forzato e necessario finisca è solo un confortevole e illusorio miraggio.

Come tutti gli Italiani nella mia stessa condizione di segregazione, assumo la mia dose giornaliera d’informazione, cercando di attingere da più fonti possibili per avere un quadro oggettivo della situazione.

Ogni Nazione a modo suo cerca di reagire: mi passa davanti un reportage su Parigi dove vengono presi d’assalto i supermercati e scoppiano delle violente risse all’entrata. Tutto ciò potrebbe anche sembrare sarcastico, pensando a come pochi giorni fa alcuni francesi ironizzavano sul nostro Paese col disegno della pizza al coronavirus. La verità è che questa piaga ci ha colti, sì, di sorpresa, ma è stata anche molto sottovalutata.

Il servizio successivo è sugli Stati Uniti, qua la fila è davanti ai negozi di armi. “Strano popolo gli americani, hanno la guerriglia nel sangue”. Questo loro bisogno di affermazione e supremazia mi ha perennemente affascinato. Nella mia fervida immaginazione ho sempre visto l’America come “il Paese dell’azione allo stato puro”. Non è un caso che abbia dato i natali alla migliore filmografia sul genere.

Mentre sono in questo stato d’interessante e vaga sospensione, la mia attenzione viene catturata da nuove immagini. Siamo a Bergamo e viene inquadrato un corteo di camion dell’esercito pieno di bare.

“Ci sono troppi morti e non c’è più spazio!”

Queste sono le dure e crude parole del cronista. Una frase che mi colpisce diretta in faccia e mi fa tornare alla triste realtà. I pensieri si fermano e subentra nuovamente lo stato di angoscia e impotenza.

Sconfortato, decido di passare dalla Tv ai Social. Vediamo cosa propone oggi il mondo dei tuttologi, degli influencer e dei falsi profeti. Un’infinità di post moralistici saturano le pagine del mezzo telematico. D’altronde come tutti sanno è più facile dispensare consigli ed emettere sentenze….

Anche sui social ricorre la stessa frase, però usata in un contesto diverso:

“Ormai è tardi!”

“È tardi, colpa dell’ignoranza e della cattiva informazione”.

Le persone stentano o non vogliono recepire le direttive del governo. Lo dimostra il fatto che in molti si siano fiondati a fare la spesa dopo il discorso del premier, nonostante egli abbia assicurato la normale continuità del settore agroalimentare. Lo dimostrano le migliaia di persone che continuano ad uscire per frequentare i parchi o per fare jogging.

La cosa migliore al momento è sperare che tutto si risolva prima possibile. In questo periodo mi ritorna spesso in mente una frase del mio primo romanzo, scritta d’impeto e che sicuramente avrei potuto affinare meglio, ma che m’infonde una grande forza di spirito:

“…proprio nei momenti più difficili, quando si è soli contro il proprio destino, si deve trovare la forza per riemergere, per superare l’ennesima difficoltà, per scrivere un nuovo capitolo nella storia della propria vita e trattare la brutta avventura capitata come un lontano ricordo; lontano ma non inutile, perché è servito per rafforzarsi e per credere di più in sé stessi…”

2. Pessimismo e complotto, se il Covid-19 fosse un film.

Dopo una nottata all’insegna di thriller e spy-movies, oggi mi va di sdrammatizzare un po’. Da quando ho aperto gli occhi, stamattina, mi turbinano in mente due concetti: pessimismo e complotto. Queste due parole viaggiano spesso in contemporanea e si includono a vicenda.

Nell’ultima generazione, un evento di portata, simile a questo del Covid-19, mancava, quindi ci ha colti tutti di sorpresa, soprattutto dal punto di vista pratico. Anche il presidente Conte nel discorso alla Camera ha detto che per la prima volta dopo il conflitto mondiale lo Stato deve ricorrere alla limitazione delle libertà fondamentali.

Eppure, la mia generazione, che è cresciuta con “Resident evil”, “I am legend” ed una sfilza di Blockbuster sui virus più disparati che attaccano il genere umano, doveva essere preparata ad affrontare questa catastrofe. Non voglio buttarla troppo sull’ironico perché la gente là fuori muore davvero e siamo tutti in pericolo, però se c’è una cosa che ci ha insegnato il cinema di questo genere è la facilità del contagio. Allora l’interrogativo che mi balza da una parte all’altra del cervello e la vocina della mia coscienza non riesce a far tacere è:

“Come mai, ancora oggi, ci sono tante persone che la prendono alla leggera continuando con passeggiate, corsette, 10 visite al giorno al supermercato…?”

Potrebbe sembrare cinico e poco realistico, ma purtroppo è così. Aprendo un qualsiasi mezzo d’informazione c’è sicuramente una notizia su qualcuno che non ha rispettato la quarantena.

Tutto questo mi fa pensare ad una delle tante opere cinematografiche che ho divorato; anche lì la maggior parte delle persone agisce in maniera stupida e sconsiderata. Coloro che lo fanno sono generalmente interpreti di secondo piano e che non hanno parti di rilievo. Ecco, dunque, che mi si è accesa la lampadina come nei cartoons perché è arrivata l’idea illuminante:

“Se il Covid-19 fosse un film questi sconsiderati che non rispettano le regole sarebbero gli attori di second’ordine nello spettacolo del momento”.

“Ed io…? Io vorrei essere uno dei protagonisti, ma mi accontenterei anche di una particina, purché rimanga illeso”.

Come tutte le pellicole che si rispettino anche questa è piena di pessimisti e ne contiene proprio tanti. Solo che, il loro, è un pessimismo sbagliato per non dire inutile; infatti c’è chi si preoccupa di non riuscire ad andare quest’estate al mare e chi ha paura di non rimanere in forma. Ho visto, addirittura, piangere, lamentando la “prigionia dello stare in casa”.

“Ma stiamo scherzando!”

Se questa è prigionia, la povera Anna Frank a quest’ora si starà rivoltando nella tomba. Sicuramente non è confortevole rimanere confinati all’interno dell’abitazione, tagliando di colpo le proprie abitudini. Prima di lamentarsi, però, sarebbe opportuno, pensare anche a quelli che rischiano molto di più. Mi riferisco ai malati con problemi alle vie respiratorie o immunodepressi, e contrarre il virus equivarrebbe a morte certa. Per non parlare delle persone più anziane che se infettate giocherebbero alla roulette russa. Pensando a chi realmente è più sfortunato, allora sì che passerebbe la voglia di fare scenate isteriche e di stare all’aria.

Nel finale di questo film entra in ballo la tesi cospirativa. Ultimamente abbiamo assistito a tantissime ipotesi di complotto.

Quella classica parla di un virus e di un laboratorio segreto nella città di Wuhan dove si potenziano alcuni ceppi influenzali. A contorno di tutto vi è l’errore causato della sbadataggine di uno scienziato che crea la fuoriuscita del patogeno.

Naturalmente non poteva mancare la teoria sul rilascio intenzionale del virus. Questa è molto colorita e presenta alcune sfaccettature, infatti si divide in due branche: una attribuisce la colpa al governo della Cina nel tentativo di ridurre la popolazione cresciuta a dismisura, e l’atra accusa un Trump impaurito dalla forte economia cinese.

Qualche congettura più fantasiosa, di cui ancora non ho approfondito bene le dinamiche, ma che ci tira direttamente in ballo, parla di potenze europee. È citato l’accordo fatto da Di Maio per la “via della seta” in cui viene penalizzata fortemente la Francia.

Un’altra mette la tecnologia 5G alla base della cospirazione. Insomma, navigando sul web, ce ne stanno per tutti i gusti, ognuno è libero di scegliere quella che più gli aggrada.

“L’importante è che al termine di tutto arrivi il lieto fine”.

Federico Romagnoli
In nostra assenza (Diario minimo)

In nostra assenza
troverò pace
se ci fosse un senza,
perché tutti troveremmo pace
se ci fosse un senza
di tempo e presenza.

In nostra assenza
avremmo bisogno
un po’ di più di noi,
come se fossimo voi,
una quasi sentenza,
una gogna d’amore.

In nostra assenza
tutto si ridice
nel silenzio necessario
del vuoto, colmo d’aria
d’un momento ricomposto
ma senza, di noi.

In nostra assenza,
che si dice?
Una crisi violenta di capitale,
sembra sia solo questo
a farci male.
Eppure, in nostra assenza…

Vincenzo Francia
Attesa di un sorriso

Nell’imperversare della pandemia del coronavirus, gli occhi dei credenti, pur velati da lacrime e preoccupazioni, non si stancano di guardare verso l’alto: verso quella donna, la mamma di Gesù, che il suo divin Figlio ha dichiarato madre universale.
Anche l’arte ha cercato e continua a cercare di esprimere gli aspetti ricchi e variegati della maternità di Maria. Nell’immenso patrimonio dell’arte cristiana, la Madonna con Bambino di Andrea da Pontedera, detto Andrea Pisano (Pontedera 1290 – Orvieto 1349), si distingue per una straordinaria comunicazione affettiva, nella quale l’eleganza estetica si coniuga mirabilmente con la semplicità della rappresentazione. Il capolavoro è attualmente custodito nel Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze. Ma già dalla sua forma arcuata a sesto acuto comprendiamo quale fosse la sua collocazione originaria: si tratta della lunetta posta sulla porta di ingresso del celebre Campanile di Giotto .
La lunetta risale al 1335. Andrea vi ha voluto sottolineare un particolare bellissimo: la concretezza umana nel rapporto tra Maria e il piccolo Gesù, una concretezza che si esprime nel gesto così tenero della madre che fa il solletico al figlio e nella reazione di quest’ultimo, che allontana la mano della madre con un gesto tenero e vivace. Maria e Gesù sorridono! Si realizzano veramente le parole che la cugina Elisabetta aveva rivolto a Maria, proiettandola nella piena luce dell’adesione di fede: «Beata te perché hai creduto alle parole del Signore». Beata, cioè felice. Con lei è giunto il tempo dell’adempimento di ogni promessa di Dio, il tempo delle beatitudini proclamate da Gesù, il tempo dell’accoglienza della Parola fatta bambino. Nel caso di Maria, la maternità manifesta la perfezione dell’incarnazione, cioè l’appartenenza storica ed esistenziale del Figlio di Dio alla successione delle generazioni umane. La sua appartenenza alla nostra “carne”, al nostro cammino, alla nostra lotta contro ogni forma di male. Si compie il mistero dell’alleanza tra Dio e l’umanità, in un mirabile intreccio di dono e di impegno. .
Nella lunetta di Andrea risplende la trasfigurazione dei volti e dei rapporti: Dio e l’umanità si guardano con un incantevole sorriso. Alcuni anni dopo la città di Firenze e l’intera Europa furono sconvolte da una terribile pestilenza: ne parla, tra gli altri, Giovanni Boccaccio nel Decamerone. .
Anche noi oggi, come durante quella terribile esperienza del Trecento, forse percepiamo con molta difficoltà questo sorriso.
La Vergine Maria sostenga la nostra speranza e il nostro impegno.
In attesa che anche sui nostri volti torni a risplendere la gioia.
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Anna Zanotti
Silenzio totale

Quando il primo lunedì mattina non li ho visti arrivare non mi sono preoccupata troppo, anzi ero sollevata all’idea di avere un po’ di pace. I corridoi silenziosi, i pavimenti senza impronte sporche, nessuno schiamazzo, tranquillità, ordine. All’inizio non mi facevo troppe domande, mi godevo quella vacanza regalata assaporando i raggi del sole, che per essere fine febbraio erano già insolitamente caldi. Dopo una settimana cominciai a sentirmi inquieta: perché non tornavano? Dov’erano? Tutte le mattine mi aspettavo di vedere qualcuno varcare il portone, di sentire una voce o dei passi all’ingresso, ma nulla, silenzio totale. Fu inevitabile che iniziassi a essere perplessa, confusa, poiché era chiaro ormai che in quell’assenza prolungata c’era qualcosa di anomalo. Cosa stava succedendo?

La mia curiosità trovò risposta casualmente nella telefonata di una passante: Coronavirus, ecco il nome, ecco la causa per cui i miei studenti non si presentavano da più di quindici giorni. Ero stata chiusa per prevenire la diffusione del contagio di quella nuova e insidiosa malattia, alla quale a quanto pare bastava un colpo di tosse a meno di un metro di distanza per trasmettersi. Non passò molto prima che gradualmente la mia stessa sorte toccasse anche ai negozi, alle chiese, ai teatri, ai musei, ai parchi, a tutti i luoghi dove le persone potessero aggregarsi.

Un mese dopo quel primo lunedì la città era un corpo immobile, uguale ma irriconoscibile, bellissima come sempre, accarezzata dall’aria primaverile, ma spenta, congelata, muta. Non erano scomparsi solo gli alunni, erano scomparsi tutti. Dalle finestre aperte delle case origliavo le notizie dei telegiornali: la situazione era critica, per arrestare l’aumento del numero di infetti ai cittadini veniva richiesto- e imposto- di non lasciare la propria abitazione se non per necessità assolutamente indispensabili, nessuna uscita che non fosse inderogabile era consentita. Tutti i canali ripetevano le stesse parole, sottolineando come, per quanto restrittive, quelle misure fossero le sole in grado di garantire la sicurezza della popolazione. Restate a casa: prima un invito, un appello al buonsenso, poi quasi un ordine e infine, davanti alla gravità della circostanza, una supplica.

Oggi è come ieri, sono ancora chiusa e siamo quasi ad aprile. Mi manca osservare gli studenti, seduti nei banchi delle mie aule con le loro inimitabili espressioni, mi manca ascoltare le spiegazioni dei professori e sentire per ore e ore una marea di rumori di libri sfogliati, interrogazioni, fotocopiatrici, penne che scrivono. Mi mancano la vita, le emozioni e persino il baccano che riempivano le mie pareti.

In questa solitudine forzata la mia consolazione è solo una: sapere che la lontananza è una protezione essenziale e avere la certezza che per quanto sia duro il distacco è un sacrificio benefico. Ogni sera mi fermo qualche minuto a rileggere il mio nome scritto a caratteri neri sopra all’entrata, un po’ per noia e un po’ per necessità: così almeno non dimentico che nonostante questa estraniante condizione sono ancora una scuola.

Francesca Aloise
RIFLESSIONI SUL MONDO DELL’ARTE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Mentre nel Mondo si sono diffuse in poco tempo ansia e preoccupazione per lo status che si è venuto a creare, volevo condividere con voi alcune riflessioni sui vari ‘impatti economici e sociali’ che il virus sta avendo e avrà sul mondo dell’Arte e della Cultura, ma anche su come queste possano eventualmente reagire, magari migliorando la pregressa situazione.
Al momento, mi focalizzo sull’approccio alla fruizione delle opere d’arte.
È qualcosa che prima o poi bisognerà affrontare, dal momento che ciò che viene messo in crisi ora (come si vede dal costante rinvio di eventi e appuntamenti in Italia e nel mondo) è proprio la modalità di fruizione delle opere e dei loro contenuti, con le abituali caratteristiche:

  • il consumo, perchè opere e contenuti debbono essere consumati, quindi e’ necessario l’approccio ad essi;
  • la velocità, intesa degli spostamenti per raggiungere l’evento, e della visione per mancanza di tempo.

Quindi e’ venuto meno proprio il fatto che il massimo dei risultati di una manifestazione d’arte (fiere, aste, mostre) viene misurato in termini di “pubblico”, la grande affluenza, cioe’ la concentrazione nello spazio e nel tempo (preview, inaugurazione , svolgimento e mole prodotta di affari) di gente, che viene raggiunta, e quanta consuma l’opera.

All’interno dello schema attuale mostra/fiera/biennale il tempo e’ scarsissimo, e uno degli effetti è stato che man mano, nel corso dell’ultimo trentennio, anche le opere si sono naturalmente adeguate a questo brevissimo tempo di fruizione, inseguendo i favolosi ‘like’, ed utilizzando sensazionalismo o peggio l’iper-semplificazione, pur di attirare l’attenzione dello spettatore, del collezionista o dell’istituzione.

Ciò che entra in crisi è quindi questo modello.

È ovvio, nessuno sta dicendo che dall’oggi al domani si possa demolire un’intera impostazione per fondarne un’altra, dal nulla; però, i momenti di emergenza di solito sono utili per cambiare punto di vista.

Il Coronavirus ci può costringere ad intravedere qualcos’altro che fino a questo preciso momento, magari per pigrizia, era stato scartato, o neanche riconosciuto.

Così come sta avvenendo in molti campi lavorativi, ciò che purtroppo, o meno male, viene messo in discussione è il modo in cui siamo abituati a fare le cose, che applicato al sistema Arte, e’ l’abitudine a considerare normale o addirittura necessario assistere al girovagare di gente colta e benvestita che si sposta da una parte all’altra del globo per essere presente ossessivamente a tutti gli eventi importanti.

Ovviamente, questo processo ha influenzato in profondità il modo in cui osserviamo le opere, con una percezione superficiale e veloce, distratta dal “contorno”, cioe’ dal circo di comunicazioni e relazioni, spesso preferito a ciò che l’opera è effettivamente, e cosa dice.

Riappropriamoci quindi innanzitutto del TEMPO.
Credo che siamo tutti d’accordo nell’affermare l’importanza del tempo per assaporare un’opera d’arte, e che questo, finora, è stato la dimensione più sacrificata.
Ora, quindi, la sua dilatazione, e anche la sua dissipazione se vogliamo, è un bene che si sente fortemente, a volte anche in maniera oscura.

Oggi quindi abbiamo un valore in più, molto caro all’Arte: il tempo.

Quali sono con le nuove restrizioni di spazio i nuovi metodi di gustare l’arte?

L’opera di questi tempi ha a disposizione altre strade per essere visitata: quella digitale, indicata dalla net.art (un esempio su tutti: Art Basel Asia ad Hong Kong, le Viewing Rooms online, con 2.000 opere, 235 gallerie e oltre 250.000 visitatori in 5 giorni, dal 20 al 25 marzo!); o quella di una fruizione dell’opera intima, domestica e/o comunitaria. Detto in parole povere: non tante, tantissime persone in uno spazio iper-concentrato (lo spazio espositivo), ma tante persone, distribuite nel tempo, che non consumano oggetti e contenuti, ma che vivono un’esperienza (l’opera) all’interno del proprio spazio quotidiano.

Il cambiamento nei modi non è una novità……

Parlando solo di epoca moderna, nei vari decenni del Novecento, la produzione e la fruizione dell’Arte hanno assunto aspetti diversi con: la Land Art, gli Happening, le Performances, la Body Art, o l’Arte Concettuale, solo per citarne alcuni; tutto poi prontamente riassorbito all’interno del circuito mercato/consumo/evento, come del resto è naturale che sia, perché l’Arte necessita ogni volta di forme nuove d’espressione, figlie dello scorrere fisiologico di aspetti storici e sociali; ma forse l’attuale emergenza sanitaria è un’occasione per riflettere su di esse, e per cominciare a vederle in prospettiva ed eventualmente, una volta che tutto sarà superato, dire: non mi va, desidero che tutto torni esattamente come era prima.

O forse no.

Roma, 25 marzo 2020

Angelino Stella
1. La quarantena, arriverà un giorno qualunque

Prima dello schianto si levò un urlo disumano. A seguito del frontale, l’auto si ribaltò più volte, prima finire la sua corsa contro un albero. Così Angel Star andando al lavoro, terminò il suo percorso in un letto di terapia intensiva della sua città. La sera precedente l’aveva trascorsa a casa sua, cucinando leccornie varie per i suoi amici e tra un piatto e l’altro dalla TV, apprese di uno strano virus comparso in Cina.

“Terra violata”
Giro giro tondo, non casca più il mondo
rapito dalle ombre,
non casca più la Terra, spogliata di ogni foglia
da assassini ben noti, dai lineamenti gentili,
avidi, ingordi di post multiformi,
predatori di storia e di ogni linfa vitale.
Nipoti vi guardo, luminosi voi siete,
vi lasceremo macerie e un triste pensare,
tachicardico sogno, che cerco invano di scansare.

Prima di essere sedato notò un’ampia stanza piena di macchinari e di letti vuoti. Anche se non connesso con il mondo esterno, il suo cervello creò una dimensione parallela affollata di figure con cui iniziò a comunicare. Un figura in apparenza familiare, chiamandolo per nome, gli sussurrò:”nel marasma umano colmo di cinismo e indifferenza, ma anche di coraggio e solidarietà, il tuo percorso è stato segnato da una sensibilità premonitrice quasi disarmante. Centinaia di poesie tra cui “I divoratori del presente gli untori del domani”, scritta nel 1991 e non solo, per accusare il genere umano naufragato e disperso nella tempesta perfetta del qualunquismo globalizzato,frutto di errori macroscopici reiterati all’infinito, nell’enfatizzare solo l’arricchimento personale materiale quotidiano,a danno dell’etica applicata alla libertà,alla giustizia e al lento riflessivo andare. Aimè da tale data, “le formichine impazzite inseguite dal consumismo e dal tempo”, hanno dato il meglio di se nel saccheggiare questa perla della biodiversità, questo Paradiso, che forse non ha eguali nella nostra Galassia. Con il passare dei giorni, questi sogni diventarono sempre più rari fino a scomparire. Solo l’ultimo sogno si tramutò in un vero incubo.
Correva a perdifiato inseguito da pipistrelli, orsi bianchi, pinguini, polli,maiali, coala, api, mucche, fino ad allora solo creature indifese contro gli uomini che le stavano sterminando. Lanciavano dardi a forma di una pallina con aculei colorati, con su scritto, sars, ebola, peste suina, Bse(mucca pazza), aviaria dei polli, co.19. Mentre un dardo stava per colpirlo si svegliò di colpo, urlando. Quando aprì gli occhi si trovò circondato da medici. Il loro capo esclamò:” presto spostiamolo da qui perché rischia di avvicinarsi di nuovo alle porte dell’Inferno”! Con i suoi occhi scrutò l’area circostante. Decine di letti con persone intubate lottavano strenuamente per non morire. L’incubo si era trasformato in realtà .

“Pianeta ferito”
Ideologia invitante,
accattivante matrigna, propaganda pregnante,
danzi con il profumo dell’odio,
razza, colore, denaro,fede,
subdoli messaggi approdano violenti
nell’indifferenza quotidiana,
padrona assoluta del vociare umano.
Rimossa la storia, così la memoria,
questo gregge belante,
questo popolo che fu,
è pronto a rifarlo per il potere finale,
con una scissione nucleare,
o con un virus rapido e letale.
Pianeta saccheggiato e ferito
questa volta non avrai scampo.
Ma Madre Natura ti salverà.

2. “Basta poco per vivere”.
Migliaia di creature innocenti in queste settimane si sono spente nel sonno. Privati di uno sguardo, di una carezza, di un abbraccio da parte di chi li amava. Vere “cartoline dall’Inferno”, partorite da una guerra invisibile dove non appaiono macerie fumanti avvolte dalle fiamme ideologiche dell’odio, ma panchine vuote,marciapiedi desolanti, tavoli per il tre sette scagliati negli angoli bui della mancata coscienza globale. Tutto annullato da colui che non appare, da colui che non fa scelte tra profili imbiancati o lineamenti più lievi. Un mostro non cercato, non richiesto. Un’oscurità non voluta generata dal percorso deviato del genere umano.

