Diario in coronavirus

Diario in coronavirus con grani di scrittura – 10°

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Diario in
coronavirus
con grani di scrittura

10°
Domenica di Lettura –
17 maggio 2020

Indice

Proponente FUIS – Natale Antonio Rossi
10° testo proponente FUIS

Il DIARIO è giunto alla 10° antologia

E’ convincimento diffuso che la clausura a cui siano stati condotti da un essere non umano, un virus appunto, abbia sollecitato riflessioni sulle modalità dell’isolamento personale, ma anche sulle sorti dell’umanità. Per la prima volta nella storia, l’essere umano si è visto accomunato nella difesa, aggredito da un misterioso male comune.
E nonostante ciò, varie sono state le forme della divisione, esercitando il criterio “ognuno per sé”. Qualcuno era convinto di essere immune, altri di essere inattaccabili, altri ancora al di sopra, alla fine tutti hanno dovuto esibire, anche in tal caso varie le forme, la propria ignoranza.
Non sono bastati i filosofi, non gli scrittori da sempre impegnati a considerare il genere umano come unico sulla terra e nel valutarlo nel suo complesso di necessità e di aspirazioni; mai convinti degli obblighi dei confini, delle limitazioni, delle razze o stirpi, delle religioni e delle lingue.
Gli scrittori della FUIS e di Federintermedia, uniti ai loro amici, oòtre ad alcuni scrittori di più Paesi, hanno assunto il ruolo a loro naturale: scrivere quanto stava loro accadendo come in un registro di bordo, come in diario, come in appunti o note perché ne rimanesse memoria.

Andremo avanti fino all’antologia della DOMENICA DI LETTURA del 7 giugno.
Poi potremo continuare se convocati ad ulteriore clausura. Oppure: la FUIS e Federintrermedia offriranno un’altra modalità per raccogliere i pensieri, le idee, le sensazioni, le aspirazioni e le proposte dei propri scrittori associati, a memoria di un tempo di sommovimento che, comunque sia, c‘è e ci sarà.

1.“Far amare l’Europa”

Si è diffuso un moto improprio di guardare all’Europa: la si è apparentata alla organizzazione che distrbuisce o nega fondi per il soccorso, per l’economia o per la realizzazione di progetti nazionali.
La congiuntura dell’emergenza per coronavirus che stiamo vivendo, mentre evidenzia che l’umanità è una e in questo momento è sottoposta, tutta, ad un’epidemia da cui nessun essere umano può dirsi escluso, non diffonde la nozione per cui con un’Europa unita si può sconfiggere prima e meglio questo e gli altri non tutti non umani. Anche quelli futuri. I particolarismi nazionali o domestici hanno esaltato le divisioni, persino le separazioni tra paesi elevando i confini naturali o consueti a muri di distanziamento.
E’ con questa Europa che si vogliono fare gli Stati Uniti d’Europa? Preobabilmente l’Europa è vittima della propria storia, nonostante i successi ottenuti realizzando l’obiettivo numero uno di Robert Schuman, cioè di rendere “non possibile la guerra tra Paesi”.
Ogni Paese può vantare un passato glorioso poiché vincitore almeno di una guerra: se non di confine o di religione, se non di dinastia o di famiglia, di territorio. Ogni popolo europeo ha glorie di storia da ricordare: al punto che capire male la storia del proprio paese fa parte dell’idea di nazione.
E’ vero: ogni nozione di comunità che elaborata in Europa è domestica: non supera i confini di casa propria.
Per contro, l’epidemia in corso che agita una ricerca d’affanno di cura o di vaccino, svolta qui e là, in patria o altrove muoverà un’idea di comunanza che affetti il genere umano europeo?
Non bisogna farsi convinti che ogni idea di comunità ha gli stessi confini della distribuzione sulla terra del genere umano? e che ogni sua forma ristretta avrà un valore contingente con una consistenza culturale non superiore alla prossima epidemia o calamità terrestre. E nell’attuale congiuntura non sarebbe opportuno opererare perché non vincano quelli che rimpiangono il passato o preferiscono lo statu quo, e che sarebbe bene intraprendere passi – piccoli o grandi – verso il futuro?

Gli scrittori suggeriscono, secondo loro animo e qualità di sempre, di sviluppare i diritti naturali dell’umanità e quindi dell’Europa, promuovendo una atmosfera generale che può essere indicata con l’espressione “far amare l’Europa”.
Per uno scopo: quello primario è di unire le genti non solo con un’unica bandiera (quale quella qui sotto), ma soprattutto in una struttura politicamente unita,variamente ricca, culturalmente diversificata, rispettosa delle tradizioni, delle storie, delle limgue. Delle arti e delle filosofie.
Con attenzione per il criterio di non far vincere quelli che rimangono, ma di favorire e assecondare coloro che si incamminano verso il futuro.

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Elaborazione grafica di Mino La Franca

Tomaso Binga

M                                            M

a                                                        a

t                                   d

e                        r

r               e

H  O

… abitato …

il tuo corpo

nei mesi dell’amore

legata a un filo

rosso di nutrienti

HO

… ascoltato…

il tuo respiro

E

…galleggiato…

nel cosmo

del tuo ventre

come un’astronauta

IN

…attesa…

!! dell’atterraggio !!

E’

stata la Cometa

sorella di Stelle cadenti

a diffondere sulla terra

che

>urla grida impazza irride < >

come risacca di mare amareggiata

i suoi disciolti aghi lucenti

della sua coda tremula e ghiacciata

E’

stata la Cometa

figlia di una Luna pregna

a diffondere sulla terra

che

>brucia trema soffoca dorme <

su inesorabili crolli >< spietati incendi

plastiche inerte >< persistenti

il suo monito virulento

come

messaggio d’amore >< solidale e solenne

come

il Sole che da solo illuminerà

la mente della gente

e darà per sempre loro

Calore Luce e Colore

Antonio Filippetti
Il coronavirus e la cultura

Durante la “stagione” del coronavirus, al centro di ogni discussione c’è stata in primo luogo, com’era inevitabile, la scienza. I professionisti del settore, in verità, assai poco credibili, vanitosi e onnipresenti nelle reti televisive e sui social media, sono apparsi come i nuovi oracoli del tempo presente avendo il compito di prevedere (predire dato il tono da soloni dei più) il futuro al quale tutti eravamo (siamo) legati; ma anche altre fasce di popolazione e di pubblico si sono per così dire esercitate in analisi, studi, congetture per capire giustamente dove la barca del Covid 19 ci avrebbe portato.

Un altro ruolo importante è stato attribuito agli esperti di economia tenuto conto degli effetti che l’epidemia sta avendo e più ancora avrà sulle condizioni di vita di una fetta assai vasta di società con esiti allarmanti se non del tutto disastrosi. Scienza ed economia si sono pertanto situate alla guida delle discussioni e preoccupazioni generali.

Si è parlato viceversa assai poco di cultura letteraria e artistica del suo ruolo nel presente e nel futuro. Si sa che la cultura, pur omaggiata adeguatamente al pari della ricerca scientifica nella carta costituzionale (art.9), è assai poco considerata, come dimostrano i bilanci nazionali e locali che non si preoccupano di tagliarle i viveri e la sussistenza ogni volta che occorre dar corso a qualche “dissennata” sforbiciata di portafoglio. Ma la cultura rappresenta quello che l’umanità è riuscita a mettere insieme di positivo e ragguardevole nel suo percorso esistenziale. La cultura è ciò che anima i gesti di coloro che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare quella degli altri; è quel senso di appartenenza solidale che ci consente di vivere gli uni accanto agli altri anche se diversi per età, sentimenti, tradizione, colore della pelle, ecc.; è ancora quel quid inspiegabile al quale tuttavia ci si richiama nei periodi di più grave emergenza, per sconfiggere chi ci attacca o ci divide. Non a caso la commissaria europea alla cultura, Mariya Gabriel ha detto apertamente che “l’Italia, l’Europa e il mondo usciranno da questa crisi più forti e più uniti grazie alla cultura”.

L’epidemia da Covid 19 ha messo in ombra appuntamenti solitamente di grande rilievo che fanno leva proprio sulla cultura, essendo cadenzati nel periodo del contagio epidemico.
Il 21 marzo, infatti, quasi nessuno ha osato ricordare che, in concomitanza con l’arrivo della primavera, è la giornata mondiale della poesia, così com’è passata sotto silenzio la giornata mondiale dell’arte che si celebra il 15 aprile. Ed è da registrare la mancanza di adeguata attenzione concessa al Dantedì del 25 marzo consacrato alla memoria del nostro più grande poeta. E proprio mentre è alle porte l’anniversario dei 700 anni della morte, sarebbe il caso di richiamarsi alla sua lezione e a quanto la “Commedia” ci racconta del nostro presente, perché come ebbe a dire Italo Calvino un “classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. E mai definizione più calzante di questa si può riferire appunto alla “Commedia”.

Difatti sarebbe oltremodo interessante andare a rileggere oggi il poema dantesco, come faremo per ritrovare tutte le analogie, alcune addirittura stupefacenti, con l’attuale situazione politica, civile ed esistenziale: un “ripasso” utilissimo per capire non solo da dove e da quanto provengono i nostri mali e turbamenti ma per innescare una buona volta la marcia della ripresa e del riscatto. Grazie proprio a un’operazione di apprezzamento e verità culturale.

Carlos Oriel Wynter Melo (Panama)
Las ficciones que retratarán una pandemia que parece ficticia

En estos días de encierro disfruté, una vez más, la película Historia de un matrimonio. Quienes la hayan visto saben que trata de la separación de una pareja. Ese es el conflicto central y único. Además de las cualidades de su factura⎯la dirección, actuaciones y guion, por mencionar sus aspectos más impecables⎯, el largometraje tiene el mérito de mostrar la vida matrimonial de un modo tan diáfano que impacta. Sin embargo, a diferencia de las veces anteriores, ciertas escenas y diálogos fueron ahora irreales para mí. Siempre algo de la película me pareció mentira, para ser sincero, pero la calidad general era tan vigorosa que no me detenía mucho en ello. Un ejemplo: la quiebra declarada por el protagonista, Charlie, encarnado por Adam Driver, me hizo sospechar desde el principio. Estoy en quiebra⎯dice él⎯, así que tuve que aceptar dirigir dos obras mediocres. Y agrega: Además, puedes olvidarte de que Henry (su hijo) vaya a la universidad. Siendo yo un latinoamericano que camina en la cuerda floja de su clase media, no pude identificarme con este pasaje. Cuando un latinoamericano dice que está en quiebra, es porque está en quiebra. Entiéndaseme bien: en nuestra región siempre trabajamos en lo que se pueda, no nos damos el lujo de calificar de mediocre una fuente de ingresos y rechazarla, menos si eres artista o te dedicas a la cultura. ¿Un fondo para la universidad de nuestros hijos? Por supuesto que no. Vivimos, la mayoría de las veces, al día. Así que Charlie, para mí, no estaba en quiebra; su vida era apenas normal. Sin embargo, también tengo que decirlo, ubicar su realidad en Los Ángeles y Nueva York cambiaba mi perspectiva y los personajes terminaban siendo verosímiles.

No sé si se ha caído en cuenta sobre el profundo impacto del Covid 19 en el arte. Ha incidido en la credibilidad de las ficciones. Ha alterado nuestras realidades, sin duda, pero también habrá de cambiar los principios en que basamos las historias que escribimos y nuestras narraciones audiovisuales. No creeremos ya en argumentos que muestren un orden estricto porque ya nada está perfectamente organizado. Hoy el gran Nueva York es el epicentro de la epidemia en los Estados Unidos; los neoyorkinos más afortunados no pueden salir de sus casas o abrazar a sus seres amados. La economía del mundo, incluidas las ciudades estadounidenses más importante, ha sido golpeada tan duramente que no sabemos cuánto tiempo le tomará recuperarse. Si Charlie Barber, el protagonista de Historia de un matrimonio, fuera una persona de carne y hueso no podría dirigir ninguna obra, mediocre o grandiosa, actualmente. Ninguna. ¿Asegurar la universidad de su hijo? Improbable. No necesitaría de un divorcio para llegar a taL situación; bastaría con ser víctima de las circunstancias, como lo son hoy millones y millones de personas.
Así como se están haciendo pronósticos variados sobre lo que ocurrirá en los próximos años, me atrevo a hacerlos sobre las ficciones que se crearán:
Los autores ya no podrán recurrir a apocalipsis imaginados y pandemias imparables para sorprender a su público; historias como estas parecerán fraudulentos calcos de la realidad. La tecnología se apropiado tan decididamente de las sociedades que el género de Ciencia ficción tendrá que redefinirse. La Ciencia ficción reciente, en estos días, ya es simplemente Ciencia.
Los personajes principales tendrán un desencanto encantador, forjado por las aventuras de llevar el pan a sus casas o mantener sus hogares a flote, y no perder sus viviendas a manos de banqueros que se han cansado de esperar.

Los conflictos no necesitarán escenarios extraordinarios. Olvídense de viajes interestelares, guerras en países extranjeros o ambientes futuristas. Los conflictos podrán ser escenificados en apartamentos de pocas habitaciones, con dos conyugues como únicos protagonistas, o en edificios grises con peleas entre vecinos.
Finalmente, así como la cinematografía, desde hace años, se hizo eco de campañas de protección sexual incluyendo el condón en sus momentos amorosos, de ahora en adelante los guiones hablarán de mascarillas y guantes. Nadie creerá, por mucho tiempo, que los personajes no tomaron las precauciones mínimas para mantenerse seguros.
En síntesis, el Covid 19 ha podido cambiar no solo lo que nos rodea, sino las presunciones con que interpretamos lo que nos rodea. Después de todo, si los matrimonios tipo Charlie Barber no son iguales a los de antes, los que aparezcan en películas de plataformas streaming tampoco podrán serlo.
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TRADUZIONE
Le finzioni filmiche che ritrarranno una pandemia che sembra immaginaria

In questi giorni di reclusione mi è piaciuto, ancora una volta, il film Storia di un matrimonio. Chi l’ha visto sa che si tratta della separazione di una coppia. Questo è il conflitto centrale e unico. Oltre alle qualità della regia, delle performances e della sceneggiatura di factura1° , per citare i suoi aspetti inecceèinbili. Il film ha il merito di mostrare la vita coniugale in modo così chiaro da avere un impatto. Tuttavia, a differenza dei tempi precedenti, alcune scene e dialoghi erano ormai irreali per me. Ho sempre trovato qualcosa di irreale nel film, ad essere onesti, ma la qualità complessiva era così forte che non mi ci sono soffermato troppo. Un esempio: il fallimento dichiarato dal protagonista, Charlie, interpretato da Adam Driver, mi ha reso sospettoso fin dall’inizio. Sono su quiebra ⎯dice ⎯, quindi ho dovuto accettare di dirigere due opere mediocri. E aggiunge: Inoltre, puoi scordarti di Henry (suo figlio) che va al college. Essendo un latinoamericano che cammina sulla corda tesa della sua classe media, non potevo identificarmi con questo passaggio. Quando un latino-americano dice di essere al verde, è perché è al verde. Capiscimi bene: nella nostra regione lavoriamo sempre in quello che possiamo, non abbiamo il lusso di definire mediocre una fonte di reddito e di rifiutarla, tanto meno se sei un artista o un operatore culturale. Un fondo per l’università dei nostri figli? Certo che no. Viviamo, il più delle volte, quotidianamente. Quindi Charlie, per me, non era al verde, la sua vita era normale. Tuttavia, devo anche dire che localizzare la sua realtà a Los Angeles e New York ha cambiato la mia prospettiva e i personaggi hanno finito per essere credibili.
Non so se il profondo impatto di Covid 19 sull’arte si sia realizzato. Ha influito sulla credibilità della finzione. Ha alterato la nostra realtà, senza dubbio, ma cambierà anche i principi su cui basiamo le storie che scriviamo e le nostre narrazioni audiovisive. Non crederemo più ad argomenti che mostrano un ordine rigoroso perché nulla è più perfettamente organizzato. Oggi la grande New York è l’epicentro dell’epidemia negli Stati Uniti; i newyorkesi più fortunati non possono lasciare le loro case o abbracciare i loro cari. L’economia mondiale, comprese le principali città americane, è stata colpita così duramente che non sappiamo quanto tempo ci vorrà per riprendersi. Se Charlie Barber, il protagonista di A Marriage History, fosse una persona in carne e ossa, oggi non potrebbe dirigere nessuna opera teatrale, sia mediocre che grandiosa. Nessuno. Mettere al sicuro il college di suo figlio? Improbabile. Non avrebbe bisogno di un divorzio per mettersi in quella situazione; sarebbe sufficiente essere vittima delle circostanze, come lo sono oggi milioni e milioni di persone.
Proprio come si stanno facendo varie previsioni su ciò che accadrà nei prossimi anni, io oso farle sulle finzioni che si creeranno:
Gli autori non potranno più ricorrere a immaginarie apocalissi e pandemie inarrestabili per stupire il loro pubblico; storie come queste appariranno come copie fraudolente della realtà. La tecnologia prenderà il sopravvento sulle società in modo così deciso che il genere della fantascienza dovrà essere ridefinito. La fantascienza recente, al giorno d’oggi, è già semplicemente scienza.
I protagonisti avranno un affascinante disincanto, forgiato dalle avventure di portare pane nelle case o di tenerle a galla, e di non perdere la casa per colpa dei banchieri che si sono stancati di aspettare.
I conflitti non avranno bisogno di scenari straordinari. Dimenticate i viaggi interstellari, le guerre all’estero o gli ambienti futuristici. I conflitti possono essere messi in scena in appartamenti con poche stanze, con due coniugi come unici protagonisti, o in edifici grigi con litigi tra vicini.
Infine, così come il cinema, da anni, fa eco alle campagne per la protezione sessuale che includono il preservativo nella loro vita amorosa, d’ora in poi le sceneggiature parleranno di maschere e guanti. Nessuno crederà, a lungo, che i personaggi non abbiano preso le precauzioni minime per mantenersi al sicuro.
Insomma, Covid 19 è stato in grado di cambiare non solo ciò che ci circonda, ma anche i presupposti con cui interpretiamo ciò che ci circonda. Dopotutto, se i matrimoni alla Charlie Barber non sono più quelli di una volta, non lo saranno neanche quelli che appaiono nei film in streaming.

* Carlos Oriel Wynter Melo (Panamanian) has received international and national recognition as a narrator. His books have been translated into German, English, Portuguese and Hungarian. He has been vice president of the Association of Writers of Panama (ASEP), member of the Council of Writers and Writers of Panama (CONEYEP) and President of the Association of Writers and Editors of Panama (SEA). He founded Editorial Fuga in 2010. Currently, he works for the Ministry of Culture of Panama and is a professor at the Universidad Latina de Panama.
Carlos Oriel Wynter Melo (panameño) ha recibido reconocimiento internacional y nacional como narrador. Sus libros han sido traducidos al alemán, inglés, portugués y húngaro. Ha sido vicepresidente de la Asociación de Escritores de Panamá (ASEP), miembro del Consejo de Escritores y Escritores de Panamá (CONEYEP) y Presidente de la Asociación de Escritores y Editores de Panamá (SEA). Fundó Editorial Fuga en 2010. Actualmente, trabaja para el Ministerio de Cultura de Panamá y es profesor en la Universidad Latina de Panamá.

LUCIO CASTAGNERI*
a MADDALENA FERRARA

Cara Maddalena,
https://webmail.aruba.it/cgi-bin/ajaxmail?Act_View=1&ID=IeBAKTJs2YMWjcgRMmBALNc5KOmzlhjqELls0@&R_Folder=SU5CT1g=&msgID=73547&Body=2.3 Maddalena Ferrara
ricordi i discorsi fatti durante questi lunghi mesi dopo l’interruzione delle prove di Nel Nome di Salomè, la desolazione, la perdita dei nostri incontri, come tutta la gente di teatro, la chiusura degli spettacoli, per noi non è stato solo una sospensione o un rinvio, ma ripeto una chiusura, del nostro spazio psichico, uno sprofondare nella solitudine. L’estremo opposto e negativo di ciò che rappresenta il teatro. Dell’entusiasmo del dialogo, del sogno. Non dico altro. Adesso vorrei che tu scrivessi qualcosa del tuo sentire per l’Antologia degli Scrittori Fuis. E’ importante. Ci conosciamo e collaboriamo da tanti anni e so che hai pudore dei sentimenti e in questo momento sei molto sofferente e confusa. Ma cerchiamo di stare vicini come lo siamo sul palcoscenico. Facciamo un gioco: Immagina che stiamo improvvisando un esercitazione di scena, e sai che adesso che io ho detto la mia battuta, tu non puoi restare in silenzio. E per usare le famose parole di Shakespeare, da’ parole al dolore … e parla!
Ti abbraccio, Lucio
* E’ lo scrittore vincitore del concorso Fuis “Cinque figure femminili delle tragediae greche”

Maddalena Ferrara*
a Lucio Castagneri

https://webmail.aruba.it/cgi-bin/ajaxmail?Act_View=1&ID=IeBAKTJs2YMWjcgRMmBALNc5KOmzlhjqELls0@&R_Folder=SU5CT1g=&msgID=73547&Body=2.2 Maddalena Ferrara

Caro Lucio,
stavolta non mi faccio pregare, ti ringrazio, come sempre sai prendermi e scuotermi dalla mia pigrizia depressiva nei momenti di turbamento e propormi un obiettivo da raggiungere con il teatro. E mi hai aiutato a comprendere quanto il teatro serva anzitutto a noi attori – e adesso parlo proprio di me – a far crescere dentro idee, esperienze che crescono nel tempo, ma durante le prove di uno spettacolo che ci coinvolge – vedi che senza volere torno al plurale – perché siamo un tutt’uno nella compagnia, anche se poi magari dopo uno spettacolo non ci si vede più o magari solo dopo anni, ma sembra essere passato un giorno – e insomma ti dico quello che mi viene e che mi fa stare male. Lo sai quanto ci fa stare male quando il telefono non suona e nemmeno ci sono provini da fare, andrebbe bene di tutto, pur di non stare chiusi inserrati in questa prigione da più di due mesi. E poi ogni volta la paura che nessuno ti chiami più… Per fortuna che Michele mi sta a sentire. Pensa: per far finta di stare in teatro anche ieri mi ripetevo il monologo di Salomé. Il mio piccolo Michele (cinque anni) , ormai lo sa a memoria e lo ripete, storpiando le parole di cui non capisce il significato, così che ci ammazziamo insieme dalle risate. Capisci, ti scrivo queste poche cose perché se no ti arrabbi, e non voglio farti dispiacere, ma non mi viene di più e di meglio. Lo scrittore sei tu… ma a me piace recitare quello che scrivi, e lo sai, e adesso mi fermo qui perché mi sta venendo da piangere. Poi aggiusta tu queste mie poche righe, come ti pare, che di te mi fido.
Con affetto, Maddalena

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Maddalena Ferrara

*E’ l’attrice del casting per il concorso Fuis “Cinque figure femminili delle tragedie greche”

Franco Campegiani
A proposito di Leopardi
La sofferenza può avere finalità costruttive?

Riflettere su Giacomo Leopardi e sul suo biasimo della natura diviene ineludibile in un momento come quello attuale, segnato dalla crisi profonda in cui versa la nostra civiltà a seguito dell’aggressione subita dal coronavirus, funesta molecola del mondo naturale. Riflessione che non può venire inficiata – e anzi, direi avvalorata – dall’ipotesi che quella molecola possa essere stata manipolata in laboratorio dall’uomo. Che si tratti di una ribellione o di una vendetta diretta della natura contro gli abusi del figlio degenere, ovviamente nessuno può saperlo. Non siamo autorizzati ad attribuire alla natura comportamenti e pensieri che sono tipici dell’uomo, ma indiscutibile sembra la regola secondo cui, proprio in natura, ad ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria. Una necessità dell’equilibrio. Per cui sarebbe opportuno, di fronte ai luttuosi eventi da cui siamo investiti, riflettere attentamente sull’assurdità del proposito leopardiano di andare contro natura. Un boomerang, un suicidio collettivo, una follia autodistruttiva. Un riequilibrio comunque – questo è fuori di dubbio – ma perché giungere a tanto? non sarebbe più intelligente intervenire finché si è in tempo, nel tentativo di evitare l’olocausto? E’ mai possibile che l’uomo, l’essere più intelligente del creato, non abbia la capacità di vedere sotto quale spada di Damocle ha posto il suo capo?

A scanso di equivoci, ci tengo a sottolineare che la mia visione del mondo non è idealistica, né tardo-romantica. Io non vedo assolutamente nella natura una “madre benigna”, dispensatrice di carezze, sorrisi e baci, ma neppure una “madre matrigna” animata dal diabolico progetto di nuocere e fare del male ai suoi ospiti, come emerge nella visione leopardiana. Piuttosto direi che lei elargisce equilibrio. O meglio amore, quel vero amore che è, si, dolcissimo, ma implacabile nello stesso tempo. C’è un notissimo passo dello “ZIBALDONE” su cui voglio soffermare la mia e la vostra attenzione: “Entrate in un giardino di piante, o d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno… Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che l’essere il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.” (Bologna 22 Apr. 1826).

Questa la “filosofia disperata ma vera” di Giacomo Leopardi, secondo il suo stesso dire. “Vera” senz’altro, ma perché mai “disperata”? La disperazione è tipica dell’uomo viziato e piagnone che all’improvviso scopre di essersi illuso di poter avere una vita tutta rose e fiori. Dell’uomo melenso che non ha nessuna cognizione del male e lo rifiuta vilmente, ritenendolo un’ingiustizia, una crudeltà inflitta dalla natura, anziché un’opportunità per irrobustire la propria spina dorsale. Non vorrei tuttavia che pensaste che io stia augurandomi il male. Né per noi stessi, né per altri il male si deve augurare. Esso va tenuto distante, va scongiurato e allontanato. Quando però arriva – e non c’è dubbio che arrivi (su questo Leopardi ha ragione) – è da sciocchi prendersela con questo e con quello, addossandone la responsabilità a tutti, pur di sfuggire al compito della propria crescita morale. Non sto dicendo di accettare il male con gioia (ci mancherebbe altro!), e neppure ovviamente con mesta rassegnazione, ma senza battere ciglio (possibilmente), con forza d’animo e sfida combattiva. Esperienza insegna, d’altro canto, che scansare il male giova solo a moltiplicarlo, a ingigantirlo, come accade all’uomo d’oggi, che, in nome di una felicità effimera, ha ingaggiato una lotta all’ultimo sangue contro il dolore, giungendo sull’orlo del baratro autodistruttivo.

E starebbe qui il suo disincanto, il suo essersi finalmente liberato del giogo della natura. Ma quale disincanto? I taglialegna di un tempo, gli zappaterra erano disincantati! non noi, illuse larve metropolitane, rintanate nei nostri mondi di plastica, nelle nostre scatole virtuali! Paradisi artificiali pestiferi, che ci rendono – questi si – incantati, se con il termine intendiamo dire illusi, prigionieri di una malia. Il bosco un tempo era sacro: luogo di sussurri e di strepiti, di dialoghi incessanti, di alleanze e di scontri, di circolazione di energia. Luoghi fatati, ricchi di scenari fiabeschi, di miti e leggende che invitavano all’equilibrio e al buon senso, alla forza interiore, al vigore morale. Altro che il mellifluo e disperatissimo giardino leopardiano! Ben venga il progresso tecnologico, ovviamente, se l’uomo è all’altezza morale del progresso raggiunto, evitando l’aberrante e rozza illusione di potersi liberare, o essersi finalmente liberato, per il suo tramite, dalla schiavitù della natura. Noi siamo terrestri, siamo figli della terra, e non c’è motivo di vergognarci di questa nostra origine naturale.

Un bosco, come anche un giardino, hanno ed avranno sempre la capacità di riportarci ai nostri valori essenziali, terribili e gradevoli a un tempo, dolceamari, a prescindere dai modelli di civiltà in cui viviamo, e rafforzando in noi l’innata fede nell’armonia dei contrari. Leopardi – genio poetico e filosofico di assoluto rispetto, di fronte al quale ci si deve comunque inchinare – non ha avuto chiaro, a mio modesto parere, il concetto dell’armonia dei contrari. E lontana, dalla sua visione del mondo, l’idea che la lotta, l’esperienza del limite, la sofferenza appunto, possa avere finalità costruttive. Un conto è infatti lottare per il proprio spazio vitale, come avviene in natura, un altro per fare tabula rasa di ogni altra creatura, come soltanto l’uomo riesce a fare. L’uomo, purtroppo, cercando il dominio assoluto e incontrastato sul mondo, smarrisce il senso del limite e non fa che lottare per l’eliminazione della lotta stessa, dimenticando il rispetto dovuto a ogni avversario in una convivenza equilibrata e combattiva. Così facendo, è divenuto il feroce antagonista di tutti gli esseri viventi, senza rendersi conto di essere tanto più vulnerabile quanto più irrispettoso dell’habitat e delle creature da cui è circondato.

Penso che Covid 19 stia cercando di dirci qualcosa di molto importante, avvertendoci che la strada che stiamo percorrendo è sbagliata e che dovremmo cambiarla per un percorso che ci conduca a vivere in armonia con il creato e le sue leggi, senza per questo rinunciare alla nostra specificità. Anzi, per poterla finalmente e meglio affermare. Se imparassimo a considerare come riequilibri le disgrazie, forse potremmo riuscire a considerarle delle benedizioni. La nostra ragione, certo, vorrebbe tutto rose e fiori. Odia i blocchi perché li ritiene distruttivi, mentre i blocchi servono per rinnovarsi, per riprendere fiato, per rimettersi in cammino con rinnovate e fresche energie. Armonia di contrari, appunto. Che è come dire amore. Non amore sdolcinato e svenevole, ma ruvido e pieno di sgarbi, come quello della cagna che, con morsi ringhiosi, al momento debito, scaccia i cuccioli dalle proprie poppe. Lei è spinta dall’egoismo, perché non ha più latte e i cuccioli le arrecano dolore, come le arrecherebbe senz’altro dolore, quando le poppe le esplodono, non donare quel succo vitale e prezioso. Ma quali lezioni di altruismo provengono da quell’egoismo salutare! in virtù di esso i cuccioli crescono accuditi, fino a quando, con l’allontanamento, vengono spinti ad essere padroni di se stessi. Altro che natura matrigna o benigna!

Leopardi punta i fari sugli aspetti negativi del creato per contrastare il tronfio ottimismo delle magnifiche sorti progressive. Uno scrollone benefico, un vero e proprio elettroshock per il secol superbo e sciocco, conformistico e trionfalistico, in cui egli viveva. Le tronfie e ipocrite metafisicherie di quel tempo insegnavano che la vita è gioiosa e bella, mentre a mio parere è bella perché è brutta, ed è brutta perché è bella. La vita è nelle mani dell’equilibrio: gioia e dolore festosamente e tragicamente fusi tra di loro. Ne “LA GINESTRA”, testamento finale del poeta di Recanati, è espressamente detto che un uomo povero e malato, se d’animo coraggioso e nobile, non si reputa ridicolmente ricco e in buona salute, ma si mostra per quello che è, infermo e indigente, conformemente al vero. Condivido in toto l’assunto, con l’aggiunta che, in quelle condizioni, stando ossia sulla croce, chiunque a parer mio ha il diritto sacrosanto di lamentarsi e perfino di bestemmiare. Non tuttavia il diritto di disperare, riempiendo i suoi scritti, se non di “fetido orgoglio”, come accade allo sciocco ed ingenuo perbenista (così dice Leopardi), di rivoltante e piagnucoloso pietismo per le immani tragedie da cui sono colpiti i mortali.

Silvana Cirillo*

15,5,2020 OGGI FINALMENTE HO CAMBIATO PANORAMA

Oggi, caro Tonino, finalmente, per un giorno, ho cambiato panorama! Campagna, a due passi da Todi, che da casa mia vedo stagliata in cielo con la sua elegante basilica del Bramante di lato e il Campanile di San Fortunato in alto, snello e svettante,

che al viandante vicino e lontano ricorda: qui dorme il sacro poeta Iacopone!

Di fronte, i mille verdi della collina sul Tevere, una torre del 1200, rose a non finire e in giro uccelli gioiosi di tutti i tipi…Solo qui non rimpiango gli amici gabbiani che si amavano ogni mattina sul comignolo dirimpetto alla mia terrazza romana, o i pappagallini verdi e fosforescenti, che si allungano fino alle palme della villa del Vicario del Papa…con un frastuono da Luna Park. Proprio la villa  in cui l’altr’anno a un certo punto si credette che fossero sepolte le ossa della povera Manuela Orlandi…Traffico bloccato, lavori urgenti di scavo, una multa salata a me che, ignara del nuovo divieto, vi avevo lasciato postata la mia macchina dal giorno prima (sai che in teoria tu dovresti passare ogni giorno a controllare la macchina posteggiata per strada?); già si elucubrava su complicate trame e ingarbugliati si facevano i calcoli sui tempi, quando tutto fu smontato dall’autopsia dei due cadaveri ritrovati, che risalivano ad altre epoche e la cui età non corrispondeva affatto a quella della ragazza rapita. Dunque, torniamo a Todi, apro la cassetta della posta, dopo tre mesi di assenza, e cosa ti trovo invece di giornaletti e solita pubblicità? Una minuscola  capinera che cova tranquilla le sue uova, avvolta da un nido grigio ornato torno torno di piumine rosse : così elegante e preciso che sembra finto, quasi l’avesse disegnato un raffinato arredatore o un designer di tessuti. Grigio/ rosso , il mio accostamento preferito! Ma a proposito di stoffe e colori, che fatica tornare alla normale eleganza del vestire dopo due mesi di tute e di tute..! Manco riconoscevo il mio armadio, l’altro giorno, o meglio, i miei vestiti , e non si può certo dire che io non tenga ad agghindarmi con cura e anche con un po’ di estro! Quanto difficile poi cercare la bigiotteria adatta, e sì che sono piena di collane orecchini spille di tutti i tipi e colori, con cui mi completo immancabilmente ogni volta che esco; ma neanche li ricordavo tutti quanti! Che bel ristoro (come mi piace questo termine, usato ora anche nei decreti governativi, anche a te?), diciamolo pure, è stato per la nostra testa questa fase di lontananza obbligata dal mondo! Stile “nature”, dentro e fuori. Essere, esserci (a casa propria) e non necessariamente apparire...Sciamannati pure, qualche volta, in costume da bagno quando in terrazza, in vestaglia tutto il giorno se proprio ti coglieva l’ispirazione e avevi urgenza di scrivere, di fare.., manco il tempo per una doccia e vestirsi da casa…Tra parentesi, a me accade quasi sempre il sabato, quando devo mandare in giornata  il pezzo a te, Tonino, per la famosa Antologia Fuis, ovvero questa.

Insomma anche stamane mezz ‘ora per decidere cosa mettere addosso, incredula che niente mi garbasse; in effetti siamo passati davvero da inverno a estate senza accorgercene! E penso alla mia amica partita per Toulouse a fine febbraio con cappotto e stivali e sciarpa, bloccata ancora là almeno fino a metá giugno: che farà, si comprerá un nuovo guardaroba? O sennò, come diceva una collega un poco giocherellona, si fa venire l’ “infantiroli”? Dalla rosolia… al morbillo insomma, le malattie infantili accaldatissime, piene di pustole rosse e prurito..? Toulouse, Francia… Una quindicina di anni fa feci una lunga vacanza in Francia con i miei; giri in lungo e in largo, senza Parigi, però, e senza la Costa Azzurra, che conoscevo a memoria, perché da ragazzi si andava in vacanza a Sanremo,  ma le isole sì. Port Cross, ad esempio, con quei pini che si allungavano sul mare e dove il mezzo migliore era la bicicletta: così piccola, l’isola, che il giro si faceva in un’ora sì e no e ogni giorno si saggiavano due o tre spiagge; e poi Nimes che non puoi scordare più, perché lì, a te romano, ti si gonfia il petto di fronte a quell’acquedotto a tre arcate, geniale applicazione di fisica, ancora intatto come i tuoi antenati lo costruirono…. secoli fa. E sotto, quel fiume largo in cui ti fai il bagno come si faceva cent’ anni fa, come  nelle cartoline d’epoca… le signore coi gonnellini lunghi sulle cosce, cappellino e cuffietta, qualche ombrellino, gli uomini rigorosamente rigati e canotta e mutandoni…

E I CASTELLI DELLA LOIRA?
Quella volta li trascurai, perché ormai li avevo visitati a più riprese tutti, ma accadde che in uno dei minori, non ricordo proprio quale, in cui ero di passaggio, potei esercitare le mie qualità investigative con ottimi risultati. Ti racconto. Il mio caro amico francese, Christian D., docente di Filosofia alla Sorbone, ( per molti anni Direttore del settore Filosofia del Centre Pompidou) nonché poeta, innamorato dell’Italia e sempre pronto a venire o a esercitarsi in lunghe chiacchierate nella nostra lingua, mi aveva detto spesso che secondo lui, come in molte civiltà orientali, l’attività intellettuale deve essere compensata da una seconda ,manuale e pratica… Così d’estate se ne andava nella casa di campagna a lavorare la terra e a seguire talvolta il negozio di antiquariato del padre : dalle parti di un qualche castello conosciuto, su cui però io non avevo soffermato la memoria. Lui soleva comparire dai suoi viaggi con cartoline stupende, sempre e solo ispirate ad opere d’arte, musei.., che trovava in giro per il mondo. Mi ricordo proprio che passando nel paese senza nome vidi un cartellone pubblicitario con l’immagine dell’ultima cartolina ricevuta…Un quadro in un museo . Francese. Scatta l’input : se è qui devo trovarlo, pensai. Mi fiondo in un bar a cercare un elenco telefonico. Ba da, allora non avevamo ancora i telefonini, e poi comunque il filosofo per principio e “per rispetto verso se stesso”, dice, si rifiuta a tutt’oggi di usarlo. Dunque telefono a gettoni…due tre telefonate ad omonimi abitanti, e lo trovai! Cadde dalle nuvole, Christian, stupito e felice come una Pasqua, mollò quello che stava facendo (l’orto o la comoda ottocentesca?) e venne a pranzo con noi. Una locanda piena di pergolati vicino ad un fiumiciattolo col crescione ondulato che strabordava sulle sponde : crescione , anguille e paté, ricordo tutto, tranne il nome del paese…

E. CARCASSONNE

Che perfezione quel borgo nel castello alto e turrito, con le botteghine piene di formaggi e grandi vini, o bandierine e soldati e armature in miniatura, echi di castelli e antenati calviniani, da cui i bambini non se ne sarebbero mai andati… Anche “i grandi”, però, io compresa, cui la solidità di quei muri aviti, uguali nel tempo, oltreché sbalzarti nelle favole dell’infanzia, suonava come una promessa anche per noi uomini del 2000, concreta e simbolica proiezione in un futuro che vinceva sulla morte…Ed ecco ora, invece, questa maledetta corona, tutt’altro che secolare, sopraggiunta a sconfiggere in soli due mesi qualunque suggestione di eternità, o presunzione di grandezza e a riscaraventare il mondo in balia della caso… Era forse diventato troppo presuntuoso, il mondo? Si sentiva troppo padrone del cosmo (ognuno a casa sua!) e degli altri, stava dunque diventando troppo pericoloso? Speriamo che non si rinneghi tout court la globalizzazione e si torni indietro di decenni! Trump ci ha provato questi giorni: ma ormai nessun paese più può avviarsi da solo… Stiamo in tutto e per tutto nella stessa barca! Anche se è difficile ancora mettersi d’accordo sulla direzione da prendere…

STIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA

Proprio stasera questa formula, ormai fatta propria dai popoli intelligenti, è ritornata in una splendida conversazione tra Ezio Bosso, il meraviglioso e coraggioso musicista appena scomparso, innamorato della vita, nonostante la malattia e Gino Strada, esempio vivente di solidarietà e viaggiatore da sempre nell’arca di Noè dei diseredati. Un inchino a Rai tre, che ha mandato in onda un concerto/lezione tenuto dal musicista-poeta qualche tempo fa in un minuscolo teatrino con pochi palchi pieni di amici e una grande orchestra . Lo tsunami non aveva colpito ancora le genti, ma per animi sensibili fratellanza, unità, uguaglianza…sono valori sottintesi al fare, e elementi agglutinanti di qualunque arte. Il secondo movimento della Settima Sinfonia di Beethoven – allegretto – è raccontato ed eseguito da Bosso come un inno alla solidarietà e fratellanza, un andare verso – direbbe Debenedetti- pieno di amore, speranza, pace…Ma tu ti eri mai soffermato, Tonino caro, a pensare che la radice del termine emotività è la medesima di movimento? La musica, coi suoi movimenti mette in moto tutti i sensi, agisce sull’anima, scuote; la musica è gesto, che arriva al cuore e alla pancia; al di sopra della saggezza e della filosofia , come diceva Beethoven, ha un che di inspiegabile che smuove l’essere intero. La musica è vita, esclamava stasera Bosso, e la sua vita era la musica, ma troppo presto la musica è finita…

Franco Buffoni*
Gian Mario VILLALTA, L’APPRENDISTA, SEM 2020**

Parrebbe beckettiano l’attacco de L’apprendista, il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, con due uomini maturi che, come Didi e Gogo, parlano meccanicamente nel freddo d’una sacrestia. Il settantaduenne Tilio è l’apprendista e diventerà sacrista titolare solo alla fine del libro, alla morte dell’ottantaquattrenne Fredi. Ma dopo poche pagine ci accorgiamo che i due parlano davvero e che i loro racconti, e soprattutto i loro pensieri, più che a Beckett rispondono al precetto balzacchiano e poi joyciano: la giornata qualunque di un uomo qualunque diventa il più interessante dei romanzi se nulla viene taciuto, se tutto viene sviscerato. E i discorsi e i pensieri di Tilio e Fredi ci fanno attraversare il Novecento, da Salò al Giappone fino a Veronika – la badante ucraina della moglie morente di Tilio – della quale l’uomo si invaghisce.

E’ centrifugo il movimento del romanzo sia in senso spaziale, sia in senso temporale: dal luogo angusto – la sacrestia – alla chiesa con le sue liturgie sempre più stanche e disertate, all’intero paese, alla regione, al mondo fino al Giappone. E dalla primavera ancora gelida all’esplosione improvvisa dell’afa già a maggio, siamo al seguito dell’anno liturgico fino all’estate, all’autunno e di nuovo alla stagione fredda.

Ma come diceva Céline: non sono le storie che contano, di storie sono piene le strade, pieni i commissariati. Per fare un vero romanzo occorre uno stile di scrittura. E Villalta, che già in precedenza ci aveva dato ottime prove narrative – ricordiamo soltanto Tuo figlio e Vita della mia vita – qui trova la sua misura stilistica d’eccellenza: profonda e accattivante.

Nelle storie dei due umili (memorabile la Giorgia che nello splendore dei suoi vent’anni aveva irretito Tilio diciassettenne, e che l’uomo incontra ancora truccata ma esausta mentre si sostiene col deambulatore), abbiamo contezza, certo, del tramonto d’una civiltà culturale legata alle liturgie post-tridentine, ma anche del fatto che non esistono gli umili, che siamo tutti unici e irripetibili, e che chi crede d’essere in prima fila, di contare qualcosa, si illude infantilmente.

Si giunge così alla chiusa del romanzo, che solo apparentemente consiste nella morte di Fredi, nella promozione di Tilio e nell’apparizione del nuovo apprendista sacrestano, Riccardo; in realtà la vera chiusa si manifesta nella contraddizione di quello che pareva l’assunto iniziale. Se lo chiedeva già Philip Larkin nella poesia Church Going: chi sarà l’ultimo a entrare in questo luogo (la chiesa) per la ragione per cui è stata costruita. E lì, in quell’edificio che pare ormai interessare solo a qualche sparuto gruppetto di turisti per la pala di Tiziano che vi è custodita, avviene che Tilio alla fine si chieda che cosa vogliano dire – e che cosa vogliano dirgli – davvero le parole dei Vangeli, troppe volte ascoltate e meccanicamente ripetute. E qui si apre la dimensione escatologica del romanzo, che pare voler dare un’indicazione di speranza filosofica all’occidente. Quelle parole sono importanti, tanto più se spogliate d’ogni credenza misterica e sovranaturale.

*Volentieri ospitiamo il commento di Franco Buffoni al romanzo “L’apprendista” di Gian Mario Villalta che potrà essere scelto per la cinquina del Premio Strega.

Francesca Aloise
Roma, 12 maggio 2020 TUTTO PASSA ….

Amo il genere umano e le sue innumerevoli possibilità di reazione.

Mi è sempre piaciuto osservare le persone, specie se ignare di essere guardate mentre sono al ristorante, per strada, sull’autobus, in un convegno, durante una cena, ovunque, e questo per curiosare i gesti sia naturali che costruiti della loro indole ed indovinare le loro vite. Quindi, per non perdere il vizio, anche dopo tanti giorni di “reclusione forzata”, mi chiedo spesso quale sarà la nostra reazione alla pandemia? Usciremo migliori da questa emergenza??

E’ un dubbio che mi turba perché caratterialmente sono portata a pensare che ogni prova debba necessariamente generare un risultato, un progresso, un cambiamento…

Quindi anche l’emergenza sanitaria così lunga, così dolorosa per le tante morti, così influente sulla nostra, e non solo, economia, non debba lasciarci così come ci ha trovato.

Ogni volta, io spero che l’accadimento positivo o negativo sia un insegnamento, sia un tassello di crescita nella nostra esistenza come persone e come comunità.

E come un sasso gettato in acqua, mi auguro che generi dei cerchi energetici, dapprima in noi, poi via via nelle nostre famiglie, nei nostri ambienti, nelle nostre città, nella nostra Italia, nella nostra Europa e nel nostro Pianeta.

Probabilmente sono un’illusa, un’ingenua sognatrice che spera, saltato l’ostacolo, di vedere un mondo migliore.

Ci sarebbe bisogno di cambiare tante cose, cominciando dal non focalizzarci sulle nostre individualità, l’IO posto al centro di tutto, il guardare solo al nostro bell’orticello, al tornaconto diretto a scapito di altri.

Il Coronavirus ci ha dimostrato che ogni azione da noi intrapresa, ha ripercussioni e responsabilità sugli altri. Dagli atteggiamenti di sicurezza igienica, alle attenzioni per il distanziamento, alle precauzioni sociali, tutto questo è un insegnamento: pensare alla pluralità e non al singolo.

Avere un atteggiamento solidale con gli altri, e non girarsi dall’altro lato. Coltivare l’empatia e la capacità di comprendere i bisogni altrui, quelli profondi però, che sono uguali per tutti, perché appartengono al genere UMANO.

In questo lungo periodo, ci è stato chiesto di stare a casa, mentre altri, per vocazione e scelta, operavano ed agivano in prima linea.. non dimentichiamo quindi della straordinaria capacità che ha l’UOMO di generare bellezza, ingegno, armonia.

Chi non ha rabbrividito, vedendo la bravura e l’operatività di medici ed infermieri, oppure ascoltando artisti suonare, o guardarli danzare, o recitare poesie e brani letterari, o scorrere le immagini di opere nei musei virtuali, e per questo, e molto altro, non abbia gioito alla sorprendente intelligenza della nostra specie di emozionare intensamente gli animi?!
Questo è proprio dell’animale Uomo, e basta.
Per me nulla arriva a caso, e il cambio drastico di abitudini e di vita al quale ci ha costretto un piccolo essere invisibile, deve farci riflettere sulla falsità dell’avere tutto sotto controllo, sulla capacità di pazientare tempi e modi che non abbiamo calcolato, sull’importanza dell’imprevisto lì dietro l’angolo, che, quando meno te lo aspetti, ti dimostra come l’ordine e la prevedibilità siano valori fatui.

L’isolamento ha messo sotto scacco soprattutto gli adulti lavoratori che hanno avuto il contraccolpo più forte, perché troppo abituati all’organizzare le ore di una giornata frenetica e cadenzata in ogni dettaglio.

Invece, la migliore e più capace categoria si è dimostrata quella degli anziani e dei vecchi, soprattutto nei piccoli paesi, che hanno palesato un adattamento migliore, sia perché poco abituati alla frenesia moderna, sia perché più fatalisti, usati ormai all’adeguamento di ordini e volontà esterne e lontane dalla propria comprensione.

Forse, dovremmo adoperare la nostra intelligenza non per fare una guerra fra poveri o per diventare più prepotenti, aggressivi o tristi (perché la sofferenza e la povertà delle volte porta a questo), ma sublimare l’avversità e l’incertezza in un’attenzione maggiore verso l’esterno, tutto ciò che è fuori di noi: il prossimo, la Natura, l’Ambiente, il benessere del Pianeta.

Potrebbe essere un’ottima opportunità di RICONCILIAZIONE con il mondo, una costruzione di società, soprattutto lavorativa, che abbia come fondamento la PERSONA, e poi, solo successivamente, il profitto.

Le leggi da seguire dovranno tenere conto del monito che l’essenza della vita ci sta mostrando, e con coraggio (ce ne vuole molto), intelligenza e fantasia smontare in parte il vecchio modello di vita, in special modo quella urbana, per avviarci verso un nuovo ordine delle cose, compatibile ed in armonia con l’universo composto da tutti gli esseri viventi.

Luciana Vasile
IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Come architetto sono fra i fortunati che da lunedì 4 maggio possono tornare a lavorare.

Quale sarà il modo giusto di stare in cantiere con collaboratori ed operai? Quale il rapporto con i clienti, con i quali incontrandoci ci “daremo di gomito”? E quanto altro non riesco neanche ad immaginare? Come i comportamenti del corpo influenzeranno quelli mentali e psicologici?

Emozionata e preoccupata mi preparo ad intraprendere una nuova epoca della mia vita.

L’era Covid-19, come nelle precedenti rivoluzioni geologiche, corrisponderà ad un cambiamento fondamentale nella storia degli organismi viventi. Perché, rifletto, sarà tutto diverso e sconosciuto.

Per ora forse neanche mi rendo conto quanto differente e nuovo.

Tutto sommato, adesso che ci penso, questo stato d’animo sospeso posso paragonarlo solo a ciò che provai quando mi trovai, all’improvviso, ad affrontare il primo giorno di scuola.

Avevo cinque anni. La mamma mi comunicò che ero stata ammessa a frequentare come auditrice la prima elementare. Per motivi che mi restano tuttora ignoti non ero andata all’asilo.

Era tempo che scalpitavo, le mie sorelle maggiori già seguivano le lezioni in quello spazio magico, fino allora a me proibito, che si chiamava”scuola”. La Notizia significava diventare grandi.

L’entusiasmo provocato dall’annuncio mi aveva fatto dimenticare ciò che era successo durante l’estate … bastò toccarmi la testa e con orrore constatare la cute levigata.

Mia madre, orgogliosa dei miei riccioli biondi, a un anno – al fine di rinforzare la capigliatura – non aveva avuto il coraggio di raparmi. Ma con il tempo i miei capelli erano diventati fini e radi, così a luglio si era decisa a ripassare la mia zucca con la macchinetta, creandomi in quel momento, sicuramente per un bene futuro, un vero trauma.

Il primo giorno di scuola mi presentai alla maestra e alle mie compagne completamente pelata.

Di fronte alla nuova fase della mia esistenza, ai nuovi rapporti e come svilupparli, alle responsabilità, agli ostacoli e alle conquiste che mi aspettavano, ero completamente NUDA.

Non conoscevo ancora Sansone, tuttavia pensai che la forza doveva essere nei capelli, dei quali io ero totalmente sprovvista. Dovevo avere fiducia!

Il mio primo giorno di scuola nell’era Covid-19 offre le stesse incognite, gli stessi timori. Ma il mio aspetto è diverso: mantenendo la distanza di sicurezza mi sono presentata in cantiere con il volto coperto da una mascherina, le mani provviste di guanti. Insomma sulla difensiva. Tanti anni vissuti – probabilmente anch’io avevo contribuito con i miei comportamenti – per sviluppare diffidenza, costretta ad alzare barriere con i miei simili? Ora completamente VESTITA.

Eamonn Lynskey (Irlanda)

This turning hour and everything intent

This turning hour and everything intent

on furnishing another day, I see

a flake of sunlight slant from branch to leaf,

and raindrops wink among the clothes-pegs.

On the cobwebbed grass still wet with dew

a plastic laundry basket spills its colours,

ivy writes illuminated text

that tells how night is trembling on the cusp

of morning, blade and bark awakening

and every moment dying towards the dawn.

Anna Maria Robustelli, traduzione

Quest’ora di svolta e ogni cosa intenta

a provvedere a un altro giorno, vedo

un fiocco di sole cadere da ramo a foglia

e le gocce di pioggia scintillare tra le mollette.

Nell’erba le ragnatele brillano di rugiada,

un cesto di bucato in plastica versa colori,

e l’edera scrive sul muro un testo illuminato

che racconta come la notte trema sulla cuspide

del mattino, filo e corteccia si risvegliano

e ogni momento muore verso l’alba.

Nicola Bottiglieri
FRUGANDO NELLA SCARPIERA DEL CERVELLO
-durante la quarantena-

Qual è la differenza fra le mani ed i piedi, se tutti questi arti hanno dieci dita, e milioni di anni fa le quattro estremità poggiavano a terra per sostenere il tronco, come succede per i cani? Cosa è successo nel corso dell’evoluzione, affinché le mani divenissero “sacre” mentre i piedi venivano relegati sempre più in basso, fino a diventare la prova della presenza del demonio? Dopo millenni di arroganza maniacale, i piedi hanno cominciato a camminare in modo diverso nel nostro mondo, anzi negli ultimi due secoli hanno acquisito una dignità sociale che mai hanno avuto. E se una volta le “estremità” erano state considerate volgari ed il loro linguaggio “pedestre” utile a contadini, operai e scaricatori di porto, oggi parlare con i piedi è divenuta un’arte nobile e ben remunerata, anzi molto più proficua di altre attività ripulite sul tappeto delle convenienze sociali. Bisogna ringraziare il calcio, che ha contribuito a questa rivoluzione, anzi, che ha inventato un vero e proprio linguaggio dei piedi, più universale di qualsiasi lingua, liberandoli soprattutto dalla tirannia ideologica delle mani.

Tutto cominciò a Londra il 26 ottobre 1863 quando i rappresentanti di 11 club nella storica riunione tenuta nella Free Mason’s Tavern in Great Queen Street fecero un regolamento che è la base del calcio moderno. I convenuti, fra le altre cose, fecero una scelta FRA MANI E PIEDI. Il rappresentante dell’università della città di Rugby propugnò il gioco duro, di massa, fatto con le mani, mentre gli altri si irrigidirono su un gioco meno violento, individuale, fatto solo con i piedi. A differenziare i due giochi fu anche la forma delle porte e del pallone: porte alte e palla ovale per il rugby, porte basse e palla rotonda per il foot-ball. Quella storica riunione non segnava solo l’inizio del calcio, registrava anche fenomeni propri della società di massa: l’importanza dei piedi a scapito delle mani.

La contrapposizione mani/piedi in campo sportivo andrebbe studiata più a fondo; da sempre gli sport d’élite hanno visto protagoniste le mani (tennis, rugby, scherma, canottaggio, pugilato, vela, ecc.) mentre quelli popolari preferiscono i piedi e pochissime attrezzature: il calcio, la corsa e il ciclismo, perché da sempre la bici – detta la spicciola, dato che faceva risparmiare i soldi del tram- è servita al trasporto da casa alla fabbrica.

Se il rappresentante dell’università di Rugby proponeva un gioco in cui dominavano la mischia, lo sfondamento delle linee avversarie ed il brutale contatto fisico non era solo perché quel gioco era un utile avviamento all’esercizio militare, ma anche perché nelle università, dove andavano i figli dei ricchi, i campi di rugby erano più curati ed a buttarsi per terra non si correva il rischio di farsi male con i sassi. L’opposto accadeva nel calcio giocato nei campetti fatti a ridosso delle fabbriche: nessuno si curava né dei sassi né delle pozzanghere ed ecco perché le mischie corpo a corpo fatte per terra, le costosissime porte aeree, gli strattoni che rovinavano gli indumenti furono banditi.

I piedi cominciarono a camminare, a correre, a scartare l’avversario, mentre fino ad allora erano stati semplice supporto delle mani. Anzi quella storica riunione è anche spia di un fenomeno più profondo: una vera e propria rivoluzione culturale per quanto riguarda il valore del proprio corpo, fino ad allora usato solo per la riproduzione, il lavoro nei campi, la guerra.Che cosa era successo nell’ottocento?

A partire dalla rivoluzione industriale, dopo il lavoro in fabbrica, gli operai scoprono il tempo libero e diventarono “gioco” quelle attività che fino ad ora erano semplici esercizi, allenamenti per prepararsi al lavoro dei campi o alla guerra. La corsa, vale a dire il modo più veloce per portare le braccia da lavoro dove ce ne fosse bisogno, la destrezza delle gambe utile nella scherma o a dare robusti calci nelle parti basse del nemico, la resistenza al lavoro nei campi ed altre attività furono sganciate dalle loro finalità pratica e furono riorganizzate in modo diverso, acquisendo autonomia e dignità di gioco. Quando il calcio si staccò dal rugby e le gambe si divisero dalle braccia, allora il football cominciò a scrivere la propria letteratura. L’evoluzione dell’uomo divenne più completa.

I piedi, dunque, cominciarono ad essere stimati di più, pur rimanendo sempre associati alla terra, quanto le mani sono associate all’aria. (Che oggi in tempo di Coronavirus, toccare l’aria con le mani può essere più pericoloso che toccare la terra con i piedi) Tuttavia, i piedi pur essendo l’unica parte del corpo che tocca la terra, hanno bisogno delle scarpe, più di quanto le mani abbiano bisogno dei guanti: se toccare l’aria con le mani non è doloroso, toccare a lungo la terra con i piedi diventa un supplizio. Perciò calzare un piede significa piegare la natura alle proprie esigenze, un po’ come mettere la sella al cavallo. La civiltà comincia nel momento in cui l’uomo frappone fra il suo corpo e la terra un oggetto -le scarpe, le sedie, il letto, la bara – mentre il lavoro inizia quando l’uomo “addomestica” gli animali con la sella, l’aratro ed i propri piedi con le scarpe. Per questo, la scarpa, è punto di incontro fra civiltà e lavoro brutale, più del perizoma o del tanga, arcaiche tessere di quell’ampio mosaico chiamato vestito. Ne era consapevole il grande Collodi, quando nel Pinocchio racconta la scena dei bambini che, per aver giocato troppo a lungo nel “paese dei balocchi”, diventano asini: quegli asini, oramai avviati al lavoro, hanno sullo zoccolo le scarpe dei bambini ben allacciate, come uno spaventoso messaggio del mondo perduto.

Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci. Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame. Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi strisce gialle e turchine. Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di esser ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo fatti di pelle bianca.
Cap. XXXI

Al di là delle metafore angoscianti sul significato della scarpa (che può essere anche vagina come ricorda Cenerentola) quell’elmo di cuoio che calza il piede oggi grida vittoria nell’abbigliamento, proprio come succede all’elmo da guerra sormontato da un cimiero: il guerriero si deve vedere da lontano, proprio come l’eleganza di un uomo oggi non si vede dal cappello, bensì dalle scarpe, che hanno bisogno dei lacci così come il collo di un uomo ha bisogno della cravatta. Sui lacci delle scarpe bisognerebbe riflettere molto, perchè il “campo semantico” della parola ricorda il tema dellinganno, infatti nella lingua slava allacciare significa ingannare, mentre in Toscana si usa ancora l’espressione “preso al laccio” dopo essere stato in agguato, espressione che vale sia per gli uomini che per gli animali. Prima dell’arrivo dello stretch, allacciatura a strappo, che ha rivoluzionato l’arte dell’inganno.

Le scarpe, quindi, non solo proteggono quella parte delicatissima che è il piede, ma sanno anche parlare attraverso i lacci e le suole. Di questi tempi è di moda lo scarpone slacciato, simbolo di protesta e deriva proprio dal mondo del calcio.

Gli hooligans, i primi tifosi organizzati della fine del secolo XIX, antenati degli skinhead, diedero molta importanza agli scarponi. Questi, da normale abbigliamento da lavoro, finirono per diventare un’arma per sfondare il muro di corpi dei tifosi avversari e occupare gli spalti del nemico. Un secolo dopo lo scarpone con la punta rivestita di metallo è diventato il tratto distitivo dell’abbigliamento skinhead, sottocultura popolare degli anni ’70 che negli stadi trova una forma di espressione violenta. La polizia inglese toglieva loro i lacci, prima di farli entrare negli stadi o addirittura prendeva in consegna gli scarponi, mandandoli sugli spalti in calzini.

Oggi, la moda giovanile di camminare con lo scarpone slacciato vuole indicare protesta verso un’ingiustizia. E quale dura ingiustizia hanno subito i giovani dalla società, se non quella di trovarsi senza lavoro e con un futuro molto incerto, nel quale dovranno farsi carico del peso dell’intera società?

E l’altezza della suola? Nella Repubblica Veneta erano le prostitute a portare suole altissime, forse per non bagnarsi i piedi o le gonne nelle strade invase dall’acqua, forse per sembrare più avvenenti. Oggi significano potenza, una maniera di sottomettere il mondo, proprio come un trattore caterpillar, a cui si richiama proprio un modello di calzatura. Lo scarpone con la suola alta ma slacciato è quindi una forma di protesta muta e indifesa, un grido verso qualcuno che lo aiuti a camminare più speditamente verso il piacere, il danaro, il successo.

Forse oggi, in un mondo sempre più veloce ed immateriale, in cui i piedi si sono trasformati in ruote d’automobile, le ruote in eliche, le eliche in razzi, i nostri piedi rischiano di perdere il contatto con il terreno. Se la mente, associandosi con il computer, riesce ancora, in qualche modo, a seguire questa vertiginosa corsa del tempo, i piedi degli uomini, in verità, fanno più fatica e proprio per questo essi lo celebrano tutte le domeniche in modo ossessivo. Perché i piedi ricordano una attività umana oramai perduta e fatta solo come gioco. Un po’ come succede con il linguaggio di Internet che usa metafore spaziali quali navigare, portale, sito, ecc. rappresentando proprio l’annullamento dello spazio a favore del tempo.

In un mondo sempre più veloce ed immateriale sono i gommisti, quelli che costruiscono gomme per conto della Formula Uno, i disegnatori dei battistrada delle gomme delle macchine super veloci, gli uomini più consapevoli della modernità. Per essi ogni disegno, ogni profilo, ogni solco di ruota indica un rapporto con un tipo di terra, con un tipo di circuito, con l’umore del pilota e l’umore del tempo. Non è del tutto sbagliato affermare che il profilo delle gomme delle macchine di Formula Uno possono essere considerate delle vere e proprie teorie filosofiche a cui è affidato il compito di tenere l’uomo sano e salvo in una situazione che può essere catastrofica. Ed i suoi costruttori i veri filosofi del mondo moderno!

Se i costruttori di gomme sono filosofi, i disegnatori di suole di scarpe sono scrittori. Una suola di scarpa di gomma ben scolpita lascia una labile impronta sul terreno, quanto la scia di profumo lasciata da una donna che passa. Tuttavia, una buona impronta di scarpa lasciata dietro di sé è personale e sfumata, proprio come il passaggio della nostra vita sulla terra. Mi piacerebbe avere un paio di scarpe che lascino il mio nome come impronta sulla terra ad ogni passo! Senza affondare nei resti dei cani…

Gli scarpini dei calciatori sono strumenti di lavoro, perciò sono anonimi e fatti in serie come le tute degli operai, di conseguenza le impronte che essi lasciano sul manto erboso sono tutte uguali. Ma quando gli scarpini abbandonano il terreno e lasciano impronte nell’aria, facendo una rovesciata acrobatica, allora il tiro ben riuscito apre un solco nell’aria come un aratro affondato nella terra. Ecco cosa è la gloria: fare buchi nell’aria, con scarpe bene allacciate!

Bruno Mohorovich
Non ci riesco

Non ci riesco,
non reggo questo silenzio lungo giorni
in cui respiri nel tempo del mio respiro,
sfilano lente le ore.
Non parlare con te
è essere mare privo d’onde
montagna denudata delle rocce
corpo spogliato dell’ombra
pioggia mendìca d’acqua.
Quanto vuoto mi lasci,
svuotato della tua voce
scruto la finestra nel bianco
e mi calo in un velo di nube.

 

Mariù Safier
In attesa di … Rinascita?

Nell’ultima settimana, le code davanti ai supermercati, si sono assottigliate, le entrate contingentate nei negozi di alimentari diminuite, le file per accedere alle farmacie sono scorrevoli. Bene, penso, la gente ha capito che è assurdo riempire la dispensa, consuma il giusto, forse comincia una dieta, la salute migliora. Poi mi assale un dubbio: non sarà che sono finiti i soldi, più che le scorte? Da tante parti il timore che le attività si riducano, diventa certezza, a fronte di decreti fumosi. Nessuno s’illude che torneranno a riempirsi i locali e le strade, è un nuovo assetto quello che ci attende, meno umani, maggior presenza di Natura, a proposito della quale Giacomo Leopardi nel 1824, scriveva: “Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?” (Dialogo della Natura e di un Islandese).

Per contro, Thomas Mann nel suo romanzo “Doctor Faustus” notava che “invece di provvedere saggiamente a ciò che occorre sulla terra, affinché la via vi sia migliore, l’uomo si abbandona all’ebbrezza infernale.”

Due punti di vista con i quali fare i conti: una mediazione tra il poeta e lo scrittore, per far si che non si navighi a vista, senza progettualità. Gli strumenti del sapere li abbiamo. Ricordando che “Sapere non è abbastanza, dobbiamo agire. Avere ottime intenzioni non basta, dobbiamo fare.” E questo è l’immenso Leonardo da Vinci.

Mi è venuto in mente che parlando del virus che ci ha infettato, abbiamo colto e rintracciato riferimenti, similitudini, anticipazioni in svariate opere – Promessi Sposi, la Peste, L’Amore ai Tempi del Colera – e altri ancora. Nella nostra letteratura, c’è quel godibilissimo libro che è il Decamerone, punito spesso perché del testo principale scritto da Giovanni Boccaccio, nell’immaginario collettivo, emergono solo le caratteristiche scandalose: la sua fama è legata alla reputazione di autore licenzioso. Non tutte le novelle sono indecenti, le storie sono narrate in un italiano leggibile ed elegante. L’idea di riunire in una villa, nella campagna fiorentina, dieci persone e invitarle a discutere di vari argomenti, nella serenità di una cornice bucolica, per sfuggire alla pestilenza descritta crudamente all’inizio, anticipa la nostra idea di raccontare il presente, con gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione.

Nel 1348 sette donne e tre uomini, in tempi di quarantena si tengono compagnia, dando vita a un vivace e colorato universo popolato di sciocchi contadini e furbe adescatrici, burle tra compari, motti di spirito, cialtroni e gentiluomini. Federico degli Alberighi è uno di questi. La novella che racconta monna Fiammetta, nella V giornata è tenera e amara. Vale la pena di rileggerla. E quella di Chichibbio e le gru, nella VI, mi fa sempre sorridere.

Al macero

Caduta libera
Tela sgarrata la trama
con fili di lana cucita d’oblio:
luce buia, insidia la neutra vita
ombre di lame, su carta vetrata.

 

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Foto di Mariù Safier

Salvatore Rondello
CURA ITALIA

Coma profondo

Umilia la vita,

Rimasta debole

Attesa di speranza.

Iniezioni di coraggio

Trasfuse all’infinito,

Animano il tempo

Languido nel dolore

Inferto da oscure

Algide visioni.

Roma, 12 maggio 2020

Hilda Twongyeirwe

What I will miss most

What I will miss most after covid Lockdown/up is a quiet neigh our hood

The no music from coughing machines like they are sick from some strange disease

The no loud prayers as if God is deaf (forgive me Lord but you know the ones I am talking about)

The no hooting of vehicles racing through the village

The no bodaboda boys arguing at the boda stage in front
of my home

Eeh! Mama nyabo.

But please

Law-enforcement officers

Stop harassing citizens

My sister Joyce is nursing burns from one of you

He kicked a pan of hot oil on her chest because it was seven

Yet Mr Museveni stated clearly

No violence

No beating anyone

What is wrong with power-hungry hooligans?

Do we call for public lashing?

No, we can do better.

COVID 19 NO COVID 19.