“Rincorsa”
Ho valicato sentieri erti e scoscesi,

inseguendo albe multiformi,dai riflessi mai eguali,

mano nella mano del silenzio,un amante illuminato,

un avatar assoluto, un piacere mai domato.

Ho vagato negli oceani sconfinati del vivere o del morire,

dell’etica o dell’indifferenza,

smarrendomi quel tanto inseguito dai solstizi,

da colori inebrianti e mai resi,

rapito da sguardi incessanti tutti da scoprire.

Ho afferrato emozioni senza limiti,

solfeggi vibranti, sbocciati, fuggiti

verso lidi sconosciuti, che rincorro con affanno,

inseguendo la vita, una primavera illuminata,

colma di carezze primordiali,

precipitata tra le mani di un killer invisibile,

pronto a ghermirci,

generato dall’insipienza umana.

3. 25/03/2020
Fino ad ora tutto è stato consentito al padrone scellerato di questo mondo. Una specie evoluta che massacra le altre specie, allevandole senza limiti in spazi infami, imbottendole di ormoni e antibiotici letali per le masse. Abbiamo solo una speranza. Quella di porci in modo diverso nei confronti del pianeta e delle creature che lo popolano. In fondo le vere bestie siamo noi alla luce dei fatti, se ci pensiamo bene, non il mio amato cane che non sa odiare. Dobbiamo stare in campana. Madre Natura ha inquadrato da tempo il suo bersaglio. Ci ha messo nel mirino. Sono tanti i virus anomali che abbiamo generato negli ultimi vent’anni. Intanto per adesso ci ha iniettato il dolore e ci ha precluso la liberta. E’ la prima volta che accade nella mia vita. “Libertà soffio di vento coperto di polvere”. In fondo basterebbe poco. Iniziamo a cambiare stile di vita come stiamo facendo in questi giorni, dove tutto ciò che abbiamo lo usiamo con cura senza sprecare nulla nel timore che tutto possa finire, evitando così uscite anticipate di casa per la spesa estremamente pericolose.

“Consumati dal consumismo”.
Ho ribadito questo concetto con forza nei miei libri. Così come ho lanciato un logo sociale al riguardo:”B.P.P.V.”.(Basta poco per vivere). Dovremmo diventare nei fatti degli esseri umani liberi di pensare e non dei “robot molecolari”, schedati e numerati. In questi giorni drammatici e ancora oggi, 26/03/2020, in piena quarantena, ho constatato attraverso le mie emozioni, di guardare ancora con più gioia chi mi ama, ad iniziare da mia moglie e di cullare con forza un amico devoto: il silenzio. Di contro, alla gioia segue l’angoscia collettiva che qualcosa di devastante possa accadere e allora per non farsi sopraffare del tutto:

“Solfeggio”
Il silenzio, solfeggio divino,
un tintinnio evanescente, anche un po’ suadente,
scuote le anime brulle,
vaganti in quella valle dallo sguardo dirompente,
dalle forme mai eguali, dai profumi ancestrali.
Rintocchi si propagano nella valle del silenzio,
ondeggia dolcemente all’apparire del tramonto,
scosso lievemente da un respiro ammaliante,
planato dolcemente, accarezzato dal vento.
Due labbra s’incontrano.

Elio Rindone

Un’occasione da non sprecare

In un momento così difficile come quello che stiamo vivendo, chiusi ciascuno nelle nostre case, come può occupare il tempo un vecchio professore di storia e filosofia, ormai in pensione da dieci anni? Ovviamente leggendo, ma poi anche scrivendo, visitando musei in maniera virtuale, mantenendo i contatti con gli amici, e soprattutto… riflettendo. Perché quella presente potrebbe costituire per me, ma mi auguro anche per altri, un’occasione per riscoprire l’attualità della pratica della filosofia intesa come ricerca del ‘sapere-saggezza’. Credo, infatti, che oggi più che mai sarebbe opportuno, come suggerivano le grandi scuole dell’antichità, riservare uno spazio quotidiano alla meditazione filosofica. E mi pare bene, anzitutto, ricordare che la saggezza non si acquista in poco tempo ma grazie a un lungo esercizio e ha normalmente bisogno di nutrirsi della lettura di testi che aiutino a vedere la realtà quale effettivamente è, strappandoci dalle banalità dell’opinione corrente.

Leggere, poi, non significa sfogliare velocemente delle pagine per cercare informazioni sui più svariati argomenti o per conoscere le opinioni altrui ma rivedere le proprie scelte di vita alla luce di idee che possono anche metterle in questione. E non è facile, perché – come scrive un noto studioso del pensiero antico – “non sappiamo più leggere, ossia fermarci, liberarci dalle nostre preoccupazioni, ritornare a noi stessi, meditare con calma, ruminare, lasciare che i testi ci parlino. È un esercizio spirituale, uno dei più difficili. <La gente, diceva Goethe, non sa quanto tempo e quanto sforzo costi imparare a leggere. Mi ci sono occorsi ottant’anni, e non sono neanche in grado di dire se ci sia riuscito>” (P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino 2005, p 68).

Fare filosofia – prosegue lo stesso autore – significa dunque “passare da uno stato di vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, rosa dalla cura e dalle preoccupazioni, a uno stato di vita autentica, in cui l’uomo raggiunge la coscienza di sé, la visione esatta del mondo, la pace e la libertà interiori. […] Questa è la lezione della filosofia antica: un invito per ogni uomo a cambiare se stesso. La filosofia è conversione, trasformazione della maniera di essere e del modo di vivere, ricerca della saggezza, di un nuovo modo di essere al mondo che consiste nel prendere coscienza di sé come parte della Natura, come particella della Ragione universale” (ivi, p 32 e 166).

Per fare filosofia non basta, dunque, meditare: occorre sforzarsi di assumere abitudini coerenti con le idee che cominciamo ad assimilare, perché – insegna Aristotele – “il giusto diviene tale col compiere azioni giuste e il temperante col compiere azioni temperate: e senza compiere queste azioni nessuno avrà neppure la prospettiva di diventare buono. Ma i più non fanno queste cose, e rifugiandosi invece nella teoria credono di filosofare, e che così diverranno uomini di valore; così facendo, assomigliano a quei malati che ascoltano, sì, attentamente i medici, ma non fanno nulla di quanto viene loro prescritto. Come, dunque, quelli non guariranno il loro corpo se si cureranno in questo modo, così questi la loro anima se faranno filosofia in questa maniera” (Etica Nicomachea 1105b).

Quello di cui parliamo è sicuramente un esercizio molto impegnativo, ma necessario se vogliamo essere padroni del nostro destino perché – ricorda Epitteto – “siamo da molto tempo abituati a fare il contrario di ciò che dovremmo fare, seguendo idee opposte a quelle corrette. Se dunque non cominceremo ad agire secondo le idee che ora abbiamo fatto nostre, lasceremo gli altri arbitri delle nostre vite” (Epitteto, Diatribe II,9,14).

Certo, sono pochi gli uomini che vogliono intraprendere questo cammino e molti quelli che non sono neanche in condizione di intraprenderlo: “come possono – prosegue ancora Hadot – raggiungere questa consapevolezza quei miliardi di uomini oppressi dalla miseria e dalla sofferenza? Essere filosofo non significa anche soffrire per questo isolamento, questo privilegio, questo lusso, e tenere sempre presente allo spirito questo dramma della condizione umana?” (ivi, p 196). Ma forse fare filosofia significa pure sentirsi responsabili di tale vasta parte di umanità.

Roma 24 marzo 2020

Carlo Bernard i
Diario minimo del coronavirus


Domenica 22 marzo 2020

Oggi avevo quasi finito il latte e, visto che la fila non era numerosa, sono andato a comprarlo. Parlando con la gente in fila e con le cassiere ho saputo, oltre che condiviso, che la paura e la costrizione all’isolamento domestico, anche se a molti fa bene perché spinge alla meditazione e crea distacco da abitudini e modi di vita consolidati, a molti altri genera rabbia e rancore, specialmente quando vedono quelli che per motivi ammessi camminano per strada e sono considerati gli untori della pandemia a cui bisogna sparare. Il virus si è già impossessato di questi cervelli che potrebbero restare lesionati in modo permanente.
Quando sono uscito dal supermercato ho visto tutte le strade completamente deserte e senza auto o pedoni sembrava fosse esplosa una bomba neutrinica che uccide tutti ma lascia case e oggetti intatti. Insomma le persone sono distrutte mentre le cose restano in piedi. Il risultato è stato impressionante e angoscioso.
Poi ho pranzato con zucchine lesse e del parmigiano terminando con un’arancia e una banana.

Il pomeriggio, dopo una breve dormita, ho rivisto il film Come eravamo con Robert Redford e Barbra Streisand. Il film di Sydney Pollack, ambientato negli Stati Uniti, mi ha proiettato in un passato che, anche se in modo diverso, ho vissuto anche io.

Dopo la cena ho visto il film La vedova Winchester. Credevo si trattasse di un film di costume ma era invece un film orrorifico e di fantasmi ambientato nella San Francisco dei primi anni del ‘900. Si dice mal comune mezzo gaudio ma ora che tutto il mondo si trova a dover prendere misure contro il COVID 19 non c’è nessuno che può sentirsi felice e senza preoccupazioni anche perché non sappiamo quanto tempo occorre prima di sconfiggere il male.

Intanto la Meloni accusa il governo di essere arrivato in ritardo e chiede le dimissioni rapide e rapide elezioni. Ma c’è veramente bisogno di perdere altro tempo e altri soldi per soddisfare la sua voglia di comandare? Il Parlamento poi, per riunirsi, deve pensare a garantire la salute dei deputati e dei senatori che dovrebbero partecipare da casa in videoconferenza in barba alla libertà di espressione che andrebbe comunque garantita.

 

Lunedì 23 marzo 2020

Io resto a casa, questo è il tormentone da quando è iniziata la quarantena casalinga. L’unica speranza è trovare la cura efficace per combattere il virus e, in ultima istanza, riuscire a selezionare il vaccino per sconfiggerlo definitivamente.

Intanto sono dovuto uscire per comprare una lampadina che si è fulminata e ho trovato Unieuro chiuso e, perciò mi sono messo in fila per acquistarla alla Conad. Ho capito che in questo periodo devo sperare che tutto funzioni perché se dovessi cambiare il televisore o il computer non avrei più contatti con il mondo e non saprei per quanto tempo.

Dopo il pranzo abbiamo letto brani del Il piacere di D’Annunzio. Lo conoscevo già ma come sempre l’ho trovato interessante ma pieno di volute espressioni forzatamente e eccessivamente colte. Ma questo era D’Annunzio, vate colto e insieme prolisso e egocentrico. Poi abbiamo iniziato la lettura del romanzo Il circolo Dante di Matthew Pearl ambientato nella seconda metà del 1800. Si tratta di un giallo orrorifico ambientato nella città di Boston dove l‘assassino si ispira alla Commedia per compiere i delitti. Parte da una storia vera ampiamente romanzata e quello che emerge sullo sfondo è una riunione settimanale dei poeti e letterati dell’epoca come Henry Wadsworth Longfellow James Russell Lowell James Thomas Fields George Washington Greene. Questa e questa è storia vera perché questi letterati si adoperavano per tradurre la Divina Commedia di Dante creando il presupposto che, ancora oggi, considera intellettuale solo chi conosce la Commedia di Dante. Mi sono sempre domandato del perché Il Codice da Vinci ha avuto larga diffusione e Il circolo Dante lo conoscono in pochi. Poi, nella prefazione ho visto che la distribuzione del romanzo di Dan Brown è una potenza e il Codice aveva una schiera di carrarmati editoriali di livello internazionale. Non è quindi la bravura dell’autore a determinare il successo di un’opera ma spesso dipende da chi la sostiene e la commercializza.

Così è passato il pomeriggio, chiuso con la lettura e aperto col telegiornale della sera da cui mi aspetto notizie sulla fine della quarantena ma non ci sono novità di rilievo e dovremo restare ancora tutti a casa. Ma non era il titolo di un film?

Dopo una cena con merluzzo e fagiolini lessi La serata è trascorsa ascoltando In arte Mina condotta da Pino Strabioli. Mina ha accompagnato la mia gioventù e ancora oggi ritendo che no ci sia un’altra cantante come lei che è difficile anche imitare sia per la straordinaria estensione vocale e sia per la capacità di farsi musica e canzone lei stessa. C’era già allora chi la definiva la Barbra Streisand italiana ma io credo che per alcuni aspetti fosse superiore.

Terminata la scrittura di questo diario sono andato a dormire pensando che, anche oggi, sono riuscito a non annoiarmi.

Martedì 24 marzo 2020
Oggi, per fare la spesa, sono uscito tre volte. Dal fruttivendolo una piccola fila sul marciapiedi aspettava il suo turno, tutti muniti di mascherine di foggia diversa. Passando per vedere quali verdure erano rimaste sento una voce femminile urlante: Lei, mantenga la distanza di sicurezza oppure viene a fare la spesa da solo, e non ha neanche la mascherina. Considerando che io ero solo, non ho subito afferrato il significato di quelle parole ma poi ho risposto: Prima di uscire di casa ho misurato la temperatura corporea e visto che siete tutti muniti di mascherina protettiva il rischio semmai lo sto correndo io e non mi sembra che sia arrivato troppo vicino a lei. Questo episodio mi ha fatto pensare a quanto la paura sia entrata nella psiche delle persone e, se da un lato può essere un bene, dall’altro può mandare molti fuori di testa. Forse troppi, alla fine di questo periodo e specialmente se fosse troppo lungo, avranno bisogno di ricorrere allo psichiatra. Al supermercato, dove mi sono recato dopo, ho incontrato il regista Longoni, che ha scritto di recente anche un romanzo, e la moglie attrice e aspirante regista che il virus ha costretto a rimandare le sue aspettative. Ho visto con piacere che stanno tutti bene e ho ricordato la sua storia di Caravaggio passata in televisione e che ho molto apprezzato.

Pranzo e fagiolini all’agro con un arancio hanno messo a posto lo stomaco per il pranzo. Poi, fra il ricevimento di una telefonata e l’altra, dopo la ripresa di alcune letture, abbiamo iniziato a leggere le novelle di Anton Céchov che ho riscoperto piacevoli e alcune anche divertenti, interrotte come ogni sera dal telegiornale con le ultime notizie sul coronavirus. Non ci sono ancora grandi novità ma ormai non si parla d’altro e, ogni altra notizia, che in altri momenti avrebbe avuto grande rilievo, passa ora in seconda battuta.

Una volta cenato con fegato e cipolla, cicoria e un clementino, abbiamo assistito alla ennesima puntata de Un posto al sole dove sembra che a Napoli il coronavirus non sappiano neppure che esista. Visto che non c’era altro di interessante abbiamo scelto su Sky il film The Thatcher Una storia di potere in una scuola della Repubblica Slovacca ai tempi del comunismo dove una insegnante, presidente del partito locale, si fa dare l’elenco delle attività dei genitori per premiare gli alunni di quelli che sono disponibili a farle dei favori o svolgere lavori per lei mentre gli altri, anche se bravi, sono penalizzati con brutti voti. Il film non è privo di interesse e ha avuto il premio come migliore attrice a Berlino.

Sperando di tenere il coronavirus fuori della porta, sono andato a dormire sperando in un giorno migliore.

Mercoledì 25 marzo 2020
Oggi si rammemora il giorno in cui Dante iniziò il suo viaggio ultraterreno perciò oggi, come tanti altri, io leggo Dante, per unirmi agli studenti e agli appassionati della Commedia anche se non posso dire di essere nel mezzo del cammin di nostra vita. Anche rispetto al prolungamento dell’esistenza individuale, sono andato abbastanza avanti e non di poco. Ho attraversato tutto l’Inferno e ho percorso molta strada del Purgatorio ma non sono mai arrivato in Paradiso però non voglio disperare perché non è mai troppo tardi. Se oggi non è un vero intellettuale chi non conosce la Commedia di Dante, devo riconoscere che un comico come Benigni lo è perché ha commentato e poi letto l’intera opera dantesca.

Dopo le pulizie della casa, in tarda mattinata sono uscito per prelevare qualcosa da un bancomat per on restare privo di soldi e poi sono andato in farmacia a consegnare dei medicinali scaduti. Al supermercato poi, ho acquistato del pane pagando con un buono spesa di una lampadina pagata due volte e sono tornato a casa in tempo per pranzare ascoltando le ultime notizie dal telegiornale. Sembrerebbe manifestarsi una tendenza favorevole verso una diminuzione di decessi e di ricoveri ma dovrà affermarsi durante il fine settimana per stabilire se è stato superato il picco del contagio.

Nel pomeriggio, dopo un’incursione nel dibattito alla Camera dei Deputati in un’aula dove, pur avendo preso le distanze, con i posti vuoti che superavano quelli dei parlamentari presenti, il dibattito è sembrato per la prima volta civile e improntato a sentimenti condivisi. Dopo il discorso di Conte ho notato che anche la Meloni si era alzata applaudendo. Si spera, pur nelle diversità, che possa continuare così.

Subito dopo abbiamo continuato con la lettura delle novelle di Céchov seguite dalla ripresa della scrittura del diario di queste giornate amare. Poi la cena e un film in TV. A seguire, così com’era cominciata con, io leggo Dante, abbiamo letto i primi tre canti dell’Inferno che proseguiremo anche nei prossimi giorni.

Intanto, anche oggi, non ci siamo annoiati.

Giovedì 26 marzo 2020
Oggi mi aspetto che la UE decida in fretta una politica comune per finanziare e rilanciare l’economia durante e post coronavirus. Draghi ha dimostrato di saper affrontare le situazioni comunque si presentino e ha suggerito di impiegare ogni risorsa disponibile e non disponibile per evitare che uno shock economico, peggiore di quello del 1929, impedisca poi qualsiasi ripresa che provocherebbe la morte di più di un miliardo di persone e forse due. Ora si può accettare un mondo in cui non funzionerebbe più niente, compresa ogni produzione alimentare, ogni consegna di generi di prima necessità, ogni rifornimento di generi agricoli e alimentari? Che fine farebbe l’energia elettrica, il riscaldamento e molte attività lavorative? Questo lo sanno i Paesi europei? E fuori dell’Europa lo sanno? Intanto il Papa, per domani, ha annunciato una messa e la benedizione Urbi et Orbi perché non si sa mai.

Io resto a casa e oggi non mi sono mosso se non per compiere le solite faccende di casa. Non esco, non vedo nessuno, non vado da nessuna parte, questi sono i giorni del coronavirus.

Nel pomeriggio abbiamo letto altri tre cantici della Divina Commedia e poi abbiamo visto un film. Poi, dopo un’ottima cena con ragù e tagliatelle all’uovo e aver ascoltato il telegiornale, abbiamo visto un altro film con Julien Moore e Nicolas Cage. Siamo dei cinefili e questi sono film che non scegliamo mai di vedere nelle sale cinematografiche ma se serve per passare il tempo sono utili per non annoiarci.

Oggi i dati segnalano un peggioramento della situazione in Lombardia e ne Lazio dove, dopo Fondi, anche Nerola è stata isolata come zona rossa. Nel frattempo l’opposizione di destra si offre per contribuire a superare una situazione diventata gravissima, ma condiziona questa disponibilità al passare la palla all’opposizione che così pensa di sostituirsi al governo in un momento in cui il governo sta, mettendoci la faccia, facendo scelte importanti e responsabili come quella di non firmare il documento della commissione UE minacciando di continuare da soli se la UE non dovesse recepire la gravità del momento con l’allineamento di Paesi come la Francia, la Spagna e altri sei.

Francesco Paolo Tanzi
Prima di tutto…

E’ passato un po’ di tempo da quando Natale Antonio ci ha invitati a scrivere qualcosa su questi giorni (mesi) di virus-paura…
Ma non è facile (almeno per me) avere un’esatta cognizione del passare dei giorni e delle ore che adesso si accavallano senza soluzione di continuità in un confuso marasma di sensazioni vaganti e mai risolutive.
Nel periodo della normalità – quando? Non ricordo bene… – riuscivo a trovare i frammenti di tempo per pensare a me, alle mie scritture, ricucendomi gli spazi necessari per essere produttivo, creativo, umanamente immerso nel mistero che ci circonda e nel caos-natura mai come adesso tradita e misconosciuta.
Ora mi alterno, nella mia clausura, a telefonare, inviare e-mail e whatsapp ad amici e parenti lontani per condividere preoccupazioni ma anche messaggi di speranza e cauto ottimismo. Rimetto in ordine le mie cose, i miei scritti, i miei libri, i miei rapporti familiari, i miei mille progetti inconclusi, le mie ansie e paure, le mie insoddisfazioni, i miei desideri inappagati, la mia voglia inesausta di essere e di amare.
E’ passato un po’ di tempo, ma eccomi qui e ringrazio Natale Antonio per questa bella opportunità di condividere insieme pensieri e sensazioni.
E saluto gli amici/che (in ordine di lettura) Daniela, Plinio, Elio, Eugenia, Luigi, Anna Maria, Sabino e Luigi, con i quali ho condiviso in altri momenti affinità elettive, incontri, situazioni creative e chi più ne ha più ne metta. E chi non conosco ma che ho avuto il piacere – e la sorpresa – di leggere.

… e poi

Ora sono qui, davanti al computer, amico numero uno, che mi permette – dimenticata, ma mai del tutto, l’antica (?) penna che disegna il foglio coi pensieri emersi da chissà dove – di restare in contatto con il mondo, ora più che mai angosciato da questa storia infinita di Covid-19 che ci assilla ormai tutti a 360 gradi – mai come oggi è valido questo ricorso alla geo-geografia – tutti noi che apparteniamo a un’unica razza, quella umana, che forse, anzi certamente, si accorge adesso di quanti errori ha commesso di fronte all’eterno svolgersi della natura incandescente ed onnivora di cui siamo solo una microscopica parte, affannati però come siamo a perseguire progetti, profitti, affari, senza renderci conto di quanto vano sia questo nostro muoverci a vuoto.
E ora sono qui, a chiedermi sa abbia mai fatto tutto quel che potevo fare per ritrovare il senso delle cose, quando la mattina mi sveglio cercando di riagganciare i ricordi del passato per appuntarli nel taccuino dei progetti futuri, sempre più confusi e poco lucidi come avviene nelle mattine senza sole – sta nevicando adesso nel mio in fondo comodo rifugio di provincia dell’ormai antico Elogio – quando mi chiedo cosa fare e mi arrovello per dare un senso alla giornata che si presenta ancora una volta più lunga del previsto – come accade ormai da molto, troppo tempo – e mi aggiro inquieto ma pur sempre speranzoso nei meandri del pensiero senza venirne a capo ma comunque deciso più che mai a vivere questa mia condizione in comunione con voi – tutti voi! – suddividendo i minuti e le ore che passano nei movimenti casalinghi – perché no? – alternati da letture amate e da contatti virtuali e da clic sulla tastiera e da momenti di sosta bevendo un sorso di buon vino per riprendere fiato in questo mio interminabile e interminato tentativo di fare il punto della situazione, di riscoprire il pernio del mondo – come diceva Das – in attesa del comunicato delle 18,00 quando il capo della Protezione civile Borrelli annuncerà – si spera! – un ulteriore calo dei contagi e soprattutto dei morti.
E sono qui a districarmi tra fogli e foglietti e messaggi whatsapp da decifrare, controllando se la carica dell’I phone non sia del tutto esaurita e se la stampante del pc abbia l’inchiostro necessario per materializzare l’ultima versione dell’ Autodichiarazione ministeriale per gli eventuali spostamenti comunque e sempre da evitare saggiamente mentre mi domando quanto altro ho da fare – o voglio fare – fino a quando non sia giunta l’ora di cena per guardare mia moglie negli occhi a domandarci cosa fanno e come stanno i nostri figli sparsi per il mondo – Piemonte, Berlino e New York – anche loro assediati da questo maledetto virus che sta pian piano distruggendo ogni plausibile speranza di cavarcela in tempi brevi o comunque ragionevoli. Li abbiamo sentiti e li sentiremo ancora fino a quando non sarà finita la giornata…
Salgo le scale per controllare se in camera da letto funziona il termosifone e guardo – e sembra mi osservino – i dipinti di Patrizio, Cara, Diana, Nietta, Giordano, Enzo, Pasquale, Gioconda, Agnese, Domenico e Ginesio, appesi lì come testimonianza di un affetto comune fatto di ricordi e situazioni forte segno di amicizia e di creatività condivisa.