Traduzione
Cosa mi mancherà di più / Quello che mi mancherà di più dopo covid Lockdown/up è un tranquillo nostro quartiere
Il no musica da macchine per la tosse come se fossero affetti da qualche strana malattia/ Le preghiere non forti come se Dio fosse sordo (perdonami Signore, ma tu conosci quello di cui parlo) / Il divieto di transito dei veicoli che attraversano il villaggio / I ragazzi no bodaboda che litigano al palco del boda di fronte della mia casa / Eeh! Mamma nyabo./ Ma per favore
Agenti delle forze dell’ordine/ Smettetela di molestare i cittadini / Mia sorella Joyce sta curando le ustioni di uno di voi/ Le ha dato un calcio ed una padella di olio caldo sul petto perché erano sette / Eppure il signor Museveni ha affermato chiaramente / Nessuna violenza / Non battere nessuno Cosa c’è di sbagliato negli hooligan affamati di potere?/ Chiediamo di essere frustati pubblicamente? / No, possiamo fare di meglio. /COVID 19 NO COVID 19.

Lucia Marchi*
Un pensiero per Ezio Bosso

Il tuo saluto

Grazie alla musica

Non sarà la fine

Ma il principio del volo

Incontro alla libertà.

Ed ogni nota suonata

In qualsiasi parte del mondo

Comporrà una sinfonia universale

In grado di attraversare l’anima

Per consegnarla

all’eternità.

Così di getto, mentre appaiono le lettere sul monitor che annunciano il volo verso la libertà di Ezio Bosso, escono le parole di saluto ad un grande uomo che ha fatto del dolore la normalità, e che è stato una persona veramente libera e di grande genialità artistica.

Lui che, a qualche anno dalla scoperta della sua malattia neurodegenerativa, dopo essere piombato nel baratro aveva avuto la forza di rialzarsi, imparando nuovamente a parlare e soprattutto a suonare. Così, infatti, nelle interviste ricordava di aver avuto la fortuna di capire che: “Noi esseri umani siamo bellissimi, ma spesso, chissà perché, tendiamo a dimenticarcene…”

Ed in questi pochi anni concessi ha continuato il suo lavoro, riuscendo a comporre e soprattutto suonare melodie sublimi, nonché a dirigere orchestre in maniera spettacolare, come ha dimostrato a Bologna nella commemorazione a cinque anni dalla morte del grande Claudio Abbado, ove ha diretto i tanti musicisti abbadiani convenuti in una maniera che rimarrà nella storia.

Ezio Bosso era certo consapevole di avere il tempo limitato, e non voleva sprecarlo: quindi ha cercato, finché gli è stato possibile, di portare la musica nelle case di tutti, anche con apparizioni televisive suggestive e di grande spessore non solo musicale.

Nello stesso tempo qualche mese fa, quando il male ormai incalzava da presso il suo fisico, ha avuto il coraggio di fare un appello coinvolgente agli innumerevoli fan: “Quando suono il piano provo dolore, smettete di chiedermelo.”

Ora certamente è libero di volare tra le sue note, ed a noi lascia il compito di trovare la forza di rialzarci con tenacia dopo un periodo difficile, perché la vita è un’avventura da vivere pienamente istante per istante.

Perciò, mentre adesso è beato tra e con le sue note, si ha l’impressione che sia ancora qui con noi, con i suoi fiati spezzati dal male ma vigorosi nei contenuti, a rivelarci e, soprattutto, a lasciarci come insegnamento il suo pensiero:

“… Ho scoperto anche che non esistono storie brutte ma solo tristi, o allegre. E che dobbiamo avere paura solo delle storie noiose. Ora parlo a fatica, non posso più correre, ma riesco ancora a suonare. E nel momento in cui metto le mani sulla tastiera volo lontano da ogni problema…”

Roma, 15 maggio 2020

*Direttore Biblioteca Casanatense

Condirettore Centro di Ricerca di Eccellenza Diritto d’Autore

Carla Gagliardi Desaur (da Londra)
CONTRADDIZIONI E CAOS

Il discorso del premier di domenica sera, discorso alla nazione registrato ed impacchettato peggio del saluto della regina a pochi giorni dal ritiro nella country side, un discorso privo di dialettica scorrevole, intervallato da patetiche slides coi numeri del coefficiente, chiamiamolo di sopravvivenza, discorso imbalsamato sulla riapertura incerta.

La cancellazione ma parziale del lock down, la riapertura ma graduale e confusa di non si capisce che cosa esattamente: il business deve ripartire assolutamente e intanto auguriamoci che non si diffonda tranquillamente anche il virus!

Dopo la dichiarazione di domenica sera, confusa nei termini della programmazione stessa poiche? il dialogo non-sense, con poca retorica e molto affanno, e? risultato farcito di calcoli ed immagini che difficilmente si accordavano con la voce di fondo del narrator ufficiale, mediocre attore in scena.

Quelle slides avrebbero dovuto essere di supporto alle riunioni coi tecnici dei vari dipartimenti per discurtere il da farsi, per valutare le priorita? e per affrontare il discorso alla nazione in un secondo tempo.

Ed invece ancora una volta tutto al contrario: discorso raccappezzato per la domenica sera e riunioni di settore dal lunedi al mercoledi quando ormai il popolo e? da due giorni libero di riprendere la vita <<normale>>.

Il nuovo slogan proposto e sempre uguale, con lo stile incorniciato della segnaletica stradale d?emergenza, e? ripetitivo ed incomprensibile:

STAY ALERT-CONTROL THE VIRUS-SAVE LIVES talvolta alternato al STAY ALERT-STAY AT HOME-STAY SAFE.

Il richiamo al lavoro ed alla produttivita? ha visto lunedi mattina presto ripartire tutti i cantieri di costruzioni edili dove i muratori lavorano gli uni accanto agli altri senza protezione; neppure gli imbianchini mantengono le distanze perche? lavorano in company per le quali il mezzo di trasporto e? un unico furgone che ne carica da tre a cinque alla volta?.

La sola parola business ha reso lecita la riapertura di molti negozi considerati come parte essenziale del reparto manifatturiero: ripartono le lavanderie, i calzolai, ecc.

Ovunque si legge che chi puo? dovrebbe lavorare da casa ma il mercato immobiliare londinese ha aperto le porte e c?e? anche chi organizza traslochi dalla giornata di mercoledi perche? la meta? del mese di maggio e? dietro l?angolo e in un paese dove gli affitti si calcolano a settimane tutto e? affannoso.

La quantita? di auto e di bus in circolazione e? in aumento esponenziale perche? lunedi mattina la citta? sembra essersi risvegliata da un torpore che pareva ormai una sonnolenza male accettata e semplicemente subita.

Molti locali iniziano le pulizie e gli imbianchini imperversano nei preparativi di riapertura: eppure nel discorso si e? detto che la riapertura di ristorante ed hotel andra? valutata per luglio?.eppure sono tutti al lavoro per restauri che li occuperanno una scarsa settimana.

I soliti postini della Royal Mail che controllo una volta al giorno nel mio giro tra Earls Court e South Kensington trascinano il loro carretto rosso senza guanti e si avvicinano alle porte, dove molto spesso sono costretti a bussare, per chiedere una firma, e lo fanno senza mascherina.

La vita prosegue in questo accenno di primavera come se fosse normale andare a comprare del pane in panetteria e sentire dietro di te, in coda, chi chiacchera con l?amico senza cautela per la distanza che ti porta.

Per le strade molto spesso sono cancellati e non rispettati i simboli STAY 2 METERS che fino a qualche settimana fa guardavamo con timore reverenziale: stamattina sono stata a comprare un croissant con la visiera che uso in ufficio, una maschera per il viso intero, ed allontantanandomi dalla cassa ero soddisfatta per essermi decisa ad uscire con questa precauzione perche? nel giro di due metri c?erano cinque persone in coda per comprare qualche dolce. Non sono generi di prima necessita?, me lo sono ripetuta per molti giorni come un mantra, ma la realta? scappa nella direzione dell?immaginario e si tende a ritornare ad una vita <<NORMALE>>.

Mercoledi la piccola agenzia di cambio denaro era aperta e sembrava tutto regolare, a due passi da Gloucester Road station dove le banche fanno orari ridottissimi e tutti i cash point sono chiusi. Il giorno seguente noto un breve biglietto che indica orario ridotto ed oggi riappare il fogliaccio del coronavirus: questa attivita? e? al momento sospesa in attesa di nuove indicazioni.

Per le strade e nei parchi governa il caos: la contraddizione e? la vera padrona.

Parchi sovraffollati dove noto con disappunto che per alcuni luoghi, in mancanza di toilette comunali e di servizi di ristorazione dove potersi rifugiare, alberi dal fogliame abbondante hanno assunto il valore di bagno pubblico. Chiunque si sente autorizzato durante un giro in bicicletta ad appoggiare il mezzo alla prima piccola entrata difronte all?elegante hotel Baglioni ed entrare al parco di Kensington Palace Garden per annaffiare un albero vicino al muretto. Allo stesso modo senti sussurrare in lingue diverse, pochi metri difronte la Royal Albert Hall, da distinti genitori che invitano i figli, giovani ma anche adolescenti, ad approfittare della toilette en plein air offerta da imponenti piante centenarie.

La confusione regna sovrana nell?uso dei mezzi pubblici poiche? il premier ha invitato tutti a non usare metropolitane ed autobus ma costringendoli a recarsi al lavoro: fortunatamente la maggioranza non possiede l?auto e comunque pare balzana l?idea di dover pagare in diverse zone della citta? le costose tariffe del parcometro, uno stipendio nella norma dissuade chiunque dal recarvisi.

Interessante l?invito ad usare bicicletta e ad abituarsi a camminare: quanto potra? durare, realisticamente ?! Chi poteva gia? lo faceva ?dispongo di numerosi esempi.

E? stato un poco come sostenere in un primo momento che le scuole avrebbero riaperto regolarmente da settembre per poi far passare il messaggio che dal primo di giugno la maggioranza degli studenti potranno ritornare nelle classi: ma in che termini ?

Non si sa. Non bastera? lavarsi le mani ?

Da lunedi mattina a giovedi i vari uffici deputati dal governo ad interfacciarsi con le scuole lo stanno facendo ma siamo passati attraverso diverse interpretazioni del discorso del premier in una generale paranoia di incertezza che diventa incomprensione: riapriranno solamente le classi di passaggio tra diverse scuole, ovvero si e? parlato di years 1 che significa tutti gli studenti tra i quattro ed i cinque anni per il ponte di iscrizione alla primaria. Da venerdi i link ufficiali riportano che riapriranno tutte le nursery, ovvero tutti gli asili nilo e scuole materne, sospettiamo in maniera graduale e speriamo dal primo al venti di giugno, ma non e? stato menzionato.

Unica certezza e? la priorita? del business: i genitori dovranno essere liberi di tornare al lavoro.

Sorgono ovvie obiezioni: non possiamo insegnare ai bambini di 2 anni la social distance ed e? impensabile disporre di identici giocattoli per ognuno di loro affinche? non tocchino tutti gli stessi oggetti condividendoli secondo regole educative di socialita?; allo stesso modo pare logico chiedersi se sia lecito pensare di lasciare a casa, pressoche soli, studenti di otto anni che rimarranno semplicemente online fino a settembre/ottobre.

Vi e? imprecisione, una confusione che genera contraddizioni.

Chiediamo un parere ai genitori: chiediamo loro se nonostante le proposte, alquanto impositive dello stato, per la riapertura avranno veramente intenzione di mandare a scuola i loro figli.

L?altro lato del problema e? una timida associazione di insegnanti che sostiene di opporsi al rientro nelle classi:  non trovo riferimenti nella legislazione e soprattutto non trovo spazio di ascolto per questo popolo di furlough che si appella allo STAY SAFE=STAY AT HOME.

Per gli insegnanti resta, per non presentarsi a scuola, l?opportunita? di definirsi shielding ma bisogna aver uno stato di salute a rischio, confermato da una lettera del medico della mutua, o bisognerebbe condividere l?abitazione con qualcuno che sia in quella situazione certificata.

Diventa tutto un po? troppo confuso come quando vai al parco e vedi che le persone non usando le panchine, fulcro di germi e case di diffusione del virus, appoggiandosi ai ceppi di legno tagliato dove poco prima sono appena passati dei cani a fare i loro bisogni. Ora anche il dog sitter educato si sente in colpa a lasciare libero il cane affidatogli peraltro proprio per l?espletamento dei bisogni fisiologici; mentre nessuna delle persone che si attardano sedute sui trochi di legno ha pensato, prima di sedersi, al fatto che quella non fosse propriamente una sedia.

Domani ho promesso a mio marito di aiutarlo nel compito di incrociare i dati: le richieste di aiuto dei genitori che vorrebbero far tornare a scuola i figli e le domande delle insegnanti per posticipare il rientro. Vedremo cosa succedera? e nel mondo della scuola resa caotica e piena di contraddizioni a partire dall?errore che ne e? alla base e cioe? dal concetto stesso di essere privata, osserveremo quali soluzioni impervie e insensate proporra? il governo.

Questa settimana leggendo Primo Levi ho trovato: <> e nulla mi e? parso tanto intonato quanto questo clima di imprecisioni irriverenti.

Via email questa settimana ho ricevuto una notizia intelligente, ed interessante per la sua natura internazionale: avendo comprato biglietti per un concerto che avrebbe dovuto tenersi in UK il 20 giugno 2020 l?evento e? stato spostato direttamente al 16 Maggio 2021. Qualcuno ragiona seguendo le indicazioni di quel ristretto gruppo di scienziati ignorati al tempo dei Cobra meetings di marzo, e non si tratta dell?artista, che e? la star del concerto, perche? nel resto del mondo per gli altri suoi concerti si aspettano ancora indicazioni ?.

 

Alessandra Jannotta
7 maggio 2020: Diciassettesimo piano

Ho saputo che la mia poetessa preferita oggi farà un’intervista con la classe di Agnese.

Ho chiesto allora a mia sorella di poter partecipare e lei mi ha detto che se riuscirò a stare zitta mi farà seguire la trasmissione.

Le ho risposto con una poesia :

“Il silenzio

Come il vuoto

come  lo zero

accoglie tutto.

Riporta nel Tuo.

La luce

nel vuoto raggiunge la massima velocità.

A VOLTE TACCIO…”

Agnese mi ha guardata sbalordita perché la poesia è proprio quella che la poetessa ha scelto,tra le sue mille,di commentare in collegamento con la classe.

Tu caro Virus, per tacere hai bisogno di luce?

Ho capito il diciassettesimo piano della mia fabbrica sarà luminosissimo,Luce pura!

8 maggio 2020: Diciottesimo piano

Caro Virus,

complimenti stai diventando davvero bravo!

Al diciottesimo piano della mia fabbrica ci sarà uno schermo gigantesco su cui verranno proiettate le poesie che ho messo a guardia dei tesori.

I bambini sceglieranno una poesia e un colore. Subito  arriverà una grande macchina dipinta con il loro colore preferito e con la forma del numero del piano che custodisce la poesia che hanno scelto.

Alla guida della macchina,spiegherò  ai miei piccoli amici cosa potranno fare all’interno del piano. Mia zia,invece, sarà il copilota e regalerà  a tutti i bambini montagne di cioccolatini.

Ti lascio la poesia che metterò a guardia del tesoro di questo fantastico piano, mi raccomando però tu non arrabbiarti se non riesci a capire il messaggio. Prometto che, se continui  a stare tranquillo, prima o poi ti spiegherò tutto!

“Viaggio

Ho lasciato indietro i pensieri, li ho raccolti sulla strada del rientro erano più stretti e più leggeri.

Ho portato con me il riposo ha domandato al dovere la strada di casa.

Ho dimenticato la fatica è rimasta a dormire beata tra nuvole e magia.

Ho viaggiato.”

Veronica Pacifico
DIARIO DELLA QUARANTENA

Caro Diario,

ti scrivo in un giorno che come un altro, durante la pandemia, scivola via.

Mi dico che il tempo sono io

e prego Dio chè non mi abbandoni.

Ma la prima a non dover dimenticare se stessa,

mi dico,

è questa donna fatta di ricordi e desideri.

Un uomo ed una donna mi dissero che sono disabile,

sono bipolare, è vero.

Ma non meritavo siffatto dolore.

Così scrivo poesie, tue sorelle.

Tu, mio caro diario,

accogli ogni mio lamento

e crei spazi e tempi che in questi giorni son ridotti come nelle carceri.

Penso le parole affinchè non siano letali,

ma chirurgiche, terapeutiche.

Penso alla mia famiglia che mi sostiene al cellulare,

insieme a pochi amici amati.

Penso al mio futuro, che come il presente

urla identità ed onestà intellettuale.

Penso che è bello pensare

essere un’idea speciale.

Un’altra pagina della vita

è così, scritta

e brucia il rogo velenoso del disagio

del sentirsi al mondo

inanimata e vanesia.

Matteo Palumbo*
In un romanzo del 1985


In un romanzo del 1985, Rumore bianco, Don Delillo racconta l’improvvisa apparizione di una nube tossica. Il rischio del contagio si diffonde. La paura diventa palpabile. Pesa improvvisamente sugli atti delle persone. Le soggioga come una forza poderosa, che non conosce ostacoli. Il rumore bianco è il suono silenzioso della morte. In agguato, schiaccia i singoli destini e li trascina dentro il proprio vortice.

I nostri giorni sembrano avvolti da un alone uguale alla trama del libro di Delillo. Il tempo non scorre. Le giornate si trasformano nella ripetizione di un uguale rito: in attesa che tutto finisca e la vita ricominci a pulsare di nuovo. Come spesso accade, l’arte ha anticipato i fatti. Li ha proiettati su uno schermo più grande. Ne ha fatto racconto e invenzione. Così parla con noi e per noi.
L’immaginario contemporaneo è spesso abitato da storie crudeli, che mettono in gioco la sopravvivenza di tutti. Cecità di Saramago ne offre l’esempio sublime. Esemplare, da questo punto di vista, è una serie televisiva tra le più famose e viste: Walking dead.
Che succede se un giorno all’improvviso ci svegliamo e il mondo è interamente occupato da Morti viventi?

Le sequenze iniziali della serie sono esplicite. Il personaggio principale si trova in ospedale. Si risveglia e si affaccia alla luce che sta fuori. È simile a un neonato che sta scoprendo la vita. Seminudo, vaga alla ricerca di qualcosa: tra macerie, caos, sporcizia. Per lui comincia una nuova esistenza. Questa esistenza è all’insegna di un’esperienza differente da ogni altra precedente. Il protagonista sta conoscendo l’origine di un mondo infetto, in cui ogni giorno può essere l’ultimo.

Il caso di Walking dead offre un’esperienza estrema. I Morti viventi diventano ogni giorno più numerosi. Una volta la metamorfosi accadeva se si era morsi dal nemico. Successivamente, però, basta morire e ci si trasforma in zombie. La realtà appare un palcoscenico fisso dell’orrore. Per Freud la paura dipende da un elemento concreto di cui ciascuno prova disgusto (i topi, il buio, gli scarafaggi o altro). Il mondo dell’angoscia, al contrario, non ha un centro: atterrito da un rischio oscuro e imprecisato. Non c’è speranza di tornare alle condizioni del passato. Non ci sono zone intatte. L’altrove immunizzato è solo una fantasia o un’ipotesi. Il mondo infetto è senza fine e senza nessuna aurora.
L’Umanità diventa simile alla città di Troia. È un popolo accerchiato da un avversario feroce. Le forze esterne assediano le sue mura e provano ad abbattere le difese innalzate, che sono sempre precarie. Ogni volta si rinnova il conflitto tra la Vita che resiste e la Morte che s’insinua dovunque. Circondati dal Nemico, gli Umani imparano a lottare e a difendersi. Fondano una comunità che li renda più forti e meno vulnerabili. Si proteggono. Si danno regole e comportamenti. Resistono con ogni mezzo alla vittoria del Non-umano. Ognuno vive la sua formazione. Tutti possono cambiare. Prendono coscienza delle virtù che difendono la vita o dei vizi che la oltraggiano. Coinvolti in questo scontro, avviano un grande sforzo di civilizzazione: ogni volta da difendere e da rafforzare.

Persone diverse che non hanno niente in comune si ritrovano unite a combattere. Come in un racconto mitico, i sopravvissuti si organizzano e si danno leggi. I desideri personali sono secondari. Vanno subordinati alla comunità che si forma. E questa comunità, quasi un’eco di proposizioni vichiane e foscoliane, fonda le proprie istituzioni: sepolture, nozze, tribunali e altari. Davanti al contagio gli uomini possono diventare perfino migliori: responsabili delle proprie scelte e attori del destino che li attende..
Da Walking dead facciamo un salto all’indietro di alcuni secoli e pensiamo alla più grande rappresentazione di malattia, che minaccia l’esistenza individuale e collettiva. Non possiamo che ricorrere al Decameron di Giovanni Boccaccio. Ezra Pound ha scritto che «un classico è il nuovo che resta nuovo». A conferma di questa tesi, il libro è stato evocato più volte in questi giorni, spesso insieme con i Promessi sposi. Entrambe le opere sono apparse ancora necessarie a noi. Affrontano un uguale problema e ragionano sulla sostanza del suo accadere. Il Decameron, come si sa, racconta l’esplosione della peste nell’anno 1348. Il morbo uccide senza tregua. Abbatte esseri umani e animali. Altera ogni legge, naturale o sociale. I vincoli familiari si spezzano. L’autorità del diritto svanisce. Nessuno riconosce un principio che lo governi. Dappertutto, in ogni modo, la morte celebra il suo trionfo.

Che cosa gli individui possono fare davanti all’onnipotenza di tanto male? Hanno ancora una via d’uscita, che dia un senso alla loro esistenza minacciata? Boccaccio esamina vie molteplici, seguite da coloro che restano in vita. Sono «diverse paure e immaginazione» nate davanti alla peste. Alcuni si chiudono nelle case con una cerchia di amici. Non vogliono sapere nulla di ciò che accade fuori dalle loro stanze. Hanno provviste adeguate e passano il tempo con giochi, balli e canti. Aspettano che, come in cattivo sogno, tutto finisca e la vita di prima ricominci lietamente. Altri, invece, seguono una via opposta. Ritengono che la cosa migliore sia farsi beffe del male. Non adottano nessuna precauzione. Vanno in giro senza regola o misura. Non rinunciano a nessun piacere che il capriccio indichi. Il loro è un «proponimento bestiale», che ignora malati e pericolo. Semplicemente li cancella come se non esistessero. Poi ci sono gli inutili palliativi di quelli che affidano la tutela della salute a spezie profumate: come se tutto il cielo non fosse avvelenato dal fetore dei cadaveri. Una differente specie di uomini sceglie come unica soluzione la fuga. I malati vanno abbandonati alla loro sorte. La sopravvivenza personale è l’unico valore che conta e sembra trovarsi altrove, lontano da tutti gli infetti. In cerca di un riparo cercano un luogo che sia il più lontano possibile.
Questi modi di affrontare la peste sono per Boccaccio insensati: nel valore duplice di folle e di senza significato. In tutti i comportamenti l’esperienza del male appare rimossa e inutile. Bene che vada, se il mondo riuscirà a sopravvivere, sarà uguale a quello di prima. Gli uomini saranno simili a sé stessi. Non ci sarà nessuna nuova aurora che annunci una rigenerazione.

Come si sa, l’autore del Decameron traccia un cammino completamente opposto a tutti quelli che uomini impauriti e irrazionali hanno adottato. Sceglie un altro modello che affronti la peste e trasformi lo sterminio nel rilancio della vita. Una brigata di fanciulle e giovanetti decide di andarsene in campagna e aspettare tempi migliori in un luogo bello e gradevole.

La scelta, tuttavia, non è solo una difesa. Si trasforma piuttosto in un’occasione utile, che serva a intendere la vita e ritrovare i principi che la sostengono. La brigata del Decameron lo fa raccontando cento novelle. Queste storie, volta per volta gioiose, astute, romanzesche, tragiche costituiscono un’enciclopedia possibile dei casi dell’esistenza. Esaltano i fondamenti che la sorreggono e che non possono essere ignorati: il valore dell’intelligenza, l’appetito naturale dell’eros, il ruolo della fortuna, la potenza necessaria delle parole, che danno visibilità alle idee e portano diletto.
La brigata che, alla fine dell’opera, ritorna nella città che ha lasciato, non è uguale a quella che era partita. Ognuno dei suoi membri conserva dentro di sé la memoria di una serie di avventure, da cui può trarre quello che, volta per volta, appare per lui giusto e logico. Se la peste è il trionfo della morte, il mondo del Decameron celebra la vita rinata, che resiste al suo nemico e ritorna con una forza ancora più grande.
Questa sola è la speranza che illumina anche il nostro futuro. A noi tocca darle corpo e presenza.

* E’ titolare di letteratura italiana all’Università “Federico II” di Napoli.

Massimiliano Kornmuller
Voyage autour de ma chambre



Finalmente sono riuscito a raggiungere il mio studio legale, nel cuore della Suburra, che si trova nello stesso palazzo in cui Mario Monicelli, illustre monticiano, oltre che toscano doc, ambiento’ la tipografia caendestina del film “La banda degli onesti”.

Ora c’ e’ una gelateria.

Monicelli ebbi l’ onore di conoscerlo e di condurlo con la mia utilitaria ad una iniziativa cinematograficain un quartiere periferico di Roma.

Abitava in una via parallela a quella del mio studio, al sesto piano(senza ascensore…) di un antico palazzo:persona di una gentilezza e di una modestia senza paragoni, che ricordero’ sempre con ammirazione ed affetto.

Nel mio studio, simile ad un salottino classicheggiante dei tempi di Pio IX, altri mobili mi aspettano per una spolverata ed una lucidatura.Due  al riguardo mi sono particolarmente cari: il serre-papier con ribaltina in stile Luigi Filippo, di mogano fiorito, e la mia sedia a braccioli che utilizzo quotidianamente davanti alla scrivania.

Due mondi di ricordi si affacciano allora alla mia mente: in primis quello a cui appartiene la sedia a braccioli dei tempi di Carlo Alberto, di noce scurito dal tempo, rivestita di damasco rosso con un cuscino di broccato verde posto per mia comodita’ sullo schienale lavorato: la ricevetti in eredita’ dalla mia cara prozia, sorella di mio nonno, vera memoria storica della famiglia paterna.

Mi narrava di mondi perduti per sempre, di quando andava a trovare gli zii paterni a Pilsen, nella Boemia settentrionale, nei primi anni ’30, ai tempi della Repubblica di Masaryk, e dei the della baronessa Skoda ( quella della fabbrica di automobili ..) e dei suoi due salotti, uno di lingua ceka e l’ altro di lingua tedesca, ove ( la mia prozia conosceva entrambe le lingue)si scambiavano i peggiori pettegolezzi immaginabili…Conservo di quell’ epoca due servizi da the e caffe’ ,da me mai utilizzati, e delle banconote disegnate da Alphonse Mucha,che dopo i fasti liberty( ne fu uno dei piu’ importanti padri e ci rimangono ancora le foto in posa delle sue bellissime modelle ), da Parigi torno’ in patria , ove divenne il deus ex machina dell’ arte ufficiale boema( affresco’ anche la “Slaveide ” nell’ atrio del municipio di Praga).

Mori’ in seguito ai maltrattamenti subiti dai tedeschi durante l’ occupazione.

La mia prozia mi narrava anche di suo nonno Waclaw( Venceslao, nome boemo per eccellenza), nativo di Reichenberg( oggi si chiama Liberec: sul fiume Nisa che le scorre a lato, doveva esserci il mulino ancestrale, cosi’ come documentato da una carta geografica di casa con l’ iscrizione” Bohemiae pars accuratissima descriptio” (fine sec XVI) ove, con teutonica precisione, sono indicati anche i mulini, contraddistinti da un cerchio con un punto al centro, quasi simbolo alchemico del sole): questi , giovane tenentino .era divenuto medico personale dell’ allora ottantenne maresciallo Radetzky, a Milano, durante i moti del 1848.Mori, a Gorizia primario dell’ ospedale miltiare col grado di colonnello medico:dovrebbe essere sepolto, stando a quello che mi diceva la cara zia,in una tomba familiare(che fine avra’ fatto…?) sopra le Bocche di Cattaro ( di dannuziana memoria), ove possedeva una villa vista mare.

Tempi perduti : il ritratto piu’ bello di quell’ epoca lo fece Joseph Roth nel romanzo ” la marcia di Radetzky”, di cui non sono mai riuscito  a leggere se non qualche pagina, interrompendola subito, preso da un o strano sentimento, un misto di inquietudine, commozione e tristezza,lo stesso che provo quando guardo certi film di Pupi Avati, come “Dichiarazioni d’ amore” o ” storie di ragazzi e ragazze”, che ritraggono con spietata verisimiglianza la mia  adolescenza non particolarmente spensierata..Vivere nel capoluogo piemontese negli anni ’70 come me  , o in quello emiliano  dei primi  anni ’50 come Avati, per il mio stile di vita non c’era una grande differenza…!

Ma e’ al mare, non piu’ l’ adriatico, ma al Mar Ligure , che mi riporta col pensiero l’ altro mobile, il serre- papier: mi ricordo che si trovava in un angolo del salone della casa di Alassio, trasformato, merce’ ripiani di vetro all’ interno, in un mobile bar..!

Lo spirito di quella casa,al di la’ del mobilio poco marittimo che l’ arredava, tipo, verbigratia, la cassapanca  di noce intarsiata di volute d’ acanto tra due sedie veneziane laccate in  verde e oro poste nell’ ingresso, apparteneva comunque , ai piu’ sereni anni ’50.

Costruita poco oltre il famoso”budello” di Alassio, questo edificio di tre piani dalla  calda e semplice facciata color terra di Siena naturale ( noi eravamo al terzo ed ultimo piano), si distigueva dalle altre costruzioni per gli ampi terrazzi, protetti da una semplice e lineare ringhiera di ferro battuto che quasi scompariva alla vista del magnifico golfo che si affacciava davanti, dal porto, al promontorio di Capo Mele a Laigueglia.

Dalle porte a vetri del salone e della camera da pranzo che davano sul terrazzo,tra le fronde piu’ alte delle palme della passeggiata, apparivano direttamente il mare ed il cielo, e non la minuscola spiaggia sottostante, tanto che quando ammirai  le famose”Finestre sul mare” di Matisse dipinte a Nizza nel 1917-18 dalla sua casa  prospicente la  Promenade des Anglais, trovai, con  stupore, molto familiare tutta la composizione…! Ma anche Alassio e’ stata celebrata da  pittori famosi e bravi: penso a Carlo Levi ( che apprezzo piu’ come artista che come letterato), che possedeva una villa sopra la “zona degli inglesi”( bello comunque, anche l’ epistolario intrattenuto  con la figlia di Saba: le  lettere sono state riunite in una raccolta dal titolo” ciao Puck” e scritte proprio da Alassio…, ) ed ai suoi splendidi paesaggi collinari dei dintorni , a Carlo Cattaneo ,grande incisore,  che conobbi in una stamperia d’ arte  aSolva,frazione collinare  sopra la citta’ e, un po’ minore,  a Mario Berrino con le suebarche ed i carrugi alassini,proprietario del Caffe’ Roma al centro della citta’, vicino al famoso “Muretto” delle finaliste di miss Italia,.

del BAr Roma mi ricordo altresi’di tediosissimi pomeriggi passati in quel locale accompagnando mia nonna ove al The ( sempre il the: bevanda che odio e che oggidi’ utilizzo solamente per fare viraggi fotografici alla maniera antica…!) , tra note di pianoforte  suonate da un pianista che aveva lo stesso taglio del Mago Silvan ) , erano presenti Vanda Osiris col uno dei suoi improbabili turbanti  e il vecchissimo pappagallo Loreto ,che fu regalato da  Hernst Hemingwey , chissa’ in quale era geologica, al proprietario del locale…

Ma e’ dal terrazzo, ove protetto da una tenda pieghevole di stoffa verde, con tanto di mantovana, io pranzavo regolarmente, ( e da cui mio nonno  segnalava a mio padre t,ramite bandiere, che era ora di uscire dal bagno e di venire a casa),  che si poteva ammirarare l’ elemento piu’ notevole di tutto il panorama : l’ isola Gallinara.

Mi ricordo quando , dopo ore di macchina sulla via Aurelia,o di treno sulla litoranea,  vedevo con gioia apparire la sua sagoma sul mare: m’indicava che la meta era ormai vicina…

Ancora oggi quando la vedo in rare immagini televisive, son preso da un fremito al cuore..

Seppur piccola e quasi sconosciuta alla maggior parte degli italiani(ed anche a molti liguri della Riviera di Levante..), quest’ isola ha comunque una sua parvula dignita’ letteraria:citata nei trattati di agricoltura di Varrone e di Catone ( Isec d.C.) come isola delle galline selvatiche( donde il nome), la Gallinara e’ stata citata altresi’ da Sulpicio Severo ( avvocato e scrittore di Bordeaux , sec IV d.C.)nella sua”Vita Sancti Martini”: pare infatti che San Martino di Tours vi  fosse vissuto in romitaggio per un certo periodo…

Ma oltre al mare bellissimo e cristallino che al tramonto diventa addirittura scintillante per effetto del gioco delle ombre delle case che scendono sulla piccola spiaggia( il sole ad Alassio tramonta dietro i monti)  e dei raggi che colpiscono ancora la superfice dell’ acqua , oltre al mare , dicevo , Alassio era il luogo di passeggiate in sentieri indimenticabili

Mi ricordo in particolare quello che andava da Alassio  a Laigueglia, quasi a precipizio sul mare, tra rocce calcaree ocra e bianche, che mi ricordavano quelle del dipinto”Le bianche scogliere di Rugen” di Caspar David Friederich(1818), e mi sovvengo anche del sentiero che da Laigueglia giungeva fino a Capo Mele , correndo sul crinale, tanto che si potevano osservare i due golfi quello di Alassio e quello di Andora.

Ma la mia preferita era la strada romana che da Alassio portava ad Albingaunum(Albenga) passando per la chiesa di S.Anna(sec.VIII d.C.): vi si poteva pasteggiare passeggiando tra fichi e viti  selvatiche, rovi di more ed alberi di carrube: si passava tra insenature deliziose camminando sopra le chiome dei pini marittimi sottostanti(di questi ho scattato un fotogramma che, stampato con l’ antica tecnica della gomma bicromata, adesso si tova nella collezione permanente del Museo del Cinema e dellaFotografia  dentro la Mole Antonelliana diTorino).

Quasi alla fine della passeggiata appariva il basolato originario, e ruderi di tombe romane che conservavano ancora tracce dell’ intonaco originario tinto di rosso, abbastanza sbiadito.

A proposito dell’ intonaco  e di pittura romana: fu proprio nella cucina della casa di Alassio , nei periodi in cui vi abitavo da solo, che riuscii per la prima volta ad ottenere la cera solubile  per la pittura ad encausto, di cui parla Plinio nel suo Naturalis Historia(lib.XXX) .

La cosa ando’ cosi’: accordatomi con un pescatore al porto, riuscii a procurarmi un secchio di acqua di alto mare (necessaria, secondo Plinio, per l’ operazione)e, portatala in bicicletta a casa, la versai in una pentola, immersa a bagnomaria in una piu’ grande:mentre stava bollendo aggiugevo scaglie di cera vergine ancora odorosa di miele, sulla quale, appena liquefatta , facevo piovere lentamente dei sali di natron( carbonato di sodio e altri sali ), lentamente girando con la paletta di legno..

Alla fine l’ optatissimo evento si verifico’ : come d’ incanto la cera inizio’ a schiumare ribollendo: raccolta e solidificata, avevo prodotto la famosa cera punica di cui parla Plinio…!

Questa cera, diro’ cosi’ , saponificata si poteva sciogliere nell’ acqua, utilizzata come medium a freddo per mischiarvi la polvere di colore, dipingendo quindi come se si trattasse di una tempera .Successivamente la pittura, riscaldata moderatamente e lucidata dava quell’effetto specchiato che ancora oggi ammiriamo si muri dipinti di Pompei ed Erolano.

Quell’estate di tanti anni fa , dopo questo evento, trasformai il garage che si trovava seminascosto da una bouganville nel cortile dietro casa , nel mio primo studio d’ arte , iniziando un’ avventura che ancora oggi non ha fine… !

Lorena Fiorini*
Cara Fidapa,

ti amo, per tutto quello che mi hai regalato, venticinque anni di eventi, di momenti condivisi, ritrovarsi e qualche volta, poche, e non le ricordo più, perdersi per poi riconoscersi intorno a un tavolo, con un tè e i pasticcini, oppure in viaggi, incontri eleganti in alberghi, ristoranti, luoghi prestigiosi. Una vita di belle cose. Oggi mi fanno sentire più ricca, completa.

Sono entrata in Fidapa nel 1995, era presidente Patrizia Cardone e il mio ingresso al Grand Hotel Excelsior avvenne in una serata memorabile. Ricordo ancora le parole di Patrizia, presidente Fidapa Sezione Roma in quel momento: “Vi voglio tutte in lungo”. E così fu. Acquistai un abito di Max Mara, elegante, nero, sbracciato, di morbido chiffon, che ancora conservo, nonostante i chili in più. Non sono mai riuscita a liberarmene. Patrizia e io eravamo colleghe, lavoravamo alla Comunicazione e Immagine Rai, lei come scenografa, io come responsabile del coordinamento e pianificazione mezzi, prestavo all’epoca la mia opera in qualità di produttore esecutivo della trasmissione, in onda sulle tre reti Rai, La Rai che vedrai, un’anticipazione sui programmi in via di trasmissione. Era attratta da Patrizia, donna fuori dal comune, elegante, attenta e pronta a esprimersi con proprietà di linguaggio, a porsi sempre elegante e sempre propositiva. Facemmo amicizia, unimmo lavoro e tempo libero. Con Anna Musto, giudice di pace, arrivò il primo impegno, la prima tavola rotonda, sulla comunicazione nell’area del Mediterraneo, il Magreb. Coinvolsi nell’occasione, Massimo Fichera, Direttore di Raidue, con il quale ho avuto l’onore di lavorare come segretaria.

Il mio rapporto con Fidapa è riassunto in un brano tratto dal mio romanzo Smarrimento d’amore. Nomi diversi appaiono, in realtà si trattava di un evento a Villa Miani, l’amica Cristina era Anna Musto, cara amica ancora oggi, il tempo non ha scalfito la nostra amicizia.

Scendevo le scale di Villa Scarlatti. Roma era ai miei piedi, ricca di luci in un ovattato silenzio. Ho provato un benessere profondo. Mi sentivo felice per essermi appena riconciliata con l’infanzia, per una serata giusta nei tempi e nei ritmi, per essermi sentita, finalmente, in ordine.

Su tutto. Il vestito di alta sartoria adatto all’occasione, le scarpe e la borsa abbinate, i pochi gioielli scelti con cura, il cappotto perfetto a chiudere. Ecco cosa sono diventata. Non più disperatamente sola in mezzo alla gente. Ma un tutto armonico, nei toni scuri, morbidi, adatti a scivolare addosso, di buon gusto, ma nello stesso tempo pronto a dare il senso di una femminilità spontanea.

Felice come donna sola, non timorosa, ma inserita in un contesto elegante, senza un uomo accanto da sostegno, ma in compagnia di qualcosa di prezioso: l’equilibrio con me stessa e il mondo attorno a cornice per una serata in compagnia delle amiche di una federazione di cui faccio parte e che si occupa di arte, professioni, affari. Niente male, vero? L’occasione è giunta quando sono stata chiamata a mettere in piedi e coordinare, insieme a una cara amica, Cristina, una tavola rotonda con ospiti illustri. Questo evento l’ho considerato il battesimo del superamento di ogni timidezza. Mi sono sentita al riparo da ogni imbarazzo precedente per luogo, tempo, ritmi e battute. Fino ad allora era stato quasi sempre un mezzo disastro. Da adesso un’apertura forte per inserirmi nel mondo dei grandi è stata raggiunta. Villa Scarlatti ha rappresentato nella mia infanzia il mondo dei ricchi, un mondo che mi teneva relegata ai margini, spettatrice ed esclusa dalla recita; la contessa Mafalda Scarlatti ha rappresentato una dea irraggiungibile circondata di servitù, di cose belle, ma anche di debiti. È stata la vita condotta al di sopra delle possibilità a farle perdere la villa e a relegarla in un appartamento. Ho sempre guardato alla villa con timore e con un senso di impotenza.

Per anni l’ho considerata un miraggio da raggiungere, attratta da un mondo che non mi apparteneva, ma che sapevo con certezza sarebbe stato un giorno mio e nel quale mi sarei trovata come un topolino nel formaggio. Il topolino è uscito dallo scantinato, si è lustrato il pelo, ha messo l’abito lungo, le scarpe a punta con il fiocco, la bombetta, ha arricciato i baffi, e così trasformato ha fatto il suo ingresso trionfante nel mondo dei grandi.

Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Appena in pensione è giunto il riconoscimento più prezioso, “tirata per la giacca” ho raggiunto la vetta: la presidenza della Sezione Roma, due anni non facili, oggi tutto si è acquietato. Il bagaglio è cresciuto con me fino al Coronavirus, dove è cresciuto ancora di più partendo dalla mia nuova vita, che si è arricchita di esperienze importanti, in testa la scrittura e i corsi di scrittura creativa tenuti da me, una volta promossa sul campo anni fa. Un’esperienza straordinaria nata con Stanislao Nievo, scrittore famoso e docente di scrittura creativa. Un corso collettivo e un corso singolo durato due anni e mezzo. Con umiltà ho ricominciato daccapo, a studiare la grammatica e i ferri del mestiere. Sono nati i libri, libri di cucina, con case editrici importanti, un libro ricordo con un papà amato, due romanzi, l’ultimo, appena uscito e dal titolo che è tutto un romanzo, Inventarsi nuovi. Qui aggiungo due libri con i racconti degli studenti dei corsi di scrittura da me tenuti come docente.

E vengo al dunque. Il Coronavirus o Covid 19 si abbatte su di noi. Sento intorno a me paura e sgomento. Le mie amiche Fidapa mi consegnano il timore, la preoccupazione per il futuro, incerto e inquieto, ricco di incognite. Ci vuole qualcosa che allontani l’apprensione e ridoni un po’ di serenità fra tanta confusione. Si fa strada su di me il desiderio di mettere in piedi un corso di scrittura. Ci penso su due giorni prima di propormi. La decisione è: riposarsi un po’ oppure dare il via a un corso di scrittura on line per dettare il suggerimento di occuparsi della propria storia, e in particolare ritrovarsi a disquisire sulla parola scrivere. Il senso di appartenenza vince la partita e il dado è tratto. Pochi giorni di promozione del Corso di scrittura creativa e venerdì 17 marzo il corso prende il via. La programmazione ha previsto 12 lezioni così distribuite:

Logo Scrivi la tua storiaUna stanza tutta per te: la scrittura, un luogo dove ritrovarsi

Corsi di scrittura creativa, individuali o collettivi

  • Raccontare, raccontarsi
  • I ferri del mestiere
  • Scrivere
  • La pagina bianca, l’organizzazione del lavoro
  • Quali storie da raccontare, la trama
  • Dalla storia all’intreccio
  • Narrazione, il ritmo
  • Il colpo di scena, il punto di vista
  • Il dialogo, la sceneggiatura e il suo stile
  • I personaggi
  • Visione d’insieme della storia
  • Lettura delle storie, Editoria

Il corso di scrittura creativa è un’iniziativa per tutte le donne e gli uomini che vogliano intraprendere un viaggio all’interno di un racconto scaturito dall’animo, uno scrigno nel quale andare a incastonare ricordi e pensieri provenienti dal proprio sentire, dalla propria famiglia, dalla propria gente. Per ripercorrere strade che condurranno ad accarezzare la parola valori, Patria, Dio, famiglia, amicizia, amore e rispetto verso gli altri.

La parola scrivere è stata rispolverata per donarci storie, per non vederle cadere nell’oblio, per rendere omaggio alle generazioni che abbiamo alle spalle, per ritornare al passato, collegarci al presente e andare avanti con il passo spedito e il cuore fiero.

I racconti, selezionati e arricchiti di immagini e fotografie, alla fine del corso diventeranno un volume, pubblicato dalla Casa Editrice che accoglierà l’iniziativa e curato da una scrittrice consapevole e sensibile al mondo circostante, alla natura, all’arte, alla società.

La scrittura vista come terapia di sé, da studiare, approfondire, amare giorno dopo giorno, cogliendone i segnali, prima timidi poi sempre più forti, per salvare l’anima, che da tormentata, diventa più leggera, più attenta, più partecipativa, un’anima in cammino da incoraggiare e sospingere a proseguire nel racconto di sé, a comprendere che l’autobiografia può diventare il mezzo per raccogliere le forze e depositare su un foglio bianco emozioni, stress, oppure le conseguenze di una violenza fisica e/o psicologica, della quale si preferisce non parlare perché non è facile da comprendere, ma entrambe mettono in dubbio la propria forza, il proprio valore, destabilizzano e finiscono per togliere la gioia di vivere. La scrittura può aiutare a comprendere come da questa esperienza sia possibile dare una spallata al passato per cominciare a camminare in modo diverso, per non limitarsi a guardare, ma osservare, partire dagli errori per correggere il tiro e scrivere per allontanare la solitudine e le paure.

Le dodici lezioni, svolte fino al 28 aprile 2020 hanno, in qualche modo, scompaginato le giornate, non più attaccati al televisore o alle vicende che appaiono sui giornali, non ad arrovellarsi intorno al problema inaspettato ed enorme che ha finito per attaccare il mondo intero: il virus. Abbiamo trovato un altro mondo, quello del ricordo, della memoria, di qualcosa che ci ha allontanato dal presente per lanciarci in un mondo tutto da scoprire. La scrittura è entrata prepotentemente nelle vite di chi ha voluto essere con me. Oggi, chiusa la prima fase, le “scrittrici Fidapa”sono 12, e sono già nate le prime “firme” encomiabili. Alcuni libri hanno preso il via della pubblicazione, tutta da costruire, da seguire. Un libro è già atteso da un editore, altri si aggiungeranno.

L’Associazione culturale Scrivi la tua storia, nata per i corsi di scrittura e per il Premio letterario Donne tra ricordi e futuro, che oggi gode del patrocinio FIDAPA BPW Italy, ha ricevuto la richiesta di proseguire i corsi e io non me lo sono fatto ripetere più volte. Con l’attuale lungimirante Presidente della Sezione Roma, Grazia Marino, anche lei coinvolta dal corso, e le mie “compagne di viaggio” proseguiremo il cammino scrivendo le proprie storie. La mia esperienza si è unita a doppio filo con le scrittrici Fidapa.

Felice di esserci e di donare il mio tempo e la mia esperienza di anni alla Federazione della quale faccio parte. Continua l’impegno, che ci condurrà alla pubblicazione di testi. Un lavoro a tutto campo per prendere e tenere la penna in mano dimenticandoci, per un po’, del mondo che ci circonda, abbandonando problemi e incombenze, che altrimenti non ci permetterebbero di viaggiare sicuri verso il domani che ci aspetta.
Roma, 16 maggio 2020

Gli autori festeggiano la Donna alla Camera dei Deputati

Le scrittrici Mariù Safier, Lorena Fiorini Antonia Doronzo
all’incontro FUIS preso la Camera dei Deputati con FUIS

* Laureata in psicologia, ha lavorato alla Rai, è presidente dell’Associazione culturale Scrivi la tua storia e del Premio Letterario Donne tra ricordi e futuro. Allieva di Stanislao Nievo, insegna scrittura creativa. E’ capo redattore del Notiziario della Fondazione W Ale. Fa parte della FIDAPA BPW Italy fin dal 1995, è stata Presidente della Sezione Roma nel biennio 2013-2015.
Libri pubblicati: Vita in campagna, Smarrimento d’amore, Betty, sono Bruno e i ricettari Il Peperoncino, Il grande libro del pane, Mele e torte di mele, Le incredibili virtù degli agrumi, Anche l’olio canta, scritto con Laura De Luca. Ha curato, per le scuole, i libri La scuola in cucina, Reconsato a quattro mani, e Piatti tradizionali casentinesi, La Fidapa in cucina, e, per ultimo, il romanzo Inventarsi nuovi, Terra d’olivi Edizioni di Lecce. E’ tra le ideatrici del Vademecum Capire per salvarsi, uno strumento dedicato alle donne vittime di violenza e distribuito dalla Fidapa sul territorio nazionale.

Francesca Luzzio

Effetto pandemico

Mi affaccio, ho bisogno d’aria!

Mi accoglie un lontano gracchiare

che stride come il mio pensiero.

Quel corvo non trova da mangiare,

neanche io trovo cibo che nutre il mio cuore.

La strada è vuota:

solo un cane, tenuto al guinzaglio dal suo padrone.

Ecco, un suono di sirena poi mi frastuona:

un’ambulanza corre chissà verso dove!

Laggiù la nebbia occulta le case,realtà irreali

nel movimento della nebbia che par le muove.

Finestre buie , senza luce celano paure, angosce

per un domani di cui non si sa .

Rientro ….,anche i fiori del balcone

non hanno voglia di profumare

il mio latente timore letale.
(testo inedito)

Disarmonia pandemica

Continua dissacrante la disarmonia dei sensi

In questa clausura di pensieri e sentimenti.

Seduta sul divano con un libro tra le mani

m’immergo in un lago di sogni e passioni

che si proiettano lontano, nel mio ieri.

Pasquale Sica
Isolare 1

Il 3 febbraio 2020, 48 ore dopo che due turisti cinesi erano stati trovati positivi, grande esultanza si propagò per l’intero Stivale alla notizia che allo Spallanzani di Roma era stato isolato il virus.
Non eravamo stati i primi. Ci avevano preceduto Cina, Australia e Francia, ma avevamo pur sempre battuto sul tempo Germania, Inghilterra e Stati Uniti. La qual cosa non poteva che riempirci di orgoglio. E se non si era sentito il boato che accompagna i gol della nazionale, poco ci era mancato.

Vediamo perché.

Prima di tutto l’impresa sportiva brucia in una sola fiammata paure, insicurezze e malumori: non ce la possiamo mai fare, gli altri sono più forti, meglio organizzati, hanno più soldi, più potere a livello internazionale.

In secondo luogo, per quanto riguarda il calcio, non dimentichiamo che siamo tutti commissari tecnici. Ognuno di noi si sente perciò, in qualche misura, artefice del successo (un po’ meno della sconfitta), mai in ogni caso semplice spettatore.

L’isolamento del virus ha messo, al contrario, in evidenza l’incapacità dei governanti (presenti e passati) di offrire un futuro ai nostri giovani più preparati, ben accolti dappertutto nel mondo tranne che nel Paese dove sono nati. Basti dire che una delle tre ricercatrici che hanno isolato il virus era una precaria.

L’altro aspetto è che nessuno, tra quelli che hanno suonato le trombe quel giorno, si è preso la briga di spiegare al volgo che, avendo seminato dei campioni biologici infetti (dei due cinesi) su un letto di cellule adatte, il giorno dopo le nostre brave ricercatrici hanno riscontrato che le cellule infette si erano riprodotte e hanno potuto separarle dal resto. E che riprodurre il virus in vitro non solo ha permesso allora di analizzarne il genoma, riscontrandone peraltro la forte affinità con il ceppo di Wuhan, ma ha rappresentato anche una tappa preliminare: a) per lo sviluppo di test sierologici, che consentono di stabilire se una persona ha sviluppato gli anticorpi (IgM, che entrano in scena per primi per segnalare la presenza di “invasori”, e IgG, che accorrono in seconda battuta per debellarli); 2) per testare farmaci antivirali specifici; 3) per approntare, il più presto possibile, un vaccino.

Isolare un virus è quindi necessario per tentare di averne ragione. Ma si può anche dire che la scienza procede così in tutti i campi: separando i diversi aspetti del reale e indagandone ognuno con le metodologie più appropriate.

E non ha senso rimpiangere i bei tempi quando il sapere si fondava unicamente sulla coerenza interna del discorso e tutto si poteva dedurre con la logica. Come non si può addebitare alla scienza la colpa di aver distrutto quel mondo. Né chiederle se il suo corrosivo modo di procedere sia giusto o no. Sarebbe come chiedere al bruco se per una misera matassa di seta valga la pena di spogliare un gelso.

Isolare 2

Isolare un virus è indispensabile per conoscerlo e potersene difendere. Ma le persone? Se sono infette, non c’è altra scelta. Per impedire la diffusione del contagio, la prima misura da adottare è tuttora quella inventata a Venezia per contrastare la peste nera del 1347, cioè la quarantena (voce dialettale per quarantina), che prescriveva alle navi sospette di avere appestati a bordo di rimanere alla fonda per quaranta giorni prima di entrare nel porto.

In questa che è la pandemia più grave del nostro tempo, la quarantena si commina a chi entra in Italia dall’estero o a chi (estensivamente) si sposta da una ragione all’altra del nostro Paese, e dura un numero di giorni che corrisponde al periodo di incubazione medio della infezione virale.

Il provvedimento, per le persone che ne sono oggetto, mantiene un carattere fortemente prescrittivo. Infrangerlo, d’altronde, equivale a mettere in pericolo, oltre alla propria, la vita degli altri e si configura quindi come un crimine penalmente perseguibile.

L’invenzione dei nostri giorni non riguarda tuttavia la durata della quarantena (due settimane) bensì la forma del provvedimento previsto per chi risulta contagiato ma con sintomi assenti o trascurabili. Questa quarantena depenalizzata è stata infatti battezzata isolamento domiciliare fiduciario. E si traduce in lingua italiana più o meno così: visto che non abbiamo posti sufficienti in ospedale e visto che non siamo in grado di requisire tutti gli alberghi che servono alla bisogna, arrangiatevi! E non fa niente se non avete case abbastanza spaziose da consentirvi di non infettare gli altri membri della famiglia. Come non fa niente se i medici di base non ce la fanno a effettuare i controlli quotidiani previsti per voi.

Grazie per la fiducia che ci accordate, verrebbe da rispondere, ma preferiremmo, in questo caso, uno stato più invadente, che non cercasse di contrabbandare la propria inefficienza per liberalità. Quando è in gioco la vita delle persone, non si può ricorrere al fai da te. Il bricolage riserviamocelo per il tempo libero!

Mi ero ripromesso di non parlare di libertà, se non altro per non prestare il fianco a chi tira in ballo in maniera impropria o pretestuosa la Costituzione. Ma non ci sono riuscito. Evidentemente la lingua batte…

Due mesi e più di isolamento coatto bastano infatti a suscitare una pungente nostalgia dei bei tempi trascorsi, quando si faceva fatica a districarsi tra la gente che si accalcava dentro e fuori i locali, sui marciapiedi, nei mezzi pubblici, nei centri commerciali, allo stadio o sulle spiagge assolate. Nostalgia di quanto abbiamo perso che ci fa dimenticare quanto delizioso fosse ogni volta, lontano dalla pazza folla e dal suo minaccioso ondeggiare, ricomporre la propria unità psico-fisica nella solitudine e nella quiete dello spazio domestico.

Ma noi esseri umani siamo fatti così. Inseguiamo sempre, almeno nel pensiero, quello che ci manca.

Per sopperire alla penuria di contatti sociali, cerco pertanto d’inventarmi qualcosa. Non essendo eccessivamente versato nelle scienze finanziarie, evito di occuparmi di derivati. E, non essendo sufficientemente ferrato in matematica, mi tocca riservare lo stesso trattamento alle derivate. Non mi resta perciò che dedicarmi anima e corpo alle derivazioni. Siccome però neanche in questa attività mi muovo con troppa disinvoltura, comincio da una parola facile, isolare, che deriva da isola, come è certo che isola viene dalla latina insula. E fin qui tutto fila liscio. Sennonché gli antichi romani, nella tarda età repubblicana, chiamarono insula pure la casa condominiale di quattro o cinque piani, con le facciate esterne che davano sulla strada e quelle interne su una specie di patio. Erano abitazioni destinate a essere popolate da cittadini che non si potevano permettere la domus, cioè la casa padronale, ma che neanche si sarebbero adattati a vivere in casermoni, baracche o tendopoli. E questo loro bisogno di distinguersi dalla plebaglia fu recepito da una disposizione che imponeva di lasciare tra una casa condominiale e l’altra un intervallo della larghezza di due piedi e mezzo, in modo che l’intera struttura abitativa somigliasse a un’isola. E quell’intervallo, quello spazio vuoto, fu denominato ambitus (da amb-ire, andare intorno) proprio perché consentiva di circumnavigare (figurativamente) la casa.

Il gioco delle derivazioni mi porta tuttavia, sempre in ambito romano, a un passaggio della legge delle Dodici Tavole, redatta a metà del V secolo a. C., dove si riscontra che il termine ambitus è usato per designare un reato. L’insula però, in questa fattispecie, è il cittadino comune, mentre chi gli gira attorno, per accaparrarsi il suo voto, è il candidato a una carica pubblica. E il marpione (smodatamente ambitiosus) non si limita a irretire l’elettore con slogan a effetto o a circuirlo con false promesse: si spinge fino a elargirgli donativi di varia natura, in una parola a corromperlo. E la corruzione, la sappiamo tutti, a quei tempi era un reato.

Felice Pagnani

Volli andarmene

Volli andarmene…

ascendere alla fragranza degli eucalipti,

bruciare nel vino del carrubo,

maturare nella rena come un giuggiolo.

Camminando sulle sponde del Serio

posi il mio cuore

nel volo degli aironi,

lasciai nel lamento del tordo

una nostalgia profonda e senza memoria.

Volli andarmene…

e restare

gocciolone di pioppo ferito nella roggia,

giara fresca di gennaio,

acquazzone eterno sopra la pescaia

che bagna la sete degli uccelli

e dei villaggi.

Volli fermarmi…

ed essere

il colombo,

il melo,

il vento, l’acqua…

ma fui solo franta onda

pallida

di scoglio.

Erminia Gerini Tricarico

… Stella!!

Caro Michele,

è un gioco che le persone più giovani di me conoscono e che fanno di buon grado, nelle vostre feste di bambini, ma io sono una nonna “in cassa integrazione” mio malgrado, e sono rimasta alle favole, al pongo e agli acquerelli, ricordi dell’infanzia di tuo padre; al tesoro nascosto, al gioco della campana e a ruba bandiera, di quella mia. Dunque, quando in occasione della tua festa di compleanno hanno tutti proposto in coro “Uno, due, tre…stella!”, mi sono chiamata fuori e tu ci sei rimasto male. Mi hai chiesto di guardarvi, per capire. Ti sei messo di spalle, davanti a un albero e tutti gli altri si sono posizionati dietro una riga, a venti metri, e cominciavano ad avanzare cauti, come tanti giaguari. Avrebbe vinto chi fosse riuscito ad arrivare al tuo posto o ti avesse oltrepassato. All’improvviso ti sei voltato gridando :“Uno, due, tre… stella!”e li hai guardati. La maggior parte dei giocatori si è pietrificata. Altri si sono fatti ‘beccare’ mentre si muovevano e sono stati eliminati. Tutto si giocava sulla prontezza di riflessi e gli adulti avevano un sottile piacere a mettere in mostra la loro abilità. Per non dispiacerti mi sono messa dietro la riga, ma sono stata squalificata poco dopo. Non riuscivo a ‘frenare’ i miei passi. Ti avevo deluso. Decisamente non ero una Big nonna. Come spiegarti che trovavo frustrante qualunque cosa mi impedisse di camminare e di volare con il pensiero? Non era una questione di prontezza di riflessi (o almeno solo in parte). Non accettavo di rimanere bloccata. Adesso il gioco è passato di mano. Tantissimi giorni fa, mentre mi preparavo per venirti a trovare a Colleferro, con gran desiderio di abbracciarti e mentre i virologi, l’un contro l’altro armato, dicevano tutto e il contrario di tutto sul coronavirus, e le luci della ribalta erano giorno e notte accese su di loro, improvvisamente qualcosa ci ha gridato: “Uno, due , tre … stella!” E ci ha guardato. Non eravamo immobili e siamo stati costretti al lockdown. Michele caro, non è più l’innocente svago per bambini. Non c’è un capogioco che ci gira le spalle rivolto verso l’albero o verso il muro. Non so più dove è il muro. Non so più dove è l’albero. Di certo siamo ancora dietro la riga. Man mano si sono spenti tutti i Flash mob: anche quello del palazzo di fronte, che ha resistito fino a ieri. Scopro l’incoerenza di arrabbiarmi se incontro persone per strada, mentre io pure sono per strada. Mi sento scippata dei giorni che mi rimangono. E man mano fatico a rispondere a chi mi chiama. Sarà difficile ricominciare, perché ormai ogni spensieratezza è finita. E più difficile continuare, prepararsi ad andare, sapendo che in qualunque momento la covid-19 può voltarsi e gridare :“Uno due, tre… stella!”

Eugenia Serafini

15 Maggio COVID19: Piangono le stelle

Sindrome del nido

del nascondiglio della tana

SINDROME DELLA PAURA DELL’HORROR VACUI

Il vuoto attorno

Aria fresca e vento accarezzano il volto

PAURA

Luce solare e chiazze cromatiche

PAURA

La polvere sulla maniglia dello studio

PAURA

I colori abbandonati sul tavolo da lavoro

PAURA

Pisciano i cani davanti al mio Studiolo

EPPURE I PROPRIETARI SANNO!

MERDE SCHIFOSI LI PRENDERO’ A MALE PAROLE

A CALCI IN CULO…

Stringo la testa fra le mani

Duole il COLORE che NON ESCE ancora

MA

È tutto lì !

PRONTO A TESSERE TRAME E ORDITI

della Primavera che mi è scoppiata tra le mani!

senza che ne vedessi le gemme i boccioli i segnali fugaci

i profumi

GIÀ CADUTI I FIORI DEI SICOMORI SUI MARCIAPIEDI DI

SAN LORENZO ROSAVIOLETTO SCHIACCIATI nell’indifferenza

dei passanti che raccolgono sguardi infidi aggressività

represse urla e gemiti pianti NON LANCIATI AL CIELO

PASSIVO NELL’OCCHIO ATTONITO DEL SOLE! !!

TI ODIO ROSA CHE SBOCCI ASSURDA E INUTILE CORONA

DI MORTI CHE NON HANNO UDITO IL PIANTO DEI FIGLI

LA MANO CHE STRINGEVA FORTE LA VITA CHE SGUCIAVA SILENZIOSA

DALL’OCCHIO

A FERMARE IL RESPIRO LA PAROLA ULTIMA SOSPESA NEL

DELIRIO DELLA MORTE

INCONCLUDENTE

Inconcludente

!
Piangono le stelle

Eugenia Serafini, Piangono le stelle

Anna Maria Petrova – Ghiuselev
PAZIENZA

La mia pazienza, han’ detto,

per me è dannosa.

Ma la mia santa pazienza

ha vinto e vince su tutto –

Sull’ipocrisia,

sull’invidia,

sul menefreghismo,

sulla cattiveria

e la vigliaccheria…

Pazienza e tenacia,

tenacia e costanza,

costanza e fiducia

sempre nel bene –

Sono sempre loro che mi hanno

sorretta e guidata.

Sempre e solo loro

mi fanno vincere il lato oscuro

dell’esistenza umana…

Lo credo fermamente!

Per sempre!

Ma quanto logorante è di vivere

un mondo come questo?

Vivere che esige una tale pazienza –

Lo so bene io, lo sai tu,

lo sanno tutti quelli

che combattono da soli…

Combattiamolo allora,

per il bene di noi stessi!

Annabelle

Silenzio

Mi sono abituata al silenzio.

Non ci faccio più caso.

Di rado lo rammento …

Solo un’ombra di ricordo,

quel silenzio assordante in testa

dopo che te ne sei andato …

Ho imparato a conviverci,

a sorridergli pure.

E’ diventato amico …

Ho cercato forse di rimpiazzarti.

Chi sa? …

Il silenzio, quel mio nuovo amico,

veniva solo a rinfrescarmi la memoria

in caso avessi rimosso –

che niente più è come prima,

che niente torna come era,

che noi pure siamo altri,

che facciamo bel viso

a quel cattivo giuoco

della nostra vita …

Ed il silenzio, l’amico mio nuovo,

mi porta sempre per mano

con tenacia e costanza,

perché ci devo pur arrivare

a ridergli d’avanti sfacciata

a quella carogna di vita

che ci volle stesi e boccheggianti …

Si, proprio cosi, devo,

perché proprio glielo devo io

alla mia vita …

E, guarda , che lo faccio! Annabelle

Domenico Sacco
Virus e incendio

VIRUS E INCENDIO

Un po’ prima del virus coronato

Pure un incendio in casa m’è scoppiato

E, mentre ci riparan casa e vetri,

In una stanza stiam di venti metri.

Abbiamo del ripristino il tormento

Ma un po’ di libertà di movimento

Nel dirigere (e fare la verifica)

Se fanno in modo giusto la bonifica;

Ma poi fermati, e n’abbiam gran tormenti,

Pure dal blocco dei rifornimenti.

Quel che, confesso, più m’ha addolorato

Vedere ogni mio libro affumicato

E liberare da quel fumo bruno

Detergendoli piano, ad uno ad uno!

 

Maurizio Rossi
Acqua benedetta

M’addentro, pe’ fa ‘solo na prece

a Lui che a braccia spalancate aspetta

in croce, sull’artare; m’accoje n’aria

fresca e silenziosa e ‘na coda de luce

che invita verso quela acquasantiera…

Senza guardà c’intigno co’ la mano

ner gesto penitente c’ho ‘mparato

ma la ritiro asciutta; me sovviene

che stamo drento ar tempo der malanno

e l’acqua, magara benedetta, po’ esse

puro infetta. Però nun me capacito,

che la potenza d’un chimico sapone

messo ar portone de li negozietti

pe’ lavà le mano, possa de più

dell’acqua benedetta

dar sangue der Signore, che aspetta

solo ‘n saluto solo, senza prescia.

11/5/2020

Angelo Zito
SETTEMBRE

Settembre

Fai conto che un giorno ar mare

sarà stato settembre o forse prima

accovacciato su la rena calla

te metti a fà castelli co’ la sabbia,

e sogni fantastichi…

come facevi quann’eri rigazzino

ma tu…

Fai conto che un giorno ar mare

era proprio settembre e tu nun c’eri

er castello veniva sú imponente

le quattro torri er ponte levatojo

er principe usciva fori cor cavallo

e sogno fantastico…

Er mare nun vô sentí raggioni

quanno decide smove i cavalloni

er castello se squaja come er buro

e se porta er ponte er principe e li sogni

era settembre credevo d’esse solo

credevo

ma stavi lí su la sdraia sotto er sole

damme la mano famo quattro passi

sentimo l’onda su li piedi ignudi

e continuamo a camminà tra i sogni

in questo settembre che nun trova fine.

ER COLONNATO DE SAN PIETRO

Quale artra piazza cià l’iguale ar monno

er fiume a le spalle e er Papa in fronte,

a sinistra er verde der Gianicolo

dall’antra li prati a perdifiato,

e li pellegrini che ariveno da ste parti

nun sanno dove sii mejo accommodasse.

Er Papa Chiggi, Alessandro VII de nome,

preoccupato pe’ la fede e la morale

raggionò a ‘sta maniera co’ la Curia

“Er popolino, se sa, si vede verde

va in camporella e te saluto Cristo,

dovemo mette un freno a le passioni”

E ar cavalier Bernino ch’era de casa

j’ordinò un muro, un contrafforte,

quarcosa pe contené la fede in piazza.

Quello che ciaveva er senso der teatro,

e cor marmo parlava in confidenza,

t’inventò quattro file de colonne,

er famoso colonnato de san Pietro,

‘ndove pe’ divozzione li fedeli

stanno accostati senza fà peccato.

E pe’ ggiunta ce fece un giocarello,

quello de le colonne ballerine:

vedi solo ‘na fila si te metti ar centro

ma si te sposti un po’ sorteno l’artre,

fai un passo a sinistra e vanno a manca

e si te giri a destra vanno a dritta.

Doppo d’avé giocato un po’ cor marmo

er fedele ce passò attraverso,

se sà ch’ogni ber gioco dura poco

ma doppo pe’ campà serve la ciccia.

Er Papa se convinse che nell’omo

er sacro nu lo separi dar profano,

l’ha inturcinati assieme la natura

e la natura l’ha creata Iddio.

Così

doppo impartita la benedizzione

all’urbi, all’orbi e a chi ce vede bene

abbozzò ste parole a mezza bocca:

“Fateve armeno er segno de la croce

e poi annate pe’ campi si ve tira”.