Torno giù per accendere la televisione e rendermi conto che le previsioni erano, ahimè, ottimistiche e che i morti sono aumentati ma i positivi, fortunatamente, diminuiti.

Mai come adesso – forse –
abbiamo tutti bisogno d’amore
e ci osserviamo – timidi – in attesa di parole
di gesti contatti sensazioni
per arrivare in fondo a quel vuoto che ci assilla
e ci attrae

qual fiume caldo che trascina
leggere immagini riflesse

forme di noi

canzoni”.
Agnone, mercoledì 24 marzo, ore 18,30

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Vincenzo Ariete
Tutti a casa

Sono impuro,

bordellatore insaziabile,

beffeggiatore, crapulone,

lesto di lengua e di spanna,

facile al gozzoviglio.

Fuggo la verità e inseguo il vizio.

(“Brancaleone alle crociate”)

Nel film di Luigi Comencini gli sbandati tornavano a casa mentre la guerra intorno, con le sue rovine di palazzi e quartieri smantellati, stava agli sgoccioli. La guerra la vedevano, la toccavano con tutti i sensi; sapevano da dove poteva venire o dove stava per evitarla. Tutti erano ansiosi di tornare a casa perché finisse. La casa, se ancora in piedi, era la fine delle devastazioni e delle macerie di paesi e di uomini.

La guerra di virus non la vedi, non sai da dove può venire. La guerra la combatti a casa. La fratellanza che accomuna la guerra di poveri cristi, spesso mandati al martirio contro un nemico fatto di mitra, bombe e carri armati, sparisce: il nemico è ovunque e in ognuno. Nessuna comunanza, la guerra è solitudine, nemico giurato del virus.

Anche Francesco sta combattendo la sua: è passato così poco tempo e gli sembra un secolo. Dalle prime timide ammissioni sul nemico, molto sottovalutato, oggi è stata decretata l’allerta massima. L’Italia è zona rossa e le restrizioni sono severe.

Francesco deve il suo nome al tifo di suo padre per la Roma, ha sei anni e non capisce bene il concetto di virus. Un microbo? peggio ancora, un essere invisibile? Non meglio. Insomma suo padre Roberto non sa come fargli capire perché deve rimanere in casa per tanto tempo, non andare a scuola e non vedere i suoi amichetti. Inutile provarci con sua sorella di tre anni, ma almeno lei non gli crea problemi.

Sua moglie, insegnante, sta a casa mentre Roberto sta provando il lavoro agile come se il lavoro di questi tempi fosse una cosa agile! Per la grande confusione che i suoi figli fanno, inevitabile alla loro età, non riesce a lavorare più di tanto: approfitta dei loro sonnellini. E’ una esperienza nuova per lui, stare tanto tempo a contatto con i suoi. Alla fin fine non è nemmeno tanto male!

Il bollettino di guerra giornaliero aggiorna il quadro della situazione. Per fortuna il Lazio è ancora a livelli di contagio contenibile. Certo che se i giovani se ne fregano- tanto a loro il virus non gli fa niente- presto il Lazio rischierà di diventare come la Lombardia.

Anna provvede alla spesa. Ci va in orari “morti” per incontrare meno gente possibile. L’ultima volta ha impiegato tre ore perché la gente era comunque tanta. Ha perso il gusto di soffermarsi e soppesare le offerte prima di acquistare un prodotto. Oggi va con la lista della spesa, che esaurisce in pochi minuti, quasi la stesse rubando la merce. Con una mascherina fatta in casa con carta da forno corre alle casse, a debita distanza di probabili untori e scappa a casa. Lui modula le sue soste dal lavoro in questi frangenti e le lascia il peso di gestire i bambini per il resto della giornata.

Dall’inizio del decreto, che vieta i movimenti se non per comprovate esigenze, le immagini di Roma, che manda la televisione, sono più desolanti di quelle di ferragosto. Gli autobus viaggiano praticamente vuoti, il gioco diventa quello della caccia al pedone in una scacchiera deserta.

Gli spettacoli televisivi di calcio o altro con tanta gente accalcata sembrano così lontani.

I nonni sono in autoisolamento e si accontentano di brevi esplosioni di vita con i nipoti al cellulare, per il resto della giornata regna il silenzio: lui legge, scrive e si informa prevalentemente su internet, lei dipinge.

Non è un lettore accanito, dopo poche pagine comincia a distrarsi e poi molla il libro. Il divano è diventata la sua postazione preferita. Un po’ dorme e un po’ comincia a pensare sulla situazione curiosa a cui è costretto. Il suo pensiero va ai vecchi che ha conosciuto quando era ragazzo. Gente che aveva lavorato nei campi finché il fisico reggeva, poi passavano le giornate intere in un cantuccio di casa o davanti al focolare facendosi rimbambire dal fuoco.

Si guarda spesso allo specchio, mentre si lava le mani troppe volte al giorno.

Cerca di restare impegnato in qualsiasi cosa durante il giorno, per non pensare alla situazione. Si considera a rischio per le tante patologie che ha. Se si sofferma troppo comincia ad andare in ansia. Immagina il percorso che lo accompagnerebbe, fino al tragico epilogo. Più di una volta viene assalito da un tremore, che non è dovuto al freddo, né a febbre: è’ panico. Solo sua moglie Anna è in grado di sciogliere, con la dolcezza, la matassa di nervi che lo imbriglia.

E non è passato nemmeno un giorno dall’ultimo decreto. La prigionia a cui è costretto è più mentale che reale. Quando poteva scorrazzare liberamente erano più i giorni in cui indolentemente preferiva starsene a casa, che le rare volte in cui sua moglie riusciva a farlo alzare dal divano.

Per il grosso della giornata sta davanti al televisore, così il tempo passa più in fretta. Ma per la prima volta ha una specie di assuefazione. E’ troppo smanioso per l’ansia del problema immanente che potrebbe travolgerlo.

Su internet ha studiato nei minimi dettagli la sintomatologia della malattia da coronavirus. Passa molto tempo a spiare il suo corpo. Al minimo accenno che questi gli dà in direzione dei sintomi descritti per la patologia, va in paranoia. Assilla sua moglie con mille domande, che ne sa meno di lui.

Il tono della moglie è tranquillizzante. Non si può fare altro che accettare la situazione.

La sua casa è diventata un rifugio, ma le bombe non fanno rumore, sono più insidiose,invisibili.Intorno non si vedono macerie e tutto sembra normale: giorno, notte e le stagioni si susseguono senza intoppi e i fiori sbocciano sulle piante o nei prati.

Il giorno in cui la quarantena sarà finita ha in mente di fare una festa con tutti quelli che conosce; oltre a mangiare si ballerà cheek to cheek giovani e anziani, ci si abbraccerà e ci si bacerà ogni tre minuti anziché lavarsi le mani e si organizzerà un’orgia di contatti da rasentare la denuncia per atti osceni. Poi si scenderà nella piazza grande del quartiere e si scambierà un segno di pace, dando la mano a tutti i suoi abitanti.

Intanto ha imparato la lezione a memoria meglio della poesiola “Rio Bo” che recitava male quando era bambino: apre la porta e il rubinetto con il gomito, sta a un metro di distanza da chiunque, non urla, cerca di non tossire e se gli scappa lo fa nel gomito; se gli capita uno starnuto se lo fa addosso…
E’ passato solo un giorno, oh mamma!

Carlo PIOLA CASELLI
Appunti Coronavirus 2

Ho ricevuto varie premurose richieste di notizie sulla mia salute da Fiume, da Chalkida (Isola di Eubea), da Atene, da Salonicco, da Belgrado, da Omiš (l’antica Álmissa), da Barcellona, dal Cairo, da Obiralovka (distretto di Mosca), da Bahìa Blanca (Argentina), oltre che da varie città d’Italia.

Nel romanzo di Tolstoi vi è la famosa frase di Pietro, «Si deve prendere il biglietto per Obiralovka?», e proprio questo diverrà il luogo fatale del tragico epilogo, ispirato ad un fatto analogo veramente accaduto.

Omiš è stato un luogo leggendario di pirati narentani, sulla costa dalmato-croata.

Francesc ed Assumpta, in Catalogna, molto sportivamente pensano che il miglior rimedio sia di andar in riva al mare a prendere il sole (per beneficiare dei raggi ultravioletti).

Mi ha rattristato il fatto che una mia conoscente, di Busseto, quindi appassionata di Verdi, ne sia stata colpita, anche se per fortuna ne è uscita vittoriosa, avendo avuto solo tre giorni di febbre.

Oggi sono uscito, poiché avevo saputo che avrebbero aperto (a rotazione) il negozio delle stampanti nella mia zona, avendo quasi finito il toner. Ho prima telefonato per aver conferma che fosse disponibile. Mi sono avviato e, passando rasente ad un giardinetto di giochi per bambini, rigorosamente chiuso, ho scorto un piccione morto. Ho pensato, pietosamente, all’ultimo volo di Icaro, con la differenza che per il volatile era compito quotidiano e non straordinario.

Mi sono ricordato che qualche anno fa, ad Assisi, avevo tenuto una conferenza su «Il poeta della libertà», ossia San Francesco, il quale ne «La predica agli uccelli», immortalata da Giotto, ha scritto «e sempre voi dovete Lui lodare, perché v’ha fatti liberi a volare».

Ho portato a casa le cartucce, poi mi sono recato, con la metropolitana (eravamo due persone a carrozza), all’«Apistica Romana», per comprare il propoli ed il miele. In Piazza Cavour ho scorto due autobus, non uno, del medesimo numero, per ritornare a casa. Uno stava partendo, ma io dovevo ancora fare la commissione. Quando sono uscito dall’erboristeria, brevi saluti e scambi di convenevoli, andare e venire, dieci minuti in tutto, al ritorno in piazza, anche il secondo autobus era già partito. Con lo sconforto del vuoto assoluto, prima troppi e poi nulla, ho pensato, aspetterò, intanto mi son messo ad attraversare i giardini, quando ne ho visto arrivare uno, poi con mio grande stupore se ne è accodato un istante dopo un altro. Mi son guardato intorno per chiedere, eventualmente, un autografo a Silvan, peraltro amico di mio figlio, pensando si fosse specializzato a far sparire e ricomparire gli autobus. Ho ricordato il titolo di quel film, «Miracolo a Milano», il cui intento era di fare in modo che «Buongiorno volesse veramente dire buongiorno», solo che a Roma i miracoli, prima d’ora, erano diventati rari.

Strada facendo ho ammirato quei semplici fiori gialli, sul prato delle aiuole che sono ad oriente della piazza. Mentre stavo per arrivare al capolinea l’autobus davanti è partito, allora son salito sul secondo, che in realtà era il quarto, perciò ho dovuto attendere, per la partenza, passando il tempo a guardar fuori dal finestrino: al centro, in lontananza, due persone, con un cane ciascuno, uno grande ed uno piccolo, liberi, che giocavano mentre loro parlavano (fatti amico o amica del cane per farti amico o amica del padrone). In disparte, una signora con un cagnolino, più piccolo, che teneva il guinzaglio con la sinistra ed il telefonino con la destra. Dopo un po’ è comparso un signore con un grosso cane, bello, fiero, fulvo, maestoso, sembrava quasi un leone.

Ricordate «La signora con il cagnolino», quella deliziosa novella di Pier Maria Rosso di San Secondo? (ma c’è anche un racconto con il medesimo titolo di Anton Čechov). Oggi, spolverando una collanina di libri, me ne è ricapitato tra le mani uno di Lucilla Antonelli, la quale nelle sue note autobiografiche menziona ripetutamente questo autore. Donna di grande stile e di carattere forte, mi mise a contatto con Michele Rinaldi, che a Napoli aveva la bella rivista letteraria «Anima e Pensiero», e recentemente son state pubblicate due mie lettere che gli avevo scritto in cui ella è menzionata.

Purtroppo però, alcuni animali, meno fortunati, fanno una «vita da cani». Pare che le persone non facciano la fila solo al supermercato, ma anche ai canili, ora tantissime di loro vorrebbero avere un cane, sia per compagnia, sia per poter uscire senza dover rendere conto alle forze dell’ordine. Tra questi, facendo un calcolo delle probabilità, c’è sicuramente una percentuale di coloro che ne hanno abbandonato uno in autostrada o comunque in altra maniera, ma son pronti a dichiararsi intimamente pentiti ed a giurare che lo terranno bene e che non se ne disferanno così ignobilmente, solite «promesse da marinaio in epoca di coronavirus». Al guardiano del canile non rimane che, presa una bella mancia, «lavarsi le mani» e «lavarsene le mani». Intanto, peggio di così!

Sicuramente il gatto guarda con felina ironia il rivale adottato, pronto a fargli «marameo» in contrapposizione alla propria emancipazione o semi-indipendenza.

La mente corre allora alla famosa canzone di Mario Panzeri, «Maramao, perché sei morto?», del 1939, protagoniste delle gattine disperate per l’ultimo sospiro del gatto per il quale spasimavano, con musica di Mario Consiglio, del genere foxtrot, derivata da un antico canto popolare abruzzese, finito in parte anche in un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, autore de «Er canto provìbbito», in cui racconta di uno storpio, messo in prigione poiché gli sbirri avevano pensato che lo avesse voluto cantare in dileggio per la morte di Pio VIII (30 novembre 1830). Più di un secolo dopo, a Livorno, le autorità hanno pensato che la canzone potesse essere di derisione per la scomparsa di Costanzo Ciano, il consuocero del Duce, ma Panzeri è riuscito a dimostrare di averlo scritto prima del luttuoso evento, mentre ad affiggerne le parole sul mausoleo (realizzato nel 1940) erano stati degli studenti nel corso di una bravata goliardica, all’incirca come capita a Roma con le famose «Pasquinate».

Egli ha scritto altri testi di canzoni che sono diventate famosissime con i primi Festival di Sanremo, con la radio e poi con la televisione, quali «Grazie dei fiori», «Papaveri e papere», «La casetta in Canadà», «Nessuno mi può giudicare», «Fin che la barca va».

Tornando al cane, esso è diventato simbolo indispensabile in raffigurazioni di arte sacra, come in quelle di San Rocco, personaggio più leggendario che storico, infatti la sua biografia deriva da una combinazione di un paio di personaggi differenti, comunque quella ufficializzata, di pietà popolare, per motivi contingenti, racconta che egli, dopo aver curato e guarito molti appestati, facendo un segno della croce sui loro corpi, era stato a sua volta vittima del morbo ma si era autoisolato in un bosco (venendo nutrito dal cane di un amico che gli portava il pane). In seguito, questa sua decisione era stata assai apprezzata e lodata dalle autorità civili e religiose, specialmente nel Concilio di Costanza del 1414, città colpita dalla pandemia, dovendo affrontare questa grave problematica ed essendo affiorato il ricordo del suo saggio esempio. Oltre al bel dipinto del Parmigianino, nella basilica di San Petronio a Bologna, ce ne sono tantissimi altri di grandi autori su questo santo.

Tornando, per pari opportunità, anche a chi crede di potersi permettere di dire «marameo», deve far poco lo spiritoso, poiché la sua amabilissima padroncina, pur lottando in prima linea con le amiche contro l’infibulazione delle ragazzine, è altrettanto pronta a fargli fare l’operazione, godendone sadicamente nel proprio subconscio. Non gli rimane perciò che esclamare «che vita da gatti!», riflettendo che anche la semilibertà a volte abbia un prezzo.

A proposito del nemico invisibile odierno, mondialista, sterminatore, sappiamo che nel 1918-1920 con la Spagnola siano state colpite 500 milioni di persone e ne siano morte 50 milioni (secondo altre stime, esagerate, 100 milioni), più che nella Prima Guerra Mondiale. Cosicché, in alcune città degli Stati Uniti, nel 1918, per salire su un tram, occorreva avere la mascherina.

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Adonella Montanari
Diario del coronavirus

  1. Prima settimana

Mentre la pandemia del coronavirus è esplosa in tutta la sua forza negativa trasformando le nostre vite e tutto ciò che ci circonda, il mio pensiero corre all’indietro in tempi assai lontani. Mi riferisco ai miei quindici, sedici anni. In quel periodo ero ossessionata da uno strano ricordo che veniva e svaniva nella mia mente come un flash e poi il nulla. Si trattava di una visione non chiara di una immagine di colore azzurro intenso che sfumava verso una linea arcuata che poteva sembrare il mare ma, nello stesso tempo, poteva essere uno squarcio di cielo che si immergeva o viceversa? In realtà si trattava di un sogno ricorrente che mi lasciava sempre lo stesso indefinito senso di incomprensione, insieme a una inquietudine che durava tutto il giorno. Dopo qualche tempo che questo fenomeno si ripeteva, sentii il bisogno di parlarne con mia madre. Mia madre fu molto attenta in questo mio disagio e mi consigliò di fare una o più sedute da uno psicologo. Eravamo alla metà degli anni cinquanta e già si avvertiva una ventata di novità dall’America. Nell’immediato dopo guerra ci fu un fermento culturale importante, il cinema americano era in prima linea anche con giovani registi che producevano film a sfondo psicologico e anche questo fece parte di una trasformazione epocale. In un paese come l’Italia che si stava rialzando dal doloroso passaggio della guerra, iniziò un nuovo processo di trasformazione culturale che cambiò gradualmente il Paese. L’Italia era uscita da un ventennio di dittatura e oscurantismo che la storia riconobbe come il più atroce evento storico che portò l’Italia di Mussolini insieme alla Germania Hitleriana alla terza guerra mondiale che fece milioni di morti.

Seguendo il consiglio di mia madre cominciai ad andare dallo psicologo, era un freudiano che aveva nel suo studio il classico lettino nel quale mi sdraiavo e lui si sedeva scostato all’indietro. Dopo poche sedute, in cui avevo parlato ampiamente del problema del sogno ricorrente, lo psicologo mi fece domande approfondite e, dalle mie faticose risposte, finalmente l’episodio del sogno fu chiarito. “Dovetti regredire fino ai miei otto mesi di vita. Mia madre amava il mare e, in tempo di guerra non c’erano mezzi di locomozione per andare da Roma a Ostia e viceversa, ci si doveva accontentare di camionette di fortuna, quando si trovavano. La camionetta aveva l’abitacolo guida davanti e dietro era un camioncino aperto con dei lunghi sedili di lato. La corsa quindi era piena di vento e di strattonate per le strade piene di buche. Chiaramente queste cose le ho sapute crescendo, allora mi accontentavo di dormire nelle sicure e amorevoli braccia materne. Quella volta, arrivati al mare, probabilmente ebbi un sicuro brutto risveglio mentre mia madre mi teneva col viso rivolto all’ingiù. Così io vidi per la prima volta il mare e il cielo confondendoli in un’unica meravigliosa visione a schermo panoramico.” Tutto questo fu possibile con le sedute di un giovane bravo psicologo che mi liberò da questa confusione infantile. Questo episodio mi è venuto in mente in questi giorni fantascientifici di quarantena in casa per la pandemia del coronavirus. Il confronto a distanza di così tanti anni non è necessario spiegarlo, viene con sé naturale confrontare due diverse guerre, questa di oggi senza bombardamenti né eserciti, né carrarmati, bensì con uno sconosciuto virus che si chiama corona e che ha messo knockout il mondo velocemente, senza mezzi bellici ne eserciti, così da solo agguerrito, potente, crudele e determinato continua, indisturbato ospite, a mietere vittime senza pietà, senza confini, con la cieca crudele continuità di un Killer! Ora il Coronavirus merita la mia poesia:

Il virus

si accontenta

di sostare

ovunque lui può stare

un po’

per riposare

in po’

per far del male

si propaga

si trasforma

per non esser

sempre uguale

miete vittime per caso

un po’ di più

per ammazzare

insistendo

con tenacia

propagandosi

nel mondo

tutti sono

in quarantena

colmati di fobia

intanto sta crollando

l’intera economia.

2. Seconda settimana
Sono passate due settimane di quarantena. La vita sembra sospesa tra le ansie e il dolore che ci circonda. La radio e la televisione e ogni altro mezzo di comunicazione è intento a informarci. Veniamo raggiunti ad ogni angolo della casa, dove viviamo come fantasmi, assopiti e affranti dalle innumerevoli notizie: oggi 25 marzo i morti sono un po’ meno di ieri e i guariti sono di più ma, il coronavirus continua, nella sua ferocia a tenere tutto l’intero mondo in ginocchio! La vita di pochi giorni fa, esattamente 14 giorni, sembrerebbe lontana più di un secolo. Erano i giorni in cui si usciva ancora normalmente. Andavamo a lavorare, in banca, alla posta e, ancora una settimana prima, addirittura al cinema. Abbiamo preso un cappuccino al bar, siamo andati a parlare con un amico prima di tornare a casa, abbiamo raggiunto un mezzo di locomozione, ecc. Ora siamo entrati nel deserto, un deserto senza sabbia né scorpioni, un deserto dove tutto è rimasto in piedi: i palazzi, le piazze, a Roma persino le sue meraviglie archeologiche sono presenti in tutto il loro splendore, immerse però nel silenzio, nell’assenza degli spettatori, dei suoi cittadini. Quindi una città fantasma e come tante città, tanti paesi, paesini, isole…tutto ci porta in un deserto inquietante dove sconosciute sembrerebbero anche le consuete vie percorse ogni giorno, tutto nel silenzio affannato del deserto che ci ha portato di colpo in un mastodontico cambiamento EPOCALE! Andiamo in farmacia spesso, non solo perché lì ci è concesso arrivare, ma soprattutto per vedere i farmacisti che conosciamo dietro il bancone e vedere un posto intatto uguale, infatti la farmacia non sembra cambiata perché vive con tutti i suoi scaffali, le medicine, le ampolle, perfetta, uguale a prima! Indubbiamente perché la farmacia rimane il luogo dove si compra la cura, e ci appare come un posto rassicurante.