AMERICANI E ITALIANI

Ciancicheno le parole

come fossero gomme americane

hanno inventato er gezze, nu’ lo nego,

da mó che noi ciavemo er pentagramma.

Volemo fà a chi è mejo? Lassa perde.

Tiette le storpiature quanno leggi

pronuncia le vocali a modo tuo,

noi nun ciavemo la stessa fantasia

quanno vedo la A la riconosco

e si devo dí “va tutto bene”

ciò mille modi pe’ potello esprime.

Tu miri all’essenzale e co “okay”

hai messo insieme er massimo cor minimo.

Ognuno te lo ripeto va a modo suo

noi sbragamo de brutto e voi strignete

l’importante è che famo a capisse,

okay?

Ce so’ cascato, stavorta m’hai fregato,

pe’ la fretta ho fatto a modo tuo

in compenso nun te chiedo i diritti

dell’uso che fai da mó der pentagramma.

Carlo Bernardi
L’Italia ritroverà sé stessa?

10/05/2020 Dmenica – Oggi è la festa delle mamme. Ieri pomeriggio, perla prima volta dopo due mesi, siamo andati da Cristina, la figlia della mia compagna che si trova all’Infernetto. Ci siamo incontrati fuori di casa e abbiamo consumato un cono gelato da asporto. È stato un pomeriggio all’aria aperta vicino alla zona del mare e, anche se con la mascherina, è stato un pomeriggio distensivo e di rottura rispetto alla restrizione vissuta finora. Per madre e figlia è stata una buona festa.

Prima di andare avevo seguito la trasmissione della Annunziata che aveva invitto Salvini. Salvini ormai è dappertutto e dice bene le solite cose senza dare soluzioni e quando riesce a trovarle sono disumane o inapplicabili. Per esempio di fronte alla pandemia gioca al rialzo sulla quantità delle somme da spendere e nello stesso tempo rifiuta gli aiuti che siamo riusciti ad ottenere. Sugli immigrati propone di mandare a raccogliere frutta e pomodori si chi prende il reddito di cittadinanza ma non dice che si sono rese disponibili ventimila domande di lavoro quando ne occorrerebbero altre 580 mila per rifornire le nostre tavole. Salvini insiste a escludere e regolarizzare gli irregolari quando i prodotti agricoli vanno raccolti subito se non si vuole farli marcire sulle piante. Nel confronto con uno di questi immigrati si è meravigliato alla proposta di un loro sciopero dicendo che lo sciopero è un diritto di chi lavora regolarmente senza capire che uno sciopero di questi trattati come schiavi vuol dire che smetteranno di raccogliere i prodotti agricoli a questo, in tempi brevissimi, Salvini non ha dato risposte. Ora ditemi come può uno con carenze di questo tipo governare un Paese, specialmente se in difficoltà. Certo che se Salvini pensa di risolvere il problema con l’immunità di gregge, come avvenuto in Inghilterra e come sta avvenendo negli Usa e in altre parti del mondo, vorrebbe dire che si vogliono mettere nel conto molti più morti di quelli che la crisi ha già provocato. Però non significa che chi sposa questa tesi sia salvo dal rischio di morire.

Nel pomeriggio abbiamo letto il 12° Canto del Purgatorio e dopo cena abbiamo visto il Film Memorie di una geisha.

Da domani inizierà la seconda settimana della fase due con altre aperture, seppur graduali, perché sembra che la situazione stia migliorando ovunque, tranne che a Milano e in Lombardia dove sembra che una certa sottovalutazione on abbia favorito l’isolamento totale del virus. Vediamo se tutti, cittadini compresi, saranno responsabili, tanto da permettere ulteriori aperture di attività produttive. Vediamo se l’Italia ritroverà se stessa.

Gramsci e la liberà di pensiero

11/05/2020 lunedì – Oggi prosegue la seconda fase di aperture controllate. La cautela è d’obbligo se non si vuole tornare alla quarantena generalizzata. A prima vista, tranne un aumento di chi ha ripreso il lavoro con auto e pendolarismo, non sembra che le cose siano cambiate di molto. L’inizio della settimana, perciò, marcia dritto verso il 18 del mese quando apriranno altre attività come parrucchieri e barbieri, bar e ristoranti insieme a tante altre attività al dettaglio e, se le cose non dovessero peggiorare, la vita comincerà a riprendere i suoi spazi.

Nel pomeriggio abbiamo letto il 13° Canto del Purgatorio e dopo cena abbiamo visto il film Four Rooms con quattro registi tra cui Tarantino. Subito dopo cena anche il film Nemiche amiche. con Susan Sarandon e Giulia Robert.

Sono più di due mesi che la vita si svolge tra attività necessarie e di rifornimento insieme alla pulizia della casa e la preparazione dei pasti. A queste si aggiungono le letture, la visione di film, la scrittura di questo diario e quella di romanzi e poesie, il tutto condito da riflessioni sulla fase storica attuale e sul passato senza fare a meno delle possibili comunicazioni telefoniche o chat sui social. Devo dire che, anche se avrei preferito fare alcune cose che facevo prima, o cui ho dovuto rinunciare, il tempo è trascorso senza accorgermi del suo scorrere. Ho sentito spesso in questi giorni parlare di limitazioni e scelte autoritarie che avrebbero messo in discussione le libertà personali. A parte il fatto che la responsabilità di queste limitazioni sono del coronavirus e non di chi governa che deve sapere che alla fine la democrazia va totalmente ripristinata quello che capisco è che molti, forse troppi, sono insofferenti di fronte a questa novità storica e non sanno che la libertà esiste anche se costretti dentro quattro mura. Sicuramente non sono abituati a capirlo ma consiglierei loro la lettura di Antonio Gramsci che viveva il massimo delle libertà personali e di pensiero anche nelle carceri e nel confino fascisti dove gli erano impedite anche le letture dei libri. Però gli consentirono la lettura dei libri di scuola elementare e madia che ha studiato muovendo critiche e facendo proposte sui metodi di insegnamento dell’epoca.

Vado a dormire con la testa libera dal coronavirus.


A tanti italiani chiederei … ma chi vi ha allevato?

12/05/2020 martedì – L’accordo politico nel governo è stato difficile ma ha consentito di completare una manovra da 55 miliardi che ha garantito elementi di ripresa economica a favore di imprese e famiglie e anche la regolarizzazione dei lavoratori immigrati e irregolari. Ora è possibile proseguire la raccolta dei prodotti e farli arrivare sulle nostre tavole senza schiavizzare e sfruttare esseri umani.

Gli interventi sono stati il primo passo per ulteriori provvedimenti che riguardano le attività commerciali con interventi anche per la cultura (cinema e teatri) e il turismo. Questo però non vuol dire che il coronavirus sia stato sconfitto perché forse la riduzione delle restrizioni potrebbe far aumentare i rischi di contagio. Perciò avanti piano e con molta attenzione e responsabilità.

Oggi, prima di fare la fila al supermercato, sono passato in farmacia per ordinare una confezione di mascherine che non trovo da un mese.

Dopo pranzato abbiamo letto il 14° Canto del Purgatorio dove Dante fa dire a Guido del Duca che l’umanità si lascia traviare dall’invidia e dall’odio al seguito di tiranni e condottieri feroci e traviati. Oggi non sembra che le cose siano cambiate di molto e mi chiedo spesso, di fronte al clima di odio, a volte imperante, che sprigiona da molti italiani … ma chi vi ha allevato? Non avete capito che mettervi al servizio di qualcuno, non vi rende più forti e intelligenti ma servi e polli d’allevamento da riportare nel pollaio?

Dopo cena abbiamo visto il film Una bella giornata con Joaquin Phoenix difficile, complesso e interessante. Domani spero di non trovare le strade piene di polli.

La quarantena sta finendo ma il pericolo aumenta

13/05/2020 martedì – La manovra da 55 miliardi varata del Governo ha sollevato molte critiche e molto scalpore, specialmente dalle opposizioni che sempre più sembrano giocare al rialzo. Per loro qualsiasi decisione è insufficiente e il governo non sarebbe all’altezza della situazione anche se coincide con le richieste e le proposte da loro avanzate in precedenza. La realtà è che ci sono molti provvedimenti a favore della maggioranza della popolazione più bisognosa anche se sono pochi e mirati gli interventi per la fascia dei ricchi e dei benestanti e niente per gli evasori.

Oggi è stata anche una delle due giornate settimanali per fare rifornimento al supermercato e ho notato che barbieri e parrucchieri si stanno preparando per aprire il 18 del mese.

Dopo pranzato abbiamo letto fino a tutto il 17° Canto del Purgatorio e Dante è stato finora un eccezionale toccasana contro il virus anche se, pur avendo compiuto metà del percorso, il Paradiso è ancora lontano.

La ricerca di un virus sta proseguendo ma siamo ancora in pericolo perché il COVID-19 è ancora fra noi.

Dopo cena abbiamo visto il film Il ricco e il povero e poi sono andato a dormire, anche perché domani mi aspetta una giornata senza pause.


La quarant
/05/2020 giovedì –

Dopo cena abbiamo visto il film Il ricco e il povero e poi sono andato a dormire, anche perché domani mi aspetta una giornata senza pause.

Francesca Lo Bue

Alla morte della madre

E dissero no quando arrivò la morte della Madre.

Voleva essere solo lei,

materia piccola e oscura

nel respiro sacro della dipartita eterna.

Erompeva il sacrificio estremo della Madre abbattuta,

per i corridoi bianchi dello sconforto

si affrettava tacchettando

mentre prevaleva la sua rappresentazione.

Scena di congiura, truffa e pena,

per allontanarmi dal risveglio petreo della Madre.

Parlavi ed espiavi,

allontanavi i miei passi dal cuore ansimante e livido,

dal calore della mano inerte,

dall’aria dolce delle parole ultime

che sfumavano nell’aria vorace

verso ruote di causalità e giustizia.

Dove ti sei allontanata senza un ultimo segnale,

senza un enigmatico cenno di speranza?

Cadevi.

Cadevi nella pietra perenne

senza la croce delle mie dita tremanti.

Sono pietre aguzze.

Si disperdono dal centro della giustizia,

fuggono dalle mura sottili degli Angeli della pace.

Stefano Morabito
Osservazioni di una mente critica, sul nostro Paese.

L’estate è alle porte, le restrizioni sono meno rigide e la gente comincia ad uscire. I numeri del contagio diminuiscono. Dovremmo essere soddisfatti del risultato che si prospetta, anche se a conti fatti la clausura non ha prodotto l’esito sperato, specialmente durante il primo mese.

“Eppure qualcosa non torna!”

Tra vecchi fantasmi del passato e nuovi acquisti che si stanno dimostrando deludenti ci si rende conto che siamo ancora nel mezzo della crisi e non si stanno adoperando misure reali e concrete. Sembra ieri quando, con orgoglio e quasi commozione, ho ascoltato il discorso del Premier. Frasi vigorose che continuano a risuonare nella mente:

“Non vi lasceremo soli!”

“Una potenza di fuoco senza precedenti, miliardi di euro…!”

“Mascherine a 50 centesimi!”

“Ci faremo ascoltare in Europa!”

Confesso che dopo la deludente politica degli ultimi anni, questo presidente mi sembrava la persona giusta e ci credevo veramente. Detto questo, non sto a criticare il suo operato, ma come ben sappiamo, prendere delle decisioni o fare scelte ponderate, alla fine non serve a nulla, se non ci si adopera per garantire che siano rispettate.

A poco più di un mese da quelle famose parole la situazione è deludente. Potremmo parlare di un decreto economico ancora non presentato, ma quello è materiale futuro, allora concentriamoci sulla classe lavoratrice. In molti Paesi, gli autonomi hanno già ricevuto un contributo a fondo perduto che permettesse loro di affrontare l’emergenza. Ad esempio: Germania bonus da 5000 ai 1500 euro, Olanda 4000 euro più 1500 a persona, Stati Uniti 1200 dollari a persona e 500 per ogni bambino più ingenti somme a capitale perso per le imprese, ecc.

“E l’Italia? Nel Bel Paese com’è la situazione?”

Sicuramente i cittadini sono al limite della sopportazione. Molti lavoratori da mesi in cassa integrazione stanno ricevendo solo adesso o ancora attendono l’indennità. La stessa cosa è successa con la mancetta dei 600 euro alle partite iva. L’INPS si giustifica con piattaforme impallate e attacchi hacker. Possiamo anche accettare questa motivazione, ma in un momento così delicato in cui questi aiuti sono realmente indispensabili alle migliaia di famiglie in difficoltà:

“Perché il presidente del consiglio o chi per lui, non si è preoccupato della celerità di questa operazione?”

Ancora penso all’ormai celebre frase della potenza di fuoco dei 400 miliardi di euro per far risollevare il popolo italiano. Più ci penso e più mi convinco che questa “potenza di fuoco” sarà quasi esclusivamente a vantaggio delle banche. Eh già, perché per gli imprenditori non sono previsti contributi a fondo perduto, ma solo prestiti di 25 mila euro senza garanzia sui quali un domani dovranno anche pagare gli interessi. Il medesimo principio vale per le grandi aziende, con una sottile differenza: tantissime lamentano un’interminabile burocrazia e un poco onesto artifizio degli istituti bancari che consiste nel concedere un prestito minore della somma richiesta e a questo sottraggono anche il fido che in precedenza era stato riconosciuto all’impresa. In questo modo la banca salvaguarda i propri capitali e ha un guadagno assicurato con i futuri interessi, ma le aziende si troveranno in seria difficoltà nel ripartire con le minime cifre percepite. Cosa ancor più triste è la notizia, tra gli imprenditori, dell’aumento dei suicidi per la crisi economica dall’inizio del lockdown. Ecco, un nuovo interrogativo mi sorge spontaneo:

“Perché l’avvocato del popolo, come ai tempi definimmo il nostro amato Premier, sta avvalorando questo sistema palesemente ambiguo che si sta rivelando solo un’immensa operazione salva-banche?”

Vorrei aprire una piccola parentesi sulle famose mascherine chirurgiche a 50 centesimi, argomento di punta e vanto nel discorso del presidente del consiglio. La polemica intorno a quest’affermazione va avanti ormai da qualche settimana, tanto che è intervenuto anche il commissario straordinario Arcuri riferendo di aver stretto un accordo con alcune aziende per la produzione di questi dispositivi. Eppure ad oggi, chiedendo in una delle varie farmacie o negozi della penisola, questi prodotti non sono reperibili e la risposta è quasi sempre la stessa: le abbiamo ordinate, ma dubito che arrivino.

“Perché fare quest’ennesima affermazione, senza avere basi concrete di sviluppo?”

La polemica in questo periodo tocca anche l’ambiente sanitario. A partire dallo scandalo nel Lazio: mascherina gate, dove la regione ha dato un acconto di 11 milioni di euro, ad un’azienda che normalmente si occupa della vendita di lampadine e con un capitale sociale quasi inesistente, per l’acquisto dei dispositivi in questione. Il tutto senza nessuna gara d’appalto o bando pubblico, escludendo a priori delle imprese di settore con proposte addirittura maggiormente vantaggiose. Uno scempio che vede coinvolti vertici della Protezione Civile e della Regione. La stessa Protezione Civile che dai primi istanti di crisi ha messo l’IBAN in primo piano sulle reti televisive chiedendo di continuo un contributo e il cui compito è quello di far fronte alle emergenze nazionali, ma che puntualmente come succede da lungo corso ad ogni calamità si accompagna a retroscena poco lusinghieri. Per fortuna le autorità stanno indagando sul caso e presto conosceremo i risvolti.

Anche la Lombardia sembra avere un posto di rilievo in questo macabro scenario. Pensiamo all’ospedale in fiera costruito in fretta e furia e costato 21 milioni di euro. Ebbene, ultimamente sta facendosi sempre più spazio la notizia che questa struttura sia servita a poco o niente e che addirittura al suo posto potevano essere sfruttati dei padiglioni agibili dell’ospedale di Legnano, attualmente fermi, ma che sarebbero costati alla Regione molto di meno.

E che dire della terapia del plasma iperimmune sperimentato dal dott. De Donno a Pavia e Mantova che sembra portare risultati talmente soddisfacenti da destare l’interesse di parecchie nazioni come Francia, Inghilterra, Spagna e Stati Uniti dove addirittura è stata ripresa da un centinaio di centri universitari specialistici, ma che in Italia è stata fortemente criticata perché costosa e difficile da preparare. Alla fine è emerso che questa cura risulta l’esatto opposto da come la si descrive, anzi forse rappresenterebbe quella dai costi più contenuti e risultati più promettenti. Naturalmente in Italia il protocollo di ricerca del dott. De Donno è tutt’oggi fortemente criticato da tanti specialisti che parlano addirittura di fake news. Ci si mette poco a capire il perché di tutta quest’opposizione confrontando la questione economica e gli interessi in ballo. Per fortuna che in questo buio tunnel ogni tanto s’intravede uno spiraglio di luce. L’apertura viene dal governatore del Veneto Zaia che vuole creare nella Regione la più grande Banca del Sangue con il plasma dei guariti per fronteggiare eventualmente il virus.

I cittadini hanno bisogno di rassicurazioni e chiarimenti, serve una presa di posizione che faccia tornare la fiducia nelle istituzioni perché per il momento la delusione è più grande dell’aspettativa.

Vincenzo Ruggero
Esprit (Geometrie, Finesse)

Tornato vivo dopo questa sorta di fermo in casa per quarantena da Coronavirus, oggi più che mai vedo un mondo diviso fra Ragione e Sentimento, Materia e Spirito: razionalmente, dover salvaguardare l’Economia ché garantisca sopravvivenza e benessere (non per tutti…), ma con il cuore sostenere moralmente la Sanità, la quale per definizione difende sempre la vita umana. Sono vie, queste, che a ben guardare e sublimate ci riportano agli impolverati libri del Liceo – fra Illuminismo, Romanticismo, Blaise Pascale di Esprit de geometrie et de finesse – ovvero le forze insopprimibili che plasmano ogni uomo da dentro e da fuori.

L’eterno conflitto esistenziale di cuore e ragione, sentimento e l’intuizione – si potrebbe aggiungere fra la Scienza e lo Spirito -, io credo di averlo pienamente vissuto (e talvolta pure pagato a duro prezzo). Innamorato di tutto quello che sostanzia l’Umanesimo – dalla Lingua e Letteratura alla Musica, dalla Filosofia alle Scienze Sociali -, ho parimenti avvertito il fascino scientifico della Matematica e della Tecnologia; risultato: un (bel) lavoro, costantemente a studiare e progettare i computer, ma con dentro un mai sopito anelito di sapere (e di operare) umanistico.

°°°°°

Due concetti matematici che non hanno mai smesso piacevolmente di ossessionarmi sono il Limite e la Simmetria. Detto in parole molto povere: “ Il Limite esprime la tendenza (trend) di una grandezza variabile ad un valore atteso (verso lo Zero, l’Infinito, un numero costante, uno stato di minimo o di massimo, eccetera); plasticamente, è un punto di approdo (finale o intermedio) di un generico processo in evoluzione.”

“ La Simmetria esprime in generale la regolarità delle forme e dimensioni (geometriche, tecniche o altro), distribuite nel tempo e nello spazio.”

Una compagna fedele nel bene o nel male è stata la Poesia, da me cercata senza sosta nella vita come nella mia modesta Arte, talvolta non trovata in amore o altro, ma sempre accanto come un’ombra a sostenere debolezze d’ogni specie. .

Limite e Simmetria (Esprit de geometrie)

Il nostro mondo coronavirus sembra (è?) tanto cambiato rispetto a pochi mesi fa, tal che vien bene misurare a modo mio una certa fenomenologia sociale.

Ieri, prima della crisi, nel crescendo parossistico di ogni aspetto delle città, piccole o metropolitane, avvertivo i prodromi del Limite matematico, di un trend che non poteva continuare all’infinito, che doveva moderarsi o stabilizzarsi, trovare insomma un punto di massima.

Oggi invece, e molto peggio, tutto all’improvviso si è arrestato nel desolante scenario di strade e monumenti deserti, con immagini degli stadi per concerti e pallone simili a reperti archeologici di epoche lontane. Per amara sorte, una tendenza della società che doveva (poteva?) evitare il suo massimo ha ottenuto d’imperio il suo minimo.

La drasticità delle misure per il contenimento del contagio pandemico ha profondamente cambiato abitudini ed atteggiamenti di ognuno: dalle file ordinate e distanziate nei supermercati a fare la spesa (gente comune e distinti signori, tutti in silenziosa attesa) alle manifestazioni di solidarietà ed amicizia fra vicini di casa, mai vistisi prima; dalla condivisione di valori non più di moda (uguaglianza, patriottismo, riconoscenza, civismo) alla consapevolezza dei guasti arrecati alla Natura.

Si ha davvero la sensazione di una sottile ma reale Simmetria sottesa ad un mondo più regolare, propenso a migliorarsi piuttosto che a distruggersi (involontariamente?), quasi a rendere attuali le idee del grande Bertrand Russel, Filosofo e Matematico, che tutto ciò lo augurava nella straordinaria utopia di un governo mondiale delle Nazioni.

Zia e le ginestre (Esprit de finesse)
Appena riconquistata la libertà vigilata, che per Decreto Legge ha permesso la visita ai famigliari e lo jogging, ho pensato di riappropriarmi di alcune piccole cose proibite.
Dacché ho perso gli amati genitori, a Roma non mi è rimasto nessun famigliare, a parte l’anziana zia Concettina che mi ricorda tanto la mamma, sorella sua affettuosissima sin da bambina. Siccome si sa che vai dove ti porta il cuore, la prima cosa che ho fatto è stata di andarla a trovare, respirando un po’ d’aria amarcord con le risate degli affettuosi cugini.
Ho rivissuto con loro il passato della famiglia materna, tra aneddoti e barzellette, prestandomi ad una sana allegria che io non posso avere (senza figli, vivo in una grande casa-museo, tra le stanze generalmente silenziose, in frangenti in cui mi ritrovo da solo al massimo con mia moglie). Facile immaginare con che slancio, dopo mesi, ho percorso le strade semivuote per raggiungere il quartiere Prenestino, dove mia zia abita.
Vivo in un grande parco, con abitazioni indipendenti e non lontano da Roma fortunatamente – almeno per le necessità quotidiane, non certo per tanti altri lati negativi.
Quindici anni fa il medico mi impose il movimento costante per ragioni di salute, e da allora non ho mai smesso la mezzoretta di camminata veloce del tardo pomeriggio, intorno a casa. Ma poiché necessità fa virtù, tale esercizio è diventato una straordinaria occasione progettuale: poesie, piccoli studi matematici, riflessioni, e tant’altro.
Volendo solo parlare di Poesia, penso ad alcuni indimenticabili spettacoli dalla luna, del sole al tramonto su Roma, della primavera al primo odore di ginestre. Ebbene, appena ho potuto, in questi giorni di un dolcissimo maggio sono andato a risentire quel profumo, che tanto aiuta l’ispirazione poetica.
casa mia, oggi 14 maggio 2020

 

Il treno

Con un pedigree di viaggiatore da milioni di chilometri – in aereo, nave, treno, auto – e la massima sincerità di cui sono capace, confesso di aver amato sempre il treno, che più che un mezzo di trasporto ha rappresentato per me tempo e luogo di esperienze indelebili.

Elencare i fatti risalenti al treno, dall’adolescenza alla senilità, sarebbe noioso per chi mi legge, ma dire che in esso ci sono stati:

– il primo viaggio-premio della scuola a Parigi

– l’incontro fatale del primo e grande amore della vita

– la conoscenza, con la terza pagina del Corriere della Sera e vari paperbook, di scrittori come Moravia, Calvino, Parise, Buzzati, Landolfi, Chiara, Bufalino, Magris; critici del calibro di Citati; filosofi del valore di Severino forse può bastare.

Ma tutto cambia, ed eccomi qui ora, in questi giorni, a provare paura di andare alla stazione e recarmi a Cassino per lavoro. Quell’alternativa della macchina in autostrada, tipicamente odiosa per la nebbia e gli incidenti, specialmente in inverno, quindi diventa l’unica praticabile.

Onestamente non mi sento tranquillo su tanti fronti del problema di movimento generale, peraltro necessario, stando a quanto obbiettivamente si conosce del nuovo virus che ci affligge e a molta leggerezza (vorrei dire irresponsabilità e incoscienza) che vedo in giro – intendo sulle precauzioni elementari: distanza, mascherine e guanti.

Stare in treno per ore e doversi praticamente privare di una tranquilla socialità, continuamente attenti ad assembramenti o colpi di tosse assassini, e mascherina sempre pronta come scudo, mi sembra assai pesante. Esagero?

Il treno macina le distanze mentre tu pensi, parli, leggi, vedi, e per chi persegue l’Umanesimo esso è insostituibile

Una persona amica ti dà il piacere di ascoltarti, e magari non sa che le sue parole possono formare il tuo pensiero.

Un panorama ti ispira nella goduria degli occhi e ti proietta nel futuro come nel passato.

Il rumore delle rotaie ti fa assopire dolcemente sulle pagine del libro aperto sulle mani, così realtà e fantasia si sublimano in un breve sogno sui sedili.

Il bel viso femminile di una passeggera in corridoio, a volte, chiedendo scusa, ti sorride e va oltre.

Dove è finito e finirà tutto questo?

Io me lo domando, immaginando sui treni, al contrario, scomposti assembramenti – fra mascherine e cartelli-annunci per il rispetto delle regole sanitarie – che riflettono un pur legittimo sentimento di paura e nervosismo.

Ho speso notevoli e rispettabili capitali per l’acquisto di automobili, ma, credetemi, solo per viaggi di vacanza e per il gusto del possesso di un bell’oggetto (so bene che ciò può essere visto come semplice vanità), ed ora sono costretto ad usare la macchina per lavoro e anche a Roma (che tristezza…) rinunciando forse a lungo a prendere bus e metropolitane.

Arrivederci, amato treno, a non so quando.

casa mia, oggi 15 maggio 202

Antonio Scatamacchia
Una breve considerazione
Il Covid-19 non cura l’animo

Era una falsa illusione che la pandemia avrebbe reso migliori gli uomini, ce ne stiamo accorgendo in questi giorni in cui l’egoismo e l’egocentrismo in molti prevale sulla concordia, la sopportazione, la condiscendenza. Non parliamo di fratellanza, questo è un termine che solo una parte dell’umanità conosce. La pandemia non ha sfiorato gli animi piegandoli alla armonia, ma l’uomo è rimasto tale e quale era prima. Ci sono stati e continuano ad esserci, movimenti di supporto ed amorevoli aiuti, con profonda dedizione, soprattutto da parte dei sanitari ed infermieri, spinti da una sana coscienza, che si sono dedicati anima e corpo alla cura degli infettati, affrontando la morte e soccombendo in molti alla stessa. Tra i più attivi sono i giovani e i meno giovani del volontariato, fuori o dentro la Caritas, che a tutt’oggi in prima linea danno una mano a chi ha difficoltà a muoversi, agli ammalati e soprattutto ai poveri, vecchi e nuovi. E tutti coloro che non si tirano indietro nel collaborare con la Croce Rossa o Croce verde e con gli assistenti sanitari nelle case di riposo, nelle mense dei poveri, come pure le spiritose iniziative dei napoletani con le effervescenti trovate del pranzo “sospeso” dopo il “caffè sospeso”. Tutto ciò è partito e si è rafforzato in quegli spiriti che hanno mantenuto per natura e predisposizione lo stato di servizio verso il prossimo. Molti altri invece hanno mantenuto il loro stato “di non servizio”, malgrado la diffusione della pandemia, che con il suo morbo seminava e continua a tutt’oggi a diffondere preoccupazione e morte. Il loro animo non ha subito modifiche e ora, che la situazione sta lentamente ritornando ad una auspicata prossima quasi normalità, manifestano alla luce le loro incrostature, distinguendosi nettamente da chi soffre e dando maggior forza alla propria considerazione di privilegio e insofferenza verso l’altro. Peccato c’eravamo illusi, ma stiamo vedendo che il carattere dell’uomo prevale su qualsiasi avvenimento di gioia e di lutto, e torna appena possibile a mostrare tutta la sua accidia ed egoismo. Siamo comunque felici che i disponibili non siano poi così esigui nel numero.

Carlo Piola Caselli

Un cavallo, un cavallo! il mio regno per un cavallo!

«Un cavallo, un cavallo! il mio regno per un cavallo!» è stato il grido di Riccardo III (reso famoso da Shakespeare) il quale, dopo averne combinate di tutti i colori, ritrovatosi solo, gobbo e zoppo, disarcionato sul campo di battaglia, si è vilmente detto pronto a lasciare tutto pur di potersi mettere in salvo. Mentre Barry Sullivan da giovane declamava ciò, uno spettatore, credendo di poter fare lo spiritoso a titolo gratuito, gli ha detto «Non le basterebbe un asino?», al che, il celebre attore gli ha risposto «Certamente, si accomodi sul palcoscenico!».

Parliamo di cavalli poiché in questo periodo si racconta che stia girando una ricetta contro il coronavirus, bere cioè un bicchiere di urina di cammello (o di cammella?). Ricordate, nelle prime pagine, avevo scritto che Alessandro Lamarmora a Genova, dove era scoppiato il colera, prima di partire per la guerra di Crimea, aveva osservato in un suo trattato poco conosciuto che chi abitava sopra alle scuderie (all’epoca la cavalleria era consistente), era stato immune dal contagio? C’è invece chi sta facendo degli studi sui lama. Un solo fatto è certo, nella natura si nasconde sicuramente un antidoto, occorre solo riuscire a scoprirlo.

Ricordo, quando ero bambino, che d’inverno mia nonna la sera mi metteva una coperta di guanaco dell’Argentina, della medesima famiglia dei lama, dal pelo biondo, assai morbido, leggera, caldissima, e ridevo del fatto che sia un animale il quale ha un vizio, di sputare dritto, come se in bocca avesse un moschetto. A volte sogno di andare a fare qualche intervista a qualche politicante e di portarmelo al guinzaglio, ad ogni stupidaggine che dice gli do un lieve strattoncello, così l’animale capisce quel che deve fare, anche se rischia lo sfinimento. Ovviamente, non solo in Italia, ma anche all’estero, poiché il virus della cretinite acuta dei politicanti è la seconda pandemia di questi ultimi cinquant’anni (esisteva anche prima, ma era di un genere meno virulento e pericoloso). Il terzo virus della nostra epoca è il consumismo.

Con le Parche bisogna fare come fanno i politici che vengono colti con le mani nella marmellata (alcuni invece con il sorcio in bocca), i quali dicono con voce semilagnosa e piagnucolosa «abbiamo molta fiducia nella magistratura e tutto si chiarirà», poiché anch’esse fanno parte di una sorta di magistratura, penale, dalla quale non si scappa, l’unica è fare in modo di temporeggiare (essendo talmente indaffarate) e godersi intanto la vita. Comunque esse hanno allentato la presa, essendo stanche, avendo fatto anche i superstraordinari, giorno e notte, su tutti i fusi orari. Ma chi glielo ha fatto fare, di affaticarsi così intensamente, tanto più che, soltanto in tre, sia pur con metodi più moderni, affidandosi forse a “google” o a qualche sistema similare, devono gestire l’anagrafe di miliardi di persone.

C’è un’altra categoria di piagnoni, i quali giorno e notte sospiravano e sospirano sul cambiamento climatico, parlando con voce piagnucolosa delle multinazionali, dei governi insensibili, i quali avrebbero ragione se si comportassero con coerenza poiché, se osserviamo attentamente, più del 90% di loro predica bene ma razzola male, anzi malissimo, essendo quelli che inquinano di più, se si entra per esempio in inverno in casa loro o nei loro negozi od uffici sembra di essere all’equatore, usano l’automobile o la moto anche per futili motivi se dovono spostarsi oltre i 100 m., ogni cosa che si rompa non pensano a provare almeno ad aggiustarla ma la gettano, sono i consumisti più sfrenati, questo solo per fare gli esempi più comuni.

Una mattina della scorsa settimana sono uscito per andare ad un supermercato in cui trovo le cipolle di Tropea, un vero toccasana ed antidoto contro il coronavirus: passando davanti al ristorante cinese lì accanto, chiuso da parecchie settimane, ho visto un loro concittadino, seduto su un tavolaccio che è all’esterno, forse era un modo per sentirsi in patria o almeno al consolato di appartenenza.

Il negozio del cinese qui vicino ha riaperto, ma un cartello indica solo per generi di cancelleria e di prodotti per la pulizia della casa; quello della cinese, sempre così gentile, un po’ più lontano, era ancora chiuso, ma ha riaperto dopo qualche giorno e così ho potuto comprare il suo ultimo tubetto di colla liquida (che mi serve per le etichette dei faldoni).

Essendo diventate obbligatorie per entrare nei negozi e per salire sui mezzi pubblichi, mi sono recato nella farmacia di zona per acquistare le mascherine, quelle a 0,50 cent. cadauna. Il farmacista, che mi conosce, mi ha letto nel pensiero, sicuramente deducendolo dal fatto che non ero “mascherato”:

Ah! Penso che voglia quelle da 50 cm., ne abbiamo delle confezioni da 5 (esibendomele già pronte in una busta da tabaccaio per cartoline giganti). Sono come questa che ho addosso.

Vanno bene, me ne dia 4 confezioni così facciamo 10 euro.

Non posso dargliene più di 2 confezioni! (mi ha risposto, soppesando le parole).

Allora mi occorrerà rifare la fila (ho garbatamente sbuffato), non ne ho chiesto un quantitativo esagerato.

Mi ha guardato, senza rispondere, come se fossi stato un marziano che non conosce questo mondo e come per dire “povero illuso!” (infatti già il giorno dopo erano finite), nel frattempo dietro il banco le ha pesate con il suo bilancino, ha preso il contagocce e con esso le ha vistate una per una, facendomi riapparire, come in un gioco di prestigio, le due buste, mentre gli porgevo la carta di credito, che ha preso con una smorfietta non troppo malcelata (poiché non volevo privarmi degli spiccioli che in questo periodo fanno comodo e per ripicca che non me ne aveva date per 10 euro).

I politici politicanti parlano di vaccino, chiamano in gioco scienziati, progettano produzioni di massa, ma se pensiamo che produrlo con industrie specializzate e somministrarlo a decine di milioni di persone sia molto più complesso che confezionare delle mascherine ad un prezzo equo (sarebbe una bazzecola per l’8° paese industrializzato del mondo), come si può ragionare, se non a vanvera, su problematiche assai maggiori? Poteva essere giustificabile due mesi fa ma non ora, invece è ancora sul tappeto, malgrado i sapientoni di Governo, Regioni, Protezione Civile. Vien in mente un antico epigramma che venne riportato da Filippo Pananti «Il ben lo fece male / Il mal lo fece bene». Non ci rimane che chiamare Roberto Bolle e coinvolgerlo a realizzare la coreografia di un «Balletto delle mascherine».

La pandemia ci ha fatto aver conferma che viviamo nel mondo dell’assurdo, infatti ogni giorno che passa esso vien patentato con punteggio esponenziale. Basti osservare le tante contraddizioni delle norme in vigore, un po’ di confusione ci poteva essere nei primi giorni ma non ora dopo due mesi. Le persone agiscono in maniera libertaria in tante situazioni e ciò vien loro concesso, secondo i casi, basti vedere il bagno di folla, assiepatissima, al plateale ritorno a casa a Milano della cooperante, scena assurda e di pessimo gusto (a meno che non vi si voglia far trasparire un copione, mentre le scelte religiose dovrebbero essere e rimanere dei fatti intimamente suoi) poiché, giustamente, aveva ormai già riabbracciato i genitori all’aeroporto di Ciampino, mentre chi va in spiaggia, tenendo accuratamente le distanze, per disinfettarsi con un po’ di raggi ultravioletti e per respirare aria buona e salutare, vien cacciato via.

La situazione ci fa anche riflettere sul fatto che molti uomini, peccando di scienza, si credano superiori a Dio, poveri illusi. Secondo la concezione cristiana, ne siamo figli e saremmo stati fatti a sua immagine e somiglianza, siamo comunque una brutta copia mal riuscita, per di più, per darci modo di distinguerci dalle bestie, ci ha ficcato in testa il libero arbitrio e così ne è uscita una bella frittata mondiale, grossa come quella di uova di struzzo. Dio onnipotente, onnisciente, molti credono di saperne più di lui, poiché non pensano che ne siamo, per atto di benevolenza, suoi figli discoli ma non possiamo esserne padri. L’Apocalisse ci ricorda, non a caso, di usare l’unguento dell’umiltà.

Maria Teresa Serafini (Civitavecchia)

Si quaeris miracula

 

28 aprile 2020

Oggi è stata la festa di santa Fermina, patrona della nostra città e dei naviganti, infatti con la mano destra sorregge una nave e nella sinistra la palma del martirio. Purtroppo la pandemia ha cambiato anche questa giornata che è sempre stata particolare per i festeggiamenti dedicati alla martire dei quali si occupa un apposito Comitato permanente. Nel corso dei secoli il programma della giornata è rimasto pressoché invariato fatta eccezione per alcune cose come ad esempio il mitico lancio delle anatre nella darsena del porto che da tempo non si tiene più, ma la processione imponente e ricca è rimasta quella con la Santa issata su una imbarcazione insieme alle autorità e poi portata nelle acque del porto a benedire i naviganti mentre tutti i natanti alla fonda suonano le sirene in Suo onore. Mi hanno detto che alle 17 le sirene hanno suonato per Lei, ma io non ho udito e me ne dispiace perché attendevo questo momento. Però è bello che l’omaggio sia stato comunque dato. Santa Fermina, con la grotta nel cortile del Forte Michelangelo, semplice e scabra con la sua roccia evidente e consunta. Sono andata spesso ad ascoltare la messa in questo piccolo luogo di culto dove tradizione vuole che la giovane cristiana sia rimasta per alcuni anni, prima di trasferirsi ad Amelia dove trovò la morte. Attorno al suo nome aleggiano varie ipotesi perché fino al XVIII secolo era detta santa Ferma, poi Fermina, domanda: è un diminutivo o si tratta di due distinte persone? Chi può dirlo?

29 Aprile

Resta in casa, programma la tua giornata, fa’ esercizio fisico, mantieni puliti gli ambienti!

Lo schermo della Tv ad intervalli trasmette messaggi. E’ iniziato con i flashmob alle 18, tutti a cantare alle finestre e ai balconi con le bandiere esposte. Silenzio.

Poi concerti in streaming di artisti famosi, artisti solitari che suonano violini, chitarre sui tetti di Roma; belle melodie ma la tristezza indotta dalla situazione non sempre le fa apprezzare. Inviti a restare in casa, droni che sorvolano la città alla ricerca di transfughi di inadempienti. “Se avessi un cane! Ma non ce l’ho, così resto in casa, magari sconsolata, ma in casa. Siamo in tanti a voler uscire. Ci lamentiamo tutti, mio marito fa cyclette davanti alla finestra: “Eccone un altro, è pure senza mascherina! – esplode – e io, non posso uscire. Guarda, guarda, eccone un altro ancora si ferma con la signora che procede in senso contrario: si sono fermati per far fare conversazione ai cani!!! Ma che roba, non è possibile. Non mi dite niente, virus, contagio, bla bla blaaaaaa” Non ascolto più, conosco a memoria ogni parola, ogni virgola “Sta’ calmo, tanto il cane non lo abbiamo, è inutile“ “Non è giusto, i ragazzini che hanno bisogno non escono, i cani invece … ora esco e basta” la cyclette continua con un ritmo di battaglia sempre più veloce, sembra quello dei vogatori sulla nave di Ben Hur, anzi ora ha iniziato anche l’attrezzo per le braccia un rumoreeee “Ma è possibile che quando lo faccio io tutto questo sconquasso non si sente? Io non lo so, una volta o l’altra andremo a finire al piano di sotto!” “E’ che tu non capisci, qualunque cosa dica è sbagliata” azzardo un “Ma, no è che la…” “Guarda, guarda i padroni escono con i cani, questa donna ne porta due e si ferma con un’altra: ma allora non dovrebbero stare a distanza? O il cane allontana il virus? Io non la sopporto più questa situazione.” A me ogni tanto piace scherzare, così vado in camera da letto e prendo Enrico, il mio cagnolino di peluche e metto una mascherina a lui ed una a me e grido:” Siamo pronti per la passeggiata.” “Aaaah, pure la presa in giro!?” Mi sembrava carino invece vista l’accoglienza fuggo e vado dalle figlie che al contrario mi fanno una foto, la inviano sulla chat di famiglia. Pochi minuti e tutti vogliono portare a spasso Enrico!!! Tranne uno!


30 Aprile

RRRRRrghnnNNNNNghghgh “Ma che ora è? Le quattro? Mamma mia troppo presto! Ho un sonno!”, busso piano piano alla parete forse il russare del vicino smetterà. Infatti per un po’, silenzio. Niente, falso allarme. Mi giro sul fianco destro ma ghghnrhg. Ci risiamo altro bussettino Nzunzunzu smsss silenzio meno male si dorme NGHNGHNGRFrrRRRRRRRRRR ho capito mi giro e mi rigiro, chiudo gli occhi ma Morfeo ormai se ne è andato. Vorrei accendere la Tv, ma è ancora troppo presto, per fortuna c’è l’ iPad. L’accendo; Candy Crush arrivo! Chissà se riuscirò a superare il livello 512, è da ieri che ci sto e poi ci sono solo cinque vite per volta… del resto sul livello 253 ci sono rimasta due anni e mezzo. Non ci credo: livello superato e anche il successivo al primo tentativo, ora sono al 514 SUGAR CRUSH! Superato e pure con la CORONA. La corona, non ci avevo mai pensato, oggi non mi piace molto: corona virus o mio Dio! Nel giocare avevo dimenticato. Sono le cinque, quanto è presto! Oltre la parete si russa debolmente ma ormai non mi addormento più, fortuna che alle sette Papa Francesco celebra la messa da santa Marta ed io la seguo tutte le mattine, ma che ho sentito ieri sera? Che la pandemia ha a che fare col Papa?! Non sanno più cosa inventare?!

1 Maggio

Si riapre. Ma con quali timori? Certezze? Responsabilità? Una volta si andava nei prati, il I° Maggio era un giorno dedicato alla riflessione sull’importanza del lavoro ma anche un momento di aggregazione, un momento ludico che apriva la bella stagione, mi viene in mente Marcantonio Michiel, umanista che, in una lettera datata 4 Maggio 1519, scrive: «Il primo giorno di maggio si andarono a vedere i lavori fatti dagli innamorati alle loro innamorate cioè le porte dorate e ornate di fronde e corone di fiori con sonnetti attaccati e davanti alle porte allori e altri alberi piantati con tronchi dorati, con quaglie pernici e pezze di damasco, di raso di velluto attaccati con imprese e altre mille fantasie».

E’ proprio vero: Altri Tempi. Oggi per tutta la mattina vola un elicottero sulle nostre teste e l’auto della Polizia Locale con l’altoparlante invita a restare in casa. A mezzogiorno l’inno nazionale e dopo le 17 musica e canti, nel vicolo in cui abito: una sorta di concertino.

3 Maggio

Domenica in casa, sms con il buon giorno ed altro. Giornata silenziosa, ma alle 22 un botto e poi altri crepitii: sembrano fuochi d’artificio; SONO fuochi d’artificio! Dleng andirivieni di sms: in tutta la città sono partiti i fuochi artificiali, fiori colorati ora squarciano il lungo buio e il lockdown.

Mascherine, gel, guanti e lavarsi sempre le mani.

Si quaeris miracula mors, error, calamitas, daemon, lepra fugiunt aegri surgunt sani […] pereunt pericula, cessat et necessitas; narrent hi qui sentium, dicant Paduani. Speriamo in sant’Antonio!

5 Maggio

Facciamo tesoro di quello che è successo teniamo conto che si miglioreranno i nostri rapporti le nostre esperienze comunque massima prudenza…………….. Grazie professore, però gli abbracci ce li lasciate? Diciamo di sì, sì però beh, beh magari fra un anno e mezzo. Grazie professore a noi è quello che interessa.

E’ proprio così, ci piacciono gli esperti che in un certo modo dicono quello che vogliamo sentirci dire!

6 Maggio

“Pronto?”

“Nonna, la maestra mi ha assegnato il tema.”

“Sì, dimmi.”

“Come immagino il futuro in questa situazione.”

“Allora? Hai tanta fantasia … Prova a pensare.”
“Io ho scritto che vorrei uscire, rivedere voi, andare al parco …”

“Non basta.”

“Pensavo, ma se per uscire ed andare ovunque, si costruissero dei vestiti di protezione come una gabbietta leggera trasparente di plexiglas noi dentro, così protetti ci muoviamo e parliamo con gli altri usando un microfono? Magari la gabbietta finisce con degli stivali attaccati all’orlo ed è pure rinfrescata per l’Estate e riscaldata per l’Inverno: che ne pensi?”

”Che ne penso? Ne penso chee … magari fosse vero!”

7 Maggio

“Il negozio di lampadari ha le visiere in plexiglas”
“Siii?”

“Quello che è vicino al mercato!”

FATTO, dopo qualche ora arrivano le visiere ambite. Siamo a posto? Non so. Tutti le comprano specie gli insegnanti che parteciperanno agli esami di licenza delle superiori. E’ veramente una ridda di congetture, alla tv l’argomento è sempre quello della pandemia e riconosco che mi angoscia moltissimo, a proposito di guanti ed alcol denaturato, ho “scoperto” che si vendono anche nei vivai !!! Non l’avevo mai pensato perché di solito li acquisto nei negozi di detersivi. Vorrei uscire ma la paura e il pensiero di dover risalire cinque piani di scale, a piedi e magari con i pacchi, è un potente deterrente così resto in casa e per passare il tempo ho iniziato a cucire le tende per la camera da letto che avevo appena acquistato a metà gennaio. Mentre le cucivo, a mano e litigavo con tutta quella stoffa, ripensavo alla “gabbietta” immaginata da mio nipote e non mi è sembrata una brutta idea, dopo tutto chissà, potremmo camminare, andare a teatro o al bar magari si potrebbero fare anche a colori. Domani si riapre, mio Dio e se fra quattordici, quindici giorni ricominciasse il contagio in maniera più forte??? Ho continuato a cucire per un’ora circa poi ho smesso, ha pensarci bene forse avrei fatto meglio a rivolgermi al tappezziere, ma le ho sempre cucite e montate io … ora però tutto è cambiato. Mascherine e ancora mascherine a cinquanta centesimi, a due euro, gratis con IVA, senza IVA meglio, dice un famoso esperto, farle da sé con il tessuto TNT TRE STRATI accendi la candela. Soffia se il respiro non passa attraverso e la candela resta accesa è giustaaaaa! Meno male perché sul web c’è di tutto, perfino chi in un momento creativo, se l’è fatta con la piadina.

9 Maggio

Ogni volta che le figlie iniziano la lezione online mi trasferisco in camera da letto con la tv quasi muta, perché i loro alunni altrimenti sentono rumore. Sto in gabbia ogni tanto esco nel corridoio, in punta di piedi: ma come non ci siamo accorti di quanto eravamo felici, di quanto era bello poter ridere insieme a figli, nipoti, fratelli e ci si lamentava e nulla mai bastava invece ORA si vorrebbe tornare indietro. Infandum regina iubes revocare dolorem? Eh, caro Enea, quanto avevi ragione!!!

Basta, è ora di fare il pane, meno male che Benedetta Rossi ci ha insegnato a preparare quello furbo che viene bene ed è ottimo. OK metto il lievito, è meglio.

11 Maggio

Mi è caduto l’annaffiatoio sulla terrazza: Mamma mia l’acqua è precipitata come la cascata del Niagara fino a terra —————— per Cinque piani!!!!!!!!!!!!!!!

12 Maggio

Driiin driiin driiin “pronto?”

“Ciao, che fate?”

Ciao, oggi è stato bel tempo dopotutto”

“Eh, siete usciti?”

“Beh, usciamo per le necessità, la spesa…”

“Io no, tengo le scarpe fuori della porta sul pianerottolo, ma che ti devo dire, quando è il dunque mica esco …”( risata)

Driin driin driin

“Ciao, come va?”

“E, come deve andare? Un po’ così.”

“Ce l’hai la mascherina? Io raddoppio la bandana sul viso, ne ho tante e colorate.”

“Ho capito.”

“Hai pensato che i soldi, monete e di carta, sono una GRANDE fonte di contagio?

“Hai ragione, l’altro giorno le figlie hanno messo alcune monete da due euro nella varechina però hanno cambiato colore, i centesimi sono diventati rossi.”
“Nooo e mica dovevi usare la varechina.”
“Noo?”

“Io ho preso una capoccia d’aglio e l’ho strofinata spicchio per spicchio, bene bene su tutte e due le parti dei soldi: più sanificati di così, nella borsa di pelle ho messo anche delle foglie d’alloro e altri due spicchi d’aglio spellati, perché l’aglio, è un potente antivirus.”

“AAAAAAAAAAh ????!!!!”

Serate

Zap zap zap, non c’è niente, vai, hai visto sul 3?

Sì, metto sull’ 8, forse c’è James Bond – Mission impossible- proviamo, Festa col morto, vediamo mmmmh, qui c’è Carta bianca ok, a Napoli non piove mai, sì se arrivo saranno guai, Fuori dal coro, popolo di striscia, ci hanno segnalato, salve sono delle iene, Commercianti in quarantena, quali fondi economici sono previsti x i lavoratori, – le tre T Testare, Tracciare, Trattare – Un medico nel cuore, – Adorabile nemica: chi c’è? Shirley MacLane? Ah – La rivincita di Natale Abatantuono, Rai storia 54 Laura Bassi testimonianza, La mia super ex ragazza ????? Dico a te, che vuoi vedere?”

Silenzio. “Dico a te …”

“Eh? ah, sì-eh – “

“Ma che fai? dormi sul divano?!”

“Eh, ma non so ——————— sono stressata da morire.”

“CATENE con Amedeo Nazzari?”

“OOOOOH”

“Finalmente un po’ di vita, siamo salvi.”

13 Maggio

Dice che un’annunciatrice ha criticato il look di una giornalista sempre nero vestita e poi i capelli decisamente out – Ma proprio ora che c’è il parrucchiere chiuso? I capelli ——— vado allo specchio in camera da letto ZRCRCR CRACK PUNF, E’ caduto lo specchio?! NO per fortuna, non riflette più ora si sente una sirena, e lampeggia pure? Quanto la fa lunga!!! Lo sapevo di essere inguardabile ma da qui a a fare questa sceneggiata … Non sarà che … aspetta, proviamo con quello in corridoio che è ovale, ha una bella cornice tutta intarsiata e dorata: “Specchio, specchio delle mie brame, CHI E’ la più BELLA del reame?”

“Sei, ttt —————————“

“Che fa? E’ diventato opaco?“ Lo scuoto un po’ – ”Ecco riprende.”

Ci scusiamo, ma interrompiamo il collegamento a causa di problemi tecnici, riprenderemo non appena possibile.”

“Ha messo le pecore?! VIGLIACCO!”

 

Alessandra Cesselon

Le parole – Logos 2050.
Racconto Breve

La parola uman è spesso come un pentolino di latta

su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi

mentre vorremmo intenerire le stelle.

Gustave Flaubert, Madame Bovary, 1856

Ho venduto l’anima alla Rete e non posso ormai farci più nulla.

La storia, ve la racconto subito. Tempo fa non riuscivo più a buttar giù una riga, avevo perso l’ispirazione e questo per una scrittrice non va certo bene. Ma un giorno accadde un fatto. Mi trovavo davanti allo schermo del mio BioPC, che copriva fluttuando tutta la stanza, quando mi colpì una scritta lampeggiante e profumata… Io di solito non sono una facile preda delle vendite sul web, anzi, in genere sto molto attenta a non farmi fregare, ma Loro, poi capirete di chi si tratta, per intrinseca qualità, sono molto brave a far leva sui desideri e aspirazioni degli utenti e io ci sono caduta in pieno. Il banner, poichè di questo si trattava, era molto accattivante e ben collocato in un noto sito per scrittori.: Il testo diceva:

– Volete scrivere come Dante e Manzoni? Stephen King e John Fante? Fatevi guidare da “Logos: le Parole”, vi daranno la fama che meritate. Acquistate Logos! Tutte le Parole della Terra. Diventerete padroni del lessico universale! Nessuno potrà scrivere meglio di voi! –

Avrei dovuto dubitare della serietà della proposta: il kit d’istallazione costava solo pochi euro e questo sicuramente non era normale. Non sapevo in che guaio mi stavo cacciando, ma mi sembrò carino perché l’istallazione del driver consisteva, sentite un po’, nel mangiare ogni sera per una settimana delle focaccine alle mele.  Indubbiamente la cosa poteva risultare strana, ma io credo nella biotecnologia, inoltre da bambina avevo visualizzato più volte con passione Alice nel paese delle Meraviglie e le focaccine che facevano crescere o rimpiccolire mi sembravano davvero interessanti. Inviai il denaro con Galaxy pay e poco dopo arrivò col teletrasporto il Kit di “Logos: le Parole”. Anche sottovuoto vi assicuro che si sentiva un incantevole odore di cannella. Passò una settimana, mi rimpinzai di focaccine buonissime ma i risultati non sembravano arrivare e, visto che avevo una spasmodica voglia d’ispirazione, decisi di provare alla vecchia maniera, quella che usavano tutti gli scrittori in crisi: viaggiare.

Di solito si partiva in due: io che sono una tipica volpe dei tempoviaggi e Nettie, la mia vecchia macchina del tempo, che ormai riusciva a connettersi via Timenet quasi solo a luoghi e persone dell’Ottocento. Un breve brrrrr pifff e via, eravamo arrivate.

Quella squinternata di Nettie, coi circuiti rossi e blu ancora a vista, aveva una spiccata predilezione per la Francia. In particolare si era innamorata di un certo poeta maledetto con cui sembrava aver stabilito un rapporto particolare e che mi aveva ormai imposto come mentore. Nettie dunque non perdeva mai l’occasione di tornare in quel tempo e in quella storia, voleva rivedere il suo Charlie, quindi decidemmo di comune accordo di andare a Parigi.

Avevamo peregrinato in tutta la città, da Monmartre a Pigalle, per trovare il soggetto della mia vita, già perché io volevo scrivere per la OloTV. Già m’immaginavo una storia succosa, tra l’erotico e il sublime che avrebbe inchiodato ai visori milioni di spettatori. Una sorta di poesia/racconto che mi avrebbe resa immortale. Eravamo stati a pranzo con Toulouse Loutrec e a cena con Lina Cavalieri. Tutto inutile: d’ispirazione, neanche a parlarne.

Poi una sera successe di botto, senza preavviso!

Pochi secondi di silenzio totale e poi un rumore assordante nella mia mente: tutte le parole del mondo erano lì, in un file pazzesco e ipercompresso, collocato in quel luogo oscuro che era la mia testa, dietro la sella turcica, proprio al centro della nuca, invisibile per tutti. Le focaccine alle mele, un po’ in ritardo avevano fatto il loro effetto…

Logos era attivo: le Parole Promesse urlavano come furie scatenate, parlavano tutte insieme in tutte le lingue e idiomi nella mia testa! Stavo diventando pazza!

Temevo che di lì a poco avrei perso completamente la mia identità e che Loro, le Parole, avrebbero preso il sopravvento: i vocaboli noti e desueti di ogni lingua viva o morta che fosse stata parlata sulla terra si erano annidati dentro di me. E anche le parole di tutti i libri del mondo.

Quando riprendevo il controllo mi sfogavo con i miei amici.

Charlie, che era per tutti Charles Baudelaire, me lo aveva detto fin dall’inizio, ma io non avevo voluto crederci.

– Povera illusa – aveva sogghignato – credi davvero di poter fare come vuoi tu? Credi che Loro ti aiuteranno a scrivere la piubellastoriadelmondo?

– Certo che lo credo – replicavo io – In fondo sono o non sono i nodi d’accesso a tutto lo scibile umano?-

Ma Charles insisteva petulante:

– E’ il miscuglio del grottesco e del tragico che rende un libro degno d’essere letto, è il cuore, il sentimento! .. e non solo le parole usate per esprimerlo! E se non lo capisci, non starò certo qui a spiegartelo!-

Io e Nettie ci siamo stabilite a Parigi al quartiere latino, il romanzo è iniziato ma i miliardi di input di storie possibili, mi bloccano più che mai…

Sono convinta che riuscirò a convincere la mia vecchia e testarda macchina del tempo a intraprendere un ultimo viaggio, indovinate dove? Ma verso Babele naturalmente! Forse nella sua altissima Torre al di la delle nubi, troverò qualcuno che riuscirà a resettare Logos, e farmi guarire da quella che ora considero una terribile malattia.

Mentre partiamo per Babele, Nettie piange….Ce ne andiamo in un Pifff… Nell’ultimo istante vedoCharles scomparire in un ologramma rarefatto e lontano mentre continua a borbottare sottovoce contro la stupidità delle donne. Dietro di lui, in dissolvenza, intravedo forse per l’ultima volta una fumosa e affascinante Parigi fin de siecle.

Me

“… scrivo fin dalla culla. Sono casualmente laureata in lettere, ma vengo dall’accademia di belle arti e dal canto medievale. Ho pubblicato racconti, fiabe e poesie in raccolte, ma li ho anche appesi/e ai muri delle strade per farle leggere a tutti. Non mi perdo una mostra d’arte e mi piace recensirle tutte. Dipingo astratti e lego i testi che scrivo a immagini pittoriche; qualche volta li ho anche cantati ed è stato ancora più divertente…

Su di me….

Alessandra Cesselon si guarda intorno, legge se stessa, ritaglia episodi, li annota ora con ironia, ora con mestizia, infine con la dolente amarezza di chi si sente abusivamente espropriato di know-how e intelligenza; ma dal personalismo dell’introspezione riesce ad allargarsi, ad aprire uno specchio riflettente sul mondo circostante per misurarne la mediocrità e una stoltezza che sembra incomprensibile. Spesso gioca con le parole intessendo calembour e sciarade come un torero che sfavilla veroniche nell’arena o, più verosimilmente, un prestigiatore che nello sfondo rabbuiato della scena illumina con artifici mimici i sorprendenti effetti di un gioco paradossale.
Critica di Pier Luigi Coda

Paola Cimmino
Rinascita, non ripartenza
Maggio 2020

Cara Anna,
scusa se torno a te solo ora, a distanza di quasi due mesi. E priva di quel sorriso che forse ti aspetteresti. Tante però sono le cose successe e quelle mutate in questo frattempo; e quasi non mi capacito che dall’inverno si sia già arrivati all’estate che, come sai, coniuga male remore e freni.

Eppure sembra che la distanza fra noi si sia quasi annullata. Nonostante tre quarti di secolo.

Lo sai meglio di me, il Tempo fa scherzi strani.

Ne ha riservati a te, quando hai rimesso mano ai diari, quelli in cui le tue angosce e speranze, i sogni e furtivi amori dovevano infrangersi di lì a poco. Effetti primari di guerra, li chiamano… Volata via, recisa da leggi razziali che ti impedivano di essere libera, di decidere liberamente il tuo destino.

La Storia non insegna niente, a quanto pare. O come spesso avviene, è stravolta a proprio uso e consumo.

Penso, infatti, a una giovane donna, portata via di forza dal luogo in cui si adoperava, un luogo in cui miseria e ignoranza privano intere generazioni di qualsiasi futuro. Una donna il cui sorriso conforta e contagia, la cui giovane età non ha impedito di assumere rischi, responsabilità forse più grandi di lei. Che trasformata in ostaggio, quindi oggetto di scambio, è sopravvissuta alla prigionia, alla paura. E una volta tornata in patria, è divenuta bersaglio di insulti e minacce. Anche di morte. Non da nazisti, come fu ai tempi tuoi, bensì dai suoi stessi compatrioti. Gli Italiani del XXI secolo.

Quando le armi, le guerre, smettono di squarciare orizzonti, non placano mai del tutto la loro voce. Echi profondi risuonano costantemente nei sensi e nei cuori di chi quegli spari, quei colpi, li ha sofferti in prima o seconda persona. Effetti collaterali non meno spiacevoli, duri a sparire.

Anche noi, come te, abbiamo lasciato una traccia del nostro attuale sgomento, rispondendo a un appello, sentimentale e storico al tempo stesso, che dipingesse il nostro nemico, invisibile a occhio nudo, nelle sue poco note sfaccettature ma accertate capacità distruttive delle nostre esistenze. Senza renderci conto che il vero nemico lo abbiamo in noi stessi, nelle porte accanto, in quegli haters in cui tanto riecheggiano antichi e moderni negazionisti, sempre pronti a spargere parole d’odio e vendetta contro chi rivendica la libertà, e il diritto, di decidere liberamente della propria vita, senza a sua volta inveire, senza fare proclami.

E allora “a chi sorriderò”, mia cara, come direbbe Fausto Leali, “se non a te?”

Se anche l’immane battaglia che ci ha condotto sull’orlo di un baratro non è bastata a cambiarci, forse davvero non c’è speranza.

Io però voglio credere che “la gente che mi sta passando accanto”, come recita la canzone, non sia più quella di prima. Voglio credere che i volti mascherati non nascondano banditi ma speranze, sia pure griffate; che quelle stelle che campeggiano sulla bandiera d’Europa – e in altre del mondo – non si sbiadiscano come le stesse che adornano le nostre protezioni: stelle che brillino per un futuro diverso, in cui nessuno debba pensare che è meglio restare prigionieri in un contesto ostile che tornare a vivere in un paese fintamente libero.

Io non voglio una ripartenza d’ora in avanti. Voglio rinascita. Insieme a tutti quei fottuti utopisti che la pensano come me. Con stelline nel cuore, non di faccia-ta.

Non possiamo concederci di perdere quest’ultimo appuntamento con la Storia.

Rosario Romero


Domenica 3 maggio

Ci siamo visti su zoom con il coretto cima. Per giovedì ognuno di noi dovrà mandare una registrazione di “come again” di John Dowland che faremo ognuno individualmente. Poi lo mandiamo a Rossana metterà tutto insieme aggiungendo la base che il maestro Guido del coro cima ci ha gentilmente registrato.

Dal 27 aprile le mascherine chirurgiche sono disponibili a prezzo fisso, 0,50 euro più Iva, ovvero 61 centesimi. Disponibili? dal quel momento in poi… sono introvabili. Stanno nascendo molto polemiche da parte dei farmacisti che non hanno nessun margine di guadagno.

Lunedì 4 maggio: Primo giorno della fase 2

Oggi torna Soraya. Viene alle 13 e farà 3 ore

Alle 16.30 ci vediamo con il coro di Monteverde.

Martedì 5 maggio

Oggi è il compleanno di mia madre . Compie 97 anni. Mi rattrista molto sapere che sta da sola a Parigi ,e ancora molto di più quando penso che non so quando ci potremo rivedere… Vedo un tempo abissale che si profila sotto di me..

Il Regno Unito supera l’Italia e taglia per primo in Europa il poco invidiabile traguardo degli oltre 30.000 morti per coronavirus con più vittime in cifra assoluta nel Vecchio Continente, secondo al mondo dietro gli Usa.

Mercoledì 6 maggio

Oggi torna Teodora a stirare le 20 000 camice e più di Nicola.

 

Giovedì 7 maggio – Mascherino fobia

In mattinata appuntamento alla clinica Pio XI per fare la tac pet. All’entrata della clinica ci sono delle stanzette prefabbricate dove si fanno dei test per individuare in ogni paziente la presenza o no del Covid 19. Io sono risultata negativa e meno male , perché nel caso contrario non mi avrebbero fatto entrare.

Una volta dentro ho dovuto mantenere tutto il tempo la mascherina.

Devo entrare nel tubo con la mascherina? Sì. E’ stato come uno sparo nel cervello: Durante la tac e la pet è stato come stare in apnea senza respirare ossigeno per tutti i 25 minuti

Al momento dell’uscita dal tubo mi sentivo svenire. Mai capitata una reazione così dopo quest’esame, eppure l’ho fatto tante volte.

Si sono succedute tantissime immagini del personale sanitario che lavora con le mascherine e le tute e tutto il resto. Senza nessuna retorica ma dopo quest’esperienza vorrei gridare al mondo: sono loro veramente gli eroi. Ma come fanno?

Il pomeriggio Silvana con la figlia Francesca e il nipote vanno a Mompeo per passare 3 giorni in campagna.

Venerdì 8 maggio

Ho fatto una bellissima e lunghissima doccia. Mi sono asciugata i capelli. Dopo il knock down della pet di ieri adesso mi sto riprendendo.

Anche se mi sento ancora un pochino rinco mi sono messa a registrare il madrigale e ho mandato la registrazione via wetransfer a Rossana.

Nicola torna con i referti della Pet e della Tac. Allora mi metto in contatto con la dottoressa Tortoreto. I risultati sono negativi. Le cellule sono inattive: Buono. Però il rene destro è dilatato. A settembre dovrò rifare la pet- tac e devo contattare l’urologo per il rene. Ci penserò lunedì.

La curva dell’epidemia va decrescendo e stiamo andando verso un numero più basso in tutte le regioni, compresa la Lombardia.

Invece in Inghilterra le vittime sono 33.021 secondo l’Oms; oltre 36.000 se si contano Scozia, Galles e Irlanda del Nord

La regina Elisabetta si è rivolta all’Inghilterra con un discorso trasmesso in Tv per il VE Day, nel 75esimo anniversario della Vittoria sulla Germania nazista. La regina britannica è al suo secondo discorso alla nazione dall’esplosione della pandemia da Coronavirus,

Sabato 9 maggio

La mattina sono andata in macchina con Nicola al bancomat di piazza Sonino. La mascherina sempre in faccia è ovviamente obbligatoria. Questo uso della mascherina appena si esce da casa è un insopportabile vincolo . Non voglio uscire così, mi manca l’ossigeno solo all’idea di mettermela.

Telefono a Claudia con la quale partecipo al coro di Monteverde. Le comunico che sono molto dispiaciuta ma lunedì proprio alle 17, stesso orario dell’appuntamento che abbiamo per seguire la lezione del maestro Alberto, non potrò partecipare. Tutto il coro del cima ha appuntamento via web con il maestro Sergio che sta in Argentina alla stessa ora

Domenica 10 maggio

Non mi va di cucinare, ordiniamo il pranzo da Rione XIII, il nostro ristorante di piazza san Cosimato. Pranziamo sul balcone, le tende abbassate.

Silvana torna a Roma , nessuno l’ha fermata per strada.

Lunedì 11 maggio C’è un tempo per ogni cosa.

Oggi mi devo dedicare all’urologo. Gli mando un messaggio per anticipare il ricovero per effettuare la sostituzione dello stent e aiutare il rene destro.

Nicola sta ancora con il mal di schiena. Voglio farlo contento, decido di cucinare per cena dei pomodori al riso con patate. E’ un piatto che gli piace molto.

C’è un tempo per ogni cosa.

Alle 17 la maggior parte dei cimaroli, del coro Cima, ci mettiamo in contatto con il maestro Sergio che sta in Argentina. Siamo 46, in realtà troppi. Dobbiamo spegnere i microfoni e le telecamere e malgrado tutto questo riusciamo a cantare solo il primo coro con il maestro. Di fatto la connessione si fa sempre più debole. Dobbiamo rinunciare e rimandiamo l’appuntamento con lui a venerdì.

A quel punto mi precipito tramite a connettermi con il maestro Alberto e gli altri coristi di Monteverde. C’è Claudia che mi saluta, si vede che è molto felice che sia riuscita a collegarmi, Il maestro Alberto sta facendo una bellissima lezione sul sistema temperato unificato cioè l’ordine delle note nelle scale..

C’è un tempo per ogni cosa.

L’urologo non ha risposto al messaggio.

Silvia Romano, 25enne volontaria milanese, rapita in Kenya il 20 novembre 2018, è tornata in Italia. Indossa una veste islamica di colore verde, tipica delle donne somale, perché si è convertita al islam, e in faccia una mascherina anti-Covid. Nessuna stretta di mano con premier e ministro, ma un lungo abbraccio con i genitori e la sorella:

Fase 2: dal 18 saranno le Regioni a decidere cosa riaprire: bar, ristoranti e parrucchieri in pole position

Nel mondo, obbligo di mascherina alla Casa Bianca ma non per Trump. La Russia supera l’Italia per contagi

Martedì 12 maggio. Forse sto chiedendo troppo di questi tempi?

Giornata con 2 “celestiali”punti interrogativi.

Ecco uno si è risolto. Mi è arrivato un messaggio dall’urologo dove mi comunica che mi ha inserito nella lista di attesa per la sostituzione urgente dello stent. A breve mi chiameranno dall’ ospedale.