Il risveglio non è più uguale a prima e nemmeno il sonno! L’altra mattina svegliandomi il primo normale impulso è stato un senso meraviglioso di continuità, avevo rimosso il corona virus, era un’alba come tante, normale, ero serena, ho acceso la radio come ogni giorno e, immediatamente, sono tornata nell’incubo! Tutto è cambiato, l’ansia si è ripresentata, padrona assoluta ripiombandomi nell’inquietudine. Per fortuna esiste la musica tutta da ascoltare: quella classica ci porta dentro un meraviglioso paradiso, il suo suono espandendosi ci permette di sognare ogni possibile fuga grazie anche Bach, la musica jazz è un altro tipo di ascolto che ti concede voli pindarici e, a seconda del pezzo e di chi suona, può farti raggiungere anche momenti orgasmici, la musica leggera invece dipende molto da chi e da cosa si ascolta, con lei puoi ripercorrere l’intera storia della tua vita e quella dei tuoi nonni e dei tuoi genitori. Insomma volendo, questo momento di domicilio coatto (che non sappiamo quanto potrà durare) potrebbe diventare un’occasione per ritrovarsi, per ripercorrere il passato e, obbligatoriamente, ripensare al presente e a un nuovo futuro da percorrere da soli o tutti insieme per reiventarci la vita!

Helene Paraskeva
Paesaggio Panacea

A destra i Cherubini
A sinistra il Morbo in frac
Nella piazza i camion in attesa.
Rimane la porta carraia
Là, in fondo.

A sinistra i Cherubini
A destra il Morbo rarefatto,
Renitente, messo in fuga.
In mezzo, il giardino di speranza
Dove l’orchestra suona il walzer
Dove ballano ciarlatani e prodigi
Dove sbocciano miracoli e gerani.
E la porta carraia là, in fondo.
Ma chi ci pensa più.
Ma chi la vede più.

26.03.2020

Ivano Mugnaini
Frammenti

These fragments I have shored against my ruins, Questi frammenti che ho eretto a protezione delle mie rovine. La traduzione del verso de La terra desolata di Eliot è libera. Ed è forse la sola cosa libera che posso permettermi in questi giorni di gabbie invisibili e inesorabili. O forse no. È libero, a suo modo, anche il pensiero che mi porta ad erigere con la mente frammenti di parole e pensieri a protezione della mente stessa, e del corpo, ad essa inesorabilmente e mirabilmente collegato.

La prima decisione, da quando è iniziato il contagio e la quarantena, è stata strana: mettermi a rileggere, con l’aggravante della lettura in lingua originale, La peste di Camus. Strategia autolesionistica, la definirebbe qualcuno. È forse è vero. Eppure, in quelle parole crude e sincere, scelte con precisione chirurgica, ho trovato il veleno ma anche le gocce dell’antidoto.

“Quando si chiusero le porte alle nostre spalle – scrive Camus – un sentimento individuale come quello della separazione da un essere amato, all’improvviso, dopo le prime settimane, fu quello di tutto un popolo, e, assieme alla paura, divenne la sofferenza principale di questo lungo tempo d’esilio”. Dalla consapevolezza della condivisione di una condizione innaturale nasce la riflessione che porta con sé, in modo inconscio, il cambiamento. “Il sentimento di cui nutrivamo la nostra vita, assunse un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano immensa fiducia nelle loro compagne si scoprirono gelosi. Uomini che si ritenevano leggeri in amore ritrovarono la costanza. Figli che avevano vissuto accanto alle loro madri guardandole appena, misero tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto nella piega del viso oppressa dal ricordo. Soffrivamo due volte, per la nostra sofferenza e per quella degli assenti, figli, spose, amanti”.

Eppure, ogni peste, reale o metaforica, ogni malattia, ogni ferita nella carne di un’epoca ha caratteristiche specifiche. Prosegue Camus: “Perfino la piccola soddisfazione di scrivere ci era negata. Tutta la corrispondenza era bloccata per timore che le lettere fossero veicolo d’infezione”. Oggi non è così. Le nostre gabbie, Internet, i messaggi, le chat, le immagini, le voci trasmesse via etere, possono diventare la chiave per uscire dalla gabbia dell’isolamento. Un fertile paradosso. A patto che si riesca a mutare di segno anche un’altra frase cardine de La peste: “Per settimane fummo ridotti a ricominciare senza tregua la medesima lettera, a ricopiare gli stessi appelli e le stesse raccomandazioni, fino al momento in cui le parole che erano uscite tutte vibranti dai nostri cuori si fecero prive di senso. Questo monologo sterile, questa conversazione arida, non sarebbe cessata con la fine dell’epidemia”.

Ecco, questo è il nodo da sciogliere, è questa la sfida. L’epidemia passerà, presto a tardi. Così come finirono, ad un certo punto, perfino i “quattro anni, undici mesi e due giorni” di pioggia di Cent’anni di solitudine. Quella pioggia che rese necessario “scavare canali per prosciugare la casa, e sbarazzarla dai rospi e dalle lumache, di modo che si potessero asciugare i pavimenti, e togliere i mattoni da sotto le gambe dei letti e camminare di nuovo con le scarpe”. Finirà anche questa pioggia invisibile fatta di paura, alienazione, solitudine. Ma finirà davvero solo se le mascherine che il contagio ci ha obbligato a indossare ci avranno insegnato a togliere le maschere che avevamo sul viso da sempre senza che nessuno ci obbligasse. Finirà se alla fine dell’incubo avremo imparato a sorridere con gli occhi. E, si sa, gli occhi riescono a sorridere solo se sorride anche il cuore. Finirà se capiremo, come ci suggeriva il drammaturgo che ha scritto e vissuto del Caos e della Follia, che “la vita non si spiega, si vive”; e che le cose minuscole per cui ci azzuffiamo se fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.

Ripartendo da queste consapevolezze, da questi frammenti eretti a proteggere le nostre pietre, possiamo provare, noi sommersi e noi salvati, a guarire dal male nuovo e passeggero e da altri, antichi, inveterati, che abbiamo lasciato penetrare da tempo all’interno delle nostre mura senza neppure provare a combattere.

Roberto Moliterni
Il quarto mattone

Restare immobile, il più a lungo possibile, entro il perimetro del quarto mattone, contando uno, due, tre e quattro dal Museo Napoleonico verso il Lungotevere Marzio. Questo era il suo obiettivo per sopravvivere. Tutte le mattine, svolte le fisiologiche funzioni all’angolo del Museo, senza mai oltre passare la linea immaginaria che l’avrebbe avvicinato troppo al Tevere, si metteva in posizione, e restava lì per ore, fino a sera, quando, stanchissimo, come se avesse lavorato duramente, tornava a dormire sulle scale, consumando una scatoletta di tonno che qualcuno gli lasciava senza che lui se ne accorgesse. Concentrato su questo obiettivo, la barba, i capelli gli erano cresciuti a dismisura, i vestiti avevano preso il colore grigio topo dei mattoni. E quando la gente passava, frettolosamente, finiva per confonderlo col marciapiede o l’asfalto, specie quelli che facevano ogni giorno quel tragitto. S’accorgevano di lui solo quando, distratti dai cellulari, gli arrivavano quasi addosso, e ne sentivano la puzza. Era sicuro che tutto ciò che doveva fare perché le cose andassero bene fosse restare lì immobile.

Un pomeriggio, però, pensò che s’era stufato del quarto mattone e che se anche si fosse spostato al quinto non sarebbe successo niente di terribile. Fece un passo, restò lì un’ora o due e in effetti non successe nulla. Poi andò a dormire.

La mattina dopo, tornato sul quinto mattone, s’accorse che c’era meno gente in giro. E incominciarono a spuntare persone che portavano una mascherina sulla faccia. Dal giorno ancora dopo, sempre meno gente in giro. E quelle poche avevano la mascherina. Gli autobus che sfrecciavano su via Zanardelli erano vuoti. E gli stessi autobus, poi, incominciarono a diradarsi. La sera andava a dormire con una grande angoscia addosso. Verso le cinque del pomeriggio, quando normalmente ci sarebbe stato un grande viavai perché la gente tornava a casa dagli uffici, si percepiva invece un silenzio totale, come se una mano invisibile avesse svuotato la città dal di dentro e ne fosse rimasto solo l’involucro.

Al quarto o al quinto giorno realizzò: era colpa sua. Non avrebbe dovuto fare quel passo in più, uscire dal limite del quarto mattone entro il quale era stato al sicuro per tutto quel tempo. La mattina non si alzava nemmeno più dalle scale. Se ne stava accartocciato sulle ginocchia, con la testa nascosta fra le gambe. Non voleva vedere quel che aveva provocato, la sparizione dell’umanità.

Finalmente, un giorno, mentre se ne stava lì chiuso come un uovo, una voce calda e amica gli parlò, gli chiese se stesse bene e se avesse bisogno di qualcosa.

Alzò la testa, felice e terrorizzato: giurò e spergiurò, piangendo, che non l’avrebbe fatto più, che nemmeno il primo mattone adesso avrebbe oltrepassato. La ragazza, una volontaria di una qualche associazione caritatevole, anche lei con la mascherina in faccia, non capì.

«Fate tornare tutti» urlava l’uomo. «Prometto che non lo faccio più.»

La ragazza capì:

«Non è colpa tua, è per il virus. Bisogna stare tutti a casa…» disse. «…per chi ce l’ha» aggiunse osservandolo.

L’uomo aveva lo sguardo incredulo di chi è stato graziato, per un momento sul suo svolto si disegnò perfino un sorriso.

«Veramente? Non è colpa mia?»

«No» chiese di nuovo la ragazza. «Ti serve qualcosa?» ripetè.

Preso da questa notizia, l’uomo disse che non aveva bisogno di nulla. Ma la ragazza gli lasciò lo stesso delle scatolette.

Quando andò via, l’uomo si alzò e, ancora incredulo, si guardò attorno. Quella città vuota non gli faceva più paura, non era più lo specchio della sua colpa. Allora, un po’ alla volta, passo dopo passo, lento come se fosse un albero a camminare, si avviò per la città deserta dove mancava da anni a guardarla stupito e, arrivato alla fontana di Trevi, entrò nella vasca e si fece un bagno rimanendo a lungo a pelo d’acqua, come una foglia che viene sospinta dolcemente in qua e in là dalle correnti.

 

Gabriella Belviso
Coronavirus (acrostico)

C coronavirus capriccioso, caustico, cieco,cimiteriale;
O orrido, 0rripilante, ostico;
R ruvido, rutilante, rorido;
O orripilante, occlusivo, omertoso, oneroso;
N nocivo, noncurante, nuvoloso, notturno;
A arrogante, arroventato, aggressivo, avviluppato, azzittente;
V viscido, vigliacco, volubile, vanaglorioso;
I itterico,iattante, idiota,incognito, inimmaginabile;
R ributtante, restrittivo, retrogrado, ringhioso, rubio, ruggente
U umiliante, urticante, umidoso, untuoso;
S silenzioso, subdolo,severo, sordido, spaventoso
NON
VINCERAI

Gaetano Giuseppe Calabrese (Gesì Hornoff)
Diario in coronavirus con petali di scrittura

Il castello fermacarte

Ed eccoci qua: uno, due, tre, quattro, e cinque, cane e tartaruga.
Quando comprammo questa casa di 130 metri e due giardini in città eravamo contentissimi, avevamo spazio interno a sufficienza e fuori, rispetto alla media delle famiglie più che ragionevole.
Ho visto crescere i miei figli e giocare nel giardino raccogliendo fiori e piantando alberi, rapiti dall’eremo che avevamo conquistato. Una condizione privilegiata. Si usciva nella routine quotidiana e si tornava con un sospiro di sollievo; si viaggiava e poi come relax del viaggio si tornava a casetta. E già, mentre si girava la chiave nella toppa di casa il sollievo si faceva tanto evidente che i souvenir erano spesso gli ultimi incarti ripresi.
Fino a quando un bel giorno ecco diventare questo castello incantato una cella dorata, come quella dei canarini o dei pappagallini.
Da domani non si esce, recitava il primo decreto e il secondo e così via sempre più perentorio, qualora ci fossimo fatti illusioni.
Un virus invisibile attenta alle nostre vite, tutti sottochiave, vinceremo, morirà, o per lo meno non si espanderà.

Chissà se ci risparmierà.
Pazienza! Tutto va riorganizzato in queste quattro mura.

Eh sì, perché anche casa quando non è una scelta ma una costrizione diventa quattro mura come una prigione.
Il giardino: riservato e concesso per l’ora d’aria.
Ed ecco che ci si affeziona alla poltrona preferita come un limes invalicabile, e soprattutto la prima ricognizione sulla libreria ha fatto capolino.

Tutta una serie di titoli ti incuriosiscono e ti stuzzicano, riaffiorano nuovamente per una seconda giovinezza. Per un attimo speri che la clausura imposta si prolunghi almeno il tempo di finire di rileggerli.
Presto fatto! Neanche pronunciato il desiderio, ecco annunciato un nuovo decreto che quasi alle condizioni sine die ti assicura che avrai il tempo di rileggere tutta la biblioteca del palazzo oltre che la tua.

Che fortuna, unico dettaglio la necessità di mettere un ‘tagliacoda’ per raggiungere il tuo pc. Un problema non da poco vista la necessità di raggiungere da parte dei tuoi figli telematicamente le lezioni scolastiche, e da parte tua per cercare di far finta di lavorare con il ronzio ormai in casa della fermata dell’autobus.
Cari ricordi vero? Vi ricordate quando chiedevamo: “È già passato?” e ci rispondevano: “Macché!”, e ancora noi incalzavamo: “Sono sempre in ritardo!” Frasi standard che però erano degli evergreen sotto qualsiasi pensilina dello stivale.
E poi dal lattaio, a passo lento, nel passeggiare e salutare affettuosamente tutto il quartiere, isolato dopo isolato. Bisogna assolutamente combattere un virus inclemente che sta facendo stragi falciando una intera generazione di nonni, e non; quella sì, una biblioteca di ricordi vivente. Il nervo mnemonico della nostra nazione è sotto attacco. Che tristezza! Non deve trasparire ai figli!
Così ci si prepara alla battaglia. Ecco prepararsi per uscire a fare la spesa, ovviamente, una volta ogni tre giorni per il vettovagliamento deteriorabile; ogni settimana, per assicurarsi anche un igiene personale, saponi, shampoo, ed altro.
Come nel medioevo, quando eravamo esposti a tutti gli attacchi, ecco il fido scudiero che ci passa il necessaire per la battaglia: guanti in lattice, quasi sconosciuti prima, se non per lavoretti casalinghi o per legare con la rafia le giovani piante, al più i bimbi li usavano per modellare le formine di das; nella chirurgica azione si fa già attenzione a non essere vittime dell’‘invisibile’.

“Attenta amore, faccio io” ci si propone fidi al guancio.
“Non ti preoccupare, faccio io, passami la “mascherina’”.
‘Il dado è tratto’ ora non si scherza più.

I saluti sembrano addii, si appannano gli occhiali, quasi ad imbracciare un fucile, si esce.
Mugugni prendono il posto dei soliti buon giorno, ed invece di rallegrarti nel vedere arrivare un tuo vicino di cui trovavi amabile la conversazione, fai leva su tutte le nozioni che temevi inutili ed insulse di goniometria ed inizi a misurare seni e coseni ed angolature tali che ti possano allontanare debitamente dal raggio d’azione dell’untore che potrebbe contagiarti. Ci sono riuscito, anche lui ha fatto lo stesso, con una ritirata strategica si è chiuso in un angolo, altrettanto timoroso. Il primo ostacolo è superato.

Se ci fossi stato anch’io sull’apollo 11 che andò sulla luna saremmo stati almeno in quattro, qui in strada, invece, tranne il gatto del condominio, sicuro che potrà girarsene tranquillo e indisturbato, pensando chissacché nel vederci manovrare così, solo soletto, non arriviamo a tre pedoni.

La pensilina è vuota, gli alberi hanno un odore invitante, il sole è alto, la luce sta cambiando, le giornate si allungano, diventa irresistibile uscire, il cielo è terso, bellissimo, infinito.
Non devo farmi tentare, devo restare concentrato…
Sento il fruscio delle foglie nuovamente sui rami, e le mimose dei miei vicini sono in fiore, un mantello giallo. La melia del mio giardino è altrettanto imponente vista da fuori, ed inizia a far ombra.
Il via vai vociante dei ragazzi è zittito, lo stridio delle ruote dei carrelli della spesa degli anziani, lenti e sorridenti, un lontano ricordo.
Non c’è traffico, anzi non ci sono macchine, che silenzio, appagante!
Mah, non posso distrarmi in sciocchezze, ancora uno sguardo intorno, tutto procede secondo i piani.

Ho prurito alla bocca, non mi gratto, soffrire il prurito fa parte della sofferenza, mi gratterò a casa. Bando alle ciance.
Come e peggio del duello del film ‘Mezzogiorno di fuoco’, incrocio a debita distanza quelli che fino al giorno prima avrei salutato intrattenendomi con una chiacchiera anche minima.
Anche loro mi evitano, accuratamente, quasi avessi la peste.

Meglio sdrammatizzare, penso, così negli isolati deserti mi rivengono in mente delle canzoni che mi hanno stregato durante la giovinezza, una colonna sonora intermittente che si riaccende ogni volta che esco da un esercizio commerciale.
Ho preso tutto, sono carico come l’asino Ciuchino e torno stentando equilibrio verso casa, incrocio da lontano gli stessi che avevo incontrato all’uscita di casa con la stessa andatura claudicante. Ciuchini viandanti che sicuramente come me avranno dimenticato qualcosa della lista della spesa. Rimedieremo la settimana prossima.
Il servizio a domicilio rischiava di portare la spesa a casa alla fine della quarantena così mi sono permesso di rischiare un’ernia al disco per assolvere ai miei doveri, un vero eroe.

Tornato nel viale di casa, eccolo di nuovo lì, quasi in attesa, il vicino pseudo ‘assassino’, devo ritagliarmi spazio, una derapata a destra mi evita di salutare tutti così da entrare quasi come un ladro nel portone.
Appena dentro mi avvolge un odore di ragù dalla tromba delle scale come quando ero bambino, spinaci, peperoni, torte, il ménage della clausura ha favorito il ritorno alle vecchie abitudini di riunirsi intorno al focolare, ora non più solo la domenica, ma anche nei giorni feriali. Si ha il tempo di poter fare il punto della situazione sullo stato di salute delle proprie famiglie, e leccarsi le ferite dove necessario, e ricominciare per quelle in crisi, una chance da non lasciarsi scappare.

Tranne i primi giorni dove tutti subivano lo stress della clausura il doversi ritrovare nel perimetro domestico ci pone al bivio per trasformarlo in un ring, o in un castello incantato.

Una riflessione che si interrompe dalla porta del vicino aperta velocemente.
Devo sbrigarmi non devo incrociarli.
Ma che dico, l’odore dei peperoni viene da lì, chissà quale ricetta ha il merito dell’aroma, e così a debita distanza, chiedo tutti i particolari, spezie incluse.
Rientro in casa, con l’attenzione dell’assistente di volo nell’introdurre l’aereo nell’hangar, con tanto di bip in coro dei miei figli divertiti dalla situazione.

Quel castello, ormai piccolo come un fermacarte, è la mia casa, ha il valore aggiunto che è piena di ricordi, una miniera emotiva che mi rilassa e mi carbura di buon umore.
Penso e ripenso, sempre interrotto, ovviamente da una richiesta sul più bello della mia solitaria speculazione, e alla fine concludo che non la cambierei mai con nessun’altra, e allora io resto a casa e mi godo le mie ferie forzate, come un supplemento di felicità.
Trascorrere tutto il tempo con la mia famiglia.
Ed eccoci qua tutti e cinque, cane e tartaruga.
Non mi manca affatto la routine quotidiana.
Sarà dura tornare alla pensilina, ma tanto lo so che il ritardo galeotto del bus rimetterà le lancette dell’orologio a prima della quarantena e quell’evergreen di frasi standard infrangerà l’incantesimo.

Elisabetta Di Iaconi

Sparisci!

Sparisci, mostro orrendo,

nemico inesorabile ed astuto!

Non ti vediamo in faccia,

quando, con incredibile ferocia,

tronchi il respiro all’uomo.

Non c’imbattiamo in te stando reclusi:

in tanti modi azzeri

il prodigioso bene della vita;

ma nascerà ben presto

l’eroe che vincerà la tua baldanza.

La terra liberata

ritroverà il suo ritmo consueto.

Fasci di luce nuova

schiariranno il cammino esistenziale.

Alessandra Cesselon
Meditazione sul coronavirus e lettera aperta

Sono a casa da sola. Sono due settimane che non vedo nessuno, ma sento che tutti sono miei fratelli. La solitudine è un animale brutto come il coronavirus. Se hai paura io sono qui, debole e fragile come te, solo con la sforza dell’intelletto e il piacere della ricerca e della verità come tanti redattori italiani. Io di solito mi occupo d’arte, ma in questi giorni studio di tutto. L’informazione è tanta ma non è ancora sufficiente. Parole al vento, a volte, in un dramma è immanente e imminente. Ogni giorno il senso di orrore che speravo estinguersi in poco tempo aumenta d’intensità. Il dolore per i morti, la desolazione delle città vuote, un pericolo che non so quantificare o concepire, restano dentro di me come un macigno. Lo spirito è combattuto tra la voglia di normalità e l’accettazione di un’anomalia che stravolge la nostra vita che credevamo sicura e inattaccabile. Tutto quello che abbiamo visto nei film o nei libri di fantascienza, sono diventati reali. Vogliamo saperne di più. C’è chi si fida dei media e dello Stato e chi, memore di inquietanti vicende del passato, si fa delle domande. Cosa si può fare se ti sembra che le notizie non bastino? La risposta è solo una: prendere più informazioni possibili. I media e i social sono stracolmi di notizie, ma quali le notizie vere o false? Contagio a un metro o a quattro? Incubazione di due settimane o di quattro? Ognuno di noi cerca, compara e studia. E i complottisti? Sono stati veramente i cinesi oppure gli americani? No, i tedeschi! No, è il castigo divino per la nostra rovina dell’ecologia. Ma quali sono le fonti? Blogger, opinionisti, virologi o tuttologi? Che senso avrebbe tanto rigore se il virus non si diffondesse anche nell’aria aperta? Se avremo risposta a tutte queste domande forse faremmo un passo in più per la sconfitta di questo terribile flagello. Sono stanca, vorrei uscire nella primavera precoce ma non si può. Fuori, nel mio balcone sono fiorite delle fresie bianche, con un profumo meraviglioso. Sappi che io sono qui con te, se vuoi confrontarti scrivimi e ne parliamo! E sappi che ti voglio bene.

Alice Pisu
Dentro una bolla quadrata

“Marietto era un bambino di sette anni, aveva un segreto, riusciva a capire il linguaggio di un gattino di nome Incredibile, particolare sia per il suo aspetto che per il suo modo di vivere. Marietto lo aveva visto per la prima volta in un cortile abbandonato vicino alla sua casa di campagna. Incredibile aveva infatti strane abitudini, viveva sugli alberi, mangiava soltanto frutta e verdura che trovava in abbondanza in quel cortile e, cosa strana!, era molto amico dei topolini e degli uccellini con i quali giocava a saltare e rincorrersi. Quel giorno Marietto, fischiettando, si era avvicinato a Incredibile, un po’ titubante e, visto che non aveva altro da offrirgli, cavò di tasca una caramella, la scartò e gliela offrì. Incredibile disse grazie nel suo linguaggio, e così Marietto capì che era un gattino goloso anche di dolci. Marietto voleva svelare quel segreto ai suoi amici, poi pensò che non gli avrebbero creduto. Allora lo disse solo alla sua compagna di scuola Manòn. Una domenica mattina andarono a trovare Incredibile, gli portarono molte caramelle quando, all’improvviso…”

Giaime ascolta in assoluto silenzio la storia inventata per lui dal nonno della Sardegna che, incapace di adattarsi a whatsapp, costringe la nonna a registrare per lui la storia, per poi inviarmela. Ogni sera un capitolo diverso, ogni sera una nuova attesa delle avventure di Marietto.

Iniziano con una storia e finiscono con un’altra le nostre giornate, modellate ormai dagli stessi ritmi, quasi in simbiosi, se non fosse che la notte il mio sonno svanisce. Gli sfioro la fronte con le labbra e torno in cucina per cercare di placare le mie angosce. Mi rendo conto di aver perso la capacità di progettare, non riesco a vedere nulla, a immaginare realmente alcunché. Passo il tempo condiviso con Giaime a immaginare per evadere, per uscire da questi quarantacinque metri quadri e sognare le prime cose da fare dopo, un picnic in Cittadella, un gelato in Pilotta, una partita a memory con più di due partecipanti.

Mi adatto ai suoi ritmi, seguo il suo risveglio, lo nutro, cerco di parlargli e di sentire dai suoi discorsi note pulite, leggere, che mi portino altrove, che mi facciano sentire davvero con lui sulla nave. Quel divano rinominato “punto morbido” che avevo spostato un attimo per cercare un lego finito sotto, come in una visione improvvisa si trasforma in una nave di cui lui è il comandante, ruolo ribadito dal mio cappello blu di cui si è presto impossessato ma che, standogli grande, ogni tanto gli cade sugli occhi. A bordo i fidati Piccettino, Tati e Giulietto Fichi, con la precisazione che sono pupazzetti del capitano perché i marinai sono tutti morti. Sulla nave c’è la cucina, una dispensa un po’ alta, e una selezione di libri per passare il pomeriggio della navigazione. All’orizzonte dritto davanti a noi il cortiletto da cui si intravede dietro la tenda gialla un merlo che tutti i giorni viene a beccare le briciole, lo abbiamo chiamato Elettrodo.

Ci perdiamo con le Favole al telefono di Rodari, in particolare rileggiamo quella del mago costruttore di una macchina che produce comete che non interessano a nessuno e che poi trasforma in una caciotta toscana pur di sfamarsi. C’è anche quella di Gonario lo spaventapasseri, che finirà lacero a farsi consolare dagli uccellini che canteranno per placare la sua tristezza. Ci riproponiamo di dirlo ai nonni nella telefonata della sera che quella storia è ambientata in Sardegna. Ma il nonno Gianni ci stupisce, anche lui era costretto a farlo da piccolo, sul finire degli anni Cinquanta molti bambini dovevano badare ai campi e scacciare gli uccelli anche realizzando rudimentali ordigni come dovette fare lui. Giaime sgrana gli occhi, pensa forse a come siano labili i confini tra favole e vita, o forse sorride perché immagina suo nonno da piccolo, con qualche anno più di lui, nelle campagne siliesi a fare l’adulto bambino,come altri alla sua età.

Arriva la sera, la cena non sempre accettata di buon grado specie se è la volta delle lenticchie, e poi la notte a leggere l’ultima storia per poi addormentarci abbracciati. Sono i momenti che più ricorderò di questo periodo per molti tratti surreale, nella totale assenza di relazione con gli altri, nella vita in una bolla quadrata, nella percezione di perenne sospensione, quasi da sogno se non fosse spezzata dalle intermittenze dell’angoscia, le notizie del radio giornale, i morti, il costante elenco di dati, numeri su numeri, limitazioni su altre limitazioni. Ci hanno detto di non uscire, non usciamo. Al giovedì sera c’è da portare fuori la plastica, ne approfittiamo per fare un giro dell’isolato, via Bixio è deserta, attraversiamo la strada. La profumeria Gallani, chiusa da decenni probabilmente, aveva le vetrine ad angolo con viale Gorizia. Su una delle sue serrande c’è il disegno del muso di un gatto mostruoso. Ci fermiamo a guardarlo per un attimo, ridiamo dicendo che di gatti rosa non ne avevamo mai visto. Lo avrei sognato poi qualche notte dopo. Continuiamo a camminare, arriviamo sino alla casa della salute di via Pintor, la sede dell’Anpi, il bar chiuso, e pochi passi dopo barriera Bixio, che vuota e silenziosa sembra ancora più grande. Torniamo a casa.

In giorni in cui il martedì è uguale al sabato, e le ore scorrono lente, approfitto ancora delle prime luci dell’alba per alzarmi, come in pieno inverno. Osservo la tazza fumante del caffè mentre aspetto che si freddi un po’, seguo col dito le incisioni delle decorazioni, è fatta da mia sorella. Gli appigli a volte sono anche gli oggetti, ci si può sentire meno soli anche così, a volte. Non basta a lungo.

Riprendo a leggere il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, vivo quel che scrive a proposito di un silenzio condiviso tra due persone profondamente sole, che impercettibilmente si avvicinano ogni giorno di più l’una all’altra. Sono molto anziani, uno dei due profondamente disilluso, non ha più nulla da chiedere, continua con diligenza a svolgere il suo compito di sagrestano. L’altro, l’apprendista, è ancora mosso segretamente da qualche inquietudine, il dolore del pensiero della malattia della moglie accanto al desiderio del ricordo di una passione nuova ma ormai spenta. Si domanda se possa ancora ricevere qualcosa dal presente. “Una vita vera comincia senza sapere che cosa ti aspetta”. Butto giù qualche impressione sul mio quaderno, mi perdo a pensare alla rapidità con cui anche uno scenario del quotidiano possa stravolgersi, volgendo a una quiete apparente, che è anzitutto una prova di resistenza per non crollare.

Giaime si sveglia e ci abbracciamo sul punto morbido. Incastrati a conchiglia gli chiedo se ha fatto sogni belli, dice sempre di si, poi inizia le sue storie inventate sul momento che mi fanno sorridere, mi trattengo però, perché richiede serietà l’ascolto. Tra i Pan di stelle e il latte del distributore passa il tempo, anche gli altri amici richiedono di essere sfamati, ci pensa lui con le tazzine di un set da té del quarto compleanno, assegnandone a ognuno una diversa sulla base dei loro colori preferiti, a suo dire.

Guardo la mail, poi il telefono, rispondo a mia madre, a mia sorella. Scrivo ad Antonello, pensiamo insieme nuove idee per questo mese di chiusura della libreria. Ci inventiamo prenotazioni di spedizioni, buoni regalo spendibili alla riapertura, promozione di corsi online, video suggerimenti di lettura per coinvolgere i nostri lettori. Condividiamo i nostri pasti a distanza, io gli mando la foto della polenta con melanzane sott’olio, lui della sua pasta al tonno. Scherziamo un po’ durante il giorno, cerchiamo di tenerci su a vicenda, come facciamo da più di dieci anni, ormai. Proviamo a trovare ancora qualcosa su cui sorridere, pur essendo in fondo attanagliati dalle incertezze, su di noi, sul futuro, sul ritorno, che rappresenta un miraggio a cui guardare senza saper scorgerne i contorni. Ci ripetiamo che ce la faremo, che abbiamo in mano un patrimonio di sei anni di vita, di incontri, di letture, di scambi preziosi, di consapevolezze nuove che non possono disperdersi, ma inutile negarsi la realtà, quella del presente con la chiusura, e quella ancor più preoccupante del dopo. Il padre di un amico se ne è andato, altre persone più o meno vicine sono costrette a convivere col dramma. Sento un’oppressione sul petto, la grande incognita del dopo. Siamo tutti dentro un dolore condiviso e trasversale che pesa, inesorabile.

Rispondo a Giaime, ai suoi mille perché, cerco di colmare le mancanze che sente, so di non poterlo fare del tutto, ma sento di offrirgli anche molto altro, in qualche modo. Guardo fuori, vedo solo le piante del cortile e, in fondo a destra, le finestre di un palazzo. Non si sentono voci, tutto tace, un tappeto steso nella ringhiera, qualche pianta grassa sul bordo.

Vite che continuano a scorrere, domande che rimangono sospese, le mie, ma risposte che devo invece dare a lui. Sulla scuola, che tornerà a esserci, sugli amici, Brando a insegnargli ancora di nascosto qualche parolaccia, Joele a raccontargli dell’amico cucciolotto, Rosa che forse non picchierà più, Abdeladim, Adina, Derrick, Vasco, Vittoria che sorride sempre, i pomeriggi in libreria, le domeniche alla biblioteca di Alice, la nostra normalità.

In fondo di obiettivi ne ho ancora, dare a Giaime verità e gioia, anche quando è più difficile. Cerco di colorare le sue giornate per colorare così anche le mie. Provo a sorridere ai suoi scatti dalla macchina fotografica costruita insieme, ricavata da una scatola di costruzioni, un barattolo di caffè, i tappi di gomma e sughero trovati nel fondo del cassetto, il vetrino di plastica ritagliato dal coperchio dei cotton fioc che menomale stavano finendo. In quelle foto fasulle ci sono questi giorni strani, che ricorderò, che ricorderà. . Sorrido.

Vincenzo Ruggero
Roma 25.3.2020

Virus

Mi trovo qua, sorta di arresti domiciliari non meritati e soprattutto non attesi, attonito alla finestra su un mondo all’improvviso deserto, silente, con la cupola di San Pietro in lontananza, illuminata la sera, sola a farmi realmente compagnia.

Non che la Terra che sembra girare più piano mi faccia paura, forse al contrario un po’ non disdegno: trovare meno chiasso e gas di scarico intorno, vedere gente più propensa a pensare ai guasti della modernità ed ad informarsi con consapevolezza su un Paradiso che potremmo perdere per sempre, ritrovare uno Stato che cerca, seppure in affanno, di fare il suo mestiere come fossimo in una guerra d’armi.

Forse la nostra malattia psicologica, durante e dopo la terribile pandemia, avrà ripercussioni economico-sociali imprevedibili, chissà se incalcolabili, sicuramente devastanti per le classi deboli, a cui deve andare commosso il pensiero.

Ridammi il tempo,
tornami lo spazio fra me e la vita,

ristora lo spazio-tempo

che in Fisica sta per velocità,

dimensione derivata

ma essenza in Natura.

Dico a te!

maledetto animaletto,

mostriciattolo invisibile,

cornuto infame! –

Sono le dodici e cinque e Papa Francesco su RAI uno ha appena recitato in Latino per tutti i Fedeli il Padre Nostro. Forte l’emozione, pure adesso mentre scrivo, davanti a questa santa figura che ci è donata, pure con il privilegio della sua vicinanza fisica a noi che viviamo a Roma. La statura morale del Sommo Cristiano trafigge, sconquassa i falsi pudori e le stupide certezze, riempie il cuore con la speranza. Cosa chiedere ancora in un momento come questo per l’umanità intera? solo che Dio ci aiuti, davvero.

Semmai un tempo del domani,

tu Uomo torna principe

e non padrone della Natura,

bevi l’armonia del Creato,

dài cibo all’anima

no al corpo solo.

Ama ad essere amato,

non a fini di legge

e contratto,

rimani puro nello sguardo.

Da bambino, ricordo, prima di andare per le colonie estive di Igea Marina, vicino Rimini, papà mi portava in un centro per la vaccinazione dove campeggiava austero un cartello all’ingresso con su scritto “Igiene e Profilassi”. Quelle parole mi affascinavano, non capendone appieno il significato e così messe insieme: igiene, profilassi, mah…Mi portai dentro il piccolo mistero anni, non avendo il coraggio, chi lo sa? di sfidare la povera cultura in famiglia, fino a che il voluminoso vocabolario Zanichelli – necessario per la prima Media, avendo superato brillantemente il temuto “esame d’ammissione” post-elementare – fu lui ad aiutarmi a comprendere.

Con una vita da stra-innamorato dell’Italiano, da trovarmi in libreria grammatiche e sintassi d’ogni tipo e decine di dizionari, il senso di “profilassi” lo sento sulla mia pelle, in disperata attesa del vaccino, e la quarantena ad essere unica e medievale arma oggi disponibile contro il Coronavirus.

Tu nemico invisibile,

soldato vigliacco!

Uccidi e non ti vedo,

hai fetore di morte,

ma io amo la vita.

Camici bianchi al fronte

dànno la loro di vita,

pieni del bene per l’altro,

eroi avversi a malasorte,

sfiniti, non abbattuti.

Come sono brutti da casa in TV artisti, politici, giornalisti collegati al naturale con Skipe, protagonisti di interminabili talk show, ma quanto sono belli nei continui telegiornali invece quegli angeli, medici e infermieri, in corsia a salvare le vite tra strumenti e bombole d’ossigeno. Ma io qui inerme nell’irrealtà dell’abitazione – fisiologico susseguirsi domestico di pranzi e cene, letture e l’Arte che fa da medicina. Comoda la vita…ahimè. Chissà se ci sarà almeno un “senno del poi” per consolarmi, certamente sbagliando e illudendomi, di aver capito che diavolo stava succedendo al tempo del Virus.

Fuori dubbio una cosa non la so immaginare, ripensando sconcertato al primordiale accaparramento di un disinfettante delle mani, l’Amuchina (ah, quella parola “igiene”, quando partivo in colonia estiva): ci sarà qualcosa nel futuro prossimo (speriamo) così efficace da pulirci la memoria piena di questi giorni bui da carcerato?

Casa mia, oggi 25 marzo 2020

Roberto Croce

Ma ricordati sempre
che i mostri non muoiono.
Quello che muore
è la paura che t’incutono.
(Cesare Pavese)

L’invisibile nemico 

Cammino su un sentiero

gelato,

nel cuore della notte.

Fa freddo,

e il fiato è subito smorzato

dal timore che,

soltanto sussurrando,

pure il cuore

possa restarne contagiato.

C’è un invisibile nemico

che ingoia ogni respiro,

spegne il futuro

e lascia al buio anche le lacrime,

senza il conforto di un

sospiro.

E allora fuggo,

corro fuori dal tempo,

galoppo col pensiero

per sentirmi libero

e senza paura,

così come fa il vento

quando accarezza la pelle,

anche se manca l’abbraccio

di un amico vero

e la vita si fa oscura

perché si spengono le stelle.

Poi mi fermo,

guardo verso il cielo,

e nel respiro ritrovo la speranza

che torni presto il sole,

che si sciolga

presto il gelo

e che la Luce riporti la gioia

di correre ancora insieme,

perché sul male vince sempre

l’amore

e non c’è mai un nemico

che trionfa sul bene.

Livia Naccarato
Pandemia 2020

La pandemia è una epidemia

Generalizzata in più Nazioni e continenti

Questa è la prima

di quelle che certamente verranno.

Fino al 2020 ci son state

molte epidemie, specie

di peste e di colera ma molto più localizzate.

Questa che stiamo vivendo

si è così espansa

per la diffusione eccezionale

dei mezzi di comunicazione.

L’anno nuovo 2020

ci ha catapultati

in un tunnel buio, doloroso, senza stelle.

Da che cosa è dunque provocata?

Da un virus chiamato “Coronavirus 19”

piccolissimo come tutti i virus.

Per un beffardo gioco del destino

ha forma di corona rosata

ed è anche, se possiamo dirlo,

Bella

La corona spetta ai principi

ed esso è un principe del male;

perché porta dolori, crisi respiratorie

e anche la morte.

Ma la cosa più triste ed angosciante

è che ognuno di noi deve vivere da solo

senza il conforto delle persone care.

Non più la mano

che nella sua

la tua stringe in caso di morte,

non più baci e carezze

fra familiari e amanti.

Ma il principe, come tutte le cose,

ha anche un lato positivo:

quello di far nascere o accrescere

la solidarietà, magico sentimento

che gli uni agli altri affratella,

e l’amore per la vita, la natura

le persone care, che ci rendono più forti

per poter sconfiggere il principe incoronato.

Ma le genti future ne dovranno sconfiggere

altri più crudeli e subdoli.

Chè con il passare del tempo

l’uomo acquisterà sempre nuove conoscenze

ma insieme ad esse cresceranno le forze del male

così anche tu principe incoronato

avrai da combattere principi più forti di te!

Giulia Porena e Cesare Lo Magno

TELEGIORNALE

È il venti marzo duemilaventi.

Roma è un grande chiostro soleggiato e il pomeriggio scivola sui tetti, sulle cupole e lungo le strade dove l’arte è deserta.

Solo una macchina lontano canta i vespri serali. Un trionfo di gabbiani spezza inconsapevole l’insolito silenzio, mentre ogni casa si prepara al rito di ogni sera.

Il fiume, intorpidito, si intreccia alle vie e ai ponti e si trascina sereno nel suo letto, cullato dai profumi delle cucine tiberine. Nello sciame odoroso uno, protagonista, si impone sugli altri e sussurra l’invito a seguirlo su per le ripe fluviali e le gronde fino alla finestra da cui si promana libera la sua essenza.

I nastri del profumo si insinuano seducenti tra gesti e parole pronunciate dai suoi artefici, mentre il ronzio asettico della televisione prosegue noncurante.

“… E dopo la pubblicità, tra pochi secondi, i titoli”

Pazzesco… tutto si ferma, la gente muore, ma la pubblicità non dorme mai.

Come l’omino cattivo del paese dei balocchi, mamma!

Brava Annetta! Come l’omino che guidava il carro dei ciuchini e non dormiva mai. Ma adesso vatti a lavare le mani e vieni a tavola che è pronto.

Ma le ho già lavate!

Ma le hai lavate bene?

E lasciala un po’ stà ‘sta bambina. Con ‘st’iggenismo, lavale n’altra vorta e glie se squagliano, ‘ste pore manine.

“… Corona-virus, i numeri di oggi: 4670 i nuovi contagi, 689 i guariti, ma 627 i morti …”

Allucinate… Non è mai stato peggio di oggi… O mi sbaglio? Dai Mario, smettila di fare lo scemo, lo sai che è importante. Vai a vedere che se le lavi bene.

Ecco mamma, ho fatto, ho fatto!

Brava Anne’, mo magna che se fredda.

E smettila con questo romanaccio, poi, ché la bambina si abitua male. Ma che fai, Anna, non mangi? Non ti piace?

No, non è quello…

“… Probabile picco di contagi tra due settimane …”

E allora, cosa c’è?

Non lo so…

“… Scuola. Il premier preannuncia la proroga della chiusura per gli istituti di ogni ordine e grado …”

Dev’essere questa maledetta didattica a distanza che la stanca.. Non fa mica bene a una bambina stare tutto quel tempo davanti al computer.

E te vajelo a di’ alla preside, quella se ne frega! Hanno detto didattica a distanza? E daje giù con la didattica a distanza, così se fa bella col piano nobile e fa vedere quant’è brava.

É per questo, Annetta?

No…

“… Borsa. Milano sale dopo la BCE, Wall Street positiva…”

E’ che non ce la faccio a mangiare se parlano dei morti.

“… Stread sotto i 200 punti …”

Eh… Lo so Anne’, è una cosa brutta… Ma nun se po’ spegne, dovemo sape’ quello che succede ner mondo, è importante. E su, magna, guarda come fa papà: mmmhh bono!

No.

“… Decreto ‘Cura Italia’. Per gli operai che lavorano a meno di un metro di distanza bastano le mascherine ‘leggere’ …”

Dai Anne’, nun fa storie e magna che se fredda…

Mi viene in mente il nonno, anche lui è in pericolo, avreste mangiato così se si fosse ammalato lui?

“… Il tg delle venti finisce qui, grazie dell’ascolto, a voi tutti, buonasera”

La televisione ora è spenta, non pronuncia più un suono, nessun ronzio spezza il silenzio della notte che si affaccia.

Il profumo che prima invadeva la casa si è dissolto nell’aria gelida della sera e quelli che prima erano nastri leggeri ora sono nodi che appesantiscono l’atmosfera della casa.

Il fiume, scialbo, si lascia trascinare rassegnato dalla corrente che lo costringe al letto e lo priva dello sfizio di curiosare tra le vite di Roma.

Non un suono né un rumore spezza la città che tace, gli esseri che la abitano, umani e animali, si assopiscono nel buio cupo della sera.

Roma è una città vuota e la notte scivola sui tetti, sulle cupole e lungo le strade dove l’arte basta a se stessa.

È il venti marzo duemilaventi.

Giuseppe Femia*,
Percorsi e scorciatoie della mente ai tempi del Covi-19

Ai tempi del coronavirus i pensieri battono ancora più forti del solito. La città è silenziosa, vuota, ma la mente irrequieta non vuole saperne di stare a casa, di stare ferma, non conosce pace! Quindi mentre il corpo è in quarantena, collettivamente immobilizzato, moralmente immobilizzato, la mente va a passeggio! “In fondo non male!” penso, “quale migliore occasione per analizzarsi in dettaglio, per sentire tutto quello che la quotidianità si va mangiando nel via vai frenetico del lavoro e degli incontri?”
Mi passa in testa una poesia: “ e se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo, per quanto sta in te: non sciuparla..; C. K.

Oggi, accovacciato, arreso a questa triste situazione, osservo la discrepanza tra me e quella vita che mi sono imposto di vivere. “Sarebbe ora di smetterla – mi dico – sei proprio un nevrotico! Ecco, vedi? Basta un attimo di inerzia, di solitudine e balza in mente la critica! Ma non sarebbe meglio, caro Giuseppe, pensare a qualcosa di positivo? Un tempo non eri così pessimista! Dai, indossa questa mascherina, metti i guanti e, da buon ossessivo, esci a fare qualcosa, qualcosa di utile. Dovrai pur mangiare, no? O forse vuoi nutrirti solo di rimuginii mentali?”

Allora finalmente mi decido ed esco là fuori. Ecco l’impatto! Tutto è cambiato, nessuno in giro per le strade, neanche il simpatico ragazzo di colore che ogni mattina mi compiace dicendomi “Buongiorno dottore delle teste, bell’uomo” dice per ricevere una moneta e riempirsi la pancia. Anche lui sarà ora in quarantena? Chissà come se la sta cavando!

In giro un silenzio assordante, le macchine ferme, la poca gente spenta; qualcuno prova a non essere spaventato fingendo di correre per portare a spasso il cane, piccoli gesti quotidiani per ristabilire un odore di normalità. Al supermercato ci ritroviamo in tre, distanti, guardinghi, mogi.

E, di nuovo, ecco che irrompe nella mente l’ossessione “cerca di stare attento! Non toccare il carrello senza guanti e poi ricorda che devi buttarli! Cerca di tenerti a debita distanza dalla cassa”. Ma che fatica funzionare da ossessivo, avere sempre nella testa l’idea del contagio, sentire il disgusto, temere l’altro, controllare ogni minimo gesto… Davvero un lavoro!