Vorrei tanto sapere se gli interventi li fanno con la mascherina. Mi faranno l’anestesia totale per cui una maschera me la mettono … mah. Forse sto chiedendo troppo di questi tempi?

Il secondo punto interrogativo riguarda il montaggio delle nostre registrazioni del madrigale. Quando Rossana lo manda mi sembra un bel casino, purtroppo è molto disordinato e poco armonioso. Mi deprime un po’. Forse sto chiedendo troppo di questi tempi?

Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza Covid, dichiara che le “Mascherine anche dai tabaccai”. Continua la tensione, dovuta al prezzo fisso, 0,50 euro più Iva, ovvero 61 centesimi, con i distributori farmaceutici. Anche il cinese di piazza Ippolito Nievo, che ha aperto, le vende di tutti colori e devo aggiungere che ho comprato finalmente una bottiglia di un litro di alcool. La stavo cercando da ben 2 mesi.

Certo sto chiedendo troppo di questi tempi.

Mercoledì 13 maggio

In mattinata è arrivata il collage-registrazione video del nostro madrigale! Non è male. Luisa del cima mi chiama per fare i complimenti a tutti. Mi rallegra un pochino ma non sono completamente soddisfatta. Tuttavia rimane chiaro che sono troppo forti le voci dei soprani e del tenore e non si sentono quasi il contralto e il tenore.

Coronavirus nel mondo, Russia secondo paese per numero di contagi. Positivo il portavoce di Putin

Giovedì 14 maggio. La sindrome della capanna.

Tutti gli aspetti di una realtà inusuale sono ormai consolidati e si sta fossilizzando una nuova sindrome: la sindrome della capanna. Uscire bardata, con mascherina e guanti, mi dà talmente fastidio da preferire rimanere a casa e rimandare a più tardi l’uscita. Non esco più volentieri. Curiosamente mi deprime di più uscire che rimanere a casa.

All’inizio della pandemia era tremendo dover rimanere a casa e non vedere più gli amici. Ebbene, pian piano sì è capovolto tutto.

Le proteste dei ristoranti e degli chefs stellati stanno purtroppo aumentando. La fase 2 non permetterà loro di lavorare per guadagnarsi lo stipendio. Con questo ritmo riusciranno a ripartire solo nel 2022.

Venerdì 15 maggio. Tutto sfugge con prepotente disinvoltura

Tutto sfugge con prepotente disinvoltura..

Questa situazione impone a tutti un incessante e inesorabile cambiamento di stile di vita.

A tappe si definisce il cammino. Non c’è spazio per la contrattazione.

La natura tira i fili delle nostre mascherine facendoci piegare alle sue nuove regole per la sopravivenza.

Alla radio oggi dicono che si ritiene probabile che fra un anno troveranno non un vaccino ma vari vaccini. E io aggiungo: “ se” lo trovano. Per l’aids ancora non esiste nessun vaccino.

La sera alle 19 ci siamo messi in contatto con il maestro Sergio dall’Argentina. Abbiamo cantato alcuni cori di Didone e Enea di Purcell, 3 chorali della Passione secondo san Giovanni di Bach. Il maestro ha trovato che il nostro madrigale è realizzato bene. Ne siamo molto orgogliosi e contenti.

Domenico Mazzullo

AL TEMPO DEL CORONAVIRUS – 9

Un miracolo al Tempo del Coronavirus

Questa mattina, essendo sabato, per rispettare una annosa tradizione, mi sono recato, come da anni, alla Libreria Feltrinelli in Galleria Alberto Sordi, immaginando che fosse aperta, come da disposizione del Decreto del Presidente del Consiglio e invece era inesorabilmente chiusa.
Non avrei mai pensato, tornando mestamente a casa che la sorte mi avrebbe consolato con un miracolo, su una bancarella di libri usati, incontrata sulla via del ritorno.
Amo gli oggetti antichi, le cose vecchie, non necessariamente di valore, ma che sono appartenute ad altri prima di me, che sono state da altri utilizzate, maneggiate e forse anche amate, le cose nelle quali è rimasta racchiusa, è contenuta l’anima di chi le ha possedute, anima che qualche volta ho la fortuna di intuire, di cogliere, anima che a volte si svela e si rivela anche a me.
I libri sono, tra queste cose, oggetti prediletti e privilegiati, per la loro stessa natura, per il loro intrinseco valore e proprietà, di essere stati scritti dall’autore e letti da uno o più lettori e di tutti questi, i libri, posseggono l’anima.
Oggetti dalle molte anime. Mi piace pensarli così.
E per questo i libri, tanto più sono antichi, o vecchi, tanto più li amo e mi affascinano e vedo in loro i volti di tante persone che li hanno sfogliati, letti, studiati, maneggiati, amati e odiati, a volte, se sono libri di scuola.
Quando poi scopro nel loro frontespizio una dedica, una data, un nome, sono felice e allora il mio pensiero vola e fantastica su chi li ha comprati per poi regalarli, donarli all’altra persona, con il preciso intento che questa leggesse proprio quel libro, le parole in esso racchiuse, il messaggio in esso contenuto e in ultima analisi l’animo stesso e il sentimento di chi lo ha pensato, scelto e donato.
A volte, spesso mi è capitato di trovare in essi libri, oltre alla dedica, qualche appunto scritto a matita, in margine o in calce di pagina, con grafie minute, a volte tremanti, o incerte, di quella incertezza o esitazione propria dei bambini e dei vecchi; qualche volta mi è capitato di leggere su libri di scuola, più spesso di Matematica, parole oscene di qualche studente in difficoltà con gli esercizi di Algebra, o di Trigonometria, raramente dolcissime parole d’amore per una compagna di classe, forse addirittura di banco, ma sono perle ormai rare che si trovano solo in libri coevi del più famoso libro “Cuore”, quelli rilegati, con la copertina di pelle o di Carta di Firenze..
Oggi, appunto, su una bancarella vicino casa, ho comprato per caso un libro, il cui titolo mi aveva attirato e forse, perché no, anche chiamato, sperando con questo improvvisato acquisto di lenire la delusione della Libreria chiusa
A casa nella tranquillità e nel solitario raccoglimento del mio studio, mi accingevo, con la solita mia penna stilografica caricata con inchiostro blu-nero, a firmare la prima pagina del libro ed apporre su questa il luogo e la data d’acquisto, a mia personale memoria, quasi fosse una dedica a me medesimo, quando con grande meraviglia e stupore ho rinvenuto, tra le pagine del libro una busta gialla, evidentemente ingiallita dal tempo, sulla quale era scritto, con mano decisa, ma con grafia delicatamente femminile e con inchiostro stilografico azzurro pallido:

“Per Mario
(ovvero lettera aperta ad un figlio diciottenne)”.

La lettera, o meglio la busta, era veramente aperta e questo è suonato per la mia curiosità come un palese, insopprimibile invito, superando la mia naturale riservatezza, a leggerne il contenuto, con lo stato d’animo di chi commette una profanazione, di chi proditoriamente si insinua nella intimità di un altro, di chi non rispetta la gelosia dei sentimenti, ma oscenamente si lascia andare a frugare tra questi, ma la mia suddetta curiosità è stata più forte di ogni senso morale e di rispetto e ho letto, tutto d’un fiato il contenuto della lettera che riporto integralmente:

“Carissimo Mario,
prima di tutto: tanti auguri!
Ti voglio ringraziare per questi 18 anni in cui ti ho potuto amare, accudire e seguire e durante i quali, tu, anche se a volte un po’ scontroso, hai sempre dimostrato una consapevolezza, una bontà ed una onestà di sentimenti. Grazie del Tuo affetto anche se non palese, di avermi ascoltato delle volte e cercato di capire. Grazie di essere arrivato a 18 anni con una madre fiera di te. Avrei sempre voluto darti molto di più e non sempre ho potuto, ma sicuramente ti ho dato sempre la mia disponibilità e la mia protezione, cercando di darti giusti consigli, che adesso che inizi il tuo percorso di vita da adulto potrai mettere in pratica. Vai dritto per la tua strada, sempre mantieni la coerenza con Te stesso, segui la tua morale per cui non dovrai mai vergognarti né di te né delle Tue azioni.
Se sei convinto di qualcosa vai fino in fondo. Abbi fiducia in te stesso e sii sempre sereno. Se anch’io ho sbagliato, ho mancato in qualcosa, capiscimi e accettami con grande umanità in un grande abbraccio di amore.
Moltissimi ricordi della tua infanzia e fanciullezza mi arricchiscono la vita e la riempiono; spero che anche Tu abbia nel cuore qualche bel ricordo da poter condividere con me.
Auguri Mario per una vita felice e di successo, ricordati che dando agli altri, sempre qualcosa tornerà indietro.
Io voglio guardare incamminarti nella tua vita da grande, con occhi vigili, orgogliosi e che la tua strada sia sempre in salita “

Superata l’emozione e la commozione, mi son chiesto: Chi è Mario? Cosa sarà diventato? Sarà un medico, un avvocato un architetto? Non voglio neppure essere sfiorato dal dubbio atroce che Mario non sia divenuto ciò che la mamma gli ha augurato di essere, di essersi rivelato un vigliacco, un vile, un egoista, una persona priva di sentimenti, o ancor peggio, (ma sarebbe veramente peggio?) non sia più in vita.
E la mamma di Mario ove sarà? Sara ancora tra noi a vegliare su di lui? O ci avrà e lo avrà lasciato?
Ma un unico, doloroso, malinconico pensiero non mi lascia e mi attanaglia con un morso feroce.
Perché una lettera così bella, così preziosa, così struggente è finita dimenticata tra le pagine di un libro, su una bancarella di libri usati, finendo infine, fortunosamente tra le mie mani?
Perché Mario non l’ha gelosamente conservata tra le sue cose più preziose?
Grazie, ignota Mamma di Mario. Spero che tu non legga mai queste righe e mai sappia che la Tua lettera meravigliosa è finita tra le pagine di un libro, su una bancarella di libri usati.

Roma, 9 maggio 2020

Riconoscenza al Tempo del Coronavirus

In questo Tempo di Coronavirus, una parola che sento spesso risuonare e pronunciare, a voce, nei discorsi ufficiali delle varie Autorità, scritta, sulle pagine dei giornali e nei comunicati dei vari politici è “Riconoscenza” o il suo sinonimo più moderno “Gratitudine”.
Si parla sempre di gratitudine nei confronti delle Istituzioni, della Protezione Civile, dei Volontari, del Personale sanitario, Infermieri e Medici che sono in prima linea nella assistenza ai malati, che si prodigano per essi, che perdono la vita nel compiere il loro dovere, gratitudine nei confronti delle Forze dell’Ordine, che vigilano e vegliano su di noi, nei confronti degli Enti religiosi che si prodigano nella assistenza dei più bisognosi e di tante altre Istituzioni che prestano aiuto in questi momenti difficili e di sofferenza comune, delle singole persone che volontariamente si pongono a disposizione degli Altri.
Ma si tratta sempre di una gratitudine, pubblica,, ufficiale, collettiva, da parte delle Istituzioni o di coloro che ricevono aiuto e nei confronti di coloro che lo offrono.
Una gratitudine che non impegna il singolo e non lo fa agire in prima persona, ma piuttosto nell’ambito di una collettività, spesso espressa a parole, ufficialmente nelle cerimonie e nei discorsi istituzionali.
Non intendo assolutamente dire che essa non sia giusta e doverosa, sentita e sincera, ma è collettiva e in questa caratteristica di collettività, a mio parere più facile e meno impegnativa, quasi anonima da parte di chi la prova e la manifesta.
Discorso ben diverso, va da sé, la riconoscenza della singola persona che la prova e la manifesta, nei confronti della persona che la merita e la riceve per un aiuto prestato, di qualunque natura esso sia.
E’ una riconoscenza ben più coinvolgente e impegnativa, ma soprattutto estremamente difficile, a mio parere e per questo purtroppo rara e inusuale.
Difficile? Perché difficile?
Dovrebbe essere semplice ed istintivo provare gratitudine nei confronti di chi ci ha aiutato, chi ci ha porto una mano, per aiutarci a risollevarci, a risorgere, a superare un momento, o un periodo difficile e che ci ha visto temporaneamente soccombere, un momento di scoramento e di abbandono, sia sul piano fisico sia morale.
Semplice e istintivo, dovrebbe essere, ma così non è, purtroppo, e sinceramente credo che questo sentimento nobilissimo di riconoscenza, sia uno dei più difficili ed impegnativi e proprio per questo dei più rari e inusuali, assolutamente gratuito, ma tuttavia tra i più costosi, per chi la prova e la manifesta, la riconosce, con gli altri, ma soprattutto con se stesso e la propria coscienza.
Perché questo apparente paradosso, questa difficoltà, questa riluttanza a riconoscere, anche solo con noi stessi, di provare gratitudine verso l’Altro? Per tutta una serie di motivi che ho spesso analizzati entro di me e credo di aver riconosciuti.
Prima di tutto perché, se mi trovo nella condizione di provare gratitudine per chi mi ha aiutato, devo conseguentemente ammettere con me stesso, di essermi trovato in difficoltà e di aver avuto bisogno di aiuto, aiuto che ho ricevuto, donde la gratitudine verso chi me lo ha dato.
Questa ammissione seppure, con me stesso è difficilissima e estremamente impegnativa, perché confligge con il mio orgoglio personale, con l’immagine di me stesso, come persona autosufficiente e autonoma, che non ha bisogno di nessuno cui chiedere e dal quale ottenere aiuto
Secondo perché se ho ricevuto aiuto da qualcuno, materiale, o ancor di più morale, sono in debito verso di lui, e se è certamente più facile pagare un debito materiale, ben più difficile è il discorso e impegnativo, riguardo a un debito morale che non può essere quantizzato e quindi saldato materialmente, liberando la mia coscienza.
Ma c’è un terzo motivo, forse meno evidente e meno immediatamente coglibile, ma a mio parere ancora più cogente e coinvolgente nella responsabilità di rendere questo sentimento così difficile e così raro a vedersi.
Se io mi sono trovato in difficoltà e qualcuno mi ha aiutato, cosicchè io ora mi trovo nella condizione di provare gratitudine verso di lui, allora ciò significa che prestare aiuto è possibile e che ciò che è stato fatto con me è fattibile, tanto che è stato fatto.
Ciò mi impegna, moralmente, con la mia coscienza, a mia volta a correre in aiuto di chi eventualmente, a sua volta avesse bisogno di aiuto, lo stesso o differente e i conti con la propria coscienza sono molto, molto impegnativi, per chi una coscienza la possiede e con essa dialoga e a volte si scontra.
Per tutte queste ragioni ritengo e sono convinto che la riconoscenza sia uno dei sentimenti più nobili , ma al contempo più difficili e impegnativi, perché ci obbliga, per riconoscerla con noi stessi e provarla, non dico addirittura manifestarla, a superare ostacoli molto complessi quali il nostro orgoglio, il senso di onnipotenza, che ahimè, in molti di noi è presente e predominante, il sentimento di autostima, di autosufficienza e di totale autonomia.
Per tale motivo, altrettanto ritengo, che la semplice e modesta parola “grazie” che sintetizza e compendia, esprime mirabilmente, questo sentimento di riconoscenza, sia una delle più nobili e preziose, graditissima per chi la riceve, ma soprattutto per chi la pronuncia.
Grazie per avermi letto fin qui.

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Roma, 10 maggio 2020

Terremoto al Tempo del Coronavirus

Questa mattina alle ore 5 e 3 minuti ero sveglio come sempre e già in bagno. Avevo appena ascoltato in silenzio le note dell’Inno d’Italia Che la radio trasmette prima del notiziario, quando improvvisamente un rombo particolare, non somigliante a nessun rumore conosciuto e abituale, mi ha scosso e immediatamente dopo, un tremito violento e per fortuna di brevissima durata, seguito in successione dal rumore più familiare dei libri affastellati nella libreria, che cadevano in terra in ordine sparso.
La successione degli eventi, più che la qualità degli stessi mi ha fatto immediatamente comprendere trattarsi di un terremoto e ho atteso qualche nuova scossa che fortunatamente non c’è stata.
Subito dopo la voce della annunciatrice alla radio ha dato la conferma di quanto era testè accaduto, rimandando ai successivi notiziari ulteriori informazioni.
I miei due cani e tre gatti, cui normalmente la saggezza e la tradizione popolare attribuisce la proprietà di prevedere i terremoti, non si sono accorti di nulla e hanno continuato a dormire beatamente.
Immediatamente dopo lo squillo del telefono mi ha fatto sobbalzare di nuovo e per un abituale riflesso condizionato, ho pensato che qualche paziente particolarmente sensibile e ansioso, terrorizzato, fosse stato preso da un comprensibile attacco di panico e mi stesse chiamando per soccorso e conforto.
Nulla di tutto questo.
All’altro capo del filo, la voce, ormai ben nota e abituale, del mio Paziente schizofrenico, del Quale ho già parlato in pagine precedenti di questo Diario a proposito della Sua “Esperienza di Fine del mondo”, col solito accento dialettale, ma questa volta con tono trionfalistico ed entusiasta, così mi diceva:” A dotto’ hai visto che ci avevo raggione? La Natura è proprio arrabbiata (ha usato un altro termine, ma poco adeguato e irriferibile) co’ nnoi. Prima il Coronavirus e adesso pure il terremoto. Io ho capito che tu non ce credevi mica tanto, quando te dicevo de la fine del mondo. Ora ce credi, mo che c’è stato anche il terremoto? Te lo avevo detto io che ce stavamo avvicinando alla fine del mondo. Quella nun viene tutta assieme in un attimo, ma piano piano, poco alla vorta, pe facce tribbolà de più. Possibbile che nun te accorgi de li segnali? Eppure so’ così chiari. La Natura se è stancata de noi che la stamo a distrugge e ce vole eliminà. Tu damme retta vieni commè ,che un extraterrestre me viene a prende uno de sti giorni. Sur discovolante c’è posto pe due. Io te vojo bene”.
Così la telefonata si è conclusa, in perfetto stile schizofrenico, senza concordare un appuntamento, dove e quando, con l’extraterrestre e lui, per metterci entrambi in salvo.
Per mia fortuna non dubito della diagnosi di malattia, ma ancora una volta mi stupisco di come il Suo ragionamento abbia un senso compiuto, cogliendo in questi eventi, soprattutto la pandemia e poi il terremoto, succedutisi in tempi brevi e preceduti da altri segnali, un nesso logico, una conseguenzialità, che mi auguro per tutti noi, sia frutto noto della malattia, ma se così non fosse, e il dubbio mi assale, sarebbero inquietanti segnali, o avvertimenti sempre più chiari, che la nostra capacità distruttiva verso Natura e il luogo in cui viviamo è giunta ormai al termine e che la pazienza e la sopportazione di questa stessa Natura si è irrimediabilmente esaurita. Essa in tutti i modi ci ha messo sull’avviso e allertato, come una madre attenta e premurosa, ma visti i ben magri risultati ottenuti con le buone maniere, passa ora alle maniere più dure e violente, coercitive e punitive, per educarci e riportarci alla ragione.
Ma, spaventato anche io dalle conclusioni cui sono arrivato, preferisco pensare che siano frutto della malattia da cui è affetto il mio Paziente, il Quale mi ha suggestionato con il Suo discorso, tornando alla più rassicurante ipotesi delle mere coincidenze e casualità.

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Roma, 11 maggio 2020

Il Come saremo al Tempo del Coronavirus

Ora che la fantastica Fase II è finalmente iniziata, su tutti i media di comunicazione, radio, televisione, quotidiani, rotocalchi, si affastellano le previsioni , i pronostici, non tanto di cultori dell’Oroscopo, che non sono mai mancati, ma di esperti sociologi, psicologi, scrittori, uomini di cultura varia e molteplice, cantanti, uomini dello spettacolo, sedicenti artisti, absit iniuria verbis, Che a vario titolo si ingegnano a prevedere, non tanto il nostro futuro, ma a spiegarci, come a Loro parere noi saremo, quando tutto sarà finito, quando la pandemia sarà domata e risolta, quando il “distanziamento sociale” sarà soltanto uno spiacevole ricordo, quando gli scolari potranno tornare a scuola, noi tornare al cinema e a teatro, si potrà andare liberamente in vacanza al mare a prendere il sole a distanza ravvicinata dagli altri bagnanti e i rapporti extraconiugali potranno di nuovo clandestinamente incontrarsi liberamente in luoghi consoni e adatti e non più solo al banco dei surgelati al supermercato, quando, in ultima analisi la vita riprenderà il suo ritmo normale proditoriamente interrotto dal virus maledetto.
Tornerà tutto come prima? Assolutamente no, pronosticano e affermano i nostri Esperti, altrimenti la Loro funzione verrebbe drammaticamente meno, e quindi si prodigano in previsioni e pronostici che traggono materia e lo “ubi consistam” dalle Loro specifiche competenze e scienze di cui sono riconosciuti cultori.
Le previsioni sono ovviamente diverse e complesse, diversificate nei contenuti e nella forma, ma su un concetto di base, Tutti, nessuno escluso, sono unanimemente concordi: nulla sarà più come prima, la vita riprenderà, sì sicuramente, ma non certo eguale a prima, giammai, e su queste previste diversità si esprimono i vari ragionamenti dei nostri Esperti.
Se unanime è il verdetto che nulla tornerà come prima, sulle diversità si allargano a ventaglio e si contrappongono le previsioni, in un fantasmagorico caleidoscopio di un prossimo futuro immaginato e previsto.
Per dovere di sintesi le previsioni possono, però, essere raccolte in due schiere contrapposte, le une prevedenti un futuro, un dopo migliore, già iniziato con i proponimenti che dalle voci soprattutto della politica provengono, di fare finalmente tutti il proprio dovere, di ridurre il gravoso peso della burocrazia, di snellire e velocizzare l’iter della Giustizia, di rinascere ad una nuova visione della vita e della umana coesistenza, di essere tutti più bravi e più buoni. Propositi che ad ogni inizio di Anno si ripetono, anche senza Coronavirus.
Sul versante diametralmente opposto, sull’altro fronte, si direbbe in termini militari, si schierano invece i pessimisti, in altra epoca non più tanto recente si sarebbero detti “disfattisti”, che invece vaticinano un futuro crudelmente peggiore, in cui il “distanziamento sociale” diverrà una realtà, non più transitoria, ma consolidata e perenne, realtà in cui prevarrà un “sano egoismo” secondo una dizione universalmente riconosciuta, una realtà sociale ancora più negativamente individualista, competitiva e discriminante, materialista e dimentica del bene comune, cinica e arrivista, ancor di più priva di senso morale e di attenzione verso le legittime necessità degli Altri.
In poche parole una copia notevolmente peggiorata e abbrutita, di quanto già avevamo prima della pandemia.
Si evince quindi che i massimi esperti della Scienza del futuro abbiano sviluppato previsioni contrastanti e difformi, sulla base di proprie osservazioni e deduzioni, suffragate da comprovate teorie scientifiche e sociologiche.
Io, nel mio piccolo di psichiatra terra terra che procede osservando quanto accade intorno a Lui e lo confronta con quanto è accaduto nel passato, recente o remoto, traendone delle conclusioni, sono arrivato, modestamente e umilmente alla deduzione, forse semplicistica, che nulla cambierà e tutto, passato un primo momento di inspiegabile euforia, tornerà come prima, altrimenti non troverebbe spiegazione il fatto storico che dopo ogni guerra, conclusasi inevitabilmente con la vittoria di un contendente e la sconfitta dell’altro, ma anche con la solenne promessa di non fare più inutili guerre, poco tempo dopo ne sarebbe iniziata puntualmente un’altra.
Quella che fino a ieri era solamente una ipotesi di probabilità è divenuta oggi una scientifica certezza, quando oggi nel mio studio è entrata una nuova paziente, regolarmente munita di mascherina a coprire naso e bocca, ma la suddetta mascherina, firmata da un famoso stilista era di stoffa pregiata, di gran qualità e leopardata, secondo i gusti moderni.

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Roma, 12 maggio 2020

L’Aggressività al Tempo del Coronavirus

Il Coronavirus, accanto agli innegabili e gravissimi danni che ha comportato, che comporta e che comporterà alle nostre esistenze, oltre naturalmente alle vite che ci ha rapito, ha qualche modesto, assolutamente involontario merito, per chi ha desiderio e interesse di studiare il comportamento umano, quando si trova esposto a differenti situazioni, come questo comportamento cambia rapidamente e sempre allo stesso modo, quando mutano, anche di poco, le condizioni esterne.
Mi piace osservare le persone, i loro volti, i loro atteggiamenti, gli abbigliamenti che indossano, gli accessori, in primis le scarpe, che rivelano moltissimo, le loro movenze, le espressioni del viso, i loro gesti automatici e inconsapevoli, a volte, se sono fortunato dei frammenti di conversazione.
Un osservatorio privilegiato e ottimale è l’autobus o il tram, entrambi fonti di un campionario umano interessantissimo e estremamente variegato.
L’osservazione migliore si attua quando il mezzo di trasporto è semivuoto, o comunque poco frequentato. Allora si colgono le occasioni più interessanti di osservazione e di studio.
Per prima cosa bisogna scegliere in nostro soggetto di osservazione, tra le persone presenti e non affiderei questa scelta alla pura razionalità, ma mi lascerei guidare dall’istinto che via via si affina con l’uso, lasciando a lui la libertà di fissarsi sul soggetto che spesso del tutto irrazionalmente ci attrae.
Una volta individuato il soggetto di osservazione, bisogna procedere con metodo, dal basso in alto, o viceversa, senza trascurare nessun particolare, anche il più insignificante, a prima vista, ma che potrebbe rivelarsi prezioso nella nostra indagine.
E’ indispensabile porsi in una posizione ove l’osservazione è possibile e delle migliori, ponendo moltissima attenzione a non essere individuati come osservatori, assumendo possibilmente un’aria svagata e distratta.
Mai fissare direttamente il soggetto, men che meno a lungo e con insistenza, procedendo però ad un esame ed una catalogazione metodica di ogni particolare, anche il più apparentemente insignificante.
Particolare attenzione va rivolta all’orologio da polso, soprattutto per gli uomini e ad eventuali braccialetti al polso. L’osservazione deve essere continua e discreta, mai invasiva e irrispettosa.
Con il tempo e l’esercizio si possono ottenere risultati molto pregevoli.
Perché questo lungo preambolo? Perché l’uso dei mezzi pubblici in questi tempi ci fornisce un fulgido esempio di come in un brevissimo lasso temporale i nostri comportamenti e le nostre reazioni istintive, siano mutate radicalmente, come ho premesso.
Ora vige il rigidissimo precetto del distanziamento sociale, piuttosto difficile da realizzarsi in uno spazio piccolo come un mezzo pubblico, ma a prima vista, sembra che tutti siano animati da cortese e rispettosa buona volontà, producendosi in sorrisi, ammiccamenti e gentilezze varie fino a che il messo di trasporto pubblico è semivuoto e il distanziamento sociale può essere pienamente realizzato.
Ma è sufficiente che alla prossima fermata nessuno scenda abbandonando il mezzo e” horribile visu”, invece dei nuovi passeggeri salgano aumentando evidentemente il numero di questi e conseguentemente riducendo lo spazio vitale di ognuno , perché uno stato di palpabile e crescente tensione emotiva, si insinui subdolamente tra gli ospiti del mezzo di trasporto, i quali iniziano a guardare i nuovi saliti, con insofferenza e ostilità, che spesso raggiunge i limiti superiori dell’odio vero e proprio colpevolizzandoli per essere saliti e quindi aver osato ridurre il loro spazio vitale. Tutto questo avveniva già in tempo di pace, ma ora, che la guerra contro il Coronavirus è stata proclamata e vige ancora il coprifuoco, con conseguente divieto di assembramento, la attenzione al rigorosissimo rispetto delle distanze di sicurezza è diventata assillante e angosciante.
Scene di guerriglia urbana sono frequenti tra i passeggeri, che solo poco prima, ad autobus vuoto, si sorridevano, se, riducendosi lo spazio disponibile, uno di essi si avvicina troppo all’altro anche inavvertitamente e distrattamente, manifestandosi e rendendosi evidente una aggressività abnorme, insorta e sviluppatasi in brevissimo tempo e nello spazio tra una fermata e l’altra.
Questa rapidità nel mutamento di atteggiamento, passato da una cortesia di maniera ad una immediata aggressività verbale, se non addirittura fisica, dà la misura di come l’epidemia abbia radicalmente mutato e in brevissimo tempo il nostro sentire e la nostra disponibilità verso gli altri, assottigliatasi talmente da essere superata, in un battito d’ali e senza alcun freno inibitorio, morale, culturale. Non che questa aggressività non fosse già presente in alcuni di noi, ma ora si attiva e si esprime con molta maggiore facilità e immediatezza, come se ogni altro essere umano fosse non più una persona come noi, ma un potenziale pericoloso nemico da tenere lontano.
Colpa del Coronavirus tutto questo?
A mio parere no. Il Coronavirus l’ha solo evidenziato

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Roma, 14 maggio 2020

Fabrizio Labarile
INFERMIERA PROFESSIONISTA – utile contro il coronavirus –

Dopo oltre due mesi, mi reco a visitare il mio amico Giovanni indisposto,che non incontravo da Natale. Appena varco il cancello per raggiungere la porta d ‘entrata, noto nel giardino che la stanza adibita a deposito degli attrezzi agricoli , è stata adattata ad abitazione. Dopo aver salutato con affetto Giovanni , chiedo :” Ma tu ,con tutte le stanze che hai a disposizione nell’appartamento, hai destinato il deposito del giardino in alloggio ?” Il mio amico a cui, presumibilmente,era stata fatta più volte la medesima domanda, mi risponde: “Aspetta un attimo ! Ti faccio subito parlare con l’autrice di questo ….misfatto.” E, mentre accompagna la sua frase con un beffardo sorriso, chiama la figlia Agatina. Lei , come al solito,molto gentile, prima mi saluta e s’informa come stanno i miei e, poi,si rivolge al suo babbo per appurare cosa desidera. Giovanni esorta la figlia a soddisfare la mia curiosità circa la stanza (ex deposito) del giardino. La giovane , sciorinando un sorriso solare, afferma: “ Come tu ben sai, io sono un’infermiera professionale. Da quando è scoppiato il Coronavirus mi hanno assegnato al reparto Covid, attrezzato con urgenza per fronteggiare i tanti ammalati. Per evitare che, anche attraverso gli abiti, io possa infettare i miei o i vicini di casa, abbiamo trasformato il deposito in una stanza ammobiliata. Pertanto, quando vado e torno dall’ospedale mi reco in quella camera e mi cambio. Naturalmente ,quasi ogni giorno adopero altri vestiti ,in modo da evitare di trasmettere un eventuale contagio.” Appagata la mia curiosità, chiedo alla giovane qualche dettaglio circa gli ammalati :” C’è il rischio che questa epidemia faccia ancora vittime. E dimmi : La presidenza dell’ospedale vi ha prospettato o già elargito un compenso supplementare per il vostro impegno nel combattere il Coronavirus ? ” L’infermiera ,con la medesima sicurezza di quanto effettua un esame ad un ammalato, afferma:” La struttura è stata studiata per evitare qualsiasi invasione da e per gli altri reparti. I controlli sono estremamente severi sia verso i parenti che verso il personale. Mentre per il salario , ci è stato promesso un aumento ragguardevole. Io e i miei colleghi ,per ora, lo stiamo aspettando” E prima che io possa aggiungere ulteriori quesiti; la ragazza ,con molta educazione si accommiata da me ,perché questa sera ha il turno di notte. Alquanto soddisfatto dalle risposte di Agatina,mi rivolgo al padre esprimendo un mio concetto circa la situazione di tanti dipendenti sanitari e non :” E’ mai possibile che in questa nostra Nazione non siano premiati la professionalità e l’impegno di chi ha responsabilità enormi e fa interamente ,e anche di più, il proprio dovere?” Giovanni , a cui mi lega un’amicizia affettuosa di vecchia data, mi risponde: “L’Italia si comporta come una matrigna cattiva. I figli che espletano il loro lavoro con serietà, si comportano con raziocinio in tutte le occasioni e rispettano le normative deontologiche, li tratta con severità. Se sbagliano o commettono qualche inadempienza,sia pure per causa maggiore ,li punisce senza nessuna intransigenza. I figli che hanno avuto la fortuna, e spesso l’aggancio clientelare, di ottenere compiti di prestigio e onorificenze, vengono osannati e se, anzi, quando sbagliano o compiono delle nefandezze ,vengono perdonati e, magari premiati. Tu ed io , ma tantissime persone, per fortuna siamo dei figliastri a cui piace ottenere degli attestati di stima o promozioni con il sudore della propria fronte.

Santeramo 12. Maggio 2020

TANTE SENTENZE -nonostante il Coronavirus –

In attesa dei vari campionati di calcio ,molte persone si stanno allenando, almeno negli ultimi giorni, a tifare pro o contro la vicenda di Silvia Romana. Altre,invece, abituate a blaterare spesso a sproposito , hanno espresso il loro giudizio di condanna ,anche con parole e frasi subdole e, molte volte,xenofobe contro la volontaria; senza, tuttavia, immaginare cosa significa essere prigioniera per ben diciotto mesi. Il motivo principale, per cui tanti offendono questa giovane che , a prescindere da tutto, ha svolto un ruolo umanitario di grande impatto caritatevole a favore di molti poveri bambini africani, è la sua conversione all’Islam. Riteniamo che non sia un delitto ,quando una persona adulta e in piena libertà e coscienza, decide di rinunciare alla sua religione originale per abbracciarne un’altra. E, comunque, nessuno deve permettersi di esprimere giudizi ,e meno che mai calunnie personali che, per il buon senso comune, evitiamo di citare, verso questa ragazza prigioniera errante per un anno e mezzo. Coloro che ,invece di pensare ai tanti problemi che il Coronavirus ci sta causando , si vestono con l’armatura delle crociate ed inveiscono contro una sola persona,peraltro inerme e sofferente dopo la lunga prigionia, non si possono definire cattolici ,e meno che mai civili, ma semplicemente razzisti. Se la nostra volontaria ha deciso di scegliere la religione del Corano, sono fatti suoi. Se continuerà a farsi chiamare Aisha invece di Silvia sono sempre fatti personali. Tuttavia, dall’altro lato della bilancia, é consolatore il pensiero che la maggior parte degli italiani, nell’esprimere solidarietà alla giovane cooperante , ritiene che il nostro Governo abbia fatto per intero il proprio dovere liberandola, anche se ha dovuto pagare ,secondo i bene informati, un riscatto ragguardevole. E’ opportuno auspicare che ben presto, terminato il momento dell’ira di tante persone che, dispiace constatarlo, dimostrano un grande egoismo e un basso strato di civiltà ,la giovane Silvia sia lasciata in pace. Non soltanto i semplici cittadini tramite i social network, ma anche diversi giornali, specialmente di destra, si sono sbizzarriti nell’indicare la cifra del riscatto uno scandalo nazionale. Cosa doveva fare il nostro Governo ! Permettere che una giovane nostra connazionale fosse trucidata ? A molti sfugge il fatto che in passato per casi analoghi si è sempre pagato . Questa regola è ormai una prassi consolidata in tutte le nazioni; e ,pur non volendola nessuno, tutti sono costretti a subirla. Riteniamo che nessuno ha il diritto di esprimere giudizi,tali da sembrare che questa ragazza corra più rischi ora in Italia che durante la sua prigionia; quando ha vissuto per diciotto lunghi mesi nella foresta nelle mani di feroci terroristi ,sopportando tappe lunghe a piedi, freddo e,in parte, anche fame e sete. Noi tutti che, nel frattempo stavamo in libertà e comodi nelle nostre case ,dobbiamo semplicemente tacere ! Neppure la sofferenza e i tanti lutti e disagi di questa pandemia ha insegnato a noi tutti e, in particolare ai tanti cittadini, sempre pronti a giudicare ed emettere sentenze irreversibili su faccende e persone,di cui non sono informati. E’ necessario invitare costoro e certi organi di stampa a riflettere, prima di eruttare menzogne, e sopratutto considerare che la vita ,anche di una sola persona è sacra a prescindere dalla razza, dal colore della pelle , dall’appartenenza politica e dalla religione.

Santeramo 15 Maggio 2020

Nicla Vassallo*
IL MIO MODESTO J’ACCUSE CONTRO L’INGIUSTIFCATA OMOFOBIA DI PAPA BENEDETTO XVI

domenica 17 maggio 2020

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In prigione, per lo più devastati da un inesauribile smart working (smart?), che ha raddoppiato quotidianamente le nostre ore lavorative, qualche giorno orsono, a Papa Benedetto XVI debbono aver suggerito che si stava perigliosamente avvicinando la giornata del 17 maggio, contro l’omofobia. Quale occasione migliore per rientrare, alla grande sulla scena, mentre alcuni suoi fedeli cattolici (ovvero, non tutti i cattolici, anzi) stavano inghiottendo il Coronavirus, quale una delle consuete punzioni divine per i loro peccare?

Lui, l’Emerito (tal titolo per un Papa da dove sgorga?) è uscito in Germania con un volume di bel mille pagine (1000 pagine!), diponibile in traduzione italiana il prossimo autunno. Già, vuol sul serio cavalcare la scena a ogni costo.

Lungi da me, spendere parole e parole sull’omofobia del Papa tedesco, parole al vento in cui gli amori omossessuali si traducono in un credo anticristiano, e, pertanto il matrimonio (pure civile?) tra persone same-sex verebbe a costituirebbe una vera e propria minaccia per una Chiesa schiacciata da una pseudo “dittatura mondiale di ideologie, apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi dal consenso sociale di fondo”.

Il Papa tedesco non esita neanche a sostenere che “Cento anni fa tutti avrebbero considerato assurdo parlare di un matrimonio omosessuale. Oggi, invece si è scomunicati dalla società se vi si oppone”. I conti storici non mi non tornano, eppure sta difatto che, nel frattempo, gli eventi abbiamo attestato quanto lo squilibrio della fede abbia di parello, condottto a un disagio dell’esistenza di crisi cattolica. And so?

Non l’unico tra i tedeschi ad aver al cospetto dei propri occhi la punizione, per nulla la pena, il Papa tedetesco coltica l’omfobia nell’ambito di una religione professata dal 20% della popolazione mondiale.

Troppe vittime ieri e oggi causate dall’odio nei confronti della comunità LGBT. Ancora troppi pochi anni son passati da quando almeno a livello scientifico l’omosessualità ha smesso di esser considerata una malattia mentale: il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali solo nel 1973 ha ricusato l’omosessualità dall’elenco delle proprie patologie psichiatriche, mentre l’OMS lo fece nel 1990.

Il sito della Treccani definisce l’omofobia come “la paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità”. Secondo la Risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa (2006), “l’omofobia si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza». Sono stati anche ampiamente studiati gli aspetti psicologici profondi che stanno alla base di tale timore anche nelle persone omosessuali; si parla quindi di o. interiorizzata per indicare l’accettazione conscia o inconscia da parte di gay e lesbiche di tutti i pregiudizi, le etichette negative e gli atteggiamenti discriminatori, di cui essi stessi sono vittime. Secondo vari studiosi, l’omofobia interiorizzata dipende in gran parte dall’effetto modellante dei pregiudizi sociali omofobi su un adolescente che sta scoprendo la propria omosessualità. Un gay o una lesbica che fin dall’infanzia percepisce intorno a sé pregiudizi e atteggiamenti negativi – espressi in forma implicita o esplicita – nei confronti dell’omosessualità può quindi essere indotto a interiorizzare (e cioè ‘credere fermamente a’) parte di tale complesso di pregiudizi sociali, finendo non solo per costruirsi un’immagine di sé negativa proprio in quanto omosessuale, ma sviluppando anche atteggiamenti di rifiuto e persino omofobi verso gli altri omosessuali. Tale processo di distorsione del naturale processo di formazione della personalità è tanto più influente in quanto gay e lesbiche crescono generalmente senza modelli positivi di riferimento e nella maggior parte dei casi senza poter trovare nella famiglia d’origine un adeguato supporto.

Benedetto XVI, che si scaglia senza remore contro i diritti delle persone omosessuali (tra cui anche quello del riconoscimento sociale dell’affettività) è un qualcosa di inaccettabile gravità che travalica la libertà di parola e deve esser condannato così come condanniamo qualsiasi forma di estremismo religioso e terrorismo. La tempistica rende queste pagine ancora più colpevoli perché si insinuano subdolamente in un momento di estrema povertà, disperazione, paura e sofferenza mentale per l’epidemia che ci ha colpito; condizioni estreme che già in passato la “sua” Germania ha dimostrato essere terreno fertile per totalitarismi atroci e omicidi. Come non ricordare quindi che la Germania di Hitler – e poi il “nostro” fascismo – portarono all’omocausto, per cui dovemmo aspettare quasi 60 anni (fino al 2002 non cinquant’anni fa!) per una scusa formale da parte della Germania per tutti quegli omosessuali perseguitati, deportati e atrocemente trucidati dal nazifascismo? Come non ricordare come i falsi I Protocolli degli Anziani di Sion abbiano poi portato a milioni di vittime di ebrei? Cosa aspettiamo a condannare l’omofobia anche quella clericale? Non possiamo continuare ad aver paura dell’enorme peso del cattolicesimo in Italia e finire per contraddire ancora una volta non solo il principio di laicità ma lo stesso spirito democratico e contro ogni discriminazione della nostra Costituzione? Bisogna quindi avere il coraggio di indignarsi e di accusare apertamente chi all’interno della Chiesa si professa o dimostra sostanzialmente omofobo, incitando all’intolleranza, alla discriminazione e in ultima istanza all’odio. Le parole di Papa Benedetto XVI rischiano di essere altrimenti I Protocolli degli Anziani di Sion della comunità LGBT!

Si tratta di un apparato ideologico che si contrappone all’amore inclusivo predicato da Papa Francesco, con il quale è chiaro un conflitto a tutto campo. Stiamo vivendo una lotta all’interno della Chiesa, che è specchio di una lotta che serpeggia nella nostra società: luce contro ombra, amore contro odio. Papa Francesco, poco prima del lockdown mondiale, ha dichiarato che “le persone omosessuali debbano essere rispettate e accompagnati pastoralmente”; “Dio ti ama così come sei, e anche io”. Ciò spalanca un porta chiusa nei confronti delle persone omosessuali di fede cattolica.

Se amiamo la democrazia e l’Italia opponiamoci alla pubblicazione e lettura di queste, abbiamo il coraggio di andare oltre il political correct e ribadire il primato della laicità italiana su ogni fanatismo e credo religioso. Le conseguenze le abbiamo viste in passato nei camini dei campi di concentramento e li vediamo nel 40% dei Paesi al mondo che ancora perseguitano penalmente gli omosessuali.

In memoria di Delia Vaccarello Colta e attivista

(Palermo, 7 ottobre 1960 – Palermo, 27 settembre 2019)

*Studiosa di fama internazionale, specializzatasi presso il King’s College di Londra, è professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Genova.

Antonietta Tiberia
OMNIA VINCIT AMOR

Lo sentivo tubare

sempre più forte

DRRR DRRR DRRR

e non vedevo niente

ma stava lì fra i vasi

in attesa

piccione innamorato

e con l’occhio arancione mi spiava.

 

Un rumore leggero

un balzo sulla groppa

e il verso si fa dolce

e prolungato

drrrrrrr drrrrrrr drrrrrrr

e poi

un breve frullo d’ali

nell’aria nero bianco grigio

e si alzano in volo

i due piccioni

appagati e felici.

Roma, 9 maggio 2020

 

Nicola Prebenna
Per correr migliori acque (inedito)

S’alza come sempre all’orizzonte il sole

e sopra le città vuote di vita

e brulicanti d’anime in pena

deposita il tepore di calda primavera.

Notte fonda nei cimiteri lombardi

per troppa ressa di quanti anzi tempo

e d’improvviso rapiti sono stati alle aure

fidate del giorno; che io canti con il velo

sugli occhi il pianto dei parenti, amici

e soccorritori, impotenti a sedare la furia

del morbo che, per vie silenziose e strane

approdato in terra nostra, tanto nuoce

e tante vite annienta. E la litania triste

del dolore conforto rechi a chi resta,

e monito si faccia per timonieri e ciurma

a che per il tempo che avanza ad accorte

misure protettive attendano, e sicura

rendano la rotta per passeggeri ad altra

meta diretti. Almeno in futuro risparmiato

sarà lo spettacolo triste di anime sole;

e composte bare destinate alla diaspora

un incubo da sogno saranno da cui il paese

e il mondo si sentiranno liberati,

con la mano di Dio benedicente

e la tenacia degli operatori della salute.

26

 

Frange il silenzio sordo rumore di motore

che spazio s’apre lungo le strade deserte

e come pompiere in azione dissemina

spruzzi salutari a difesa preventiva

della salute comune. S’impone misura

necessaria perché leggerezza di persone

distratte ha lanciato in circolo il virus

letale e dalle corsie d’ospedale chiamate

in tempi normali a dispensare salute

s’appalesano quanti prima, a vista,

esibivano buona salute; e sono di ogni età,

soprattutto anziani che per altri malanni

pregressi il fianco hanno offerto impotenti

all’aggressione feroce del nemico.

Ed alcuni resistono intubati negli ospedali

della zona, altri più lievemente colpiti

o da difese immunitarie più solide protetti,

percorrono la via crucis del percorso

salutare entro le mura domestiche;

altri soccombono e, tra questi volti

cari e noti, riconosci amici e benemeriti

del vivere civile. Non s’arresta la lista

che scorre ed anche in luoghi di cura

s’abbatte la frusta del nemico e fortino

diviene di corpi malati; il primato triste

in ambito provinciale è segnato, e noto

è a tutti in Italia che la nostra città

è dichiarata zona rossa, lazzaretto

del nostro tempo, chiamato a leccarsi

le ferite entro le sue mura che altre

sciagure hanno nel passato subito.

57

Lontanando flebile si fa l’eco del motore

che si spegne e s’accampa allo sguardo

che fisso rimane la sequela bruna

dei camion militari nella martoriata Bergamo

che a tratti cadenzati ma scorrevoli

compiono impotenti l’ultimo oltraggio,

portando lontano dagli affetti domestici

le spoglie mortali di coloro che spazio

non hanno tra amiche sepolture e che,

per numero imprevisto, destinati sono

alla impietosa cremazione. L’ultimo

camion della prima missione pausa si fa

al pianto che in altro giorno ed in altra

città riprenderà a scorrere all’imperversare

del morbo che sempre più furente

s’abbatte, sui più deboli con maggiore violenza.

73
Dapprima in Cina è comparso il virus

e dopo le incerte risposte e le prime ipotesi

s’è capito che grave era il pericolo

e presto straordinarie misure sono state attivate

a bloccare la diffusione del morbo

che in tempi veloci s’è fatta epidemia.

Provvedimenti acconci han disposto

le autorità e dopo rinunce e sacrifici

pare al momento stia tornando la quiete,

pur se sul numero dei caduti per via

volano congetture diverse: alle cifre

dei comunicati ufficiali seguono in sordina

dati ufficiosi di ben diverse conseguenze.

Problemi di statistiche che non leniscono

la pena di quanti hanno perso affetti cari.

88
Sicuro il mondo lontano s’avvertiva

e se pur pensava a inevitabili negative

conseguenze ne immaginava diversa

la portata, e che non potesse mai trattarsi

di un iceberg lanciato contro il tranquillo

Titanic in festosa navigazione sembrava

certezza assoluta; l’orchestra ha continuato

a seminare nella sala ignara note di gioia

e d’allegria, quando i primi sussulti

hanno interrotto l’atmosfera serena

della festa. Ed è così che quel che sembrava

fatto lontano nello spazio e nel tempo

diviene realtà, da prendere in conto,

con cui confrontarsi, a cui reagire.

E partono le prime misure a chiusura

dei focolai del lodigiano prima,

delle regioni più esposte poi, e con l’alto

numero dei contagi, dei sospetti, emerge

chiara l’inadeguata nostra struttura sanitaria.

In tanta pochezza di mezzi rifulge l’impegno

generoso di medici, infermieri e personale

sanitario che, dotati di vivo senso

del dovere, irrompono nella battaglia

senza armi e protezione adeguate

e finiscono spesso per condividere

con gli ignoti pazienti sorte e spesso

anche la morte. Il loro numero s’è fatto

di giorno in giorno sempre più lungo

e non s’arresta.

117
Fuga precipitosa c’è stata nella notte

e orde di veloci passeggeri hanno preso

d’assalto treni, autobus e occupato mezzi

privati a fuggire il pericolo e portarsi

lontano, dai trepidi cari in luoghi lontani

e pensati sicuri. Manovra audace

e spericolata, poco curante della salute

dei cari a cui in parte hanno affidato

il germe che danni e morte hanno sparso

in zone tranquille; e là dove alto il sole

splendeva il buio s’è accasato ed ora

territori felici si coprono di zone d’ombra

e, oltre agli ammalati, alcuni sono caduti

ed erano amici, don Antonio mite

e suor Emilia educatrice in uno

con il politico attivo nel promuovere

sviluppo e progresso per l’intera provincia;

ed altri ancora, umili persone trafitte

non dall’età soltanto, dal male

che imprevisto ha troncato le loro vite

serene. E zona rossa è la nostra, la nostra

città bloccata, e necessario è stato

il provvedimento, utile se in sintonia

con l’accorta condotta dei cittadini

s’accordano le scelte di quanti hanno

a cuore le sorti delle strutture sanitarie

e della salute di tanti.
144
Solidarietà s’è mossa e speranza è nata

che arrivassero in fretta dispositivi

di protezione individuale per medici

e infermieri; lunga è stata l’attesa

ed evidente il ritardo con cui la risposta

è stata approntata, mentre l’attesa

si fa tormento e l’incertezza sul presente

s’accampa sovrana. Mentre trambusto

s’alza nei reparti dell’ospedale

e si blocca la casa di cura per anziani,

dove tanti sono stati trovati vittime

del virus, nelle private case raccolte

giacciono famiglie, prigioniere

senza ragione; solo perché nell’aria

il morbo infuria e capriccioso s’aggira

senza bussola e senza itinerari prefissati,

ed arma utile non resta che il bando

alle abituali carezze e la lontananza.

162
Si dedicano alcuni ad azioni da tempo

dismesse, ritrovano passioni antiche

e apprendisti tornano di tecniche

nell’età adolescenziale sperimentate;

e ritrovano gioia scomparsa e sommersa

nelle premure eccessive per il pane

quotidiano, e per companatico che appare

a volte superfluo; anziani intenti a seguire

i tanti programmi che la televisione

propone a tutte le ore, occasioni di legame

con il mondo, e meno triste si fa la solitudine.

Uccelli in gabbia i piccoli bimbi

svolazzano di qua e di là in stanze anguste

e tra televisione, telefonino e divano

ingannano il tempo, fortunati se irrompe

nella casa lieto il sole ad illuminare ore

di faticosa attesa; ragazzi e giovani

vocati allo studio hanno aperto le menti

e l’energia al piacere d’apprendere

anche a distanza e così di giorno

in giorno viva è rimasta la conquista

di ulteriori spazi di sapere e passi lenti

ma decisi sono stati assicurati.

185
Sogno rimangono gli spazi aperti,

ed il pensiero corre alle salutari

passeggiate en plein air, alla corsa

per i sentieri di campagna ora deserti,

agli allenamenti sospesi sui campi

di calcio e nelle palestre e piscine del luogo.

Fervono i luoghi aperti a soddisfare

i bisogni di molti, e sono le farmacie

e parafarmacie che dispensano a tutti

quel che è utile a preservare salute

e benessere, con tanti in coda a debita

distanza e protezione adeguata;

anche pullulano di presenze scaglionate

i supermercati della zona e s’adoperano

solerti commesse e commessi a soddisfare

le richieste di chi, per eccesso di scrupolo

e di zelo per il rispetto delle norme,

inchiodato rimane alle mura domestiche;

e almeno in questo modo è assicurata

a molti la manna quotidiana. E servizio

prezioso dispensano i valorosi volontari

dei servizi sociali e delle associazioni

che posti si sono in aiuto dei tanti

bisognosi, se in tempo giunge il grido

di soccorso e se tempestivo si fa

l’intervento risolutore.

211

Non è la stessa attesa in casa di molti,

perché sospeso da oltre un mese

è il flusso lento del denaro frutto

di quotidiani impegni di scarso valore

in grado di assicurare il pane di ogni giorno,

e s’approssima alla fine il gruzzolo

della vocazione alla formica del tempo

che è volato; vuota, la pancia reclama

di essere soddisfatta e le autorità

s’affannano a disporre benefici

che si perdono sulle scie degli annunci

sbandierati e spesso arrivano

a destinazione fuori tempo massimo.

Lunghe file di bisognosi in attesa

dinanzi agli usci delle sedi Caritas

e locali attrezzati a provvedere

ai bisogni degli indigenti, dei barboni,

dei senza case e si prova a sfamare

quanti sono alla mercé delle anime

di buona volontà. Nel cuore della bufera

son piombati i dannati della terra,

fuggiti da zone in pericolo, in guerra,

e approdati in luoghi dove moderna

e spregiudicata schiavitù li blocca

in ambienti malsani, insicuri e senza dignitose

prospettive. Senza lavoro e senza sussidi,

esercito di braccia conserte attende

dubbioso che pietosa una mano in loro

soccorso intervenga; ed oltre alla folla

d’immigrati si aggiungono i precari

del quotidiano che, dandosi da fare

con piccoli lavori pagati in nero, hanno

visto svaporare la manna dalle mani

ed ora patiscono il peso dell’assenza

del necessario sostentamento.

246

Passata la tempesta, dovere del potere

si spera che sia rimettere ordine

nella catena dei diritti e della solidarietà,

così che il minimo vitale sia a tutti

assicurato e scoraggiata la disperazione.

Soccorre a tanti in questa triste realtà

il conforto della preghiera e affidarsi

a colui che consola, che protegge,

che salva, e corale si fa la preghiera,

l’accorata implorazione, pur se le chiese

vuote e chiuse rimangono alla pietà

dei fedeli, che altra comunione di vita

sperimentano, pur inchiodati alle poltrone

di casa; il Dio che atterra e suscita

che redarguisce e premia non bada

alla forma ma alla purezza di cuore

e largisce se non il dono della guarigione

almeno il conforto di una serena

sofferenza e di morte dignitosa.

265

Sotto lo sguardo sofferente del Cristo

esposto alla pioggia ed al silenzio

della piazza immobile, vuoto s’apre

il colonnato del Bernini nella piazza

larga ed ampia, e riecheggia l’eco

che avvolge la città eterna e il mondo

distante in comunione di spirito; avanza

solitario il servo dei servi, ai piedi si porta

del Cristo crocifisso ed a lui affida

la cura delle anime, la fine del morbo

che sempre più si diffonde; s’allunga

la lista dei decessi, dei ricoverati e pare

sempre più decisa la presa su persone

diverse, anziani, giovani, e anche persone

di più tenera età. Il cielo è scuro,

tenebre diffuse serrano la piazza grande

senza presenze e si popola la mente

degli oranti distanti, della litania

dei mezzi militari che dai tristi depositi

partono per luoghi lontani dalla pietà

dei cari, e tocchi con mano che il male

ha contaminato non solo il corpo

ma ha pure ferito il cuore dell’uomo

prostrato a fronte di tanto dramma.

S’alza benedicente la mano che sostiene

il santissimo ad allontanare il flagello

e ad erigere difesa a tutela di tutti

nei paesi e continenti diversi, perché il male

sfugge ai controlli delle frontiere e tutti

coinvolge nella stessa incolpevole condanna.

Chiara è la speranza per tutti e per loro

si fa la preghiera, convinti che la mano

soccorritrice del Padre infine distanzierà

la minaccia e tornerà il ramoscello d’ulivo

ad annunciare dopo il diluvio tempi nuovi.

300

Altre volte l’umanità ha patito condanne

esemplari ed esperienze dolorose,

e nitido affiora il ricordo delle acque

senza fine ad annegare la malizia

dell’uomo astuto deciso a farsi dio

e rinnegare i fratelli. L’arca ripopolò

la terra e il ramoscello d’ulivo segnò

la pace fatta tra il cielo e la terra

e l’arcobaleno si posò sulle acque

in calo; anche in altro tempo

sulle piaghe dolorose, al tempo

delle vacche grasse, si sedimentò

la voglia matta di fare da soli,

ed ancora una volta una mano invisibile

disseminò ferite e procurò carestie.

Ed in tempi a noi più vicini altre

calamità sono divenute di casa

e sempre più flebile appare la forza

dell’uomo, esile canna che impotente

s’offre al vento che spazza e che spezza.

Anche domani volerà la colomba

dello scampato pericolo e ripartirà

l’avventura del domani, fortunati

se la lezione dell’oggi segni avrà

lasciato di vita rinnovata e pegno

di ritrovata fraternità.

326
Stare in casa è il messaggio che a tutti

si rivolge e c’è gente che ha per casa

la strada, senza ricovero e senza giaciglio

confortevole e, non potendo contare

sull’obolo della carità, affogano la speranza

nell’attesa di cuori e mani generosi.

S’aprono le porte della disponibilità

e meno vuota appare la strada di quel

che ancora manca a compiere per intero

il viaggio. Anche tra stanze anguste

è diffusa l’angoscia del poco

che scarseggia per lavoro precario

e senza contratto, svolto all’occorrenza,

ed oggi vuota rischia di rimanere la scarsella

e nel languore dell’attesa il ventre vuoto.

341

Altri ancora e sono tanti ai bordi

dei campi bloccati per legge e per condizione,

e sono i migranti che guardano ai campi

con poca speranza e il timore che il poco

posseduto scompaia e si ripiombi nel caos

di partenza. Tra tante miserie che s’appalesano,

la foglia di fico rimossa rivela le tante

vergogne che fanno di un paese civile,

che le radici affonda nel culto del bello,

teatro di scene indecenti; ed è la mano

pesante sui deboli che affidano alla precaria

condizione di migranti il desiderio

di migliore futuro, mentre sciacalli voraci

dilaniano carni incolpevoli. Attivisti

e professionisti abbacinati dal dorato

riflesso del danaro si curano poco di quanti

rimangono per via e s’allunga la fila

di quanti provano con mezzi di fortuna

di sopravvivere nel modo migliore.

360

Strage s’annuncia anche in luoghi sicuri

e case di cura per persone anziane

gabbie son divenute di contagio diffuso

e non sempre per colpa, per fatalità soltanto,

alcuni sono stati senza preavviso

consegnati alla morte in agguato, mentre

altri han potuto guardare, dal sicuro

della riva raggiunta, il pericolo presente

nel fiume superato; altri ancora, confinati

in casa, hanno percorso il calvario

di cure efficaci e sono tornati vittoriosi

a celebrare il sole e il suo splendore.

372
Dolorosa è l’attesa tra mura domestiche

di quanti lamentano fastidi e dolori

ed alcuni sono anche contagiati; tardano

ad arrivare idonei interventi e ci si affida

al buon dio e al conforto di generose

squadre di soccorso e di amici

che dispensano per etere il balsamo

della consolazione; e sperano che il soffio

della morte scivoli a lato e si allontani.

Pure però qualcuno è mancato e triste

per amici e parenti s’è fatto il distacco:

in solitudine le bare al camposanto giungono

senza conforto delle persone care

e sul loro addio al mondo cala

il silenzio che stordisce e che grida

impotente la sua condanna.

388
Fatica è lo stare in casa per bimbi svegli

e in movimento e anche se distratti

positivamente dal piacere dello studio,

dal sollievo del gioco ripetuto, puledri

impazienti scalpitano e sognano l’erba

del campo su cui scalciare a piacimento.

Sosta salutare restare a casa per gli amanti

della quiete e nostalgici del tempo

da recuperare sfuggito nella morsa

della ricerca dell’immediato, nello spasimo

per attimi di gloria e di successo;

e scoprono invece che più semplici cure

dispongono alla serenità e al piacere.

401
Nelle alte sfere del comando ferve l’impegno

a predisporre idonei interventi a tutelare

la salute di tutti, a garantire servizi

essenziali e attività economiche necessarie;

e come per antico vezzo il polverone

delle polemiche s’innalza e insistita

si fa la tenzone; errori se ne fanno,

che scelte adottate si inquadrino nel solco

del progettato futuro immediato e lontano

è scritto nell’ordine naturale delle umane

vicende, che si possa trovare utile

raccordo tra chi siede sulle sponde

opposte della vita democratica molti

lo auspicano, ma pur sempre ciascuno

è al proprio guscio avvinghiato.

Rasserenato il cielo, si tornerà a interrogare

la storia, a individuare colpe e meriti

e ben che indietro non si torni, almeno

che la lezione si tragga e valga per il domani.

420
Non si sa del resto cosa ci aspetta

nei prossimi mesi: tanto il peggio,

si dice, sarà passato e lentamente

riprenderà il travaglio usato, quanto

ancora timorosi in casa il flagello

ci bloccherà, e come sospesi saremo

tra ieri e domani, tra ricordi e attese,

tra speranza di vita e timore di morte.

Molti fiduciosi ricorrono alla fede,

certi che preghiere e canti di lode a Dio

in occasioni si mutino di difesa al male

e consolazione necessaria a chi soffre

e a chi teme. Grande è la potenza della fede

che muta in pane le pietre del deserto,

che alla dura roccia affida acqua di polla

ed anime afflitte nella più cupa e solitaria

inquietudine conforto arreca di nuova

solidarietà; ed è catena che la forza

della fede stringe ed effetti benefici

dispensa generosa. E nel momento

in cui i cristiani vivono la solenne

settimana santa di dolore e di tristezza

per la morte del Cristo, più dolorosa preme

la ferita dei lutti, delle sofferenze e dei timori,

mentre consola l’approssimarsi rapido

della imminente resurrezione,

e tale i fedeli per tutti l’invocano;

risorgere allora vuol dire tornare a toccare

con mano la nostra fragile presunzione

di tutto potere, di tutto osare, e avvertire

che sempre in agguato minacce nuove

e impreviste assedio pongono alla nuova

sicurezza, e tornare così all’umile

consapevolezza e al doveroso incontrarsi

con i fratelli di qualunque fede e latitudine

è risorgere a vita nuova ed a salute recuperata.

Poco importa che la piazza grande

vuota rimanga alla vista, ben è che risuoni

della voce del pastore universale

che nunzia diventi di rinnovata fraternità

e si popoli d’innumeri presenze e vive

in comunione di spirito e di intenti.

462
Fermo è il paese, il motore è in panne,

bloccata la produzione industriale e grave

crisi economica balza all’evidenza.

S’alternano al capezzale chirurghi

improvvisati e s’attendono che solidale

si manifesti l’aiuto dei paesi

a cui ci legano trattati di pace e cooperazione,

pur se l’attesa cozza contro egoismi

di nazione e interessi non nascosti

di profitto nazionale; e l’Europa

a cui s’è dato vita, e che s’onora di essere

comunità, ardua sfida è chiamata ad affrontare

e molti sperano che sia capace di superare

le difficoltà e spingere oltre l’immediato

la vettura della concorde solidale avventura,

che tutti coinvolge anche se non nella stessa

misura. Si aspetta che le condizioni generali

migliorino, che all’angolo sia ridotto l’intruso

e che passo dopo passo la vita produttiva

riprenda e insieme maturi coscienza

nuova che inseguendo anche il materiale

benessere sfugga alla morsa del culto

del redivivo vitello d’oro che seduce e delude.

485
Ricominciare è d’obbligo, con nuove

prospettive di benessere integrato, tra lavoro,

serenità e maggiore rispetto di nostra madre terra.

Affiora il dubbio che conseguenza possa

essere stata la fuga del flagello di manovre

distratte tese ad alchimie contro natura,

ad azzardi, preludi di morte per terzi

e, sfuggite di mano, il pericolo hanno seminato.

O come pure la scienza afferma, mutazioni

genetiche, in animali prodottesi, ricetto

acconcio han trovato nel corpo dell’uomo

che così vittima ignara è divenuta

dell’ospite indesiderato e invadente.

498

Forte il dubbio s’insinua e diviene

certezza che brama insoddisfatta e vorace

ha stravolto l’ordine degli elementi

procurando sconquasso e determinando

crepe che hanno inghiottito, e persistono,

prospettive positive per il genere umano.

Sempre, a distanze lontane nel tempo,

calamità eccezionali mutazioni profonde

hanno prodotto, ora terremoti, ora glaciazioni,

ora arrivo violento di meteoriti, siccità,

carestie e diluvi locali e universali.

Ed ha sempre operato in tali circostanze

la fatalità degli imprevedibili eventi;

la realtà minacciosa e già pregna di morte

del presente è frutto di scelte azzardate

e spericolate dell’uomo, smarrito

tra il folle desiderio di successo imperituro

e l’illusione di benessere eterno.

E mentre costruisce il castello di carta

delle illusioni che franano, l’inquinamento

aumenta, sale la temperatura globale,

si sciolgono i ghiacciai, il livello dei mari

s’alza, il buco dell’ozono si dilata

e là dove prima vegetazione rigogliosa

fioriva ora avanzano sterpaglie e rami secchi.

Congettura realistica che alla piaga

del presente tante occasioni abbia fornito

l’uomo fattosi potente e non più custode

appassionato del giardino del mondo,

sfruttatore bensì pervicace e senza scrupolo

determinato alla meta di volere

ad ogni costo tutto e subito,

ed evidenti sono le conseguenze.

531

Pazienza e studio ancora per un po’,

ma l’uomo fattosi saggio e forte

rimedio troverà e dopo danni

incalcolabili il vessillo innalzerà

del successo conquistato.

Tempo ci vorrà per raccattare i cocci,

per medicare le ferite del corpo e del cuore

ma la navigazione su onde leggere

avanzerà poi tranquilla e sicura.

Auspicio è che rasserenato torni l’animo

e, mite fatto, a più lodevoli imprese si volga,

freno ponendo alla brama di possesso,

alla corsa folle verso la conquista

spericolata di danaro e alla vocazione

antica dell’inganno a danno dei fratelli;

non saranno passati invano il tempo

e la sventura, se occasione si faranno

di convinta conversione.

549

E occorrerà ripensare ad un nuovo

assetto sociale che il coraggio abbia

di delineare una società diversa

dal passato, ed almeno queste priorità

occorrerà assicurare e promuovere.

Non uno slogan sarà la salute di tutti

in primo luogo, ma bando agli sprechi

per opere disseminate in ogni parte

d’Italia e favorite da appetiti voraci

che nessun beneficio hanno generato;

ed ancora non può scorrere il danaro

solo nei rivoli che benefici arrecano

a personale promosso a posti duplicati

e con compensi da nababbi, lasciando

poche briciole alla cura dei malati.

Che l’economia scorra come prima

sarà pensiero da superare. Al servizio

dell’uomo e non dell’accumulo dovrà

rispondere la ricerca legittima del profitto

che eviti di farsi vitello d’oro

e a cui sacrificare ogni proposito

positivo; ed a nuova solidarietà

sarà chiamata la società che o avrà

il coraggio di farsi madre amorevole

per tutti, capaci e deboli, forti e timidi,

assicurando a tutti vita dignitosa

e positiva, rifuggendo dai toni minacciosi

e rancorosi di matrigna arcigna e dispettosa.

Se un po’ tutti a questi obiettivi tenderemo

con mente sgombra e animo predisposto,

si potrà continuare a ripetere andrà tutto bene;

altrimenti sarà un inutile slogan lanciato

ad esorcizzare il futuro e destinato

a rimanere librato nell’aria e sciogliersi

come bolla di sapone al primo contatto.

Partire dai fatti è doveroso, è per l’uomo

decisivo che si traggano da loro

opportuni insegnamenti e se dalla sventura

presente assisteremo distratti a quanto

accaduto e indifferenti a organizzare

su basi nuove il futuro che ci avanza,

mosche saremo irretite nella ragnatela

dell’impotenza e continueremo a piangere

inutilmente sul latte versato.

593

Non principierà il novus ordo saeclorum

è cosa certa, ché non è da noi

essere perfetti, potremo insieme

circoscrivere e imprigionare la bestia

cattiva che è in noi e liberare

energie di bene e positive a vantaggio

della moltitudine infinita. Ridotta

l’ingordigia, tornato a sorridere il benessere

misurato, riesplosa senza inganni la solidale

fraternità, potremo tornare a correre

migliori acque, e felici contemplare

il cielo e l’altre stelle finché il sole

splenderà sulle miserie umane.
605

 

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