Mai come oggi riesco a comprendere alcuni pazienti che da diversi anni visito. Ecco il loro modo di pensare, per loro la paura della contaminazione è sempre dietro l’angolo. Trascorrono tutte le ore del giorno a contare, lavare, lavarsi, con a mente la sempiterna paura di sbagliare! Perché, essi si dicono, potrebbero essere più responsabili o, in caso contrario, diventare sempre più colpevoli!

Rientro a casa, decido di stordirmi con un po’ di sana musica rock, invece quei pensieri, che sembravano essere spariti, si erano solo nascosti bene. E rieccoli!

Quel malloppo torna, ancora più forte! E’ proprio vero: più cerchi di contrastare alcuni pensieri, e ancora di più essi tornano, pretendono attenzione! Allora è bene dargli una finestra di ascolto, cercare di capire cosa stanno dicendoci! Vuoi essere sempre presente a lavoro, sciogliere dilemmi esistenziali, vuoi essere affermato? Oppure, vuoi amarti, amare e farti amare in modo spontaneo senza battere sempre sulle stesse cose? Domandone esistenziale! Anche questo tipo di attività diventa davvero complessa!

Io direi che il tempo dell’ascolto esistenziale oggi è scaduto anche per te mio caro Giuseppe, seduta chiusa! Osserva! Il Papa ha lasciato la Santa Sede a piedi, gironzola solo, in silenzio, in preghiera, vaga per la città desolata! Ha una meta e porta con sé un messaggio. Che scena! Mi ricorda un film, in cui un attore splendido rende un regista che non amo molto, dal caos calmo, meravigliosamente geniale. Questa sua rappresentazione: “Habemus Papam” mi convince in modo definitivo.

Incredibile! Quanti giri compie la nostra mente pur di non soffrire, di non riflettere, quante strategie escogita. Stupefacente!

* psicoterapeuta

Giuseppe Vultaggio
NOVEMARZOVENTIVENTI

Tutto fermo da domani,
lo dichiara il ministero,
ci si sente tanto strani,
sembra un gioco, invece è vero.

Si evidenzia l’ignoranza
e la faciloneria,
gente che con arroganza
dona sfogo alla follia

stando fuori per la strada
atteggiandosi da eroi
ed invece, non c’è rada,
non c’è oasi per noi.

Nove marzo venti venti,
il ministro alza le mura,
chiede straordinari intenti
e si affida alla cultura.

Serve consapevolezza,
il buon senso e la coscienza,
assoluta correttezza,
la lealtà, la trasparenza.

C’è un nemico che, silente,
ci ha chiarito in un minuto,
che il progresso è uguale al niente
e che nulla ci è dovuto.

Se vogliamo che, a ogni costo,
il presente abbia un domani,
stiamo tutti al nostro posto,
con le mani tra…le mani!

Il futuro, oggi, si basa
in un metro di distanza
e, perciò, io resto in casa:
“nun è tempu di…mattanza!”.

PS: la chiusa della poesia fa riferimento a uno slogan che ho creato contro ogni tipo di violenza e prevaricazione.

 

Letizia Di Martino
Tempo di coronavirus

Io ormai attendo. Tutto. Alle sette del mattino mi sveglio e attendo che si facciano le otto. Per alzarmi. Alle otto attendo che siano le nove e una delle due badanti venga. Alle dieci attendo che si facciano le undici per pranzare e coricarmi. Poi che si ritiri mio marito e che sia l’una per il suo pranzo. E alle due che si faccia pomeriggio e che il giorno volga. E via via, nelle ore successive. Attendo che qualcuno mi scriva o mi telefoni chi desidero, e non sempre succede. La sera si presenta piano, e ho una specie di timore, la notte ormai è solo dolore e insonnia. Cerco nel pensiero intimo un conforto, un sostegno. Amo i miei quattro cuscini, amo chi mi sa pensare, la mia stanza. Amo. E attendo. Con pazienza. Spengo la luce e attendo i miei sogni coloratissimi. E la pietà. Ho un anello al dito, piccoli e luminosissimi diamanti. Lo tengo stretto e non lo tolgo da due anni circa. Quello che mi sembra finito resta in lui. Lo guardo prima di addormentarmi. E al mattino e poi tante e tante altre volte. Ho una vita fatta di pensiero. Di immaginazione e mai di sicurezze. Oggi mi cerca un amico, la sua voce in auto, la fretta, il fruscio del vento che sento, la lontananza da tutto. Perché ogni cosa deve finire?

Perché anche ciò che è bello, che ci rasserena? Io scrivo e tengo dentro tutte le parole del mondo, quelle che vorrei dire e sentire. O così mi pare

Adesso che la glicemia si è abbassata dopo mesi di dieta feroce, posso mangiare più di un quadratino di cioccolato amaro. Lo sciolgo in bocca, piano. E penso alla moglie del protagonista del “Colibrì” che dice, alla fine del libro, che se non avesse tradito il marito il loro matrimonio non avrebbe potuto resistere. Ecco, a me questa sembra una genialata, così come in “Caos calmo” il padre attende tutti i giorni la figlia su una panchina sotto la scuola. Allora la cioccolata finisce e il palmo si svuota. E la mia vita qui chiusa da sei anni non avrebbe il senso che ha in questi giorni, perché prima è stata solo mia, un possesso grande e unico e diverso, quel tanto che può distinguere. Che va oltre il dolore fisico che mi ci costringe.

Adesso siamo tutti vicini, ma sei anni sono tantissimi e quelli che verranno saranno enormi, non devo pensarli. Ho le città nei pensieri, ho gli amori che furono, quelli persi e quelli ritrovati e

ripersi, gli amici e le loro vite semplici, i tempi che ci videro diversi. Vorrei una guancia da baciare

Il 21 febbraio mio figlio fece un esame con un professore proveniente dalla zona di Codogno. Nel pomeriggio la zona fu ritenuta rossa. Ma lui era ancora al politecnico. Informó mio figlio a fine esame. Dovette stare in autoisolamento ma l’unità di crisi dell’università non lo cercò. E quel pericolo è cessato.

Lui però non è sceso in Sicilia. Vive in casa, esce solo per la spesa, sta nell’ombra delle due stanze, ha una voliera con tantissimi pappagalli grandi da accudire, segue le lezioni online, le materie chissà quando potrà darle. Parla come tutti in chat.

Con me, ma non ogni giorno.

Io ascolto canzoni di Mina degli anni settanta e penso ad uomo che amavo mentre quelle canzoni erano nel sottofondo del sentimento. Mi arrabbio con mio marito, ho bisogno di essere troppo aiutata. Vivo chiusa qui dentro da 5 anni, e prima ancora uscivo solo ogni tanto. Sono brava nel farmi piacere questa vita, il mio medico mi telefona quasi ogni giorno, teme per me.

Sto leggendo l’ultimo libro di Montefoschi: Desiderio.

Desiderio: parola che si allarga per tanto, tutti abbiamo più di un desiderio. Io mi faccio bastare quanto vivo, scrivo e mi tengo compagnia con il pensiero. La paura la tengo per mano. Quella sera del 21 febbraio ho accolto nel mio cuore una persona, ma tutto finisce, lo so. Rimane il dolore.

Fuori sole ed Etna bianca. Mangerò asparagi e ho fiori nei vasi.

Anemoni viola e rossi, teneri, col capo inclinato. Garofani alla finestra. Mi mancano le città e il mare visto da lontano. Certi lungomari accecanti, certe vie rumorose e colorate. Certe piazze larghe e quelle misteriose. Scogli e rocce, agavi, curve e castelli, bar antichi, navi attraccate, sabbia fine, ristoranti con bianche tovaglie, treni e pianure. Ho stanze di luce, però, sulla vallata azzurra. E quella che si crede libertà. Non del corpo, troppo prigioniero. Adesso mangerò un biscotto di mandorle e cioccolata. E proverò un vestito, verde. Per quel che sarà il mio futuro

Ascolto una canzone, la mia giovinezza, una giacca di lino blu,

Milano in primavera col cielo che frastornava, con la pioggia che mi metteva paura, con la bellezza delle vie affollate elegantemente. E poi la mia città, le vetrate aperte e il compleanno d’aprile, quando insegnavo in una scuola di campagna e i miei alunni erano piccoli principi figli di contadini.

In auto cantavo, gli asparagi erano dritti lungo il ciglio della strada, amavo qualcuno che non voleva esserci, starnutivo per i pollini nemici e avevo una gonna rosa svolazzante. La canzone l’avevo dimenticata e ora sovviene e tutto fa ressa dentro. Non sapevo ancora cosa sarei stata, come tutti in quella età. A casa mio padre sfornava biscotti e io mi guardavo allo specchio.

Dipingevo, viaggiavo. La vallata era sempre quella di oggi, le tende si sollevavano leggere col vento siciliano. Di Milano mi resta l’odore del mattino, indimenticato

Oggi il cielo ha avuto un colore intenso, quando si può pensare che niente può succedere di brutto. La città è sembrata diversa pure a me che sto chiusa per motivi diversi e quasi non la vedo, ma ho cercato di immaginarla, la strada sotto casa più vuota, i monti blu e verde la vallata senza polvere e luminosa. La notte dormo pochissimo, mia figlia che cammina per una Milano chiusa e insolita, i suoi palazzi con la dignità dell’antico e del moderno, la primavera che mette pensieri lievi e che bisogna ricacciare. Ho mangiato un pane profumato, pensato a chi ho amato, a chi ho perduto nel tempo, alla vita mia costretta da tanti anni ormai fra queste stanze bellissime della mia casa.

Milano dei miei giorni felici e anche no ma leggeri e giovani.

Ora i figli che la guardano e vivono. La cioccolata sta sul mio palmo, un pezzetto che si scioglie. I medici e gli infermieri e chi lavora enormemente e i cuori che possono non battere più.

Penso a tutto, a tutti. Il pensiero che si fa docile e doloroso.

Soffro da troppo tempo, so molto di ciò che si può sentire. Ora spegnerò la luce su questa giornata difficile. Io accetto della mia vita ogni cosa, ormai. Voi con me.

Mi era successo qualcosa di spiacevole a scuola. Indossavo dei vestiti di maglia di Krizya, e un cappottino militare molto londinese. Ci sedemmo, col mio fidanzatino di allora, al bar, parlando del mio dispiacere. Tramontava lontano, gli occhiali si appannarono. Lui mi teneva per mano, io pensavo ad un altro amore. E ai professori che non mi comprendevano. Ero troppo giovane, parlavo e ridevo. Oggi vorrei rivedere quegli abiti, e cambiare quei momenti che non sapevo vivere bene. La città si apriva nelle sue strade in salita e strette. Il sottile delle gambe, delle mani, dei pensieri sbagliati. Ero felice con poco. Ero triste con molto. Sapevo leggere però, avrei voluto scrivere ma ero intemperante. Sarei stata questa e tanto altro. Mi avessero detto del futuro lontano non ne avrei saputo capire il significato.

C’era la primavera intorno a me. Come oggi, con la vallata erbosa e il cielo senza pioggia. Con un virus che ci mette paura, Milano che amavo da sempre e che posso solo ricordare e immaginare con i miei figli che la attraversano da anni. Non abbraccio più nessuno, non bacio, ma da tempo e tempo. Tutto può svanire. Sono una persona a rischio, tengo la paura nascosta. Resta l’amore raccontato

Poco fa pensavo, col capo sul cuscino fiorato: la mia vita adesso è come finita. Sento che tutto e tutti mi mancano. Ma nello stesso istante una immagine di Roma in primavera è affiorata. Piazza Barberini, l’hotel in cui mia madre stette male, i miei capelli tinti di biondo per la prima volta da un noto parrucchiere della città, la fetta di torta rosata mangiata a Via Veneto, la finestra della casa di un mio amico da cui si vedeva il cupolone con sopra nuvole spesse, il ritorno in Sicilia con la gioia di una età che sapeva accogliere tutti. E poi la mia città, la via Tenente Lena e il sole sul marciapiede su cui si affacciavano i negozi, la vetrina dell’ottica Spoto, lui che sorrideva a tutti stringendo la mano in una maniera tutta sua è diversa, il caffè Talmone dalla sala ampia in cui presi il mio primo Rosso Antico con l’oliva verde intrisa nel liquore, la scuola elementare dove mia madre insegnava felicissima, la mia aula vicino alla sua, la stazione ferma e con l’erba lungo i binari. E allora ho capito che forse non è vero che è finito tutto, che qualcosa rimane, e anche tanto, quel tanto che riempie i miei pensieri. Vorrei che qualcuno adesso mi dicesse: stai tranquilla, ci sarò sempre

Sto chiusa in casa da sei anni. Lunghissimi e brevi. Non vi sto a dire cosa faccio. Guardo dalla finestra. E poi scrivo dei miei giorni. Non piango mai. Posso anche essere felice. Doloro.

Anche stando qui succedono molti fatti, capita pure che mi stressi. Ho malinconie e nostalgie, ho un nocciolo duro dentro.

Vivo così, semplicemente

Mio marito torna da un pomeriggio in campagna con in mano un sacchetto di carta da cui spuntano asparagi selvatici. Li tiene come fossero una più cittadina baguette. Sono sottilissimi, di cupo verde, le cime diritte ed orgogliose nella loro mancata raffinatezza, i gambi intrecciati a margheritine giallo bianche e tenere, senza profumo. Li mettiamo in un bicchiere alto di cristallo. Stanotte i loro capi si piegheranno, e verrà un leggero senso di colpa. E torna la stagione, nuovamente. Mentre il vento preme sui vetri e le nuvole grandi ombreggiano le nostre “chiuse”. E gli Iblei sono sempre più azzurri in questo giorno di fine inverno. Domani spezzeremo le cime e poi loro scompariranno.
Noi, come felici

Apro la vetrata, e nello stesso momento sento suonare le campane per la messa. Guardo la vallata, e l’Etna stamattina si mostra bianca e arruffata, i monti Iblei nitidi e limpidi con ombre bellissime. Il cielo di un azzurro che promette primavera. Allora, mi dico, è questo un giorno normale. E non è successo nulla. E i figli si sveglieranno in una Milano solita? I figli che non sono ritornati al sud, e Dio solo sa come ne avrei avuto bisogno, ma mai per un attimo io e loro abbiamo pensato a una eventualità che prevedesse la loro discesa. Cerco di fare la tavola per il pranzo, ascolto la radio, la casa con le sue stanze nella luce, il mio dolore che non mi permette più di tanto, il ritorno a letto. Le vite degli altri, le nostre, il futuro che non si conosce. Questo mette angoscia. Questo sarà ormai dentro di noi

I miei figli non verranno giù per la Pasqua. Evitano gli spostamenti da Milano. Il tempo si fa lungo fra di noi, da una festa ad un’altra, da una stagione fredda ad una di vento. Sperando di stare ancora bene. Mi capita di pensare all’estate, al ripetersi dei mesi, all’Aprile che mi vede peggiorare ogni

anno, al compleanno solitario. Il mio medico teme per me, vorrebbe che mio marito fosse più prudente e si sentisse meno “onnipotente”: ne ridiamo ma con serietà. Immagino mio figlio solo in casa, le sue notti che so lunghissime, la città che si fa piccola, questa Milano da me tanto amata nel ricordo. Mia figlia a tradurre guardando il cielo ogni tanto, dicendo “non ho paura”.

Adesso sono a letto, Maria non può più venire e io mi sento senza mamma. Ma credo ancora nell’amore, pure perdendolo

Oggi, sin dal risveglio, ho sofferto tantissimo. Due problemi insieme. Stasera è venuto il mio otorino a rimediarne uno. Ha fatto i salti mortali, lui non mi ha mai abbandonato in nessun momento necessario. Dopo ero distrutta. Ho pensato alla mia vita, scorrendola per decenni, velocemente. Tutto ciò che già sapete perché lo scrivo, ma anche quel che resta in me e di cui non dico. Il bello, il triste, il lontano, l’adesso. Gli affetti, il lavoro che fu, mio padre e l’amore doloroso. Sono qui, dovrò prendere qualche farmaco, dovrò scordare, aspettare con timore domani che tutto si calmi. Ho i riccioli di mia figlia negli occhi, la sua casa che non vedrò mai. Dovrò difendermi, sto in attesa che giunga una voce per me. E intanto che sia notte. L’azzurro degli occhi di Francesca. E un giorno in cui persi tutto

Mio figlio, in autoquarantena a Milano, mi chiede di noi, dei miei amici, degli ulivi in campagna, di un rabdomante per cercarvi l’acqua, del nostro medico impegnato assai in questi giorni, della mia terapeuta che – dice – dovrei amare di più. E ricordiamo il nonno nelle notti milanesi degli anni trenta, con la sua vita diversa e moderna già allora, il crollo nervoso e il ritorno in Sicilia, la madre con lo scialle nero sul capo, la città povera e distante, il cibo misero, il grigio della pietra. Milano lontanissima, poi, il tempo tutto. Io gli racconto tutto ciò per la millesima volta, lui che mi ascolta come fosse la prima nel suo letto di bimbo. Mi lascia improvvisamente, il silenzio della sua casa, i giorni che devono passare in solitudine forzata. Gli chiedo, alla fine: sei raffreddato?

” no mamma, no”

Io ormai attendo. Tutto. Alle sette del mattino mi sveglio e attendo che si facciano le otto. Per alzarmi. Alle otto attendo che siano le nove e una delle due badanti venga. Alle dieci attendo che si facciano le undici per pranzare e coricarmi. Poi che si ritiri mio marito e che sia l’una per il suo pranzo. E alle due che si faccia pomeriggio e che il giorno volga. E via via, nelle ore successive. Attendo che qualcuno mi scriva o mi telefoni chi desidero, e non sempre succede. La sera si presenta piano, e ho una specie di timore, la notte ormai è solo dolore e insonnia. Cerco nel pensiero intimo un conforto, un sostegno. Amo i miei quattro cuscini, amo chi mi sa pensare, la mia stanza. Amo. E attendo. Con pazienza. Spengo la luce e attendo i miei sogni coloratissimi. E la pietà

Lettera tempo coronavirus

Mio caro, sei sempre il solito: telefonata davanti a una porta, con fretta indicibile per poter chiudere subito. Scusa ottima. Io che resto sospesa. Le parole dette che diventano enormi nella conversazione esigua. E tutto finisce in ogni caso e non ritelefoni. Che dire? Ero contenta, mi pento pure della

precisazione fatta perché non era importante e indispensabile e forse era meglio parlare di altro, dirti che per esempio ti attendevo da tempo e sarei stata felice nel pomeriggio con le tue parole dentro. Invece, nulla. Pazienza. Avere aspettative non serve mai. Comunque mi son fatta piacere lo stesso il

poco. Di sera non mi hai più cercata

Ho dormito poco, i fatti sono troppo inquietanti, viviamo malamente e forse ci vorrebbe più amore. Anche fra noi due, che ne dici? Darci molto, darci parole e vicinanze e affetti condivisi e queste mail che sono l’unica cosa che ci può unire.

Non temere se non hai niente da scrivermi, se starai a scavare dentro forse ti può sorgere qualcosa di bello da dirmi, poche parole sentite

Oggi faremo una spesa più consistente. Io ho però paura. Ieri abbiamo riordinato là dove era ingombrato, in casa necessita sempre farlo. Ho parlato poi con gli amici, il mio desiderio inespresso, il futuro che tutti abbiamo offuscato e sconosciuto, i progetti che non si possono più fare, il timore grandissimo per la sofferenza intorno.

Non so se mi ami un po’, ma tu non hai desiderio di sentirmi in maniera “normale”, senza la fretta che ti attanaglia e frena in tutto? Mah

Ciao mio caro, mi piacerebbe ricevere tue parole belle belle. So che non ti manco di certo… Sono tua finché mi vorrai

Marzo senza vento, marzo che ci vuol poco e finisce, con le strade vuote e grigie. Col silenzio. I figli che parlano di Milano dalla primavera anticipata, dal senso del diverso e nuovo. Li immagino e stavolta non è difficile, nelle loro case e non più per le vie trafficate, quando la sera mi telefonavano e io ascoltavo il rumore dei mezzi e le voci della gente e mi veniva un desiderio di essere lì, con loro, con la vita sconosciuta. Mangio una verdura bollita, due fette di prosciutto rosato, dieci pistacchi incolori. La notte dormo a fatica, la luce sul comodino gialla che ferisce, i sogni duri che stravolgono il sonno. Il dolore e i giorni che non passano più, il timore, la paura di questa malattia che lascia poco scampo, che inghiotte soffocando, il peccato che si può perdonare, il pensiero per chi mi ha amato e poi no. Il non più di chi mi disse e sparì. Noi, qui tutti. Tutti

Mio padre in Africa, ne guardo una foto minuscola, indossa una sorta di tuta militare e sorride con tutti i denti scoperti. Si chiamava Giuseppe. Detto Pippo. Mio figlio mi chiede di lui, di un tempo che dimenticammo in parte. Lo ha conosciuto, e amato. Ma poi, d’un tratto gli dico che io ho un senso di colpa grande in questi giorni. Noi che non abbiamo avuto guerre e i figli che vivono anni difficili. So che mi ascolta e sorride, è come se sentissi il rumore del suo sorriso. Ne immagino le labbra, gli occhi che si abbassano e sono “pensanti”. Un attimo di silenzio che è un parlare fra noi. Adesso ascolto una canzone di Mina, dei miei anni antichissimi, dice: da quando non ci sei non mi succede più di ridere per niente come quando c’eri tu… E allora tutto ho dentro, tutto vorrei dire a chi non può esserci più e mi stringo il lenzuolo intorno al viso, pensando anche a Milano, quella degli anni trenta che vide mio padre nelle vie intorno a Brera. E quella che sta piegandosi in questi due mesi di dolore mai immaginato. Vorrei chiedere scusa a tutti. E non so perché. Però pensatemi stanotte

Sto guardando fuori, dalla finestra, come mi succede tutti i giorni da sei anni. Però non passano i Suv e le donne che li guidano con i capelli corvini e il broncio perenne. Una ragazza con passo veloce entra in farmacia, una anziana trascina il suo carrello a fatica. Un uomo che sembra senza casa sta seduto su uno scalino e fuma. Tutto molto lento, molto silenzioso intorno. La mia badante nuova cuoce un pollo alla maniera brasiliana, per la sua origine. Penso agli ulivi della nostra campagna, al fruscio del vento fra i loro rami che si piegano facilmente, alle Pasque trascorse in questa campagna da cui si vede il mare, la costa piatta di Sicilia, il sud che ci rende diversi.

Non avremo profumi in cucina. La gente muore soffocata. Regioni senza più bellezza. Figli che si coricano la sera in una Milano spettrale e mai immaginata. Stanotte ho trascorso ore sveglia, come tanti immagino, e oggi il sole è debole sulla strada, ho nella mente persone con cui non posso parlare, il senso di una fine. Come il titolo di quel romanzo famoso.

Questa è la cronaca di un giorno qualunque e doloroso, di un marzo che un tempo ci vedeva in festa, bambini. Lo scorso anno fui felice, ma durò poco. Vorrei qualcuno mi parlasse

Stasera mio figlio mi ha detto che era andato di pomeriggio a fare la spesa ma la fila era troppo lunga e il viale Monza era senza un’auto e allora lui ha camminato in mezzo alla strada senza timore di essere investito. E io allora ho avuto questa immagine, il modo surreale con cui me l’ha descritta, la sua vita cambiata d’un tratto e quella di tutti e io qui, con la notte che avanza, e la paura che oggi si è fatta grande davvero. Avrei voluto guardarlo negli occhi. Quando saremo di nuovo insieme,

cosa ci diremo?

Era il 21 febbraio quando chiusero Codogno, nel pomeriggio appena iniziato. Quando mio figlio fece quell’esame. Quando ebbi paura ma fui anche felice per una telefonata tanto attesa che giunse in quello stesso momento. E io mi donai. Era un mese fa. Tutte queste cicatrici e tutte le notti. I giorni acidi. La dimenticanza. Il tempo che si fa lunghissimo. Che poi sia primavera non mi piace. No. Perché in primavera bisogna essere felici per forza. E io non lo sono.E non lo siete neanche Voi
A me questo cambiamento generale porta una sorta di eccitazione. Mio marito che resta in casa! La TV che presenta diversamente certe trasmissioni, l’attesa del bollettino, la spesa fatta in poche volte, la lista da non fare giornalmente, la mattina che si mostra diversa. I rosari recitati sul balcone ad orari improbabili, le canzoni che furono di una vita fa. Le non telefonate, le chat brevi. Il desiderio di tenere dentro qualcosa di troppo grande e oscuro, quello che finalmente la gente sta comprendendo, le piccole cose. Io che le vivo da sempre invece, ora sento tutti vicini in questo stare chiusi, mi sento accompagnata nella sofferenza. Leggo anche di più. Il tempo che per me è già dilatato e ora si riempie di molto, di quel tanto di cui ho avuto sempre necessità. La morte cui si sta a pensare, le paure di tutti, quelle semplici. Le voci dei miei figli in casa, nelle loro stanze. La malattia. Immensa

Ciò che ci sta succedendo io lo vedo dalla parte dei figli, come se non colpisse pure me. Sento che solo loro stanno subendo, e mai avrei voluto ciò, mai. Se penso a certe giornate di marzo in cui pioveva e burrascava col cielo giallo e io e Silvio stavamo vicini guardando i monti flagellati, se penso quei momenti che furono nostri, lontani da un futuro così; se penso a mia figlia sdraiata sul suo letto con i riccioli soffici e un libro di latino in mano, la versione da tradurre e il tempo che avrebbe poi

trascorso a tradurre per sempre, e questo stesso futuro che mi sembra abbia dato io a lei. Oh, non so esprimermi, davvero.

Abbiamo guardato questa estate il mare lasciandolo per tornare in città, alla nostra vita che sarebbe cambiata. Milano per loro, e tutti gli altri giovani che ora non accettano il tempo che ci vede costretti. Così chiudo gli occhi, così li riapro domani Io me lo ricordo bene l’ultimo pianto di mio figlio. Era ragazzino e c’era un temporale, una tempesta. Era anche la notte di Natale. Non riuscii a calmarlo. Si attorcigliava sul divano e piangeva e piangeva disperato. Da allora non ebbe più paura del maltempo. Ora non so perché sto pensando a lui in quel momento di solitudine dolorosa. Sarà che si fa notte, sarà che abbiamo dentro lo scoramento dei giorni. La lontananza che non ha una fine. Sarà che è lui. Era bambino, ancora. E adesso siamo in questo tempo

Qui sta piovendo e tuonando forte, lampi rosati nel cielo di nebbia. E la città vuota è spettrale e viene un senso di solitudine immenso. Eppure siamo tutto dentro e vicini. Eppure questa pioggia fitta ci isola nel cuore, forse

Oggi avrei voluto scrivere ma non è stato possibile, i dolori sono intensissimi. E ho pure uno scoramento, un senso d’incomprensione per ciò che sento. Per la vita difficile. Alcuni qui vi chiedete cosa farete quando potrete uscire. Ecco, io questa domanda non me la sono potuta fare mai, però comprendo perfettamente il desiderio fortissimo, il senso vero e profondo e semplice della vita che sentite. Sarete liberi, avrete una giovinezza. Avrete strade e città e mare. I nostri figli torneranno

al lavoro, agli studi, e soprattutto potranno fare progetti, piccoli o immensi. Stanotte Silvio mi ha scritto: mi dai la ricetta delle frittelle della nonna?

Non ho risposto subito, ero intontita dal dolore, dal sonno impetuoso che mi faceva fare sogni duri. Dalla paura che nasce solo alle tre del mattino. Spero che possa farle queste frittelle. Le mangerà da solo. Lo zucchero sul labbro. Il tempo cambiato, il vivere diverso. I pensieri che sono altri. Io qui, a letto, che non potrò mai chiedermi dove andrò quando sarà finito tutto

Mia figlia mi scrive da Milano: mi complimento per la tua capacità di astrazione

Allora io vado a cercare su un sito di abiti un vestito estivo a bolle e una camicetta di lino gialla e poi mi viene un po’ da piangere. Ma non ci riesco. E sto qui, col capo sui tanti cuscini e prendo una pillola che frizza. E la penso, e tanto

Stasera guardavo il rosso di un tappeto, le lenzuola cambiate, i cristalli luccicanti sul tavolo, la luce brillante di un vaso di Murano, il cuscino della mia poltrona scozzese, i libri in ordine e già letti, il lampo violetto nel cielo che si è fatto scuro presto.

Pensavo che tutto questo potrebbe non avere più importanza, non far parte della vita. Il mio medico che ancora visita fino a tardi perché gli duole il cuore lasciarci, le noci da schiacciare, le tante vestaglie appese, le medicine che ho dovuto prendere per affrontare una giornata di dolore purissimo. E quello che altri vedono e vivono, il niente che si fa immenso. La notte che non è uguale per tutti. Stanotte sarò sola, come tanti, ma nel mio letto. Ancora

Maurizio Rossi
Roma dopo er decreto

Tutto ‘no spreco de li ponti vòti

e sotto Fiume va a scivolarella;

drento er silenzio senti cantà l’aria

che porta ‘n mano er volo caciarone

de’ li gabbiani. Li vicoli e le piazze

s’ammantano de sole senza l’ombre

e tutto quer bailamme de l’ umani.

Santo Pietro spalanca er colonnato

ma nun ce sta nisuno: n’dove è annata

tutta ‘a gente co’ l’occhi appiccicati

a ‘na finestra che s’apre solamente

pe’ er vento misterioso de la fede?

Marzo 2020

Nazario Pardini

ALLE FRONDE DEI SALICI

Noi che siamo sull’isola di Lèucade a meditare sulla vita e sulla profondità del mare; a emozionarci sul dirupo bianco del tuffo di Saffo;
noi che guardiamo con animo lesto le bellezze dei dintorni, e di tali bellezze facciamo delle policrome concretizzazioni dei nostri stati d’animo;
noi che ci emozioniamo ad ogni cambio di stagione, e che facciamo del memoriale il fulcro del nostro canto; noi che conosciamo una sola poesia, quella del sentimento e della musicalità; quella della passione e delle immagini, e rifiutiamo quella della spersonalizzazione dei minimalisti;
noi, ora come ora, appendiamo con Quasimodo la cetra alle fronde dei salici perché
in questa bufera di morte e di virus persecutorio, in questa desolazione,
in questa perdita di amici e di spazi, in queste strade di scheletri di defunti, abbiamo perso il contatto con la nostra musa;
anche lei, triste, si è ritirata in disparte a piangere: più non ci invia messaggi di poesia; e noi, inariditi, abbiamo la gola arsa dai salmastri di Lèucade.

Patrizia Stefanelli
La scrittura ci libera

La scrittura ci libera, forse. Potrei trovare parole consone, aggrapparmi a una metrica infallibile ricca di assonanze e consonanze o trovare nelle piccole cose di ogni giorno l’essenziale, il minimale trascurato, ciò che davvero comunica. Ecco, bave di parole mi escono da labbra pur mute. Digito, adesso senza riflettere. Vediamo cosa viene dal pensiero nascosto, dall’ illogica sequenza di una logica franta:

A questo mondo che si aggrappa al nulla,
a liquida natura che si vuota
che è forma e contenuto
mi adeguo: ponte e muro al tempo stesso.

Non tanto. L’endecasillabo ritma a martello.
Qualcosa preme in me. Non so cosa.
Una briciola di pane si è interposta tra la “N” e la barra spaziatrice della tastiera.
La tolgo. La enne mi serve.

… non bastano parole
a segnare l’inganno:
questo è il limite inutile del dire.

È nel gesto l’ardire,
nella piega del labbro, nel calare

di voce e nel silenzio
mentre cerchi l’appiglio che ti sfugge.

Grazia di pane briciole di noi.
Si corre al labirinto; senza scampo.

***

Dimmi del tuo dolore, amica mia
dimmi della tua pace.
Ti tocco piaghe di salso rancore.

Quando finirà ogni contagio, non resterà altro che la cenere delle contraddizioni.

Pietro De Santis

Roma, ventisei marzo, giovedì

In questi giorni di scarse uscite – per validissimi e documentatissimi motivi – c’è modo di imparare qualcosa attraverso la pura e semplice osservazione, acuita dalla carenza di contatti umani. Propongo alcuni esempi.

A causa del virus bisogna prestare attenzione nell’attraversare la strada sulle strisce pedonali.

Non è la fake news che sulle strisce pedonali il virus resista dalle 48 alle 72 ore – prima o poi da qualche parte lo leggeremo – ma il fatto che i pochi automobilisti in circolazione sono diventati assassini e non si fermano dinanzi ai pedoni indifesi. Sono soprattutto pericolose le signore che viaggiano sole indossando la mascherina: attenzione, hanno licenza di uccidere! Non si arrestano davanti a nulla e nessuno; esprimono la massima determinazione omicida contro chiunque si avventuri sulle strisce, con l’intenzione di gettare spazzatura: lo riconoscono di lontano dai sacchetti colorati e accelerano poi, avendolo mancato il più delle volte per fortuna, si voltano e guardano con disprezzo. Fuori dalle strisce pedonali il rischio è minore perché il pedone è più circospetto: meglio attraversare fuori dalle strisce, oppure attrezzarsi con un binocolo?

A causa del virus siamo tutti interpreti di “grande fratello” domiciliari e, per questo motivo, sentiamo il bisogno di litigare – spesso e con insulti pesanti – per i motivi più banali; purtroppo non sono consentite espulsioni. Ciò altera i ritmi diurni ma anche la vita onirica: a tale proposito posso riferire un sogno ascoltato da una ragazza “fuori sede” che condivide l’appartamento con altre quattro persone. Ha sognato il proprio amato fratello litigare furiosamente con la compagna, che a lei non piace, e cacciarla di casa. La sognatrice, che mi è molto simpatica, ebbe un alterco con una coinquilina che ha lo stesso nome della cognata. Si sa che i sogni realizzano ciò che la realtà non consente, ma il caso è reso più interessante dai nomi: la simpatica ragazza ha sognato il fratello per scacciare l’altra inquilina, oppure ha litigato con lei per scacciare la cognata?

Alcune persone debbono assolutamente trasgredire i divieti. Premesso che tutti eviteremmo questa situazione assurda e demenziale se controllassimo i comportamenti semplici – ma ciò oltrepassa la volontà umana – mi sembra possibile individuare alcuni tra i motivi che spingono alla rottura dei divieti. Il primo, assai serio, consiste nel “diniego” cioè nella cancellazione di una porzione del mondo reale, che non ci piace. Si tratta di un atteggiamento preoccupante perché e molto frequente: le fake news lo dimostrano. Il secondo motivo è il timore dello “stigma” e si lega agli interessi personali più o meno loschi: chi ha uno stipendio fisso accreditato in banca a fine mese, non fa parte di questa categoria; ne fanno parte i grandi imprenditori o i politici che temono il disastro economico e d’immagine o i piccoli e piccolissimi lavoratori autonomi che temono l’emarginazione, il dramma della mancanza di reddito e la perdita di qualche privilegio fosse anche la cura di un dente. Negano di avere il contagio fino allo stremo.

Altro motivo è la drammatica paura della solitudine, dalla quale qualcuno tenta di fuggire come l’anatra di Pierino e il lupo; nuotava tranquilla nello stagno ma, vedendosi sola, si precipita follemente verso il prato…

Maria Concetta Di Spigno

Dal balcone

Sono affacciata al mio balcone, guardo il cortile condominiale deserto, tutto è immobile, non c’è più nemmeno la portiera che con la pompa innaffia le piante, il tempo passa lentamente, tutti rintanati in casa: siamo in quarantena da 18 giorni e tutto dovrebbe essersi fermato eppure…

Mi rendo conto di aver fatto, senza uscire di casa, molti nuovi incontri in questi giorni di isolamento forzato.

Dal terrazzo condominiale del palazzo di fronte si sono affacciati, ora un giorno ora un altro, rigorosamente uno alla volta, volti mai visti prima.

Un pomeriggio di qualche giorno fa una giovane madre, che ha portato la sua bambina di 7 anni a fare un giro in bicicletta e, con un sorriso, mi ha spiegato: “non ce la faceva più!”. Abbiamo chiacchierato un po’, mentre si sentiva la bimba scorrazzare felice per quell’insperato momento di libertà, dopo giorni passati in casa. “Mamma guarda, c’è il sole!” come se, dopo giorni al chiuso in una stanza, lo splendido sole di questi primi giorni di primavera fosse una scoperta eccezionale. Il suo richiamo ci ha fatto sorridere, ma poi, osservando meglio, nel cortile circondato da palazzi di nove piani, il gioco dei raggi che brillano tra la selva di antenne, che illuminano le parabole orientate verso un’unica direzione per la migliore ricezione e le trasformano in dischi brillanti, mi ha sorpreso e mi ha fatto scoprire una inaspettata “bellezza” anche in questo ambiente così poco naturale.

Qualche mattina dopo, dal terrazzo è apparso il volto di un signore anziano costretto, dall’età e dalle ferree regole di questi giorni a non mettere il naso fuori di casa per nessuna ragione e “allora”, mi spiega, “sono salito qui, a prendere un po’ d’aria e a vedere il mio amico”. Vedo, infatti, al lato opposto, affacciato dal terrazzo del palazzo, un altro signore, forse ancora più anziano, che saluta l’amico e, dal momento che ci sono, anche me, e ci augura “buon pranzo”, dopo averci raccontato cosa si è preparato: “Cose semplici, sono solo e non posso uscire…”

Infine, l’altro ieri dal terrazzo è apparsa una signora, anche lei confinata in casa per ragioni d’età, che, scopro, abita nell’appartamento confinante al mio, con ingresso dall’altro condominio. Abita qui da sessant’anni, io da quasi 10 e non ci eravamo mai viste prima! Spesso ho sentito la sua voce attraverso il muro che ci separa, come lei ha sentito le nostre, ma è la prima volta che, a quella voce, associamo un volto! Ha voglia di parlare, non può vedersi al bar con le sue amiche, per prendere un caffè e passare la mattinata, così è salita sul terrazzo insieme al suo cagnolino che le fa compagnia.

Stamattina, martedì 24 marzo, sul terrazzo di fronte non c’è nessuno, ma i palazzoni di nove piani che circondano il cortile cominciano ad apparirmi diversi. Affacciata alla mia veranda, dove le orchidee, a dispetto di tutto, sono fiorite, ricordandomi che, comunque, la primavera è arrivata, sono in attesa di fare altri incontri, chissà se riuscirò a dare un volto alle tante voci che, in questi giorni, echeggiano nel grande cortile!

Roma 24 marzo 2020

Fabrizio Labarile
1. LA DELUSIONE DEL BAMBINO

Dopo una settimana di totale isolamento tra le mura domestiche, confortati soltanto dalle camminate sui balconi,mamma Chiara e la dirimpettaia Nicoletta decidono di uscire in strada per fare una passeggiata sul marciapiede. Sono accompagnate dai loro figli : Chiara dal piccolo Vincenzo di quattro anni, e Nicoletta da Miriam e Paolo rispettivamente di cinque e tre anni. Mentre le due donne dialogano sulle conseguenze del Coronavis, prima una, e poi altre coinquiline partecipano alla conversazione dai balconi . Sembra un discorso corale,meno vivace delle assemblee condominali, che è improntato sulle difficoltà e, soprattutto, sui cambiamenti che i vari decreti governativi,negli ultimi quaranta giorni, hanno cambiato totalmente la vita degli italiani. I bambini,a pochi metri da loro, s’inventano giochi creativi come quello a “nascondersi”. Intanto , Vincenzo, sentendosi penalizzato di non potersi recare al suo asilo per poter giocare con i suoi amici preferiti,decide di rimediare. Rammenta la strada per averla percorsa numerose volte con la mamma e, alla chetichella , in dieci minuti raggiunge la sua scuola materna. Con uno sforzo notevole si arrampica per suonare il campanello ,poiché il cancello è chiuso. Ma, con grande rammarico , nessuno viene ad aprire,mentre davanti ai suoi occhi sfilano i disegni ,le recite e i giochi,che sotto la direzione delle maestre, lui e i suoi amici eseguivano. E, il solo pensiero di ritornare a casa sua e, da solo, trascorrere il tempo sempre con i medesimi giocattoli o guardare la TV lo rattrista,mentre si sforza per evitare invano che copiose lacrime solcano il suo viso. Improvvisamente , come se una voce l’avesse chiamata a gran voce, Nicoletta guarda sul marciapiede e, non vedendo il suo piccolo , con il cuore in gola chiede ai due bambini : dove è andato Vincenzo ? Loro ,però, non sanno dare una risposta.Immediatamente,non soltanto da parte di Nicoletta, ma anche dagli altri coinquilini presenti, inizia la ricerca per trovare il bambino. Intanto, alcuni passanti ,osservando Vincenzo seduto davanti al cancello della scuola triste e piangente, lo confortano e gli chiedono dov’è casa sua. Fortunatamente tra quelle persone si trova Giacomo che , conoscendo la famiglia del piccolo e intuendo le preoccupazioni della mamma,corre ad avvertirla. Dopo pochi minuti, un caldo abbraccio e numerosi baci affettuosi, intrisi di emozione, della mamma fa tornare il sorriso a Vincenzo. Le maestre, venuto a conoscenza di questo episodio, in collaborazione con la dirigente sono intervenute concretamente. Da subito, e non soltanto con la famiglia di Vincenzo ma anche con quelle degli alunni che lo desideravano, hanno ripreso le loro lezioni via mediatica. L’idea è stata condivisa non soltanto con la classe di Vincenzo ,ma con tutte le altre classi della scuola. Da quel giorno il bambino, sia pure virtualmente, si é riappropriato del suo asilo, che gli era mancato durante i primi giorni di forzata clausura.“

Santeramo 27/03/2020

2. L’INCONTRO CON IL CORONAVIRUS

Dopo una lunga giornata trascorsa in casa,in ottemperanza alle normative restrittive attuali, decido di fare una passeggiata in campagna per carpire gli ultimi raggi del sole prima del tramonto. M’incammino per un sentiero impervio che si avvita su se stesso come un serpente a contatto con il caldo sole . A metà percorso noto, seduto su un masso, un uomo alto e corpulento con una testa enorme e curvata a sinistra,dove risalta una bocca larga,sproporzionata. Non appena mi avvicino, mi saluta con cordialità e ,senza ghirigori, afferma:” Spero che il mio saluto non ti abbia distolto dai tuoi assorti pensieri.” Gli rispondo con altrettanta gentilezza:” Non ti preoccupare” E prima che possa aggiungere altre parole, mi anticipa:” Tu, non mi conosci ma, hai certamente sentito parlare di me. Comunque, ora mi presento: io sono il Coronavirus.” A sentire questa frase, un brivido attraversa la mia schiena . Ma, lui, subito aggiunge” Sicuramente questa mia presenza è per te poco piacevole, ma non temere. Desidero precisarti che non è colpa mia se sto invadendo la terra intera arrecando molti danni. Il mio intervento deve servire a mettere ordine e, soprattutto offrire un poco di giustizia ai popoli e alle persone più poveri. ”Pur sembrandomi questo individuo surreale ,forse, si tratta veramente del colpevole della pandemia che sta falciando la vita di tante persone. Alquanto adirato, gli rispondo:” Scusami , ma perché ti stai accanendo contro persone innocenti? “ Immediata è la sua risposta: ” Non devi vedere soltanto la parte negativa della mia azione, ma anche quella positiva. E’ vero ci sono molte vittime. Ma hai mai riflettuto quante persone innocenti in tutte le guerre, che sono alimentate dai venditori di armi in complicità con i più forti Governo della terra, muoiono. Soltanto la guerra in Siria ,negli ultimi anni, ha mietuto decina e decina di migliaia di morti. Nella maggior parte dei casi sono stati sepolti in fosse comuni,senza una tomba dove un familiare avrebbe potuto portare un fiore. Mentre quelli causati dal Coronavirus, ricevono la solidarietà della gente e le preghiere dei parenti. Il mio intervento vuol essere un monito per tutti i capi di Stato della terra: Trump , Xj Jinping , Putin , Macron , Johnson, Ardogan , Conte, Merxel . Auspico che questa epidemia li faccia rinsavire e li costringa a prendere decisioni in favore delle persone e dell’ambiente, e ad evitare d’innescare guerre sanguinose. Per esempio non riesco a capire perché neppure l’inquinamento e il riscaldamento dell’atmosfera abbia portati questi “Grandi” uomini a più miti consigli. I lati positivi del mio intervento sono tanti. Come stai constatando , in tutto il mondo si stanno ripristinando le buone maniere. Noto un grande rispetto per la famiglia, per le città e, molto significativo, il rispetto tra gli uomini. Ma, soprattutto,sono stati spenti i focolai di guerre,che hanno prodotto giornalmente tanti morti.”
Il suo discorso mi rattrista e, in quel momento,mi viene spontanea una domanda: ” E, secondo te,come dobbiamo comportarci per evitare, in futuro ,l’intervento di qualche altro Virus ?”
Senza esitazioni, mi risponde: “ Rispettare l’ambiente. Nel rispettare l’ambiente,tu rispetti te stesso e il mondo intero.”
Mai passeggiata è stata per me più proficua di questa.

Santeramo 25 Marzo 2020

Lara Di Carlo
La via della rinascita

Madre di tutti eri tu in cielo ad accogliere le nostre preghiere? Quando il Papa chiedeva “perché avete ancora paura?”. Ora risuona l’eco di quelle parole. Ieri rispondevano solo ambulanze e campane in quel deserto gremito d’anime. Forse eri tu a ringraziare il Papa, ad ascoltare i nostri silenzi, illuminando la via della rinascita.

Laura De Gregorio
Cortocircuito virale

Nella tempesta virale
di un quotidiano stravolto,
coinvolto in un dramma globale
da reclusi forzati
tra mura protette,
più d’un metro distanti
dagli affetti più cari,
da passanti fuggiaschi
che contano i passi
nel recinto obbligato,
siamo gente smarrita
che subisce e sostiene
l’esame più duro.

Siamo gente costretta a pensare…
a cambiare.
Scorre il tempo,
percorso dall’eco di ambulanze in soccorso.
Corre il tempo,
silurato dai bip di sale affollate, blindate.

Instancabili eroi
finiti e sfiniti sul campo,
dentro tuta e scafandro
sono veri marziani,
pronti a rischiare
per pura missione.

Canti, inni, applausi e suon di campane
muovon l’orgoglio del bel tricolore
al rintocco di ore dodici e diciotto
di un giorno sempre più lungo
e innaturale.
Intanto l’aggressore letale
entra senza bussare
e ingoia affamato
la vita di tanti
senza commiato.

Maurizio Ignizio
Più non urla.

Più non urla,
ne schiamazzi,
ne parole,
ne risa.

Nessun rumore.

Solo lontani garriti,
d’una perduta libertà.

Tace nell’oblio
l’ambizione umana.

Metropoli di silenzio
in un mondo spento
brulicante di raziocini
che rifocillano incertezze.

Davanti ad uno specchio,
l’umanità abbandona,
rinnega vecchi dei,
annientati dall’Invisibile.

Muta, rimane ad osservare
la sua infinita fuggevolezza,
la sua onnipotente fragilità.

Loredana Brigante
Cor/11

Stanotte, sono stata in aeroporto. Stranamente, ero riuscita a portarmi una sola valigia, mio marito non credeva ai suoi occhi.
Ho preso il primo volo per un posto sconosciuto. Non avevo mete, volevo solo togliermi lo sfizio di viaggiare, guardare il mondo dall’alto, perché tanto lontana da tutto e da tutti ci sono già.
L’aereo, a un certo punto, ha sovrastato le nuvole bianche (o “fuffose”, come direbbe la nostra amica Matilde) e l’hostess mi ha annunciato che potevo aprire l’oblò e “fare una domanda a piacere”.
A chi? Di colpo, ho realizzato che ero l’unica passeggera, perciò non potevo chiedere suggerimenti a nessuno.
Ho guardato in basso. Vedevo città deserte, paesi fantasma, ogni tanto dei puntini, che se li univi come nel gioco sull’enigmistica, compariva la fila al supermercato.
Di solito, si dice “non c’è un cane”, ma di cani ce n’erano diversi, di tutte le razze, e tenevano per la prima volta al guinzaglio i loro padroni. Vedevo minuscole finestre con le lucine accese, e madri chinate sui loro bambini a raccontare una favola “inventata” per una “vera” buonanotte.
E, poi, nel silenzio inverosimile, come un’eco, ho sentito diversi pianti sommessi. Facendo attenzione, il cuore imparava ad ascoltarli davvero, a distinguerli.
C’erano genitori preoccupati per il futuro e i loro figli, figli spaventati per la sorte dei loro genitori. Poi, si sentivano quelli che stanno avendo problemi con il lavoro e quelli che già li avevano da prima.
Dagli ospedali, si udiva il pianto sommesso di medici e infermieri in pausa e quello degli ammalati.
Quest’ultimo mi ha dato lo spunto per la domanda. Era un pianto che non aveva più lacrime, un miscuglio tra dolore, solitudine e paura. Quel pianto che, se anche di giorno è una parola che non vogliamo pronunciare, sa di morte. Come quella di tutti coloro che se ne sono andati finora, in fila, senza essere accompagnati da nessuno.
Allora, mi sono subito voltata lato finestrino e ho urlato quanto dentro stava per scoppiare, poi ho guardato ancora più in alto e ho chiesto a Dio “PERCHÈ?”.
Ha rilanciato con un altro “perché”.
Ribadisco: “Perché tanti morti? 4825 alle 18.00 del 21 marzo”.
“In Italia?”. Mi ha invitata ad allargare lo sguardo: “Ce ne sono anche negli altri Paesi e nel resto del mondo”.
Così, chiedo perché anche per loro.
E lui mi domanda perché penso solo ai morti per il Covid-19. Mi fa un elenco spietato di tutte le altre malattie che affliggono l’umanità. Mi ricorda che, anche prima di tre mesi fa, tanta gente moriva, anche senza cure. Perfino bambini, tra l’indifferenza generale di chi stava bene.
Sono improvvisamente a disagio.
Presi dalla paura di morire, ci siamo dimenticati di chi ogni giorno combatte estenuanti battaglie per la vita.
Allora, Lui che “mi scruta e mi conosce” mi toglie dall’impasse e mi sussurra con dolcezza: “COME. Chiediti come uscirne, e non perché. Chiediti cosa possono fare ora gli scienziati e il personale medico. Chiediti cosa possono fare gli intellettuali e gli artisti, i sacerdoti, i politici e i giornalisti. Pensa come possono convertirsi le fabbriche, sopratutto quelle di armi, e come possono cambiare approcci e relazioni le persone comuni. Ingegnati su come occupare il tempo, rifletti leggendo un libro, guardando un film o ammirando le stelle o un sorriso. Riscopri come può essere utile una parola gentile, come è prezioso il mondo del volontariato, come possono trasformare tutto l’amore e l’amicizia. E poi, prega. Accendi nel tuo cuore e in quello degli altri la fede, perché da lì si genera la speranza e maturano pensieri che ribaltano i punti di vista”.
Tra un’Ave Maria e un “Padre nostro” ripetuti nel cuore nel sonno e nel sogno, mi sono ritrovata nel mio letto.
Niente più aeroporti né viaggi né nuvole, ma Dio era con me e mi sentivo avvolta da un caldo e tenero abbraccio.
Il mio cellulare era per terra. Sarà caduto quando ieri sera iniziavo a scrivere.
Scusate se mi sono addormentata, ma spero che, in questa domenica, questo mio post porti un po’ di conforto e vada a illuminare quell’angolino buio in cui, a volte, nascondiamo la nostra fede.

Valentina Di Cesare

Da dove iniziare?

Da dove iniziare? Da una lamentela? Certo che no, non per me almeno. E non perché io sia persuasa di essere diversa dai miei simili, ma esattamente per il contrario. Il passaggio umano da queste parti è tanto rapido quanto immenso, eppure c’è ancora chi, da millenni, perde tempo a credersi più importante del suo vicino. Il destino che ci fa nascere a una latitudine anziché a un’altra, in una famiglia benestante anziché in un orfanotrofio, viene perennemente confuso con una sorta di merito astratto, basato su leggi spavalde e inesistenti che hanno contribuito a rendere lecito qualsiasi atto. E poi, con gli anni, tanto per non farci mancare niente ci hanno convinti criticare è da volgari e protestare altrettanto. Ci hanno talmente tanto ammaestrati che finalmente è fatta: chi osa criticare o ribellarsi non è nemmeno più sovversivo, è solo un invidioso. Ben prima che il misterioso organismo di dimensioni submicroscopiche cambiasse le vite degli abitanti del pianeta, chi ha preferito non vedere si è finto cieco senza nemmeno il disturbo di piazzarsi una benda sugli occhi, insistendo col deridere chi, al contrario, faceva notare che no, non era possibile che fossimo intoccabili.

Abbiamo smesso di vivere il giorno in cui abbiamo dimenticato che si muore. Pensavamo bastasse correre, accumulare, sorridere di fronte a ogni evenienza, fingere di sopportare tutto. Pantomime che nemmeno alla corte di Luigi XVI! Credevamo fosse sufficiente dire di aver fatto, di aver visitato, di aver ottenuto, eravamo convinti così di avere a disposizione più aria Eppure eccoci, sempre noi, coloro che il destino ha posizionato nella parte soleggiata del globo, da qualche giorno sappiamo che anche noi si muore, che anche qui c’è chi galleggia e chi affonda. Ci accorgiamo che c’è chi scrive “c’è la faremo” e uh, che ribrezzo, inorridiamo quando il vicino si improvvisa sceriffo di quartiere e fotografa il runner, l’Inno d’Italia proprio non ci piace, è una marcetta desolante. E quelle bandiere! Oh, mon Dieu, chiudete i balconi! Che sorpresa venire a sapere che non tutti gli studenti hanno un computer a casa. Ma come, tu non hai un pc? Nemmeno un tablet? E le terapie intensive? Dimezzate? Oddio, ma da quando? Non me n’ero accorto, sai?

Eh sì, questa brutta storia ci ha sorpresi come fa un improvviso temporale estivo che rabbuia il cielo in una manciata di minuti. Abituati a sorseggiare i nostri aperitivi mentre il venditore di rose veniva a chiederci una moneta, ora ce ne stiamo seduti ai nostri tavolini senza spritz e iniziamo a essere un po’ stufi.

Questo virus però, non è giunto a punire nessuna nefandezza umana a mo’ di Santa Inquisizione né, come ha affermato qualche Solone contemporaneo, sarebbe il portatore di un avvertimento divino. Un virus è un virus, la scienza ne conta 320.000 soltanto tra quelli in grado di colpire i mammiferi.

Cosa faccio in questi giorni? Tento di mandare avanti il programma scolastico con i miei studenti, leggo, cucino, me ne sto sul divano, ascolto la musica, guardo la tv, faccio aerobica, e scrivo questa testimonianza da una casa riscaldata, dotata di acqua, cibo e di ogni cosa che desidero. .
Sono solo un essere umano fortunato, caduto sulla Terra del 1982 ed è questo il mio tempo.

Maggie van der Toorn

“SILENZIO”

Sabato 28 marzo 2020

E’ una bella giornata. C’è il sole, nemmeno una nuvola, è l’inizio di un altro bel fine settimana. Eppure c’è qualcosa di strano. C’è il silenzio. Non ci sono le solite voci che provengono dalla strada, né si vedono passeggiare le persone vicine o gente che si incontra e si abbraccia. Tutto tace. Ci sono invece gli sguardi da dietro le finestre, un po’ increduli, verso l’Italia che si colora di rosso. Non rosso di passione, ma di divieto, di pericolo, di fermo totale. Una catena invisibile che unisce tutti allo stesso destino, quello di affrontare un grave problema. Un problema che va sconfitto con l’aiuto di tutti, in un grande abbraccio virtuale, stretto, strettissimo, senza se e senza ma, per poter tornare alla libertà di cui tanto abbiamo goduto e di cui forse non ci siamo resi conto abbastanza.

Personalmente posso ritenermi fortunata. Vivo nella provincia di Rimini, sulla cima di una collina, con una vista spettacolare sulla Riviera Romagnola e sui monti delle Marche. Un luogo di confine tra due province, e ora, un luogo di silenzio e di isolamento. La casa è grande, 350 mq, e ci viviamo in tre. Lo spazio non ci manca, nemmeno di fuori, dove possiamo prendere delle belle boccate d’ossigeno tra il verde della natura ed orizzonti lontani. Quello che mi piace di più di questo posto è il canto degli uccellini. Un suono armonioso ed incantevole, capace di tranquillizzare ogni anima irrequieta, come me.

Nel fine settimana, appunto, questo luogo si riempie di forestieri che cercano la bellezza della natura; si vedono passeggiare famiglie, bambini correre in mezzo agli alberi, gruppi di ciclisti che sfidano la ripidità della strada per raggiungere la vetta e che di solito si fermano proprio sotto casa mia per riprendere fiato e confrontarsi sulla loro vittoria. Solitamente le loro grida possono svegliare anche l’animale più in letargo che ci sia, ma ora tutto tace. E’ quel silenzio strano che penetra di più e che in un certo senso fa bene alla natura. Non circolano macchine, né motorini, né bicilette, nulla di spaventoso per gli abitanti del bosco, che vengono alla scoperta con qualche perplessità in più e che sicuramente si staranno chiedendo dove sono finiti tutti gli uomini. Ho visto diversi scoiatoli. Devo dire che alla loro vista provo una gioia immensa. Si vedevano anche prima della quarantena nazionale, certo, ma ora sembrano più numerosi e meno schivi.

Per questo, e per tutta la bellezza e lo spazio che mi circonda, mi sento fortunata. Eppure mi preoccupo e mi chiedo quando finirà e come. Il mio pensiero va alle persone che stanno combattendo per la loro sopravvivenza, a coloro che stanno sacrificando la propria vita per tentare di salvarle, a tutti quei parenti in lacrime e a coloro che se ne sono andati in solitudine. Tutto è cambiato in poco tempo e non si sa bene come guardare l’avvenire. Cosa succederà ai giovani? Come si esce da una situazione simile? Quanto tempo ancora… Domande a cui troveremo risposte in futuro, importante arrivarci. E per arrivarci bisogna evitare di essere contagiati da quel terribile nemico e starne alla larga, stando a casa, ognuno nella propria abitazione. Questa clausura porta a ragionare, a riflettere, ad essere consapevoli di quello che si può fare e quello che sarebbe meglio evitare, ed essere più consapevoli di quello che si ha e che probabilmente conta di più: la salute.

Meglio non farsi prendere dalla paura, anche se l’angoscia è crescente, ma dare il buon esempio, soprattutto ai figli, a mostrarli come ci si alza, come si aggiustano le vele della barca dopo una tempesta e come ci si vuole bene senza rinunciare ai propri sogni.

Ecco perché spesso mi trovo da sola nella mia stanza, a scrivere, dietro al mio computer, puntando ogni tanto uno sguardo fuori, attraverso la finestra, in cerca di una risposta, che forse arriverà o forse no. Sta a me scoprilo, con il vento che soffia sul tetto, l’odore della legna e il sole che scalda i fiori di primavera, in silenzio, e in attesa che tutto torni come prima, anche se non tornerà, legata al ricordo di come stavamo bene prima senza rendercene conto.

Valentí Gómez i Oliver
Poètica
per a Miquel de Palol

Cavalquen els conceptes fragmentaris

miríades de mots, un fosc vestit

a la recerca cega del sentit

entre els paranys feréstecs, solitaris

Espantafocs alats dels sagitaris
dèria de xerrar amb desprofit,
voler-ho convertir tot en escrit
sense conèixer a fons els breviaris.

Creació és dilatar l’instant
al llarg dels jorns, els mesos, les anyades,
segles, mil·lennis que passen volant

quan peces del teler són encertades.
Una poètica sense embalums:
llegir, viure, pensar, no tenir fums.
[testo originale catalano, Or Verd,

Poética
a Miquel de Palol

Cabalgan los conceptos fragmentarios
palabras miles, un fosco vestido
a la búsqueda ciega del sentido
entre engaños terribles, solitarios.

Signo de fuego de los sagitarios
obsesión de palique gratuito,
quererlo convertir todo en escrito
sin conocer a fondo los breviarios.

Creación es dilatar el instante
a lo largo de días, meses, años,
siglos, milenios que van adelante

si el telar tiene piezas acertadas.
Una poética que evite grumos:
Leer, vivir, pensar, no tener humos.

(versión castellana: Manuel Vázquez López)

 

Poetica
Per Miquel de Palol

Cavalcano i concetti frammentari
molti termini, vestito oscurato
alla ricerca cieca del significato
tra i tranelli selvaggi, solitari.

Spaventafuochi alati dei sagittari
mania di parlare senza profitto
volere convertire tutto per iscritto
senza conoscere a fondo i breviari.

Creazione è il prolungare gli istanti
durante i giorni, i mesi, le annate
secoli, millenni passano volanti

se del telaio le parti azzeccate.
Poetica senza pretese varie
legger, viver, pensar e non darsi arie.

(versione italiana: Filippo Bettini)

Chiara Rossi
notturno

21 marzo a.D. 2020. Equinozio di primavera. Giornata mondiale della Poesia. È una delle mie notti insonni. Sono sul terrazzo che guarda la distesa del mare. ‘Assoluto’ è l’unico aggettivo che mi invade la mente, in questa prima stagione delle fioriture della Nuova Era. C’è qualcosa che non riesco a vedere >>> so che c’è qualcosa che non riesco a vedere >>> ma non so cosa non riesco a vedere (cito Laing[1]).

Fa freddo, l’inverno stregone non ha ancora voglia di andarsene. Lo zero assoluto si posiziona a -273°C, di fatto una temperatura irraggiungibile. 273, come i secondi che corrispondono ai 4’33’’ della controversa, geniale composizione di John Cage. 29 agosto 1952, Woodstock: David Tudor è al pianoforte, apre il coperchio della tastiera, richiudendolo subito dopo, ripetendo il gesto altre due volte per scandire i tre movimenti che compongono il ‘brano’ (il primo di 30”, il secondo di 2’ 23” e il terzo di 1’40”), brano senza note, non-musica che è silenzio. Anche il silenzio rappresenta un’emissione di suono, in quanto tutti noi viviamo immersi nel rumore. Infatti durante quel concerto, nel corso del primo movimento si percepì spirare il vento, nel secondo il battere rimico della pioggia e nel terzo lo sbigottito mormorio del pubblico, che, indignato, abbandonava la sala. Molti, allora come oggi, non erano ancora pronti a questo ascolto, nonostante la readymade sculpture di Duchamp, l’astrattismo gestuale di Pollock, le avanguardie, le sperimentazioni. Troppa ignoranza, nel senso di ‘ignorare’ l’esistenza di un Mondo Altro da quello occidentale, sedimentato su concezioni di filosofia e arte stereotipate. Per quasi tutti furono solo 4 minuti e 33 secondi di utopico, menzognero, imperfetto silenzio.

Con la mente risalgo a Rauschemberg, con le sue pure tele bianche, ‘aeroporti’ per particelle di polvere e ombre presenti nell’ambiente; a Paik, il visionario coreano che ha girato un film provocatorio della durata di un’ora, che non contiene alcuna immagine; al tedesco di cui non rammento il nome che usava i ‘materiali di scarto del fare musica’, ossia i movimenti del direttore d’orchestra o il rumore prodotto dal pubblico in sala; a Schnebel, che proponeva musica da leggere invece che da ascoltare: io decido che ciò che ascolto è musica… è la mia intenzione di ascolto a conferire il valore di opera.

In questa notte di transizione, anch’io (come Cage raccontava stupefatto di ritorno dalla sua visita all’università di Harvard, dove aveva voluto personalmente sperimentare le sensazioni e le percezioni dentro la camera anecoica), mi sorprendo nell’udire distintamente due rumori distinti – uno grave, uno acuto –, tipici del lavoro dei miei apparati cardiocircolatorio e nervoso. In una non-musica i rumori risaltano e si fanno a loro volta musica, sotto una forma differente, a seconda della sensibilità di ciascuno. Secondo Picasso l’opera d’arte, che di fatto è un simulacro, è il pretesto che consente di accedere alla verità. Quale verità? È che tutti abbiamo paura – Pirandello docet – di perdere, mutando, la realtà che ci siamo dati e di riconoscere quindi che essa non era altro che una nostra illusione. Il Virus con la Corona di questo periodo è qui, nostro malgrado, forse proprio per ricordarcelo. La verità… io sono colei che mi si crede e per me nessuna… afferma ieratica la velata signora Frola, nel finale di Così è se vi pare. Concordo.

Credo che ogni verità resti inconoscibile, inafferrabile. O forse questo vale per la Verità di Dio. Ai non credenti non resta che accontentarsi di verità soggettive, nel frame di una data cultura, mutevoli, cangianti, liquide a seconda del punto di vista. A me ha insegnato molto l’estetica della pittura giapponese, che ci mostra quanto sia determinante lo spazio rispetto alle raffigurazioni: è il vuoto che garantisce che la forma verrà presa in considerazione.

Non c’è distinzione tra rumore e suono, il silenzio altro non è che un mutamento della mia mente. Se accetto tutti i suoni, arrivo a ciò che suono non è più; ma, visto che esiste il non-suono, non esiste il silenzio.

vespri

Una specie di mago fa entrare un tale dentro a una portantina, insieme al suo romanzo preferito; una volta chiuse le porte, la persona all’interno batte tre colpi e, come d’incanto, si trova proiettata dentro quel libro: così può conoscere dal vero la sua eroina, perfino vivere con lei una storia d’amore e poi fare ritorno alla sua vita reale, sapendo di poter tornare da lei quando vuole.

In sintesi, è la trama di un delizioso racconto di Woody Allen. La cito perché ho sognato anch’io d’esser dentro a un libro scritto a più mani, da tanti di noi che, come a comporre un sincrono Decamerone, uniscono talento&cuore per dar corso a una nuova storia, per esorcizzare il sentirsi granelli del niente, incastrati, impotenti, nel collo d’una clessidra a tenuta ermetica. La location era esotica, di grande appeal, almeno per me che sono un impenitente sagittario-viaggiatore: il Buthan, sulla lista delle mie future mete. La luce era abbagliante, l’orizzonte indefinito, l’aria fremissant. Pensieri pensati insieme, per tessere trama e ordito. Le storie, infondo, accumulano quel che accumula il mondo. Molti vorrebbero scrivere del nostro nemico interno, il Tempo, e del nostro terrore che scorra senza che noi lo vediamo passare. Io propongo, fuori dal coro, di indirizzarci perso la Felicità, probabilmente suggestionata dal ricordo connesso al re del Buthan, che aveva deciso di far calcolare gli obiettivi annuali di crescita del suo Paese in termini di FIL – Felicità interna lorda – invece di usare il classico parametro del PIL – Prodotto interno lordo. Un cane abbaia in lontananza, mi sveglio. È la ruvida alba del 25 marzo, ottantacinquesimo giorno di questo inimmaginabile anno bisestile, primo Dantedì, recentemente istituito dal Governo, diciassettesimo giorno di divieto d’uscir di casa, ma anche celebrazione dell’Annuncio dell’Arcangelo Gabriele a Maria, e curiosamente di San Dismas, il Buon Ladrone.

Mi alzo per bere un bicchier d’acqua, Una lama di verde, limpida come giada, fende il mare, e penso che vivere esige audacia. Immaginare la propria morte è peggio che morire[2]. Per fortuna esistono i sogni. Sorrido: mi è restato in mente il FIL, che cerca di afferrare valori meno materiali e più spirituali, sulla base del principio che più ricchezza non vuol dire più felicità e che il compito di un Governo dovrebbe essere massimizzare proprio la felicità dei cittadini e non il loro reddito. Ecco, che vorrei escogitare un modo per sensibilizzare alla cultura della cortesia e della piacevolezza, del sorriso e della benevolenza, in contrasto a quella dell’insulto e della prevaricazione, del pettegolezzo e dell’arroganza, forme di violenza tanto à la mode nel nostro tempo. Tempo per lo più, per molti, segnato da un vuoto stracarico di rinuncia, di atrofia dei sentimenti, di incompiuta crescita emotiva, di assenza di gravità propria di chi si muove tra gli altri suoi simili come in uno spazio in disuso. Tempo di progetti mai irrigati, che alla fine si dileguano, di passioni prima affievolite e poi definitivamente spente, di incertezze che disgregano i sogni di un lontano passato, di infedeltà ai modelli introiettati, di tappe inconcluse di un viaggio senza più meta.

Visto che per poter ricevere bisogna essere disposti a voler dare, ho deciso che contagerò gli amici e che scriverò per condividere e contaminare in modo fecondo: scrivere è solo il riflesso di qualcosa che pone domande. Uniamoci noi che non siamo statue dormienti, noi che siamo disposti a farci testimoni che una più adeguata destinazione di risorse a fonti di stimolo e di felicità personale non sia un’utopia. Così obbediremo all’insistenza positiva della Vita e ci faremo portatori sani della sua Armonia & della sua Bellezza, come tremiti vibranti di corde d’arpa pur appena sfiorate.

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  1. R. D. Laing, Nodi.
  2. Vittorino Andreoli.

 

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